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                    <text>�IL

DECAMERON
DI M ESSER

GIOVANNI BOCCACCIO
CITTADINO FIORENTINO

VOLUM E V.

F IR E N Z E
PRESSO L E O N A R D O C IA R D E T T l

1824.

��F I N I S C E

L’ O T T A V A G l O R N A T A

D EL DECAMERON:
IN C O M IN C I A

L A

N O N A ,

N e lla q u a le s o tto i l r e g g im e n to d i E
si

r a g io n a

c ia s c u n o

secon d o

m il ia

che

g li

p ia c e y e d i q u e llo c h e p i ù g l i a g g r a d a *

L a luce , il cui splendore la notte fu gg e,
aveva già l ' ot tav o cie lo d ’ azz urrino in c o ­
lor ci le slro muta to t u t t o , e com in c ia v a nsi
i fioretti per li prati a levar s u s o , quando
E m i l i a le vat as i, fece le sue co mpagne et i
g io v a n i parim ente ch iam ar e. L i quali v e ­
nuti et appresso al li lenti passi della Reina
a v v ia t is i, infino od un bosch etto, non guar i
al palagio lon tano , se n ' a n d a r o n o ; e per
quello entrati, videro gli a n i m a l i , si c o m e
c a v r iu o li , c e r v i et a l t r i , quasi s icu ri d ai
c a ccia t o ri pe r la soprastante pis tolenzia ,
non altram ente a sp e t t a rg li , che se sa n z a

�G IO R N A TA N ONA
t ema o d im estichi fossero d iv e n u t i: et ora
a questo et ora a q u e l l’ altro appressa ndo­
si, quasi gi u gn cr egl i dovessero, faccendogli
correr e e saltare, per alcuno spazio sollazzo
p r e s e r o . Ma già inalzando il s o l e , parve a
t u t ti di ritorna re. Essi eran tutti di fron di
d i quercia in g h ir la n d a t i, con le mani p ie ­
ne o d’ erbe odorifere o di fiori, c chi sc on ­
tra ti gli a v e s s e , niuna altra cosa avrebbe
potu to dire se non o costor non saranno
dalla m orte v i n t i , o ella gli ucciderà lieti.
Co sì adunque piede in n an z i piede venen­
dosene , c a utando e cia nci ando e m o tt e g ­
g i a n d o , pervennero al p a la g io , dove ogni
c o sa ord in atamente disposta, e li lor fa m i­
g lia r lieti e festeggiatiti trovar on o . Q u i v i
riposatisi alquanto , non p r im a a tavola
a n d a r o n o , che sei canzon ette più lieta
l ' u n a che l ’ a l t r a , da’ giovani e dalle donne
ca nt ate furono. App re ss o alle q u a l i , data
l ’ acqua alle m a n i , tutti secondo il piacer
della Reina gli mise il sin isca lco a tavola,
d ove le v iv a n d e venute, a lle gr i tutti m a n ­
gia ro no . E da quella l e v a t i , al carolare et
» 1 sonare si dierono per alquanto sp a z io ; e
p o i , com andandolo la Reina, chi v olle s’a n ­
d ò a riposare. Ma già l’ ora usitata venuta,
ciascu no nel luogo usato s’ adunò a ragionare
. D o v e la Reina a F il om e na guardando

�G IO R N A TA N O N A
5
,disse che pr in cip io desse alle novelle
del presente giorno . L a qual sorridendo
co m in ciò in questa guisa.
N O V E L L A

I.

MadonnaFrancescaamata da unoRinuccio
e du uno Alessandro, e niuno amando­
ne , col fare entrare l ' un per morto in
una sepoltura , e l ' altro quello trarne
per morto , non potendo essi venire al
fine imposto , cautamente se g li leva da
dosso

.

M adonna, assai m ’ aggrada , p o ic h è v i
piace, che pe r questo ca m po aperto e li­
bero, nel quale la vostra m ag nificenzia n'ha
m e s s i , del n o v e ll a r e ,d ’esser colei che corra
il primo a r in g o ; il quale se ben fa rò , no n
dubito che quegli ch e appresso verranno ,
non facciano bene e m e g lio . M olte volte
s ’ è, o vezzose d o n n e , n e ' n ostri ra gion a­
m en ti mostrato , quante e quali sieno le
forze d ' a mor e; nè però cred o che p ie n a ­
mente se n e sia d e t t o , nè sarebbe a n c o r a ,
se di qui ad uno anno d ’ altro che di ciò
non parlassimo: e perciò che esso n on so­
lamente a vari dubbi di do ve r morire gli

�6
G IO R N A TA N O N A
a man ti co n d uce , ma quegli ancora ad e n ­
trare n elle case d e’ morti per morti t i r a ;
m ’aggrada di ciò r a c c o n t a r v i , o l t r e a quelle
che det t e sono, una novella nella quale non
solamente la potenzia d ’amore com pre n de­
rete, ma il senno da una valorosa donna u
sato a torsi da dosso due che c on tro al suo
piacere l ’ a m a v a n , co g n osceret e.
D ic o adunque che nella città d i Pistoia
fu già una bellissima donna vedova, la q u a ­
le due nostri F io re n tin i, che per a ve r b a n ­
do di Firenze là d i m o r a v a n o , ch ia m ati
l ' uno Rin uccio P a le r m in i e l ’ altro A l e s ­
sandro C h ia r m o n t e s i, senza sapere u
'l n
d e l l ’ a l t r o , per caso di costei p r e s i , sominamente am ava no; operando cautamente
ciascuno ciò che pe r lui si po t e v a ,a d overe
l ’ amor di costei a cq uista re . E t essendo
questa ge n til donna, il cui nome fu m ad on ­
na Frances ca de' L a z z a r i , assai sovente
stimolata da ambasciate e da prieghi d i
ciascun di costoro , et ave ndo ella ad esse
men saviamente più volte gli orecchi p o r li,
e volendosi saviamente rit ra rr e e non po ­
t e n d o , le ven ne,acc iò che la lor seccaggine
si levasse da dosso, un pensiero: e quel fu
di volergli richiedere d'u n servigio il quale
e l la pensò niuno dovergliele f a r e , quan­
tunque egli fosse po s sib il e , ac ciò che non

�N O V E L L A I.
7
faccendolo essi, ella avesse onesta o color a­
ta cagione di più non volere le loro a m b a ­
sciate u di re ; e ’1 pensiero fu ques to. E r a i l
giorno che questo pensier le v e n n e , m or to
in Pistoia uno il q u a le , quantunque stati
fossero i suoi passati gentili u o m i n i , era
re putato il piggiore nomo c h e , non ch e in
P is to ia , ma in tutto il mondo fosse; et oltre
a questo v iv e n do era sì contraffatto e di si
d ivis at o v is o , che ch i conosciuto non l ’ a ­
vesse, vedendol da pr ima n ’avrebbe avuto
p a u r a , e t era stato sotterrato in uno avello
fuori della chiesa d e ’ frati m in o r i; il quale
ella a vv is ò dovere in part e essere grande
a cc on ci o del suo proponimento. P e r la qual
cosa ella disse ad una sua fante; tu sai la
noia e l ’ ang oscia la quale io tutto il di r i ­
ce vo d a l l ’ ambasciate di questi due fiorenti­
n i, da Rin ucc io e da A le ss a n d ro . O ra io
non son disposta a do ve r loro del m i o am o
re co m p ia c e r e ; e pe r to rg lim i da d o s s o ,
m ’ ho posto in cuore per le grandi profferte
che f a n n o , di vole rg li in cosa p r o v a r e , la
quale io son certa che no n f a r a n n o , e cosi
questa seccaggine torrò v i a ; et od i c o m e .
T u sai che stamane fu sotterrato al luogo
d e’ frati m in o r i lo S c a n n a d io ( c o s i era
c hiam ato quel reo uomo d i cu i d i sopra d i ­
c e m m o ) del quale n on che m o r t o , m a v i vo,

�8

G IO R N A TA N O N A
i più sicuri uomini d i questa terra ve­
dendolo a veva n paura : e però tu te n ’ au
drai segretamente pr ima da Ale ss an dro e
si gli dirai : madonna Francesca ti manda
dicendo che ora è velluto tempo che tu puoi
avere il suo a m o r e , il qual tu hai cotanto
disiderato , et esser con lei , dove tu vogli
in questa fo r m a . A lei dee, per alcuna ca ­
gione che tu poi s a pra i, q ue sta notte essere
ila un suo parente recato a casa il corpo di
S c a nn adio che stamane fu se p p elli to , et
e l l a , si come quella che ha di l u i , cosi
morto come egli è , p a u r a , noi vi v o r ­
rebbe; per che ella ti priega in luogo di
gran servigio, che ti debbia piacere d ’anda­
re stasera in su il pr im o s o n n o , et entrare
in quella sepoltura dove Sc a n n a d io e sep­
pe ll ito e mette rti i suoi panni in dosso e
stare , come se tu desso fossi latino a tanto
che per te sia v e n u t o , e senza alcuna cosa
dire o motto fa re,d i quella trarre ti lasci e
recare a casa s u a , dove ella ti riceverà e
con lei poi ti starai et a tua posta ti potrai
pa rtire, lasciando del rim anente il pensie­
ro a le i. E se egli d ice di volerlo fa re ,b ene
st a ; dove dicesse d i non vo lerlo f a r e , sì
g li d i ’ da mia parte, che piò dove io sia non
a p p a ris ca , e come egli ha cara la v i t a , si
guardi che p iò uè messo uè ambasciata mi

�N O V E LLA I.
9
m a n d i . E t appresso questo te n ' a n d r a i a
R in u ccio P a le r m in i , e si gli dirai : madon­
na Fra ncesca dice che è presta di volere
ogni tuo piacer fare, dove tu a lei fa cc i un
gran serv igio, cio è, che tu stanotte in s u l a
m ezza notte te ne v a d i a l l o a vello dove s ta ­
m ane fu sotterrato S c a n n a d io , e lu i, senza
dire alcuna parola di cosa che tu oda o sen­
ta, tragghi di quello soavem ente e r e c h i ­
gliele a casa . Q u iv i perchè ella il v og lia
v e d ra i, e di lei avrai il piacer t u o : e dove
questo non ti piaccia di f a r e , ch e tu m ai
più non le mandi nè messo nè a m b a s c ia t a .
L a fante n'andò ad a m e n d u n i,e t ordinatamente a ciascuno , secondo che imposto le
fu, disse. A l l a quale risposto fu da ognu no,
che non che in una sepol tura, ma in i n f e r ­
no andrebber, quando le piacesse. L a fante
fe’ la risposta alla donna . L a quale aspettò
di vedere se si fosser pazz i, che essi il fa­
cessero . V enuta adunque la n o t t e , essendo
già il primo sonno , Aless andro Chia rm on
tesi spo gliatosi in fa rse tto , uscì di casa sua
per andare a stare in luogo d i Sca nnadio
n ello a v e llo ; et andando gli venne un pen
sier m olto pauroso nel l ' a n i m o , e com in ciò
a d ir se co : deh che bestia sono i o ? d o v e vo
io ? o che so io se i pare nti di co st e i, forse
avvedutisi che io l'a m o , credendo essi quel

�1 0
g io r n a t a n o n a
che non è le fanno far questo pe r u cc id er mi
in quello a v e llo ? I l che se a v v e n is s e , io
m ' avrei il d an no, n è mai cosa del mondo
se ne saprebbe che lor n o c e s s e . O che so io
se forse alcun m io n im ic o questo mi ha
pr ocaccia to, il quale ella forse a m a n d o , di
questo il vuol s e r v ir e ? e poi d i c e a : ma
g
o
pnam che niuna d i queste cose s i a , e che
pure i suoi parenti a casa di lei p orta r m i
debba no, io debbo credere che essi il co rp o
di Sca n n adio non vo glia no per doveriosi
tenere in braccio o m etterlo in b ra ccio a
le i ; anzi si dee credere che essi ne voglia n
fa r qualche s t r a z i o , sì com e d i colu i che
forse già d ’alcuna cosa gli d i s e r v i . C o st e i
d ic e che di cosa che io senta non faccia
m o tt o . O se essi m i cacciasser g li occh i o
m i traessero i denti o mozzassermi le m an i
o facessermi alcuno altro così fatto g iu oco,
a che sa re’ io ? come po tre ' io star cheto? E
s e io fa v e ll o , o m i con oscera nno e per a v ­
ventura mi faranno m a l e , o co m e che essi
n on me ne facc ian o, io non a vr ò fatto n u l­
l a ; che essi non m i lascieranno con la don­
n a , e la donna dirà poi che io abbio ro tto
i l suo com an dam en to e non farà mai cosa
ch e m i pia ccia. E così d ic e nd o,f u tutto che
tornato a ca s a ; ma pure il grande amore il
sospinse innanzi con argomenti contra ri e

�N O V E LLA I.
11
di tanta f o r z a , che allo avello i l condusse­
r o . Il quale egli aperse, e t entratovi dentro
e spogliato S c a nnadio e se rive stito e l ' a
v ello sopra se richiuso e nel luogo di S c a n n
adio pos tosi, gli ’ n c o m inciò a tornare a
m ente chi costui era stato , e le cose che già
ave va udite dire che d i notte erano i n t e r ­
venute ; non che n elle sepolture de' morti
ma ancora altrove , tu tti i peli gli s ’ inco­
m incia ro no ad arricc ia re addosso, e pa re
v agli tratto tratto c h e Scan n adio si dovesse
levar ritto e qu iv i scannar l u i . Ma da fe r­
vente amore a iu t a t o , questi e gli a lt ri p a u ­
rosi pensier vinc endo, stando com e se egli
il morto fo s se , com in c iò ad aspettare che
di lui dovesse in te rv e n ir e . R i nu c c i o , a p ­
pressandosi la mezza not te, usci di casa sua
per far quello che dalla sua donna gli era
stato mandato a dire; et andando, in m olt i
e vari pensieri entrò delle cose possibili ad
i n t e rve n ir g li ; si co m e di poter col corp o
sopra le spalle di S c a n n a d io venire alle
mani della Sig n o ria , et esser com e malios o
condennato al fuoco; o di dovere, se egli si
risapesse, venire in od io de'suoi parenti ; ed
a lt r i s i m i l i , d a i q u a l i tutto che rattenuto fu.
M a poi riv o lt o diss e: deh dirò i o d i no della
prima cosa che questa gen til don na , la quale
io ho cotan to amata et am o, m i ha richiesto

�12
G IO R N A TA NONA
,e spez ialmente dovendone la sua grazia
ac quista re? non ne dovess’ io di certo m o ­
r ir e , ch e io non me ne metta a fare ciò che
promesso le h o ; et andato avan ti , giunse
alla sepoltura e quella leggiermente aperse.
Ale ss an dro sentendola a p r i r e , ancora che
gran paura avesse, stette pur cheto. Rinuc
cio entrato dentro , credendosi il corp o di
S ca n n adio p r e n d e r e , pres t Alessandro pei
piedi e lui fuor ne t irò , et in su le spalle
levatoselo, verso la casa della gentil donna
co m in ciò ad andar e; e cosi andando e non
riguardandolo a lt r a m e n t i, spesse volte il
percoteva ora in un ca nto et ora in un altro
d ’ alcune panche che allato alla via e ra no ; e
la n otte era sì buia e sì osc u ra , che egli non
poteva discernere ove s’ a nd a v a . E t esseri
d o già R in u cc io a piè d ell’ uscio della gentil
don na , la quale alle finestre con la sua fan­
te stava per sentire se R in u ccio Aless andro
recasse, già da se armata in modo da man ­
d ar g li amenduni v ia , avvenne che la fa m i­
glia della S ignor ia , in quella contra da r i ­
postasi e chetamente standosi aspettando di
do ve r pigliare uno s b a n d it o , sentendo lo
sca lpiccio c h e Rin u ccio coi piè fa ce va ,s u b i­
tamente tratto fuori un lume per veder che si
fare e dove andarsi,e mossi i pavesi e le lance;
gridò: chi è là? L a quale Rin ucc io conoscendo

�N O V E LL A I.
i3
,non avendo t e m p o da troppa lunga d iliberazion
e
, lasciatosi cadere Alessand ro, q u a n ­
to le gambe nel pote ron por tare, andò v i a .
Ale ss an d ro levatosi prestamente , con tu t­
to c he i panni del morto avesse in dos­
so, li quali erano m olto l u n g h i , pure andò
via a lt re sì. L a donna , per lo lume tra tto
fuori dalla famig lia , ottimamente veduto
a ve va Rin u ccio con Alessandro dietro alle
spalle, e sim ilm en te aveva scorto A le s s a n ­
dro esser ves tilo dei pa nni d i S c a n n a d i o , e
m aravig liossi molto del grande ardire di
ci a scu n o; ma con tutta la maravig lia rise
assai d e l veder gittar giuso Alessandro e del
V e d e r g l i poscia fuggire . E t essendo di tale
accide nte molto lieta , e lodando Idd io che
dallo ’ mpa ccio di costoro tolta la a v e a , se
ne t orn ò dentro et andossene in c a m e r a ,
affermando con la fante senza alcun dubbio
ciascun di costoro amarla m o l t o , poscia
quello avean fa tto, sì com e appariva , che
ella loro aveva im post o. Rin uccio dolente
e bestemmiando la sua sventura, non se ne
tornò a casa per tutto q u e s t o , ma partita
\ d i quella contrada la fa mig lia colà tornò
dove A less an d ro aveva g it t a t o , e co m in ciò
bra ncolone a ce rcar se egli il r it r o v a s s e ,
pe r forni re il suo se rv ig io ; ma non tro v an ­
d olo, et a v v is a n d o la famiglia quindi averlo

�14
G IO R N A T A N O N A
to lto , d olen te a casa se ne to r n ò . A le s s a n ­
d ro non sappien do a ltro ch e fa r s i, senza
aver conosciuto ch i portato se l’ avesse, d o ­
len te d i tale s c ia g u ra , sim ilm en te a casa
sua se n’ a n d ò . L a m a ttin a , trovata aperta
la sepoltura di S c a n n a d io , n è den tro v e
d e n d o v is i, p erciò ch e n el fondo l ’ aveva
A lessan d ro v o lt a t o , tu tta P isto ia ne fu in
v a r i ra g io n a m e n ti, estim an do g li scio cch i
lu i da’ D ia v o li essere stato portato v i a .
N on d im en o ciascu n de’ due a m a n t i, s ig n i­
ficato alla d onna ciò ch e fa tto avea e q u ello
che era in te rv e n u to , e con qu esto scusan­
d osi se fo rn ito non avean pienam ente il suo
com an dam en to, la sua gra zia et il suo am o­
re add im an dava. L a qual m ostran do a niun
Ciò v o ler c r e d e r e , con re cisa risposta di
m ai per lo r n ien te v o le r fare , p o ich é essi
ciò che essa addom audato avea non avean
fa tto , se g li tolse da d o sso .

�11
N OV ELLA

IL

Levasi una badessa in fretta et al buio,
per trovare una sua monaca,a le i accu­
sata, col suo amante nel letto: et essen­
do con leiun prete, credendosi il saltero
de 1veli aver posto in capo, le brache del
prete vi si pose: le quali vedendo l'a c ­
cusata e fattalane accorgere , f u d ili­
berata, et ebbe agio d i starsi col suo
amante.

,

G i à si tacea F i l o m e n a , e t i l senno della
do nna a torsi da dosso colo r o li quali a m ar
n on vo lea , da tu tti era stato c o m m e n d a t o ,
e cosi in c o n t r a r io , no n a m or ma pazzia
era stata tenuta da tu tti l ’ ardit a presunzio­
n e d e g li a m a n t i , quan do la Rein a ad E l i ­
sa vezzosamente disse : E l i s a , segui. L a
quale pr es tamente i n c o m in c i ò . C a ris s im e
d on n e , saviamente si sepp e madonna F ra n ­
c e sca , com e detto è , li b e ra r dalla noia sua:
m a una giovau e m ona ca , aiutandola la for­
tu na , se d a un soprastante pericolo, leggia­
dramente p a r la n d o , d il ib e rò . E , com e voi
sapete, assai sono, li quali essendo stoltissi­
m i , mae stri degli a ltri si fanno e g a stig a tori

�16

G IO R N A T A N O N A
li q u a li, sì com e v o i potrete c o m ­
prendere per la m ia n o v e lla , la fortuna a l­
cuna v olta e m eritam en te v itu p e ra ; e ciò
add iven n e alla badessa , sotto la cui obbe
d ien zia era la m onaca d ella quale debbo
d ir e .
S ap ere adunque d o v e te , in L o m b ard ia
essere un fam osissim o m onistero di santità
e di religion e , nel quale , tra l ' altre don ne
m onache che v ’erano, v ’ era una giovan e di
sangue n ob ile e d i m ara vig lio sa b ellezza
d o ta ta , la q u ale, Isabetta ch iam ata , essendo
un di ad un suo parente alla grata v e n u ta ,
d ’ uri bel giovane che con lui era s’ in n am o­
rò . E t esso, lei veggendo b ellissim a , già il
suo d isid ero avendo con g li o cch i co n ce tto ,
sim ilm en te di lei s’ accese; e non senza gran
pena d i ciascu no questo am ore un gran
tem po senza frutto sosten n ero. U ltim a ­
m en te , essendone ciascu n so llic ito , venne
al giovan e veduta una v ia da potere alla
sua monaca o ccu ltissim am en te a nd a r e : d i
ch e ella co n te n ta n d o si, non una v olta , ma
m olle con gran piacer d i ciascuno la v is i­
t ò . M a con tin uan dosi q u e s to , avvenne una
n o tte che egli da una d elle donne d i là en­
tr o fu v ed u to , senza avvedersene e gli o e l­
la , d a ll’ I sabetta p a rtirsi et and arsen e. Il
ch e costei con alquante altre c o m u n ic ò . E

�N O V E L L A II.
i7
prim a ebber consiglio d ’ accusarla all a ba­
d e s s a , la q u ale madonna U sim b al da ebbe
n o m e , buona e santa donna , secondo la
opinione delle donne monache e di ch iu n ­
que la conoscea ; poi pe n sa ro n o, a c c iò che
la negazione non avesse lu o g o , di volerla
fa r cogl iere col giovane alla badessa. E cosi
t a c i u t e s i, tra se le vig ilie e le guardie se­
gr etamente part iron o, per in cogli e r costei.
O r non guardandosi l ' Isabetta da q u es to ,
nè alcuna cosa sa p p ie n d o n e , avven ne ch e
ella una notte vel fece v e n i r e ; il che t a n ­
tosto sepp er quelle che a c iò badava no. L e
q u ali , quando a loro parve t e m p o , essendo
già buona pezza di not te, in due si divisero ,
et una parte se ne mise a guardia d ell’ uscio
della cella d e l l’ Isab etta, et u n ’ altra n ’ andò
corr endo alla camera della badessa , e p i c ­
chiando l ’ usc io, a lei che già ri spon deva,
d is se ro : su, madonna , levate vi tosto , che
n oi a bb ia m tro vat o che l ’ Isabetta ha un
giovane nella ce lla . E ra quel la notte la ba­
dessa accompagnata d i un p r e t e , il quale
ella spesse volte in una cassa si faceva v e ­
n i r e . L a quale adendo questo, temendo non
forse le monache per tropp a fretta o tro pp o
volonterose tanto 1’ uscio sospignessero che
i gli s ’ a p r i s s e , s p a ccia ta m eute si le v ò suso ; e
co m e il m eg lio seppe si ves tì al b u i o , e c redendosi
Tom o V .

�18

G IOR N ATA N ON A

tor cert i veli piegati li quali in capo
po rta n o , e c h ia m a n g li il saltero, le venne r
to lt e le brache del prete; e tanta fu la f r e t ­
ta c h e , senza a v v e d e rse n e , in luogo del
saltero le si g ì t t ò in ca po et usci f u o r i , e
pr es tamente l ’ uscio si riser rò d ie t r o , d i ­
c e n d o : dove è questa maladetta da D i o ? e
c o n l' a lt re , che sì focose e sì a tt e nte erano
a dove r far tro var e in fallo l ’ Isabetta, che
d i cosa che la badessa in ca po avesse non
s ' a vv ed ie no, giunse a ll’ uscio della cella e
qu el lo d e l l’ altre aiutata piuse in terra :
e t entrate d e n t r o , nel letto trovarono i
due amanti a bb ra cciati. L i quali da cosi
l a t t o so p ra p pre u dim en to storditi non
p
a
s ie n d o che farsi, stettero f e rm i. L a giov a­
n e fu incon tanente d all ’ altre monache p r e ­
sa , e per co m an d am en to della badessa m e ­
na ta in capitolo. Il giovane s’ era rim a s o ;
e v e s t i t o s i, aspettava di veder che fine I h
cosa avesse, con inte nzione di fare un mal
giuoco a quante giu gn er ne potesse , se a lla
sua giovane novità niuna fosse f a t t a , e di
l e i menarne con seco. L a badessa postasi a
sedere in c a p i t o l o , in presenzia di tutte le
m ona ch e, le quali solamente alla co lpevole
r ig u a r d a v a n o , in c o m in ciò a dirle la m a g ­
g io r v illa nia che mai a femina fosse detta ,
si come a colei la quale la sa n tit à , l ’ o
'l n est à

�N O V E L L A II.
19
e Ia buona fama del m on ister o con le sue
.sconce e vitup er evo li o p e r e , se di fuor si
sape ss e,con tam in at e a v e a : e die tro alla v i l
la n ia aggiugneva gravissim e m i n a c c e . L a
giovane vergognosa e timida , sì com e c o l ­
p e v o le , non sapeva che si r is p o n d e r e , ma
t a c e n d o , di se mette va co m pas si on n e ll'al
t r e : e m ultip li ca nd o pur la badessa in n o v
e l l e , venne alla giovane a lzato il viso e
Veduto ciò che la badessa aveva in capo,
e gli usolieri che di qua e d i là p e n d e v a n o .
D i che e l l a , a vv is a ndo ciò che e r a , tu t­
ta rassicurata disse: m a d o n n a , se Id d io
v ' aiuti a nn od atevi la cuffia, e poscia m i
dit e ciò che voi v ole te. L a badessa ch e
non la in tend eva , disse: che cuffia , rea fe
m i n a ? o r a hai tu viso di motteggiare? parti
egli a ve r fatta cosa che i m ott i ci abbiati
lu ogo? A ll o r a la giovan e u n ’ altra volta
diss e; m a d o n n a , io vi pr iego che voi v ' a n ­
nodiate la cu ff ia , poi d it e a me ciò che v i
p ia c e . L a o n d e m o lt e delle monache leva­
r on o il viso al capo della b a d e s s a , et ella
sim ilm en te ponen dovisi le m a ni , s’ a c c o r ­
sero perchè l ' Isabetta così d ic e v a . D i che
la b ad e ss a , avvedutasi d el suo med esimo
f a l l o , e v ed e n d o che da tutte veduto era nè
aveva r ic o p e rt a , mutò serm on e, et in tutta
altra guisa che fatto non avea c o m in c iò a

�ìo
G IO R N A TA N O N A
p arlare , e conchiudendo venne, impossibile
essere il potersi daglis tim oli della c arne d i ­
fendere: e perciò ch e ta m e n t e , come infino
a quel di fatto s'e ra , disse che ciascuna si
desse buon tempo quan do po tess e. E lib e­
rata la giovane, col suo prete si tornò a
d o rm ire , e l ’ Isabetta col suo amante. Il qual
p oi m oll e v o l t e , in dispe tto di quelle che
d i lei ave vano in vi dia , v i fe' v e n i r e . L ’a l
tre ch e senza amante erano , com e se p ­
pe ro il m e g lio , segretamente procaccia ron
lo r v e n t u r a .

N O V E L L A

I II .

Maestro Simone ad instanzia d i Bruno e
d i Buffalmacco e d i Nello, f a credere a
Calandrino che egli è pregno: il quale
per medicine dà ai predetti capponi e
denari e guarisce senza partorire

,

.

P o i c h è E li sa ebbe Ia sua n ov ella fin it a,
essendo da tutte rendute grazie a D io che
la giovane monaca aveva con lieta uscita
t r a t ta dei morsi delle in vidio s e com p ag n e ,
la Re in a a F ilo st rat o comandò che segui­
tasse . Il q u a l e , senza più co m and amento
as pe ttar e, in co m in cio . Bellissime d on ne, lo

�N O V E L L A II.
21
sco stu m ato giud ice M a r c h ig ia n o , di cui
ieri vi n ove ll ai , m i trasse di bocca una n o­
vella di C a la n d r in o , la quale io era per
d i r v i . E pe rc iò che ciò che di lui si r a g i o ­
na non può altro che m ult ip lic a r la festa ,
benché di lui e d e’ suoi com pag ni assai ra ­
gion ato si sia , ancor pur quella che ieri
a veva in anim o vi d i r ò .
Mostrato è di sopra assai ch iaro ch i C a ­
landrili fosse e gli a lt ri d e 'q u a l i in questa
novella ragionar d e b b o ; e p e rciò ,s e n z a più
dir n e , dico c h e egli avven ne che una zia d i
C a la n d r in si m o ri, e lasciogli dugento lire
di p iccio li contanti : per la qual cosa C a ­
lan dri no com in ciò a d ir e che egli voleva
comperare un pod e re ; e con quanti sensali
aveva in F ir e n z e , com e se da spendere
avesse avuti die cim ila fiorin d ' o r o , teneva
m er cato, il quale sempre si guastava q u a n
do al prezzo del poder domandato si pe r­
veniv a . Bruno e Bu ffalmacco che queste
cose s a p e va n o , gli ave va n più v olte detto
che egli farebbe il meglio a goderglisi con
lo r o in siem e, che andar com perando te rr a ,
com e se egli avesse avuto a far pa ll ottole ;
m a , non che a q u es to , essi non l ' aveano
m ai potuto con ducere che egli loro una
volt a desse mangiare. P e r che un d ì d o le n ­
dosene , e t essendo a ciò soprav venuto un

�22
G IO R N A TA N ON A
lo r co m pag no , che aveva nome N e l l o , d i ­
p in t o r e , d il ib e rar tutti e tre di do ve r t r o ­
v a r m odo da ugnersi il gri fo alle spese di
C a la n d r in o : e senza tro pp o indugio d a r v i,
ave ndo tra se ordin ato qu ello ch e a fare
a v e s s e r o , la seguente m attina appostato
quan do C a la n d r in o d i ca ia u sc is se , non
essendo egli guari a n d a t o , gli si fece in ­
c on tro N e llo e disse: buon dì C a la n d r in o .
C a la n d r in o gli rispose che Idd io gli desse
il buon dì e ’ l buono anno. A p p re sso questo,
N e l l o »-attenutosi un poco, lo ’ n com i n c i ò a
guardar nel viso . A cu i C a la n d rin o disse:
che guati tu? E N e l l o disse a lui; hai tu sen­
t it o stanotte cosa n iu n a ? tu non m i par
d es so . C a la n d rin o incontanente incom inci o
a dubitare e disse ; oi m è , com e ? che ti pa ­
re egli che io abb ia ? Disse N ell o : d e h , io
n oi d ic o p e r c i ò , ma tu m i pari tutto c a m ­
b i a t o , fia forse a l t r o ; e lasciollo andare.
C a la n d rin o tu tto sosp etto so, non senten­
dosi perciò cosa del mo nd o , a nd ò a v a n t i .
Ma B u ffa lm a c c o , che guari non era l o nta
n o, vedendol pa rtito da N e l l o , gli si fece
in co n t ro , e salutatolo il d omandò se egli si
sentisse niente. Cala nd rin o r i s p o s e r o non
so ; pur testé mi dice va N e llo che io gli
pareva tutto ca m b ia to: potrebbe eg li essere
ch e io avessi n u ll a? Disse Bu ff alm ac co: sì

�N O V E L L A III.
p o t r e s t ù a v e r c a v e l l e , non c h e n u l l a . T u
par m ezzo m o rto . A C a la n d rin o pareva già
a ver la febbre. E t ecco B runo so p rav ve n ire ,
e prim a che a ltro d icesse, d isse: C a la n d ri­
no , ch e v iso è q uello ? e ' p a r ch e tu sia
m orto. C h e li sen ti tu ? C a la n d rin o udendo
ciascu n d i co sto r cosi d ire , p er certissim o
ebbe seco m edesim o d ’ esser m alato; e tu tto
sgom en tato g li d o m a n d ò ; che fo ? D isse
B ru n o: a me pare che tu te ne to rn i a casa
e vaditene in su 'I letto e fa c c iti ben c o ­
p r ire , e che tu m andi il segnai tuo al m ae­
stro S im o n e , che è co sì n ostra cosa com e
tu sai . E g li t i d irà in contanente che tu
a v ra i a fare, e n oi ne verrem te c o , e se b i­
sognerà fa r cosa n iu n a , noi la farem o . E
con l oro aggiun tosi N e llo , con C a la n d rin o
se n e tornarono a casa sua ; e t egli e n trato ­
sene tu tto affaticato n ella c a m e r a , disse
alla m o g lie : v ie n i e c u o p rim i b eile, che io
m i sento un gran m ale. Essendo adunque a
g ia cer posto , il suo segn ai per una fan ti c e lla m andò al m aestro S im o n e , il quale
allora a bottega stava iu m ercato vecch io
a ll’ insegna del m ellon e . E bruno disse
a’ c o m p a g n i; v o i v i rim an ete qui con l u i ,
et io v o g lio andare a sapere ch e il m edico
d irà , e , se b isogno sarà , a m e n a rlo c i. C a ­
la n d rin o a llo ra d isse : d eh s ì , com pagno

�24
G IO R N ATA N O N A
m i o , v a v v i e sa ppim i ri d ir e com e il fatto
sta , che io mi sento un non so che d en tro .
Br u n o andatosene al maestro S i m o n e , v i
fu prim a che la fanticella che il segno p o r ­
tava , et ebbe in formato maestro S i m o n
del fa tto . P e r c h e , venuta l a fanti cella et
i l maestro ved uto il segno, disse alla fanticella : vattene e d i’ a Ca la nd ri n o che egli si
tenga ben c a ld o , et io v er rò a lui in c o n t a ­
nente e dirogli ciò che e gli ha e ciò che
egli avrà a fa re . L a fanticella così ra p p o r ­
t ò ; nè stette guari che il maestro e Bruii
v e n n e r o , e pos toglisi il med ico a sedere
allato gli 'n co m inciò a toccare il polso, e
dopo alqua nto,essendo iv i presente la m o­
g l i e , disse : v e d i , C a l a n d r i n o , a parla rti
com e ad a m ic o, tu non hai altro male se
non che tu se’ preg no. C o m e C ala nd rin o
udì questo, dolorosamente com in ciò a g r i ­
dare et a d ir e : o im è , T e ss a , questo m ' h a i
fatto tu , che non vuogli stare altro che di
so p r a . Io il ti dice va b e n e . L a donna che
assai onesta persona era, udendo così dire
al m arito , tutta di vergogna arrossò , et
abbassata la fronte, senza ris ponder parola
s ’ uscì della c a m e r a . C a la n d rin o c o n t i­
nuan do il suo ra m a ri ch io , d ic e v a : oimè
t r i s t o me, co m e farò io ? com e partorir ò io
questo fìgli uo lo ? onde uscirà egli ? b en v eggo

�N O V E L L A IH.
25
che io son m or to per la rabbia di questa
m ia mog lie, che tanto la faccia Iddio trista
quanto io v og lio esser lieto; ma così fos
s ’ io sano com e io non s o n o , che io m i le­
ver ei e d are ' le tante busse, che io la r o m
perei tu tta ,a v v eg na che egli mi stea m oll o
bene, che io non la doveva mai lasc ia r sa­
lir di sopra. Ma per certo , se io ca m p o d i
questa, ella se ne potrà ben pr ima m ori r
di v o g lia . Br u n o e Buffalmacco e N e l l o
ave va n sì gran voglia di ridere che s c o p ­
piava no, udendo le parole di C a l a n d r i n o ,
ma pur se ne te n ev an o; ma il maestro
S c im m io n e rideva s\ sq u ac c h e r a t a m e n t e ,
che tu tti i denti gli si sarebber potu ti
tra rr e . Ma pure al lungo and are C a l a n d r i ­
no raccomandandosi al m e d i c o , e pregan­
dolo c he in questo gli dovesse d ar con siglio
et aiuto, gli disse il m ae st ro : C a la n d r in o ,
io non v oglio che tu ti sg om enti ; c h e , lo ­
dato sia I d d i o , n oi ci siamo sì tosto
ca ort i del fa t t o , che con poca fatica et i n
poch i dì ti d il ib e re rò ; ma co n vi en si un
poco spendere . Disse C a la n d rin o ; o i m è ,
maestro m io, sì per 1' a m o r di D i o , Io ho
qui dug ento l i r e , di che io voleva c o m p e ­
rare un pod ere ; se tutti b is o g n a n o , tu tti
gl i tog lie te , purché io non abbia a p a rto ri­
rà, che io non se c o m e io m i facessi ; che

�2 6
G IO R N A TA N O N A
i o od o fare a lle femine un sì gran rumore
quan do son pe r p a r t o r ir e , con tutto che
elle abbia n buon cotal grande donde fa r lo ,
che io cre d o, se io avessi quel do lore , che
i o m orrei prim a che io p art or is si. Disse il
m e d i c o : non aver pensiero. Io ti farò fare
una cert a bevanda still ata m olto buona e
m o lt o piacevole a bere, che in tre mattine
ris olve rà ogni co s a , e rimarrai più sano
ch e p e sce ; ma farai che tu sii poscia
va
s i o , e p iù non in cap pi i n queste scio c c h e z ­
z e . O r a ci bisogna pe r quella acqua tre
pa ia di buon capp on i e g r o s s i, e per altre
cose che bisognan! d a t t o r n o , darai ad un
d i costoro cinque lire di p i c c i o l i , che le
co m p e ri ; e fa ra ’ m i ogni cosa recare alla
bot teg a, et io al nome di D io d om a ttin a ti
m an de rò di quel beveraggio sti ll ato , e
c om in c ie r a ’ ne a bere un buon bicchier
grande per volta . C a l a n d r i n o , u dito q u e ­
sto, diss e: maestro m io, ciò siane in vo i ;
e date cinque lire a Br u n o e denari per tre
paia di c a p p o n i , il pregò che in suo s e r ­
v ig i o in queste cose durasse f a t i c a . Il
medico p a r t i t o s i , g li fece fare un po co di
chiarea e alandogliele. Bru n o, com pe ra ti i
ca p p o n i et altre cose necessarie al god ere ,
in siem e col med ico e c o ’ c om pa gni suoi se
g li m an g iò . C ala nd rin o b evv e tre mattine

�N O V E L L A III.

27

della ch iarea, et il med ico venne a la i et i
suoi c o m p a g n i , e toc ca togli il polso g li
d isse : C a la n d r in o , tu se’ guerito senza
fallo , e però si cu ra m en te oggimai v a ’ a fa ­
re ogni tuo fa tto, n è per questo sta r più in
casa. C a la n d rin o lieto levatosi s ’ and ò a fare
i fa tti suoi lodan do m o l t o , ov unque con
persona a p arlar s’ a v v e n i v a , la bella cura
che di lui il maestro S im o n e aveva fatta ,
d ' averlo fatto in tre d i senza pena alcu na
spregnare, E Bruno e Bu ffalmacco e N e l l o
rim aser con te n ti d ’ aver con in gegni saputo
schernire l ’avarizia d i C a la n d r i n o , q u a n ­
tunque monna T e ss a , avved endos ene, m o l­
to c o l m ari to ne b ron tola sse .

NOV ELLA

IV.

Cecco d i messer Fortarrigo giunca a
Buonconvento ogni sua cosa et i denari
d i Cecco di messer A ngiulieri et in
camiscia correndogli dietro e dicendo
che rubato V uvea, il f a pigliare a’ viiInni et i panni d i lu i si veste c monta
sopra il pallafreno e lu i venendosene ,
lascia in camiscia.

,

,

,

C o n gran dissime risa di tutta la brigata
erano state ascoltale le parole da Cala nd ri-

�28
G IO R N ATA N O N A
no dette della sua moglie ; ma tacendosi
F ilo s t r a t o , N e ifile , sì come la Reina v o ll e ,
in c o m i n c i ò . V alo r ose d o n n e , se egli non
fosse più malagevole agli uomini il m ostra ­
re a lt ru i il senno e la v i r t ù loro, che sia la
sc io cch e z za o' l v iz io , invano si fatichereb
b c r m olti in porre freno alle lor parole: e
questo v ' h a assai m an ifestata la stoltizia
di C a la n d r in o , al quale d i ninna necessità
e r a , a v ole r gu erire del male che Ia sua
si s i p
ml icit à gli faceva a credere , che egli
avesse i segreti d iletti d ella sua donna in
p u b b lic o a dimostrare. L a qual cosa una a
se contraria nella mente me n 'h a r e c a t a ,
cioè com e la malizia d 'u n o il senno soper­
chiasse d 'u n a lt ro , con grave danno e s c o r­
no del sop er chia to, il che mi pia ce d i r a c ­
contarvi.
E r a n o , non sono m o lt i anni p a s s a t i, in
S ie n a due già per età co m piu ti u o m in i,
ciasc uno ch ia m ato C e c c o , ma 1' uno d i
messer A n g iu lie r i , e l' a lt ro di messer F o r ­
t a r rig o . L i quali quantunque in molte altre
cose m ale insieme di costumi si co n ve n is ­
sero, in uno , cioè che amen du ni li lor p a ­
dri od ia v a n o , tanto si c o n v e n i v a n o , che
a m ic i n 'e r a n o d iv e n u ti e spesso n'usavano
in s ie m e . M a pa ren do al l ' A n g i u lie ri, il (pia­
le e bello e costu mato uomo era, m a l d i m o rare

�N O V E L L A IV.
29
in Siena della provesione ch e dal p a ­
dre donata gl i e r a , sentendo nella M arca
A
'd ncona esser per legato del Papa venuto
un ca rdinale che m olto suo signore era , si
dispose a volersen e andare a lui , c r e d e n d o ­
ne la sua con d iz io n m ig li o ra re . E fatto
questo al padre s e n t ir e , con lui ord in ò
d ’ avere ad una ora ciò che in sei mesi gli
dovesse dare, acciò che v e s ti r si potesse e
fornir di cavalcatura et andare orrev ole. E
cercando d ’ alcu no il qual seco menar p o ­
tesse al suo s e r v ig io , venne questa cosa
sentita al F o r t a r r i g o . Il qual d i presente fu
a ll’ A n g iu lie r i , e co m in ciò , com e il meglio
seppe, a pregarlo che seco il dovesse m e ­
n a r e , e che egli v o le v a essere e fante e fa­
m ig li o et og ni c o s a , e senza alcun salar io
sopra le spese . A l quale l ’An g iu lie r i r i ­
spose che mena r noi voleva , non perc hè
egli n o l conoscesse bene ad ogni se rv ig io
su fficiente, ma perciò ch e egli giucava , et
oltre a ciò s’ in nebriava alcuna v o l t a . A
ch e il F o rt a rrig o rispose che d e l l ’ uno e
d e i r altro senza dubbio si g u a r d e re b b e , e
con m olt i saramenti g liele affer m ò , tanti
pr ie g hi sopragg iu gn end o , che l ’ A ngiulie ri ,
sì com e v i n t o , disse &lt;?he era contento . E t
entra ti una m attin a in c a m m in o a mendu ­
n i , a desinar n ’andarono a B u o n co u v cnt o .

�3o
G IO R N A TA NONA
D o v e avendo l ' A n g i u l i eri des inato , et es
sendo il caldo g r a n d e , fatto acconciare un
letto nello albergo e s p o g lia to s i, dal F o r ­
tarrigo aiutato s ’ andò a d o r m i r e , e disse
g li che com e nona sonasse, il chiamasse. I l
F o r t a r r ig o , dorm endo l ' A n g i u l i e ir , s e n ’an­
d ò in su la tave rna, e q u iv i alquanto a v e n
d o bevuto co m in ciò con alcuni a giucare.
L i quali in poca d ' o r a a lcuni dena ri che
egli a ve va ave n dog li v i n t i , sim ilm ente
quanti paoni egli aveva indosso gli vinse
r o : onde egli disideroso di riscuo te rsi, così
in ca m is ci a com e e r a , se n ' andò Jà dove
dorm iva l ' A n g i u l i e r i , e veden do l d orm ir
fo r t e , di borsa gli trasse quanti denari egli
a ve a, e t al giuoco tornatosi, così gl i perde
co m e g li a l t r i . L ’ A n g iu lie r i destatosi si
le v ò e v es tiss i, e domandò del F o rt a rrig o .
I l quale non trovandosi, avvisò l ' A n g i u lieri
lui in alcun luogo ebbro d o r m i r s i , sì
co m e altra volta era usato d i fa r e . P e r
che dilib era tosi d i lasciarlo s t a r e , fatta
mettere la sella e la valig ia ad u n suo
p a l l a f r e n o , avvisando di fornirsi d ' a l t r o
famig lia re a C o r s i g u a n o , volendo per an ­
darsene l ' oste pagare , non si trov ò d e
n a io ; di che il romore fu g r a n d e , e tutta
la casa dell'oste fu in tu rb az ione , dicendo
l'A n g i u li e r i che e g li la en tro era siato rubato,

�N O V E L L A IV.
3f
e minacciand o e gli d i farn egli lu tti
presi andare a Sie na ; et ec co venire i n c a ­
m iscia il F o r t a r r i g o , i l quale per torre i
pann i , co m e fatto aveva i d e n a r i , v en iv a .
E veggendo l ’A n g i u l i e r i i b con cio di ca ­
va lc a r, disse: che è questo, A n g i u l i e r i ?
g
o
v lia mcene noi andare a ncora? deh asp etta­
ti un p o c o . E g li dee ven ire qui testeso uno
che ha pegno il mio farsetto pe r tre n totto
so ld i: son certo , che e gli cel renderà per
tre n tac in que, pagandol t e st é . E duran ti
ancora le pa ro le , sopravvenne uno il quale
fece cert o l ’ A n g i u l i e r i , il For ta rr ig o essere
stato colu i che i suoi denar gl i a ve va t o lt i,
col mostrargli la quan tità di quegli che egli
a ve va perduti. P e r la qual cosa l ’ A n g i n l i er
turbatissimo disse al F orta rrig o un a gran­
dissima v il la nia , e se più d ' a l t r u i che di
D io temuto non avess e, glie le avrebbe fat­
t a : e m in acc ia nd olo di farlo im p ic c a r per
la gola o fargli dar bando d el le forche d i
S ie n a , montò a cava llo . Il Fort a rr ig o, non
come se l ’A n g iu lie r i a lui ma ad un a ltro
dicesse, dice va ; d e h , A n g i u l i e r i , in buona
ora la scia m o stare ora coleste parole che
non m on tan ca va ll e ; in tend ia m o a q u es to ;
noi il ri avr em per trentacinque sold i,
cig
o
r liendol testè ; che indugiandosi pure d i
qui a dom an e , non ne vorrà meno di t r entoto

�32

G IO R N A TA N O N A
com e e gli me ne p r e s tò , e fammene
questo piacere, perché io gli misi a suo sen­
no . Deh perchè non ci m ig lio r iam noi
seu
qti tre s o ld i? L ’ A n g iu li e ri uden d ol c osi
pa rlare si disp era va , e massimamente v e r ­
gendosi guatare a quegli che v ’ eran d in to r­
n o , li quali parea che credessono non che
il Fort a rr ig o i denari dello A n g iu lie r i
avesse g i u c a t i , ma che l’A n g iu li e ri ancora
avesse de'suoi, e d i c e v a g l i : che ho io a fare
di tuo fa rs etto? che app iccato sia tu per la
gola , che non solamente m ’ hai rubato e
g i ucato il m i o , ma sopra ciò hai impedita
l a mia andata , et anche ti fai beffe di me .
I l For ta rr igo stava pur fermo com e se a lui
n on d ic e sse , e dic e va : deh perditi non mi
v u o ’ tu m iglio ra r qui di tre soldi? non c r e ­
di tu che io te gli possa anc or se rv ir e ? deh
f a ll o , se ti ca l di m e : perchè hai tu questa
fr e t t a ? noi giugnerem bene ancora stasera
a T o r r e n i e r i . F a ’ , truova la bors a . Sap pi
che io potrei cerc a r tutta S i e n a , e non ve­
ne trov e rre’ uno che così mi stesse ben c o ­
m e ques to; e t a dire che io il lasciassi a
costui per tre nto tto s o l d i , e gli vale ancor
quaranta o più, sì che tu m i piggiorresti i n
due m od i. L ’ An giu li e ri di gra vissim o d o ­
lo r pun t o , veggendosi rubare da c o stu i , el
ora tenersi a parole , senza più ris pon d e r

�N O V E L L A IV.
33
gli , voltata la testa del pallafreno, prese il
c a m m in verso T o r r e n i e r i . A l quale il F o r ­
t a r r i g o , in una sottil malizia e n t r a t o , cosi
in camiseia com in ciò a t ro ttar d ie t r o : et
essendo già ben due miglia andato pur del
farsetto pregando , andand one l ' A n g i u li e r i
forte per levarsi quella seccaggine dagl i
o r e c c h i , venner vedu ti al For ta rr ig o lavo ­
ratori in un c a m po v ic in o alla strada di­
nanzi a l l ’A n g i u l i e r i , a 'q u a li il For ta rr igo
gr id a n d o forte i n com in ci ò a d ir e : pig liatel,
pigliatelo. P e r che essi con vanga e chi con
marra nella strada paratisi dinanzi al l ’ A n ­
g i nli e r i , avvisandosi che. rubato avesse c o ­
lui che in camiscia dietr o gli venia g ri da n ­
d o, il ritennero e presono. A l quale per dir
loro ch i egli fosse e com e il fatto stesse,
poco gio v a v a . Ma il For ta rr igo giunto là
con un mal viso disse: io non so com e io
non t'u ccid o , ladro d i s le a l e , che ti fuggivi
col m io. E t a ’ villa ni riv olto disse: v ed ete,
signori; com e egli m'avea lasciato n e ll o a l
bergo i n arnese, avendo prima ogni sua c o ­
sa g i ucata . Ben posso dire che per D io e
p e r v o i io abbia questo cotanto ra cq uis ta to,
d i ch e io sempre v i sarò te n uto. L ’ A ngi u
lieri diceva egli altresì ma le sue parole non
e rano a sco lt a t e . Il For ta rr ig o con l' a iu to
d e’ villani il mise in terra del p a ll a fr e n o , e

Tomo V

3

�34

G IO RN A T A NONA

s p o g l i a t o l o , d e ’ suoi pa nni si riv esti; et a
cavai m o n t a t o , lascia to l ’ A n g iu lic r i in
m
a
c iscia e s c a l z o , a Sie n a se ne t o r n ò , pe r
tutto d icend o se il p a l a f r e n o e ’ panni aver
vin t o a l l ' A n g i u l i e r i . L ’A ngiulieri che r i c ­
co si credeva andare al C a r d i n a l nella M a r
c a , pov ero et in ca m is ci a si tornò a
cn
o
u
Bo n v e n t o , nè per ver gogna a quei tempi
ardì d i tornare a S ie n a : ina statigli panni
pres tati, in sul ron zino che cavalcava F o r ­
tarrigo se n ’and ò a’ suoi parenti a Co rs ig n a
n o, c o ’quali si stette tanto che da capo dal
padre fu s o v v e n u t o . E così la m aliz ia d e l
F or tarr igo turbò il buono avviso dello A n
giu li eri , quantunque da lui non fosse a luo­
go et a tempo lasciata im p u n i ta .

N O V E L L A

V.

Calandrino s’ innamora d 'u n a giovane,
al quale Bruno f a un brieve, col quale
come egli la tocca ella va con lu i e
dalla moglie trovato, ha gravissima e
noiosa quistione.

,

,

F i nita la non lunga novella di Neifile ,
senza tropp o riderne o parlarne passatasene
la brig ata, la R eina verso la Fia m m etta

�N O V E L L A V.
35
vir o lt a , ch e ella seguitasse le c o m an d ò . L a
q uale tutta lieta rispuose che v o l e n t i e r i , e
c o m i n c i ò . G e n t ilis s im e d o n n e , si com e io
cr edo che voi sapp ia te, niuna cosa è di cut
ta n to si p a rli , che sempre più non pi a cci a ,
dove il tempo e t i l luogo che quella cot al
cosa r i c h i e d e , si sappi per co lu i che pa rla r
n e vuol e debitamente e le g g e r e . E p e r c i ò ,
se io riguardo quel lo p e r ch e noi siam q u i
( che per aver f esta e buon t e m p o , e non
pe r a l t r o , c i s i a m o ) stim o che ogni cosa
che festa e piacer possa por gere, qui a bbia ,
e luogo e tem po d eb ito, e benché mille v o l ­
te ragionato ne fosse, altro che dil ettar non
debbia a ltre tta nto pa rla n don e . P e r la qual
cosa , posto che assai volt e d e ’ fatti d i C a ­
la n drino detto si sia tra noi , rig u a rd an d o ,
si com e poco a va n ti disse F il ost rato , che
essi son tutti p i a c e v o l i , a rd ir ò oltre alle
det te d i d ir v en e una n o v e ll a ; la q u a le , se
io d alla verità del fatto m i fossi scostare
Voluta o v o l e s s i , avrei ben saputo e saprei
sott o a lt ri n o m i com po rla e r a c c o n t a r l a ;
m a perciò che il partirsi dalla verità delle
cose state nel novellare è gran d .m ii m ir e di
d il e tto negli ’ n t e n d e n t i , in propia fo rn a ,
d alla ra gion d i sopra detta aiutata , la vi
d irò.
N i c c o l ò C o rn a c c h in i fu nostro cit tad ino

�36
G IO R N A TA N O N A
e r ic c o u o m o , e tra l ’ altro sue possessioni
una bella n ' e b b e in C a m e r a t a , sopra la
quale fece fare uno orr evole e bello casa­
m e n t o , e con Br u n o e con Buffalmacco che
tu tto gliele dipignessero si con ve n n e : li
q u a li , perciò che il lavorio era m o lt o , seco
aggiunsero e N e l l o e C a la n d rin o , e co m in ­
ci a ron o a la vo r are . D o v e , benchè alcuna
camera fornita di letto e dell'a ltr e cose o p ­
por tu ne fosse , et una fante vecchia d i m o ­
rasse sì come guardiana del luogo , perciò
che altra famiglia non v ’ era , era usato un
figliuolo del detto N i c c o l ò , che avea n om e
F i l i p p o , si com e giovane e senza m ogli e ,
di mena r talvolta alcuna femina a suo d i ­
le t t o , e tenervela un dì o due e poscia man­
darla v ia . O ra tra l’ altre volte a vv en n e che
e gli ve ne menò una , ch e aveva nome la
N ic c o lo s a , la quale un tristo, che era c h ia ­
m a t o il M angione, a sua posta tenendola in
una casa a C a m a ldoli , prestava a vettura ,
A v e v a costei bella persona et era ben ve­
stita , e secondo sua pari assai costu mata e
ben p a rla n te . E t essendo ella un dì di me­
riggio della camera uscita in un g uarne llo
bi an co e c o ’ cape lli ra vv olt i al capo , et ad
un pozzo che nella corte era del casamento
la van dosi le m an i e ' l v i s o , avv en n e che
C a la n d rin o qu iv i venne per acqua, e

�N O V E LL A V.
37
d
sen
i cica m ente la s a l u t ò . E ll a rispostogli il
com in ciò a guata re, più perchè Ca la nd ri n o
l e pareva uno nuovo u o m o , che per altra
vag hezz a. C a la n d rin o com in c iò a guatar
l e i , e parendogli bella , co m in ciò a trov ar
sue cagion i, e non torna va a ' co m pag ni con
l ’acqua : ma non conoscendola , niuna cosa
ardiv a di dirle. E l l a che avveduta s ’era del
gu atar di costu i, per ucce lla rlo , alcuna v o l­
ta guatava l u i , alcun sosp iretto g i t t a n d o .
P e r la qual cosa Ca la nd ri n o subitam ente di
lei s’ i'sm ba rd ò ; nè pr ima si partì della cor­
te , che ella fu da F il ip po nella camera r i ­
chiamata.. C a la n d rin o tornato a lavorare ,
a ltro che soffiare non fa c e v a , di che Br uuo
accortosi , perciò che m olto gl i poneva
mente alle m a n i , sì com e quegli che gran,
d ile tto prendeva d e ’ fa tti s u o i , disse; ch e
d iavolo hai t u , sozio C a la n d rin o ? tu non
fai altro che soffiare. A cui Ca la nd ri n o
disse : s o z i o , se io avessi ch i m ’ aiuta ssi, io
starei bene. C o m e ? disse B r u n o . A cu i
C a la n d rin o disse; e ’ non si vuol dire a p e r­
s o n a . E gli è una giovane q u a g g i ù , che è
più bella che una L a m m ia , la quale è si
forte innam ora ta di me, che ti parrebbe un
gran fa t t o ; io m e n ' a v v i d i testé quando io
andai per l ’ a c q u a . O i m è , disse B ru n o ,
guarda che ella non sia la moglie di F i l i p po.

�38

G IO R N ATA NONA
Disse C a la n d rin o : io il c r e d o , perciò
ch e egli la c h i a m ò , et ella se n ’ andò a lui
nella c a m e r a ; ma che vuol perc iò dir q u e ­
sto ? io la fregherrei a C r is t o di così fatte
c o s e , non che a F i l i p p o . Io ti vo' dire il
v e r o , sozio, ella mi piace t a n t o , che io noi
ti potrei d i r e . D is se allora B r u n o : s o z io ,
i o ti spierò chi ella è ; e se ella è la moglie
d i F i l i p p o , io acconcerò i fatti tuoi in due
p a r o l e , perciò che e lla è multo mia dome­
s t i c a . Ma come farem noi che Buffalmacco
n ol s a p p ia ? io no n le posso mai favellare
c h ’ e’ non sia m eco. Disse C a la n d r in o ; d i
Buffalmacco non mi curo io , ma guardiamc i
di N e l l o , che egli è parente della Tessa e
guasterebbeci ogni cosa. Disse Bru n o: ben
d i' . O r sapeva Bruno chi costei e r a , sì co ­
m e colui che ved uta l ’avea ven ir e, et anche
F i l i p p o gliele a ve va d etto. P e r ch e, essen­
dosi C a la n d rin o un poco dal lavorio parti­
t o et andato pe r vederla , Bruno disse ogni
cosa a N e l l o et a Bulfalmacco , e t insieme
t ac ita m en te ordin aron o qu ello che fare gli
dovesser di questo suo in n am or am en to. E
co m e egli rito rnato fu , disse Bruno piana­
mente : vedestila ? Rispose Ca la nd ri n o ;
o i m è , s i , ella m ’ ha m o r t o . Disse Bru n o;
io v og lio andare a vedere se ella è quella
che io c r e d o ; e se cosi s a r à , lascia poscia

�NOVELLA V.
39
far me . Sceso adunque Bruno giuso, e t r o ­
vato F ilip p o c c o s t e i , ordinata mente disse
loro ch i era C a la n d rin o , e q u el lo che e gli
aveva lor d e t t o , e coti loro ord in ò quello
che ciascun di loro dovesse fare e dire , per
avere festa e piacere dello in nam oramento
d i C a la n d rin o . E t a C a la n d rin o tornatose­
ne , disse ; bene è d e s s a , e perc iò si vuol
questa cosa molto saviamente f a r e ; p e rciò
c h e , se F ilip p o se ne avvedesse, tutta l ’ac­
qua d ’ A r n o no n ci laverebbe . M a che
vuo' tu che io le d ic a da tua p a r t e , se egli
a vv ie n che io le favelli ? Rispose C a la n d r i­
n o ; gn aff e, tu le dira i im p rim a im p rim a ,
che io le voglio m ille moggia d i qu el buon
bene da im p re g n a r e , e p o s c ia , che io son
suo servigiale , e se ella vuol nulla ; hami
bene in te so ? Disse B ru no ; s i , lascia far
m e . V en uta l ’ ora della cena , e costoro
a ve n do lasciata opera e giù nella co rt e d i ­
s c e s i , essendovi F i l i p p o e la N i c c o l o s a ,
alquanto in serv ig io di C a la n d rin o iv i si
posero a sta re . D o v e Ca la nd rin o in com in ­
c iò a guardare la N ic c o lo s a , et a fare i p i ù
nuovi a tt i d el mondo , tali e tan ti che se
ne sarebbe a vv ed uto un cie co. E ll a d ’ altra
parte ogni cosa fa ceva per la quale c re d e s­
se bene a ccen d e rlo , e secondo la in fo r m a ­
zione avuta da B r u n o , i l m ig li or tempo del

�4o
G IO R N A TA N O N A
mo nd o prendendo d e ' modi di C a la n d r in o ,
F i l i p p o con Buffalmacco e con gli altri fa­
ceva vista di ragionare e di non avvedersi
di questo f a t t o . Ma pur do po alquanto con
grandissima noia di C a la n d rin o si partiro­
n o . E vedendosene verso F i r e n z e , disse
B ru n o a C a la n d rin o : ben ti dico che tu la
fai struggere come ghiacc io al sole; per lo
c o r p o di D io , se tu ci rechi la ribeba tua e
ca nti uri poco con essa di quelle tue canzo­
ni i n n a m o r a t e , tu la farai gittare a terra
d elle finestre per venir e a t e . Disse C a la n ­
d r i n o ; parti , s o z io ? parti che io la re c h i?
S í, rispose Bru n o. A cui Cala nd rin o disse;
tu non mi credevi o ggi, quando io il ti d i ­
c e v a . P e r ce rto , sozio , io m ’ avv eggio che
io so meglio che altro uomo far ciò che
io v o g l i o . C h i a vrebbe saputo, a lt ri che io,
fa r cosi tosto innamorare una così fatta
do nna com e è c o st e i? a buona otta l' a vr eb ­
b e r saputo fare questi giovan i di tromba m a ­
ri n a , che tutto ' l dì van n o in giù et in su,
e t in m il le anni non saprebbero accozzare
tre man di n o c c io li. O ra io v orr ò che tu
m i vegghi un poco con la ribeba ; vedra i
bel giu oc o: intendi sanam ente, che io non
son v ec ch io co m e io ti p a io , e lla se n ’ é
bene accorta ella j ma altra m en ti ne la farò
io accorgere se io le pongo la branca add os so:

�N O VELLA V.
41
per lo v er ac e corp o d i C r is t o , che io le
farò g iu o c o , che ella mi verrà dietro come
va la pazza al figliuolo. O , disse B ru no, tu
te la gri fe ra i. E ’ mi par p a r vedert i m or­
derle con cotesti tuoi denti fatti a bischeri
quella sua bocca ver m ig liu zz a e quelle sue
gote che paion due rose, e poscia m an ica rlati tutta quanta . Ca la nd ri n o udendo que­
ste parole , gl i pareva essere a ' f a t t i , et an­
dava cantando e saltando tanto lie to , che
non capeva nel c u o io . Ma l’ altro dì recala
la ribeba, con gran diletto di tutta la b ri­
gata cantò più canzon i con essa . E t in
brieve in tanta sosta en trò dello spesso v e ­
der coste i, che egli non la vor ava punto, ma
mil le volte il dì ora alla finestra , ora alla
porta et ora nella corte correa per veder
co st ei: la quale astutamente secondo l ' a m ­
maestramento di Bruno adoper ando, molto
bene n egli dava cagione. Bruno d ’altra parte
gli rispo nd evaalle sue ambasciate, e d a parte
di lei n e gli faceva tal volte : quando ella non
v'e r a che era il più del tem po, gli faceva
v e n ir lettere da lei, nelle quali esso gli d a ­
va grande speranza d e’ desideri s u o i, mo­
stra ndo che ella fosse a casa di suoi parenti
là dove egli allora non la poteva vedere*. E t
in questa guisa Bruno e Buffalmacco , che
te nevano mano al f a t t o , tra ev a no d e' f atti

�42
G IO R N A TA N ON A
di Cala nd rin o il mag gi or piacer del mon ­
d o , faccen dosi tal vo lta d a r e , sì com e do­
m an dato d alla sua don na , quando un pet­
tine d ’avo rio e quando una borsa e quando
u n colt e lli n o e co tali c i a n c e , allo ’ ncontro
re candogli co tali a ne llet ti contra ffa lli d i
n i un valore , d e ’ qua li Ca la nd rin o faceva
m aravigliosa festa. E t oltre a questo n' ave
van da lui di buone merende e d ’ altri on o
r e t t i, acciò che so ll ic it i fossero a ’ fatti suoi.
O ra avendol tenuto costoro ben due mesi
in questa forma senza più a v e r fatto , ve
d e ndo C a la n d rin o che il lavorio si veniva
finendo , e t avvisa ndo che se egli non re­
casse ad effetto il suo amore pr ima che fi­
n it o fosse il lavorio, mai più fatto non gli
potesse v e n ir e , co m in ciò m olto a strig liele
et a sollicitare Bruno. P e r la qual cosa, e s ­
sendovi la giovane venuta , ave ndo Bruno
prim a con F ili p p o e con lei ord in ato quello
che fosse da fa re , disse a C a l a n d r i n o : ved i,
s oz io, questa donna m ’ ha ben m il le volt e
promesso d i do ve r far ciò che tu v o r r a i , e
poscia non ne fa n u ll a, e p a n n i che ella ti
m en i per lo naso ; e perc iò poscia che ella
noi la come ella prom ette, noi gliele farem
lare o voglia ella o no,se tu vorrai. Rispose
C a la n d rin o : deh s ì , per l ’ a m or di D i o ,
fa cciasi tos to i Disse Bru no : dai a lt i egli il

�NOVELLA V.
43
cuore di t occa rla con un brieve ch e io ti
d arò ? Disse C a la n d r in o : sì b e n e . A d u n ­
q u e , disse Bru n o , f a ' c h e tu m i re ch i un
poco d i cart a non nata et un vi sp is tre llo
v iv o e tre granella d'incen so et una candela
benedetta, e lascia far me. C a la n d rin o stette
tuita la sera vegnente con suoi a rt ific i,p e r
p ig li a r e un v is p is t re llo ,e t alla fine presolo
c o ll ’altre cose il portò a B r u n o . Il quale
tiratosi in una ca mera , scrisse in su quella
carta ce rte sue frasche con alqu an te ca te ­
r a t t e , e portogliele e disse : C a l a n d r i n o ,
sa ppi che se tu la toccherai con questa
sc r i tt a , ella ti verrà incontanente d ie tr o , e
farà quello che tu v o r r a i . E però, se F i l i p ­
po va oggi in niu n lu o g o , a cco st a leti in
qualche m od o e t occ ala, e v atte ne nella c a ­
sa della paglia eh*è qui d a l l a t o , che è il
m i g li o r luogo ch e ci sia, perc iò che non v i
bazz ica mai persona : tu vedrai che ella v i
v e r r à : quando ella v ' è , tu sai ben c iò che
tu t ' h a i a fa re . Ca la nd ri n o fu il più lieto
uomo del m o n d o ; e presa la sc ri tt a , disse ;
s o z i o , lascia far me. N e l l o , da cui C a l a n ­
d rin o si g u a r d a v a , avea di questa cosa quei
d ile tto che gli alt ri , e con loro insieme te­
neva mano a beffarlo: e p e r c i ò , sì com e
Bruno gl i avea ord in ato, se n'and ò a F ir e n ­
ze alla moglie d i C a la n d r in o , e d isse le:

�44
G IO R N A TA N O N A
T e s s a , tu sai quante busse C a la n d rin o ti
diè senza ragione il d ì che egli ci t orn ò
co ll e pietre di M ug none; e perc iò io in t e n ­
do che tu te ne v e n d i c h i , e se tu noi f a i ,
non m ’aver mai né per parente uè per a m i ­
c o . E g li s ’ è innam orato d ’ una donna c o ­
lassù!, et ella è tanto t r i s t a , che ella si va
rin ch iu de ndo assai spesso con e ss o l u i, e
poco fa si die de r la posta d ’ essere insieme
via v ia ; e perc iò io voglio che tu vi venga,
e vegghilo e castighil b e n e . C o m e la donna
udì questo, non le parv e giu oc o, ma levatasi
in piè co m in ciò a d ir e ; o i m è , ladro p iu v i
co , fami tu questo? alla croce di Dio ella
non andrà c o s i , che io non te ne p a g h i . E
preso suo m antello et una fem inetta iti
c o m p a g n i a , vie più che di passo insieme
con N e ll o lassù n ’ andò. L a qual com e B ru ­
no vide v en ir e di lontano, disse a F i l i p p o ;
ec co l' a m ic o n o s t r o . P e r la qual cosa F i
lip po andato colà dove C a la n d rin o e gli
altri la voravano, disse: m ae stri, a me c o n ­
v iene andare testé a F i r e n z e , lavorate di
fo r z a . E pa rtito si, s ’andò a nascondere in
parte che egli poteva senza esser vedu to ,
ved er c iò che facesse C a l a n d r i n o . C a la n ­
dri n o, com e cr ed ette che F ili p p o alqu anto
dilungato fosse,così se ne scese nella c o r t e ,
dove egli t ro vò sola Ia N icco lo sa ; et entrato

�N O V E L L A V.
45
con lei in n o v e l l e , et e l l a , che sapeva
ben ciò che a fare a ve va , a c c o s t a t a g l i , un
poc o d i più dimestichezza che usata non
èra gli f e c e . Do nde C a la n d rin ola lo c c ò con
Ia scritta , e come tocca l ’ ebbe , senza d ir
nulla volse i passi verso la casa della pa­
glia , d ov e Ia N icco losa gli andò dietr o e ,
co m e dentro fu, chiuso l ' u s c i o , abbracciò
C a l a n d r i n o , et in su la paglia che era i v i
in terra il gittò e saligli a dosso a c a v a l ­
c i o n e , e tenendogli le mani in su g li om er i,
senza lasciariosi appressare al viso , quasi c o ­
rnami suo gran dividero i l guardava dicendo ;
o C a la n d rin o mio d o lc e ,c u o r del corpo m io,
anim a m i a , ben m i o , riposo m i o , quanto
tem po ho io des iderato d ’averti e d i potert i
tenere a mio se n n o. T u m ’ hai con la pia­
ce volezza tua tratto il lì lo della c a m is c ia ;
tu m ’ hai a ggra tiglìa to il cuore coll a tua
rib e b a : può egli esser vero c h e io ti teng»a ?
C a la n d rin o appena potendosi m u o v e r , d i ­
c e v a : d e h , anim a mia d o l c e , la sc ia m iti
basc iare. L a N ic colo sa diceva : o tu hai la
gran fr etta ; lasciamoti prima vedere a mio
s e n n o , lasciami saziar gli occh i di questo
tuo viso dolce. Bruno e B u ffa lm a c c o n ’erano
andati da F ilip p o , e tutti e tre v ed e va ­
n o et udi va no questo fa tto . E t essendo già
C a la n d rin o per voler pur la N ic c o lo s a ba-

�46

GIORNATA NONA

bac i a r e , et ecco giu gner N e l l o con monna
T e s s a . Il quale co m e g iu n s e , d is se ; io fQ
boto a D io che sono in si e m e; et a l l ’ uscio
della casa p e r v e n u t i, la d on na , che arrab­
b ia v a , datovi delle m a n i , il m an dò olt re ,
e t entrata dentro v ide la N ic c o lo s a addosso
a Caland rin o. L a quale com e Ia donna vid e,
subitame nte levat as i,fu gg i via et andossene
là dove era F ilip p o . Monna T e s s a corse con
l ’ unghie nel viso a C a la n d rin o ch e ancora
levat o non e r a , e tutto glie le g r a f f i ò , e
presolo per li c a p e l l i , e t in qua et in là ti­
r a n d o lo , c o m in c iò a d ir e ; sozzo can v it u
p e l a t o , dunque mi fai tu q u es to ? v ec ch io
im p a z z a t o , che maladetto sia il bea ch e io
t ’ ho v o l u t o . Dun que non ti pare avero
t an to a fare a casa tu a, che ti vai in n am o­
rando per l ’al tru i ? Ecc o bello innamorato!
O r non ti conosci t u , t ris t o ? non t i co n o­
sc i tu d o le n te ? che p r em e n d o li t u t to , non
uscirebbe tanto sugo che bastasse ad una
sa lsa . A l l a fè d i D i o , egli n on era ora l a
T e ss a quella che ti ’ m p r e g n a v a , ch e Dio
la faccia trist a c h i u n q u e ella è, che ella dee
ben sicuramente esser c a tt iv a cosa, ad aver
v aghezza di cosi bella gioia c o m e tu se’ .
C a la n d rin o vedendo v e n ir la m o g l i e , non
rimase nè m o rto nè v i v o , uè ebbe ardire di
far con tro di lei difesa alcuna ; ma pur cosi

�N O V E L L A V.
47
graffiato e tu tto pelato e rabbuffato, r i colto
il ca ppu cc io suo e le v a t o s i,c o m in c iò u m il­
mente a pregar la moglie che non gridasse,
se ella non voleva che e g li fosse tagliato
tutto a p e z z i , perciò che colei che c o n lui
e ra , era moglie del signor della c a s a . L a
donna disse; s ia ,c h e Id d io le dea il m alan ­
n o. Bruno e Buffalm acco,ch e con F ilip p o e
con la N ic colo sa ave van di questa cosa riso
al lor senno , quasi al ro m or venendo, colà
t r a s s e r o ; e dopo molte novelle ra ppa ci fi ­
c a t a la d o n n a ,d ie r o n per consiglio a C a la n ­
d rin o che a Firenze se n ’andasse e più non
vi tornasse, a c c i ò che F i l i p p o , se n ie n te
di questa cosa sentisse, non g li facesse m a ­
l e . C o si adunque C a la n d rin o tristo e c a tt i­
v o , tutto pelato e tutto graffiato a F ir e n ze
t o rn a to s e n e , più colassù non avendo ardir
d ’ a n d a r e , il dì e la notte molestato et a f ­
flitto dai ri m b ro tti della m o gli e ,a l suo f e r ­
vente amor pose fine , ave ndo molto dato
da ridere a ’suoi co m pag ni e t alla N ic colo sa
et a Filip po.

�48
N O V E L L A

VI.

Due giovani albergano con uno, de'quali
l'uno si va a giacere colla figliuola e
la moglie d i lu i disavvedutamente si
giace con l 'altro. Quegli che era con la
figliuola si corica col padre di lei e
dicegli ogni cosa , credendosi dire al
compagno Fanno romore insieme La
donna ravvedutasi entra nel letto dèlia
figliuola, e quindi con certe parole ogni
cosa pacefica

,

,
.

.

.

C a l a n d r i n o , c h e a l t r e v o l t e Ia b r i g a t a
a v e v a f a t t a r i d e r e s i m i l m e n t e q u e s t a v o lt a
la f e c e ; d e ' f a t t i de l q u a le p o s c ia c h e le
d o n n e si t a c q u e r o , la R e i n a i m p o s e a P a m
filo c h e d i c e s s e . I l q u a l d is s e . L a u d e v o l i
d o n n e , il n o m e d e l l a N i c c ol osa a m a t a da
C a l a n d r i n o m ’ ha n e lla m e m o r i a t o r n a t a
u n a n o v e lla d i u n ’ a l t r a N i c c o l o s a , la q u a l e
d i r a c c o n t a r v i m i p ia c e , p e rc iò c h e in essa
v e d re te un subito a v v ed im en to d ’una b u o ­
na d o n n a avere un gra nde scandolo tolto
v ia .
N e l p i a n d i M u g n o n e fu , n o n h a g u a r i ,
u n b u o n o u o m o , il q u a le a ’ v ia n d a n t i d a v a

�N O V E L L A V I.
49
pe’ lor danari mangiare e bere ; e com e che
povera persona fosse et avesse piccola casa,
alcuna volta pe r un bisogu o grande , non
ogni persona , ma alcun con os ce nte alber­
gava. O ra aveva costui una sua moglie assai
bella fe m in a, della quale a ve va due figliuo­
l i ; e l ’ uno era una giovanotta bella e le g ­
giadra , d ’ età di q uindici o d i se dici a n n i ,
elle ancora m ari to non avea: l ’ a ltro era un
fanciul pi cc olin o , ch e ancora non aveva
uno a n n o , il quale la madre stessa a l l a t t a ­
v a . A l l a giovane aveva posto g li o c c h i a d ­
dosso un giovanetto leggiadro e pia ce vo le e
gentile uomo della nost ra c i t t à , i l quale
m olto u sava per la co n tra da , e focos ame nte
l ’ amava . E t ella ch e d ’ esser da un cosi
fatto giovane amata forte si g lo r ia v a , men­
tre d i ritenerlo con pia ce voli se m bia n ti
nel suo a m or si sformava, di lui sim il m en te
s’ in n a m o r ò ; e pili v o lt e per grado d i cia ­
scuna delle part i avrebbe tale amor e avu to
effetto, se P in u c c io (che così a ve va nome i l
g io v a n e ) non avesse sch ifa to il biasimo
della giov ane e ’l suo. M a pur di giorno in
gior no m u lt ipl ican do l’ ardore , ven ne desi­
dero a P in u c c io d i doversi pu r con costei
ri t r o v a r e , e cadd egli nel pensiero d i t ro v a r
m odo d i d o v e re co l padre a lb er g a r e, a v v i ­
sando , sì com e colui che la disposizion
T om o V .
4

�5o
G IO R N A TA N ON A
della casa della giovane sa peva, c he se q u e ­
sto facesse, g li potrebbe v en ir fa tto d 'esser
c o n lei, senza avvedersene persona; e com a
n e ll'a n im o gli v e n n e , così sanza indugio
m a n d ò ad affe tto. E ss o insieme con un suo
fidato c o m p a g n o , chiam ato A d r ia n o , il
quale questo am or sapeva, to lt i una sera al
t ar d i due ro n zin i a vettura e postevi su due
v a lig ie , forse piene di p a g li a , di F ir e n ze
usc ir on o, e presa una lor v o l t a , sopra il
pian di Mugliane cava lca ndo p e r v e n n e r o ,
essendo già n o t t e ; e di q u i n d i , com e se di
Ro m ag na t or n ass ero , data la volt a , verso
la casa se ne venne ro , et alla casa del buo­
n o uom p icch ia ro n o : il quale, si co m e c o ­
lu i ch e m olto era d im est ico di c i a s c u n o ,
aperse la porta pr e s ta m e n t e . A l quale P i ­
n u ccio disse: v e d i , a te con vi en e stanotte
a lb er ga rci ; noi c i cre d e m m o d o v e r potere
entrare in F ire n z c ,e non ci siamo sì saputi
st u d i a r e , che noi n on siam qui pure a cosi
fa tta ora, com e tu v e d i , g iu n t i. A cu i l ’ oste
rispose: P in u ccio , tu sai bene com e io sono
agiato di p ote r così fatti uomini com e v o i
sie te , albergare;ma pur,poichèquestaora v ’ha
qui so p ra gg iu nti, nè t e m p o c i è da p o t e r e a n
dare a lt r o v e ,io v ’ alber gherò vo lentie ri come
io po trò , I s mon tati adunque i d u e g i o v a ni e
n e ll o alberghet t o e n t r a t i , prim ie ra mente i

�N O V E L L A V I.
51
lo ro ron z ini ad agiaron o,et appresso, a ven do
ben seco portato da c e na , insiem e con l ’oste
c e n a ro n o . O ra non avea Toste che una c a ­
n terella assai p ic co la , n ella q uale eran tre
le ttic e lli m e s s i, com e il m eglio T o ste avea
sa p u to : nè v ’ era per tu tto ciò tan to di spa­
zio r i m a s o , essendone due d a ll ' una d elle
facce d ella cam era e ’ 1 terzo di rin con tro a
q u eg li d a ll’ a lt r a , che a ltro che stre tta m ente a n d a r v i si potesse. D i questi tre
le tti fece T o ste il m en c a ttiv o a cco n ciar
p er li due c o m p a g n i, e fecegli c o r ic a r e .
P o i dopo a lq u a n to , non dorm en do aleuti
d i loro, com e che di d o rm ir m o strasse ro ,
fe ce l ' oste n e ll'u n d e ’ due c h e rim asi e ra ­
no c o r i c a r la fig liu o la , e n e ll' a ltro s’en trò
e g li e la donna su a . L a q uale a llato del
le tto dove d o rm iva , pose la cu lla nella qua­
le il suo p icco lo fi g lio le tto te n e v a . E t es­
sendo le cose in questa g u isa d is p o s te , e
P in u c c io aven do ogni cosa v e d u t a , dopo
alqu an to sp a zio p aren d og li che ogn ’ uom o
ad d o rm en ta to fo s s e , pianam ente le v a to si
se n ’ andò al le ttic e llo dove la giovane am a­
ta da lui si g ia c e v a , e m iselesi a giacere a l­
la t o : d alla q u ale, ancora che paurosam ente
il
facesse, fu lietam en te r a c c o lto , e con e s ­
so le i d i quel p iacere, che più d esid erav an o ,
prendendo si stette. E standosi co sì P in u c cio

�52

G IO R N A T A N O N A
con la g io v a n e , avven n e che una gatta
fece ce rte cose c a d e re , le q u ali la donna
destatasi sen tì : per ch e , tem en do non fosse
a lt r o , cosi a l buio levatasi com e e r a , se
n ’ an d ò là dove se n tito avea il ro m o re . A
d ria n o , ch e a c iò non avea l ’ a n im o , p e r
avven tu ra per alcuna o p p ortu n ità natu rai
si le v ò ; a lla quale espedire a n d a n d o ,tro v ò
la c u lla postavi d alla d o n n a : e non poten ­
d o senza levarla o ltre p a ssa re , presala la
le v ò d el luogo dove era , e posela a lla to al
le tto dove esso d o rm iv a ; e fo rn ito q u ello
p e r che levato s 'e r a e torn a n d osen e, senza
d ella cu lla cu rarsi , n el le tto se n ’ e n t r ò .
Lia donna avendo ce rco e tro v ato ch e quello
ch e cadu to era n on era tal cosa, non si c u ­
rò d ’ a ltrim e n ti accen d er lum e per v ed e rlo ,
m a g a rrito alla g a t t a , n e lla cam eretta se
n e to rn ò , e t a tentone d iritta m e n te al letto
d ove il m arito d o rm iva se n 'an d ò . Ma non
tro v a n d o vi la c u lla ,d is s e seco stessa: o im è,
c a ttiv a m e. Vedi q uel ch e in faceva! in fe
d i D io , che io me n ’ andava d irittam e n te
n el le tto d egli osti m ie i. E fattasi uu poco
pii) ava n ti e tro v ata Ia c u lla ,in quello letto
a l quale ella era a lla to ,in sie m e con A d r ia ­
no si c o r ic ò , credendosi co l m arito c o ric a ­
re. A d ria n o c h e ancora add orm en tato non
era , sen ten d o qu esto , la rice v e tte bene e

�N O V E L L A V I.
53
lietam en te, e senza fare altram ente m o tt o ,
da una v o lta in su c a ric ò l’ o rz a con gran
piacer della d o n n a . E cosi stando, tem endo
P in u ccio non il sonno con la sua gio van e
il soprapprendesse , avendone quel p ia cer
preso che e gli d e s id e r a v a , per to rn a r n el
suo letto a d orm ire le si levò d allato , e là
V enendone,trovata la c u lla , cred ette q u ello
essere q u el d e ll’ o ste : per che fa tto si un
poco più a v a n t i, insiem e co n l ’oste si c o ­
r ic ò . Il q uale per la venuta d i P in u c c io si
d estò . P in u ccio credendosi essere a llato ad
A d ria n o , d isse: ben ti d ico che m ai si d o l­
ce cosa non f u , com e è la N ic c o lo sa . A l
c o rp o di D io io ho avu to il m aggior d ile tto
ch e mai uom o avesse con l'emina , e d ic o li
ch e io sono andato da sei v o lte in su in
v illa , poscia ch e io m i p a rtii q u i n c i . L ’ o­
ste udendo queste n ovelle e non piacendo­
g li t r o p p o , prim a disse seco ste sso ; che
d ia v o l fa costui qui ? P o i più tu rb ato ch e
c o n s ig lia to , d isse: P in u c c io , la tua è stata
u na gran v illa n ia , e non so perché tu m i
t ’ abbia a far q u esto; ma per lo c o rp o d i
D io io te ne p a g h e rò . P in u c c io , che non
era il p iù sa vio giovan e del m o n d o , a v veggendosi d e l suo erro re , non ricorse ad
em end are com e m eglio avesse p o tu to , m a
d isse ; d i ch e m i p a g h e ra i? c h e m i p o tre stù

�54
G IO R N A T A N O N A
fare tu ? L a d o nna d e ll'o s te ch e c o l m arito
si cred eva essere, disse ad A d ria n o : o im è,
odi g li osti n o stri che hanno non so che p a ­
role in sie m e . A d ria n o rid en do d is s e ; la ­
sc ia g li fa r e , che Id d io g li m etta in m al
anno ; essi b e vv e r tropp o ie rse ra . L a d o n ­
n a , parendole avere udito il m arito ga rrire,
e lu d e n d o A d r ia n o , in contanente conobbe
là dove stata era e co n cu i : per che , com e
sa v ia , senza alcu n a parola d ire , subitam en ­
te si l e v ò , e presa la cu lla d el suo figliole t t o , com e che punto lum e n ella cam era
non si vedesse , per a vv iso Ia portò a llato
al le tto dove d o rm iva la fig liu o la, e con lei
si c o r ic ò ; e quasi desta fosse per lo rom or
del m a r it o , il ch iam ò e dom an dollo ch e
parole e g li avesse con P in u c c io . Il m arito
risp o se : non odi tu ciò c h ’ e ’ d ice che ha
fatto stanotte alla N icco lo sa ? L a d o nna
d isse ; e gli m ente Itene per la gola, ch e c o n
la N icco lo sa non è egli gia ciu to , che io m i
c i co rica i io in quel punto che io non ho mai
poscia potuto d o rm ire ; e tu se’ una bestia
che g li c r e d i. V o i bevete tanto la se ra ,ch e
poscia sognate la n o tte, et andate in qua et
in là senza se n tirv i, e parvi far m araviglie.
E g li è gran p e cca to che v o i non v i fiaccate
il c o llo ; m a ch e fa e gli costi P in u c c io ?
p erch è non si sta e gli n e l le tto suo? D ’a ltra

�N O V E L L A V I.
55
parte A d r ia n o veggendo che la donna s a
viam ente la sua vergogna e quella d ella fi­
gliuola r ic o p r iv a , d is s e : P in u c c io , io te
1’ ho d etto cen to v o lte che tu non vad a a t­
torno: ch e questo tao v iz io d el levarti in
sogno e d i d ire le fa vo le che tu sogni per
v e re , ti daranno una v o lta la inala ven tu ­
ra ; torna qua, che D io t i dea la m ala n ot­
te . L ’ oste udendo quello che la donna d i­
ceva, e q uello che d iceva A d r ia n o , c o m in ­
c iò a cred er tropp o bene che P in u c c io so ­
gn asse; per che presolo per la s p a lla , lo
in co m in ciò a dim enare e t a ch iam ar , d i­
ce n d o : P in u c c io , d e s t a t i, torna al le tto
tu o . P in u ccio avendo ra c c o lto c iò che d e t­
to s’e r a , co m in ciò a guisa d’ uom che so­
gnasse ad en trare in a ltri fa rn etich i: di ch e
] ’ oste faceva le m aggior risa d el m o n d o .
A ll a fine pur sentendosi d im en are , fece
sem biante d i d estarsi,ech ia m a n d o A d r ia n ,
d isse ; è e g li ancora d ì , ch e tu mi ch iam i?
A d ria n o d isse : sì, V i e n n e qua. C o stui in fignendosi e m ostrandosi ben so n n o cch io so ,
al fine si levò d 'a llato a ll’ oste e to rn ossi a l
le tto con A d r ia n o . E ven u to il gio rn o e
le v a t is i, T o ste in co m in ciò a r id e r e , e t a
farsi beffe d i lui e d e’ suoi s o g n i. E cosi
d ’ uno in a ltro m o tto , a ccon ci i duo g io v a ­
n i i lo r ro n z in i e messe lo r v a lig ie e bevuto

�56
G IO R N A T A N O N A
con l ’ oste , rim o n ta ti a c a v a llo sa ne Ten­
n ero a F ire n z e , non m eno c o u te n ti” del
m odo in c he la cosa avven uta e ra , ch e de llo
effe t to stesso d ella c o s a . E poi appresso
t ro v a ti a ltr i m o d i, P in u c c io con la N ic c o ­
losa si ritro v ò , la quale alla m adre afferm a­
v a lu i ferm am en te a ver sognato. P e r la qual
cosa la donna rico rd a n d o si d e ll’ abbracciar
d ’A d r ia n o, sola seco d iceva d ’a v e r v egghiato.
N O V E L L A

V II.

Taluno d i Malese sogna che un lupo
squarcia tutta la gola e 'l viso alla mo
glie : d i cele che se ne guardi, ella noi
f a , et avvivale .
E s s e n d o la n o v e lla d i P a ra filo f in it a , e
l ’a vved im en to d ella d onna co m m en dato da
t u t t i, la R eina a Pam p in ea disse che d ic e s ­
se la su a. L a quale allo ra c o m in c iò . A ltr a
v o lta , p ia c e v o li donne , d elle v erità d im o ­
strate da’ so gn i, le q u ali m olte sch ern iscon o ,
s ’ è fra n oi ra gio n ato ; e però , com e che
d etto ne sia , non lascerò io che con una
n ovelletta assai b rieve i o n on v i n arri q u e l­
lo che a d una m ia v ic in a , non è an co r gua­
r i , a d d iv e n n e , per non cred ern e uno di lei
dal m arito v ed u to .

�N O V E L L A V II.
57
Io non so se v o i v i conosceste T a la n o di
M olese, uom o assai o n orevole. C o stu i a ven ­
do una gio v an e ch iam ata M a r g a r ita , b e lla
tra tu tte l’ a ltre per m o glie p r e s a , m a so­
pra ogni a ltra b izzarra , sp iacevo le e ritro sa
in ta n to , ch e a senno d i niuna persona v o ­
le v a fare alcuna co sa , nè a ltri far la poteva
a s u o . I l ch e quantunque gra v issim o fosse
a com p ortare a T a la n o , non poten do a ltro
f a r e , se ’ l so ffe riv a . O ra avven n e una n ot­
te , essendo T a la n o con questa sua M arg ari­
ta in con tad o ad una possession e, d o rm en ­
d o e g li, g li parve in sogno v ed e re la donna
sua a nd ar per un bosco assai b e llo , il q uale
essi non guari lontano a lla lor casa a v e v a ­
no. E m entre cosi andar la ved eva, g li parve
che d i una parte del bosco uscisse un g ra n ­
de e Gero lu p o , il quale prestam ente s ’ a v ­
v en tava a lla gola d i costei e tiravaia in te r ­
r a , c lei g rid a n te aiuto si sfo rzava d i tira r
v ia ; e poi di bocca u s c it a g li, tu tta la gola
e ’1 v iso pareva l ’avesse g u a s to . I l quale la
m attin a appresso le v a t o s i, disse a lla m o ­
g lie ; d o n n a , ancora che la tua ritro sia non
abbia m ai sofferto che io abbia potuto avere
un buon d ì con teco , p u r sarei d olen te
q uando m al t 'a v v en isse , e p e rc iò , se tu c re ­
d erai a l m io c o n s ig lio , tu non u scira i oggi
d i c a sa ; e dom an dato da le i d el p e r c h è ,

�58
G IO R N A T A N O N A
ord in atam en te le con tò il sogno suo . L a
d onna cro llan d o i l cupo d isse : ch i m al ti
V u o l , m al ti sogna . T u ti fai m olto d i me
p i e t o s o , ma tu sogn i d i m e q u ello che tu
v o rre sti v ed e re ; e per certo io me ne gu ar­
derò et oggi e sem pre , d i non fa rti nè di
q uesto nè d ’ altro m io m ale m ai a lle g r o .
D isse a llo ra T a lu n o ; io sapeva bene che tu
d o v e v i d ir c o s i , perciò c o ta l grado ha ch i
tign a pettin a ; ma cred i che ti p ia c e , io
p e r me il d ico per bene, et ancora da capo
te ne c o n sig lio , che tu oggi t i stea in casa ,
o alm eno ti gu ardi d ’andare n el n ostro bo­
sco . L a donna d isse: bene, io il farò: e poi
seco stessa co m in c iò a d ire ; hai veduto
com e costu i m aliziosam en te si crede aver­
m i messa paura d ’ andare oggi al bosco n o ­
stro ? là dove e gli per c e rto dee a ve r data
posta a qualche c a ttiv a , e non vuol che io
il v i t r u o v i. O e gli avrebbe buon m an icar
co ’ c ie c h i , e t io sarei bene sciocca se io noi
con oscessi e se io il c re d e ssi; m a per c e rto
e ’ non g li verrà fa tto : e’ co n vien p u r che
io v e g g a , se io v i dovessi sta r tu tto d i, che
m ercatanzia debba esser questa ch e e gli
oggi far v u o le . E com e questo ebbe d etto ,
u scito il m arito d ’ una parte della casa , et
e lla usci d e ll’ a lt r a ; e com e più nascosa­
m en te p o tè , senza a lcu no indugio se n 'an d ò

�N O V E L L A V II.
59
nel b o s c o , et in q u ello n ella più folta p a r­
te che v ’ era si n a s c o s e , stan d o atten ta e
guardando o r qua or là , se alcu na persona
V enir v ed e sse . E m en tre in questa guisa
stava senza a lcu n sospetto d i lu p o , e t ecco
v ic in o a lei u sc ir d ’ una m acch ia fo lta un
lupo gran de e t e r r ib ile , nè potò e lla , p o i­
ché ved u to l ’ e b b e , appena d ir e , D o m in e
a iu t a m i, che il lupo le si fu a v v e n ta to a lla
g o l a , e presala f o r t e , la c o m in c iò a p o rta r
v ia com e s e stata fosse un p icco lo a g n e lle t­
to . E ssa non poteva g r id a r e , sì a veva la
gola stretta , nè in a ltra m aniera aiutarsi ;
p e r ch e , portandosenela il lu p o, senza fa llo
stra n go la ta 1' a v re b b e , se in c e rti pastori
non si fosse sco n tra to , li q u ali sgrid an d o lo
a la scia rla il costrin sero ; et essa m isera e
c a t t iv a , da pasto ri rico n o sciu ta e t a casa
portatane , d opo lungo studio da’ m ed ici fu
gu arita, ma non sì, che tu tta la gola e t una
parte del v iso non avesse per si fa tta m a ­
niera g u asta, che dove p rim a era b e lla ,
non paresse poi sem pre so zzissim a e co n ­
tra ffa tta . L aon de e lla vergognandosi d ’ a p ­
pa rire dove veduta fo s se , assai v o lte m ise­
ram ente pianse l a sua ritro sia et i l non v o ­
le r e , in q u ello che n ien te le c o s ta v a , a l
vero sogno d el m arito volu to dar fe d e .

�Go

G IO R N A T A N O N A
N O V E L L A

V III.

Biondello f a una beffa a Ciacco d ’ un de­
sinare , della tinaie Ciacco cautamente
si vendica , f accendo lu i sconciamente
battere.
U n iv e r s a lm e n t e ciascu no d ella lieta co m ­
pagn ia d isse, q uello che 'l’ alano v ed u to avea
d o rm e n d o , uou es s er e stato sogno m a v i ­
sio n e , si a p p u n to , senza alcuna cosa m an­
c a t i l e , era a v v e n u to . Ma tacen d o c ia scu n o ,
im p ose la R ein a a lla L a u re tta che segu itas­
se. L a qual d is s e . C o m e co sto ro , savissim e
d o n n e , che oggi d avan ti a me hanno p a rla ­
to , quasi t u lli da alcuna cosa già d etta
m ossi sono sta ti a ragion are, cosi me m uove
la rig id a v en d etta ie ri raccon tata da P a m ­
p in e a , ch e fe’ lo scola re, a d o v e r d ire d ’ una
assai g ra v e a co lu i ch e la so ste n n e , q u an ­
tunque no n fo sse p e rciò tanto fiera . E per­
c iò d ico c h e ,
E ssendo in F ire n ze uno da tu tti c h ia m a ­
to C ia c c o , uom o gh io ttissim o q u an to a lcu n
a ltro fosse g ia m m a i, e non possendo la sua
po ssib ilità sostenere le spese ch e la sua
gh otto ru ia rich ie d ea , essendo per a ltro

�N O V E L L A sV
a I II
61
sai costum ato e tu tto pieno di b e lli e d i
piacevoli m o t t i, si d iede ad essere non del
lu tto uom d i c o r t e , m a m o rd ito re , e t ad
usare con co lo ro che ric c h i e r a n o , e d i
m angiare d elle buone cose si d ile tta v a n o ; e
con questi a desinare e t a c e n a , a n co r che
ch iam ato non fosse ogn i v o lta , andava assai
so v e n te . E ra sim ilm en te in quei tem p i in
F ire n z e u n o , il quale era ch iam ato B io n ­
d ello , p ic c io le tto d ella persona , leggiad ro
m olto e più p u lito che una m osca , con sua
cuffia in cap o, c o n una zaraerin a b io n d a , e
p er punto senza un cap ei to rto a v e r v i , il
q u ale q uel m edesim o m estiere usava ch e
C ia c c o . Il quale essendo una m attin a d i
quaresim a andato là d o ve il pesce si v en d e ,
e com peran d o due gro ssissim e lam prede
p er m esser V ie r i d e ’ C e r c h i, fu veduto da
C ia c c o ; il q uale a vv icin ato si a B io n d ello
disse; ch e vu ol d ir q u esto ? A cu i B io n d ello
risp o se : iersera ne furon m andate tre altre
trop p o più b e lle ch e queste non sono , et
uno storio n e a m esser C o rso D o n a t i, le
q u a li non bastan dogli per v o le r d ar m an­
giare a c e r ti g e n tili u o m in i, m ’ ha fatte
com perare quest’ a ltre d u e : non v i v e rra i
t u ? Rispose C ia c c o : ben sai ch e io v i v e r ­
r ò . E quando tem p o g li p a rv e , a casa m es­
ser C o rso se n ' a n d ò , e tro v o llo con a lc u n i

�62
G IO R N A T A N O N A
suoi v ic in i ch e ancora n o n era andato a
desinare . A l q uale e g l i , essendo da lui do­
m andato ch e andasse fa c c e n d e , risp ose:
m essere, io vengo a desinar con voi e con
la vostra brigata . A cu i messer C o rso d is ­
se ; tu sie ’ l ben v en u to ; e p erciò che egli è
tem p o , an d ian n e. P ostisi adunque a ta v o la ,
p rim iera m en te ebbero d el cece e d ella so r­
ta , et appresso d el pesce d ’ A rn o f r it t o ,
senza p iù . C ia c c o a cco rto si d ello in gann o
di B io nd e llo , e t in se non poco tu rb atose­
n e , propose di dovern el pagare . N è passar
m o lti d ì ch e egli in lui si s c o n t r ò , il q ual
g ià m o lti a veva fa tti rid ere d i questa bella.
B io n d ello ved u tolo il s a lu t ò , e riden do il
dom andò c h e n ti fossero sia te le lam prede
d i m esser C o r s o . A cu i C ia c c o rispon den ­
do d is s e ; a v a n ti ch e o tto gio rn i p a s s in o ,
tu il saprai m olto m eglio d ir di me. E sen­
za m ettere in d ugio al f a t t o , p a rtito si da
B io n d e llo , con un saccente b arattie re si
co n ve n n e del p rezzo , c d atogli un b o ttaccio
d i v e t r o , il m enò v ic in o d ella loggia dei
C a v ic c iu li, e m o stro gli in quella uu c a va ­
lie r e , ch iam ato m esser F ilip p o A r g e n t i ,
uom o grande e nerboru to e fo rte , sdegnoso,
iracu n d o e b izza rro p iù ch e a ltro , e d isse ­
l l i ; tu te ne a n d ra i a lui con questo fiasco
i n m a n o , e d ira g li c o r i; m esse re , a v oi m i

�N O V E L L A V III.
63
m anda B io n d e llo , e m andavi pregando c h i
v i p ia ccia d ’ a rru b in a rgli questo fiasco d el
vostro buon v in verm iglio , ch e si v u o le
alquan to sollazzar con suoi zan zeri ; e sta ’
bene accorto ch e e gli non ti ponesse le
m ani addosso, perciò che egli ti darebbe il
m al d i, et avresti guasti i fa tti m i e i . D isse
il b a ra ttie re : ho io a d ire a ltro ? D isse
C ia c c o : n o, v a ' p u re , e com e tu hai questo
d e t t o , torn a qui a me co l C a sc o , e t i o t i
pagh erò. M ossosi adunque il b arattiere, fe ­
ce a m esser F ilip p o l ’ a m b asciata . M esser
F ilip p o u dito c o s tu i, com e co lu i che p ic ­
cola levatura avea , avvisando che B io n d e l­
l o , il quale egli con osceva , si facesse beffe
d i lu i , tu tto tin to n el v iso , d ic e n d o ; che
a rru b in a tem i e che zan zeri son questi ? che
nel m al anno m elta Id d io te e l u i , si levò
i n p iè e distese il braccio per p ig lia r con
Ia inano il b a ra ttie re ; ma il b arattie re , co ­
m e colu i che a tten to stava , fu p resto e
fu ggì v ia , e per a ltra parie rito rn ò a C ia c ­
co , il quale ogn i cosa veduta avea, e d isse
g li c iò che m esser F ilip p o aveva d e t t o ,
b ia c c o co n ten to pagò il b arattie re e n on
rip o sò mai c h ’ e g li ebbe ritro v a to B io n d el­
lo , al q uale e gli d isse ; f o s t i a questa pezza
dulia loggia d e ’ C a v ic c iu li? R isp ose B io n ­
d e llo ; m ai n o ; p e rch è me ne d o m and i t u ?

�64
G IO R N A T A N O N A
D isse C ia c c o ; p e rc iò ch e io ti so d ire che
m esser F ilip p o t i fa c e rc a re ; non so q u el
c h ' e* si v u o le . D isse allora B io n d ello : b e ­
n e , io vo verso là , io g li farò m o tto. P a r ti­
tosi B ion d ello , C ia c c o g li andò a p p re sso ,
p er ved ere com e il fa tto an d asse. M esser
iFlip p o non aven do potuto g inguere i l ba­
r a t t ie r e , era rim aso fieram ente tu rb ato e
tu tto in se m edesim o si rod ea, non potendo
d a lle p a role d ette d al b arattie re cosa del
m ond o t r a r r e , se non che B io n d ello , ad
in stan zia d i cu i che sia , si facesse beffe di
l u i . E t in questo che egli così si rodeva , e
B io n d el v en n e . I l quale com e e gli v id e ,
fa tto g lisi in co n tro , g li d ie nel viso un gran
punzone. O im è , m esser, d isse B io n d el, che
è qu esto ? M esser F ilip p o , presolo per li
c a p e lli e s tra c c ia ta g li la cuffia in capo e
g itta to il c a p p u ccio per terra e d an d ogli
tu tta via f o r t e , d iceva ; tra d ito r e , tu il v e ­
d rai bene c iò che q u esto è ; che arru b inate­
m i e ch e zan zeri m i m andi tu d icen d o a
m e ? p a io t’io fa n ciu llo da d overe essere u c­
c e lla to ? E cosi d ic e n d o , con le pugna , le
qu ali aveva ch e parevan d i ferro , tu tto il
v iso gli r u p p e , nè g li lasciò in capo c a p e l­lo
che ben gli v o le sse , e co n vo lto lo per lo
fa n go , tu tti i panni i n dosso g li s tr a c c iò ; e
sì a questo fatto si studiava , c h e pure un a

�N O V E L L A V III.
65
v olta dalla p rim a in n an zi c o n g li potè
B ion d ello d ire una parola , nè dom andar
perchè questo g li facesse. A v e v a egli bene
in teso d ello arru b inatem i e d e ’ z a n z e r i, ma
non sapeva che ciò si volesse d ire . A ll a
fine , avendol m esser F ilip p o ben b a ttu to ,
et essendogli m o lti d in torn o , alia m aggior
fa tica del m ond o g liele trasser d i m ano
così rabbuffato e m al co n cio com e e r a ; e
d issergli perch è m esser F ilip p o questo avea
fatto , rip ren den do lo di ciò che m andato
g li avea d ic e n d o , e d icen d o gli ch ’ egli do­
vev a bene oggi m ai con oscer inesser F ilip ­
p o , e che egli non era uom o da m o tteggiar
con l u i . B ion d ello piangendo si scusava , e
d iceva che m ai a m esser F ilip p o non aveva
m andato per vin o . Ma poiché un poco si fu
rim esso in a sse tto , tristo e d olen te se ne
to rn ò a c a s a , avvisando questa essere stata
opera di C ia c c o . E poiché dopo m o lti d ì ,
p a rtiti i liv id o ri del v iso , co m in ciò d i casa
ad uscire , a vven n e che C iacco il t r o v ò , e
rid en d o il d o m a n d ò ; B io n d e llo , ch e n te ti
parve il v in o di m esser F ilip p o ? Rispose
B ion d ello : tali fosser parute a te le la m ­
prede d i m esser C o r s o . A llo r a disse C ia c ­
c o ; a te sta o r a m a i, qualora tu m i v u o g li
così ben dare da m angiare com e fa c e sti, et
io darò a te così ben da bere com e a v e s t i.

Tomo V .

5

�66
G IO R N A T A N O N A
B io n d ello , ch e conoscea che con tro a C ia c ­
co e g li poteva più a ver m ala vo glia che
o p tr a , pregò Idd io della pace su a , e da in ­
d i in n an zi si guardò d i m ai più n 0n b e f­
farlo .
N O V E L L A

IX .

Due giovani domandano consiglio a Sa­
la mone, l'uno come possa essere amato ,
l'a ltro come gastigar possa la moglie
ritrosa. A ll'un risponde che ami, all'al­
tro che vada al ponte alloca .
IN fiu u o altro che la R e in a , v olen d o il p r i­
v ile g io servare a D io n e o , restava a dover
n o v e lla re . L a q u a l, p oich é le donne ebbe­
ro assai riso d ello sventurato B io n d e llo ,
lieta co m in ciò cosi a p a rla re . A m a b ili don ­
ne, se con sana m ente sarà riguard ato l'o r ­
d in e d elle cose , assai leggerm ente si con o­
scerà tutta la u n iversal m oltitud in e d elle
fe m in e , dalla n atu ra e d a 'c o s tu m i e dalle
le g g i essere agli u om in i so tto m essa , e se­
con do la d iscrezion di quegli con ven irsi reg­
gere e g o v e rn a re; e p e rciò ciascuna che
q u ie t e , con solazion e e rip oso vuole con
q u eg li u om in i avere a’ quali s 'a p p a r tie n e ,

�N O V E L L A IX .
67
dee essere u m ile , pazien te e t u b b id ie n te ,
ol tre a ll’ essere on esta: il ch e è som m o e
sp eziai tesoro d i cia scu na savia . E quando
a questo le le g g i, le q u ali il ben com un e
riguardano in tu tte le c o s e , non c i am m ae
strassono, e l'usanza o costum e c h e v o g lia m
d i r e , le cu i forze son gra n d issim e e reve­
rende , la n atura assai apertam ente cel m o­
stra , la quale c i ha fatte n e’ c o rp i d ilic a te
e m o rb id e , n egli anim i tim ide e paurose,
et hacci date le corp orali forze le g g ie r i, le
v o c i p ia c e v o li, et i m ovim enti d e ' m em b ri
s o a v i: cose tu tte te stifican ti n oi avere d el­
l ’ a ltru i govern o bisogno . E ch i ha b isogno
d ’essere aiutato e g o v e rn a to , ogn i ra g io n
v u o l, lu i d overe essere obedien te e su b ietto
e reveren te al go vern ator suo. E c u i abbiam
n o i gov e rn ato ri et a iu ta to r i, se non g li uomini
?
d u nque a g li uom in i d o b b ia m o , som ­
m am ente o n o ra n d o g li, so gg iacere; e qual
d a questo si p a rte , estim o ch e degnissim a
sia non solam ente d i rip ren sion g r a v e , ma
d ’aspro gastigam ento. E t a cosi fatta c o n s i­
d erazion e, com e che a ltra volta avuta l ’ a b ­
b ia , pur poco fa mi ricondusse c iò che
Pam p inea della ritrosa m oglie d i T a la no
ra cco n t ò , alla q uale Id d io q uel g a stig a
m en to m andò che il m arito d are non aveva
sa p u to ; e però nel m io i nd ic io cape tutte

�68
G IO R N A T A N O N A
qu elle esser d egn e, com e già d is s i, d i rig i­
d o e t aspro gastigam en to, d ie d a ll’ esser
p ia c e v o li, b en ivole e p ie g h e vo li, com e la
n a tu ra , l ’usanza e le leggi vo glin o , s i p a rto ­
n o . P e r che m ’aggrada d i ra cco n tarv i un
co n sig lio ren duto da S a la m o ile , si com e
u tile m ed icin a a guarire qu elle che così son
fa tte , da co tal male. 11 quale , n iuna che di
t a l m edicina degna non s i a , rep u ti c iò es­
ser d etto per le i; com e che g li u om in i un
co ta l pro verb io u sin o; buon c a v a llo e mal
c a v a llo v u ole s p r o n e , e buona fem ina e
m ala fem ina vuol bastone. L e qu ali parole
c h i volesse sollazzevolem en te in te rp e tra re ,
d i leggieri si con cederebbe da tu tte cosi
esser v ero . M a pur voglien dole m oralm en te
in te n d e re , d ico che è da con ced ere. S on o
natu ralm en te le (emine tu tte la b ili e t in ­
c h in e v o li, e p e rc iò a correggere la in iq u ità
d i qu elle che tropp o fuori d e’ te rm in i p o s ti
lu ro si la scia no and are, si con vien e il b a ­
ston e che le punisca ; et a sosten tar la v irtù
d e ll’ a ltre , ch e trasco rrere non si la s c in o ,
si con vien e il bastone che le sostenga e che
le sp a v en ti. M a la scia n d o ora stare il pre­
d ica re , a quel venendo ch e d i d ire ho n ello
a nim o , d ico c h e ,
E s s e n d o g ià q u a si p e r t u t t o il m o n d o
l 'a l t i s s i m a fa m a d e l m ir a c o lo s o s e n n o d i

�N O V E L L A IX .
69
Sa la m o n e d iscorsa per l ’u n iv e rs o , e t il suo
essere d i q u ello lib eralissim o m ostratore a
chiunque per esperienzia ne voleva c e rte z ­
za m o lti d i d iverse p a rti del m ondo a lu i
per loro stre ttissim i et ardui b isogn i c o n ­
correvano per c o n sig lio ; e tra g li a ltr i che
a ciò and avano, si p a rtì un g io v a n e , il c u i
nom e fu M elisso, n ob ile e ric c o m olto d ella
c ittà d i L a ia zz o , là onde e gli era e dove
e gli abitava. E verso Ierusalem c a v a lca n d o ,
a vven n e che uscendo d ’ A n tio c c ia c o n u n
a ltro giovan e ch iam ato G io s e fo , i l q u a l
quel m edesim o cam m in teneva ch e faceva
esso, ca va lcò per alquanto s p a z io , e com e
costum e è de’ c a m m in a n ti, con lu i c o m in ­
c iò ad entrare in ragionam ento. A v e n d o
M elisso già da G iosefo d i sua con d izio n e e
donde fosse saputo, d o ve e gli andasse e per
che il d om an dò . A l quale G io sefo disse che
a b aiam on e a n d a v a , per aver co n siglio da
lu i che v ia tener dovesse con una sua m o g lie ,
più ch e altra fem ina ritro sa e perversa , la
quale e g li n è con prieghi nè c o n lusinghe
nè in alcuna a ltra guisa d a lle sue ritro sie
ritrai* p o te v a . E t appresso lu i s i m i l m e n t e ,
donde fosse e dove andasse e per che , d om an dò. A l quale M elisso rispo se: io so n
di L a ia z z o , e sì com e tu hai una d isg ra z ia ,
cosi n ’ ho io un ’a ltra . Io so n o ricco giovan e

�7o
G IO R N A T A N O N A
e spendo il m io in m ettere tavola et o n o ­
rare i m iei c itta d in i, et è nuova e stran a
cosa a pensare che per tu tto questo io non
posso trov are uom che ben m i v o g lia ; e
p e rc iò io vado d o ve tu v a i, per a ver c o n ­
sig lio com e ad d ive n ir possa che io am ato
sia. C am m in aron o adunque i due com pagni
in sie m e , e t in Ierusalem p e r v e n u ti, per
in tro d o tto d ’ uno d e’ baroni d i S a la m o ile ,
d a v a n ti da lui fu ron m essi. A l q u al brie­
vem en te M e lis s o disse la sua bisogna. A c u i
S alam o n e risp o se : am a. E d etto q uesto,
prestam en te M elisso fu messo fu o ri, e G io ­
sefo d isse quello pur che v ’ e r a . A l quale
S alam one n u ll’a ltro rispose, se n o n ; v a ’ a l
pon te a ll’o c a . I l ch e d e t t o , sim ilm en te
G io s efo fu senza in d ugio d alla presenza d el
R e le v a to , c ritro v ò M elisso il quale l ’ asp ettav a, e dissegli c iò che per risposta
avea avu to. L i qu ali a queste parole pen ­
san d o, e non potendo d 'esse com prendere
nè in ten d im en to nè fru tto a lcu no p er la
loro bisogn a, quasi sco rn a ti a rito rn a rsi in ­
d ie tro en trarono in ca m m in o . E poiché a l­
quante gio rn ate cam m inati fu ro n o , p e r­
vennero ad un fiume sopra il quale era un
bel p o n te ; e perciò che una gran carovana
d i som e sopra m uli e sopra c a v a lli passa­
van o, convenne lo r sofferir d i passar tanto

�N O V E L L A IX .
74
che quelle passate fossero. E t essendo g ii
quasi ch e tutte passate, p e r ventura v ’ ebbe
un m ulo il quale a d o m b rò ,sì com e sovente
veggiam fa r e ,u è v o le a per alcuna m anie­
ra avanti passare; p e r la qual cosa un m u­
la ttiere, presa una ste c c a , prim a assai tem ­
p eratam ente lo ' n com in ciò a b attere p erch é
il passasse. Ma il m ulo ora da questa parte
della via et ora da quella a ttra v ersa n d o si,
e talvo lta in d ietro torn and o, per niun p a r­
tito passar v o le a : per la qual cosa il m u­
la ttiere o ltre m odo adirato g l' in co m in ciò
con la stecca a dare i m aggior colp i del
m ond o, ora nella testa e t ora ne* fianchi et
ora sopra la gro p p a ; ma tu tto era n u lla.
P e r che M elisso e G io sefo , li q u ali questa
cosa sta va no a ved ere, sovente d icevano ai
m u la ttie re : d eh , c a ttiv o , che fa ra i? vuo 'l
tu u ccid ere? perchè non t'in gegn i tu d i me­
n arlo bene e pian am ente? e g li verrà più
tosto che a bastonarlo com e tu fai. A 'q u a li
il m ulattiere rispose: v o i conoscete 1 vostri
c a v a lli et io conosco i l m io m ulo ; lasciate
far me con lu i. E questo detto, rin co m in ciò
a baston arlo, e tante d 'un a parte e d 'altra
u e g li d iè , che il m ulo passò a v a n ti, si che
il m u lattiere vin se la pruova . E ssendo
adunque i due giovani per p a r t ir s i, d o ­
m andò G io sefo un buono uomo i l quale

�72
G IO R N A T A N O N A
a capo del ponte si sedea, com e qu ivi si
ch iam asse. A l quale il buono uomo risp o ­
s e : m essere, qui si ch iam a il ponte a ll’o ca .
I l che com e G io sefo ebbe udito, così si r i­
cord ò delle parole d i S alam on e, e disse
verso M elisso : o r ti d ico io , co m p agno , che
il con siglio datom i da Salam on e potrebbe
esser buono e v e r o , p erciò che assai m ani­
festam ente conosco che io non sapeva b at­
tere la donna m ia; ma questo m ulattiere
m ’ ha m ostrato quello ch e io abbia a fare .
Q u in d i dopo alquanti di d iven u ti ad A n
tio c c ia , ritenne G iosefo M elisso seco a r i ­
posarsi alcun d ì. E t essendo assai fe ria l­
m ente d alla donna ric e v u to , le disse che
così facesse far da cena com e M elisso d i v i ­
sasse. I l q u ale, poi v id e che a G io sefo p ia ­
ce va , in poche parole se ne d e lib e r ò . L a
don na, sì com e per lo passato era u sa ta ,
non com e M elisso d ivisa to a v e a , ma quasi
tu tto il con trario fece. I l che G io sefo ve­
d en d o, turbato d isse : non ti fu e g li d etto
in che m aniera tu facessi questa cena fare?
L a donna riv o lta si con orgoglio d isse : ora
che v u ol d ir questo? deh che non c e n i, se
tu vuoi cen are? se m i fu d etto a ltra m e n ti,
a me parve da far co sì : se ti piace, s\ ti
p ia c c ia ; se n on , si te ne sta. M aravigliossi
M elisso d ella risposta d ella donna e biasim
ola

�N O V E L L A IX .
73
assai. G iosefo udendo questo, d isse;
d o n na, ancor se' tu quel che tu suogli ; ma
cred im i che io ti farò m utar m odo. E t a
M elisso riv o lto d isse : am ico , tosto v ed re­
mo chente sia stato il con siglio d i S a la m o
n e ; m a io t i priego non ti sia grave lo sta­
re a v ed ere, e d i reputare per un giuoco
q u ello che io farò. E t acciò che tu non
m 'i m p ed isch i, r ic o r d iti della risp o sta cho
ci fece il m u la ttiere, quando del suo m ulo
c ’ in cre b b e. A l quale M elisso disse: io sono
in casa tu a, dove dal tuo piacere io non i n ­
ten do d i m utarm i. G io s e fo , tro v ato un ba
ston tondo d ’un qu erciu olo g iovan e, se
n ’andò in ca m e ra , d ove la d o n n a , per
istizza da tav o la lev atasi, b ron toland o se
n ’ era andata ; e presala per le tr e c c ie , la s i
gittò a’ piedi e co m in cio lla fieram ente a b at­
tere con questo bastone. L a donna com in ciò
p rim a a gridare e poi a m inacciare; ma v e g
gendo che per tu tto c iò G io sefo non rista v a ,
già tu tta rotta c o m inc iò a chiedere m ercè
per D io, che egli non l ’ u ccid esse, dicendo
o lt r e a c iò di mai d alsu o piacer non p a rtirsi.
G iosefo per tu tto questo non rifin ava, a n zi
con p iù furia l’ una v olta che l ’a ltr a , or per
lo co sta lo , or per T an ch e e t ora su per le
sp alle battendola fo rte , l ’ andava le costu re

�74
G IO R N A T A N O N A
ritro v a n d o , nè prim a riste tte che e gli fu
sta n co : e t in brieve n iu n o o s s o nè alcuna
parte rim ase nel dosso della buona donna ,
che m acerata non fo s s e . E questo fa t t o ,
ne venne a M elisso e d isse g li: dom an v e
drem che pruova avrà fatto il con siglio del
V a ’ al pon te a ll’ o c a ; e rip osatosi alquanto
e poi lavatesi le m a n i, con M elisso cen ò, e
quando fu te m p o , s ’ andarono a rip o sa re.
L a donna c a ttiv e lla a gran fatica si le v ò
d i te rra , e t in sul letto si g ittò ; d o v e , c o ­
m e potè il m e g lio , rip o s a ta s i, la m attina
vegnente per tem pissim o le v a ta s i, fe do­
m an dar G io sefo quello che vo leva si fa ces­
se da d esinare. E g li d i ciò insiem e rid en ­
dosi con M elisso, il d iv is ò , e p o i, quando
fu ora , t o r n a ti, ottim a m en te ogni cosa e
secondo l ’ordine dato trovaro n fa tto : per
la qual cosa il co n siglio prim a da lo r m ale
in teso som m am ente lo d aro n o . E dopo a l­
q u an ti dì p artitosi M elisso da G iosefo e
to rn a to a casa sua, ad a lcu n , ch e savio uo­
m o era , d isse c iò che da' Salam on e avuto
a v e a . Il quale g li d isse ; niuno più vero
con siglio nè m iglio re ti potea d are. T u sai
che tu non am i persona , e g li on ori e ’ ser­
v ig i li qu ali tu f a i , g li fai non per am ore
ch e tu ad a lim i p o r t i , m a p er p o m p a .

�N O V E L L A X.
75
A m a adunque , com e S alam o n ti disse , e
sarai am ato. C o sì adunque fu gastigata la
r itr o s a , et il giovan e am ando fu am ato.
n o v e l l a

X.

Donno Gianni ad istanzia d i compar
Pietro f a lo fncantesimo,per f ar diven­
tar la moglie una cavalla ; e quando
viene ad appiccar la coda, compar Pie­
tro dicendo che non vi voleva coda ,
guasta tutto
lo'ncantamento.
Q u e s t a n ovella d alla R ein a d etta d iede
un poco da m orm orare a lle d o n ne e da
rid ere a 'giovan i ; ma poiché rista te fu ron o ,
D io n eo cosi c o m in c iò a p a rla re . L e g g ia d re
d on ne, in fra m olte bian ch e colom be a ggiu
gne più di b ellezza uno nero c o r v o , che
non farebbe un can d id o c ig n o ; e così tra
m o lti savi alcuna v o lta un men savio è non
solam ente accrescere splen dore e b ellezza
alla lor m atu rità , m a ancora d ile tto e so ll a z z o . P e r la qual cosa , essendo voi tu tte
d iscretissim e e m od era te, io il qual sento
anzi d ello scem o che n o , faccend o la
vostra v irtù più lucente col m io d ife t t o , più
v i debbo esser caro che se con più valore

�76
G IO R N A T A N O N A
facessi d iv e n ir più oscura ; e per con se­
guente più largo a rb itrio debbo avere in
d im o s tr a rv i ta l q u al io s o n o , e più pa­
zien tem en te dee da v o i esser sostenuto, che
non dovrebbe se io più sa vio fo s s i, quel
d icen d o che io d ir ò . D ir o v v i adunque una
n ovella n on trop p o lunga , n ella quale
com pren derete quanto diligen tem en te si
convengano osservare le cose im poste da
coloro ch e alcuna cosa per fo rza d ’ incan­
tam en to fa n n o , e quanto p ic c io l fa llo in
qu elle com m esso o gn i cosa guasti d a llo in ­
can tator fatta.
L ’ a ltr ’anno fu a B a rle tta un p r e te ,c h ia ­
m ato donno G ia n n i di B a ro lo , il qual, p e r­
ciò che po vera chiesa a v e a , per sostentar
la v ita s u a , con una c a va lla co m in ciò a
p o rta r m ercatanzia in qua et in là per le
fìere di P u g lia , e t a com perare et a vendere.
E così and an d o, prese stretta d im e stich e z­
za con uno ch e si chiam ava P ie tro da
T r e s a n t i, che q u ello m edesim o m estiere
con un
o suo asino fa c e v a , et in segno
d ’ am orevolezza e d ’ a m istà , alla guisa P u ­
g lie s e , nol ch iam ava se non c o m p a r P ie tro ;
e quante v o lte in B arletta a rriv a v a ,se m p re
alla chiesa sua n el m en ava, e q u iv i il tene­
va seco ad a lb ergo, e com e poteva l ’onora­
v a . C o m p ar P ie tro d ’ a ltra p a r te , essendo

�N OVELLA X.
77
poverissim o e t aven do una p icco la ca setta
in T r e s à n ti, appena bastevole a lui et ad una
sua giovan e e bella m oglie e t a ll’ asino suo,
quante v o lte d onno G ian n i i n T re sa n ti ca p i
t a v a ,ta n te sei m enava a c a sa ,e c o m e p o teva,
in ricon oscim en to d e lL'on or cbe da lu i in
B arletta riceveva , l ’ onorava . M a pure al
fa tto d ello a lb e r g o , non aven do com par
P ie tr o se non un p icco l le ttic e llo nel q uale
co n la sua beila m oglie d o rm iv a , onorar noi
poteva com e v o leva ; ma co n ven iva c h e,
essendo in una sua stalletta a lla to a ll’asino
suo allogata la c a va lla di d on no G ia n n i ,
ch e egli allato a lei sop ra alquan to d i
paglia si g ia ce sse . L a donna sappien d o
l ’ on or c he il prete faceva al m arito a B a l ­
letta , era più v o lt e , quando il prete v i
ven iva , volutasene andare a dorm ire con
una sua v ic in a , cb e avea nom e Z ita C a ra presa di G iu d ice L e o , acciò cbe il prete
co l m arito d orm isse nel le tto , e t avevaio
nif Jte volte al prete d e t t o , m a e g li non
avea m ai v o lu to ; e tra l ’a ltre v o lte una le
d isse : C ornar G e m m a ta , non ti trib o la r
di in e , c he io sto b e n e , p erciò che quando
m i p ia c c io fo questa ca va lla d iv e n tare una
b ella z ite lla e stem m i con essa , e poi
quando v oglio la fo d iven tai c a v a lla ; e
p e rc iò non mi p a rtire i da le i . L a giovane

�78
G IO R N A T A N O N A
si m ara vig liò e cre d e tte lo , e t al m arito il
disse, a gg iu g n e n d o : se e gli è cosi tuo com e
tu d i', che non ti fai tu insegnare q uello
in c a n te sim o , che tu possa far ca va lla di
m e, e fare i fa tti tuoi con l ' asin o e con la
c a v a lla , e guadagnerem o due c o t a n t i, e
quando a casa fossim o t o r n a t i, m i p o tre sti
r if a r fem ina com e io sono ? C o m p ar P ie tro ,
che era anzi grossetto nom che n o , c red ette
q uesto fatto e t accordossi a l co n siglio , e
com e m eglio seppe , c o m in c iò a s o llic ita r
d on no G ia n n i, che questa cosa g li dovesse
in se gn are . D onno G ia n n i s’ in gegn ò assai
di trarre costui di questa s c io c c h e z z a , ma
pur non potendo, d isse : e c c o , p oich é voi
pur v o le t e , d om attina ci le v e r e m o , com e
noi so g lia m o , a n zi d i , e t io v i m ostrerrò
com e si f a . E ’ il vero che q u ello che più è
m alagevole in questa cosa , si è l ’ a p p icca r
la cod a, com e tu v e d r a i . C o m p ar P ie tro e
cornar G e m m a ta , appena avendo la notte
d o rm ito ( con tanto desidero questo fatto
aspettavan o ) com e v ic in o a d i f u , si le ­
varon o e ch iam arono d on no G ia n n i , il
quale in cam iscia le v a t o s i, venne n ella
ca m eretta d i co m p ar P ie tro e d isse : io
non so al m ondo persona a cu i io questo
facessi , se non a v oi , e p e r c iò , poiché v i
pur p ia c e ,io il fa rò ; vero è che fa r v i

�N O V ELLA X.
conviene q u ello che io v i d ir ò , se v oi volete
che venga fa tto . C o stor d issero di far c iò
che e gli dicesse. Per che don no G ia n n i, preso
un lu m e, il pose in mano a com p ar P ietro e
dissegli ; guata ben com e io fa lò , e che tu
tenghi bene a mente com e io d irò ,e gu ard a ti,
quanto tu hai caro d i non guastare ogni co ­
sa , ch e per cosa che tu oda o v eg g ia, tu non
d ica una parola sola, e priega Idd io che la
coda s ' a p p icch i bene . C o m p a r P ie tro ,
preso il l u m e , disse che ben lo farebbe.
A p p r e s s o , d on no G ia n ni fece sp o glia re
ignuda nata cornar G em m a ta ; e fecela
sta re con le m ani e co* pied i in t e r r a ,
a guisa ch e stanno le c a v a lle , am m aestra n ­
dola sim ilm e n te ,c h e d i cosa che a vven isse
m otto non facesse ; e co n le m ani c o m in ­
cian d ole a toccare il viso e la te sta , c o m in ­
ciò a d ire i questa sia b ella testa d i c a v a l­
la ; e to ccand ole ic a p e lli, disse: q u esti sieno
b elli crin i di c a v a lla ; e p oi to cca n d o le le
b racc ia, d isse: e qu este sieno b e lle gam be
e b elli piedi d i c a v a lla : poi toccan d ole il
petto e trovan d o lo sodo e t o n d o , ris v e ­
glian dosi tale che non era ch iam ato e su
le v an d o si, d isse: e questo sia bei p etto d i
c a v a lla ; e così fece alla schiena et a l ven tre
e t a lle groppe e t alle coscie et alle gam be •
E t u ltim a m e n te , n iu na cosa restand ogli a

�8o
G IO R N A T A N O N A
fare se non Ia coda , levata la cam iscia , e
preso il piuolo c o l quale e gli piantava g li
u o m in i, e prestam en te n el solco per ciò
fa tto m essolo, disse : e questa sia bella coda
d i c a v a lla . C o m p a r P ie t r o , ch e a tte n ta ­
m en te infino allora aveva ogn i cosa g u ar­
data , veggendo questa ultim a e non p a ­
ren d o gli bene, d isse: o donno G i a n n i , io
n on v i v oglio cod a, io non v i v o g lio coda .
E ra già Tum ido ra d ic a le , per lo q uale tu tte
le pian te s ’a p p ic c a n o , ven uto, quando d o n ­
n o G ia n n i tira to lo in d ie t r o , d isse: o im è ,
co m p ar P ie tro , che hai tu fa tto ? non ti
d iss’i o , che tu non facessi m otto d i cosa
che tu vedessi ? L a cavalla era per esser
fa tta ; ma tu favellan do hai guasta ogni
c o s a , n è più ci ha m odo da p o terla rifare
o ggim ai. C o m p ar P ie tro d isse : bene s ta ,io
non v i v o leva quella coda io : perchè non
d icia v a te v o i a m e : falla t u ? et anche
l ’ ap p icca va te tropp o bassa. D isse donno
G ia n n i: perchè tu non l 'a vre sti per Ia p r i ­
m a v o lta saputa a p p ic c a r , sì c o m ’ i o . L a
giovane queste parole udendo, levatasi in
p iè , d i buona fé disse al m arito : b e s tia ,
che tu s e ', perchè hai tu guasti li tu oi fa tti
e ’ m ie i? Q u a l ca va lla vedestù mai senza
co d a? S e m ’ aiuti D i o , tu se' p o v e ro , ma
e g li sarebbe m ercè c he tu fossi m olto più .

�N OVELLA X.
81
N on avendo adunque più m odo a dover f a
re della giovan e c a v a lla , per le parole che
d ette avea com p ar P ie t r o , e lla d olen te e
m alin con osa si r iv e s t ì, e co m p a r P ietro
con uno a s i n o , com e usato e ra , attese a
fare i l suo m estiero a n t ic o , e con d onno
G ia n n i insiem e n ’a n d ò alla fiera di B ito nto,
uè m ai più d i ta l se rv ig io il rich iese.
Q u an to di questa n o v e lla si rid esse, me
glio d a lle don ne intesa che D ioneo n on
v o le v a , co le i sei pensi ch e anco ra ne rid e ­
rà . Ma essendo le n ovelle fin ite , et il sole
già com in cian d o ad in tie p id ir e , e la R ein a
con oscen d o il fine d ella sua sign oria esser
v e n u to ,in p iè levatasi e trattasi la c o ro n a ,
q u ella in ca p o m ise a P a ra filo , il q u ale
solo d i cosi fatto on ore restava ad on o ra re,
e sorriden do disse; sign or m io, gran ca rico
ti re sta , sì com e è l ’ avere i l m io d ifetto e
d eg li a ltri che il luogo hanno tenuto che tu
tie n i essendo tu l ’u ltim o , ad e m en d ate: d i
ch e Id d io ti presti g ra zia , com e a me i ’ ha
presta ta d i farti R e . P a mfilo , lietam en te
l ’ on o r rice v u to , rispose: la vostra v irtù e
d egli a ltr i m iei su d d iti farà sì, che io com e
g li a ltr i sono s ta ti, sarò da lo d a re . E se­
con d o il costum e d e ’ suoi predecessori c o l
sin isca lco d elle cose o pp ortu ne a ven do d i­
spo sto, a lle donne a sp ettan ti si riv o lse , e

Tomo V .

6

�82,
G IO R N A T A N O N A
d isse ; in n am orate d o nn e , la d iscrezio n
d ’ E m ilia , nostra R e in a stata questo gio rn o ,
per dare alcun rip oso a lle vo stre fo rze, arb i­
trio v i d iè di ragion are c iò c h e più v i p ia­
cesse; per d ie , già rip o sati essendo, giu d ico
d ie sia bene il ritornare a lla legge u sata ; e
p e rciò v o g lio che dom ane ciascu na d i v oi
pen si di ragion are sopra q u esto , cioè d i
ch i lib eralm en te o v ve ro m agnificam ente
alcuna cosa operasse in to rn o a’ fa tti d 'a m o ­
re o d 'a lt r a cosa. Q ueste cose e d icen d o o
fa ccen d o , senza alcun dubbio g li an im i v o ­
stri ben d isp o sti a valorosam en te adop era­
re, a ccen d e rà, clic la v ita nostra , ch e a ltro
ch e b rie v e esser non può n el m ortai co rp o ,,
si,p erp e tu e rà n ella laud evole fa m a : il che
cia scu n o che al ven tre so lam ent e , a guisa
c he le b estie fa n no , non se rv e , dee non s o ­
lam en te d esiderare , ma c o n ogn i studio
ce rca re e t o p e ra re . L a tem a piacque a lla
lieta b r ig a t a , la q u ale con lice n zia d el
n uovo R e tu tta levatasi da se d e re ,agli usati
d ile tti si d ie d e , cia scu no secon do q u ello a
che p iù dal d esidero era tir a to ,e co si fe c e ­
ro insilici al l’ ora della cen a. A lla quale c o n
festa v en u ti, e se rv iti d iligen tem en te e con
f id in e ,d o p o la line d i qu ella si levarono ai
b a ili c o s tu m a li, e forse m ille c a n z o n e tte ,
più so lla z zev o li d i parole che d i ca n to

�NOVELLA X.
83
m aestrevoli , avendo cantate , co m an d ò ,il
R e a N e ifile , c h e tu ia n e c a n ta s s e a suo n o ­
m e . La q u a le c o n v o c e c h ia r a e lie ta c o s i
p ia c e v o lm e n te e senza, in d u g io in c o m in c iò .

Io mi son giovinetta, e. volentieri
M 'allegro e canto en la stagion n o vella,
Merzè d'amore e de'dolci pensieri.
Io vo pe' verdi prati riguardando
I bianchi fiori e' gialli et i vermigli.
Le rose in su le spini e i bianchi g ig li,
E tutti quanti gli vo somigliando
A l viso di colui, che me amando
Ila presa e terrà sempre, come quella
Ch'altro non ha in disio che'suoi piaceri,
De'quai quand'io ne truovo alcun che sia,
A l mio parer, ben simile d i lu i,
Il colgo e bacio e parlami con lu i,
E com' io so, cosi l 'anima mia
T ut u t t a gli apro, e ciò che il cor disia:
Quindi con al tri il metto in ghirlandella
Legato co'miei crin biondi e leggieri,
E quel piacer, che d i natura il fiore
A s ii occhi porge, quel simil niel dona,
Che s’ io vedessi la propria persona
Che m'ha accesa del suo dolce amore:
Quel che mi faccia più il suo odore,
Esprimer noi potrei con la fa vella,
Ma i sospir ne son testimon veri.

�84

G IO R N A T A N O N A

L i quai non escon già mai del mio petto,
Come dell’altre donne, aspri nè gravi,
Ma se ne vengon fu o r caldi c soavi.
E t al mio amor sen vanno nel cospetto ;
Jl qual, come g li sente, a dar diletto
D i se a me si muove, e viene in quella,
Ch’i ’son per dir: dehvien,ch’i' non disperi.
A ss a i fu e dal R e e da tu tte le donne com ­
m endata la canzon etta d i N e ifile : appresso
a lla q u a le , p erciò che già m olta notte a n ­
data n ’e r a , com an d ò il R e che c ia scu n o per
i nfino al giorn o s ’ and asse a rip o sa re.

�F I N I S C E
L A

N O N A

G I O R N A T A

DEL DECAMERON:
INCOMINCIA

L A D E C IM A E T U L T I M A

Nella quale sotto il reggimento di Pamfilo
si ragiona di chi liberalmente ovvero
m a g n if i c a m e n t c alcuna cosa operasse
intorno a'fatti di amore o d'altra cosa.
A n c o r a eran v e r m ig li c e rti n u vo letti n el­
l ’ o ccid e n te , essendo già quegli d e ll'o rie n te
n elle loro estrem ità s im ili ad oro lu c e n tis­
sim i d ive llu ti p er li solari ra ggi ch e m o lto
loro a vv icin an d o si li fe rie n o , q uando P am lilo le v a to si, le donne e ’suoi com pagni fece
ch iam are. E ven u ti tu tti, con loro in siem e
d ilib e ra to del dove andar potessero al lo r
d ile tto , con len to passo si m ise in n an zi
accom pagn ato da F ilom en a e da F ia m m et­
t a , tu tti g li a ltri appresso seguendogli ; e
m o lte cose d ella lo ro fu tu ra v ita insiem e

�8G
G I O R N A T A D E C IM A
p a rla n d o e d icen d o e ris p o n d e n d o , per
lu n go spazio s ’andarono d ip o rta n d o ; e d a ta
una v o lta assai lu n g a , co m in cian d o il sole
g ià trop p o a risc a ld a re , al palagio si r it o r ­
n a r o n o ; e q u iv i d in torn o a lla ch iara fonte
fa tti risciaq u are i b ic c h ie r i, ch i volle a lquan to b e v v e , e p o i fra le p ia c e v o li om bre
'del giard in o in fino ad ora d i m angiare
s ’a n d a r o n o so lla z z a n d o . E p o ic h ’ ebbe r
m angiato e d o rm ito , com e far so le a n o , d o ­
v e a l R e piacque si ragu na r o n o , e q u iv i il
p rim o ragionam ento com andò il Re a N e i­
file . L a quale lietam en te così co m in ciò .

N O V E L L A

I.

Un cavaliere serve al Re d i Spagna: pareli,
male esser guiderdonato ; perche il Re
con esperienzia cerlissima g li mostra
non esser colpa d i lu i , ma della sua
malvagia fortuna, altamente donando­
g li p oi,
( g r a n d is s i m a g ra zia, o n o ra b ili d on ne, r e ­
p u ta r m i debbo, c h e ,il nostro R e m e a ta n ­
ta c o s a , com e è a ra cco n tar d ella m agnifi
c e n zia , m ’abb ia p r e p o s ta . L a q u a le , com e
il sole 6 di tu tto i l c ie lo b ellezza et

�N O V E L L A I.
87
ro ento , é c h ia r e z z a , c lum e di ciascuna
m
a
n
altra virtù . D iron n e adunque una n o v e l­
letta assai leggiadra al m io parere , la
quale ram m em orarsi per certo non potrà
esser se non u tile.
D ovete adunque sapere ch e tra g li a ltri
Valorosi c a v a lie r i, che da gran tem p o in
qua sono Stati n ella n ostra c ittà , fa un dì
q u e g li, e forse il più da bene, m esser R u g ­
gieri dei F ig io v a n n i. 11 quale essendo e r i c ­
co e d i gran de an im o , e veggendo che con ­
sid erata la q ualità del v iv e re e d e’ co stu m i
d i T o sca n a , egli in quella d im oran d o poco
o n ien te potrebbe del suo v a lo r d im o strare ,
prese per p a rtito di v o le re un tem po essere
appresso ad A n fo n so Re d ’ lsp a g n a , la fam a
d el valore del quale quella d i ciascu n a ltro
sign or trapassava a quei te m p i . E t assai
on orevolm en te in arm e e t in c a v a lli e t in
com pagnia , a lui se n' andò in Ispagna , e
graziosam en te fu dal R e ric e v u to . Q u iv i
adunque dim orando m esser R u ggieri , e
splen didam ente v iv e n d o , et in fa tti d ’ arm e
m aravig liose cose fa ccend o, assai tosto si
fece per valoroso cogn oscere. E t essen dovi
già buon tem po d im o r a to , m olto a lle m a ­
n iere del Re riguardando, g li parve ch e e s
so ora ad uno et ora ad un ’ a ltro donasse
ca stella e c ittà e baronie assai poco

�88
G IO R N A T A D E C IM A
d
iscretam ente , si com e dan dole a ch i n oL valeA ;
e p e rciò che a l u i , ch e da q u ello che egli
era si te n ev a, niente era d on ato, estim ò che
m o lto ne d im in u isse la fam a sua: per che
d i p a rtirsi d ilib e r ò , e t al R e d om andò
com m iato . I l Re g liele co n ced ette, e don o
g li una d elle m ig lio r m ule che m ai si c a ­
valcasse e la più b e lla , la q uale per lo lu n ­
go cam m in o che a fare a vea, fu cara a m es
ser R u ggieri. A p p re sso qu esto com m ise il
R e ad un suo d iscreto fa m ig lia r e , ch e per
q u ella m aniera che m ig lio r g li paresse,
a’ ingegnasse di c a v a lc a r e con m esser R u g ­
g ie r i, i n guisa che e g li n o n paresse d al Re
m a n d a to , e t ogn i cosa che egli dicesse d i
lu i ra cco gliesse, si che rid ire g liele sapesse,
e l ’ a ltra m attin a appresso g li com andasse
che e gli in d ietro a l R e to rn a sse . Il fa m i­
gliare stato a tt e n t o , com e m esser R u ggieri
u sci d ella terra , così assai acco n ciam en te
con lu i si fu a cco m p a gn ato, d an d ogli a v e ­
d ere che esso v en iv a verso Italia . C a v a l­
can d o adunque m esser R u ggieri sopra la
m ula d al R e d a ta g li, e costu i d ’ una cosa e
d ’ a ltra p a rla n d o , essendo v ic in o ad ora d i
te rza, d isse: io c re d o c h’ e’ sia ben fa tto che
n o i d iam o stalla a queste b e stie ; e t e n tra ti
in una sta lla , tu tte l ’a ltre , fuor che la m u ­
la , stallaron o . P e r ch e ca valcan d o a v a n t i,

�N O V E L L A I.
89
stando sem pre io scudiere atten to a lle p a ­
role dèi ca v a lie re , vennero ad un fium e, e
q u ivi abbeverando le lo r b e s tie , la m ula
sta llò n el fiu m e. I l che veggendo m esser
R u ggie ri, d isse: deh d olen te ti fa ccia D io ,
bestia, ch e tu se’ fatta com e il sign ore che
a me ti d o n ò . 11 fa m ig liare questa paro la
r ic o ls e ; e com e ch e m olte ne ricogliesse
cam m inan do tu tto il di s e c o , n i un' a ltra ,
se non in som m a lode d el R e , d ir ne g li
u d ì: p er che la m attin a seguente m o n ta ti a
ca v a llo , e volen d o ca v a lc a re verso T o s c a ­
n a , il fa m ig liare g li fece il com an dam en to
del R e , per lo quale m esser R u ggieri in c o n ­
tan en te torn ò a d d ie tro . E t avendo già il R e
sapu to q u ello che e g li della m ula a veva
d e tto , fa tto lsi ch iam are , con lie to v iso i l
ric e v e tte , e d om an dollo p erch e lui alla sua
m ula avesse asso m iglia to , o v vero la m ula a
lu i. M esser R u ggie ri con a p erto v iso g li
d isse: sign o r m io , perciò ve l’ a s s o m ig lia i,
perchè com e v o i don ate d ove non si c o n ­
v ie n e , e d ove si con verreb b e non date, co sì
ella dove si con ven iva non sta llò , e d o ve non
si c o n v e n iv a , s ì. A llo ra disse il R e : m esser
R u g g ie r i, il n o n a v e rv i d o n a t o , com e ho
fa tto a m o lti li q u ali a com p arazio n d i v o i
da niente s o n o , non è avvenuto perchè io

n o n ab b ia voi valo ro sissim o ca v a lie r

�9 0 G I O R N A T A D E C IM A
conosc iu to e d egno d ’ ogni gran don o; ma la
vostra fo r tu n a , che la scia lo non m ’ h a, in
c iò ha peccato e non io ; c ch e io d ica v ero ,
io il vi m osterrò m anifestam ente. A cui
m esser R uggieri rispose: signor m io ,io non
m i turbo di non a ver dono ricev u to da v o i,
p erciò che io n oi desiderava per esser più
ricco ; ma del non aver v oi in alcuna cosa
testim on ian za renduta alla m ia v irtù ; non­
dim eno io ho la vostra p er buona scusa e
p e r o n e sta ,e son presto d i ved er ciò che vi
p ia ce rà , quantunque io v i cred a senza te ­
stim on io . M en o llo adunque il R e in una sua
gran sala, d o ve , si com e egli d av an ti aveva
o r d in a to , erano due gran fo rzie ri s e r r a li,
e t in presenzia d i m o lti g li d isse ; m esser
R u g g ie r i, n e ll’ uno di questi fo rzie ri è la
m ia c o ro n a , la verga reale e ’ l p o m o , e
m o lte m ie belle cin tu re , fe rm a g li,sn e lla e t
o gn ’ a ltra cara gioia ch e io h o . L ’ a ltro è
pien o di terra : prendete adunque l ’ uno , e
q u ello che preso a vrete s i sia v o stro , e
t re te vedere c h i è stato verso i l v ostro v a ­
o
p
lore in g ra to , o i o o la vostra fortuna. M esser
R u g g ie r i, poscia ch e vid e cosi p iacere al
R e, prese l ’u n o ,il quale il R è co m a ndò ch e
fosse a p e rto ,e trovossi esser q uello ch e era
pien d i terra . L a o n d e il Re ridendo disse :
b e n p otete v e d e r e , messer R u g g ie r i, c h e

�NOVELLA I
9
1
q u ello è vero che io v i d ic o d ella fori una ;
m a ce rto il vostro v a lo r m erita che io
m ’ opponga a lle sue forze, lo so che v o i
n on a vete anim o d i d iv e n ir sp a g lin o lo , e
p e rciò non vi v o glio qua donare nè c a s t e l
n è città ;m a quel fo rzie re che la fortuna v i
to lse , q u ello in d isp etto di lei v o g lio che
sia vostro a cciò che n e lle vo stre con trade
n el possiate p o r ta r e , e della vo stra v irtù
con la testim on ian za d e ’ m iei doni m e r ita ­
m en te g lo ria r vi possiate c o ’ v o stri v ic i n i .
M esser R u ggie ri presolo , e q u elle grazie
r e ndute al R e che a tan to dono si c o n
faceano , con esso lie to se ne rito rn ò in
T o scan a.

NO VELLA II.
Ghino d i Tacco piglia l’abate d i Cligni e
medicalo del male dello stomaco e poi i l
lascia. Il quale tornato in corte d i ¡io­
nia, lu i riconcilia con Bonifazio Papa e
fa llo jriere dello spedale,
L o data era già stata la m agnifìcenzia d el
R e A n fo n so nel fiorentin cavaliere usata ,
quando il Re al quale m olto era p ia c iu ta ,
a d E lisa im pose che segu itasse. L a q u ale

�92
G I O R N A T A D E C IM A
prestam ente in c o m in c iò . D ilic a te d o n n e ,
l ' essere sta to un R e m agn ifico, e l ’avere Ia
sua m agn ificen zia usata verso co lu i che
se rv ito l ’ avea , non si può d ire che laud ev o le e gran cosa non sia. Ma che direm n o i
se si ra cco n terà un ch erico aver m irab il
m agn ificen zia usata verso persona c h e , se
in im ica to l ’ a v e sse , non ne sarebbe stato
b iasim ato da persona ? certo n o n a ltro se
n on ch e quella del R e fosse v irtù , e qu ella
d el ch e ric o m ir a c o lo , co n c iò sia cosa che
e ssi tu tti a va rissim i tropp o p iù che le Te­
m in e s ie n o , e d ’ o gn i lib e ra lità n im ic i a
spada tra tta . E quantunque o gn ’ uom o n a ­
tu ralm en te ap p etisca ven d etta d e lle ric e ­
vute offese , i c h e r ic i, com e si v e d e , q u an ­
tu nqu e la p azien zia p red ich in o e som m a­
m ente la rem ission d elle offese co m m e n ­
d in o , più focosam ente che g li a ltri u o m in i
a quella d iscorron o . L a q u al cosa, cioè c o ­
m e un ch erico m agnifico fo s s e , n e lla m ia
segu en te n ovella p o trete con oscere aperto .
G h in o d i T a c c o , p er Ia sua fierezza e
p e r le sue ruberie uom o assai fa m o so , e s­
sendo d i S ien a ca ccia to i n im ic o d e ’ co n ti
d i S an ta F io r e , rib e llò R a d ico fan i alla
Ch iesa d i R o m a , e t in quel d im o ra n d o ,
chiunque per le c irc u sta n ti p arti passava
rubar faceva a’ suoi m asnadieri. O ra essendo

�N O V E L L A II.
93
Bon ifazio P a p a o ttavo iti R o m a , venne
a co rte l’ abate d i C lig n i, i l quale si cred e
essere un de* p iù ric c h i p relati del m o n d o ;
e q u ivi g u a s t a t o g li lo stom aco fu d a'm e d ici
co n sig lia to ch e e gli andasse a ' bagni xli
S ie n a , e guerìrebbe senza fa llo . P e r la q u al
cosa , con ce d u to glie le il P a p a , senza cu rar
d ella fam a d i G h in o , con gran pom pa
d ’ arnesi e d i som e e d i c a v a lli e di f a m i­
glia en trò in cam in o . G h in o di T a c c o
sentendo la sua venuta tese le re ti e , sen za
perd ern e un sol ragazzetto , l'a b a te con
tu tta la sua fam iglia e le sue cose in uno
s tre tto luogo ra cc h iu se. E questo fa tto , un
d e 's u o i, il più s a c c e n te , bene acco m p a ­
gn ato m andò a llo abate , al qual da parte
d i lui assai am o revo lm en te g li disse, c h e
g li dovesse p iacere d 'an d are a sm on tare c o n
esso G h in o al ca stello . Il ch e 1' abate u d e n ­
d o , tu tto fu rioso risp o se che e gli non ne
v o le v a fa r n ien te , si com e quegli ch e con
G h in o niente aveva affare , m a ch e egli an
derebbe a va n t i , e vorrebbe veder c h i l'a n ­
d a r g li v ie ta sse . A l quale l'a m b a sc ia to re
u m ilm en te p a rla n d o d isse : m esse re , v o i
siete in p a rte v en u to d o v e , dalla fo rza d i
D io in fu o r i, d i n ien te c i si tem e per n o i ,
e dove le scom u n icazion i e g li in te rd e tti
sono sco m u n icati tu tti ; c p e rc iò p ia c c ia v i

�94
G I O R N A T A D E C IM A
p e r lo m ig lio re d i co m p iacere a G h in o d i
questo . E ra g ià , m entre queste parole e ra ­
n o , tu tto il luogo d i m asn adieri c irc u n d a
to : per ch e l ’ abate coi suoi preso veggen
d osi , disdegnoso fo rte con l ’ am basciadore
prese la via verso il ca stello , e tu tta la
sua brigata e li suoi arnesi con lu i ; e
sm o n ta to , com e G h in o v o l l e , tu tto solo
fu m esso in una cam eretta d ’ un palagio,
sai oscura e d is a g ia ta , et ogn ’ a ltro uom o
secon do la sua qualità p er lo castello
assai bene a d a g ia t o , et i c a v a lli e tu tto
l ’arnese messo in s a lv o , senza alcuna cosa
to c c a rn e . E questo fa tto , se n ’ andò G h ino
a ll’ abate e d isse g li; m essere, G h in o , d i cu i
voi siete o s t e , v i m anda pregan do che v i
p ia ccia d i sign ificarli d ove voi a n d a v a te , e
p er qual ca g io n e . L ’ a b a t e , ch e com e savio
aveva l ’ altierezza giù p o s ta , g li sign ificò
dove andasse e p e rch è . G h in o udito q u esto
si partì, e pensossi d i v o le rlo gu erire sen za
bugno : e faccendo n e lla cam eretta sem pre
ardere un gran fu oco e ben guardarla , n o n
to rn ò a lu i in fino a lla seguente m a ttin a ; et
a llo ra iu una to v a g liu o la b ian ch issim a g li
p o rtò due fette di pano arrostito e t un gran
b icch iere d i vern accia da C o rn ig lia , di
qu ella d ello abate m edesim o , e sì disse all'
a b a t e : m e s s e r , q uando G h ino e ia pi ù

�N O V E L L A II.
95
g io v a n e , e g li studiò in m e d ic in a , e d ice
ch e a pparò niuna medic in a a l m al d ello
stom aco esser m ig lio r ch e quella che e g li
v i fa rà , d ella quale queste cose che io v i
reco sono il c o m in c ia m e n to ; e p erciò p ren ­
detele e co n fo rta te vi. L ’ abate, che m aggior
fam e aveva che vo glia d i m o tte g g ia re , a n ­
co ra ch e con ¡sdegno il fa ce sse , si m an giò
il pane e bevve la v e r n a c c ia ; e poi m o lte
cose a ltie re disse e d i m olte dom andò e
m olte ne c o n s ig liò , et in isp ezie ltà ch ie se
d i poter v ed e r G h in o . G h in o udendo q u e l­
le , parte ne la sciò and ar si com e vane , et
ad alcuna assai cortesem en te ris p o se , affer­
m ando che com e G h in o più tosto potesse
il visiterebbe ; e questo d etto , da lu i si p a r­
t i . N è prim a v i t o r n ò , ch e i l segu en te d ì ,
con a ltre tta n to pane arro stito e con a ltre t­
tanta v e r n a c c ia ; e co sì il tenue più g io r n i,
tanto ch e egli s ’ a cco rse l ’ abate a ver m an ­
giato fave secche , le q u ali egli stu dio sa­
m ente e d i nascoso p o rta te v 'a v e v a e la­
sciate ; per la qual cosa e gli il d om andò da
parte di G h in o com e star g li pareva d ello
sto m aco . A l quale l'a bate ris p o se : a me
parrebbe sta r bene , se io fossi fu o ri d e lle
sue m a n i; e t appresso q u e s to , n in
n a l tr o
talento ho m aggiore che d i m angiare-, sì
ben m 'hanno le tue m ed icin e g u e rito.

�96
G I O R N A T A D E C IM A
G
in o adunque a ven d og li d e’ suoi arnesi m ede­
h
s im i et a lla sua fa m ig lia fatta acco n ciare
una b e lla cam era, e fa tto ap p arecch iare un
gra n c o n v ito al quale con m olti u o m in i del
c a ste llo fu tu tta la fa m ig lia d ello abate , a
lu i se n ’ andò la m attin a seguente e d isse
g l i : m e s se re , poiché v o i ben v i s e n tite ,
tem po è d ’uscire d 'in fe rm e ria ; e per la m an
p r e s o lo , nella cam era a p p a recch ia tag li nel
m e n ò , e t in qu ella c o ’ suoi m edesim i las c ia to lo ,a fa rcite i l c o n v ito fosse m agnifico
a tte s e . L ’ abate c o ’ suoi alqu anto si r i c r e ò ,
e qual fosse la sua v ita stata n arrò lo ro ;
dove essi in c o n tra rio tu tti d issero se essere
stati m aravigliosam en te onorati da G h in o .
M a l ’ora del m an giar v e n u ta , l ’ abate e tu tti
g li a ltri o rd in atam en te e d i buone v iva n d e
e d i bu oni v in i s e rv iti fu ro n o , senza la ­
scia rsi G h in o ancora a ll’ abate c o n o sc e re .
M a p oich é l ’ abate a lq u a n ti di in questa
m aniera fu d im o ra to ,a v e n d o G h in o in una
sala tu tti li suoi arn esi fa tti ven ire, et in una
c o rte , che d i sotto a quella e r a , tu tti i suoi
c a v a lli in fì n o al più m isero r o n z in o , a llo
abate se n 'a n d ò , e d om andollo com e star
g li pareva e se fo rte si cred eva essere da
c a v a lc a r e . A cu i 1’ a b a te rispose che forte
era e gli assai e d ello stom aco ben gu erito,
e che starebbe bene qualora fosse fu ori

�N O V E L L A II.
97
lede m ani di G h in o . M enò allora G h in o l ’ a
bate nella sala d o ve erano i suoi arn esi e la
sua fa m ig lia tu tta , e fa tto lo ad una finestra
accostare donde e g li poteva tu tti i suoi ca­
v a lli ved ere, d isse ; m esser l’ aba te, v o i d o ­
vete sapere che Tesser g en tile uom o e ca c­
cia to d i casa sua e povero, e t «vere m olti e
possenti n im ic i, han n o, per potere la sua
v ita d ifen d ere e la sua n obiltà , e non m al­
vagità d 'a n im o , co n d o tto G h in o di T a c c o ,
il quale io so n o , ad essere rubatore d elle
strade e n i m i c o d ella corte d i R o m a; ma
p e rc iò che voi m i parete valen te s ign o r e ,
aven dovi io d ello stom aco gu erito com e io
h o, non in ten d o di tra tta rv i com e un a ltro
fa r e i, a cui , quando n e lle m ie m ani fosse
com e voi siete, quella parte d elle sue cose
m i farei che m i paresse; ma io in ten d o che
v oi a m e, il m io b isogn o co sid erato, qu ella
parte d e lle vostre cose fa cciate che v o i me
desim o v o le te . E lle sono in teram en te qui
d in an zi da v oi tu tte , et i vostri c a v a lli po­
tete v o i da cotesla finestra nella corte v e ­
d e re ; e p e rciò e la parte et il tu tto com é
v i piace p ren d e te, e da questa ora in n a n z i
sia e l'an dare e lo stare nel p ia ce r v o s t r o .
M a ra vig lio ssi l ’ abate che in un ru bator di
strada fosser parole sì lib e r e :e p ia c e n d o g li
m o lto subitam ente la sua ira e lo sd egnó

Tomo V .

7

�98
G I O R N A T A D E C IM A
ca d u ti, a n zi in beniv o le n zia m u ta tisi, c o l
cuore am ico d i G h in o d ivellu to , il corse ad
a b b ra ccia r , d ice n d o ; io giu ro a D io che ,
p e r d o ver guadagnar l' am istà d ' uno uom o
la tto com e ornai io giu d ico che tu s i i , io
soff e rr e i di ricevere tropp o m aggiore in g iu ­
ria che quella che infino a qui paru ta m ' è
che tu m ’abb i fa t t a . M aladetta sia la fo rtu ­
n a , la quale a sì dannevole m estie r ti c o
s t r ig ne . E t appresso q u esto, fatto d elle sue
m olte cose pochissim e et opp ortu ne pren ­
d ere, e d e ’ c a v a lli sim ilm en te , e l ’ a ltre la ­
sc ia te g li tu tte , a R om a se nc to r n ò . A v e v a
il P apa saputo la presura d ello a b a te; e c o m
e che m olto gravata g li fosse, veggendolo
il dom andò com e i bagni fa tto gli avesser
p r o . A l quale l ’ abate sorrid en d o ris p o se :
s anto P a d r e , io tro v ai più v ic in o ch e ’ ba­
gn i un valen te m ed ico , il quale o ttim a ­
m en te g u e rito m ’ ha ; e co n to g li il m o d o ,
d i che il Papa r is e . A l q uale l ’ a b a te , se­
gu itan d o il suo p a r la r e , da m agnifico ani­
m o m osso , dom andò una g r a z ia . I l P apa
cred end o lui d over dom andare a ltro , lib e­
ram en te .offerse di far c iò che dom andasse.
.A llora l ’ abate d isse ; santo P a d r e , q u ello
che io in ten d o d i dom andai v i è , che voi
ren d iate la grazia vostra a G h in o di T a c c o
m io m e d ic o , p erciò ch e tra gli a ltr i

�N O V E LL A T I.
99
nom
ini valorosi e da m olto ch e io a cco n t a i
m a i , egli è pe r ce rto un d e ’ p iù ; e q u e l male
il quale egli fa , io il reputo m olt o mag gi or
peccato della fo r tu n a , che suo: la q u a l s e vo i
con alcuna cosa dan dog li, donde egli possa
secondo lo stato suo v iv e r e , mutate, io non
dubito punto che in poco d i tempo n o n no
paia a v o i quello che a me ne p a r e . Il P a p a
udendo questo, si com e colui che di gr a n de
a nim o fu e vago de’ val e n ti u o m i n i , disse
di farlo v olentie ri, se da ta nto fosse come
d i c e v a , e che egli il facesse sicu ra mente
v e n i r e . V e n n e adunque G h in o fid a to ,com e
allo abate p i a c q u e , a c o r t e , nè guari a p ­
presso del P a p a fu, che egli il re pu tò valo­
roso, e ric on ciliatos elo , gli d o n ò una gran
pr ioria di quelle d el lo s p e d a l e , d i quello
avendo l fatto far ca va lie re . L a quale egli
am ic o e serv idore di santa Ch ie sa e d ello
abate d i C l i g n i , tenue m en tre v i s s e .

�100

G I O R N A T A D E C IM A

NOVELLA

I II.

Mitridanes invidioso della cortesia di
Natan andando per ucciderlo, senza
conoscerlo capita a lu i, e da Itti stesso
informato del modo, il truova in un
boschetto, come ordinato avea: il quale,
riconoscendolo, si vergogna,e suo ami­
co diviene. '
•
S i m i l cosa a m iraco lo per certo pareva a
tu tti avere u d ito , cioè che un c h erico a l­
cuna cosa m agnificam ente avesse o p era ta;
m a riposandosene già il ragion are delle
d o n n e , c om andò il re a F ilo stra to che p ro ­
cedesse. I l quale prestam ente in c o m in c iò .
N o b ili d o n n e, gra n de fu la m agn ificenzia
d el R e d i S p a g n a , e forse cosa più n on
u d ita giam m ai qu ella del l ’ abate di C lig n i :
m a forse non m eno m aravigliosa cosa v i
parrà l ’ udire che u n o, per lib eralità usare
ad un a ltro che il suo sangue anzi il suo
s p irito d isid era va , cautam ente a d argliele
s i d ispon esse; e fatto l ’ a v re b b e , se co lu i
p reu d er l ’avesse v o lu to , sì com e io in una
m ia n o ve lle tta in ten d o d i d im o strarv i.
C e r tis s im a c o sa è ( se fe d e s i p u ò d a r e

�novella

III.

101

alle parole d ’a lcu n i genovesi e d ’a ltri uo­
m in i che in q u elle con trad e sta ti son o) che
n elle parti del C a ttaio fu già uno uom o d i
legnaggio n ob ile e r ic c o senza com p ara ­
zio n e , e p er nome ch iam ato N a ta n . I l
quale avendo un suo rice tto v ic in o ad una
strada p e r la q u al quasi d i n ecessità pas­
sava ciascu n o ch e d i P on en te verso L e v
ante andar voleva o d i L e v a n te in P o ­
n ente, et avendo l ’ anim o gran de e lib erale
e d isid ero so ch e fosse p er opera c o n o sciu to ,
q u iv i, aven do m olti m aestri, fece in p ic c o ­
lo sp a zio di tem po fare un d e’ più b e lli e
d e’ m aggiori e d e’ più ric c h i palagi che
m ai fosse stato v ed u to , e q u ello d i tu tte
quelle cose che o pp ortu ne erano a d overe
ge n tili uom ini ricevere et on orare, fece
ottimam ente fo rn ire . E t aven do gran de e
bella fa m ig lia , con piacevolezza e con fe ­
sta chiunque andava e ven iva, faceva r ic e ­
vere e t on orare. E t in tanto perseverò in
questo landevol costu m e, che già non sola­
m ente il L e v a n te , ma quasi tutto il P o ­
nente per fama il conoscea. E t essendo e g li
giù d ’anni pieno, né però d ei corteseggiar
diven u to stanco, avven n e che la sua fam a
a g li orecch i pervenne d ’ un giovan e ch ia ­
m ato M itrid a n e s, di paese non guari ai suo
l onta n o . I l q u ale, sen ten dosi non m en o

�102
G I O R N A T A D E C IM A
ricco ch e N ata n fo s se , d iven u to d ella sua
fam a e della sua v ir tù in v id io s o , seco p ro ­
pose con m aggior lib e ra lità quella o annull­
are o offuscare. E fa tto fare un palagio si­
m ile a q u ello d i N a ta n , co m in ciò a fare le
p iù sm isurate co rtesie ch e m ai facesse
a lcu no a lt r o , a ch i andava o v en iv a per
q u in d i; e senza dubbio in p ic c o l tem po
assai d iven n e fa m o so . O ra avven n e un
giorn o c h e , dim oran do i l gio v a n e tu tto
solo n ella co rte del suo p a lag io , una fe m
i n e l l a en trata d en tro per una d elle porti
d el palagio gli dom andò lim osin a e t ebbela
; e ritorn ata p er la seconda porta pure a
lu i, ancora l ’ebbe, e così su ccessivam en te
i nfìno a lla d uo decim a; e la tred ecim a v o l­
ta to rn a ta , disse M itridanes: buona fe m ina ,
tu se’assai s o llic ita a questo tuo d om an da­
r e ; e nondim eno le fece lim o sin a. L a v ec
c h ie re lla , udita questa p a ro la , disse : o li­
b e ralità d i N a ta n , quanto se’ tu m a ra v ig lio
s a ! che per trentadue p o r ti, che ha il suo
p a la g io , sì com e questo, en trata e dom an­
d a ta g li lim o s in a , m ai da l u i , ch e e gli
m ostrasse, rico n osciu ta non f u i e sem pre
l ’ e b b i : e qui non venuta ancora se non p e r
t r e d ic i, e ricon osciuta e proverbiata sono
stata. E cosi d ic e n d o , senza p iò rito rn a rv i
si d ip a rtì. M itrid a n es, udite le p a ro le della

�N O V E L L A III.
103
vecch ia , com e co lu i che ciò ch e della fam a
di N a ta n udiva d im in u im en to d ella sua
estim ava, in rabbiosa ira acceso co m in ciò
a dire: ahi lasso a m e! quando a g g iu ste rò
io alla lib e ra lità delle gran cose d i N a ta n ,
non chè io il trap assi, com e io ce rc o ,
quando n elle p icco lissim e io non g li posso
avvicin are? V eram ente io mi fa tic o in v a n o ,
se io d i terra noi to lg o : la qual co sa ,p o scia
che la v ecch iezza n oi porta v ia , c o n v ie n
senza alcuno in d ugio che io faccia con le
m ie m ani. E co n questo im peto le v a t o s i,
senza com un icare il suo co n siglio ad a lc u ­
n o ,co n poca com pagnia m ontato a c a v a llo ,
d opo il terzo di dove N ata n dim orava per­
ven n e. E t a' com pagni im posto che sem ­
b ia n ti facessero d i non esser con lu i nè d i
con oscerlo, e che d i stanza s i p rocacciassero
infino che da lu i a ltro avessero ; q u iv i in
su l fare della sera pervenuto e solo rim aso ,
non guari lontano al bel palagio tro v ò N a ­
tan tu tto so lo , il quale senza alcuno a bito
pom poso andava a suo d ip o rto : cu i e g li,
non co n o sce n d o lo , dom andò se in segn ar
g li sapesse dove N ata n d im orasse. N a ta n
lieta m en te rispose: figliuol m io, n iu n o è in
questa con trada che m eglio di me cotesto t i
sappia m ostrare, e p e rciò , quando t i p ia c ­
c ia , io v i ti m e n e rò . I l giovan e d isse ch e

�104
G I O R N A T A D E C IM A
questo gli sarebbe a grado assai ; ma c h e ,
dove esser potesse, e g li n o, voleva da N a ­
tan esser veduto u è co n o sciu to . A l quale
N a ta n d isse: e cotesto ancora fa rò , poiché
t i piace. Ism o n tato adunque M itridan es
con N a ta n , che in p ia ce vo lissim i ragion a
m en ti assai tosto il m ise , infino al suo bel
palagio n’ a nd ò. Q u iv i N ata n fece ad un dei
suoi fa m ig lia ri prendere il ca va i del gio v a ­
n e , et acco stato gli^ a g li o recch i g l’ im pose
ch e e gli prestam ente con tu tti quegli d ella
casa lu cesse, che niuno al giovan e dicesse
lui esser N a ta n ; e così fu fatto . M a, poiché
n el palagio furono, m ise M itridan es in una
b ellissim a cam era, d o ve alcuno noi ved eva,
se non quegli che e g li al suo serv igio dipin­
tati a v e a , e som m am ente fa cce ndolo ono­
ra re , esso stesso g li tenea com pagnia . C o l
quale d im o ian do M itrid a n es, ancora che in
reveren zia com e padre l ’ a vesse, pur lo do­
m andò c h ie l fosse. A l quale N a ta n rispose:
io sono un p ic c io l se rv id o r d i N a ta n ; il
quale dalla m ia fa n ciu llezza con lui m i
sono in ve cch ia to , uè m ai ad a ltro c h é tu m i
v egghi m i tra sse; per ch e , com e che ogni
a ltro uom o m olto d i lui si lo d i, io me ne
posso poco lod are io . Q ueste parole porsero
alcuna speranza a M itridan es d i potere con
più con siglio e con p iù sa lve zza dare effetto

�N O V E L L A III.
105
al suo p erverso in ten d im en to . I l qu al
N ata n assai cortesem en te d om an dò ch i e gli
fosse, e qual bisogno p e rq u in d i il p ortasse,
offerendo il suo con siglio et il suo aiuto i n
c iò che per lu i si potesse. M itrid a n es so­
prastette alqu an to al ris p o n d e re : et u lt i­
m am ente d ilib eran d o d i fidarsi d i lu i, e o a
una lunga circu izio n d i parole la sua fede
rich iese, et appresso i l con siglio e l'a iu to ,
e ch i e gli era e per che venuto e da che
m osso, in teram en te g li discoperse. N a ta n
udendo il ragionare et il fiero p ro p o n im en ­
to d i M itrid a n e s, in se tu tto si c a m b iò ,m a ,
senza trop p o sta re , con forte anim o e e o a
ferm o v iso g li rispose: M itrid a n e s , n ob ile
uomo fu il tuo p a d re , dal quale tu non v u o
g li d eg e n e ra re , si alta im presa avendo fa tta
com e h a i, cioè d ’essere lib era le a t u t t i , e
m olto la in v id ia che a lla v irtù di N a ta n
p o rli com m en do, perciò ch e sa d i co si
fa tte fossero assai, il m o n d o ,c h e è m iseris­
s im o , tosto buon d iverreb b e. Il tuo p ropo­
n im en to m ostratom i senza dubbio sarà o c­
c u lt o , al q uale io più tosto u til c o nsiglio
ch e gran de aiuto posso d on are: il q u ale è
q uesto. T u puoi d i q uinci v ed e re , forse
un m ezzo m ig lio v ic in d i q u i un bosch etto
n el quale N ata n quasi o gn i m attina va tut­
to solo prendendo d ip o rto per ben lungo

�106 G I O R N A T A D E C I M A
s p a z io : q u iv i leggier cosa ti fìa il tro v a rlo
e farn e i l tuo piacere. 11 quale se tu u c c id i,
a cciò ch e tu possa senza im pedim en to a
casa tua rito rn a re , non per quella v ia don ­
de tu qui v e n is t i, ma p er qu ella che tu v e ­
d i a sin istra u scir fuor d el bo sco , n ’andrai ;
p e rciò ch e , ancora ch e un poco più s a b a t i­
ca sia , e lla e più v icin a a casa tua e per te
p iù s ic u r a . M itr id a n e s , rice v u ta la in fo r­
m a z io n e , e N atati da lu i essendo partito ,
cautam en te »’suoi co m p a g n i, che sim ilm en ­
te là en tro era n o , fece sen tire d ove aspetta­
re il dovessero il di se g u e n te. M a , poiché
i l nuovo dì fu v e n u to , N a t a n , non avendo
an im o v ario al con siglio dato a M itrid a n e s,
nè quello in parte alcuna m u ta to , solo sa
n 'an d ò a l bosch etto a dover m o rire . M itri
danes levatosi e preso il suo arco e la sua
s p a d a , che a ltra arm e non avea, e m ontato
a c a v a llo ,n ’andò al bosch etto, e d i lontano
vide N ata n tu tto so letto andar passeggian­
d o per que ll o : e d ilib e ra to , avanti ch e l ’as­
sa lisse , di v o le rlo vedere e d ’ u dirlo p a rla re ,
corse verso l u i , e presolo per la b e n d a , la
q u ale in capo a v e a , d isse : v e g lia r d o , tu
se’ m orto. A l quale niuna a ltra cosa risp o ­
se N a ta n , se n o n , dunque l ’ho io m e r ita to .
M itrid a n e s, udita la v o c e , e n el viso gu ar­
d a to lo , subitam ente riconobbe lu i esser

�N O V E L L A I II .
107co
l ui che benignam ente l ’avea r ic e v u to , e fa­
m iliarm en te accom pagn ato e fed elm en te
co n sig lia to ; per che di presen te g li cadde
il fu ro re, e la sua ira si co n v e rtì in v erg o ­
gn a . L aon d e e g l i , g itta ta v ia la spada la
qu al già p er fe rirlo aveva tira ta f u o r i , da
cavai d ism o n tato , piagnendo corse a’ p iè di
N a ta n e d isse : m an ifestam en te c o n o s c o ,
carissim o p a d r e , la vostra lib e r a lit à , r i ­
guardando con quanta cautela venuto siate
per d arm i il vostro s p i r ilo , d el quale i o ,
niuna. ragione a v e n d o , a v oi m edesim o d e­
sideroso m ostra' m i: m a Idd io più al m io
d over so llic ito che io ste sso , a quel punto
che m aggior bisogno è s ta to , g li o cch i mi
ha aperto d ello 'n t e lle t t o , li q u ali m isera
i n v id ia m 'avea serrati. E p erciò quan to voi
più pronto stato siete a c o m p ia c e rm i, tan­
to più m i cognosco d eb ito alla penitenzia
d el m io errore ; prendete adunque d i me
qu ella vendetta che con ven evo le estim ate
al m io p ecca to . N ata n fece levar M itrid a
nes in piede , e teneram ente l ’ab b ra cciò e
basciò , e g li d isse : fig linol m io , a lla tua
im presa , cliente che tu la vuogli ch iam are
o m alvagia o a lt r im e n t i, non bisogna di
dom andar nè di dar p e rd o n o , perciò che
non p er odio la s e g u iv i, ma per potere e s ­
sere tenuto m ig lio r e . V i v i adun que d i m e

�1o8 G I O R N A T A D E C I M A
sicuro , et abbi d i c e rto che niuno a ltro
noni v iv e , il quale te q uant’ io a m i, aven do
riguard o a ll’ a ltezza d ello anim o tuo , il
q uale non ad am m assar d en a ri, com e i m ise ri fa n n o , ma ad ispen der g li am m assati
se ' d a t o . N è ti vergognare d ’averm i vo lu to
u ccid ere per d iv e n ir fa m o so , uè credere
che io me ne m a ra v ig li. I som m i Im pera
d ori e t i gran dissim i R e non hanno quasi
con a ltra arte che d ’ u c c id e r e , non uno uo­
m o com e tu v o le vi fa r e , ma in fin iti, e t a r
d ere i paesi et abbattere le c i t t à , li loro
regn i a m p lia t i, e per conseguente la fam a
lo r o . P e r c h e , se tu per più fa rti fam oso
me solo u ccid er volevi , non m aravigliosa
cosa nè nuova fa c e v i, ma m olto usata . M i
trid an es non iscusando il suo desidero per­
v e r s o , ma com m endando l ’ onesta scusa da
N ata n tro v a ta , ad esso ragionando pervenne
a d ire , se oltre m odo m ara vig liarsi cornea ciò
si fosse N ata n potuto d isp o rre , et a ciò d ar­
g li m odo e c o n s ig lio . A l quale N atan d iss
e : M itridan es , io non vo glio che tu d e l
m io c o n sig lio e della mia d isposizion e ti
m a r a v ig li, p e rciò c h e , poiché io nel m io
a rb itrio f u i , e disposto a fare q u ello m ede­
sim o ch e tu b ai a fare im p r e s o , niun fu
che m ai a casa m ia c a p ita s s e , che io n oi
Contentassi a m io potere d i ciò che da lui

�N O V E L L A III.
109
m i fu d om an d alo. V e n is tiv i tu vago d e lla
m ia v it a : per c h e , senten d o la ti dom anda­
re, acciò ch e tu non fossi solo colu i ch e
sa nza la sua dim anda di q u i si partisse ,
prestam ente d ilib erai di d o n a rla ti : et ac
ciò che tu l ' a v e s s i, quel con siglio ti diedi
elle io cre d e tti che buon ti fosse ad aver la
mia e non perder la tua , e perciò ancora ti
dico e priego che , s ’ella ti p ia c e , che tu la
prenda e te m edesim o ne so d d isfa ccia; io
non so com e io la mi possa m eglio spen de­
re . Io l'h o adoperata già o ttan ta a n n i, e
n e’ m iei d ile tti e n elle m ie co n so la zion i
u sata , e so ch e, seguendo il corso d ella n a ­
tura com e g li a ltri uom in i fa n n o , e g en e
ra lm ente tu tte le c o s e , e lla m i può ornai
p icco l tem po esser la scia ta : per ch e io i n ­
d ico m olto m eglio esser quella donare , c o ­
m e io ho sem pre i m iei teso ri d on ati e
s p e s i, che tan to v o lerla g u ard a re , ch e ella
m i sia co n tro a m ia voglia tolta d alla n a ­
tura . P ic c o l dono è donare cen to anni :
quan to adunque è m in or d onarne sei o otto
ch e io a star ci abbia ? P ren d ila a d u n q u e,
se ella t ’ a g g ra d a , io te ne p rie g o ; perciò
ch e , m entre vivu to ci sono, niuno ho ancor
tro v a to che disiderata l ’ a b b ia , nè so quan­
do tro v a r m e ne possa veruno, se tu non la
p ren d i che la d im an d i. E se pure avven iasse

�110 G I O R N A T A D E C I M A
ch e io ne dovessi alcun tr o v a r e , con osco
ch e , quanto più la gu ard erò , d i m in or p rie
go sa rà ; e p e rò , anzi che ella diven ga più
v ile , p ren d ila , io te ne priego. M itrid a n e s,
vergognandosi fo rte , disse : tolga Idd io ch e
così cara c o s a , com e la vostra v it a è , non
ch e io da v o i d ivid en d o la la p ren d a, ma
pur la d is id e r i, com e poco ava n ti fa c e v a :
alla quale non che io d im in u issi g li anni
su o i, ma io l ’ aggiu gn erei v o le n tie r d e 'm ie i.
A cu i prestam ente N atan d is s e ; e , se tu
p u o i, vuolene tu aggiu gn ere , e farai a m e
fare verso d i te q u ello che m ai verso a lcu ­
no a ltro non feci , cioè d elle tue cose pi­
g lia r e , che m ai d e ll’ a ltru i non p ig lia i? S i ,
disse su bitam ente M itrid a n es . A d u n q u e ,
disse N a t a n , fa ra i tu com e io ti d ir ò . T u
rim a rra i g io v a n e , com e tu se’ , qui n ella
m ia casa et a v ra i nom e N a t a n , e t io me
n ’ andrò n e lla tu a, e farom m i sem pre c h ia ­
m ar M itrid a n e s. A llo r a M itrid a n e s ris p o ­
se: se io sapessi cosi bene operare com e v o i
s apete et avete s a p u to , io prenderei senza
tropp a di lib erazio n e q u ello che m ’ off e re te ;
ma p e rciò che egli m i pare esser m olto
certo che le m ie opere sarebbon d im inu i
m ento d ella fam a di N a ta n , e t io n on in ­
feudo di guastare in a ltru i q uello che in m e
io non so a c c o n c ia re , noi pren d erò, Q u esti

�N O V E L L A III.

111

e m o lti a ltri p iacevoli ra gio n am en ti s ta ti
tra N atan e M itridanes, com e a N a ta n
p iacq u e, insiem e verso il palagio se ne to r­
n aron o , dove N ata n più g io rn i som m am en ­
te onorò M itrid a nes, e lui con o gni ingegno
e saper con fo rtò nel suo a lto e grande p r o ­
p o n im e n to . E volendosi M itrid a nes con la
sua com pagnia rito rn are a c a s a , aven d oli
N a ta n assai ben fatto conoscere elle m ai d i
lib e ra lità noi potrebbe a va n za re , i l lic e n z iò .
N O V E L L A

IV .

Messer Gentil de'Carisendi venuto da
dona , trae della sepoltura una donna,
o
M
amala da l u i , seppellita per morta : la
quale riconfortata partorisce un figliuol
maschio ; e Messer Gentile lei e'l figliuolo
lo restituisce a Niccoluccio Caccianimico
co marito d i lei.

M a rav igliosa cosa parve a tu tti ch e alcu­
n o del proprio sangue fosse lib erale : e v e r
am ente afferm aron N ata n aver quella d el
R e di S p a g n a e d ello abate d i C lig n i tra ­
passata . M a poiché assai et una cosa e t a l­
tra detta ne f u , il R e , verso L a u re tta r i ­
gu ardan do, le d im ostrò che e g li desiderava

�1 12
G I O R N A T A D E C IM A
che ella d ice sse : per la qual cosa L a u retta
prestam en te in c o m in c iò . G io v a n i donne,
m agn ifiche cose e b elle sono state le ra c ­
c o n ta te ; nè m i pare che alcuna cosa restata
sia a noi che a bb iamo a d ir e , p e r la q u al
n o ve llan d o vaga r p o ssia m o , sì son tu tte
d a ll’ altezza d elle magnifi cen zie raccon tate
o c c u p a te , se n oi n e’ fa tti d ’ am ore già non
m ettessim o m a n o , li qu ali ad ogni m ateria
prestan o abbondantissim a cop ia di ragio ­
n are; e perciò , sì per questo e sì per q u el­
lo a che la n o stra età ci dee p r in c ip a lm e n ­
te in d u ce re , una m agnificenzia da uno i n ­
n am orato fatta m i piace di ra cco n tarv i. L a
q u a le , ogni cosa co n sid e ra ta , non vi parrà
p e r avven tu ra m inore che alcuna d elle m o­
s tra te , se q u ello è vero che i tesori si d o n i­
n o , le in im ic izie si d im e n tic h in o , e pon ga­
si la propia v it a , l ’ onore e la fa m a , c h’ è
m o lto p i ù , ili m ille p e r ic o li, per potere la
cosa am ata possedere.
F u adunque in B o lo g n a , n o b ilissim a c i t ­
tà di L o m b a r d ia , un cavaliere per v irtù e
p e r n o b iltà di sangue ragguardevole a s s a i,
i l q u al fu ch iam ato m esser G e n til C a rise n
d i. Il qual giovan e d ’una gen til donna ch ia ­
m ata m adonna C a ta lin a , m oglie d ’un N ic ­
co lu ccio C a c c ia n im ic o , s ’inn am orò ; e p e r ­
chè m ale d ello a m o r d ella donna e ra ,

�N O V E L L A IV : 113 q u a
si d isp era to sen e, podestà ch iam ato di M o
d o n a , v ’ andò. In questo tem p o , non essen
do N icco lu ccio a B o lo g n a , e la donna ad
una sua possession e, forse tre m iglia a lla
terra v ic in a , e ssen d o si, p e rciò che gravida e
ra, andata a sta re, avven n e ch e subitam en ­
te un fiero accidente la sop rap prese, il qua
le fu tale e d i tan ta fo rza, ch e in lei spense
ogn i segno d i v ita , e perciò ezian d io da a l­
cun m ed ico m orta giu d icata fu; e p e rciò
che le sue più con giu n te paren ti d icevan se
a vere avuto d a le i non essere ancora d i
tan to tem po gravid a , che perfetta potesse
essere la creatura, senza a ltro im p accio
d a r s i, quale ella e r a , in uno a ve llo d ’ una
ch iesa iv i vicin a'd o p o ' m o lto pian to la sep
p e lliro n o . L a q ual cosa su bitam ente da un
su o am ico fu significata a m esser G e n tile .
I l qual d i c iò ancora che della sua g r a z ia
fosse p o v e rissim o , si dolse m o lto , u ltim a ­
m ente seco d ice n d o : e c c o , m adonna C ata
l in a , tu s e ’ m o rta : io m en tre ch e v iv e sti
m ai un solo sguardo da te a ver non p o t e i :
p e r che o r a , che d ifen der non ti p o tr a i,
c o n v ien per certo c h e , cosi m orta com e tu
se ’ , io alcun bascio ti tolga. E questo d e t ­
t o , essendo già n o tte , dato ordine com e la
sua andata occu lta fosse , con un suo fa m i­
glia re m ontato a c a v a llo , sen za ristare cola

T'orno V .

8

�1 14 G I O R N A T A D E C I M A
p e rv e n ne d ove se p p ellita era la d o n n a , e t
a perta la s e p o ltu r a , in qu ella d ilige n te ­
m ente e n trò , e postolesi a giacere a lla to , il
suo v iso a q u ello d e lla donna a ccostò , e
più v o lte con m o lte la grim e piangendo i l
b a s c iò . M a , sì com e n oi veggiam o l ' a p p e ­
tito d egli u om in i a niun term in e star c o n ­
t e n t o , m a sem pre più a va n ti desiderare , e
spezialm en te q u ello d eg li a m a n ti, avendo
costu i seco d ilib e rato ili più non is t a r v i ,
d isse: deli perchè n on le to cco i o , poiché
io
son qui , un poco il petto ? io non la
debbo m ai più to c c a r e , nè m ai più la to c ­
c a i. V in to adunque da questo a p p etito , le
m ise la m ano in se n o , e per alqu an to spa­
zio t en u ta la v i, g li parve sen tire alcuna c o ­
sa battere il cu ore a c o s t e i. Il quale , poi
ch è ogn i paura ebbe ca ccia ta da se, con p iù
sen tim en to cercan d o, tro v ò costei per certo
non esser m o rta,q u an tu n q u e p rca e debole
estim asse la vita ; per che s o a v e m e n te ,
q uanto più p o t è , dal suo fa m ig liare a iu ta
t o , d el m onim ento la tra s s e , e d a v a n ti al
ca v a i m e ssa la si, segretam ente in casa sua
Ia condusse in B ologna. E ra q u ivi la m adre
d i lu i , valorosa e savia donna : la qual po­
scia che d al figliu olo ebbe distesam ente
og ni cosa u d ita , d a pietà m o ssa,c h etam en ­
te con gran d issim i fuoch i e con alcu n

�N O V E L L A IV .
115
b n o in costei riv o c ò la sm a rrita v ita . L a
g
a
q uale com e r iv e n n e , cosi gittò un gran s o ­
s p ir o , e d isse : o im è , ora ove sono io ? A
cu i la valen te donna rispose: c o n fo r ta ti, tu
se’ in b u o n lu o g o . C o stei in se to rn ata e
d in torn o g u a r d a n d o s i , non bene con oscen
do dove ella fo sse , e veggendosi d avan ti
m esser G e n tile , piena d i m ara vig lia la m a­
dre di lu i pregò che le d icesse in che guisa
ella q u iv i veduta fo s s e . A ll a q uale m esser
G e n tile ord in atam en te co n tò ogn i cosa. D i
ch e ella d o le n d o si, d opo alqu an to q u elle
gra zie g li rendè che ella potè , e t appresso
il pregò per q u ello am ore il quale e gli
l ’ aveva già p o r ta to , e p e r cortesia d i lui ,
che in casa sua ella da lu i non ricevesse c o ­
sa che fosse m eno ch e ono r d i lei e d el suo
m arito , e com e il d ì venuto fo s s e , a lla sua
p ro p ria casa la lasciasse torn a re. A ll a q u ale
inesser G e n tile risp o se : m adonna , c he n te
ch e il m io desiderio si sia sta to n e ’ tem pi
p a s s a ti, io n on intend o al presen te n è m ai
p e r in n anzi ( poiché Iddio m ’ ha questa
grazia c o n c e d u t a ch e da m orte a v ita m i
v ’ ha re n d u ta , essendone cagion e l ’ am ore
che io v ’ ho per ad d ie tro p o r ta to ) d i tr a t­
ta rv i nè q u i nè a lt r o v e , se non com e cara
so re lla ; ma qu esto m io b e n e ficio , operato
in voi questa n o t t e , m erita a lcu n gu id crdone.

�116

G IO R N A T A D E C IM A
e p e rciò io vo glio che v o i non m i
n eghiate una grazia l a quale io v i d om an ­
d e r ò . A l quale la donna benign am en te r i­
spose se essere a p p a re cch ia ta, solo che ella
p o te sse , et onesta fosse. M esser G e n tile a l
lo r a d isse; m a d o n n a ,ciascu n vostro paren­
te e t ogni B olognese credono e t han no per
c e rto v o i esser m o rta ; per che nim ia p e r­
sona è , la quale p iù a casa v ’a s p e tti; e p er­
c iò io v o g lio di grazia da v o i, ch e v i debbia
p iacere d i d im o ra rv i tacitam en te q u i con
m ia m adre infino a t a n t o ché io da M odona
t o r n i , che sarà t o s to . E la cagion e p e r ch e
io questo v i cheggio è , perciò che io in te n ­
d o d i v o i in presenzia dei m ig lio ri c it t a d i­
n i d i questa terra fare un caro et uno s o ­
len n e dono al vostro m arito . L a donna
conoscendosi al cavaliere obbligata , e che
la dom anda era onesta , quantunque m o lto
desiderasse di ra llegra re d ella sua vita i
suoi p aren ti , si dispose a far q u ello che
m esser G e n tile d om an d ava; ec o s i sopra la
sua fede gli p ro m ise . E t appena erano le
parole d ella sua risposta finite , che ella
sen tì il tem po d e l p arto rire esser ven u to :
p er ch e teneram ente dalla m adre d i m esser
G e n tile a iu ta ta , non m o lto stan te p a rtorì
un bel figliu ol m asch io . L a qual co la in
m o lti doppi m u ltip licó la le tiz ia di messer

�N O V E L L A IV .
117
G e n tile e d i l e i . M esser G e n tile o rd in ò
che le cose opp ortu ne tu tte v i fossero, e
ch e così fosse se rv ita co ste i com e se sua
propia m oglie fo sso , et a M odona segreta
m ente se n e torn ò.Q u iv i fo rn ito i l tem po
del suo ufic i o , e t a B ologna d o ve ndosene
tornare , ord in ò quella m attin a che in B o ­
logna en trar d o v e v a , d i m o lti e g e n tili uo­
m in i di B o lo g n a , t r a ’ qu ali fu N ic c o lu c c io
C a c c ia n im ico , un gran de e b el c o n v ito in
casa sua : e torn ato et i sm on tato e con lo r
t r o v a t o s i, aven do sim ilm en te la donna r i­
trovata più bella e p iù sana che m a i, et il
suo fig lio le tto star b en e, co n a llegrezza i n ­
co m p arab ile i suoi fo restieri m ise a t a v o la ,
e q u eg li fece d i più v iv a n d e m agn ificam en ­
te s e r v ir e . E t essendo giù v ic in o alla sua
fine il m an giare , avendo e gli p rim a a lla
donna d etto quello ch e d i fare in te n d e v a , e
con le i o rd in ato il m odo che dovesse tene­
re , cosi co m in ciò a p a rla re : s ig n o r i, io m i
rico rd o av ere alcuna v olta in teso , in P e rsia
essere se c a m o il m io i nd ic io una p ia cevo le
u san za, la quale è ch e, quando alcuno vuole
som m am ente onorare i l suo a m ic o , e g li
lo ’ n v ita ». casa sua , e q u iv i g li m ostra
q uella cosa ( o m oglie o am ica o figliu ola o
ch e clic si sia ) la quale e g li ha p iù cara ,
afferm ando c h e , se egli p o te sse , cosi com e

�118
G I O R N A T A D E C IM A
questo g li m o s tr a , m o lto più v o le n tie ri g li
m o sterria i l cu or su o . L a q uale io in ten d o
di v o le re osservare in Bologna . V o i , la
v ostra m ercè, avete onorato il m io c o n v ito ,
e t io v o g lio onorar v o i a lla persesca , m o­
stra n d o v i la più cara c o s i d ie io abbia nel
m o n d o , o ch e io debbia aver m a i. Ma p r i­
m a ch e io fa ccia q u e s to , v i priego m i d i­
cia te q u ello che sen tite d ’ un dubbio il qua­
le io v i m o v e rò . E g li è alcuna persona la
q uale ha in casa un suo buono e fedelissim o
s e r v id o r e , i l q uale in ferm a gra v em e n te :
questo c o t a le , senza attendere il fine del
se rv o in fe r m o , i l fa p ortare nel m ezzo del
la s tr a d a , nè p iù ha cura d i lui : vien e uno
stra n o , e m osso a com passion e d ello ’ n fe r
m o , e sei reca a casa e co n gran s o llic itu
d in e e con ispesa il torn a n ella pi im a s a n i­
t à . V o rre i io ora sapere s e , te ne n dolsi et
usando i suoi s e r v ig i, il suo sign ore si può
n buona equità dolere o ra m m aricare d el
secon d o , se , e gli radd om an d andolo , re n ­
d ere noi v o le sse . I g e n tili u o m in i, fra se
avu ti v ari ra gio n am en ti, e tu tti in una se n ­
ten zia c o n c o rre n d o , a N ic c o lu c c io C a c c ia nim
ico
, p erciò che b ello et orn ato fa v e lla ­
tore era , co m m isero la risp osta . C o s t u i,
com m en data p rim ieram en te l ' usanza di
P e rs ia , d isse se con g li n itri insiem e essere

�N O V E L L A IV .
119
i n questa o p in io n e , ch e il prim o sign ore
n i u n a ragione avesse più nel suo serv id o re,
poiché in sì fatto caso non solam ente ab ­
bandonato, ma g itta to l ’ a v e a ; e che , per li
benefìci d el secondo u sati, giustam ente par
ea d i l u i il servid o re d ive n u to : p erch è te ­
n e n d o lo , n iuna n o ia , niuna fo r z a , niuna
ingiuria faceva al p r im ie ro . G l i a ltri tu tti
e l l e a lle ta v o le erano, ch e v ’ avea d i v a le n ti
u om in i, tu tti insiem e dissero se ten er q u ello
c h e da N i c c o l u c c i o era stato r is p o s to . I l
cava lie re con tento d i ta l ris p o s ta , e che
N ic c o lu c c io l ’ avesse fatta , afferm ò se esse
r e in quella op in io n e a lt r e s ì, et appresso
d isse : tem po è ornai che io secon do la p ro ­
messa v ’ o n o r i. E ch iam ati due dei suoi fam ig lia r i, g li m andò a lla d o n n a , l a q uale
e g li egregiam en te av ea fa tta v e s tire e t o r ­
nare , e m andolla pregando ch e le dovesse
p iacere di ven ire a far lie t i i g e n tili u om i­
n i d ella sua presenzia . L a q u a l, preso in
b ra ccio il fig liu o lin suo b e llis s im o , da due
fa m ig liar! accom pagn ata n ella s a l a v e n u e ,
e com e al c a v a lie r piacque , appresso ad un
valen te uomo si pose a se d e re : e t e gli d is ­
se : s ig n o r i, questa e qu ella cosa che io ho
più cara e t intendo d ’ a v e r e , ch e a lcu n ’ a l­
t r a . G u ardate se e g li v i pare ch e io abbia
ragione. I g e n tili u o m in i, on oratola e

�120 G I O R N A T A D E C I M A
c ondatala m o lto , et al cavaliere afferm ato
m
o
d ie cara la doveva a v e r e , la com in ciaron o
a riguardare : e t assai ve n ’ eran che le i
avrebbon d etto co le i ch i ella e ra , se lei per
m orta non avessero a vu ta . M a sopra tu tti
la riguardava N ic c o lu c c io . I l quale, essen­
dosi alquan to p a rtito il c a v a lie re , si com e
colu i che ardeva d i sapere c h i ella fo s se ,
non potendosene t e n e r e , la dom andò se
B olognese fosse o forestiera . L a donna
sen ten d o si al suo m arito dom andare , con
fa tica d i rispondere si ten n e; ma pu r , per
servare l ’ ord in e p o sto ; tacque. A lc u n a ltro
la dom andò se suo era quel fìg lio le tto , et
alcu no se m oglie fosse di m esser G e n tile ,
o in a ltra m an ie ra sua p a re n te . A i q u ali
n iu na risposta fe c e . M a sop ravvegn en d o
m esser G e n t ile , disse alcu n d e’ suoi fo re ­
s t ie r i; m e sse re , b e lla cosa è questa v o stra,
ina ella ne p a r m u to la ; è ella c o s i? S ig n o ­
r i , disse m esser G e n tile , il non avere e lla al
presente p a r la to , è non p ic c o lo argom ento
d ella sua v irtù . D ite c i adunque v o i, segu itò
c o lu i, ch i ella è . D isse il c a v a lie re ; questo
farò io v o le n tie r i, sol che voi m i p ro m ettiate,
p er cosa che io d ic a , n i n n o d oversi m uovere
d el luogo suo fino a tan to che io non ho la
m ia n ovella fin ita. A l q uale avendol prom es­
so cia scu n o , et essendo già levate le ta v o le ,

�N O V E L L A IV .
121
m esser G e n tile allato a lla donna sed end o,
disse : sign ori questa donna è q uello lea le
e fedel s e r v o , d el quale io poco a v a n ti v i
le ’ la dim anda, la q u ale d ai suoi poco a v u ­
ta ca ra , e cosi com e v ile e più non u tile n el
m ezzo della strada g itta ta , da me fu r ic o l­
ta , e colla m ia so llec itu d ine et opera d elle
mani la trassi a lla m o rte : et Idd io a lla m ia
b uona affezion riguard an d o, d i corp o spa­
ven tevo le cosi bella d iv e n ir m e l ’ ba fa t t a .
M a a cciò che v o i più apertam ente in te n ­
d iate com e questo avvenuto m i sia , b rie v e ­
m ente v e l farò c h ia r o . E co m in ciato si d al
suo in n am orarsi d i le i, ciò che avven u to
era infìno allo ra d istin tam en te n arrò co n
gran m ara vig lia d eg li a sc o lta n ti , e p o i
soggiunse : per le q u ali cose, se m utata n on
avete sentenzia da poco in q u a, e N ic c o ­
lu c c io sp ezia lm en te, questa donna m erita­
m ente è m ia , u è a lcu n o con giu sto tito lo
me la può raddom andare. A questo n iun
risp o sa , a n z i tu tti attendevan q uello che
e g li più ava n ti dovesse d ir e . N ic c o lu c c io ,
e d eg li a ltri che v ’ e r a n o , e la d on n a , d i
com passim i la grim av an o . M a m esser G e n ­
tile , levatosi in piè e preso n elle sue b ra c­
cia il p iccio l fa n ciu llin o e la donna per la
m an o, et andato verso N ic c o lu c c io , d isse:
leva su , co m p are; io non ti rendo tua

�122 G I O R N A T A D E C I M A
lg
o
mlie r e , la quale i tuoi e suoi paren ti g itta rono
v i a , m a io ti v o g lio donare questa
donna m ia com are con questo suo fig lio
le tto , il q u ale son certo d ie fu da t e gene­
r a to , et il q uale io a b attesim o ten ui e n o
m in a ’ lo G e n tile ; e priegoti c h e , perch ’e l­
la sia nella m ia casa v ic in d i tre m esi sta­
t a , ch e e lla non ti sia m en c a ra ; che io ti
g iu ro per q u ello Idd io d ie forse già d i le i
in n am orar m i fece a c c iò clic il m io am ore
fosse, si com e stato è , cagio n d ella sua sa ­
lu te , che ella m ai o col padre e colla m adre
o con teco p iò onestam ente non v is s e , ch e
e lla appresso di m ia m adre ha fa tto n ella
m ia casa. E questo d e tto , si riv o lse a lla
d on na c d isse: m ad on na, ornai da ogni p ro ­
m essa fa ttam i io v ’a sso lv o ,e lib era vi lascio
d i N ic c o lu c c io : e rim essa la d onna e ’1
fa n ciu l nelle b ra ccia d i N ic c o lu c c io ,s i to r ­
n ò a sedere. N ic c o lu c c io disiderosam ente
r ice v e tte la sua donna e ’ 1 fig liu o lo , tanto
più lieto quan to p iò n’ era d i speran za lo n ­
ta n o , e , com e m eglio potè e sepp e, rin g ra ­
z iò il c a v a lie re .' e g li a l t r i , ch e tu tti d i
com passion la g rim av an o , d i questo il com
m endaron m o lt o , e com m en dato fu da
ch iu nq u e l ’ udì. L a donna con m aravigliosa
festa fu in casa sua ric e v u ta , e quasi risu ­
scitata con am m irazion e fu più tem po

�N O V E L L A IV .
123
tgata da’ Bolognesi ; e m esser G e n tile sem ­
a
u
pre am ico visse d i N ic c o lu c c io e d e ’ suoi
paren ti e di quei della donna. C h e ad u n ­
que qui, benigne d o n n e , d irete ? estim e re
te 1’ aver d onato un R e lo sce ttro e Ia c o r
ona , e t uno abate senza suo co sto a ve r
rico n cilia to un m alfa tto re al P u p a , o un
V ecchio porgere la sua gola al c o lte llo d el
n im ic o ,e s s e re stato da aggu agliare al fatto
di m e sser G e n tile ? Il quale giovan e e t a r­
dente , e giusto tito lo paren do gli avere in
c iò ch e la t racutaggin e a ltru i aveva g itta to
via et egli per Ia sua buona fortun a aveva
r ic o lt o , non solo te m p e rò onestam ente il
suo fuoco , ma lib eralm en te q u ello ch e e gli
soleva con tu tto il pensier d isid erare e ce r­
c a r di ru b a re , a v e n d o lo , r e s t it u ì. P e r c e r ­
to ninna d elle già d ette a questa m i p a r s i m
ig lia n te .

�124

G I O R N A T A D E C IM A
N O V E L L A

V.

Madonna Dianora domanda a messer A n­
saldo un giardino di gennaio bello come
d i maggio. Messer Ansaldo con l ’obbli­
garsi ad uno nigromante gliele dà . Il
marito le concede che ella faccia il pia­
cere di messer Ansaldo, il quale, udita
la liberalità del marito, l ’ assolve della
promessa, et il nigromante, senza vole­
re alcuna cosa del suo, assolve messer
Ansaldo.
P e r ciascuno della lieta b r ig ata era già
stato messer G e n til e con somme lode tolto
infìno al c i e l o , quan do il He im pose ad
E m i l i a che seguisse: la quale b ald a n z osa ­
m e n t e , quasi d i dire d is id er o sa , così c o ­
m i n c i ò . Morbide d o n n e , niun con ra gion
d irà messer G e n t i l e no n aver magnifica­
m en te op era to; ma il voler dire che più
non si possa , il più po te rsi non fia forse
m alage vo le a mostrarsi : il che io a vviso in
una mia n ov ellett a di r a c c o n t a r v i .
In F r i o l i , paese , quantunque fredd o ,
lieto di belle montagne , di più fiumi e di
ch iare fontane , è una terra ch iam ata U d i ­
n e , n ella quale fu già una bella e nobile

�N O V E L L A V.
125
d o n n a , ch iam ata m adonna D ia n o ra , e m o ­
g lie d’ un gran ric c o uomo n om in ato G i l ­
berto, assai piacevole e d i buona a r ia . E
m eritò questa donna p e r lo suo valore d’e s
sere am ata som m am ente da un n o b ile e
gran b a r o n e , il quale a veva nom e m essere
A nsaldo G r a d e n s e , uom o d ’ a lto a ffa re , 0
per arm e e per cortesia conosciuto per tu t­
to . Il quale ferventem ente am andola et ogni
cosa f a c c e n d o che p er lui si poteva per e s ­
sere a m a t o da lei» et a c iò spesso per sue
am basciate so llic ita nd o la , invano si fa ti­
cava . E t e s s e n d o alla d o n n a g ra v i le s o lli
c ita zio n i del cava lie re , e veggendo c h e ,
per negare ella o gn i cosa da lui d om an da­
t o lo , esso perciò d’ am arla uè di s o llic ita r la
si rim a n e v a , con una nuova e t a l suo
g iu d icio im p o ssib il dom anda si pensò d i
v o lerio si torre da d o sso , et ad una fem ina
che a lei d a parte di lui spesse v o lte v e n i­
va , disse un dì cosi ; buona fem ina , tu
m ’ hai m olte v o lte afferm ato che messere
A nsald o sopra tu tte le cose m ’ a m a , e
a
rma v ig lio si d on i m ’ hai da sua parte proffer­
i i , li q u ali v oglio che si rim an gan o a l u i ,
perciò che per quegli m ai ad am ar lui uè
a co m p iacergli m i recherei ; e se io potessi
esser certa clic egli cotan to m ’ am asse quanto
t u d i’ , senza fallo io m i r echerei ad am ar

�126 G I O R N A T A D E C I M A
l u ì , e t a fa r q u ello che e g li volesse ; e per­
c iò , d ove d i c iò m i volesse fa r fede con
q u ello che io dom anderò , io sarei a* suoi
com andam euti presta . D isse la buona fe
m in a : che è q u e llo , m a d o n n a , che v o i d isid erate c h' el fa c c ia ? R isp ose la d o n n a :
q u ello che io desidero è q u esto . Io vo glio
d el mese di gennaio che vien e , appresso d i
questa terra un g ia rd in o pieno d i verdi e r ­
b e , di fiori e d i fronzu ti a lb o r i, non a ltr i­
m en ti fatto che se d i m aggio fo s se , il q u a ­
le d ove e g li non faccia , nè te nè a ltri m i
m andi mai p iù ; p erciò ch e se più m i s t i­
m olasse , com e io infino a qui del tu tto a l
m io m arito et a’ m iei parenti tenuto ho na
scoso , così d olen dom ene loro , di levar to­
m i da dosso m ’ in g e g n e re i. Il c a v a lie r e ,
udita la dom anda e la profferta d ella sua
donna , quantunque gra v e cosa e quasi im ­
possib ile a d over fare g li p a re sse , e c o ­
noscesse per n iu n ’ altra cosa ciò essere d a l­
la donna addom andato se non per to rlo
d a lla sua speranza , pu r seco propose di
v o le r tentare quantunque fare se ne potes«
s e ; e t in più p a rti per lo m ondo m andò
ce rca n d o se in c iò alcun si trovasse ch e
aiuto o con siglio g li desse ; e v en n egli uno
a lle mani il q uale , dove ben salariato fo s­
s e , per arte n igrom antica p ro fe riv a d i

�NOVELLA V.
1 27
rlf o . C o l quale m essere A n sa ld o p e r gran
a
d issim a qu an tità d i m oneta c o n v e n u to si,
lie to aspettò il tem po p o s to g li. I l qual v e ­
n u to , essendo i freddi gra n d issim i e t o gn i
cosa pieno d i neve e di gh ia cc io , i l v ale n ­
te uomo i n un bellissim o p rato v ic in o a lla
c ittà con sue a rti fece s i , la n o tte a lla q u a ­
le il ca len di gennaio segu itava , ch e la
m attin a a p p a r v e , secondo ch e co lo r ch e '1
ì V edevan te stim o n ia v a n o , un d e’ più be’
g ia rd in i che m ai per aleuti fosse stato v e ­
d uto , con erbe e cou a lb eri e co n fr u tti
d ’ o g n i m a n ie ra .Il quale com e messere A n ­
saldo lietissim o ebbe v e d u to ,fa tto co gliere
d e ’ più be’ fru tti e de’ più be’ fior che
v'er a n o , qu egli o ccu lta m en te fu’ presentare
a lla sua d o n n a , e le i in v ita re a ved ere i l
g ia rd in o da lei a d d o m a n d a to , a cciò che
p e r quel potesse lui am arla c o n o sc e re , e r i­
c o rd a rsi d ella p ro m issio n fa ttagli e con sa
ram ento f e rm ata , e , com e leal d o n n a , poi
procu rar d ’ a tten ergliele . L a donna , v e­
d u ti i fiori e ’ fr u t t i, e già da m olti d el m ara vig lio so giard in o avendo u dito d ir e ,
sin
c' o m inc iò a pentere d ella sua prom essa. M a
Con tu tto il p e n tim e n to , si com e vaga d i
v ed er cose n u o v e , c o n m olte altre donne
d ella città andò il giard in o a ved ere, e non
senza m araviglia com m endatolo assa i, più

�128 G I O R N A T A D E C IM A
c h e a ltra fem ina d olen te a casa se ne to r­
n ò , a q u el pensando a che per q u ello era
o b b lig a ta : e fu il d o lore t a l e , che non po
ten d o l ben d en tro n a sc o n d e re , con ven n e
c h e , di fu o ri a p p a re n d o , il m arito d i le i
se n ’ a cco rgesse, e v o lle del tu tto da lei d i
q u ello saper la ca g io n e . L a donna per v e r ­
gogn a i l tacque m olto : ultim am en te c o ­
stre tta ord in atam en te g li aperse ogn i c o s a .
G ilb e r to prim ieram en te c iò udendo si tu r­
b ò fo r te : poi con siderata la pura in te n zio n
d ella d o n n a , con m ig lio r c o n s ig lio , c a c ­
cia ta v ia l ' ira , d isse: D ian ora , e g li non è
o tto d i savia nè d ’ onesta donna d ’ a sc o lta ­
re alcuna am b asciata delle co si fatte , uè
d i p a tto v ire sotto alcuna co n d izio n e coii
alcu no la sua c a s t it à . L e parole per g li
o re cch i d al cuore ricevu te hanno m aggior
fo rza ch e m o lti non is tim a n o , e quasi ogni
cosa d ivie n e a gli a m an ti p o ssib ile. M ale
adunque facesti prim a ad ascoltare e poscia
a p a tto v ir e ; m a p e rciò che io conosco la
p u rità d ello anim o t u o , per so lv e rti d al
legam e d ella p ro m essa , q u ello ti co ncederò
che forse alcuno a ltro non farebbe , in d u ­
re n d o m i ancora la paura d el n ig ro m a n te ,
al q u al forse m esser A n s a ld o , se tu il bef­
fassi , far c i farebbe d o le n ti. V o g lio io che
tu a lu i vada e , se per m odo alcun puoi ,

�N OVELLA V.
129
t ’ ingegni di far c h e , servata la tua o n e stà ,
tu sii da questa prom essa d iscio lta : dove
a ltra m en ti n on si potesse, per questa v o lta
il c o rp o , ma non l ’ a n im o , g li c o n c e d i. L a
d o n n a , udendo i l m a r it o , piagn eva e n e
g ava se co tal gra zia vo ler da lu i. A G i l ­
b e rto , quantunque la donna il negasse m o l­
to , piacque ch e cosi fo s se . P e r c h e , v e ­
nuta la seguente m a ttin a , ih su 1 aurora ,
senza trop p o o rn a rs i, con due suoi fa m i­
glia r! in n an zi e con una cam eriera a ppres­
so , n ’ andò la donna a casa m essere A n sa i- .
do. Il quale udendo la sua donna a lui esser
Venuta, si m aravigliò fo r te ,e levatosi e fa tto
il n igrom an t e chiam are, g li d isse : io v o g lio
che tu veggh i q uanto di bene la tua arte
m ’ ha fa tto acquistare. E t in con tro a n d a tile,
senza alcun disordinati) a p p e tito s e g u ire ,
con reverenza onestam ente la ric e v e tte , et
in una bella cam era ad un gran fuoco se
n ’ en trar t u t t i: e fatto le i p o rre a s e d e r,
d isse : m ad o n n a , io v i p r ie g o , se il lungo
am ore il quale io v ’ ho portato m erita a l­
cun gu id e rd o n e , ch e non v i sia noia d ’ a
p rirm i la vera cagione che qui a cosi fa r à
ora v ’ ha fatta ven ire e con co tal co m p a­
gnia . L a donna vergognosa e quasi con le
lagrim e sopra g li occhi ris p o se : m esse re ,
n è am or che io vi p o rti n è promessa fède

T om o V .

9

�13o G I O R N A T A D E C I M A
m i m enan q u i, m a il com an dam en to d el m io
m a r it o , i l q u a le , avu to p iù risp e tto a lle
fa tich e d e l vo stro disord in ato a m o re , ch e
a l suo e m io onore , m i ci ha fa tta v e n ir e ;
e per com an d am en to d i lui disposta sono
p e r questa v o lta ad ogni v ostro p ia c e re .
M essere A n s a ld o ,s e prim a si m ara vig liav a
udendo la donna , m o lto più s ’ in com inciò
a m a ra v ig lia re : e d a lla lib e ra lità d i G i l
h erto co m m o sso , il suo fervore in c o m p assione
co m in c iò a c a m b ia r e , e d is s e ; m a­
d o n n a . inique a D io non p ia c c ia , poscia
che così è com e v o ì d i t e , ch e io sia gua­
sta to re d ello onore di chi ha com passione
a l m io a m o re ; e p e rciò l ’ esser qui s a r à ,
q u an to vi p ia c e rà , n on altram ente clic se
m ia sorella fo ste , e , q uando a grado v i
s a r à , lib eram en te v i p otrete p a rtire , si v e
ram ente che voi al v ostro m arito d i tanta
i o r t e s ia , quanta la sua è s ta ta , q u elle gra
z ie renderete ch e co n ve n e v o li c re d e re te ,
m e sem pre per lo tem po avven ire avendo
p e r frati Ilo e per servid ore. L a donna que­
ste parole u d en d o , più lieta che m a i, d is ­
se : n iu n a cosa m i potè m ai far c re d e r e ,
aven d o riguard o ai v o stri c o s tu m i, ch e a l­
tro m i dovesse seguir d ella m ia v en u ta ,c h e
q u ello ch e io v eg gio che v o i ne fa t e , d i che
io v i sarò sen ip ie obb ligata ; e preso

�N OVELLA V.
i 3 i
c iato , on orevolm en te acco m p agn ata ai
m
o
to rn ò a G ilb e rto , e ra cco n to g li c iò che
avven uto tra ; d i ch e strettissim a e lea le
a m istà lu i e m esser A n sa ld o c o n g iu n se . I l
n ig ro m a n te , al quale m esser A nsald o d i
dare il prom esso prem io s ’ a p p a re c c h ia v a ,
ved u ta la lib eralità d i G ilb e rto verso m esser A n s a ld o , e quella d i m esser A nsaldo
verso la d o n n a , d isse : già D io non v o g lia ,
poiché io lio veduto G ilb e rto lib erale d el
suo onore e v o i d el vo stro a m o re , che io
sim ilm en te non sia lib erale d el m io guider
d o n e; e perciò conoscendo q u ello a voi star
b e n e , in ten d o ch e vo stro s ia . I l cavaliere
si v e r g o g n ò , et ingegnossi di fa rg li o tu tto
o parte p ren d ere; ma poich é in vano si fa ­
t ic a v a , avendo il n igro m an te d opo i l terzo
d ì to lto v ia il suo g ia rd in o , e p ia cen d o gli
d i p a r t ir s i, il com an d ò a D i o , e spento
d el cuore il c o n c u p isc ib ile am ore verso la
d o n n a , acceso d ’ onesta ca rità si rim a s e .
C h e d irem q u i, a m orevoli donne ? p rep o r­
rem o la quasi m orta donna et il già ra ttie ­
p id ito am ore per la spossata speranza a
questa lib e ra lità di m esser A n s a ld o , più
ferven tem ente che m ai am ando ancora , e
quasi da p iù speran za a c c e s o , e n elle sue
m ani ten en te la preda tan to segn ila? S c io c c a
cosa m i parrebbe a d o v er cred er ch e quella
lib e ra lità a questa c o m p ila r si p e t es s e .

�132 G I O R N A T A D E C I M A
N O V E L L A

VI .

Il Re Carlo vecchio vittorioso , d ’ una gio­
vinetta innamoratosi , vergognandosi
del suo folle pensiero , lei et una sua
sorella onorevolmente marita.
C h i potrebbe pienam ente racco n tare i v a r i
ra gio n am en ti tra le donne stati , q u al
m aggior lib e ra lità usasse o G ilb e rto o m es
ser A n sa ld o o il n igro m a n te ,in to rn o a ’fa tti
d i m adonna D ian o ra ? trop p o sarebbe lu n ­
go. M a poiché il R ea lq u a n to d isp u ta re ebbe
co n ce d u to , a lla F iam m etta guardan do, c o ­
m an dò ch e n ovellando traesse lo r d i q u e ­
stio n e . L a quale, niuno in d ugio p r e s o , in ­
c o m in c iò . S p len d id e d on n e, io fui sem pre
in opin ion e che n elle b riga te, com e la n o ­
stra è , si dovessse si largam ente ra gio n are,
c h e la tropp a strettezza della in tenzion d elle
cose dette non fosse a ltru i m ateria d i d i­
spu tare. Il che m olto più si c o n v ien e n elle
scu ole tra g li stu diatiti che tra n o i, le q u ali
appena a lla ro cca e t al fuso b astia m o . E
p e rciò io , che in anim o alcuna cosa d ub­
biosa fo r s e avea, veg gen d o vi per le gia dette
alla m isch ia, qu ella lascerò stare, et una ne

�N O V E L L A V I.
133
d irò , non m ica d 'u o m o di poco affare, ma
d ’ un valoroso R e, q u ello che egli c a v a lle re ­
scam ente operasse, in n u lla m oven do il suo
onore.
Ciascuna di v oi m olte v o lte può avere
u d ito ricord are il R e C a rlo vecch io o v v e r
Pr im o, per la cui m agnifica im p resa , e p oi
per la gloriosa v itto ria avuta del Re M a n ­
fre d i, furori di F iren ze i G h ib e llin c a c c ia ti,
e rito rn a ro n v i i G u e lfi. P e r la q u al cosa
un ca v a lier , ch iam ato m esser N e ri d eg li
L ib e rti, c o n tu tta la sua fa m ig lia e con
m o lti d en ari uscen don e, non si v o lle a l­
tro v e che sotto le braccia d el R e C a rlo
rid u cere: e per essere in so lita rio luogo e
q u iv i finire in riposo la v ita sua, a C a stello
da m are di D istab ia se n 'a n d ò ; et iv i forse
una balestrata rim osso d a ll’ altre a b ita zio n i
d ella te rra , tra u liv i e n o cciu o li e ca stagn i,
d e ’q u ali la contrada è abbondevole, co m ­
però una possessione, sopra la quale un bel
casam ento et agiato fe c e , et a llato a q u ello
un d ile tte v o le g ia rd in o ,n el m ezzo del q u a le
a n ostro m odo, avendo d ’acqua v iv a c o p ia ,
fece un bel v iv a io e c h ia r o , e q u ello d i
m o lto pesce riem p iè le g g ie rm e n te . E t a
n iun’a ltr a cosa attendendo che a fare o gn i
dì più b e llo il suo g ia rd in o , a vven n e che il
R e C a rlo , nel tem po ca ld o , p er rip o sarsi

�134 G I O R N A T A D E C I M A
a lq u a n to , a C a stello a m ar se n ’ andò. D o ve
udita la b e lle zza del g ia rd in o d i m esser
N e r i, d isid erò d i v e d e rlo . E t avendo u dito
d i cu i e ra , pensò ch e , perciò che d i parte
a vversa alla sua era il ca va lie re , più fa m i­
liarm en te con lui si volesse fa r e , e alan d o ­
g li a d ire ch e con q u attro co m p ag n i ch eta­
m en te la seguente sera con lu i vo leva c e n a ­
re n el suo giard in o . Il che a m esser N e r i
fu m olto c a r o , e m agn ificam en te avendo
a p p a re c c h ia to , e con la sua fam iglia avendo
ord in ato ciò che far si d o vesse, com e pili
lietam en te potè e se p p e , il R e nel suo bel
gia rd in o ricevette. I l q u a l, poiché il g ia r
d in tu tto e la casa d i m esser N e ri ebbe v ed u ta e com m en d a ta,essen d o le tavole messe
a lla to al v iv a io , ad una d i q u elle, ia v a to ,
si m ise a sedere, et al conte G u id o d i M o n
fo rte , che l ’ un d e’ co m p ag n i e ra , com an d ò
ch e d a ll’un d e ’ la ti d i lui sedesse, e m esser
N e r i d a ll’a ltr o ,e t ad a ltr i tre , che con lo ro
eran v e n u t i, co m an d ò che servissero se­
co n d o l ’ord in e posto da m esser N e r i. L e
v iv a n d e v i v e n n e r o d ilic a tc ,e t i v in i v i fu
ro no o ttim i e p rez io si, e l ’ord in e b ello e
lau d evole m olto senza a lc u n sentore e senza
n o ia . I l che il Re com m en dò m o lto . E m an ­
giando e gli lieta m en te, e d el luogo so litario
g io v a n d o g li, e n el g ia rd in o en traro n o due

�N O V E L L A V I.
1 35
giovin ette d ’ età forse di q u in d ici anni l ’ im a,
bionde com e fila d ’ oro e c o ’ c a p e lli tu tti
in an ella ti e sop r’ essi s c io lti una leggier
gh irla n d etta d i p ro v in ca , e n e lli lo r v isi
P i ù tosto a gn o li parevan ch e a ltra cosa,
tanto g li avevan d elic a ti e b e lli; et eran
Vestite d’ un vestim en to d i lin o so ttilissim o
e bian co com e neve in su le c a r n i .i l quale
d a lla cin tu ra in su era stre ttissim o e da in d i
in g iù largo a guisa d ’ un p a d iglion e e lungo
infino a’ pied i. E quella che d in an zi v en iv a
recava in su le sp alle un paio di van gaiuo ­
le , le qu ali colla sin istra man te n ea ,e n e lla
destra aveva un b aston lu n g o . L ’ a ltra c h e
v en iva appresso aveva sopra la spalla sin istra
una padella e sotto q uel b raccio m edesim o
un fascetto di le g n e , e n ella m ano un tre p ­
p ie d e , e n e ll’ a ltra m ano uno utel d ’ o lio
e t una f a ccellin a accesa . L e q u ali il Re
veden do si m a r a v ig liò , c sospeso attese
q u ello che questo volesse d ir e . L e g io v i­
n ette venute in n an zi onestam ente e Vergo­
g n o se , fecero reverenzia al R e ; et appresso
là andatesene onde nel v iva io s’ en trava ,
quella che la padella aveva , postala g i ù , e
l ’ a ltre cose a p p re sso , preso il baston ch e
l ’ altra p o r ta v a , et am endune n el v iv a io ,
l ’ acqua d el quale loro in fìno al p e tto ag
g iu g n e a , se n ’ e n tra ro n o . U n o d e’ fa m igliari

�136

G I O R N A T A D E C IM A
d i m esser N e r i prestam en te q u iv i
accese il fu o c o , e posta la padella sopra il
tre p p iè e d ello o lio m e s so v i, c o m inciò àd
a sp ettare che le gio v an i g li gittasser d el
p e s c e . D e lle qu ali l ’ una frugando in q u el­
le p a rti dove sapeva ch e i p esci si nascon ­
d e v a n o l ’ a ltra le van ga iu o le p a ra n d o ,
con gran d issim o piacere del R e che c iò a t­
tentam ente g u a rd a v a , in p icco lo spazio di
tem po presero pesce assai ; et al fa m ig lia r
g itta tin e che quasi v iv i n ella p a d ella g li
m etteva , sì com e am m aestrate erano state ,
c o m inc ia ro no a prendere d e' p iù b e lli et a
gitta re su per la tavola d a v a n ti al R e e t al
con te G u id o e t al padre . Q u e s ti pesci su
p e r la m ensa g u iz za v a n o , d i che il R e a v e ­
va m aravig lio so p ia c e re , e sim ilm en te e g li
p ren d endo d i q u e s ti, a lle g iovan i c o rtese­
m en te g li gitta va in d ie tro : e co si p e r a l­
quanto spazio c ia n c ia ro n o , tan to ch e il
fa m ig lia re q uello ebbe c o tto ch e d ato g l i
era sta to . 11 qual più per uno i n tram e tte re ,
ch e per m olto cara o d ile tte v al v iva n d a
aven do l m esser N e ri o r d in a t o , fu messo
d avan ti al R e . L e fa n ciu lle veggendo il p e­
sce co tto et avendo assai pescato , essen dosi
tu tto i l bianco vestim en to e so ttile loro
a p p icca to a lle c a r n i, nè quasi cosa alcuna
d ei d ilicu to lo ro c o rp o celando, n sciron

�N O V E L L A V I.
1 37
del viva io , e ciascuna le cose recate a ven do
rip re se , d avan ti al R e vergognosam ente
passsando, in casa se ne tornarono; I l R e
e ' l conte e g li a li li che serviva n o avevan o
m olto queste g io v in e tte con sid erate , e
m olto i n se m edesim o l ’avea lodate ciascuno
per belle e per bea fa tte , et o ltre a c iò per
p ia ce v o li e per c o stu m a te , ma sopra ad
ogn ’ a ltro erano al R e p ia c iu te . I l quale si
atten tam ente o gn i parte d el corp o lo ro
a veva con sid erata , uscendo esse d e ll’acqu a,
ch e ch i allora l ’avesse punto, non si sarebbe
se n tito ; e p iù a loro ripensando , senza
sapere chi si fossero uè c o m e , si sen ti nel
c u o r destare un fe rven tissim o d isid erò d i
piacer lo ro , per lo quale assai ben conobbe
se d iven ire in n am orato, se guardia non se
ne prendesse ; uè sapeva e g li stesso qual d i
lo r due si fosse quella che più gli piacesse,
si era d i tu tte cose l ’ una sim iglie v o le a l­
l ’a ltra . Ma p oich é alquanto fu sopra questo
p en sier d im o rato , riv o lto a m esser N e r i,
il dom andò ch i fossero le due d a m ig e lle .
A cu i m esser N e r i risp o se ; m o n sign o re,
q u este son m ie figliuole ad un m edesim o
parto n a t e , d elle q u ali l ' una ha nom e
G in e v ra la b e lla , e l ’ a ltra Iso tta la b io n ­
d a. A cui il R e le com m en dò m o llo , c o n ­
fortan dolo a m a rita rle . D a l c he messer

�138 G I O R N A T A D E C IM A
N e r i , per più non poter si scu sò. E t in
questo ninna cosa , fuor che le frutte , r e ­
stando a dar n ella c e n a , vennero le due
g io v in e tte in due giubbe d i zendado b e llis ­
sim e con due gran dissim i p ia ttelli di a r ­
gen to in m ano pien i d iv a r i fru tti,se c o n d o
che la stagion portava , e quegli d avanti
al re posarono sopra la tavola . E questo
f a t t o , alquanto in d ietro tir a te s i, co m in ­
cia ro n o a cantare uu su o n o , le cu i parole
co m in cian o ,
Là ov' io son giunto , Amore,
Non si poria contare lungamente
con tan ta d olcezza c sì p ia ce vo lm e n te, che
al R e , ch e con d ile tto le riguardava et
a s c o lta v a , pareva che tu tte le gerarch ie
d e g li angeli q u iv i fossero discese a ca n ta re.
E q uel d etto in g in o c c h ia te s i, reveren te­
m en te co m m ia to d om andarono dal R e . Il
q u ale, ancora che la lor partita g li g ra v a s­
se , pure in v ista lietam en te il diede. F in ita
adunque la c e n a ,e t il Re c o ’ suoi com p agn i
rim o n ta ti a c a v a llo e m esser N e ri la scia to ,
ragion an d o d ’ una cosa e d ' a ltra , al reale
ostiere se ne torn aro n o . Q u iv i ten en d o il
R e la sua affezion nascosa , nè per grande
affare che so p ra v v e n isse ,p o te n d o d im e n ticar

�N O V E L L A V I.
139
la b ellezea e Ia piacevolezza di G in e v ra
l a b e lla , per am or d i cu i Ia sorella a lei sim iglien te ancora a m a va , s ì n e ll'a m o ro s e
panie s ’ in v e s c ò , che quasi ad a ltro pensar
non poteva ; et a ltre cagio n i d im o s tr a n d o ,
con messer N e ri teneva una stretta d im e­
stich e zz a , e t assai sovente il suo b e l gia rd in
V i s i t a v a per v e d e r la G in e v r a . E già più
a va n ti sofferir non poten do , et e sse n d o gli,
non sappiendo a ltro m odo ved e re , nel pens
ier caduto d i d over non solam en te l’ una
m a am endune le gio v in e tte al padre to rre ,
e t il suo am ore e la sua in ten zion e fé’ m a­
n ifesta a l con te G u id o . Il q u ale, perciò che
v a le n te uom o era , g li disse : m onsign ore,io
ho gran m ara vig lia d i c iò ch e voi m i d it e ,
e tan to ne 1 ho m aggiore clic un ’ a ltro non
a vreb b e, q u an to m i par m eglio d e l l a vostra
fa n ciu lle zz a i nfi no a questo dì avere i v o stri
costu m i c o n o sc iu ti, ch e a lcu n a ltro. E non
essendom i paruto giam m ai n e lla v o stra
giovan ezza , nella quale a m or più legger­
m ente doveva i suoi a rtig li ficcare , a ver
t a l passion co n o sciu ta, sen ten d ovi ora c h e
già siete a lla v ecch iezza v ic in o , m ’ è si
nu ovo e sì stran o ch e v o i per am ore am ia­
te ; ch e qu asi un m irae o i m i p a re ; e se a
m e d i c iò cadesse il r ip r e n d e r v i, io so b e n
e ciò ch e io ve n e d ire i avendo rig u a rd o

�140
G I O R N A T A D E C IM A
che voi ancora siete con l ’ arm e indosso n e l
regn o n uovam en te a c q u ista to , tra n azion
non con osciuta e piena d ’inganni e d i t r a ­
d im e n t i, e tu tto o ccu pato d i gran dissim e
so llic itu d in i e d ’ a lto affare , nè ancora v i
siete potu to porre a sedere, et in tra tan te
cose abbiate fa tto luogo al lu singhevole
am ore. Q u esto non è atto d i R e m agnani­
m o , anzi d ’ un p u sillan im o g io v in e tto . E t
o ltre a questo , ch e è m olto p e g g io , d ite
ch e d ilib e rato a vete di to rre le d ue fig liu o
le a l povero c a v a lie r e ,il q u a le in casa sua o l­
tre a i poter suo v ’ ha o n o ra to ,e p er p iù ono­
r a r v i,q u e lle qu asi ignude v ’ ha d im o strate ,
testifican do p e r q u e llo , quanta sia la fede
c h e e g li ha in v o i , e ch e esso ferm am ente
creda voi essere R e e non lupo rapace. O ra
e v v i così tosto d ella m em oria caduto le
v io le n ze fatte a lle donne da M an fred i a v e r­
v i l ’entrata aperta in questo re g n o ? Q u a l
tra d im en to si com m ise giam m ai più degno
d ’etern o su p p lic io , ch e saria q u e s to , che
v o i a colu i che v ’ onora to glia te il suo o n o ­
re e la sua speranza e la sua con solazion e?che
si d ireb be d i v o i se v oi il faceste? V o i fo r ­
se estim ate ch e sufficente scusa fosse il d i ­
re ; io il feci perciò che e g li è gh ib ellin o .
O ra è questa d ella giu stizia d el R e che
c oloro che n elle lo r braccia ricorro n o in

�N O V E L L A V I.
141
co tal form a, c h i che e ssi si s ie n o , in così
fa tta g u isa s i tr a t tin o ? I o v i rico rd o , R e ,c h e
gran dissim a glo ria v ’ è a v e r v in to M an fre­
d i, m a m olto m aggiore è se m edesim o v in ­
cere; e perciò v o i, che a vete g li a ltri a c o r­
reggere, v in ce te voi m edesim o e questo a p ­
p etito ra ffren a te, nè v o glia te con co si fatta
m acchia c iò ch e gloriosam en te acqu istato
avete guastare. Q u este p a ro le am aram ente
punsero l ’anim o del R e ,e tan to più l ’ afflis­
se ro , q uanto più vere le con osce» ; per che
dopo alcun ca ld o sospiro d isse : c o n te , per
c e rto o g n 'a ltro n im ic o , q uan tun que f o r t e ,
estim o che sia al bene am m aestrato guer­
rie re assai debole et agevole a v in cere a
risp e tto del suo m edesim o a p p e tito ; m a
quantunque l’ affanno sia grande e la fo rza
b isogn i in estim a b ile, sì m ’ hanno le vo stre
parole spron ato, che c o n v ie n e , a van ti che
tro p p i gio rn i tra p assin o , ch e io v i faccia
p er opera vedere che , com e io so a ltru i
v in ce re , così sim ilm en te so a me m edesim o
so p rasta re. N è m o lti g io r n i appresso a
queste parole passaron o, ch e to rn a to il Re
a N a p o li,s ì per to rre a se m ateria d ’operar
v ilm e n te alcuna cosa , e sì per prem iare i l
ca va lie re d ello onore ric e v u to da lu i, quan­
tunque duro g li fosse il fare a ltru i posses
so r d i q u ello che e gli som m am ente p er se

�142
G I O R N A T A D E C IM A
d isid era v a , n on dim en si dispose di volar
m aritare le due g io v a n i, e non com e figliuole
d i m esser N e r i, ma coinè sue. E con piacer
d i m esser N e ri m agnificam ente d o ta te le ,
G in e v ra la b ella diede a m esser Maffeo da
P a li z z i , e t Isotta la bionda a m esser G u i­
g lie lm o d ella M a g n a , n o b ili c a v a lie ri e
gran baron c ia sc u n o ; e loro assegnatele,
co n d olore in e stim a b ile in P u glia se n ’ an­
d ò , e c o n fa tich e con tin ue ta nlo e sì m a ­
cerò il suo fiero a p p e tito , che spezzale e
ro tte 1’ am orose c a te n e , p e r q uauto v iv e r
dovea lib ero rim ase da tal passione. S a ra n ­
n o forse d i quei che d iran n o p icco la cosa
essere ad un R e l ’ a v e r m aritate due g io v i­
n e tte , et io il co n se n tirò ; ma m o llo grande
e gran dissim a la d irò , se d irem o che u n Re
in n am o ra to questo abbia fa tto , co le i m a ri­
tan d o cu i e g li am ava , senza aver' preso o
p ig lia r e d el suo am ore fronda o fiore o
f r u t t o . C o sì adunque i l m agn ifico Re o p e ­
r ò , il n obile ca va lie re a lla m e n te p rem ia n
d o , l ’ am ate g io v in e tte la nd evolm en te o n o ­
r a n d o e se m e d e s im o f o r te m e n te v in c e n d o .

�143
N O V E L L A

V II.

il Re Pietro , sentito il fervente amore por­
tatogli dalla Lisa inferma ,lei conforta,
et appresso ad un gentil giovane la
marna elei nella fronte basciata, sempre
poi si dice suo cavaliere.
V e n u t a era la fiam m etta al {in d ella sua
N ovella, e com m endata era stata m olto la
v irile m agnificenzia delRe
C a r lo , q u an ­
tunque a lcu n a , che q u iv i era G h ib e llin a ,
com m en dar n oi v o le sse , q uando P a m p i­
nea , aven d og liele il He im posto in c o m in ­
c iò . N iu n d is c r e to , ra ggu ard evo li d o n n e ,
sarebbe , che non dicesse c iò che v o i dite
del buon Re C a r l o , se non costei che g li
v u o l m al per a ltr o ; ma p erciò che a me va
per la m em oria una cosa non meno c o m ­
m en devole forse che questa , fatta da un
suo a vversario in una n ostra giovan e
fiore n tin a , quella m i p i a ce d i r a c c o n t a r v i.
N e l tem po che i F ran cesch i d i C i c ilia
furon c a c c ia t i, era in P a lerm o un n ostro
F io re n tin o sp ezia le , ch iam ato B ern ardo
b u c c in i, ricch issim o u om o, il quale d ’ una
sua donna , scuza p i ù , aveva ima figliuola

�144
g i o r n a t a d e c im a
b e llissim a e già da m a rito . E t essendo il
R e P ie tro di R a ona sign o r della isola d iv e ­
n u to , faceva in P alerm o m aravigliosa festa
c o ' suoi b aro n i. N e lla qual festa a rm e g ­
gian do egli alla C a talan a , avven n e ch e la
figliu ola di B e rn a r d o ,il cu i nome era L is a ,
da una finestra dove ella era con a ltre d o n ­
n e , il v id e correndo e g l i , e si m a ra v ig lio ­
sam ente le piacque , che una v o lta et a ltra
poi riguard an d olo , d ì lui ferven tem ente
s ’ in n a m o rò . E cessata la festa et ella in
casa d e l padre stan d osi, a niuna a ltra casa
poteva pen sare,se non a questo suo m a g n i
fico et a lto am ore. E q u ello che in to rn o a
c iò più 1’ offendeva , era il cognoscim ento
d ella sua infim a co n d izio n e , il q uale niuna
speranza appena le lasciava p ig lia re d i
lie to fin e: ma non per tan to da am are il
R e in d ietro si voleva tira re , e per paura d i
m aggior n o ia, a m an ifestar non l ’a rd iv a . Il
R e di questa cosa non s ’ era accorto n è si
cu ra v a : di che ella o ltre a q u ello clic si
potesse estim are portava in to lle ra b ile d o ­
lore. P er la qual cosa avvenne c h e ,c re sc e n ­
do in lei am or con tin uam en te et un» m a­
lin co n ia sopr ’ altra aggiugnendosi la bella
giovan e p iu non potendo in ferm ò et e v i­
dentem ente di g io r no in g io r n o , com e la
tu v e al so le, si consum ava . I l padre d i lei

�N O V E L L A V II.
1 45
e la m adre d olorosi d i questo a c c id e n t e ,
con co n fo rti co n tin u i e con m ed ici e con
m edicin e in c iò ch e si poteva l ’ atavan o ;
m a niente era , perciò che e lla , si c o me del
suo amore d isp e ra ta , aveva e letto d i più
non volere v iv e r e . O ra avven n e c h e , offe­
rendole il padre d i lei ogn i suo p ia c e re , le
venne in pen siero, se a cco n ciam en te potes­
se , di v o le re i l suo am ore et il sito •propo­
n im e n to , prim a che m o ris s e , fare al Re
sentire ; e p e rciò un d i i l pregò ch e egli le
facesse ven ire M in u ccio d ’ A re z z o . E r a in
que’ tem pi M in a ccio tenuto un fin issim o
Cantatore e sonatore , e v o le n tie ri d al R e
P ie tro v ed u to . I l quale B ern ardo a v v isò
che Ia L is a volesse , per u d irlo alquanto e
sonare e cantare : per ch e fa tto g lie le d ire ,
e gli che p ia ce vo le uom o era , in con tan en te
a le i venne ; e p o ich e alquan to con am ore­
v o li parole con fortata 1’ ebbe, con una sua
v ivu ola dolcem ente sonò alcuna stam pita e
ca ntò appresso alcuna ca n z o n e . L e q u ali
a llo amo», della giovan e erano fuoco e
fiam m a , là dove e gli la credea con solare .
A p p re sso questo disse la g iovan e, che a lui
solo alquante parole v o le v a d ir e . P e r che
P artitosi ciascun a ltro , ella g li d isse : M i ­
n a c c io , io ho e letto te per fidissim o gu ar­
d atore d 'u n m io segreto , sp erando

10

�146 G I O R N A T A D E C I M A
p
iermam en te ch e tu q u ello a ninna persona', se
n o n a colu i che io t i d i r ò , debbi m a ­
n ife sta r giam m ai ; et appresso, ch e in quel­
lo che p er t e si p o ssa , tu m i d ebbi aiu ­
t a r e , co si t i p rie g o . D ei adunque s a p e re ,
M in u c c io m io , ch e i l giorno che il nostro
sig n o r R e P ie tro fece la gran festa d ella
sua e sa lta z io n e , m el venne , arm eggiando
e g l i , in si fo rte p u n t o v e d u to , ch e d ello
a m o r d i lui m i s ’ accese un fuoco n e ll’ a n i­
m a , che al p a rtito m ’ ha recata che tu m i
v e d i; e conoscendo io quanto m ale il m io
a m o re ad un R e si convenga , e non poten­
d o lo non che ca cciare m a d im in u ire, e t egli
essendom i o ltre m odo grave a com p o rtare,
h o per m inor doglia eletto di v o le r m o rire, e
co sì farò. E il vero che io fieram ente n ’andrei
scon solato, se p rim a e gli noi sapessse ; e non
sappien d o per cu i p o te rg li quésta m ia d i
sp o sizio n fa rg li sen tire più acconciam en te
ch e p er te , a te com m ettere la v o g lio , e
p r ie g o ti che non rifiuti d i farlo , e quando
fa tto l ’ a v ra i, assapere m el fa c c i, a c c iò che
io consolata m orend o, m i sv ilu p p i da que­
ste pene : e questo d etto p ia gn e n d o , si ta ­
c q u e . M araviglio ssi M in u ccio d e ll’ altezza
d e llo anim o d i costei e d el suo fiero p ro
pon im en to , et in crebben egli fo r te ; e su b ita ­
m en te n ello anim o corsi g li come onesta m
en
te

�N O V E L L A . V II.
147
la poteva s e r v ir e , le disse : L is a , io
t ’ obb ligo la m ia fede, d e lla quale v iv i sicura
ch e m ai in gann ata non ti tro v e rra i; e t
appresso com m en dan doti di si alta im p re­
sa, com e è aver l ’ anim o posto a così gra n
R e , t ’ oflero il m i o a iu t o , co l quale io
spero, dove tu co n fo rta r ti v o g li,s ì adop e­
rare, che a va n ti che passi il terzo giorn o t i
credo re ca r n ovelle che som m am ente ti
saran care; e, per non perder tem p o , v oglio
andare a co m in ciare . L a L is a d i ciò da
capo pregatol m olto e prom esso di co n fo r­
tarsi , disse che s ’ andasse con D io . M i­
n u ccio p a r tito s i, ritro vò un M ico da S ie n a
assai buon d icito re iu rim a a quei te m p i, e
con p rieg h i lo strin se a fa r la canzonetta
che segue ;

Muoviti, Amore, e vattene a Messere,
jfe contagli le pene eh' io sostegno :
D ig li d lc a morte vegno,
Celando per temenza il mio 1volere.
Merzede, Amore, a man giunte ti chiamo,
Ch’ a Messer vadi là dove dimoia.
P i ’ che sovente lu ì disio et amo,,
Si dolcemente lo cor m'innamora,
E per lo foco, ond’ io tutta m’ infiamo,
Temo morire, e già non saccio Cova
Ch’ i ’ parta da sì grave pena dura.

�148

GIORNATA DECIMA

La qual sostegno per lui disiando ,
Temendo e vergognando.
Deh il mio mal per Dio fa g li assapere.
Poiché d i Iniy Amor, f u innamorata ,
Non mi donasti ardir quanto temenza,
Che io potessi sola una fiata
Lo mio voler dimostrare in parvenza
A quegli che mi tien tanto affannata :
Così morendo i l morir m’ è gravenza .
Forse che non g li saria spiacenza,
Se el sapesse quanta pena i ' sento ,
S’ a me dato ardimento
Avessi in f argli mio stato sapere.
Poichè ' n piacere non ti f u , Amore,
Ch' a me donassi tanta sicuranza, ’
Ch' a Messer fa r savessi lo mìo. core ,
Lasso, per messo mai, o per sembianza,
Mercè ti chero, dolce mio signore,
Che vadi a lu i , e donali membranza
D el giorno ch'io il vidi a scudo e lanza
Con altri cavalieri arme portare :
Presilo a riguardare
Innamorata si che ’l mio cor pere .
L e quali parole M inucc io prestamente in ­
to n ò d ' un suono soave e pietoso, sì come
la materia di quelle ric h ie d ev a, et il te iz o
di se n ’and ò a co rte , essendo ancora il Re
P ie t r o a m a n g i a r e . D a l quale g li fu detto

�N O V E L L A V II.
149
che e gli alcuna cosa cantasse con la sua
v iu ola. Laonde e gli co m in ciò sì d o lcem en te
sonando a ca n ta r questo su o n o , che q u an ti
n ella reai sala u ’ erano parevano u om in i
adom b rati, sì tu tti stavano ta c iti e sospesi
ad a sco ltare, et il R e per poco più che g li
a l t r i . E t avendo M in u cc io il suo can to
fo rn ito , il Re il d om andò donde questo
v enisse che m ai più non gliele pareva a v e ­
re u d ito . M o n sign o re , rispose M in u c c io ,
e ' non sono ancora tre gio rn i che le parole
si fecero e ’1 suono. I l quale, avendo il R e
dom andato per c u i, risp o se ; io non 1’ oso
s c o v rir se non a v o i . I l Re d isid ero so
d ’u d irlo , levate le ta v o le , nella cam era sei
fe ' v e n ir e . D ov e M in u c c io ord in atam en te
ogn i cosa udita g li r a c c o n tò . D i che il R e
fece gran festa e com m en dò la giovan e a s
sa i, e disse che di si valorosa giovan e si v o ­
leva a ver com passione , e perciò andasse
da sua parte a lei e la confortasse e le d i­
cesse ch e senza fa llo quel giorno in su l
Vespro la verrebbe a v isita re . M in u ccio
lie tissim o d i p ortare così p ia ce v o le n ovella
a lla giovan e , senza r is ta r e , con la su a
viuola n ’ an d ò, e con lu i sola p a rla n d o ,o g n i
cosa stata ra cco n tò , e p oi la can zon cantò
con la sua viu o la. D i questo fu la giovan e
tan to lieta e tan to c o n te n ta , che e vid e n te m
en
te

�150

G I O R N A T A D E C IM A
senza alcuno in d ugio a p p a rver segni
gra n d issim i della sua sa n ità ; e con d isid e
r o , senza sapere o presum m ere alcu n d ella
casa ch e ciò si fosse, co m in ciò ad aspettare
i l vesp ro , n el quale il suo sign or ved er d o
vea. I l R e , il quale lib erale e benigno s i­
gn ore era , avendo poi p iù v o lte pensato
a lle cose udite da M in u c c io , e conoscendo
ottim am en te la giovan e e la sua b ellezza,
d iven n e ancora più che non era p ieto so ; et
in su l ’ ora d el v esp ro m ontato a c a v a llo ,
sem biante faccendo d ’andare a suo d ip o rto ,
p erven n e là d o v ’ era la casa d ello s p e z ia le :
e q u iv i fatto dom andare ch e a perto g li
fosse un bellissim o giard in o il quale lo s p e ­
zia le avea , in q u ello sm o n tò ; e dopo a l­
quanto dom andò B ernardo che fosse della
fig liu o la , se egli ancora m aritata l ’ a ve sse .
R isp ose B ern ardo ; m on sign ore, ella non è
m a rita ta , anzi è stata et ancora è forte m a ­
la ta : è il v ero che da nona in qua ella è
m aravigliosam en te m ig lio r a t a .il R e intese
prestam en te q u ello ch e questo m ig lio ra ­
m en to v o le v a d ir e , e d isse : in buona fé
d an n o sarebbe ch e ancora fosse tolta al
m ond o si b e lla c o s a ; noi la v ogliam o v e ­
n ire a v is ita r e . E con due com pagni so la ,
m ente e c o n B ern ardo n e lla cam era di lei
p o co appresso se n ’ a n d ò , e , com e la en tro

�N O V E L L A V II.
151
fu , s’ accostò a l le tto dove la giovan e al­
q uanto sollevata con d isio l ’aspettava , e
le i per la m an prese d ice n d o : m a d o n n a ,
che vuol d ir q u esto ? V o i siete giovan e e
d ovreste l’ a ltre co n fortare, e v o i v i la scia ­
te a v e r m ale. N o i v i v o gliam pregare che
v i p ia ccia per am or d i noi d i c o n fo rta rv i
in m aniera che v o i siate tosto gu erita . L a
giovane sentendosi toccare a lle m ani d i
co lu i il quale ella sopra tu tte le cose am a ­
v a , com e che ella alquanto si vergogn asse,
p u r sen tiva tanto piacere nell’ a n im o ,q u a n ­
to se stata fosse in P a ra d iso , e , com e p o tè ,
g li rispose : sign or m io , il volere io le m ie
poch e forze sottoporre a gra v issim i p e s i,
m ’è di questa in ferm ità stata c a g io n e ,d a lla
q u ale v o i,v o s tra buona m ercè, tosto lib e ra
m i vedrete. S o lo il Re intendeva il coperto
parlare della g io v in e , e da pivi ogn i ora la
rep u ta va , e p iù v o lte seco stesso m aladisse
la fo r tu n a , ch e di tale uom o l’ aveva fa tta
fig liu o la; e poiché alquanto fu con le i d i­
m o ra to , e più ancora c o n fo r ta ta la , si p a r­
t ì . Q u esta u m anità del R e fu com m en data
a s s a i, e t in grande onor fu a ttrib u ita a llo
speziale e t a lla figliuola , la quale tan ta
con tenta rim a s e , quanta a ltra donna d i
s ua am ante fosse gia m m ai; e da m iglio re
spera n za a iu ta ta , iu po ch i gio rn i g u e rita ,

�152 G I O R N A T A D E C I M A
più bella d ive n tò che m ai fosse. M a poiché
gu erita fu , aven do il Re con la R eina d ili­
berata qual m er i to d i ta n to am ore le v o ­
lesse re n d ere, m on tato uri d ì a c a v a llo con
m o lti d e ’ suoi b a ro n i, a casa d ello speziai
se n 'an d ò , e nel giard in o e n trato se n e , fece
lo speziai c h iam are e la sua figliuola ; et in
questo venuta la R eina con m o lte d o n n e, e
la giovan e tra lo r ric e v u ta , co m in ciaro n o
m aravig lio sa fe s ta . E d opo alqu an to il Re
in siem e co n la R e in a , ch iam ata la L is a , l e
d isse il R e : valo ro sa g io v a n e , il grande
a m or che p o lla t o n ’ a v e te , v ’ ha grande
onore da n oi im p etrato , d e l quale noi v o ­
g lia m o che per a m o r di noi siate c o n te n ta ;
e l ’onore è q u esto, c h e , co n ciò sia cosa che
v o i da m arito s ia t e , v o glia m o ch e colu i
p ren d iate per m arito che noi v i darem o ,
in tend en do sem pre , n on ostante q u esto,
v o stro ca va lie re a p p e lla rci , senza più d i
tan to am or v o le r da voi che un sol b a sc io .
L a giovan e che d i vergogna tu tta era nel
v iso d iven u ta v e r m ig lia , faccendo suo il
p ia c e r d el R e ,c o n bassa v o ce cosi rispose.sign or m io , io son m o lto certa che , se e gli
si sapesse che io di v o i innam orata m i fos­
si , la p iù d ella gente m e ne reputerebbe
m a lta , cred en d o forse ch e io a me m ed esi­
ma fo s si uscita d i m e n te , e ch e io la m ia

�N O V E L L A V II.
1 53
con d izione e t o ltre a 'q u e s to la v o s tr a n o n
conoscessi; m a com e Idd io sa , che Solo i
cu ori de’ m o rtali vede , io n e ll’ora che v o i
prim a m i p iaceste, con ob b i v o i essere R e ,
e m e figliuola d i B ern ardo speziale, e m ale
a me con ven irsi in si a lto luogo l ’ ardore
d ello an im o d iriz z a re . M a , s ì com e v o i
m olto m eglio d i me co n o sce te , n iu no se­
condo d eb ita elezion e c i s ’ in n am ora , m a
secondo l ’ a ppetito e t il p iacere.' alla q u al
legge p iù v o lte s ’ opp osero le fo rze m ie , e
p iù non p o te n d o , v ’a mai e t am erò sem pre.
E ' il vero c h e , co m ’ io ad am ore d i voi m i
sen tii p r e n d e re , cosi m i d isp o si d i fa r
sem pre del vostro vo ler m io ;e p e rc iò , non
ch e io fa ccia questo d i prender v o le n tie r
m arito e d a ver c a ro q u ello i l quale
v i p ia cera d i d o n a r m i, che m io onore estato s a r à , ma se v o i d ic e ste che io d im o ­
rassi nel fu o c o , cred end ovi io p ia c e r e , m i
sarebbe d ile tto . A v e r v oi Re p er c a v a lie re ,
sapete quan to mi si co n v ie n e , e p e rciò più
a ciò non ris p o n d o ; u è il bascio che s o lo
d e l m io am or v o lete, s e n z a lic e n zia di m a
d a m a la R e in a v i s a r à con cedu to . N o n d i­
m e n o d i ta n ta b e n ig n i tà verso m e , q u a n ta
è la vostra e quella d i m a d a m a la R e in a
che è q u i , Idd io p er m a v i r e n d a e g r a z ie a
m erito , elio io d a re n d e r n o n l ’ h o ; e q u i s i

�1

54 G I O R N A T A D E C I M A
tacq u e. A lla R ein a p iacq ue m olto la r i­
sposta della g io v a n e , e parvele cosi savia
com e il Re l’ aveva d e t t o . I l R e fece c h ia ­
m are il padre della giovane e la m adre , e
sentendogli co n te n ti d i c iò che fare in te n ­
deva, si fece ch iam are un g io v a n e , il quale
era g en tile uom o ma povero, c h ’avea nom e
P erd ico n e , t postegli certe anella in m ano,
a lu i, non ricusante di fa rlo , fece sposare la
L is a . A ’ q u ali in co n tan en te il R e , o lir e a
m olte gioie e care ch e egli e la Reina alla
giovan e don aron o, gli donò C e ffalù e
lt ab ello tta , due bonissim e terre e di gran
a
C
fr u tto , d ic e n d o : queste t i don iam n oi per
d ote d ella don na. Q u ello ch e noi vorrem o
fare a te , tu te i ved ra i nel tem po avv en ire.
E questo d etto riv o lto alla giovan e disse*,
o ra vogliano n o i prender quel frutto che
n o i del vostro am ore a ver d o b b ia m o : e
presole con am en d une le m an i i l capo , le
basciò la fr o n te . P erd icon e e' l padre e la
m ad re della L is a et ella altressì c o n t e n t i,
gran dissim a festa fecero e lie te n ozze. E
secondo che m o lti afferm ano , il R e m olto
bene servò a lla giovan e i l con ven en te: per­
c iò che m en tre visse sem pre «'app ellò suo
c a v a lie r e , nè m ai in alcu n fatto d ’ arm e
a n d ò , che e g li a tra sopransegna portasse
che quella ch e dalla giovane m andata g li

�N O V E L L A V II.
155
fosse. C o sì adunque operan do ai p ig lian o
g li anim i dei su g g e tti, dassi a ltru i m ateria
«li bene operare e le fam e eterne s’ acqu is
tano. A ll a qual cosa oggi poch i o n iu no
ha l'a r c o teso dello ’ n t e lle tto , essendo li
p iù de’ sign ori d ive n u ti cru d eli e tira n n i.
n o v e l l a

V ili.

Sofronia credendosi esser moglie d i G i­
sippo, è moglie d i Tito Quintio Fulvio,
e con lu i se ne va a Roma, dove Gisippo
in povero stalo arriva , e credendo da
Tito esser disprezzato, se avere uno uo­
mo ucciso, per morire , afferma. Tito
riconosciutolo, per ¡scamparlo, dice se
averlo morto, il che colui chefatto l'avea
vedendo , se stesso manifesta: per la
qual cosa da Ottaviano tutti sono libe­
rati , e Tito dà a Gisippo la sorella
per moglie, e con lu i comunica ogni
suo bene.
F i l o m e n a per com andam ento del R e , es­
ten do P am pinea di parlar rista ta , c già aven­
do ciascuna com m endato i l R e P ie tr o , e più
Ia G h ib e llin a ch e le a ltre , in com in ciò . M a­
gn ifich e d o n n e , c h i non sa i l R e p o te r ,

�156 G I O R N A T A D E C I M A
quando v o g lio n o , o gn i gran cosa fare? e
loro altresì spezialissim am ente rich ied ersi
l ’ esser m agn ifico? C h i adunque possendo fa
q u ello che a lu i s’ a p p a rtie n e , fa b e n e ; m a
non se ne dee l ’ uom o tanto m a r a v ig lia r e ,
u è a lto con som m e lode le v a r lo , com e un
a ltro si con verria che il fa ce sse , a cu i per
poca possa m eno si rich ie d esse . E p e r c iò ,
se voi con tante parole l ’ opere d el Re esal­
ta te e p a ion vi b e lle , io non d ubito pun to
ch e m o lto più non v i d ebbian p iacere et
esser da v o i com m endate qu elle d e ’ n o stri
p a r i, q uando sono a quelle d e ’Re sim ig lia n t
i
o m aggiori: per che una laudevole
e m agnifica usata tra due c itta d in i a m ic i
ho preposto in una n ovella di racco n tarv i.
N e l tem po adunque ch e O tta v ian C esa re,
non ancora ch iam ato A u g u sto , m a n ello
u ficio ch iam ato T r iu m v ir a to lo 'm p e rio d i
R om a reggeva, fu in Rom a un gen tile uomo
ch iam ato P u b lio Q u in z io F u l v i o , il quale
avendo un suo fig liu o lo , T i t o Q u in zio F u l­
v io n o m in a to , di m araviglioso in g e g n o , ad
im pren der filosofia il m andò ad A t e n e , e
quantunque più p o tè , il raccom an dò ad un
n ob ile uomo ch iam ato Crem ete , il quale
era a n tich issim o suo a m ic o . D a l quale T i ­
to n elle pro p rie case d i lu i fu allogato i n
com pagn ia d ’ un suo figliu olo n om in ato

�N O V E L L A V III.
157
Gisip p o , e sotto la d o ttrin a d ’ un F ilo so fo
ch iam ato A ris tip p o , e T it o e G isip p o fu
ro n parim en te da Crem ete p o sti ad im ­
pren d ere. E venendo i due gio van i usando
in siem e , tan to si trovarono i costum i loro
esser c o n fo r m i, che u n a fratellanza e t una
am icizia sì grande ne nacque tra lo r o , che
m ai poi da a ltro caso che da m orte non f u
separata . N iun d i loro aveva nè ben nè r i ­
poso , sa non tan to quanto erano in sie m e .
E ssi avevano com in ciati g li s t u d i, e p a r im
ente ciascuno d ’ altissim o ingegno dotato
S a l i v a a l l a gloriosa altezza della filosofia
con pari passo e con m aravigliosa laude.
E t in cotaI vita con gran d issim o piacer d i
C re m e te , che quasi l ’un più che l ’a ltro non
avea per fig liu o lo , perseveraron ben tre an ­
n i . N e l l a f ine de-’ q u a li, si com e di tu tte la
cose a d d i v i e n e , a d d i v e n n e che C r e m e te ,
già v e c c h io , d i questa v ita passò: d i che
essi pari co m p assio n e , sì com e di co m u n
p a d r e , p o rta ro n o , nè si d isce rn e a per g li
am ici nè per li paren ti di C r e m e te , q u al
p iù fosse per lo sop ravven u to caso da ra c ­
con solar di lo r d ile . A v v e n n e dopo alqu an ti
m e s i, che gli a m ici di G is ip p o et i paren ti
furon con l u i , et in s'em e con T ito i l c o n ­
fortaron o a to r m oglie , e tro v aro n g li u n a
gio v a ne di m aravigiiosa bellezza e d i

�158 G I O R N A T A D E C I M A
b ilissim i paren ti discesa e cittad in a d ’ A t e n
o
n
e , il cu i nom e era S o fr o n ia , d ’età forse d i
q u in d ici a n n i. E t appressandosi il term ine
d e lle future n ozze , G is ip p o pregò un di
T i t o ch e con lu i andasse a v e d e r la , che
veduta ancora non l ’ a v e a . E n e lla casa d i
le i ven u ti et essa sedendo in m ezzo d ’am enduni , T i t o , quasi consideratore della bel­
le zza della sposa d el suo a m ic o , la co m in ­
c iò atten tissim am ente a rig u a rd a re ,e t ogn i
p a rte d i lei sm isuratam ente p ia c e n d o g li,
m en tre quelle seco som m am ente lod ava, sì
fo r te m e n te , senza alcun sem biante m o­
strarn e , d i lei s ’ accese , q uanto alcuno
am ante di donna s’ accendesse g ia m m a i.
M a poiché alquan to con le i sta ti fu ro n o ,
p a r litis i, a casa se ne tornarono. Q u iv i T i t o
solo n ella sua cam era en tratosen e, a lla
piaciu ta giovan e co m in ciò a pensare, tan to
p iù accen d en dosi quanto più nel pensier si
ste n d e a . D i ch e a cco rgen d o si, dopo m o lti
ca ld i sosp iri seco co m in ciò a d ir e : ahi m i­
sera la v ita tu a, T i t o , dove e t in che por» tu
l ’ anim o e l ’ am ore e l a speranza tu a? O r
non co n o sci tu sì per li ricevu ti on ori da
C re m e te e d alla sua fa m ig lia , e sì per la
in tera a m icizia la quale è tra te e G is ip p o ,
d i cu i co stei è sposa , q u e s t a giovane con ­
ven irsi avere i n quella reverenza che sorella?

�N O V E L L A V III.

159

Ch e adunque a m i? d o ve ti la sc i tra ­
sportare a llo ’ ngannevole a m ore? d ove a lla
lu sin gh evole speranza ? A p r i g li occh i d el­
lo ’ n te lle lto , e te m edesim o , o m is e r o , r i ­
conosci ; dai luogo a lla ra g io n e , raffrena il
con cu p iscib ile a p p e tito , tem pera i desideri
Don sani e t ad a ltro d irizza i tuoi p e n sie ri:
con trasta in q u esto com in ciam en to a lla tua
lib id in e e v in c i te m ed esim o , m entre ch e
tu hai te m p o . Q u esto non si con vien e ch e
tu v u o g li; questo non è o n e sto ; questo a
ch e tu seguir ti d is p o n i, ezian d io essendo
c e rto d i giu gn erlo (c h e non se ’ ) tu il d o ­
vre sti fuggire , se q u ello riguardassi che la
vera am istà rich ied e e che tu d ei. C h e d u n ­
que fa r a i, T ito ? lascerai lo scon ven evole
a m o re , se q u ello v o rra i fare che ai co n vie ­
ne. E poi di S o fro n ia ricord a n d osi, in con ­
tra rio volgen do , ogn i cosa d etta dannava ,
d ice n d o : le leggi d ’ am ore sono d i m aggior
poten zia che alcune a ltre ; e lle rom pon o
n on che quelle d ella am istà , ma le d iv in e .
Q u an te v o lte ha già il padre la figliuola
a m a ta ? il fra te llo la so re lla ? la m atrign a
il figliastro ? cose più m ostruose che l ’ uno
a m ico am ar la m oglie d e ll’ a ltro , già fa tto si
m ille v o lte . O ltre a questo io sou giovan e ,
e la giovanezza è tu tta sottoposta a ll’
am
orose
le g g i. Q u ello adunque c he ad a m or

�160 G I O R N A T A D E C I M A
p ia c e , a me con vien che piaccia . L ’ oneste
cose s’ ap p arten gono a’ più m a tu ri. Io non
posso volere se non q u ello elle am or vuole.
L a b ellezza (li costei m erita d ’essere am ata
da ciascb ed u n o : e se io l ’ a m o , ch e giovane
son o, ch i me ne potrà m eritam ente rip re n ­
d ere ? io non l ’ am o p e rchè ella sia di G i ­
s ip p o ; anzi l ’ a m o , che l ’ am erei d i c h iu n ­
que ella stata fosse. Q u i pecca la fortuna
che a G isip p o m io am ico l ’ ha co n ced u ta
p iù tosto che ad un a lt r o ; e se ella dee e s ­
sere am ata , che d e e , e m eritam en te p e r la
sua b e llezza , più dee esser con tento G is ip p o
risap p ien d olo , che io l ’ am i io , che un ; al
tro . E da questo ragion am en to , faccendo
belle d i se m edesim o, torn ando in sul c o n ­
tr a r io , e di questo in q u ello , e di q u ello in
q u e s to , non solam ente quel g iorn o e !a
n o tte seguente consum ò , ma più a l t r i , i n ­
ta n to che il cib o e ’ I sonno p e rd u to n e , per
debolezza fu costretto a g ia c e re . G is ip p o ,
i l qual più d ì l’ avea veduto d i pensier pie­
no et ora il ved eva in fe r m o , se ne doleva
forte ; e con ogni a rte e so llicitu d in e , m ai
da lu i non p a rte n d o si, s’ ingegnava d i c o n ­
fo r ta rlo , spesso e con in sta nzia dom an dan ­
d olo d ella cagione dei suoi pensieri e della
in fe r m ità . M a a ven d og li più v o lte 'l'ito
dato favole per risposta , e G is ip p o

�N O V E L L A V III.
161
avendole conosciute , sentendosi pur T it o co n strig n er e , con p ia n ti e con s o s p ir ig li r i­
spose in cotal guisa : G is ip p o , se agli D ii
fosse piaciuto , a me era assai più a g rado
la m orte d ie il più v iv e re , pensando che l a
fortuna m ’ abbi con d otto in parte d ie della
m ia virtù m i sia con ven u to fa r pruova , e
quella con gran dissim a vergogna d i me
tru ov i v in ta ; ma certo io n ’ aspetto tosto
quel m erito che mi si c o n v ie n e , cioè l a
m orte, la qual m i fia più cara ch e il v iv e re
con rim em bran za d ella m ia v illa , la q u ale,
perciò che a te nè posso nè debbo alcuna
cosa c e la r e , non senza gran rossor ti s c o ­
p i r r o . E co m in ciato si da c a p o , la cag ion
d e’ suoi pensieri , e ’ pen sieri e la b atta glia
d i qu egli et u ltim am en te d e’ quali fosse la
v itto r ia , e Se per I am or di S o fro n ia perire
gli discoperse; afferm ando c h e ,co n o sce n d o
egli quanto questo g li si sco n v en isse, per
p e n ite n zia n ’avea preso il v o le r m orire, d i
che tosto cred eva ven ire a cap o . G is ip p o
udendo questo e t il suo pian to v e d e n d o ,
alquan to prim a so p ra se s te tte , si com e
quegli che del p iacere d ella bella gio v a ne ,
a v ve g na che più tem peratam ente , era preso.
M a senza in d ugio d ilib e rò la v ita dello
a m ico più che Sofron ia d o v e rg li esser cara.
L co sà d alle la grim e di lui a lagrim are in

Tomo V ,

11

�162 G I O R N A T A D E C I M A
v it a t o , g li rispose piangendo; T i t o , se tu
non fossi d i con forto b iso g n o so , com e tu
se ’ , io d i te a te m edesim o m i d o rrei, sì
com e d ’ uom o il quale hai la nostra a m ic i­
zia v io la ta , tenendom i sì lungam ente la tua
gravissim a passione s ascosa. E com e ch e
onesto n on t i p a re sse , non son perciò le
disoneste c o se , se non com e l ’ o n e s t e .d a
celare a ll’ a m ic o ; perciò ch e ch i am ico è ,
com e d elle oneste con 1’ am ico prende p ia ­
c e r e , così le n on oneste s’ ingegna d i torre
d ello anim o d ello a m ic o ; ma ristaro m mene
al presente, et a q u ei v errò che d i m aggior
bisogno esser con o sco . S e tu ardentem ente
a m i S ofro n ia a m e sp o sa ta , io non me ne
m a ra v ig lio ; m a m ara vig lierem ’ io ben se
così non fosse , conoscendo la sua bellezza
e la n o b iltà d e ll’ a n im o tu o , atta tanto più
a p assio n sostenere, quanto ha più d ’ eccel
len za la cosa che p iaccia . E quanto tu ra ­
gion evolm en te am i S ofronia , tan to ingiu­
stam ente della fortu n a li d u o li, quantunque
tu c iò non e s p r im i, che a m e conceduta
l ’ a b b ia , p aren doti i l tuo am arla on esto; se
d ’a ltru i fosse stata ch e m ia : ma se tu se’sa
v io com e s u o li, a cu i la poteva la fo rtu na
co n ce d e re, d i cu i tu più l ’ avessi a render
g r a z ie , che d ’ averla a me con cedu ta? Q u a ­
lunque a ltro avu ta l ’ a v e sse , quantu nqu e il

�N O V E L L A V III.
163
t uo am ore onesto stalo fosse, l'a vreb b e e g li
a se am ata più tosto che a te ; il che d i m e,
se così m i tie n i am ico com e io t i sono, non
d ei sp e ra re , e la cagione è q u esta: che io
non m i ric o r d o , poiché a m ici fu m m o , che
io alcuna cosa avessi che così non fosse tua
com e m ia . Il c h e , se tanto fosse la cosa
a v a n ti ch e a ltra m e n ti esser non p o te sse ,
così ne farei com e d e ll’ a ltr e ; ma ella è an ­
c o r a in sì fa tti te r m in i, che d i te solo la
posso f a r e , e così farò : perciò che io non
so q u ello che la m ia am istà ti dovesse esser
ca ra , se io d ’ una cosa che onestam ente far
si puote, non sapessi d ’ un m io v o le r far tuo.
E g li è il vero ch e S o fr o n ia è m ia sposa , e
ch e io l ’am ava m olto e con gran festa le sue
n ozze aspettava ; me p e rc iò che tu , sì com e
m o lto più in ten d en te di m e, con p iò fe rv o r
d isid eri cosi cara cosa com e e lla è , vi v i sicu­
r o , ch e non m ia, ma tua m oglie v errà n ella
m ia cam era. E perciò lascia il p e n sie ro ,
ca ccia la m alin co n ia , rich iam a la p erd u ta
sa n tà et i l co n fo rto e l ’allegrezza , e da que­
sta ora in n an zi lieto aspetta i m eriti d e l
tuo m olto più degn o am ore, ch e il m io nou
tr a . T i t o udendo così parlare a G is ip p o ,
qu an to la lu sin g h e vo le speranza d i q u ello
g li porgeva p ia cere, tan to la d eb ita ragion
g li recava vergo gn a,m o stra n d o g li c h e

�164 G I O R N A T A D E C I M A
tqo più e ra di G is ip p o la lib e ra lità , tan to d i
n
a
u
lu i' ad usarla pareva la scon ven evolezza
m aggiore. P e r che non ristan d o di piagn e­
r e , con fatica così g li rispose; G is ip p o , la tua
lib e ra le e vera am istà assai ch iaro m i m o ­
s tra q u ello che a lla m ia s ’appartenga d i fa ­
re . T o lg a v ia Id d io , che m ai c o le i, la quale
e g li si com e a p iù degno ha a te d o n a la ,
ch e io da le la ric e v a per m ia . S e egli
avesse veduto ch e a me si convenisse co stei,
n è tu uè a ltri dee credere c he m ai a te con ­
ced uta l ’a v e s s e . U sa adunque lieto la tua
elezion e e t il d iscre to con siglio e t il suo
d on o, e m e n elle la g rim e , le qu ali e g l i , si
com e ad indegno di tan to bene, m ’ ha appa­
re cch ia te , consum ar la scia ; le q u a li o io
v in ce rò e spratti caro, o esse me v in ce ran ­
n o e sarò fu or di pena . A i quale G isip p o
d is s e ; T i t o , s e i a nostra am istà m i può
con cedere tanto di lice n zia, che io a segu i­
re un m io piacer ti s fo r z i, e te a d overlo
seguire puote in d ucere, questo fia q uello iu
ch e io som m am ente intendo d i usarla ; e
dove tu non condiscenda piacevole a ’ prie
ghi m ie i, con quella forza che n e’ beni
d ello am ico usar si d e e , farò che S o fron ia
t ua. Io conosco quanto possono le forze
d ’am o r e , e so ch e e lle non una v o lta ma
m olte h ann o ad in fe lic e m orte g li am anti

�N O V E L L A V III. 1
65
co n d o tti ; et io veggio te sì p r e s s o , c he
torn are add ietro nè v in cere po tresti le l a ­
grim e, ma procedendo v in to v arresti m en o,
al quale io senza a lcu n dubbio tosto v e rre i
appresso. A d u n q u e , quando p er a ltro io
non t’a m a ssi, m ’è , a c c iò che io v iv a , cara
la v ita tua. S arà adunque S o fron ia tu a , ch e
di leggiere a ltra che così ti piacesse non
tro v e rre sti; e t io il m io am ore leggierm en ­
te ad un’ altra v o lg e n d o , a vrò te e me c o n ­
ten tato. A lla qual cosa forse così lib e ra l
non s a r e i, se cosi rade o con qu ella d iffi­
c o lta le m ogli si tro v a ss e r, che si tru ovan
g li a m ic i; e p e rciò , poten d’ io leg g e rissim
am
en
a ltra m oglie tr o v a r e , ma non
a ltro a m ico , io vo glio in nanzi (n o n v o ’ d ir
perd er l e i , ch e n o n la perderò dandola a
te, ma ad un a ltro m e la trasm u terò d i
bene in m e g lio ) tra sm u tarla, ch e perder
te. E p erciò , se alcuna cosa possono in te i
p rieghi m iei, io ti priego che d i questa a fflizion to g lie n d o ti, ad una ora con so li te e
m e, e c o n buona speranza ti d isp o n gh i a
p ig lia r quella letizia che il tuo ca ld o am o­
re d ella cosa am ata d isid era. C om e che
T i t o d i con sen tire a q u e s to , che S o fro n ia
sua m oglie d iven isse, si vergognasse, e per
questo duro stesse a ncora, tiran dolo d a una
parte am ore e d ’ a ltra i co n fo rti di G is ip p o

�166 G I O R N A T A D E C I M A
sospign end o lo , d isse: e cco , G is ip p o , io
non so quale io m i d ica che io faccia p iù ,
o il m io p ia cere o il tu o , faccendo q u ello
c h e tu pregando m i d i ’ che tan to ti piace :
e poich é la tua lib e ra lità è tanta che vin ce
l a m ia debita v ergo gn a, et io il farò ; ma
d i questo ti ren d i c e rto , che io noi fo com e
uom o che non conosca me daite ricev er non
solam en te la donna a m a ta , ma con quella
ia v ita m ia . F accian o g l’ Id d ii, se esser può,
ch e con onore e con ben di te io ti possa
ancora m ostrare, quanto a grado m i sia ciò
che tu verso m e , p iù pietoso di me che io
m ed esim o, adop eri. A p p re sso queste parole
disse G is ip p o ; T i t o , in questa c a sa , a vo
lere che effetto a b b ia , m i par da tener que­
sta v ia. C o m e tu sa i, dopo lungo trattato
d e’ m iei p a re n ti e di quei d i S o fro n ia , essa
è d iven u ta m ia sp o sa; c p e rciò se io a n ­
dassi ora a d ire che io per m oglie non la
v o le ssi, gran dissim o scandalo ne n asc ereb ­
b e e tu rb erei i suoi e ’ m iei p a re n ti: d i che
n ie n te m i cu rerei se io per questo vedessi
le i d o ver d iv e n ir tua ; m i io te m o , se io a
q u estop artito la la sc ia ssi,c h e i paren ti suoi
u on la dieno prestam ente a d u n a ltr o , il qual
f o n a n o n s a r a i d o s o t u , e cosi tu a v ra i
perduto q u a llo che io non a v r ò acquistato.
E p erciò mi pare ,d o ve tu sii c o n te n to , c he

�N O V E L L A V III.
167
io con q u ello che com in ciato ho seguiti
a v a n ti, e sì com e m ia m e la m eni a casa e
faccia le n o zze , e tu poi o ccu lta m e n te, sì
com e noi saprem fare, con lei si com e con
tua m oglie ti g ia ce ra i; poi a luogo e t a
tem po m anifesterem o il fa tto ; il quale se
lo r p ia ce rà , bene starà, se non p ia cerà , sarà
pu r fa tto , e non potendo in d ietro torn are ,
co n verrà per forza che sien con ten ti. P ia c ­
que a T ito il c o n sig lio : per Ia qual cosa
G isippo com e sua n ella sua casa la ric e v e t­
te , essendo già T i to gu arito e ben disposto;
e fatta la festa gran de, com e fu la notte v e ­
n u ta , la scia r le donne la nuova sposa n el
Ietto del suo m arito , e t andar v ia . E ra la
cam era di T it o a quella di G is ip p o c o n ­
giu n ta , e d e ll 'unà si poteva n e ll’a ltra a n ­
dare : per ch e essendo G is ip p o nella sua
cam era et ogni lum e a vendo sp en to, a T i t o
tacitam en te andatosene, g li disse che con
la sua douna s 'a ndasse a c o rica re . T i t o v e ­
dendo questo, v in to da vergogna, si v o lle
pen tere e recusava l'a n d a t a . M a G is ip p o ,
che con in tero a n im o , com e con le paro­
le , al suo p ia cere era p r o n t o , dopo lunga
te n cio n e v e l p u r m an d ò . I l quale com e
n el le tto g iu n se , presa la g io v a n e , quasi
com e sollazzan d o , ch etam en te la d o nran do
se sua m oglie esser voleva. E lla

�168
G I O R N A T A D E C IM A
rc endo lui esser G is ip p o , rispose d i s ì; on
ed
d ’egli un bello e ricco a nello le m ise in dito
dicendo : e t io v o g lio esser tuo m a r ito . E
q u in ci consum ato il m a trim o n io , lungo et
am oroso piacer prese d i le i, senza che ella
o a ltri m ai s ’acco rgesse, che a ltri che G i­
sip p o giacesse co n lei. S tan d o adunque in
questi te rm in i i l m aritaggio d i S ofronia e
di T i t o , P u b lio suo padre d i questa vita
p a ssò : per la qual cosa a lui fu scritto che
senza indugio a vedere i fa tti suoi a Rom a
se ne torn asse; e p e rciò e gli di andarne e
di m enarne S o fro n ia d ilib e rò con G is ip p o ,
l i c h e , senza m an ifestarle com e la cosa
stesse, fa r non si dovea uè potea a cco n cia ­
m en te. Laon de un d i nella cam era ch iam a­
ta la , in teram en te com e il fa tto stava le d i­
m ostraron o, e d i c iò T i t o per m o lti a c c i­
d en ti tra lo r due sta ti la fece c h ia r a . L a
q u a l, p oich é l ’ uno e l’ a ltro un poco sde
gn osetta ebbe g u a ta to ,d iro ttam e n te c o m in ­
c iò a piagn ere, se d ello inganno di G is ip p o
ram m arican d o : e prim a che n e lla casa d i
G is ip p o n u lla parola d i ciò fa ce sse , se
n ’and ò a casa il padre suo, e q u iv i a lui et
a lla m adre narrò, lo ’ nganno il quale e lla
e t eglin o da G is ip p o rice v u to a v e v a n o , a f ­
ferm ando se esser m oglie d i T i t o , e non d i
G is ip p o com e essi cred eva n o . Q u esto fu al

�N O L V E L A V III.

169

padre d i S o fr o nia g ra v issim o , e c o ’ suoi
paren ti e con que' di G is ip p o ne fece una
lunga e gra n q u erim on ia, e furori le n o­
velle e le tu rb azio n i m olte e gra n d i. G i ­
sippo era a ' suoi e t a q u e’ di S o fro n ia in
od io, e ciascu n d iceva lu i degno non sola­
m ente di rep ren sion e, ma d ’aspro gastigam
ento
. M a e gli se onesta cosa aver fatta
afferm ava, e d a d o v e rnegli essere ren dute
grazie d a ’ p a re n ti di S o fro n ia , avendola a
m ig lio r di se m a r ita ta . 'L’ ito d ’ a ltra parte
ogn i cosa sen tiva e con gran noia sostene­
vi» : e con oscen d o costum e esser d e’ G r e c i
tanto in n an zi so sp ignersi con rom ori e con
le m in a cce , quanto penavano a tro v a r c h i
loro risp on d esse, et allora non solam en te
u m ili ma v ilissim i d iven ire; pensò più non
fossero senza risposta da co m p ortare le lor
n o ve lle ; et aven do esso anim o rom ano e
senno a te n ie se , con assai a cco n cio m odo i
paren ti d i G is ip p o e que’ d i S o fro n ia in un
tem p io fé ’ ragunare , et in q u ello en trato ,
accom pagn ato da G is ip p o s o lo , così a g li
asp ettan ti p a rlò : credesi per m olti filoso­
fa n ti, ch e c iò che s ’adopera da’ m ortali sia
degli Id d ii im m o rta li d isp o sizio ne e p ro v
ved d im ento , e per questo voglion o a lc u n i,
essere d i necessità ciò che c i si fa o farà m ai;
quantunque a lcu n i a ltr i s ie n o , ch e questa

�17 0 G I O R N A T A D E C I M A
necessità im pongono a quel c h 'è fatto sola­
m ente. L e q u ali opin ion i se con alcuno a r ­
di m ento riguardate fi n o , assai apertam en­
te si vedrà che il rip re n d e r cosa che fr a ­
sto rn a r non si p o ssa , ninna altra cosa è a
fa re , se non vo lersi più savio m ostrare che
g t ’I d d ii, li qu ali noi dobbiam credere che
con ragion perpetua e senza alcuno errore
d ispon gon o e governali n o ie le nostre cose.
P e r ch e , quanto le lo ro operazion i r ip i­
gliare sia m atta presunzione e b estiale, as­
sai leggierm en te il potete ved ere, et ancora
ch e nti e quali caten e coloro m e r itin o , che
tan to in ciò si lasciaao trasp ortare d a ll'a r ­
d ire . D e ' q u ali secondo il m io giu d icio v o i
siete t u t t i , se q u ello è vero che io intendo
che v oi d ovete a ver d etto e c o ntin u am en te
d i t e , perciò che m ia m oglie S o fro n ia è
d iven u ta, dove le i a G is ip p o avevate d a ta ;
non ragguardando che ab a e te r n o disposto
fosse che ella non di G is ip p o d iven isse ma
m ia, sì com e per effetto si conosce al pre­
sen te. M a , p erciò che *1 parlar della segreta
proveden za et in ten zio n d e g l'id d ìi pare a
m o lti duro e grave a com pren dere, presup­
pon en do ch e essi d i niuno nostro fatto
s ’im p a ccin o , m i piace d i con d iscen dere ai
co n sigli d eg li u o m in i; de’ qu ali d ic e n d o ,
m i co n verrà fa r due cose m olto a ' m iei

�N O V E L L A V III.
171
costum i c o n tra rie . L ’ una fia alqu an to m e
com m en dare, e l ’ a ltra il b iasim are a lqu an ­
to altru i o a v v ilir e . M a, perciò che dal v e ­
ro nè n e ll’ una nè n e ll’ altra non intend o
p a rtirm i, e la presente m ateria i l ric h ie d e,
i l pur fa rò . I vostri r a m a r r ic h ii, più da
furia che da ragione in c ita ti, con co n tin u i
m o rm o rii, anzi r u m o r i, v itu p eran o , m or­
d on o e dannano G is ip p o , perciò che co le i
m ’ ha data per m oglie co l suo co n sig lio , che
v o i a lui col vostro avavate d a ta , ladd ove
io estim o che egli sia som m am ente da
co m m e n d a re ,e le ragion i son queste. L ’ una,
però ch e egli ha fatto q u ello che a m ico
dee fa re : l'a ltra , perchè egli ha p iù sa via ­
m ente fatto che v o i non a vavate. Q u ello
che le sante le g g i della a m icizia v oglio n o
che l ’uno am ico per l ’a ltro fa c c ia , non è mia
in te nzion d i spiegare al presente , essendo
con tento d ’a v e rv i ta n to solam ente ricord ato
di q u elle ch e il legam e della am istà trop p o
più strin ga, che quel del sangue e del p a ­
rentado ; co n ciò sia cosa che g li am ici uoi
abb iam o q u ali ce gli e leggiam o, et i parenti
ti qu ali gli c i dà la fortuna. E p e rc iò , se
G is ip p o amò più la m ia v ita che la vostra
b e n ivo le n za, essendo io suo a m ico , c o m i
io mi tengo, ninno se ne d ie m a ra v ig lia re .
M a vegliam o alla se con d a ra g io n e , nell a

�172 G I O R N A T A D E C I M A
quale con più in stanzia v i si conviene
im ostrare lui più essere stato savio che v o i
d
non siete ; co n ciò sia cosa che della p ro v i
denzia degli Id d i i niente m i pare che ¡voi
sen tiate, e m olto meri conosciate d ella a m i­
ciz ia gli e ffe tti . D ico ch e il vostro a v v e d i­
m en to, il vostro con siglio e la vostra d ìli
berazion e aveva S o fro n ia data a G isip p o ,
giovan e e filosafo; q u ello di G isip p o la d ie­
de a giovane e filosafo. Il v ostro consiglio
Ja diede ad A te n ie se , e quel d i G isip p o a
R om an o, li v ostro ad un gen til g io v a n e ,
q uel di G is ip p o ad un più geritile. I l v o ­
stro ad un ric co g io v a n e , q uel di G isip p o
ad un ricch issim o. 11 vostro ad un giovan e,
il q u a le non solam ente non l ' a m a v a , ma a p ­
pena la conosceva; quel d i G is ip p o ad un
gio v an e , il quale sopra o gn i sua felicità e
p iii che la propia v ita l ’ am nva. E che quello
che io d ic o sia v e r o ,e più da com m endare
c h e q u ello che v oi fatto a v a v a te, riguardisi a
p arte a parte . Ch e io giovan e e filosofo sia
com e G is ip p o , il viso m io e g l i stu d i, senza
p iù lungo serm on fa rn e , il possono d ich ia ­
ra re . U n a m edesim a età è la sua e la m ia ,
e e o a p a ri passo sem pre proceduti siamo
stu d ian d o . E ' i l vero c h ' e g li è ateniese et
io rom an o . S e d ella gloria della c ittà si d i s
pu terà, io d irò ch e io sia d i città lib e ra , et

�NOVELLA V I I I . 1 7 3
e g li d i trib u ta ria : io d irò ch e io sia d i c i t ­
tà donna di tu tto ’ L m ond o, e t e gli d i città
obbediente a lla m ia : io d irò che io sia d i
c ittà fiorentissim a d ’ arm e, d ’ im p erio e d i
stu d i, dove e gli non potrà la sua se non d i
stu di com m en d are. O ltr e a q u esto, quan­
tunque v oi qui sc o la rm i veggiate assai u m i­
le, io non son nato della feccia dei popolaz
zo d i R o m a. L e m ie case et i lu ogh i p u b ­
b lich i di Rom a son pieni d ’ an tich e im a g i
n i dei m iei m aggiori , e g li ann ali ro m a n i
si troveran n o p ien i di m o lti trium fi m en ati
d a ’ Q u in z i i n sul rom ano c a p ito lio : n è è
p e r v ecch iezza m a rc ita , anzi oggi p iò ch e
m ai fiorisce la gloria d el nostro nom e . lo
m i ta ccio , per v ergogn a, d elle m ie r ic c h e z ­
z e , n ella m ente avendo ch e l ’ onesta p o v e r­
tà sia a n tico e largh issim o p a trim on io d ei
n o b ili c itta d in i di R o m a . L a q uale se d a l­
la opinione de’ vo lg a ri è dannata e son
com m en dati i tesori, io ne sono, non corno
c u p id o , m a com e am ato dalla fortuna , a b ­
b o n d a n te . E t assai conosci? ch e egli v ’ era
q u i, e dovea essere e dee caro d* a ver per
parente G is ip p o ; m a io non vi debbo p er
a lc u n i cagione meno essere a R om a c a r o ,
con sid eran d o che d i m e là avrete o ttim o
oste e t u tile e so llic ito e possente p a d ro n e,
c osì nelle pubbliche opportunità com e nei

�174 G I O R N A T A D E C I M A
bisogn i p r iv a ti . C h i dun q u e , lasciata sta r
la volon tà e con ragion rig u a rd a n d o , più
i v o stri co n sigli com m enderà che q u eg li
d el m io G is ip p o ? certo n iu n o . E ’ a d u n ­
que S o fro n ia ben m aritata a T it o Q u in z io
F u lv i o , n o b ile , an tico e ric c o c itta d in d i
R om a e t am ico d i G is ip p o ; per c h e , c h i d i
c iò si duole o si ra m m a r ic a , non fa quello
ch e dee nè sa q u ello che e gli si fa . S aran n o
forse a lcu n i che d ira n n o , non d olersi S o ­
fronia esser m oglie d i T i t o , m a d olersi d e l
m odo ne! quale sua m oglie è d iven u ta, na­
sco sa m en te, d i fu rto , sen za saperne a m ico
o parente alcuna cosa . E questo non è m i­
ra co lo , nè cosa che d i nuovo avven ga . Io
la scio stare v o le n tie ri quelle che già co n tro
a volere d e ’ padri hanno i m a riti p r e s i, e
quelle che si sono con li lo ro am anti fu g g i­
t e , e prim a am ich e sono state che m o g li, e
qu elle che p rim a con le gravidezze e c o i
p a rti hanno i m a trim o n i palesati ch e c o n
l a lin gu a , et bagli fa tti la n ecessità aggra­
d ir e ; q u ello c h e d i S o fro n ia non è a v v e n u ­
t o , a n zi o rd in a ta m e n te , d iscretam en te et
onestam ente da G is ip p o a T i t o è stata data .
E t a ltri d ira n no c o lu i averla m aritata a cu i
d i m arita rla non a pparten eva. S c io c c h e la
m entanze son queste e f e m in ili, e da poca
co nsiderazion proced en ti : N on usa ora la

�N O V E L L A V III.
175
fo rtu n a d i n u ovo varie v ie et instru m en ti
n u ovi a recare le cose agli effetti d ite r m in
a t i. C h e ho io a curare se i l ca lzo la io più
tosto che il filosofo avrà d ’un m io fatto s e ­
con do il suo giu d icio d isp o sto in o ccu lto
o in p a le se , se il fine è b u on o ? debbom i io
ben g u a rd a re , se il c a lzo laio non è d iscre ­
t o , ch e egli più non ne possa fare , e r in ­
gra ziarlo del fa t t o . S e G is ip p o ha ben S o ­
fron ia m a rita ta , l ’ andarsi d el m odo do­
len do e d i lu i, è una stu ltizia su p erflu a. S e
d el suo senno v o i non v i confidate , guar­
d a te vi che egli più m arita r non ne p o s s a ,
c d i questa il rin g r a z ia te . N on d im en o d o ­
vete sapere che io non c e rc a i nè con inge­
gno nè con fraude d ’ im p o rre alcuna m acu ­
la a ll’ onestà et a lla chiarezza del v o stro
sangue nella persona di S o fr o n ia : e q u an ­
tunque io l ’ abbia occultam ente per m oglie
presa , io non v en n i com e ra ttore a to rle
la sua v ir g in it à , n è com e n im ic o la v o lli
m en che on estam ente a v e r e , il vostro p a ­
ren tad o, rifiutando ma ferventem ente a cce ­
so della sua vaga b elle zza e d ella v ir t ù d i
le i : conoscendo , se con q u ello ord in e
ch e v o i forse volete d ire cercata l ’ a v e s s i,
ch e essendo ella m o lto am ata da v o i , per
tem a che io a Rom a m enata non ne l ’avessi,
avu ta n on l ’ a v r e i. Usui adunque l ’ arte

�176 G I O R N A T A D E C I M A
co u lta che ora v i puote essere aperta , e feci
G is ip p o , a q u ello c h e e gli d i fare non
era d is p o s to , con sen tire in m io n om e;
e t appresso, quantunque io ardentem ente
l ' a m a s s i, non com e am ante ma com e m a­
rito i suoi co n giu gn im en ti c e rc a i, non a p ­
pressandom i prim a a le i, sì com e essa m e­
desim a pu ò con v erità testim on iare, che io
e co lle d eb ite parole e con r a n e l le l ’ ebbi
sp o sata , dom andandola se ella .me per m a ­
rito v o le a, a che ella rispose di si. S e esser
le pare in gan n ata, non io ne son da rip ren ­
d e r , ma e lla , che me n o n domandi) ch i io
fossi. Q u esto è adunque il gran m ale, il
gran p e cca to , il gran fa llo adoperato da
G is ip p o am ico e da me a m an te, che S o fro ­
nia occultam ente sia d iven uta m o glie di
T i t o Q u in z io : per questo il lacerate, m i­
n acciate e t in sid ia le. E. che ne faresti v o i
p iù , se egli ad un v illa n o , ad un rib a ld o,
ad un servo data l'a v e s s e ? quali ca te n e ,
qual ca rc e re , qu ali croci ci basterieno ? Ma
la scia m o ora star q u esto ; egli è venuto il
tem po il quale io ancora non a sp e tta v a ,c io è
ch e m io padre sia m o rto , e che a me c o n ­
v ien e a Rom a to rn a re ; per che m eco v o ­
len do n e S o fro n ia m e n a re , v ’ ho palesato
q u ello che io forse ancora v ’a vrei n ascoso.
I l c h e , se sa vi s a r d e , lietam en te co m p o rterete

�N O V E L L A V III.
177
, p e r c i ò che se ingannare o o ltro ggiare
v 'a v essi v o lu to , schernita ve la poteva
la sc ia re ; m a tolga Id d io v ia q u e s to , c he in
rom ano sp irito tanta v iltà a lb ergar possa
g ia m m a i. E lla adunque, cioè S o fr o n ia , per
con sen tim en to degli D ii e per vigore d elle
leggi um ane e per lo laudevole senno d el
inin G is ip p o e per la m ia am orosa astuzia
è m ia . L a qual cosa, v o i per a vv en tu ra più
che g li D ii o che g li a ltri uom ini siivi t e ­
n e n d o v i, bestialm en te in due m aniere fo rte
» me noiose m ostra che v o i danniate. L ’ una
è S ofron ia te n e n d o v i, n e lla quale p iù , che
m i p ia ccia , alcuna ragion n o n avete: e P a l­
li a è il tra tta r G is ip p o , al quale m erita­
m ente o b b liga ti siete , com e n im ic o . N e lle
q u ali quan to scioccam en te fa cciale io non
in ten d o al presente di più a p r ir v i, ma c o ­
m e a m ici v i co n sig lia re che si pongano
g inso g li sdegni v o stri et i cru c ci presi si
lascin o tu tti, e che S o fro n ia mi sia r e s ti­
tu ita , acciò che io lietam en te vostro p a retite m i parta e v iv a v ostro; sicu ri di
q uesto ch e , o p ia c c ia v i o non p ia c c ia v i
quel che è fa tto , se a ltram en ti operare in ­
ten deste, io v i to rrò G is ip p o , e senza f al lo,
se a R oma perven go, io ria v r ò co lei ch e è
m eritam en te m ia, m al g rado che voi n 'a b ­
biate , e quanto lo sdegno d e ' ro m a ni a n im i

Tomo

12

�178 G I O R N A T A D E C I M A
possa, sem pre n im ic a n d o v i, v i farò per
esperienzia conoscere. Poich é T i t o così e b ­
be d etto , le v ato si in piè tu tto n el v iso tu r ­
b a to , preso G is ip p o per m ano, m ostrando
d ' a ve r poco a cura qu an ti n el tem pio
n ’ e ra n o , d i q u ello , crollan d o la testa e m i­
n a ccia n d o , s’ u scì. Q u e g li che là en tro r im ason o, in parte d a lle ragion i d i T i t o al
parentado et alla sua am istà in d o tti, e t in
parte spaven tati d a ll’ u ltim e sue p a ro le, d i
p a ri co n cord ia d ilib eraron o essere i l m i­
g lio r d' a ver T i t o per parente, poiché G i ­
sip p o non aveva esser v o lu to , che a ver G i
sip po per parente perduto e T i t o per n im i­
co acquistato. P e r la qual cosa a n d a ti, r i­
tro v a r T i t o e dissero ch e p ia ce va lo r che
So fro n ia fosse sua, e d ’ a ver lu i per caro
paren te e G isip p o per buono am ico: e fata­
ta s i paren tevo le et am ich evole festa in sie ­
m e , si d ip a rtiro n o e S o fro n ia g li rim an d a ­
ron o. L a q u ale, sì com e savia, fatta della
n ecessità v ir tù , l’ am ore il quale aveva a
G is ip p o prestam en te riv o lse a T it o ; e co n
lu i se n ’ and ò a R o m a, d o ve con grande
on ore fu ricevu ta. G isip p o r i ma so si i n A t e ­
n e , quasi da tu tti poco a c a p ita i te n u to ,
dopo non m olto tem po per ce rte b righ e
cittad in e con tu tti q u eg li di casa sua po ve­
ro e m eschino fu d ’ A t e n e cacciato

�N O V E L L A V III.
179
d
n
a ato ad esilio perpetuo. N e l quale stando
G is ip p o , e d iv e ntato non solam ente povero
m a m en d ico , com e potè il m en m ale a R o­
m a se ne v e n n e , per p rovare se d i lu i T i t o
si ricordasse: e saputo lu i esser v iv o e t a
tu tti i R om ani grazioso e le sue case a p ­
parate, d in an zi ad esse si m ise a star tan to ,
d ie T i t o venne. A l quale «gli per la m iseria
n ella q uale era non a rd i di far m o tt o , m a
i ngegn ossi di fa rg lisi v ed ere, acciò d ie T i ­
to ricognoscend olo il facesse c h ia m a re :
p e r c h e , passato o ltre T i t o , e t a G is ip p o
paren do d ie veduto l ’ avesse e sch ifa to lo ,
rico rd a n d o si d i c iò che già per lui fa tto
aveva , sdegnoso e d isperato si d ip a r t ì . E t
essendo già notte e t esso d igiu n o e senza
d e n a r i, senza sapere d o ve s’ andasse , più
che d ’altro d i m o rir d isideroso , s ’ avven n e
in uno luogo m o lto sa lva tico d ella c i t t à ,
d ove veduta una gran g r o t t a , et in quella
p er is ta rv i qu ella n otte si m ise , e sopra la
nuda terra e m ale in arnese, v in to d al lun­
go pian to s'a d d o rm e n tò . A lla qual g ro tta
d u e, li qu ali in siem e erano la notte and ati
ad im b o lare , c o l furto fatto andarono in su l
m attu tin o , et a q u istion v e n u t i, l ’ u n o ,ch e
era più fo rte , u ccise l ’ a ltro r t andò v ia . L a
qual cosa avendo G is ip p o sen tita e v ed u ­
t a , g li parve a lla m orte m olto da lu i

�180 G I O R N A T A D E C I M A
isd e r a ta , senza uccid ersi e gli ste sso , aver
tro v a ta v ia; e perciò , senza p a r t ir s i, tanto
ste tte che i sergen ti della corte , che già il
fa tto aveva s e n tito , v i v en n e ro , e G is ip p o
furiosam ente ne m enarono p r e s o . l i quale
esam inato confessò se averlo u cciso, nè mai
poi esser potuto della grotta partirsi ; per
l a qual cosa il p r e to r e , che M arco V arro n e
era ch iam ato, com andò che fosse fit t o m o ­
rire in croce , sì com e a llo r s ’ usava . E ra
T i t o per ventura in quella ora venuto al
pretorio; il quale guardando nel v iso il m i­
sero co n d an n ato ,e t avendo udito il p erch è,
subitam ente il riconobbe esser G is ip p o , e
m ara vig lio ssi d ella sua m isera fortuna e
com e q u ivi a rrivato fosse; et ard en tissim a
m en te desiderando d ’a iu ta r lo , nè veggendo
alcuna a ltra v ia alla sua salute se non d ’ac­
cusar se e d i scusar l u i , prestam ente si fece
a v a n ti e g rid ò : M arco V a rr o n e , rich iam a il
povero uom o il q uale tu dan n ato h a i, p e r­
c iò che e gli è in n o ce n te . Io ho assai con
una colp a offesi g l ' I d d i i , ucciden do colu i
il quale i tuoi sergenti questa m attina m o r­
to tro v aro n o , senza volere ora con la m orte
d ’un a ltro inn ocente offen d ergli. V a iro n e
si m aravigliò , e dolsegli che tu tto il preto­
rio l ’avesse u dito ; e non potendo con suo
onore ritra rsi di fa r q u e llo c h e com andavan

�NOVELLA V III.

181

le le g g i, fece in d ietro rito rn a r G isip p o , et
in presenzia d i T ito g li disse.- com e fo stù
s i folle che , senza alcuna pena sentire , tu
confessassi quello che tu non facesti giam ­
m a i, andandone la v it a ? tu d ice vi che e ri
colu i i l quale questa n otte avevi ucciso
l ’u o m o , e questi or vien e e dice che non tu
ma egli l ’ ha u cc iso . G is ip p o guardò e vid e
che co lu i era T i t o , et assai ben c o n o b b e, lui
fa r questo p er la sua salute , si com e grato
del servigio già rice v u to da l u i . P er che d i
p ie tà piangendo, d isse: V a rro n e , veram en ­
te io l’ u c c is i, e ia p ie tà d i T i t o alla m ia salu ­
te è ornai troppo tarda. T i t o d 'a ltra parte
d iceva - pretore, com e lu v ed i, costu i è fore­
stie re ,e senza arm e fu tro v ato a llato a l l ’ uc­
c is o , e ved er puoi la sua m iseria d arg li ca­
gion e di v o ler m orire ; e p e rc iò lib eralo , e
m e , che l ’ ho m e r it a t o , p u n is c i. M a ra v i
g lio ssi V arro n e d elia i stanzia di questi d u e,
e già presum m eva niuno d overe essere c o l­
p e v o le ; e pensando al modo d ella loro ass
o lu zione, e t ecco venire un g io v a n e , ch ia ­
m ato P u b lio A m b u sto ,d i perduta speranza
e t à tutti i R om an i n otissim o la d r o n e , i l
quale veram ente l ’o m icid io aveva com m es­
so , e conoscendo niuno d e ’ due esser c o lp e ­
v o le d i quello che ciascun s’ accusava, tanta
fu la ten erezza che nel cuor g li venne per

�182
G I O R N A T A D E C IM A
l a in n ocen zia d i q u esti due, che da gran dis­
sim a compassioni m osso venne d in an zi a
V a r r o n e , e d isse: pretore , i m iei fa ti m i
traggon o a d o ver solvere la dura q u istion
d i co sto ro , e non so quale Id d io d en tro m i
stim u la et in festa a d o v e rti il m io peccato
m a n ife sta re ;e p erciò sappi niun d i costoro
esser co lp ev o le d i q u ello c he ciascu no se
m edesim o a ccu sa. Io son veram en te co lu i
ch e quello uom o u c c isi istam ane in sul d i ,
e questo c a ttiv e llo che qui è , là v id ' io che
si d o r m iv a , m en tre che io i fu rti fa tti d i ­
v id eva con co lu i cu i io u c c is i. T i t o non
bisogn a ch e io scu si; la sua fam a è ch iara
p e r tu tto , lu i non essere uom o di tal con ­
d izio n e : adunque lib e r a g li, e di me qu ella
pena p iglia che le leggi m ’ im p o n g o n o . A
veva già O tta v ia no questa cosa s e n tita , e
fa ttig lis i tu tti e tre v e ni r e , u d ir v o lle che
cagion m ovesse ciascuno a volere essere
i l condennato ; la quale ciascun n arrò. O t ­
ta v ia n o li d u e , p erciò ch e erano in n o ce n ­
t i , e t il terzo p er am or d i loro lib e r ò .
T i t o , preso il suo G is ip p o , e m olto prim a
d ella sua tiep id ezza e d iffidenzia rip re so lo ,
g li fece m aravigliosa festa et a casa sua nel
m en ò, là dove S o fro n ia con pietose lagrim e il
ric e v e tte com e frate llo ; e ricreato lo alquanto
e rivestito lo e rito rn atolo n ello abito d eb ito

�N O V E L L A V III.
1 83
alla sua v ir t ù e gen tilezza ,p rim ie ra m e n te c on
o gn i suo tesoro e possessione fece com une ,
e t appresso una sua sorella gio v in e tta c h ia ­
m ata F u lvia , g li d 'è per m o g lie , e q u in d i
g li disse: G is ip p o , a te sta ornai o il v o le rti
qui appresso d i me d im o rare, o v o le rti con
ogni cosa che donata t ’ ha in A c a ia to rn a re .
G is ip p o costrign en d olo da una parte l ’e silio
ch e a veva del la sua c ittà , e d’ a ltra l'a m o r e
il q u al portava d eb itam en te a lla grata a m i­
stà d i T i t o , a d iv e n ir rom an o s’ a c c o rd ò .
D o v e con la sua F u lv ia , e T i t o con la sua
S ofr on ia sem pre in una casa gran tem po
e lietam en te v is s e ro , p iù ciascun g io r n o ,
se più potevan o essere , d iven en d o a m ic i.
S a n tissim a cosa adunque è l ’a m is tà , e non
solam en te d i sin gu la r reverenzia d eg n a,m a
d ’essere con perpetua laude co m m e n d a ta,
sì com e d iscretissim a m adre d i m ag n ifìcen
zia e d ’o n e s tà , sorella d i gratitu din e e d i
c a r it à , e d ’ odio e d ’a va rizia n im ic a , sem ­
p r e , senza priego a s p e tta r, pronta a q uello
in a ltru i virtu osam ente o p e ra re , che in se
vorrebbe che fosse operato. L i cu i sa n tissi­
m i effetti o ggi radissim e volte si veggono in
due, colpa e vergogna della m isera cu p id igia
d e’ m o rtali, la qual solo alla p ro p ria u tilità
rig u a rd a n d o , ha co stei fuor d eg li estrem i
te rm in i d ella terra in e silio perpetuo

�184 G I O R N A T A D E C I M A
relg a la . Q u a le a m o re , qual r ic c h e z z a , qual
parentado avrebbe il fe rv o re , le lagrim e
e 's o s p ir i d i T it o con tanta efficacia fa tti a
G is ip p o n el cuor sen tire, ch e e gli perciò la
b ella sposa g en tile e t am ata da lui avesse
fa tta d iv e n ir di T i t o , se non costei? Q u a li
le g g i, qu ali m in a c c e , qual paura le giova­
n ili b raccia d i G is ip p o n e’ luoghi s o lita r i,
n e 'lu o g h i o scu ri, n el Ietto p rop rio avrebbe
fa tto astenere d agli abb racciam en ti d ella
b ella g io v a n e , forse talvo lta in v ita tric e , se
n on costei ? Q u ali stati , q u a 'm e r iti , q u ali
a va n zi avrebbon fatto G is ip p o non cu ra r
d i perdere i suoi paren ti e quei di S o fro ­
n ia , non cu rar d e’ d ison esti m o rm orii del
pop olazzo , non cu ra r d elle beile e d egli
s c h e r n i, per soddisfare a ll’ a m ic o , se non
c o s te i? E d ’altra parte c h i avrebbe T it o
senza alcuna d ilib e ra z io n e , possendosi e gli
on estam ente infignere di v ed e re ,fa tto pron­
tissim o a pro cu rar la propia m o rte, per le ­
v a r G is ip p o , dalla c ro c e , la q uale egli stes­
so si p ro caccia va , se non costei? C h i avreb ­
be T i t o senza alcuna d ilazion o fatto libera­
lissim o a com unicare il suo am pissim o pa­
trim o n io con G is ip p o a l quale U fortuna
i l suo aveva to lto , se non c o ste i? C h i a vre b ­
be T it o senza alcuna suspizione fa tto fe r­
v en tissim o a con cedere la sorella a G is ip p o ,

�N O V E L L A V III.
185
il quale ved eva p overissim o et in estrem a
m iseria p o s to , se non c o ste i? D isid erin o
adunque g li uom ini la m o ltitu d in e de’ co n
s o r ti, le turbe d e’ fra te lli, e la gra n qu an ti­
tà d e’ fig liu o li, e con gli lor denari il nu­
m ero de’ servid o ri s ’ a c c re sc a n o ; e non
g u a rd in o , qualunque s’ è l ’ uno di q u e s ti,
ogni m inim o suo p erico lo più te m e re , che
so llicitu d in e aver di to r v ia i gran di d el
padre o del fra te llo o del sign ore , dove
tu tto il con tra rio far si ved e a ll’ a m ic o .
N O V E L L A

IX .

Il Saladino inform a d i mercatanteè ono­
ralo da messer T'orditi ;fa ssi il passag­
gio: messer Torello dà un termine alta
donna sua a rimaritarsi : è preso, e per
acconciare uccelli viene in notizia del
Soldano, il quale, riconosciuto e se fa t­
to riconoscere , sommamente l ’ onora ;
messer Torello inferma, e per arte ma­
gica in una notte n’ è recato a Pavia ,
et alle nozze , che della rimaritata sua
moglie si facevano, da lei riconosciuto,
con lei a c a sa s u a sa ne torna.
A v ev a alle sue parole g ii F ilom ena fit t a
fin e , e la m agnifica g ra titu d in i d i T i t o da

�1 86 G I O R N A T A D E C I M A
tu tti parim en te era stata com m endata ,
quando i l Re il deretano luogo riservand o
a D io n e o , così co m in ciò a p a rla re ; V a g h e
d o n n e , senza alcun fa llo F ilo m en a i n ciò
che d e ll’am istà d ice, racconta 'I vero, e con
ragion e nel fine d elle sue parole si dolse lei
oggi così po co da’ m ortali esser gradita . E
se noi qui p er d o ver correggere i d ife tti
m o n d a n i, o pur p er rip re n d e rg li, fo ssim o ,
io segu iterei con diffuso serm one le sue pa­
r o le ; ma perciò che ad a ltro è il nostro fi.
n e , a me è caduto n e ll ’anim o d i d im o strar,
v i forse con una isto ria assai lunga , ma
p ia c e v o l per t u t ta , una d elle m agn ificenzie
d el S a la d in o , acciò che per le cose clic n el­
la m ia n o vella u d ire te ,se pienam ente l'a m i­
ciz ia d ’ alcuno non si può per li n o stri v iz i
a cq u ista re , alm eno d ile tto prendiam o del
s e r v ir e , sperando c h e , quando che sia , di
c iò m erito c i debba seguire .
D ic o adunque che , secondo che alcuni
affe rm an o , al tem po d ello Im peradore F e­
d erigo prim o a racquistare la T e rra santa
si fece per li cristian i un generai passaggio.
L a q u al cosa il S a la d in o , v alen tissim o s i­
gn ore e t a llo ra soldano di Babilonia , al­
quanto din an zi se n te n d o , seco propose di
volere personalm en te vedere gli apparec­
ch iam en ti d e’ sign o ri c ristia n i a quel pas.

�N O V E L L A IX .
187
s a g g io , per m eglio poter p ro v v e d e rsi. E t
o rd in ato in E g itto ogni suo fa tto , sem biante
fa ccen d o d ’ andare in p elleg rin agg io , co n
due de’suoi m aggiori e più savi uom ini e
con tre fa m ig liari solam ente , in form a d i
m ercatante si m ise in cam m in o . E t avendo
cerch e m olte p ro vin cie cristian e , e per
Lom b ardia cavalcan d o per passare o ltre a i
m o n ti, avven n e c h e , andando da M elano a
P a v ia e t essendo già v esp ro , si scontrarono
in un gen tile uom o, il cui nom e era m esser
T o r e llo d ’ Istria da P a v ia , il quale con suoi
fa m ig lia ri e con ca n i e con falcon i se n ’ a n ­
dava a dim orare ad un suo bel luogo il quale
sopra ’ 1 T e sin o aveva . L i q u ali com e m es­
ser T o r e l v id e , a vvisò ch e g e n tili uom ini e
stran ier fossero, e d isid erò d’ on o rargli. P e r
c h e , dom andando i l S alad in o un d e ’ suoi
fa m ig lia ri quanto ancora avesse di q u ivi a
P a via e se ad ora giugner potesse d ’ en trar
v i , T o re llo non la sc iò rispon dere a l fam i­
g lia r e , ma rispose e g li: sig n o r i, v o i non
potrete a P a via perven ire ad ora che dentro
possiate e n tra r e . A d u n q u e , disse il S a la d i­
n o, p ia ccia v i d ’ insegnarne, perciò che stra­
n ie r siam o , dove noi possiam o m eglio a l­
bergare . M esser T o re llo d isse : questo farò
io v o le n tie ri. Io era teste in pensiero d i
m andare un d i questi m iei in f i v ic in d i

�188 G I O R N A T A D E C I M A
Pavia per alcuna co sa . Io nel manderò con
v o i , et egli v i conducerà in parte dove v oi
albergherete assai con ve n evolm en te. E t al
p iù discreto de'suo i accostatosi, g l'i m p o s e
q u el lo che egli avesse a fare , e mando l con
l o r o ; et egli al suo luogo andatosene, pre­
stamente , com e si potè il m e g l i o , fece o r ­
dinare una bella cena e metter le tavole in
un suo giard in o; e ques to f a t t o , sopra Ia
porta se ne venne ad aspett t a r g l i . Il fa mi­
g li a re ra gionando c o ’ gentili uomini di d i­
v er se cose , per certe strade gli t ra sv iò , et
al luogo del suo signore , senza che essi se
n ’ accorgessero, co ndot ti gli eb be . L i quali
com e messer T o r e l vid e, tutto a piè fattosi
loro in co n tro ridendo disse ; s ig n o r i, voi
siate i molto ben v e n u t i. Il S a l a d i n o , il
quale accortissimo era, s 'a v v id e che questo
cava liere aveva dubitato che essi non aves
ser tenuto lo ’ n v i t o , se quando gli t r o v ò ,
in vita t i gl i avesse; perciò , acciò che negar
non potesser d'es se r la sera con l u i , con
inge gno a casa sua gli aveva c on d otti ; e ri­
sposto al suo saluto, d is se : messere, se dei
cortesi uomini l' u o m si potesse ra mm ar i­
care , noi c i do rr em mo d i voi, il quale, la­
sciamo stare del nostro ca m m in o che im ­
pedito alquanto a v e t e , ma , senza altro es­
sere stata da noi la vostra benivolenza m er ititata

�N O V E L L A IX .
189
che d’ un sol salu to , a pren der si alta
c o rte sia , com e la vostra è , n ’avete co stre t­
ti. Il cavaliere savio e ben p a rla n te , d isse;
s ig n o r i, questa che v o i rice v e te da n o i , a
risp e tto d i quella che v i si c o n ve rre b b e ,
p e r quello che io ne’ v o stri aspetti com pren ­
d a, fia povera cortesia ; ma nel vero fuor d i
P a via v oi non potreste essere sta ti in luogo
alcun che buon fo sse: e perciò non vi sia
grave 1’ avere alquanto la via traversata ,
per un poco m en d isagio a vere. E così d i ­
cendo , la sua fam iglia venuta d attorn o a
c o s t o r o , com e sm on tati fu r o n o , i ca va lli
a d a giaro n o ; e m esser T o r e llo i tre ge n tili
uom ini m enò alle cam ere per loro a ppa­
recch iate , dove g li fece scalzare e rin fr e ­
scare alquanto con fresch issim i v i n i , et in
ragion am en ti p iacevoli infino a ll’ ora d i p o ­
te r cenare gli r it e n n e . 11 S alad in o e’ c o m ­
pagn i e ’ fa m ig lia ri tu tti sapevan latin o ,
per che m olto bene intendevano et erano
in tesi ; e pareva a ciascuu di loro che que­
sto ca v a lie r fosse il più piacevole e ’ 1 più
costum ato uom o e quegli ch e m eglio ragio­
nasse, che alcun a ltro che ancora n ’ avesser
veduto. A messer T o re llo d ’ a ltra parte p a ­
reva che costoro fossero m agn ificili uom in i
e da m olto p iù che a va n ti stim ato non avea ;
p er che seco stesso si dolea che d i

�190

G IO R N A T A DECIMA

c n i e d i più solenne co nv ito q u ella sera
g
a
p
m
o
non g li poteva onorare. L ao n d e ei g li pensò
d i v olere la seguente m attina ris to r a le : e t
in fo rm a to un d e’suoi fa m ig li d i c iò che far
v o le v a , a lla sua d o n n a , che savissim a era e
d i gran dissim o anim o , n el mandò a P a v ia
assai q u iv i v ic in a , e dove porta alcuna n on
s i se rra v a . E t appresso questo m enati i
g e n tili uom in i n el g ia rd in o , cortesem ente
g li dom andò ch i e ’ fossero. A l quale il S a ­
la d in o rispose : noi siam o m ercatanti c i
p r ia n i e d i C ip r i v eg nia m o , e per nostre
bisogne and iam o a P a r i g i . A llo ra disse
m esser T o r e llo : piacesse a D io che questa
n ostra con trada producesse cosi fa tti gen­
t i l i u o m in i, clien ti io v eg gio che C ip r i fa
m e r c a ta n ti. E di q u esti ragionam enti in
a ltr i sta ti a lq u a n to , fu di cen ar te m p o :
p e r che a loro l ’ onorarsi a lla tavola c o m m
ise
, e q u i v i , secondo cena sprovvedu ta ,
fu ron o assai bene e t ord in atam en te s e r v iti.
N è guari dopo le tavo le levate stettero , ch e ,
a vvisan d osi m esser T o r e llo loro essere stan ­
c h i , in b ellissim i le tti g li m ise a r ip o s a r e ,
e t esso sim ilm en te poco appresso s ’ andò a
d o rm ire . I l fam igliare m andato a P a via fe’
l ’ am basciata alla d o n n a : la quale non con
fem inile a n im o , ma con reale, fa tti p resta­
m ente ch iam are d e g li a m ic i e de’ se rv id o ri

�N O V E L L A IX .
191
d i m esser T o r c ilo a s s a i, ogni cosa o p p o r­
tuna a gran dissim o co n vito fece a pparec­
c h ia r e , et a lum e di torch io m o lti d e’ più
n o b ili c itta d in i fece al co n vito in v ita r e , e
fe ’ torre panni e drappi e v a i , e co m p iu ta ­
m ente m ettere in o rd in e ciò che dal m arito
l ’era stato m andato a d ire . V e n u to il gio rno
, i gen tili uom ini si le v aro n o ; c o ’ q u ali
m esser T o re llo m ontato a c a v a llo e fa tti
v en ire ¡ suoi f a lc o n i , ad un guazzo v ic in
g li m e n ò , e m ostrò loro com e essi volasse­
r o . M a d im andando il S alad in d i a lcu no
ch e a P a v ia e t a l m iglio re alb ergo gli con ­
d u ce sse, disse m esser T o r e llo ; io sarò d e s ­
so , perciò ch e esser m i c o n v ie n e . C o sto ro
c re d e n d o c i furon c o n t e n t i, e t insiem e con
lu i en traron o in c a m m in o . E t essendo già
terza e t essi a lla c ittà p e rv e n u ti, avvisan d o
d ’ essere al m iglio re albergo in v i a t i, c o n
m esser T o re llo a lle sue case p e rv e n n e ro ,
d ove già ben cinquanta d e’ m aggior c itta d in i
eran ven u ti per ricevere i ge n tili u o m in i,
a’ q u ali subitam ente furon d in torn o a ’ fren i
e t alle staffe. L a qual cosa il S alad in o e’ com p
agn i veggend o, tro p p o s’ a vvisaron ciò ch e
e ra , e dissono ; m esser T o r e llo , questo non
è c iò che n oi v ’ avam o d o m a n d a to . A ss a i
n ’ avete questa notte passata fa tto , e tropp o
più ch e n oi n on v o g lia m o , perchè a cconciam
ente

�1 9 2 G I O R N A T A D E C IM A
n e p otevate lasciare andarle
ni
ca m m in n o stro. A ’ qu ali m esser T o r e llo
ris p o se : s ig n o r i, d i c iò che iersera v i fu
fa tto , so io grado alia fortuna più che a v o i,
la q uale ad ora v i colse in cam m ino che b i­
sogno v i fu di ven ire alla m ia piccola c a sa ;
d i questo ili stam attin a sarò io tenuto a
v o i, e con m eco insiem e tu tti questi g e n tili
uom in i che d in torn o v i s o n o , a ’ qu ali se
cortesia v i par fare il n egar d i v o le r con
lo r o d esin are, far lo potete se voi v o le t e .
I l S alad in o e ' com pagni v inti sm ontarono,
e rice v u ti da’gen tili uom in i lietam en te, fu ­
ron o a lle cam ere m e n a ti, le quali ric c h is ­
sim am ente per loro erano apparecchiate ; e
p o sti giù g li arnesi da cam m inare e r in fr e ­
sca tisi a lq u a n to , n ella sala , d o ve sp le n d i­
dam ente era a p p a recch ia to , vennero. E data
l'a c q u a a lle m ani et a tavola messi con
grandissim o ordine e b e llo , di m olte vivan de
m agn ificam en te furon s e r v i t i , in tan to ch e,
se lo ’ m peradore venuto v i fo sse , non si
sarebbe più potuto fa rg li d 'o n o re . E quan­
tunqu e il Salad in o e ' com pagni fossero
gran sign ori et usi di vedere grandissim e
c o s e , nondim eno si m ara vig liaro n o essi
m olto di questo , e lo r pareva delle m ag­
g io r i, avendo rispetto alla qu alità del c a v a ­
lie re , il qual sapevan o che era c i tta d ino e

�N O V E L L A IX .
19 3
non s ig n o r e . F in it o il mangiare e le tavole
l e v a t e , avendo alquanto d ’altre cose parla­
to, essendo il caldo grande, com e a messer
T o r c i p ia c q u e , i gentili uomini di P a via
tu tti s’ andarono a rip o s a r e , et esso con li
suoi tre ri m a s e ; e con loro in una camera
entratosene , acciò che niuna sua cara cosa
rimanesse che essi veduta non avessero ,
qu ivi si fece la sua valen te donna chiam are.
L a quale essendo bellissima e grande della
pers ona, e di ricchi ves timenti o r n a t a , in
mezzo di due suoi fig lio le t t i, che parevano
due a g n o l i , se ne venne davanti a c o st o r o ,
e piacevolmente gli salutò. E ss i vedendola
si levarono in piè , e con rever enzia la r i
ce vettono , e fattala sedere fra l o r o , gran
festa fecero d e ’ due belli suoi figliolet ti .
Ria poiché con loro in piacevoli ragiona­
menti entrata fu, essendosi alquanto p a rt i­
t o messer T o r e l l o , essa piacevolmente
donde fossero e dove andassero gli d om an ­
dò. A l l a qual i gentili uomini cosi risp ose­
ro , come a messer T o r e l l o avevan fatto .
A l l o r a la donna con lieto viso disse: adunque
Veggo in che il mio fem ini l e avviso sarà uti­
le , e perciò vi priego che di speziai grazia
m i facciate di non rifiutare uè avere a vile
quel piccioletto dono il quale io vi farò ve­
nire: ma con siderando che le donne seconT omo V .
13

�194 g i o r n a t a d e c i m a
do i l lor p icco l cuore picco le cose danno ,
p iù al buono anim o d i ch i dà riguardan do
cb e alla qu an tità d el d o n o , il pren d iate. E
fattesi ven ire per ciascuno due paia d i ro ­
b e , l ’ un foderato di drappo e l ’ a ltro d i v a ­
io , non m iga cittad in e uè da m e r c a ta n ti,
m a da sig n o re, e tre giubbe d i zendado e
pan ni lin i, d isse ; pren d ete q u e s te . lo bo
d e lle robe i l m io signore vestito con v o i .
L e altre cose (co n sid eran d o che v oi siete
a lle vostre donile lo n tan i, e la lu n gh ezza
d el ca m m in fatto e q u ella di quel c he è a
fa re , e ch e i m ercatanti so n n etti e d ilic a ti
no m in i) an cor che e lle vagliali p o c o , v i
p otran n o esser care. I ge n tili uom in i si
m a ra v ig lia ro n o , e t apertam ente conobber
m esser T o r e llo ni nna parto d i cortesia v o le r
lasciare a far lo ro, e d u b ita ro n o , veggendo
la n ob iltà d elle robe n on m ercatan te sc h e ,
d i n on esser da m esser T o re llo co n o sc iu ti;
m a pure a lla donna rispose l ’ un d i lo r o ;
queste son , m adonna, gran dissim e cose e da
non d over d i leggier p ig lia re , se i v ostri
p rieg h i a ciò non ci strign essero, a lli q u ali
d ir d i no non si p u ote. Q u esto fa tto , es­
sendo già m esser T o re llo r it o r n a t o , la
don na, a cco m a n d a tigli a D io , da lo r si
p a r ti, e d i sim ili cose di c iò q u ali a l oro si
s on ven ien o, fece p rovvedere a ’ f a m ig li a l i.

�N O V E L L A IX .
195
M esser T o r e llo c o n m olti p rieg h i im p e tro
da lo ro , d ie tu tto quel di dim orasson co n
lu i : per ch e , poiché d orm ito ebbero v e s titi­
si le robe lo r o ,c o n m esser T o r e llo alqu an to
ca va lca r per la c it t à , e l ’ora d ella cena v e ­
llu ta , con m olti o u orevo li com pagni m a­
gnificam ente cenarono . E , quando tem po
fu , a n d atisi a rip osare, com e il gio rn o v e n ­
n e , su si levaro n o, e trovaro n o in luogo
d e ’ loro ron zin i stan ch i tre grossi p a lla fre n i
e b u oni, e sim ilm en te n u ovi c a v a lli e fo r ti
alti loro fa m ig lia ri. L a qual cosa veggendo
i l S a la d in o , riv o lto a ’su oi co m p agn i disse :
io giuro a D io che p iù c o m p iu to uom o né
più cortese nè più avved u to d i c o stu i n on
tu in ai : e se li R e c ris tia n i son cosi fa tti
R e verso d i se, ch en te costu i è ca va lie re , a l
sold an o di Babilonia non h a luogo d’ aspet­
tarne pure un, non ch e ta n ti, q u a n ti, per
addosso andarglien e , veggiam che s ’ appa­
recch ian o ; m a sa p p iendo che il ren u u zia r
g li no n avreb b e lu o go, assai co rtesem en te
rin grazian d o lne, m ontarono a c a v a llo . M es­
cer T o r e llo con m o lti co m p agn i gran pezza
d i via g li accom pagn ò fu or d ella c i t t à ; e
quantunque a l S a la d in o il p a rtirsi da m es
scr T o r e llo gravasse (ta n to già in n am orato
s ’e ra ) pure s tr ig nendolo l ’andata , il pregò
che in d ietro se ne tornasse. Il qua l,

�196 g i o r n a t a d e c i m a
u
a
tqunque duro g li fosse il p a rtirsi da lo r o ,
n
d isse : sig n o ri, io il farò poiché v i piace ,
m a così v i v o ’ dire. Io non so ch i v o i v i sie­
te , nè d i saperlo più che v i piaccia add o
m an do : m a, ch i che v o i v i sia te, che v o i
sia te m ercatanti non lascerete voi per c r e ­
d en za a m e questa v o lta ; et a D io v i co ­
m ando. Il S alad in o avendo già da tu tti i
com p agn i di m esser T o r e llo preso co m ­
m ia to , g li rispose d ice n d o : m esser, e gli
potrà ancora a vven ire che noi v i farem v e ­
d ere d i nostra m erc a ta n zia , per la quale
n o i la vostra credenza rafferm erem o; et an ­
d a te v i con D io . P a rtissi adunque il S a la ­
d in o e ' co m p ag n i, con gran dissim o a n im o ,
se v ita g li durasse e la guerra la quale
aspettava noi d isfacesse, d i fare ancora non
m in o re onore a m esser T o r e llo , che e gli a
lu i fatto avesse; e m olto e di lui e d ella sua
donna e di tu tte le sue cose e t a tti e fa tti
ragion ò c o ’ com pagni , ogni cosa più c o m ­
m endando. Ma poiché tu tto il P on en te non
senza gran fa tica ebbe c e r c a to , en trato in
m are c o ’suoi c o m p a g n i, se ne tornò in
A lessan d ria; e pien am en te in form ato si di­
spose a lla difesa. M esser T o r e llo se ne t o r ­
nò in Pad via , e t in lungo pensier fu chi q u e­
sti tre esser potessero , nè mai al vero a g ­
giunse nè s ’appressò . V en u to il tem po del

�N O V E L L A IX .
197
passaggio e faccendosi l'a p p a re cch iam e n to
graude per t u t t o , m esser T o r e llo , non
ostante i p rieghi della sua donna e le la g rim
e , si dispose ad an d arvi d el tu tto , e t
a vendo ogn i appresto fatto e t essendo per
c a v alcare, disse a lla sua d o n n a , la quale
egli som m am ente a m a va : don na, com e tu
Vedi, io vado in questo passaggio si per o n or
del corp o e sì per salute d ell'an im a; io t i
raccom an do le nostre cose e ’ 1 nostro on o ­
r e ; e perciò che io sono d e ll’andar c e r to , e
dei to rn a re, per m ille casi che posson s o ­
p ra v ve n ire , niuna certezza h o , v o g lio io
che tu m i fa cci una grazia : c he ch e d i me
s ’avveg n a, ove tu non abb i certa n o ve lla
d ella m ia v ita , che tu m ’ aspetti uno anno
et un m ese e t un d ì senza r im a r it a r t i,
in com in cian d o da questo dì che io m i p a r­
t o . L a d on n a, ch e forte p ia g n e v a , ris p o ­
s e ; m esser T o r e llo , io non so com e io m i
com p orterò il d olore n el quale p a rte n ­
d ovi v o i m i la sc ia te ; m a, dove la m ia v ita
sia più forte di lu i, et a ltro d i v o i a v v en is­
se, v ivete e m orite sicu ro , che io v iv e rò e
m orrò m oglie d i messer T o re llo e d ella
sua m em oria. A ll a q u al m esser T o r e llo
d isse : don n a , c ertissim o sono, ch e quanto
in te sarà, che questo che tu m i prom etti
a v v e r rà ; ma tu se’ gio v a ne donna e se'b ella

�198 G I O R N A T A D E C I M A
e se’d i gran paren tado, e la tua v irtù è
m olta e t è con osciuta per tu tto : per la qual
cosa io non d ub ito che m o lli grandi e gen ­
t i l i u om in i, se n ien te di me si so sp ich erà,
non t i add im an din o a’ tuoi frate lli e t a’ pa­
re n ti; d agli stim o li d e’ q u a li, quantunque
tu v o g li, non t i po trai difendere, e per
forza ti con verrà com piacere a ’ voler loro ;
e questa è la cagion p er la quale io questo
te rm in e , e non m aggiore, ti dim ando. L a
donna d isse: io farò c iò che io po trò di
q u ello che d etto v ’ h o ; e quando pure altro
fa r m i con ven isse, io v ’ u b bid irò d i questo
ch e m ’ im pon ete, certam en te. P rie g o io I d ­
d io che a così fa tti te rm in i nè voi nè me
re ch i a questi tem p i. F in ite le parole, la
donna piagnendo abb racciò m esse r T o r e llo ,
e tra tto si di d ito uno a n e llo , g lie le diede
d ic e n d o : se e gli avvien e che io m uoia p r i ­
m a ch e io v i riv e g g a ,ric o rd iv i di me quan­
do il v e d r e t e . E t egli presolo m ontò a c a ­
v a llo , e d etto ad ogn 'uom o a d d io , and ò a
s u o v ia g g io : e p erven uto a G enova con sua
co m p ag n ia , m ontato in galea andò via , et
in poco tem po pervenne ad A c r i , e c o ll’a l­
tr o e s e rc ito d e ’c r is tia n i s i c o n g iu n s e . N e l
q u a le q u a si a m ano a m a n c o m in c iò u n a g r a n ­
d is s im a in ferm eria e m o r t a lit à . L a qual d u ­
ra n te , qua c h e si fosse l'a r t e o la fo r tu n a del

�N O V E L L A X I.
199
S a la d in o , quasi tu tto il rim aso d egli scam ­
pati cris tia n i da lui a man salva fa r p r e s i,
e per m olte c ittà d iv is i e t im p rig io n a tifr a ’ quali presi messer T o re llo fu u n o ,e t in
A lessan d ria m enato in p rig io n e . D ove non
essendo con osciu to, e tem endo esso di farsi
con oscere, da necessità co stretto si diede a
co n cia re u cce lli, d i d ie e gli era gran d issi­
m o m aestro, e per questo a n o tizia venne
d el Salad in o : laonde e gli di prigio n e il
trasse, e riten n elo per suo falcon iere. Ries­
ser T o r e llo , che per altro nom e che il C r i ­
s tia n o , dal Salad in o non era ch iam ato ( i l
q uale e gli non rico n o scev a, nè il S alad in o
l u i ) solam ente in P a via l'a n im o a vea, e
p iù v o lte d i fu ggirsi a veva te n ta to , nè g li
era velluto fa tto : per ch e esso, v en u ti c e rti
G en ovesi per am basciodori al Sa Indino per
la rico m p era d i c e rti lo r c it t a d in i, e d o ­
vendosi p a rtire , pensò di scrivere alla donna
sua com e e g li e ia v iv o , e t a lei com e più
tosto potesse to rn e re b b e,e ch e ella l’ atten ­
desse ; e cosi f e c e . E caram ente pregò un
d egli am basciad ori che co n o scea , ch e f a ­
cesse che qu elle alle m ani d e ll’abate d i San
P ie tro il C iel d ’o ro , il qu al suo zio era ,
p erven issero. E t in questi te rm in i stando
m esser T o r e llo , avven n e un gio rn o c lic ,
ragion an d o con lu i i l S alad in o d i suoi

�200
G I O R N A T A D E C IM A
u
c e lli, m esser T o r e llo co m in ciò a so rrid ere,
e fece uu atto con la b o cca , il quale il S a la ­
d in o , essendo a casa sua a P a v ia , aveva
m olto n o tato . P e r lo quale atto al S a la d i­
no torn ò a lla m ente m esser T o r e llo , e co ­
m in ciò fiso a rig u ard allo e parvegli desso ;
p e r che lasciato il prim o ra gion am en to ,
d isse: d im m i, c ris tia n o , d i che paese s e ’ tu
d i P on en te? S ig n o r m io , disse m esser T o ­
re llo , io sono lom b ard o, d' una città ch ia­
m ata P a via , povero uom o e di bassa co n d i­
zion e. C o m e il S alad in o udì q u e s to , quasi
certo d i quel che d u b ita va , fra se lieto d is ­
s e ; dato m ’ha Idd io tem po d i m ostrare a
c o stu i, quanto m i fosse a grado la sua c o r­
tesia; e senza a ltro d ire , fattisi tu tti i suoi
vestim e n ti in una cam era a c c o n c ia re , vel
m en ò den tro e d isse; guarda cristian o , se tra
queste robe n ’ è alcuna che tu vedessi g ia m ­
m ai. M esser T o r e llo co m in ciò a g u a rd a re ,
e vid e qu elle ch e al S alad in o aveva la sua
donna don ato, m a non estim ò d over potere
essere che desse fo sse ro ; ma tu tta via r i ­
sp o se : sign or m io , n iu na ce ne conosco. E '
ben v ero, che qu elle due so m iglia n robe d i
che io già con tre m e r c a ta n ti, ch e a casa
m ia cap itaro n o , v estito ne f u i. A llo r a i l
S alad in o più non potendo te n e r s i, ten era­
m ente l'a b b r a c c iò , d ice n d o ; v o i siete

�N O V E L L A IX .
201
m
eser T orel d ’ I st r ia , e t io son l ’ uno de’ tre
m erc a ta n ti, a’ quali la donna vostra don ò
queste rob e, et ora è venuto tem po d i far
certa la vostra credenza qual sia la m ia
m erca tan zia , com e nel p artirm i da v o i d is­
ai che potrebbe a v v e n ir e . M esser T o r e llo
questo udendo, co m in ciò ad esser lietissim o
et a vergognarsi : ad esser lieto d ’ avere
avu to così fa tto oste , a vergognarsi che
poveram ente g liele pareva a v e r ricevu to . A
cu i il S alad in d isse : m esser T o r e llo ,p o ic h é
Id d io qui m an dato m i v ’ h a , pensate che
non io oram ai, m a v oi qui siate il sig n o re .
E fattasi la festa in siem e g ra n d e , di re a li
vestim en ti il fe’ v e s tir e ,e n el cosp etto m e ­
n atolo d i tu tti i suoi m aggiori b a r o n i, e
M olte cose in laude d el suo v a lo r dette
com andò che da ciascu n che la sua g ra ­
zia avesse cara , così onorato fosse com e
la sua persona . I l che da q u i u d i in n an zi
ciascu n fece, m a m olto più che gli a ltri i
due sign ori li q u ali com pagni erano sta ti
del Salad in o in casa su a. L ’ altezza d ella
subita g lo r ia ,n e lla q u al messer T o r e l si v i­
de , alquanto le cose d i L o m b ard ia g li
trassero d ella m ente, e m assim am ente p er­
c iò che sperava ferm am en te le sue lettera
dovere essere a l zio p e rv e n u te . E ra n el
cam po o w e r o esercito d e’ c r is tia n i, il d ì

�202 G I O R N A T A D E C I M A
c he dal S alad in o furon p resi, m orto e sep­
p e llito un ca va lie r provenzale d i p icc o l
v a lo r e , il cu i nom e era m esser T o re llo d i
D ig n e s : per la qual c o s a , essendo m esser
T o r e llo d ’ Istria per la sua n ob iltà per lo
e se rcito c o n o sciu to , chiunque udi d ir m es­
ser T o r e llo è m o r to , cred ette di m esser
T o r e l d ’ I s tr ia , e non d i quel di D ig n es; et
i l caso che sop ravven n e della presura, non
lasciò sgannar g l'in g a n n a ti : per che m olti
I t a lic i torn aron o con questa n o v e lla , tra '
q u ali furono d e’ si p resun tu osi, che ardiron
d i d i r e , se a verlo veduto m orto et essere
sta ti a lla sep o ltu ra. L a q u alco sa saputa dalla
d on na e d a ’ parenti d i l u i , fu di grandiss
im a e t in estim ab ile d oglia cagione non
solam en te a loro , ma a ciascuno che c o n o ­
sciu to l ’ avea . L u n g o sarebbe a m ostrare
qu al fosse e quanto il d olore e la tristiz ia
e ’ l pian to d ella sua donna , la quale ,
dopo alq u a n ti m esi ch e con trib u la zio n
con tin u a d oluta s’era e t a m cn d olersi avea
c o m in c ia to , essendo ella d a ’ m aggio ri uo­
m in i di L o m b ard ia d o m an data, d a ’ fra te lli
e dagli a ltri suoi paren ti fu com in ciata a
s o llic ita re d i m a rita rs i. I l ch e ella m olte
v o lte e con gran dissim o p ia n to avendo n e ­
g a to , co stre tta a lia lin e le con ven n e far
que llo c he v o lle ro i suoi p a r e n t i, con

�N O V E L L A IX .
20 3
quetsa c o n d iz io n e , che e lla dovesse stare sen­
za a m arito a n d a r e , tanto quanto ella a v e ­
v a prom esso a messer T o r e l l o . M en tre in
travia eran le cose della donna in questi
te rm in i, e già forse otto d ì al term in e del
dovere ella andare a m arito eran v i c i n i ,
avvenne che m esser T o r e llo in A le ssan d ria
v id e un d i uno, il qual veduto avea con g li
a m basciadori gen ovesi m ontar sopra la
galea ch e a G en ova ne v en ia : per che fa t
to lsi ch iam are , il d om andò che viagg io
avu to avessero , e qu an do a G en ova fosser
g iu n ti . A l q uale costui d isse : signor m io ,
m alvagio viaggio fece la g a le a , s i com e in
G reti se n tii, là dove io rim a s i; perciò che
essendo ella v icin a d i C ic ilia , si levò una
tram on tan a pericolosa che n elle secche d i
B arberia la percosse, nè ile scam pò testa
e t in tra gli a ltri due m iei fra te lli v i p e ri­
ron o. M esser T o re llo dando alle parole d i
costui fede, che eran v erissim e , e ric o rd a n
dosi che il term ine iv i a pochi di fin iva da
lu i dom andato alla sua donna , e t avvisan d o
niuna cosa d i suo stato doversi sapere a
P a v ia , ebbe per co n stan te la donna d o vere
essere m aritata : d i che egli i n tan to d o lo r
Cadde, che perdutone il m angiare et a g ia
c e r p o s to s i, d ilib erò di m orire . L i q u ii
«osa com e il saladin le n t i, che som m amente

�204
G I O R N A T A D E C IM A
l'a m a ra ,v e n u to da lu i, dopo m o lti p r ie
gh i e gra nd i fa ttig li, saputa la ragion del
s uo d olore e d ella sua in ferm ità, il biasim ò
m olto che avanti n o n g liele aveva d etto , e t
appresso i l pregò che si c o n fo rta sse , a ffer­
m an d o gli c h e , dove questo facesse , e gli
adopererebbe sì che egli sarebbe in P a via
al term ine d a t o , e d issegli co m e. M esser
T o r e llo dando fede a lle parole del S a la d i­
n o , et avendo m olte v o lte u dito d ire ch e
c iò era p o ssib ile e fatto s ’ era assai v o lt e ,
a ' in com in ciò a co n fo rta re , et a so llic ita re
i l S alad in o che di c iò si d ilib erasse. I l S a
la d ino ad un suo n ig ro m an te , la cui arte
già esperim entata avea, im pose che e gli v e ­
desse v ia com e m esser T o re llo sopra un
le tto in una notte fosse portato a P a v ia . A
cu i il nigrom ante rispose che c iò saria fa t­
to ,- m a che e gli per ben di lui il facesse
d o rm ire . O rd in a to questo, torn ò il S a la d i­
n o a messer T o r e llo , e trovan d ol d el tu tto
d isp osto a v o le re pure essere in P a v ia al
term in e dato , se esser p o te sse , e se non
p o te sse , a vo ler m o rire , g li disse c o s ì :
m esser T o r e llo , se v o i affettuosam ente
am ate la d o nna vostra e che ella d ’ a ltru i
non d ivegn a d u b ita te, sallo Idd io che io in
parte alcuua non ve ne so rip ren d ere, per­
c iò c he di quante donne noi parve veder

�N O V E L L A IX .
20 5
m a i, ella è c o le i li cu i c o s tu m i, le cui m a
n iere et il cu i a b i t o , lasciam o sta r la b el­
lezza che è fior caduco , più m i paion da
com m endare e da aver care. S arebbem i sta­
to carissim o, poiché la fortuna qui v ’ aveva
m andato, ch e quel tem po che voi et io v i ­
v e r dobbiam o , nel governo del regno che
io te n g o , parim ente signori v iv u ti fossim o
in siem e. E se questo pur non m i dovea
esser conceduto da D ìo , d oven d ovi questo
cader n e ll' anim o , o di m o r ir e o d i ritr o ­
v a rv i al term ine posto in P a v ia , so m m a­
m ente a v re i d isid erato d ’ averlo saputo a
te m p o , che io con q uello on o re, con quella
gran dezza, con quella com pagnia che la v o ­
stra v irtù m erita , v ’ avessi fatto porre a
casa vostra. 11 che poiché con cedu to non è ,
e voi pur d isiderate d ’esser là di p resen te ,
com e io posso, nella form a ch e detta v ’ h o ,
v e ne m an derò. A l qual m esser T o r e llo
d isse : signor m io , senza le vostre p a io le ,
m ’ hanno g li effetti assai d im ostrato d e lla
vostra b enivolen za , la qual mai da me in
sì suprem o grado non fu m e rita ta ; e di c iò
che voi d ite , ezian d io non d ic e n d o lo , v iv o
e m orrò certissim o : m a, poiché così preso
ho per p a r tito , io v i prego che q uello che
m i dite di fare si faccia tosto, perciò che
dom ane è l ’u ltim o d ì che io debbo essere

�206
G I O R N A T A D E C IM A
aspettato . Il S alad in o d isse ciò ch e senza
f allo era fo r n ito . E t il seguente d ì , a tte n ­
dendo d ì m an darlo v ia la vegnente n o t t e ,
lece il S alad in fare in una gran sala un
b e llissim o e ric c o le tto d i m aterassi, tu tti ,
secondo la lo ro usanza, d i vellu ti e di d rap ­
p i ad o ro , e fe c e v i por suso una c o ltre la ­
v orata a c e r t i com passi d i perle gròssissim e
e d i carissim e p ietre p r e z io se , la q u al fu
p ò i d i qua stim ata in filato t e s o r o , e due
gu an ciali q u ali a così fa tto le tto si ric h ie
dean o . E questo f a t t o , com an d ò che a
m esser T o r e llo , i l quale era già fo rte , fosse
m essa in dosso una roba a lla guisa sa ra ci­
n e sca, la p iù ricca e la più bella co sa che
m ai fosse stata veduta p er a lcu no , et alia
testa a lla lo r guisa una d elle sue lu n gh issi­
m e bende ra vvolgere . E t essendo già l’ ora
tarda, il S alad in o con m o lti d e ’suoi b aroni
n ella ca m e ra , là d ove m esser T o r e llo era ,
se n ’ andò , e p osto glisi a sedere a lla to ,
quasi lagrim an d o a d ir c o m in c iò : m esser
T o r e llo , l ’ ora che da v oi d ivid e r m i dee
s’ appressa ; e p e rciò che io non posso u t
a cco m p a gu arvi uè fa rv i accom pagn are, per
la qu alita del cam m ino ch ea fare avete, ch e
u o l sostien e, q u i iu cam era da v o i m i con
v ie n prender c o m m ia to , al qual prendere
ven u to sono, E p e rc iò , prim a che io a D io

�N O V EL L A IX.

207

v ’a c c o m a n d i v i p rie g o p e r q u e llo a m o re e
p e r q u e lla a m is tà la q u a le è tr a n o i, c h e d i
rc e v i r ic o r d i e , se p o s s ib ile è , a n z i c h e i
n o s t r i te m p i fin is c a n o , c h e v o i , a v e n d o i u
o r d in e p o ste le v o s tre c o s e d i L o m b a r d i a ,
un a v o lta a lm e n o a v e d e r m i v e g n ia t e , a c ­
c iò ch e io p o ssa in q u e l l a , e s s e n d o m i
d ’ a v e r v i v e d u to r a lle g r a to , q u e l d ife t t o
s u p p li r e , ch e o r a p e r la v o s t r a fr e t ta m i
c o n v ie n c o m m e tte r e ; e t in fin o ch e q u e s to
a v v e n g a , n o n v i s ia g ra v e v is it a r m i e o a
le t t e r e , e d i q u e lle c o s e c h e v i p ia c e r a u n o
r ic h ie d e r m i; c h e p iù v o le n tie r p e r v o i c h e
p e r a lc u n uom c h e v iv a le fa r ò c e rta m e n te .
M e s s e r T o r e ll o n o n p o t è le la g r im e r i t e ­
n ere ; e p e r c iò d a q u e lle im p e d it o , c o n p o ­
ch e p a ro le r i s p o s e , im p o s s ib il c h e m a i i
su o i b e n e fici e t i l suo v a lo r e d i m e n te g li
u s c is s e r o , e c h e s e n za fa llo q u e llo c h e e g li
g l i c o m a n d a v a fa r e b b e , d o v e te m p o g lifo s s e
p r e s ta to . P e r c h e i l S a la d in o te n e r a m e n te
a b b r a c c ia t o lo e b a s c i a t o l o , c o n m o lte la ­
g r im e g li d is s e : a n d a te c o n D i o ; e d e lla
ca m e rà s ’ u s c ì , e g l i a l t r i b a r o n i a p p r e s s o
tu t t i d a lu i s 'a c c o m ia t a r o n o , e c o l S a la d in o
i n q u e lla sa la ne v e n n e r o , là d o v e e g li a v e ­
v a f a t to il le t t o a c c o n c ia r e . M a e s s e n d o g ià
ta r d i e t il n ig r o m a n te a s p e tta n d o lo s p a c ­
c io e t a ffre t t a n d o lo , v e n n e u n m e d ic o c o n

�203

GIORNATA DECIMA

u n b e v e r a g g io ,, e fa tto g li v ed ere c h e p e r fo r ­
tific a m e n to d i lu i g lie le d a v a , g lie l fe c e
b e re ; n è s te tte g u a ri , c h e a d d o rm e n ta to
fu . E co si d o rm e n d o fu p o r ta to j )er c o m a n ­
d a m e n to d e l S a la d in o in su i l b e l le t t o , s o ­
p r a i l q u a le esso u n a g ra n d e e b e lla c o ro n a
p o s e d i g ra n v a l o r e , e si la segn ò ch e a p e r ­
ta m e n te fu p o i c o m p r e s o q u e lla d a l S a la d i ­
n o a lla d o n n a d i m e s se r T o r e ll o e sse r m a n ­
d a ta . A p p r e s s o m is e in d ito a m esser T o ­
r e llo u n o a n e llo , n e l q u a le era le g a to un
c a r b u n c o lo , ta n to lu c e n te ch e u n to r c h io
a c c e s o p a r e v a , il v a lo r d el q u a le a p p e n a s i
p o t e v a s tim a r e . Q u in d i g li fe c e u n a sp a d a
c i g n e r e , il c u i g u e r n im e n to n o n s i sa ria d i
le g g ie r i a p p r e z z a t o . E t o ltr e a q u e s to u n
fe r m a g lio g li f e ’ d a v a n t i a p p ic c a r e , n e l
q u a l e ra n o p e r le m a i s im ili n o n v e d u t e ,
c o n a ltr e c a re p ie tr e a s s a i. E p o i d a c ia s c u n
d e ' la t i d i lu i d ue g r a n d is s im i b a c in d 'o r o
p ie n i d i d o b le fe ' p o r r e , e m o lte r e t i d i
p e r le e t a n e lla e c i n t u r e , e a ltr e c o s e , le
q u a li lu n go sare b b e a r a c c o n ta r e , g li fece
m e tt e r d a t t o r n o . E q u e sto f a t t o , d a c a p o
b as c iò m e sse r T o r e ll o , e t a l n ig r o m a n te
d is s e c h e si s p e d is s e : p e r c h e i nco n ta n e n te
in p re s e n z ia d e l S a la d in o i l le t to co n tu t to
m e sse r T o r e l l o fu to lt o v i a , e il S a la d in o
c o ' su o i b a ro n i d i lu i ra g io n a n d o si r im a s e .

�N O V E L L A IX .
209,
E ra già nella chiesa di San Piero in C i el
d ’oro di P a v ia , si com e dim anda to ave»,
stato posato messer T o r e llo con t u t ti i so­
praddetti gioielli et o r n a m e n t i, e t ancor si
d o rm i v a , qu an do , sonato già il m attu ti no ,
il sagrestano nella chiesa entrò con un
lume in m an o: e t occorsogli di v ed e r s u ­
bitamente il ric c o l e t t o , non solamente si
m a ra vig li ò, ma avuta g r a n d i s s i m a paura ,
indietro fuggendo si torn ò. Il quale l’ abate
e ’ monaci veggendo fu ggire , si m ar a vig li a
rono e dom andarono della cagi on e. Il m o
n aco la disse. O , disse l ’ abate, e si no n sei
t u oggimai fa n ciu llo ,n è se' in questa chiesa
n u ovo , che tu così leggiermente spa ven tar
ti d e b b i . O ra andiam n o i , v egg iamo chi
t ’ ha fatto baco. A c c e s i adunque p i i l u m i ,
l ’ abate con tutti i suoi monaci nella chiesa
entrati vide ro questo letto cosi m ara vig li o
so e r i c c o , e sopra quel lo il cava li er che
d or miv a : e m entre dubitosi e t im i d i, senza
punto al letto a c c o s t a r s i, le nobili gi oie
rig uard avano, a vv en n e che essendo la v i r tu
del beveraggio con su m a ta, che messer T o rel
destatosi git tò un gran sospiro. L i m o ­
nac i com e questo v id e ro , e l ’ abate con lo ­
t o , spaventati e g rida n do: D om in e a iuta ci,
tutti fu gg iro n o. Messer T o r e l l o , ape rti gli
occhi e dattorn o guatatosi, conobbe
T omo V .
14

�210

G I O R N A T A D E C IM A

m
a
ifestamente se essere là dove al Saladino
n
domandato avea ; di che forte fu seco con­
tento : perchè a seder levatosi e partita
mente guardato ciò che dattorno avea ,
quantunque prima avesse la magnifìcenzia
del Saladin conosciuta, ora gli parve mag­
giore, e più la conobbe. Non per tanto,
senza altramenti mutarsi, sentendo i mo
naci fuggire et avvisatosi il perchè, comin­
ciò per nome a chiamar l’ abate, et a pre­
garlo che egli non dubitasse,perciò che egli
era Torel suo nepote. L ’abate udendo que­
sto, divenne più pauroso, come colui che
per morto l' avea di molti mesi innanzi:
ma dopo alquanto da veri argomenti rassi­
curato , sentendosi pur chiamare, fattosi
il segno della santa croce , andò a lui. Al
qual messer Torel disse : o padre mio, di
che dubitate voi ? Io son vivo la Dio mercè,
e qui d’oltre mar ritornato. L ’ abate, con
tutto che egli avesse la barba grande et
in abito arabesco fosse, pure dopo alquan­
to il raffigurò, e rassicuratosi tutto, il pre­
se per la mano e disse : fìgliuol mio, tu sii
il ben tornato; e seguitò : tu non ti dei
maravigliare della nostra paura, perciò che
in questa terra non ha uomo che non creda
fermamente cl e tu morto sii, tanto che io ti
so dire che madonna Adalieta tua moglie,

�N O V E L LA IX .
211
vinta da' prieghi e dalle minacce de' parenti
suoi, e contro a suo volere, è rimaritata, e
questa mattina ne dee ire al nuovo marito,
e le nozze e ciò che a festa bisogno fa è ap­
parecchiato. Messer Torello levatosi d’ in
su il ricco letto e fatta all’ abate et a' mo­
naci maravigliosa festa, ognun pregò che
di questa sua tornata con alcun non par­
lasse , infino a tanto che egli non avesse
una sua bisogna fornita , Appresso questo
fatto le ricche gioie porre in salvo, ciò
che avvenuto gli fosse infino a quel pun­
to raccontò ali’ abate . L ’ abate , lieto
delle sue fortune , con lui insieme rendè
grazie a Dio . Appresso questo doman­
dò messer Torel l’ abate , chi fosse il
nuovo marito della sua donna . L ’ abate
gliele disse. A cui messer Torel disse:
avanti che di mia tornata si sappia , io in­
tendo di veder che contenenza sia quella
di mia mogliere in queste nozze; e perciò,
quantunque usanza non sia le persone reli­
giose andare a così fatti conviti, io voglio
che per amor di me voi ordiniate che noi
v' andiamo. L ’ abate rispose che volentie­
ri; e come giorno fu fatto, mandò al nuovo
sposo dicendo che con un compagno voleva
essere alle sue nozze. A cui il gentile uomo
rispose che molto gii piaceva. Venuta

�G I O R N A T A D E C IM A
12

due l’ora del mangiare, messer Torello, in
q
n
u
quello abito che era, con lo abate se n’andò
alla casa del novello sposo, cori maraviglia
guatato da chiunque il vedeva, ma ricono­
sciuto da nullo ;e l’ abate a tutti diceva lui
essere un saracin mandato dal Soldano al
Re di Francia ambasciadore. Fu adunque
messer Tore! messo ad una tavola appunto
rimpetto alla donna sua , la quale egli con
grandissimo piacer riguardava , e nel viso
gli pareva turbata di queste nozze. Ella
similmente alcuna volta guardava lu i, non
già per conoscenza alcuna che ella n’ aves­
se; che la barba grande e lo strano abito e
la ferma credenza che ella aveva che fosse
morto, gliele toglievano. Ma, poiché tempo
parve a messer Torello di volerla tentare
se di lui si ricordasse, recatosi in mano
l ’anello che dalla donna nella sua partita
gli era stato donato , si fece chiamare un
giovinetto che davanti a lei serviva , e dis
segli : di’ da mia parte alla nuova sposa,
che nelle mie contrade s’ usa, quando alc
un forestiere, come io son qui, mangia al
convito d’ alcuna sposa nuova , come ella
è, in segno d’aver caro che egli venuto vi
sia a mangiare, ella la coppa con la qual
bee gli manda piena di vino, coila quale ,
poiché il forestiere ha bevuto quello che

�N O V E L L A IX.
213
gli piace, ricoperchiata la coppa, la sposa
liee il rimanente. Il giovinetto fe’ l'amba­
sciata alla donna, la quale, si come costu­
mata e savia, credendo costui essereun gran
barbassoro, per mostrare d'avere a grado
la sua velluta, una gran coppa dorata, Ia
qual davanti avea , comandò che lavata
fosse et empiuta di vino e portata al geli,
tile uomo: e così fu fatto. Messer Torello
avendosi l’ anello di lei messo in boc­
ca , sì fece che bevendo il lasciò cadere
nella coppa senza avvedersene alcuno,
e poco vino lasciatovi , quella ricoperchiò
e mandò alla Donila . La quale presa­
la , acciò che l ’ usanza di lui compiesse,
scoperchiatala , se la mise a bocca e vide
l’anello, e senza dire alcuna cosa alquanto
il riguardò ; e riconosciuto che egli era
quello che dato avea nel suo partire a mes­
ser Torello, presolo, e fiso guardato colui
¡1 qual forestiere credeva , e già conoscen­
dolo , quasi furiosa divenuta fosse , gittata
in terra la tavola che davanti aveva, gridò:
questi è il mio signore, questi veramente è
messer Torello , E corsa alla tavola alla
quale esso sedeva , senza avere riguardo
a’ suoi drappi o a cosa che s pia la tavola
fosse, gittatasi oltre quanto potè, l’abbrac­
ciò strettamente , uè mai dal suo collo fu

�2 14

G I O R N A T A D E C IM A

potuta, per detto o per fatto d’alcuno che
quivi fosse , levare, infìno a tanto che per
messer Torello non le fu detto che alquan­
to sopra se stesse, perciò che tempo da
abbracciarlo le sarebbe aucor prestato as­
sai. Allora ella dirizzatasi, essendo già le
nozze tutte turbate , et in parte più liete
che mai, per lo racquisto d' un cosi fatto
cavaliere, pregandone egli, ogni uomo stette
cheto : per che messer Torello dal di della
sua partita infino a quel punto ciò che av­
venuto gli era a tutti narrò , conchiudendo
che al gentile uomo, il quale lui morto
credendo, aveva per sua donna la sua mo­
glie presa, se egli essendo vivo la si rito­
glieva, non doveva spiacere. 11 nuovo spo­
so , quantunque alquanto scornato fosse ,
liberamente e come amico risposechedelle
sue cose era nel suo volere quel farne che
più li piacesse. La donna e l’anella e la co­
rona avute dal nuovo sposo quivi lasciò, e
quello che della coppa aveva tratto si mi­
se, e similmente la corona mandatale dai
Soldano; et usciti della casa dove erano,
con tutta la pompa delle nozze infino alla
casa di messer Torel se n’andarono. E quivi
gli sconsolati amici e parenti e tutti i cit­
tadini che quasi per un miracolo il riguar­
davano, con lunga e lieta festa racconsolaron
o.

�N O V E L L A IX .
215
M e s s e r T o r e l l o , fa tta d e lle su e c a ie
gio ie p a r te a c o lu i c h e a v u te a v e a le s p e s e
d e lle n o z z e , e t a l l' a b a te e t a m o lti a l t r i , e
p e r p iù d ’ u n m esso s ig n ific a t a la sua fe lic e
r ep a tr ia z io n e a l S a la d in o , su o a m ic o e su o
s e rv id o r e r it e n e n d o s i, p iù a n n i c o n la su a
V alen te d o n n a p o i v is s e , p iù c o r te s ia u s a n ­
do c h e m a i. C o t a le ad u n q u e fu i l fin e d e lle
n o ie d i m esser T o r e ll o e d i q u e lle d e lla
sua c a r a d o n na , e t i l g u id e r d o n e d e lle lo r
l ie te e p re s te c o r t e s ie . L e q u a li m o lti s i
sfo rza n d i fa re c h e , b e n c h é a b b ia n d i ch e ,
si m a l f a r le s a n n o , c h e p r im a la fa n n o
a s s a i p iù c o m p e r a r c h e n o n v a g l i o u o , c h e
la tt e 1 a b b ia n o ; p er c h e , se lo r o in e r ito
n on n e s e g u e , n è e s s i u è a l t r i m a r a v ig lia r
s e ne d e e .

I

�216

GIORNATA DECIMA
NO VE L LA

X.

Il marchese di Sanluz zo da'prieghi de'suoi
uomini costretto di pigliar moglie, per
prenderla a suo modo , piglia una fi­
gliuola d ’un villano, della quale ha due
figliuoli , li quali le f a veduto d 'u cci­
dergli . P o i mostrando lei essergli rin­
cresciuta et avere altra moglie presa, a
casa faccendosi ritornare la propria
figliuola , come se sua moglie fosse , lei
avendo in camiscia cacciata et ad ogni
cosa trovandola paziente , più cara che
mai in casa tornatalasi, i suoi figliuoli
grandi le mostra , e come marchesana
l'onora e f a onorare .

F inita la lunga novella del. Re , molto a
tutti nel sembiante piaciuta, Dioneo riden­
do disse; il buono uomo che aspettava la
seguente notte di fare abbassare la coda rit­
ta della fantasima, avrebbe dati men di due
denari di tutte le lode che voi date a messer
Torello : et appresso, sappiendo che a lui
solo restava il dire, incominciò. Mansuete
mie donne , per quel che mi paia, questo
iti d’oggi è stato dato a re et a soldani et a

�N O VELLA X.
17
2

c o s i fa tta g e n t e : e p e r c iò , a c c iò c h e io t r o p ­
p o d a v o i n o n m i s c o s ti, v o ’ r a g io n a r d ’u u
m a rc h e s e , n o n co sa m a g n ific a , m a una m a tla b e s t ia lit à , c o m e c h e b en e n e g li s e g u isse
a lla fin e . L a q u a le io n o n c o n s ig lio a lc u n
clip s e g u a , p e r c iò ch e g ra n p e c c a to fu c h e a
co s tu i b e n n ’ a v v e n is s e .
G i à è g ra n te m p o , fu t r a ’ m a r c h e s i d i S a n lu z z o i l m a g g io r d e lla ca s a u n g io v a n e c h ia ­
m a to G u a lt ie r i, il q u a le es s e n d o s e n za m o ­
g lie e s e n z a f ig liu o li, in n iu u a a ltr a co sa i l
suo te m p o s p e nd e v a c h e in u c c e lla r e e t i n
c a c c i a le , n è d i p r e n d e r m o g lie u è d ’a v e r
f ig liu o li a lc u n p e n s ie r e a v e a ; d i c h e e g li e ra
d a r e p u ta r m o lto s a v i o . L a q u a lc o s a a ’s u o i
n o m in i n o li p ia c e n d o , p iù v o lte il p re g a ro ­
n o c h e m o g lie p re n d e s s e , a c c i ò c h e e g li
s e n z a e re d e nè essi s e n za s ig n o r r im a n e s s e ­
r o , o ffe re n d o s i d i t r o v a r g lie le ta le e d i s i
fa tto p a d re e m a d re d is c e s a , c h e b u o n a s p e ­
r a n z a se n e p o treb b e a v e r e , e t esso c o n t e n ­
ta rse n e m o lto . A ’ q u a li G u a lt ie r i r i s p o s e ;
a m ic i m ie i, v o i m i s tr ig n e te a q u e llo ch e
io d e l lu t t o a v e v a d is p o s to d i n o n fa r m a i,
C o n sid e ra n d o q u a n to g r a v e co sa sia a p o t e r
tr o v a r e c h i c o ’ su o i c o s tu m i b e n s i c o n v e n ­
g a , e q u a n to d e l c o n t r a r io sia g r a n d e la
c o p ia , e c o m e d u ra v it a sia q u e lla d i c o lu i
ch e a d o n n a n o n b e n e a se c o n v e n ie n te

�218

GIORNATA DECIMA

s ’ a b b a t t e . E t i l d ir e c h e v o i v i c r e d ia t e a i
c o s tu m i d e ' p a d r i e d e lle m a d r i le fig liu o le
c o n o s c e r e , d o n d e a r g o m e n ta te d i d a r la m i
t a l ch e m i p ia c e r à , è u n a s c io c c h e z z a ; c o n ­
c i ò sia co sa c h e io n o n s a p p ia d o v e i p a d r i
p o s s ia te c o n o s c e r e , n è c o m e i s e g r e t i d e lle
m a d r i d i q u e lle , q u a n tu n q u e , p u r c o g no s
c e n d o l i , s ie n o spesse v o lte le fig liu o le ai
p a d r i e t a lle m a d r i d i s s i m i l i . M a p o ic h é
p u re in q u este c a te n e v i p ia c e d ’ a n n o d a r ­
m i , e t io v o g lio essere c o n t e n t o ; e t a c c iò
c h e io n o n a b b ia da d o le r m i d ’a lt r u i ch e d i
m e , se m a l v e n is se f a t t o , io stesso n e v o g lio
e sse re i l tr o v a t o r e , a ffe rm a n d o v i c h e c u i
c h e io m i t o lg a , se d a v o i n o n fìa co m e
d o n na o n o r a ta , v o i p ro v e r e te c o n g ra n v o ­
s tr o d a n n o q u a n to g r a v e m i sia l ’a v e r c o n
tr a m ia v o g lia p resa m o g lie r e a ’ v o s t r i p r ie
g h i. I v a le n t i u o m in i ris p o s o n c h ’e ra n c o n ­
t e n t i, s o l c h e esso s i rec a sse a p r e n d e r m o ­
g li e . E r a n o a G u a lt ie r i b u o n a p ezza p ia c iu t i
i c o s tu m i d ’ una p o v e r a g io v in e tta c h e d ’ un a
v i l l a v i c i na a ca s a su a e r a , e p a r e n d o g li
b e l la a s s a i, e s tim ò c h e c o n c o s te i d o v e s s e
p o te r e a v e r v ita assai c o ns o la t a ; e p e r c i ò ,
s e n za p iù a v a n t i c e r c a r e , c o s te i p ro p o s e d i
V o le re s p o s a r e : e fa t to s i i l p a d re c h ia m a r e ,
co n l u i , ch e p o v e r is s im o e r a , si c o n v e n n e
d i t o r la p e r m o g lie , F a tto q u e s t o , fece

�N O V E L LA X.

219

Gualtieri tutti i suoi am ici della contrada
adunare, e disse loro : amici m iei, egli v ’ è
piaciuto e piace che io mi disponga a tor
moglie, et io mi vi son disposto, più per
compiacere a voi che per disiderio che io
di moglie avessi. V o i sapete quello che
voi mi prom etteste, cioè d ’esser contenti e
d’onorar come donna qualunque quella fos­
se che io togliessi; e perciò venuto è il
tempo che io sono per servare a voi la p ro­
messa, e che io voglia che voi a rae la ser
v ía te . Io ho trovata una giovane secondo il
cuor m io , assai presso di qui , la quale io
in te n d o d i tor per moglie e di menarlam i
fra qui a pochi di a casa; e perciò pensate
come la festa delle nozze sia bella, e come
voi onorevolmente ricever la possiate, acciò
che io mi possa della vostra promession
chiamar contento, come voi della mia vi
potrete chiamare. I buoni uomini lieti tutti
risposero ciò piacer loro, e che, fosse chi
volesse, essi l’avrebber per donna et onorerebbonla in tulle cose sì come donna. A p ­
presso questo lu tti si misero in assetto d i
far bello e grande e lieta festa, et il sim i
gliante fece G u a ltie ri. Egli fece preparare
le nozze grandissime e belle, et in vitarvi
molti suoi am ici e parenti e gran gentili
nomini et altri dattorno ; et oltre a questo

�220

G I O R N A T A D E C IM A

fece tagliare e far più robe belle e ricche al
dosso d'una giovane, la quale della persona
g li pareva, che la giovinetta la quale avea
proposto di sposare; et oltre a questo ap ­
parecchiò cinture et anella et una ricca e
bella corona, e tutto ciò che a novella sp o ­
sa si richiedea. E venuto il di che alle
nozze predetto avea, Gualtieri in su la
mezza terza montò a cavallo, e ciascun a l­
tro che ad onorarlo era venuto; et ogni co­
sa opportuna avendo disposta, disse; si­
gnori, tempo è d ’andare per la novella
sposa: e messosi in via con tutta la com­
pagnia sua, pervennero alla villetta ; e
giunti a casa del padre della fanciulla, e lei
trovata, che con acqua tornava dalla fonte
in gran fre tta , per andar poi con altre fe
mine a veder venire la sposa1 di G u a ltie ri.
L a quale come G ualtieri vide, chiamatala
per nome, cioè G riseld a, domandò dove il
padre fosse. A l quale ella vergognosamente
rispose: signor m io, egli è in casa . A llo ra
G ualtieri smontato, e comandato ad ogni
nom che l ’aspettasse, solo se n’entrò nella
povera casa, dove trovò il padre di le i, che
avea nome G iannucolo, e d i s i g l i ; io sono
venuto a sposar la G riselda, ma prim a da
lei voglio sapere alcuna cosa i n tua pre­
senzia; e domandolla se ella sempre,

�NOVELLA. X.

221

to
g lie n d o la e g li p e r m o g l i e , s ’in g e g n e re b b e d ì
c o m p i a c e r g li , e d i n in n a co sa ch e e g li d i­
ce ss e o fa c e sse n o n t u r b a r s i, e s ’ e lla s a r e b ­
b e o b b e d ie n te , e s im ili a lt r e c o s e a ssa i d e l ­
le q u a li e lla a tu tte r is p o s e d i s i. A l l o r a
G u a lt ie r i p re sala p e r m a n o , la m e n ò f u o r i ,
e t in p re s e n z ia d i tu tta la sua c o m p a g n ia e
d ’ o g n ’ a ltr a p e rso n a la fe c e s p o g lia re ig n u ­
d a , e fa t tis i q u e g li v e s t im e n ti v e n ir e c h e
f a t t i a v e v a fa r e , p r e s ta m e n te la fe c e v e ­
s tir e e c a lz a r e , e s o p ra i su o j c a p e g li c o s ì
s c a r m ig lia t i c o m ’e g li e ra n o le fe c e m e tte re
una c o r o n a ; e t a p p re s so q u e s to , m a r a v i­
g lia n d o s i o g n’ u o m o d i q u e s ta c o s a , d is s e ;
s ig n o r i, c o s te i è c o le i la q u a le lo in te n d o
c h e m ia m o g lie s ia , d o v e e lla m e d o g lia p e r
m a r it o ; e p o i a le i r iv o lt o , c h e d i se m e d e ­
s im a v e rg o g n o s a e so sp esa s t a v a , le d is s e ;
G r i s e l d a , v u o m i tu p e r tu o m a r it o ? A c u i
e ll a r is p o s e ; s ig n o r m io , s ì . E t e g li d is s e :
e t io v o g lio te p e r m ia m o g lie , e t in p r e ­
s e n za d i t u t t i la s p o s ò . E fa t ta la s o p ra uri
p a lla fr e n m o n t a r e , o n o r e v o lm e n te a c c o m ­
p a g n a ta a ca sa la s i m e n ò . Q u i v i fu ro n le
n o zze b e lle e g r a n d i , e la fe s ta n o n a l t r i ­
m e n ti ch e se p resa a v e s s e la fig liu o la d e l
R e d i F r a n c ia . L a g io v a n e sp o sa p a r v e c h e
c o i v e s tim e n ti in s ie m e l ’a n im o e t i c o s tu m i
m u ta s s e . E l l a e r a , c o m e g ià d ic e m m o , d i

�222

G I O R N A T A D E C IM A

p e r s o n a e d i v i s o b e l l a , e c o s i c o m e b e lla
e r a , d iv e n n e t a n t o a v v e n e v o l e , t a n t o p ia ­
c e v o le e t a n t o c o s t u m a t a , c h e n o n fig l i n o la
d i G i a n n u c o l o e g u a r d ia n a d i p e c o r e p a r e ­
v a s t a t a , m a d ’ a lc u n n o b ile s ig n o r e ; d i c h e
e l l a fa c e v a m a r a v ig l ia r e o g n ’ u o m o c h e p r i ­
m a c o n s c iu t a l ’ a v e a . E t o lt r e a q u e s to era
t a n t o o b b e d ie n t e a l m a r it o e t a n t o s e r v e n t e ,
c h e e g li s i t e n e v a i l p iù C o n t e n t o e t il p i ù
a p p a g a t o u o m o d e l m o n d o : e s im i l m e n t e
v e r s o i s u d d it i d e l m a r it o e r a t a n t o g r a ­
z io s a e t a n t o b e n ig n a , c h e n iu n v e n ’e r a c h e
p i ù c h e s e n o n l ’a m a s s e e c h e n o n l ’o n o r a s ­
s e d i g r a d o , t u t t i p e r lo s u o b e n e e p e r lo
s u o s t a t o e p e r lo s u o e s a lt a m e n t o p r e g a n ­
d o : d i c e n d o , d o v e d i r s o lie n o G u a l t i e r i
a v e r f a t t o c o m e p o c o s a v io d ' a v e r l a p e r
m o g l ie p r e s a , c h e e g l i e r a il p iù s a v i o e t
i l p iù a v v e d u t o u o m o c h e a l m o n d o f o s s e ;
p e r c iò c h e n i u n ’ a lt r o c h e e g l i a v r e b b e m a i
p o t u t o c o n o s c e r e l ’ a lt a v ir tù d i c o s t e i n a s c o s a
s o t t o i p o v e r i p a n n i e s o t t o l ’ a b i t o v il l e s c o .
E t in b r i e v e n o n s o la m e n t e n e l s u o m a r c h e s a ­
t o , m a p e r t u t t o , a n z i c h e g r a n t e m p o fo ss e
p a s s a t o , s e p p e e lla s ì f a r e , c h e e l l a fe c e r a ­
g io n a r e d e l s u o v a lo r e e d e l su o b e n e a d o p e ­
r a r e j e t i n c o n t r a r i o r i v o l g e r e , s e a lc u n a c o s a
d e t t a s ’e r a c o n t r a ’ l m a r i t o p e r le i q u a n d o
s p o s a t a l ’a v ea . E l l a n o n fu g u a r i c o n

�N O VELLA X.

223

Gualtieri d i m o r a ta , c h e e lla in g r a v id ò , et a l t e m ­
po p a rto rì uria fa n c iu lla , d i ch e G u a lt ie r i
fe c e g ra n fe s ta . M a p o c o a p p re sso e n t r a t o g li
un n u o v o p e n s ie r n e l l ’ a n im o , c io è d i v o l e re
co n lu n ga e s p e r ie n z ia e co n c o s e in t o l le
r a b ili p ro v a re la p a z ie n z ia d i le i , p r im ie r a ­
m e n te In p u n se co n p a r o le ; m o s tra n d o s i tu r ­
bato e d ic e n d o c h e i su o i u o m in i p e s s im a ­
m e n te si c o n t e n t a v a n o d i le i p e r la su a
b assa c o n d iz io n e , e s p e z ia lm e n te p o ic h é
V e d e va n o ch e e lla p o r t a v a fig liu o li ; e d e lla
fig liu o la c h e n ata e ra t r i s t i s s i m i , a ltr o c h e
m o r m o r a r n o n fa c e v a n o . L e q u a li p a ro le
u d e n d o la d o n n a , s e n za m u ta r v is o o b u o n
p r o p o n im e n t o in a lc u n a t to , d is s e : s ig n o r
m io , f a ’ d i m e q u e llo c h e tu c r e d i ch e p iti
tu o o n o re e c o n s o la z io n sia ; c h e io s a rò d i
tu t to c o n t e n t a , si c o m e c o le i c h e c o n o s c o
c h e io s o n o da m en d i l o r o , e ch e io n o n
e ra d e gn a d i q u e s to o n o re a l q u a le tu p e r
tu a c o r te s ia m i r e c a s t i . Q u e s ta r is p o s t a fu
m o lto c a ra a G u a l t i e r i , c o n o s c e n d o c o s t e i
n o n essere in a lc u n a s u p e r b ia l e v a t a , p e r
o n o r c h e e g li o a l t r i fa t to l 'a v e s s e . P o c o
te m p o a p p r e s s o a v en d o c o n p a ro le g e n e r a li
'le t t o a lla m o g lie c h e i s u d d iti n o n p o t e v a n
p a tir q u e lla f a n c iu lla d i lei n a ta , in fo r m a t o
su o fa m ig lia r e , il m a n d ò a l e i , il q u a le
co n assai d o le n te v is o le d is s e : m a d o n n a ,

�224

G I O R N A T A D E C IM A

se io n o n v o g lio m o r ir e , a m e c o n v ie n e fa r
q u e llo ch e il m io s ig n o r m i c o m a n d a . E g li
m 'h a c o m a n d a to c h e io p ren d a q u e s ta v o ­
s tr a fig liu o la e c h ' i o . . . . ; e n o n d is s e p iù .
L a d o n n a u d e n d o le p a ro le e v e d e n d o i l
v is o d e l f a m ig lia r e , e d e lle p a r o le d e tte r i ­
c o r d a n d o s i , c o m p r e s e c h e a c o s tu i fo sse
im p o s to ch e e g li l ' u c c id e s s e : p e r c h e p r e ­
s ta m e n te p re s a la d e lla c u lla e b a s c ia ta la e
b e n e d e tta la , c o m e ch e g ra n n o ia n e l c u o r
s e n t i s s e , s e n za m u ta r v is o in b r a c c io la
p o s e a l fa m ig lia r e e d is s e g li: t e ' , f a ' c o m ­
p iu ta m e n te q u e llo ch e i l tu o e m io s ig n o re
t ' h a im p o s t o ; m a n o n la la s c ia r p e r m o d o
c h e le b e s tie e g li u c c e lli la d iv o r in o , s a lv o
se e g li n o i t i c o m a n d a s s e . I l fa m ig lia r e
p re s a la f a n c i u l l a , e fa t to a G u a lt ie r i s e n ­
t i r e c iò c h e d e tto a v e v a la d o n n a , m a r a v i­
g lia n d o s i e g li d e lla sua c o n s t a n z ia , lu i co n
essa ne m a n d ò a B o lo g n a ad u n a sua p a r e n ­
t e , p re g a n d o la c h e , s e n z a m a i d ir e c u i fi­
g liu o la si fo s s e , d ilig e n te m e n te a lle v a s s e e
c o s tu m a s s e . S o p r a v v e n n e a p p r e s s o , c h e la
d o n n a d a c a p o i n g r a v i d ò , e t a l te m p o d e ­
b it o p a r t o r ì un fìg liu o l m a s c h i o , i l c h e c a ­
r is s im o fu a G u a lt ie r i . M a , n o n b a s ta n d o
g l i q u e llo c h e fa tto a v e a , c o n m a g g io r p u n ­
tu r a tra fisse la d o n n a , e c o n s e m b ia n te
tu r b a t o u n d le d is s e : d o n n a , p o s c ia ch e

�NOVELLA

X.

225

t u q u es to fì g l i u o l m a s c h io f a c e s t i , p e r niun a
g u is a c o n q u e s t i m ie i v i v e r s o n p o t u t o , sì
d u r a m e n t e s i r a m m a r i c a n o d i e un o n e p o te
di G i a n u c o l o d o po m e debba rim a n e r lor
s i g n o r e : d i d i e io m i d o t t o , se io n o n c i
v o r r ò es s e r c a c c i a t o , d i e n o n m i c o n v e n g a
f a r d i q u e l l e c h e io a l t r a v o l t a f e c i , e t a l l a
fi n e l a s c i a r te e p r e n d e r e u n ’ a l t r a m o g l i e .
L a d o li n a c o n p a z i e n t e a n i m o l ’ a s c o l t ò , n é
a l t r o r is p o s e se n o n : s i g n o r m i o , p e n s a d i
c o n t e n t a r te e di s o d d i s f a r e a l p i a c e r t u o ,
e di m e n o n a v e r p e n s ie r e a l c u n o , p e r c i ò
d i e n in n a c o s a m ’ è c a r a se n o n q u a n t ’ io la
v e g g o a te p i a c e r e . D o p o n o n m o l t i di
G u a l t i e r i in q u e l la m e d e s i m a m a n i e r a c h e
m a n d a t o a v e a p e r la f ig l iu o l a m a n d ò p e r lo
f ig l i u o l o , e s i m i l m e n t e , d i m o s t r a t o d ' a v e r l o
fatto u c c id e r e , a n u tr ica r nel m an d ò a B o ­
lo g n a , c o m e la f a n c i u l l a a v e v a m a n d a t a .
D e l l a q u a l c o s a la d o n n a n è a l t r o v i s o nè
a l t r e p a r o l e fe c e , c h e d e l l a f a n c i u l l a f a t t e
avesse.’ d i ch e G u a ltie r i si m a ra v i g lia v a
f o r t e , e s eco stes so af ferm a v a n i u n ’a l t ra m
fe i n a q u e s t o p o t e r f a r e , c h e e l l a f a c e v a , lì
se n o n fo sse c h e c a r n a l i s s i m a d e ’ f ig l in o l i ,
m e n t r e g l i p i a c e a , la v e d e a , l e i a v r e b b e
c r e d u t o c i ò fa r e p e r p i ù n o n c u r a r s e n e ,
d o v e c o m e s a v i a le i f a r l o c o g n o b b e . I s u d
d i t i suoi c r e d e n d o c h e e g l i u c c i d e r e a vess

Tom o V .

15

�226

G I O R N A T A D E C IM A

f a t ti i f i g l i u o l i , il b ia s im a v a n fo r te e r e p u
ta v a n lo c r u d e le u o m o , e t a lla d o n n a a v e v a n
g r a n d is s im a c o m p a s s io n e . L a q u a le c o n le
d o n n e , le q u a li c o n le i d e ’ fig liu o li c o s ì
m o r ti si c o n d o le a n o , m a i a lt r o n o n d is s e
se n o n c h e q u e llo n e p ia c e v a a l e i , c h e a
c o lu i ch e g e n e ra ti g l i a v e a . M a e sse n d o p iù
an n i p a s s a ti d o p o la n a t iv it à d e lla fa n c iu l­
la , p a re n d o te m p o a G u a lt ie r i d i fa re l ’ u l­
tim a p r u o v a d e lla so fferen za d i c o s t e i , c o n
m o lt i d e ’su o i d is s e c h e p e r n iu n a g u is a p iù
s o ffe rir p o te v a d ’ a v e r p e r m o g lie G r i s e l ­
d a , e ch e e g li c o g n o s c e v a c h e m a le e g i o
v in e lm e n te a v e v a fa t to q u a n d o l ' a v e v a
p re sa , e p e r c iò a suo p o t e r v o le v a p r o c a c ­
c i a r c o l P a p a c h e c o n lu i d isp e n sa sse ch e
u n ’ a ltr a d o n n a p r e n d e r p o te sse e la s c ia r
G r is e l d a ; d i ch e e g li d a a ssa i b u o n i u o m i­
n i fu m o lto r ip r e s o . A c h e n u ll ’ a ltr o r i ­
s p o s e , se n o n c h e co n v e n ia c h e c o s ì fo s se .
L a d o n n a se n te n d o q u este c o s e , e p a re n d o le
d o v e r e s p e r a re d i r ito r n a r e a ca sa d e l p a ­
d r e , e fo rs e a g u a rd a r le p e c o re c o m e a lt r a
v o lt a a v e v a f a t t o , e v e d e r e ad u n ’ a lt r a
d o n n a te n e r c o lu i a l q u a le e lla v o le v a tu t to
il suo b e n e , fo r te in se m e d e s im a s i d o le a ;
m a p u r , c o m e l ’ a ltr e in g iu r ie d e lla fo r tu n a
a v e v a s o s t e n u t e , c o s ì c o n fe r m o v is o s i d i ­
sp o se a q u e sta d o v e r so s te n e re . N o n d o p o

�N O V E LLA X.

227

m o lto te m p o G u a lt ie r i fec e v e n ir e s u e le t ­
te re c o n tr a ffa tte d a R o m a , e fe c e v e d u to a i
suo i s u d d iti i l P a p a p e r q u e lle a v e r s e c o
d is p e n s a to d i p o t e r to r r e a lt r a m o g lie e
la s c ia r G r i s e l d a . P e r c h e , fa t t a la s i v e n ir
d i n a n z i , in p re s e n z a d i m o l t i le d is s e :
d o n ila , p e r c o n c e s s io n fa tta m i d a l P a p a , io
p o sso a ltr a d o n n a p ig lia r e e la s c ia r te : e
p e r c iò c h e i m ie i p a s s a ti s o n o s t a t i g ra n
g e n t i li u o m in i e s ig n o r i d i q u este c o n t r a d e ,
d o v e i tu o i s ta ti son s e m p re la v o r a t o r i , io
in te n d o c h e tu p iù m ia m o g lie n o n s i a , m a
c h e tu a ca s a G ia n n u c o lo te n e t o r n i c o n
la d o te ch e tu m i r e c a s t i, et io p o i u n ’a l t r a ,
c h e tr o v a t a n ’ h o c o n v e n e v o le a m e , c e n e
m e n e rò . L a d o n n a u d e n d o q u e ste p a r o le ,
n o n se n za g r a n d is s im a f a t ic a , o lt r e a lla n a ­
tu r a d e lle f e m in e , r ite n n e le la g r i m e , e r i ­
s p o s e : s ig n o r m i o , io c o n o b b i s e m p re la
m ia b a ssa c o u d iz io n e a lla v o s tr a n o b i li t i i n
a lc u n m o d o n o n c o n v e n ir s i, e q u e llo ch e io
s ta ta so n c o n v o i , d a v o i e da D io i l r i c o ­
n o sce« , n è m a i c o m e d o n a to lm i m io i l fe c i
o t e n n i , m a s e m p re l ’ eb b i c o m e p r e s ta t o ­
m i . P ia c e v i d i r i v o l e r l o , e t a m e d ee p i a ­
c e r e e p ia c e d i r e n d e r l o v i . E c c o i l v o s t r o
a n e llo c o l q u a le v o i m i s p o s a s t e , p r e n d e te ­
l o . C o m a n d a t e m i ch e io q u e lla d o te m e ne
p o r t i ch e io c i r e c a i ; a lla q u a l co sa fa re ,
n è a v o i p a g a to re n è a m e bo rsa b is o g n e rà

�228 g i o r n a t a d e c i m a
n è s o m ie r e , p e r c iò ch e u s c ito d i m e n te n o n
m ’ è c h e ig n u d a m ’a v e s te . E se v o i g iu d ic a ­
t e o n e s to c h e q u e l c o r p o , n e l q u a le io h o
p o r t a t i fig liu o li d a v o i g e n e r a ti, sia d a t u t t i
v e d u to , io m e n ’ a n d r ò ig n u d a ; m a io v i
p r ie g o in p r e m io d e lla m ia v i r g i n i t à , ch e
io c i r e c a i e n o n ne l a p o r t o , ch e a lm e n o
u n a so la c a m is c ia s o p r a la d o te m ia v i
p ia c c ia ch e io p o r t a r n e p o s s a . G u a l t i e r i ,
c h e m a g g io r v o g lia d i p ia g n e r e a v e a c h e
d ’ a l t r o , s ta n d o p u r c o l v is o d u r o , d is s e : c
t u u n a c a m is c ia n e p o r t a . Q u a n t i d in to r n o
v ’ e ra n o il p r e g a v a n o c h e e g li u n a r o b a le
d o n a s s e , c h e n o n fo s se v e d u ta c o l e i, c h e sua
m o g lie t r e d ic i a n n i e p ili era s t a la , d i casa
u n a co si p o v e ra m e n te e c o s ì v itu p e r o s a m e n ­
te u s c ir e , c o m e e ra u s c ir n e in c a m is c ia . M a
i n v a n o a n d a ro n o i p r ie g h i: d i ch e la d o n ­
n a in c a m is c ia e s c a lz a e s e n z a a lc u n a c o s a
i n c a p o , a c c o m a n d a tili a D i o , g l i u s c ì d i
c a s a , e t a l p a d r e se n e to r n o c o n la g r im e e
c o n p ia n to d i tu t t i c o lo r o c h e la v id e r o .
G ia n n u c o lo ( c h e c r e d e r n o n a v e a m a i p o
tu t o q u e s to e s s e r v e ro ch e G u a lt ie r i la f i ­
g liu o la d o v e s s e te n e r m o g lie , e t o g n i dì
q u e s to ca s o a s p e tt a n d o ) g u a r d a t i l ’ a v e v a i
p a n n i , c h e s p o g lia t i s ’a v e a q u e lla m a ttin a
c h e G u a lt i e r i la s p o s ò : p e r c h e r e c a t ig lie le
e t e lla r iv e s titig
ls, a ’ p i c c io li s e r v ig i d e lla
p a te r n a ca s a s i d ie d e , s ì c o m e fa r s o le v a ,

�N O V ELLA X.

229

co n fo rte a n im o s o ste n e n d o i l fie ro a s s a lto
d e lla n im ic a fo r tu n a . C o m e G u a lt ie r i q u e ­
s to ebbe f a t t o , c o s ì fe c e v e d u to a ’ su o i c h e
f r e s a a v e v a u n a fig liu o la d ’ uno d e ’ c o n ti d a
P a n a g o : e fa c c e n d o fa re l ’ a p p r e s to g ra n d e
p e r le n o z z e , m a n d ò p e r G r is e ld a c h e a lu i
v e n is se . A l l a q u a le v e n u ta d is s e : io m e n o
q u e s ta d o n n a la q u a le io h o n u o v a m e n te
t o lt a , e t in te n d o in q u esta sua p r im a v e n u ta
d 'o n o r a r i a ; e t u sa i c h e io n o n h o in c a s a
d o n n e c h e m i s a p p ia n o a c c o n c ia r e le c a m e ­
r e né fare m o lte c o s e c h e a co sì fa tta fe s ta
s i r ic h e g g io n o ; e p e r c iò t u , ch e m e g lio c h e
a l t r a p e rs o n a q u e s te c o s e d i ca s a s a i, m e tt i
in o r d in e q u e llo c h e d a fa r c i è , e q u e lle
d o n n e fa ’ in v it a r e c h e t i p a r e , e r ic e v i le
co m e se d o n n a q u i fo s s i; p o i , fa t te le n o z ­
z e , te n e p o tr a i a c a s a tu a t o r n a r e . C o m e
c h e q u e s te p a r o le fo s se ro tu t te c o lt e lla a l
c u o r d i G r is e l d a , c o m e a c o le i c h e n o n
a v e v a c o s i p o tu te p o r g iù l ’ a m o re ch e e lla
g li p o r t a v a , co m e f i t t o a v e v a la b u o n a f o r ­
tu n a , r is p o s e : s ig n o r m i o , io so n p r e s ta e t
a p p a r e c c h ia ta . E t e n tra ta s e n e c o ’s u o i p a n ­
n ic e lli ro m a g n u o li e g r o s s i in q u e lla c a s a ,
d e lla q u a l p o c o a v a n t i e ra u s c ita in c a m i
s c i a , c o m in c iò a s p a z z a r le c a m e re e t o r d i­
n a r le , e t a fa r p o r r e c a p o le t t i e p a n c a li p e r
l e s a l e , a fa r e a p p r e s ta r e la c u c in a , e t a d
o g n i c o s a , c o m e se un a p ic c o la f ant i c e lla

�230

G I O R N A T A D E C IM A

della casa fosse, porre le mani; nè mai ri­
stette, che ella ebbe tutto acconcio et ordi­
nato quanto si convenia. Et appresso questo,
fatto da parte di Gualtieri invitare tutte le
donne della contrada, cominciò ad attender
la festa. E venuto il giorno delle nozze, co­
me che i panni avesse poveri in dosso, con
animo e con costume donnesco tutte le don­
ne, die a quelle vennero, e con lieto viso
ricevette. Gualtieri, il quale diligentemente
aveva i figliuoli fatti allevare in Bologna
alla sua parente, che maritata era in casa
de’conti da Panago (essendo già la fanciul­
la d’ età di dodici anni, la più bella cosa
che mai si vedesse, et il fanciullo era di
sei) avea mandato a Bologna al parente
suo, pregandol che gli piacesse di dovere
con questa sua figliuola e col figliuolo veni­
re a Sanluzzo , et ordinare di menare bella
et orrevole compagnia con seco, e di dire a
tutti che costei per sua mogliere gli me­
nasse, senza manifestare alcuna cosa ad al­
cuno chi ella si fosse altramenti . Il gen­
tile uomo, fatto secondo che il marches
il pregava, entrato in cammino, dopo al­
quanti di con la fanciulla e col fratello e
con nobile compagnia in su l’ ora del desi­
nare giunse a Sanluzzo, dove tutti i paesani
e motti altri vicini dattorno trovò, che at
tendevan questa novella sposa di Gualtieri.

�N O V E L LA X .
231
La quale dalle donne ricevuta , e nella s a l a
dove erano messe le tavole venuta , Grisel­
da, cosi come era, le si fece lietamente in­
contro dicendo : ben venga l a mia donna.
Le donne ( che molto avevano, ma invano,
pregato G u a l t i e r i che e’ facesse che la Gri­
selda si stesse in una camera, o che egli al­
cuna delle robe che sue erano state le prestas­
se, acciò che cosi non andasse davanti a’suoi
forestieri)furon messe a tavola, e cominciate
a servire . La fanciulla era guardata da ogni
uomo, e ciascun diceva che Gualtieri aveva
fatto buon cambio: ma intra gli altri Gri­
selda la lodava molto, e lei et il Suo fra­
tellino. Gualtieri , al quale pareva piena­
mente a v e r veduto quantunque disiderava
della pazienza della sua donna , veggeudo
ehe di niente l a novità delle cose la cam­
biava , et essendo certo ciò per meutecattaggiue non avvenire , perciò che savia
molto la conoscea , gli parve tempo di do­
verla trarre della amaritudine, la quale esti­
mava che ella sotto il forte viso nascosa
tenesse. Per che fattalasi venire, in presen­
zia d’ ogu’ uomo sorridendo le disse; che ti
par della nostra sposa? Signor mio, rispo­
se Griselda, a me ne par molto bene, e se
Cosi è savia come ella è bella, che il credo,
io non dubito punto che voi non dobbiate
con lei vivere i) più con solato signor d el

�232 GIO R N A TA DECIMA
mondo; ma quanto posso ti priego , che
quelle punture, le quali all’ altra, che VOatra fu, già deste , non diate a questa : che
appena che io creda che ella le potesse so­
stenere, perchè più giovane é,e sì ancora
|itrchè in dilicatezze è allevata , ove colei
in continue fatiche da piccolina era stata.
Gualtieri veggendo che ella fermamente
credeva costei dovere esser sua moglie , nè
perciò in alcuna cosa men che ben parla­
va, la si fece sedere allato, e disse : Grisel­
da, tempo è ornai che tu senta frutto della
tua lunga pazienza, e che coloro li quali me
hanno reputato crudele et iniquo e bestiale,
conoscano che ciò che io faceva , ad anti­
veduto fine operava, vogliendo a te insegnar
d’ esser moglie, et a loro di saperla torre e
tenere, et a me partorire perpetua quiete,
mentre teco a vivere avessi : il che, quan­
do venni a prender moglie, gran paura
ebbi che non mi intervenisse ; e perciò,
per. prova pigliarne, in quanti modi tu
sai ti punsi e trafissi. E però che io mai
non mi sono accorto che in parola nè
in fatto dal mio piacer partita ti sii, pa­
rendo a me aver di te quella consolazione
che io disiderava , intendo di rendere a te
ad una ora ciò che io tra molte ti tolsi, e
con somma dolcezza le punture ristorare
che io ti diedi. E perciò con lieto animo

�N O VE LLA X.
233
prendi questa che tu mia sposa credi et il
suo fratello, per tuoi e miei figliuoli. Essi
sono quegli li quali, tu e molti altri, lun­
gamente stimato avete che io crudelmente
uccider facessi,et io sono il tuo marito, il
quale sopra ogn’altra cosa t’ amo, creden­
domi poter dar vanto che ninno altro sia
che, sì com’io, si possa di sua moglier con­
tentare. E così detto , l’abbracciò e basciò
e con lei insieme, la qual d'allegrezza pia
gnea , levatisi n’andarono là dove la figliuo­
la tutta stupefatta queste cose sentendo sedea; et. abbracciatala teneramente, et il
fratello altresì, lei e molti altri che quivi
erano sgannarono. Le donne lietissime le­
vate dalle tavole, con Griselda n’andarono
in camera, e con migliore augurio, trattile
i suoi pannicelli, d’ una nobile roba delle
sue la rivestirono, e come donna , la quale
ella eziandio negli stracci pareva, nella sala
la rimenarono. E quivi fattasi co’ figliuoli
maravigliosa festa , essendo ogn’ nomo lie­
tissimo di questa cosa , il sollazzo e ’1 fe­
steggiare multiplicarono et in più giorni
tirarono, e savissimo reputaron Gualtieri,
come che troppo reputassero agre et intol­
lerabili l’esperienze prese della sua donna ;
e sopra tutti savissima tener Griselda . li
conte da Panago si tornò dopo alquanti di
a B ologna, e Gualtieri, tolto Giannucolo

�234 GIORNATA DECIMA
dal suo lavorio , come suocero il puose in
istato, si d ie egli onoratamente e con gran
consolazione, visse e finì la sua vecchiezza.
Et egli appresso maritata altamente la sua
figliuola, con Griselda, onorandola sempre
quanto più si potea, lungamente e consolato
visse. Che si potrà dir qui, se non che anche
nelle povere case piovono dal cielode’divini
spiriti, come nelle reali di quegli che sarien
più degni di guardar porci che d'avere so­
pra nomini signoria? Chi avrebbe, altri
che Griselda, potuto col viso non solamen­
te asciutto ma lieto , soff erire le rigide e
mai più non udite pruove da Gualtier fat­
te? Al quale non sarebbe forse stato male
investito d’essersi abbattuto ad una che,
quando fuor di casa l’ avesse in camiscia
cacciata, s’avesse sì ad uu altro fatto scuo­
tere il pelliccione, che riuscita ne fosse
una bella roba .
La novella di Dioneo era finita, et assai
le donne , chi d’ una parte e chi d’altra ti­
rando, chi biasimando una cosa, un’altra
intorno ad essa lodandone, n'avevan favell
ato, quando il Re levato il viso verso il
cielo, e vedendo che il sole era già basso al­
l ’ora di vespro, senza da seder levarsi, così
cominciò a parlare; adorne donne, come io
credo che voi conosciate, il senno de’mortali non consiste solamente nell’ avere a

�N O VELLA X.
235
m e m o ria le c o s e p r e te r it e o c o n o s c e re le
p r e s e n t i; m a p e r l ’ un a e p u r l ’a ltr a d i q u e ­
s te sa p e ro a n t iv e d e r le fu tu r e è d a ’ s o le n n i
u o m in i se n n o g r a n d is s im o r e p u t a t o . N o i ,
c o m e v o i s ap e te d o m a n e s a ra n n o q u in d ic i
d i , p e r d o v e re a lc u n d ip o r t o p ig lia r e a
so te n ta m e n to d e lla n o stra s a n ità e d e lla v i ­
ta , c e ss a n d o le m a lin c o n ie e ’ d o lo r i e l ’ a n ­
g o s c io , le q u a li p e r la n o stra c i t t à c o n t i ­
n u a m e n te , p o i c h è q u esto p e s t ile n z io s o t e m ­
p o i n c o m i n c i ò , sì v e g g o n o , u s c im m o d i
F i r e n z e , il ch e , s e c o n d a il m io g iu d ic io ,
n o i o n e s ta m e n te a b b ia m fa t t o : p e r c iò c h e ,
se io h o sa p u to b e n r ig u a r d a r e , q u a n tu n q u e
lie te n o v e lle e fo rs e a t t r a t t iv e a c o n c u p i
s c e n z ia d e tte c i s ie n o , e d e l c o n tin u o m a n ­
g ia to e b e v u to b e n e , e s o na to e c a n ta to ,
c o s e tu tte da in c ita r e le d e b o li m e n ti a co se
m e n o o n e s t e ; n iu n o a t t o , n iu n a p a r o la ,
n iu n a co s a nè d a lla v o s tra p a rte n è d a lla
n o s tra c i h o c o n o s c iu t a da b ia s im a r e ; c o n
tin u a o n e s t à , c o n tin u a c o n c o r d ia , c o n t in u a
fr a te r n a l d im e s tic h e z z a m i c i è p a ru ta v e ­
d e re e s e n tir e . Il ch e s e n za d u b b io iu o n o re
e s e r v ig io d i v o i e d i m e m ’ è c a r is s im o . E
p e r c i ò , a c c iò c h e p e r tr o p p a lu n g a c o n s u e ­
tu d in e a lc u n a co sa clic i n fa s t id io s i c o n ­
v e r tis s e n a s c e r n o n n e p o t e s s e , e p e rch è
a lc u n o la n o s tr a tr o p p o lu n g a di m o ra n za
g a v i l la r n o n p o t e s s e , et a v e n d o c ia s c u n d i

�236 G IORNATA DECIMA
noi la sua giornata avuta la sua parte dell'
onore, che ancora in me dimora giudi­
cherei, quando piacer fosse di voi , che
convenevole cosa fosse ornai il tornarci là
onde ci partimmo. Senza che, se voi ben
riguardate , la nostra brigata, già da pili
altre saputa d’attorno, per maniera potreb­
be multiplicare , che ogni nostra consola
zion ci torrebbe. E perciò, se voi il mio
consiglio approvate, io mi serverò la coro­
na donatami per infin o alla nostra partita,
che intendo che sia domattina . Ove voi
altramenti diliberaste , io ho già pronto
cui per lo dì seguente ne debbia incoronare.
I ragionamenti furon molti tra le donne e
tra’giovani ; ma ultimamente presero per
utile e per onesto il consiglio del Re , e
così di fare diliberarono come egli aveva
ragionato: per la qual cosa esso, fattosi il
siniscalco chiamare, con lui del modo che
a tenere avesse nella seguente mattina par­
lò , e licenziata la brigata infino all’ ora
della cena, in piè si levò . Le donne e gli
altri levatisi , non alzamenti che usati si
fossero, chi ad un diletto e chi ad un altro
si diede. E l’ ora della cena venuta, con
sommo piacere furono a quella , e dopo
quella et a cantare et a sonare et a carolare
cominciarono; e menando la Lauretta una
danza , comandò il He alla Fiammetta che

�N OVELLA. X .

237

dicesse una canzone. La quale assai piacev
olmente cosi cominciò a cantare:
amor venisse senza gelosia,
lo non so donna nata
Lieta , com' io sarei, e qual vuol sia .
Se gaia giovinezza
In beilo amante dee donna appagare,
0 pregio di virtute
O ardire o prodezza ,
Senno, costume o ornato parlare,
O leggiadrie compiute;
l o son colei per certo in cui salute ,
Essendo innamorata,
Tutte le veggio en la speranza mia..
Ma, perciò ch'io m'avveggio
Ohe , altre donne savie son coni io ,
V triemo di paura ,
E pur credendo il peggio ,
V i quello avviso en l'altre esser disio ,
Ch ' a me l'anima fura:
E così quel che m* è somma ventura ,
M i f a isconsolata
Sospirar fo rte , e stare in vita r ia .
Se io sentissi fe d e
Nel mio signor , q u an d o sento valoret
Gelosa non sarei ;
Ma tanto se ne vede ,

Pur clic sia, chi 'nviti l'amadore,
Ch'io gli ho tutti per rei ,
Questo m’accuora, e vole n tiar morte i

�238

G I O R N A T A D E C IM A

E d i chiunque il guata ,
Sospetto , e temo non nel porti via ,
Per Dio dunque ciascuna
Donna pregata sia che non s' attenti
D i f a rmi in ciò oltraggio :
Chi se ne fia nessuna
Che con parole o cenni o blandimenti
In questo in mio dannaggio
Cerchi o procuri ; s'io il risapraggio ,
Se io non sia svisata ,
Piagner farolle amara tal fo llia .

Come la Fiammetta ebbe la sua canzone
finita, cosi Dioneo, che allato l'era, ridendo
disse: madonna, voi fareste una gran cor­
tesia a farlo cognoscere a tutte, acciò che
per ignoranza non vi fosse tolta la posses­
sione , poiché cosi ve ne dovete adirare.
Appresso questa se ne cantarono più altre;
e già essendo la notte presso che mezza,
come al Re piacque, tulli s'andarono a ris­
posare . E come il nuovo giorno apparve,
levati, avendo già il siniscalco via ogni lor
cosa mandata, dietro alla guida del discreto
Re verso Firenze si ritornarono. Et i tre
giovani, lasciate le sette donne in Santa
Maria Novella , donde con loro partiti si
erano , da esse accommiatatisi a loro altri
piaceri attesero ; et esse, quando tempo lor
parve, se ne tornarono alle lor case.

�CONCLUSIONE
dell’ autore

'

N o b ilis s im e g io v a n i, a c o n s o la z io n d e l­
le q u a li io a c o s ì lu n g a fa t ic a m esso m i
s o n o , io m i c r e d o , a iu t a n te m i la d iv in a
g r a z i a , sì c o m e io a v v is o , p e r li v o s t r i
p ie to s i p r i e g h i , n o n g ià p e r li m ie i m e ­
r it i, q u e llo c o m p iu t a m e n t e a v e r fo r n ito
c h e io n e l p r in c ip io d e lla p r e s e n te o p e r a
p r o m is i d i d o v e r fa r e . P e r la q u a l co sa I d ­
d io p r im ie r a m e n t e e t a p p r e s s o v o i r in ­
g r a z ia n d o , è d a d a re a lla p e n n a e t a lla m a n
fa tic a ta r ip o s o . I l q u a le p r im a c h e io le
c o n c e d a , b r ie v e m e n te a d a lc u n e c o s e tte ,
le q u a li fo r s e a lc u n a d i v o i o a lt r i p o ­
t r e b b e d ir e ( c o n c iò sia c o s a c h e a m e
p a ia e s s e r c e r tis s im o q u e s te n o n d o v e r e
a v e r e s p e z ia i p r iv ile g io p iù c h e l ’a lt r e
c o s e , a n z i n o n a v e r lo m i r ic o r d a n e l
p r in c ip io d e lla q u a r t a g io r n a t a a v e r

�2 4 0
D ELL’ AUTORE
m o s t r a t o ) q u a s i a ta c ito q u is tio n i m o s
s e , d i r is p o n d e r e i n t e n d o . S a r a n n o p e r
a v v e n t u r a a lc u n e d i v o i c h e d ir a n n o
c h e io a b b ia n e llo s c r iv e r q u e s te n o v e l ­
le t r o p p a lic e n z ia u sa ta , sì c o m e iti fa r e
a lc u n a v o lt a d ir e a lle d o n n e , e m o lte
sp e s s o a s c o lta r e c o s e n o n a s s a i c o n v e ­
n ie n t i n è a d ir e n è a d a s c o lt a r e a d o n e ­
s t e d o n n e „ L a q u a l c o s a io n e g o ; p e r ­
c i ò c h e n iu n a s ì d is o n e s ta n ’ è , c h e , c o n
o n e s t i v o c a b o li d ic e n d o la , si d is d ic a a d
a lc u n o : il c h e q u i m i p a r e a ssa i c o n v e ­
n e v o lm e n t e b e n e a v e r f a t t o . M a p r e
s u p p o g n a m o c h e c o s ì sia ( c h e n o n i n ­
t e n d o d i p ia t ir c o n v o i , c h e m i v in c e r e ­
s t e ) , d i c o , a r is p o n d e r e p e r c h è io a b b ia
c iò f a t t o , a ssa i r a g io n i v e n g o n p r o n t is ­
s im e , P r im ie r a m e n t e se a lc u n a c o s a in
a lc u n a n ’ e , la q u a lit à d e lle n o v e lle
l ’ h a n n o r i c h i e s t a , le q u a li se c o n r a ­
g io n e v o le o c c h io da in t e n d e n t e p e r s o n a
fie n r ig u a r d a t e , a ssa i a p e r t o s a r à c o n o ­
s c iu t o ( s e io q u e lle d e lla lo r fo rm a train o n a v e s s i v o l u t o ) a lti-a m en ti r a c c o n t a r
n o n p o t e r l e . E s e fo r se p u re a lc u n a
p a r t ic e lla è in q u e l le , a lc u n a p a r o le t ta

�DELL’ AUTORE
241
p iù l ib e r a le c h e fo r s e a s p ig o lis tr a d o n n a
n o n si c o n v i e n e , le q u a li p iù le p a r o le
p e sa n o c h e ’ f a t t i , e p iù d ’ a p p a r e r s ’ i n ­
g e g n a n o c h e d ’ e sse r b u o n e , d ic o c h e
p iù n o n si d e e a m e e s s e r d is d e tto l ' a ­
v e r le s c r i t t e , c h e g e n e r a lm e n t e s i d i ­
sd ica a g li u o m in i e t a lle d o n n e d ir t u t t o
d i fo r o e c a v ig lia e m o r t a io e p e s t e llo e
s a ls ic c ia e m o r t a d e llo , e t u t to p ie n o d i
s im ig lia m i c o s e . S e n z a c h e a lla m ia
p e n n a n o n d e i e s s e r e m e n o d ’ a u to r ità
c o n c e d u t a , c h e sia a l p e n n e llo d e l d i ­
p in t o r e : il q u a le se n z a a lc u n a r ip r e n ­
s i o n e , o a lm e n g iu s t a , la s c ia m o s t a r e
c h e e g li fa c c ia a S a n M ic h e le fe r ir e i l
s e r p e n t e c o n la sp a d a o c o n la l a n c i a ,
e t a S a n G io r g io il d r a g o n e d o v e g li
p ia c e , m a e g li la C r is to m a s c h io e t È v a
f e m in a : e t a L u i m e d e s im o , c h e v o lle
p e r la s a lu te d e lla u m a n a g e n e r a z io n e
s o p r a la c r o c e m o r ir e , q u a n d o c o n u n
c h io v o e q u a n d o c o n d u e i p iè g li c o n ­
fic c a in q u e l la . A p p r e s s o a ssa i b e n s i
p u ò c o g no s c e r e q u e s te c o s e n o n n e lla
c h i e s a , d e lle c u i c o s e e c o n a n im i e
c o n v o c a b o li onestissimi si co n vien dire

Tomo 1

6

�242
C O N C L U S IO N E
( q u a n t u n q u e n e lle su e is to r ie d ’ a lt r a
m e n t i f a t t e , c h e le s c r i t t e d a m e , si
t r u o v in o a s s a i) n è a n c o r a n e lle s c u o le
d e ’ f ilo s o f a n t i, d o v e l ’ o n e s tà n o n m e n o
c h e in a ltra p a r t e è r ic h ie s t a , d e t t e s o ­
n o ; n è t r a ’ c h e r ic i n è t r a ’ filo s o fi in a l ­
c u n l u o g o , m a t r a ’ g ia r d in i , in lu o g o d i
s o ll a z z o , tr a p e r s o n e g i o v a n i , b e n c h é
m a t u r e e n o n p ie g h e v o li p e r n o v e lle ,
in te m p o , n e l q u a le a n d a r c o n le b r a ­
c h e in c a p o p e r is c a m p o d i se e r a a lli
p iù o n e s t i n o n d is d ic e v o le , d e t t e s o n o .
L e q u a l i , c h e n t i c h e e lle si s i e n o , e
n u o c e r e e g io v a r p o s s o n o , sì c o m e p o s ­
s o n o t u t te l ’ a lt r e c o s e , a v e n d o r ig u a r d o
a llo a s c o lt a t o r e . C h i n o n sa e h ’ è il v in o
o t t im a c o s a a ’ v i v e n t i , s e c o n d o C i n c i
g lio n e e S c o ia io e t a ssai a l t r i , e t a c o lu i
c h e h a la f e b b r e è n o c iv o ? D ir e m n o i ,
p e r c iò c h e n u o c e a ’ f e b b r ic i t a n t i, c h e
sia m a lv a g io ? C h i n o n sa c h e ’1 fu o c o è
u t ilis s i m o , a n z i n e c e s s a r io a ’ m o r t a li ?
D ir e m n o i , p e r c iò c h e e g li a rd e le ca se
e le v i lle e le c i t t à , c h e sia m a lv a g io ?
L ’ a r m e s lm ilm e n t e la s a lu t e d ife n d o n
d i c o lo r o c h e p a c ific a m e n t e d i v iv e r

�DELL’ AUTORE
243
sidid e r a n o , e t a n c h e u c c id o n g li u o m in i
m o lte v o l t e , n o n p e r m a liz ia d i l o r o ,
m a d i coloro c h e m a lv a g ia m e n te l ’ a d o ­
p e r a n o . N in n a c o r r o t ta m e n te in t e s e
m a i sanamente p a r o la : e c o s ì c o m e le
o n e s te a q u e lla n o n g i o v a n o , c o s ì q u e l ­
l e c h e ta n to o n e s te n o n so n o la b e n d i
sp osta n o n p o s so n c o n t a m in a r e , se n o n
c o m e il lo to i s o la r i r a g g i , o le t e r r e n e
b r u t t u r e le b e lle z z e d e l c i e l o . Q u a li li­
b r i , q u a li p a r o le , q u a li le t t e r e so n p iù
sa n te , p iù d e g n e , p iù r e v e r e n d e , c h e
q u e lle d e lla d iv in a s c r it t u r a ? e sì so n o
e g li s ta ti a ssai c h e , q u e lle p e r v e r s a m e n t e
in t e n d e n d o , se e t a lt r u i a p e r d iz io n e
h a n n o t r a t t o . C ia s c u n a c o sa in se m e d e ­
sim a è b u o n a a d a lc u n a c o s a , e m a le
a d o p e r a ta p u ò e sse re n o c iv a d i m o lle ;
e c o s i d ic o d e lle m ie n o v e ll e . C h i v o r r à
d a q u e lle m a lv a g io c o n s ig lio o m a lv a g ia
o p e r a z io n t r a r r e , o lle n o i v ie t e r a n n o
ad a lc u n o , se fo r se in se l ’ h a n n o , e
t o r te e t ir a t e fie n o a d a v e r l o . E c h i u t i ­
lit à e fr u t t o n e v o r r à , e lle n o i n e ­
g h e r a n n o , n è sa rà m a i c lic a lt r o c h e
u tili e t o n e ste s ie n d e t t e o t e n u t e , se a

�244
C O N C L U S IO N E
q u e ’ t e m p i o a q u e lle p e rs o n e si l e g g e ­
r a n n o , p e r c u i e p e ’ q u a li s t a te so n o
r a c c o n t a t e . C h i h a a d ir p a te r n o s tr i o a
fa r e il m ig lia c c io o la t o r t a a l su o d iv o ­
t o , la s c ile s t a r e ; e lle n o n c o r r e r a n n o
d i d ie tr o a n iu n a a fa rsi le g g e r e . B e n c h é
e le p in z o c h e r e a lt r e s ì d ic o n o e t a n c h e
f a n n o d e lle c o s e t t e o tta p e r v i c e n d a .
S a r a n n o s im ilm e n t e d i q u e lle c h e d i­
r a n n o q u i e s s e rn e a l c u n e , c h e n o n e s­
s e n d o c i s a r e b b e s ta to assai m e g lio . C o n ­
c e d a s i : m a io n o n p o t e v a n è d o v e v a
s c r i v e r e se n o n le r a c c o n t a t e ; e p e r c iò
e sse c h e le d is s e ro le d o v e v a n d ir b e l l e ,
e t io l ’ a v r e i s c r itt e b e lle . M a se p u r
p r e s u p p o r r e si v o le s s e c h e io fossi s ta to
d i q u e lle e lo ’ n v e n lo r e e lo s c r i t t o r e
( c h e n o n fu i) d ic o c h e io n o n m i v e r ­
g o g n e r e i c h e t u t t e b e lle n o n fo s s e r o ,
p e r c iò c h e m a e s tr o a lc u n n o n si t r u o v a ,
d a D io in f u o r i , c h e o g n i c o s a fa c c ia
b e n e e c o m p iu t a m e n t e . E C a r lo M a g n o ,
c h e fu il p r im o fa c ito r e d e ’ P a la d in i ,n o n
n e s e p p e t a n t i c r e a r e , c h e e sso d i lo r
s o li p o te s s e fa r e o s t e . C o n v i e n e , n e lla
m o lt it u d in e d e lle c o s e , d iv e r s e q u a lit à

�DELL’ AUTORE
24 5
d i c o s e t r o v a r s i. N iu n c a m p o fu m a i sì
b e n c u l t i v a t o , c h e in e sso o o r t ic a o
t r ib o li o a lc u n p r u n o n o n s i tr o v a s s e
m e s c o la to tra 1’ e r b e m i g l i o r i . S e n z a
c h e , a d a v e r e a f a v e lla r e a s e m p lic i
g io v in e t t e c o m e v o i il p iù s i e t e , s c io c ­
c h e z z a s a r e b b e sta ta l ’ a n d a r c e r c a n d o e
fa tic a n d o s i in t r o v a r c o s e m o lt o e s q u i
s i t e , e g r a n c u r a p o r r e d i m o lto m is u r a ­
t a m e n te p a r la r e . T u t t a v ia c u i v a tra
q u e s te le g g e n d o , la s c i s ta r q u e lle c h e
p u n g o n o , e q u e lle c h e d ile t t a n o l e g g a .
E s s e , p e r n o n in g a n n a r e a lc u n a p e r s o n a ,
t u t te n e lla fr o n te p o r ta n s e g n a to q u e llo
c h e esse d e n t r o d a l lo r o s e n o n a s c o s o
t e n g o n o . E t a n c o r a , c r e d o , s a rà ta l c h e
d ir à c h e c e n e so n d i t r o p p o l u n g h e .
A l l e q u a li a n c o r a d ic o , c h e c h i h a a ltra
co s a a f a r e , fo llia fa a q u e s te l e g g e r e ,
e z ia n d io s e b r ie v i fo s s e r o . E c o m e c h e
m o lt o t e m p o p a s s a to sia d a p o ic h é io
a s c r i v e r c o m in c ia i, in fìn o a q u e s ta o ra
c h e io a l fin e v e n g o d e lla m ia f a t i c a ,
n o n n i’ è p e r c iò u s c ito d i m e n t e m e
a v e r e q u e s to m io a ffa n n o o ffe r t o a lle
o z io s e e n o n a ll’ a ltr e : e t a c h i p e r

�246
CONCLUSIONE
t o passar legge , niuna cosa puote esser
p
em
lunga, se ella quel fa per elle egli l’ ado­
pera . Le cose brievi si convengon mol
to meglio agli stuellanti, li quali non
per passare ina per ulilmente adoperare
il tempo faticano, che a voi, donne, al­
le quali tanto del tempo avanza, quanto
negli amorosi piaceri non ¡spendete .
Et oltre a questo, perciò che nè ad Ate­
ne nè a Bologna o a Parigi alcuna di voi
non va a studiare, più distesamente
parlar vi si conviene, che a quegli che
hanno negli studi gl’ ingegni assotti­
gliati. Nè dubito punto che non sien di
quelle ancor che diranno, le cose dette
esser troppo piene e di motti e di cian
ce, e mal convenirsi ad uno uom pesa­
to e gravo aver così fattamente scritto.
A queste son io tenuto di render gra­
zie, e rendo, perciò che da buon zelo
movendosi, tenere son della mia fama.
Ma cosi alla loro opposizione vo' ri­
spondere. Io confesso d’ esser pesato,
e molte volte de’ miei di essere stato;
e perciò, parlando a quelle che pesato
non m’ hanno, affermo che io non son

�DELL’ AUTORE
2 47
g rav e , a n z i so n io sì l i e v e , c h e io sto a
g a la n e l l ’ a c q u a : e c o n s id e r a t o c h e le
p r e d ic h e fa t t e d a ’ f r a t i, p e r r im o r d e r
delle lo r c o lp e g li u o m i n i , il p iù o g g i
P i ene d i m o tti e d i c ia n c e e d i s c e d e si
v e g g on o , e s tim a i c h e q u e g li m e d e s im i
n o n ste sse r m a le n e lle m ie n o v e lle ,
s c r it t i p e r c a c c ia r la m a lin c o n ia d e lle
f e m ir e . T u t t a v i a , se t r o p p o p e r q u e s to
rid e s s e r o , il la m e n t o d i G e r e m ia , la
p a s s ia t e d e l S a l v a t o r e , e t il r a m m a r i­
c h io della M a d d a le n a n e le p o t r à a g e
v o lm e nte g u e r i r e . E c h i s ta r à in p e n ­
s ie r o d ie d i q u e lle a n c o r n o n si
ru
vt in o che d ir a n n o c h e io a b b ia m a la li n ­
o
g u a e v e l e n o s a , p e r c iò c h e in a lc u n
lu o g o scriv o il v e r d e ’ fr a t i? A q u e s te
c h e c os ì d ir a n n o , si v u o l p e r d o n a r e ,
p e r c iò c h e n o n è d a c r e d e r e c h e a l tra
c h e giusta c a g io n e le m u o v a ; p e r c iò c h e
i fr a t i son b u o n e p e r s o n e , e fu g g o n o i l
d isag io p e r l ’ a m o r d i D i o , e m a c in a n o
a r a c c o lta e n o i r id ic o n o : e se n o n c h e
d i t u t ti u n p o c o v ie n e d e l c a p r i n o ,
t r o p p o s a r e b b e p iù p ia c e v o le il p ia to
l o r o . C o n fe s so

n o n d im e n o le c o se di

�248
C O N C L U S IO N E
q u e s to m o n d o n o n a v e r e s ta b ilità a lc u ­
n a , m a s e m p r e e s s e r e in m u t a m e n t o , e
c o s ì p o t r e b b e d e lla m ia lin g u a essere
i n t e r v e n u t o . L a q u a le , n o n c r e d e nd o
i o a l m io g i u d i c i o , i l q u a le io a l m io
p o t e r e f u g g o n e lle m ie c o s e , n o n h a
g u a r i m i d is s e u n a m ia v i c i n a , e ie io
l ’ a v e v a la m ig lio r e e la p iù d o lc e d e l
m o n d o : e t in v e r i t à , q u a n d o q u e s to f u ,
e g li e r a n o p o c h e a s c r i v e r e d e l e s o ­
p r a s c r itt e n o v e l l e ; e p e r c iò c h e ani m o
s a m e n t e r a g io n a n q u e lle c o t a l i , v o g lio
c h e q u e llo c h e è d e tto b a s ti lo r pe r r is ­
p o s ta . E la s c ia n d o o rn ai a c ia s c he d u n a
e d ir e e c r e d e r e c o m e le p a r e , tem po è
d a p o r fin e a lle p a r o le , C o lu i u m ilm e n ­
t e r in g r a z ia n d o , c h e d o p o sì l u l g a f a ­
tic a c o l s u o a iu t o n ' h a a l d is id e r ato fin e
c o n d o t t o . E v o i , p ia c e v o li d o m e , c o n
la su a g r a z ia in p a c e v i r im a n e t e , d i m e
r ic o r d a n d o v i, se a d a lc u n a fo r s e a lc u n a
c o s a g io v a l ’ a v e r le l e t t e .
QUI FIN ISCE LA DECIMA ET ULTIMA GIORNATA
DEL LIBRO CHIAMATO DECAMERON, COGNOMI­
NAT O PRINCIPE GALEOTTO.

�INDICE
DEL QUINTO VOLUME

GIORNATA NONA
N e lla , q u a le s o t t o i l r e g g i m e n to
d ’ E m i l i a s i r a g i o n a c ia s c u n o
secondo che g li p ia c e , e d i
q u e llo c h e p iù g l i a g g r a d a . . .
N O V E L L A I. M a d o n n a F r a n c e s c a
a m ata da un R in u c c io e d a u n o
A lessan d ro , e n iuno a m a nd o n e,
c o l fare en trare l’u n p e r m o rto
in u n a s e p o l t u r a , e l ’ a l t r o q u e l l o
trarne p e r m orto , n o n poten d o
essi v e n i r e a l fi n e i m p o s t o , c a u ­
t a m e n t e se g l i le v a d a d o s s o . .
N O V E L L A I I . L e v a s i u n a b a d e ssa
in fr e tta e t a l b u i o , p e r tr o v a r e
u n a s u a m o n a c a , a le i a c c u s a t a ,
c o l su o a m a n t e

nel

le t t o ; e t

3

5

�250

I N D I C E

e s s e n d o c o n le i u n p r e te , c r e ­
d e n d o s i il s a lte r o d e ’ v e li a v e r
p o s t o in c a p o , le b r a c h e d e l
p r e t e v i si p o s e : l e q u a li v e d e n d o
l'a c c u s a t a , e la tta ta n e a c c o r g e r e ,
f u d i l i b e r a t a , e t e b b e a g io d i
s ta r s i c o l s u o a m a n t e ....................
N O V E L L A I I I . M a e s tr o S im o n e
a d in s ta n z ia d i B r u n o e d i B u ff’a l
m a c c o e d i N e llo , fa c r e d e r e a
C a la n d r in o c h e e g li è p r e g n o : il
q u a le p e r m e d ic in e d à a ’ p r e d e t t i
c a p p o n i e d e n a r i, e g u a r is c e se n ­
z a p a r t o r i r e .......................................
N O V E L L A I V . C e c c o d i m esser
F o r t a r r ig o g iu o c a a B u o c o n v e n
to o g n i su a c o s a , e t i d e n a r i d i
C e c c o d i m esser A n g iu lie r i, et
in c a m is c ia c o r r e n d o g li d ie t r o
e d ic e n d o c h e r u b a t o 1’ a v e a , il
fa p ig lia r e a ’ v i lla n i , e t i p a n n i
d i lu i si v e s te e m o n ta s o p r a i l
p a lla f r e n o , e l u i v e n e n d o s e n e ,
al scia in c a m i s c i a ............................ 2
N O V E L L A V . C a la n d rin o s’ in n a ­
m ora d ’ u n a gio v an e , al quale

15

20

7

�I N D I C E
251,
B r u n o fa u n b r ie v e ,c o l q u a le c o ­
m e e g li la t o c c a , e lla v a c o n l u i ,
e d a lla m o g lie tr o v a t o , h a g r a v i s ­
34
sim a e n o io sa q u i s t i o n e ................
N O V E L L A . V I . D u e g io v a n i a lb e r ­
g a n o c o n u n o , d e ’ q u a li 1’ u n o si
v a a g ia c e r e c o lla f i g li u o la , e la
m o g lie d i lu i d is a v v e d u t a m e n t e
si g ia c e c o n 1’ a ltr o . Q u e g li c h e
e r a c o n la f ig liu o la , si c o r ic a c o l
p a d r e d i le i e d i c e g li o g n i c o s a ,
c r e d e n d o s i d ir e a l c o m p a g n o .
F a n n o r o m o r e in s ie m e . L a d o n ­
n a r a v v e d u t a s i e n t r a n e l le t t o
d e lla fig liu o la , e q u in d i c o n c e r t e
p a r o le o g n i c o s a p a c e fic a . . . .
N O V E L L A V I I . T a la n o d i M o le s e
s o g n a c h e u n o lu p o s q u a r c ia t u t ­
ta la g o la e ’ l v is o a lla m o g lie :
d ic e le c h e s e n e g u a r d i ; e lla n o i
fa , e t a v v i e n l e ....................................
N O V E L L A V I I I . B io n d e llo fa u n a
b e ffa a C i a c c o d ’ un d e s in a r e , d e l­
la q u a le C ia c c o c a u t a m e n t e si
v e n d ic a , fa c c e n d o lu i s c o n c ia ­
m e n te b

a

t

t

e

r

e

.

47

56

60

�252
I N D I C E
N O V E L L A I X . D u e g io v a n i d o ­
m a n d a n o c o n s ig lio a S a la m o ile ,
l ’ u n o c o m e p o ssa e s s e r e a m a lo ,
I’ a lt r o c o m e g a s t ig a r p o s sa la
m o g lie r i t r o s a . A l l ’ u n ris p o n d e
c h e a m i , a ll’ a lt r o c h e v a d a a l
p o n t e a l l ’o c a ........................................
N O V E L L A X . D o n n o G ia n n i ad
ista n z ia d i c o m p a r P ie t r o fa lo
i n c a n t e s im o , p e r fa r d iv e n t a r la
m o g lie u n a c a v a lla ; e q u a n d o
v ie n e a d a p p ic c a r la c o d a , c o m ­
p a r P i e t r o , d ic e n d o c h e n o n v i
v o le v a c o d a , g u a s ta t u t to lo ’ n

66

c a n t a m c n t o ........................................

75

G IO R N A T A D E C IM A
N e lla q u a le s o tto il r e g g im e n to d i
P a m f i l o s i r a g i o n a e li c h i l i b e ­
r a lm e n te o v ve ro m a g n ific a m e n te
a lc u n a c o sa o p e r a s s e in to r n o
a ' f a t t i d ’a m o r e o d ’a l t r a c o s a .
N O V E L L A I . U n c a v a lie r e s e r v e
a l R e d i S p a g n a ; p a r g li m a le

85

�IN D IC E

2 53

se e r g u id e r d o n a t o ; p e r c h e i l R e
c o n e s p e r ie n z a c e rtis s im a g li m o ­
stra n o n e s s e r c o lp a d i l u i , m a
d e lla su a m a lv a g ia f o r t u n a , a lta ­
m e n te d o n a n d o g li p o i ....................
N O V E L L A I I . G h in o d i T a c c o p i ­
g lia 1’ a b a t e d i C lig n i e m e d ic a lo
d e l m a le d e l lo s to m a c o e p o i il
la sc ia . I l q u a le t o r n a to in c o r t e
d i R o m a , lu i r ic o n c ilia c o n B o ­
n ifa z io P a p a e fa llo fr ie r e d e llo
s p e d a l e ................................................ ....

86

N O V E L L A I I I . M it r id a n e s i n v i ­
d io so d e lla c o r t e s ia d i N a ta n a n ­
d an d o p e r u c c id e r lo , sen za c o ­
n o s c e r lo c a p ita a l u i , e d a lu i
s te s s o in fo r m a to d e l m o d o , il
tr u o v a in u n b o s c h e tt o c o m e o r ­
d in a t o a v e a ; il q u a le r ic o n o s c e n ­
d o lo si v e r g o g n a , e s u o a m ic o
d i v i e n e ........................................................
N O V E L L A I V . M e s s e r G e n t il d e i
C a r is e n d i v e n u t o d a M o d o n a
tra e d e lla s o p o ltu r a u n a d o n n a ,
a m a ta

da

l u i , s e p p e llit a

m o r ia : la q u a le r ic o n f o r t a t a

per

91

�2 54
í n d i c e
rtpo r is c e u n fig liu o l m a s c h io ; e
a
M e s s e r G e n t i le l e i e ’1 fig liu o lo
r e s t it u is c e a N ic c o lu c c io C a c c ia n im ic o m a r ito d i l e i ........................1 1 1
N O V E L L A V . M a d o n n a D ia n o r a
d o m a n d a a m e s s e r A n s a ld o u n
g ia r d in o d i g e n n a io b e llo c o m e
d i m a g g i o . M e s se r A n s a ld o c o n
l ’ o b b li g a r s i a d u n n ig r o m a n t e
g lie le d à . I l m a r ito le c o n c e d e
c h e e lla fa c c ia il p ia c e r e d i m e s ­
s e r A n s a ld o , il q u a le , u d ita la l i ­
b e r a lit à d e l m a rito , l ’a s s o lv e d e lla
p r o m e s s a , e il n ig r o m a n t e , se n za
v o le r e a lc u n a c o s a d e l s u o , a s ­
s o lv e m e s s e r A n s a l d o .................... 12 4
N O V E L L A V I . I l R e C a r lo v e c ­
c h io v it to r io s o , d ’u n a g io v in e t ta
in n a m o r a to s i, v e r g o g n a n d o s i d e l
s u o fo lle p e n s ie r o , le i e t u n a s u a
s o r e lla o n o r e v o lm e n t e m a r it a . . 13 2
N O V E L L A V I I . I l R e P ie r o , sen ­
tito il fe r v e n te a m o r e p o r ta t o g li
d a lla L is a in f e r m a , l e i c o n fo r t a ,
e t a p p r e s s o a d u n g e n t il g io v a n e
la m a rita , e le i n e lla fr o n te

�IND ICE

255

sbc ia t a , s e m p r e p o i si d ic e s u o
a
c a v a l i e r e ............................................... 1 4 3
N O V E L L A V I I I . S o fr o n ia c r e d e n ­
d o s i e sse r m o g lie d i G i s ip p o , è
m o g lie d i T i t o Q u in z io F u l v o , e
c o n lu i se n e v a a R o m a , d o v e
G is ip p o in p o v e r o s ta to a r r iv a ,
e c r e d e n d o d a T i t o e s s e r d is p r e z ­
za to , se a v e re u n o u o m o u c c is o ,
p e r m o r i r e , a ffe r m a . T i t o r i c o ­
n o s c iu t o lo , p e r ¡s c a m p a r lo , d ic e
s e a v e r lo m o r to ; il c h e c o lu i c h e
fa t t o l ’ a v e a v e d e n d o , s e ste sso
m a n if e s t a ; p e r la q u a l c o sa d a
O t t a v ia n o t u t t i so n o l i b e r a t i , e
T i t o d à a G is ip p o la s o r e lla p e r
m o g lie , e c o n lu i c o m u n ic a o g n i
su o b e n e ...............................................1 5 5
N O V E L L A I X . I l S a la d in o in fo r ­
m a d i m e r c a t a n t e è o n o r a lo d a
m e s s e r T o r e l l o ; fa ssi il p a s s a g ­
g io ; m e s s e r T o r e llo d à u n t e r m i­
n e a lla d o n n a su a a r im a r it a r s i;
è p reso , e p e r a c c o n c ia re u c c e lli
v ie n e in n o tiz ia d e l S o ld a n o , il
q u a le , r ic o n o s c iu t o c se fa tto

�256
I N D I C E
ric o n o s c e r e ,s o m m a m e n t e l’o n o ra ;
m e s s e r T o r e llo in f e r m a , e p e r
a r te m a g ic a in u n a n o t t e n ’ è r e ­
c a to a P a v i a , e t a lle n o z z e , c h e
d e lla r im a r it a t a s u a m o g lie si fa ­
c e v a n o , d a le i r ic o n o s c iu t o , c o n
le i a ca sa su a se n e to r n a ................1 85
N O V E L L A X . Il m arch ese d i S a n
lu z z o d a ’ p r i e g h i d e ’ s u o i u o m in i
c o s t r e t t o d i p ig li a r m o g li e , p e r
p r e n d e r la a s u o m o d o , p ig lia u n a
fig liu o la d ’u n v illa n o , d e lla q u a le
h a d u e f ig li u o l i , l i q u a li le fa v e ­
d u t o d ’ u c c id e r g li. P o i m o s t r a n ­
d o le i e s s e r g li r in c r e s c iu t a e t
a v e r e a lt r a m o g lie p r e s a , a ca sa
fa c c e n d o s i r it o r n a r e la p r o p r ia
f i g li u o la , c o m e se s u a m o g lie fo s ­
s e , le i a v e n d o in c a m is c ia c a c c ia ­
t a e t a d o g n i c o s a t r o v a n d o la p a ­
z ie n t e , p iù c a r a c h e m a i in c a sa
t o r n a ta la s i, i s u o i f ig liu o li g r a n ­
d i le m o s tr a , e c o m e m a r c h e s a n a
l ’ o n o r a e fa o n o r a r e . . . .
. . . 2 16
C o n c l u s i o n e ............................................ 3 3 9

���</text>
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          <description>The Dublin Core metadata element set is common to all Omeka records, including items, files, and collections. For more information see, http://dublincore.org/documents/dces/.</description>
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          <description>Le(s) sujet(s) abordés par un document, exprimés à l'aide de mots-clefs définis par l'équipe de FonteGaia. (Pour l'indexation à l'aide des vedettes matières de RAMEAU utiliser le champ "Sujet du Dublin Core".</description>
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                    <text>�������Il a été tiré de cet ouvrage
CIN QUANTE E X E M P L A IR E S SUR P A P IE R DE H OLLAND E

tous numérotés.

�LE MARTYRE

DE

SAINT SEBASTIEN
M Y S T E R E C O M P O S E EN R Y T H M E
FRANÇAIS

PAR

D ’A N N U N Z I O
PARIS
LE

XXII

s u r
MAI

l a

s c e n e

MCMXI

G A B R I ELE
et
du

AVEC

joue

a

CHATELET
LA

MUSIQUE

DE C L A U D E DEBUSSY.

A PARIS
CHEZ

t '*

C A L M A N N —L É V Y ,

ÉD ITEU RS'/.

B.U. DE G R EN O BLE D-L

�Droits de reproduction, de traduction et de représentations
réservés pour tous les pays.

Copyright,

19 11,

by

C a lm a n n - L é v y .

La partition de M. C l a u d e D e b u s s y
est en vente chez
MM. D u r a n d et C le, 4, place de la Madeleine, Paris.

�A MAURICE BARRÈS
U n jo u r d'été, au pa ys des M a rses, en
m a terre d ’ A bru zzes, j ’ écoutais sous le portail
ta il d ’ une église un charm eur de serpents
jo u er son air m agique su r un os de cerf à
cin q trous q u ’ un ancêtre avait retrouvé,
p a rm i des cendres, des verroteries et des
orges, dans un de ces sauvages sépulcres q u i
sont les m illia ir e s de la route rom aine.
C 'éta it le dernier descendant d ’ une lig n ée sac erdotale q u i de siècle en siècle avait fo u rn i
sa
à la citerne du S a n ctu a ire les couleuvres
sa crées. S e u l il con naissa it le « mode »
que ses d ie u x lu i avaient transm is avec
la flûte et avec la vertu. A u son du charme,
la gent rep tile s'a g ita it dans le sac de cu ir
en

form e

d ’ outre,

ép a u le m arquée du

su sp en d u
sig n e

à la dure

tutélaire. E t,

dans le trem blem ent de la sp len deu r et de

�— II —
m on

ressouvenir,

je

découvrais

su r

la

m ontagne dangereuse com m e le prom on
toire de C ircé la citadelle ruinée des rois
d evin s ,%et j'en ten d a is le vent bruire dans
les

m êm es

herbes

que

les

m agiciennes

m arses avaient broyées p o u r les matrones
de R o m e ; et je sen ta is refluer du fo n d d ’ un
e x il in fin i, su r les oliviers et su r les ro­
c hers,
ro

la

m éla n colie

du

despote m acé

d onien q u i m ourut ca p tif dans la forte
resse ardue. E t il m e sem blait de rentrer
dans m a p a trie p rim itive, avec une âme
p lu s vaste que toutes m es pensées ; et les
notes grêles de la flûte funèbre m e sem ­
blaient

accom pagner ce chant

immortel

des m orts que tant de fo is vous avez écouté
à travers la p la in e m essine, ou dans le
so u ffle léger de la rivière lorraine, ou su r
la hau teu r de S a in te-O d ile entre la m u ­
r a ille d ru id iq u e et le castel latin.
u
m
O r le lin teau du po rta il, su r m a tête,
m ontrait l ’ em preinte de l'art roman du
L anguedoc.

Ses

rin cea u x entremêlés

de

figurines ra ppelaient les chapitea ux du
cloître de la D a lba de toulousaine. D e s can­
nelures étaient creusées com me celles des
socles chartrains ; des m oulures étaient
traitées com m e pa r le cisea u cistercien .

�L a pierre n o ircie évoquait confusém ent
les conquérants de la P o u ille , les m aîtres
d’ œuvre

venus

avec

les

chevaliers

de

C hypre, les colons fra n ça is de l’ Orient,
tout un tum ulte de p u issa n ces et de fata
lités adm irables.
J e retrouvai quelques couleurs de m a
rêverie, p lu s lard, sous les voûtes im pé
riales de Castel del M o n te ; p u is dans la
chapelle p a la tin e de M on rea le illum in ée,
non p a r l’ or des m osaïques, m a is p a r le
cœur du S a in t roi ; p u is encore devant le
tom beau de la reine Isa belle à Cosenza, où
une pen sée de l ’ î l e de F ra n ce habite le
front bombé de la Vierge que la gradine
d’ un ta illeu r d 'im a ges in stru it à S a in tD e n is tra va illa dans le tu f de Calabre. —
Vous con n a issez l ’ ém otion du bon ou­
v rier devant la qu a lité de la matière. P o u r
u
o
m oi, je ne voudrais d ’ autre éloge que la
parole de F ra n cesco F r a n cia dans l’ acte
de p a lp er la statue de J u le s I I : « Q u e s ta
è u n a b e lla m a te r ia . » On sa it que M ich e lA n g e se fâch a et répondit avec aigreur.
T ou tefo is, que n ’ a u r a it-il donné p o u r un
bloc de marbre grec couleur de fro m en t!
J e songe à m on délicat L a u ra n a , quand
il vint travailler dans votre L o rra in e et

�---- IV —
q u 'il s ’ en q u it du grain de votre pierre. J e
songe

à

ces

J u ste

qui

se francisèrent

com m e J ea n B olog n e s ’ ita lia n isa . I l m e
p la ît d ’ im agin er que le « pa steu r d ’ éter
n elle m ém oire » J o a ch im du B ella y , loin
des n ym p h es angevines, quand il renonça
au p a rler de F ra n ce p o u r louer la gorge
de la blanche R o m a in e, fu t tenté p a r la
m élodie de P étra rq ue m a is n ’ eut p a s assez
d ’ audace p o u r la m oduler. U n p lu s jo y e u x
voyageur, R a bela is,

dédaignant les la u ­

r iers ca p ito lin s, pourvu t de toutes sortes de
u
la
sa lades p a p a les les potagers de Geoffroi
d ’ E stissa c, les p lu s bea ux q u i fu ssen t en
P o ito u .
Q u ’ on m e pardonn e s i, p lu s aventu
reux, j ’ ai vou lu p o u r u n e fo is m e donner
le p la is ir m agn ifique de travailler avec m es
o u tils les p lu s a igu isés u n e belle m atière
d ’ outre-m onts.

D ir a i- je que j ’ a i travaillé sa n s aide?
M a M u s e nouvelle p a ra issa it avoir le vi­
sage ardent et m éla n coliq ue de V a len tin e
V isco n ti, duchesse de T o u ra in e, dans la
m in ia tu re
f

Jehan

de

Z’A p p a r ic io n

d e M eu n . E n

de

m a îtr e

com m ençant m on

�M ystère, j'a p e rçu s dans une lueur de pré­
résage la M ila n a is e su r son pa lefroi riche
p
m ent harnaché s ’ arrêter devant le Châtelet
p o u r voir la sa in te A llég o rie représentée
« p a r signes et sa ns paroles ». E n traitant
de m a m a in la p lu s légère les rondels des
offrandes,

je

me

ra p p ela i

que

Charles

* d ’ Orléans, le poète tout semblable à un
pêcher couvert de fleurs roses et de givre
crista llin , était né de cette Grâce lombarde.
E lle berçait a u ssi s u r ses tendres genoux
le fa m eu x bâtard q u i devait se nom m er
D u n o is p o u r la gloire, après avoir brillé
dans la lu m ière de la P u c e lle . A lo rs, entre
arc et flèche, je m e ra p p ela i a u ssi que
J e h a n n e à C om piègn e avait avec elle une
m in ce com pagnie d ’ archers italien s com ­
m a n d ée p a r Bartolom eo Baretta, quand
a u p rès du p o n t l’ archer p ica rd la tira à
bas de son cheval p a r la huque de velours
d ’ or. E t je d is un jo u r à la F il le m alade des
fièvres: « J e vous enverrai, m a fille brû­
lante, à Dom rem y, sous le hêtre nom m é le
B e a u M a y , vous baigner dans la fonta in e
des G roseillers où les fiévreux obtiennent
gu érison. » M a is elle répondait tou jou rs:
« J e n e veu x p a s être guérie. » E t alors
j ’ entendais la vo ix de

V a len tine, in fa tiga
ble

�gable à aim er, à so u ffrir et à se ressou
ven ir : « P lu s hau lt. »
J e vous avoue que, qu a nd l ’œ uvre fu t ' (j
achevée, je fis vœu d’ aller p èlerin à Char
tres p o u r rem irer les belles verrières et p o u r
déposer le m a n u scrit in con n u , non su r
l’ autel, à la grâce de D ie u , — com m e a u ­
trefois

les pauvres filles

chartraines en

u sa ien t avec leurs enfa nts m a lh eu reu x —
m a is à l’ angle m érid ion a l de l ’ église où est
scu lp té

« l ’ âne q u i jo u e de la vièle ».

R éconfort

du

p rin tem p s !

Je

n ’ avai s

ja m a is vu un ciel p lu s am ple n i p lu s in­
d ulgent su r une p lu s sile n cie u se fécon
in
d ité. L a toute verte B ea u ce trem blait de
douceur com m e un s e u l fil d ’ herbe;
aux

branches

et

des p om m iers fle u r is les

nu ag es p a ra issa ien t se retrousser com m e
de m olles tra în es a u x m a in s vives de fem~
m es prêtes à une estam pie ou à une rerev erdie.

« Bele, dont estes vos nee ? »
« De France sui la loee,
du plus haut parage.
Le rossignox est mon père... »
A lo r s , en découvrant les d eu x flèches de
p ierre q u i sem blent percer le cœur mêm e

�—

VII

—

de l 'E ternel, f eus la fo i du bon m aître
verrier q u i p o u r la so u d a in e beauté de son
œuvre transparente espère

le rayon

du

so leil de D ieu .

V o ic i donc le livre, sauvé et pardonné.
J e vous offre m es vers de F ra n ce parce
que j'a im e vos proses d ’ Ita lie, mon cher
M a u r ic e B a rrès. C e poèm e com posé dans
le p a y s de M o n ta ig n e et de la forte résine,
je vous le dédie parce que vous avez trouvé
vos cadences les p lu s m élodieuses à P is e ,
à S ien n e, à P a rm e, dans le sépulcre de
R avenne, dans les ja r d in s de Lom bardie.
M o n Sébastien —

que j ’ a i d essin é ayant

sous les y eu x cette plaquette d ’A n to n io
del P o lla iu o lo , où un svelte centaure do­
m in e du p o itr a il les archers à deu x p ied s
— m on Sébastien parle, quelque part, du
tendon de bête q u i s ’ a ju ste au fû t de son
arc doublé et q u i s ’y colle de façon à ne
fa ire qu ’ un avec lu i. J e p en se au nerf
a n im a l dont se double la sp iritu a lité de
votre art. J e p en se au ssi, devant certaines
de vos paroles, à ces d iv in es abeilles p rises
dans l’ am bre claire, q u ’ u n de m es h u m a n
istes
nistes sem ble avoir célébrées en l ’ honneur

�-----

V ili

—

de voire M u s e dans u n épigram m e votif.
A u c u n n e pourra, certes, com m e vous,
com prendre le sin g u lier p la is ir que m e
donnèrent m a hardiesse

et un

si

haut

danger. U n soir, a u x approches de S p arte,
en vue du Taygète et de l ’ E u ro ta s, un seu l
mot rayonna su r l'héroïsm e de votre esprit :
« le p lu s beau de V O ccident ». I l y a un
autre mot de la grande espèce latine, q u i
ne m e sem ble p a s m o in s beau, p u isq u e je
veu x le voir tou jou rs coloré de m on m e il
leur sang et du sang de m es p a irs : l ’ in
trépidité.
G

a b r ie l e

d

’A

n n u n z io

.

�ICI C O M M E N C E
LE MYSTERE
SAINT SEBASTIEN

�LE MESSAGER commence :
L e D ie u q u i fict le firm em ent
E t volsist n aistre purem ent
D e la noble V irge M a r ie
V e u illie garder la com pagnie.
A u N o m de D ie u om nipotent
E t des m artyrs ensem blem ent
E n trep ris auons le m istayre
D u p ie u x ch iu a llier debonayre
D e sa incte vie et bon m a in tien
Q u i fu st vray m artir sa n s le tayre
Cest M o n s ie u r S a in ct Sebastien
D u q u el p a r son tressaint m oyen
V erres jo u er en ceste place
D e sa vie tout lentretien
M o y en de Jesu sch rist la grâce.

S

L ’y s t o i r e d e m o n s e i g n e u r S a in c t
e b a s t i e n jouée par les habitants Lanle

villar Vannée courant
de may.

M. V. LXVII

au moys

�NVNCIVS.
D o u c e s g en s, u n p e u d e sile n ce !

S o y e z r e c u e illis e n p ré se n ce
d e D ie u , c o m m e d a n s la p riè re :
c a r v o u s c o n n a îtr e z , p a r m y s tè re ,
ic i la trè s s a in te so u ffr a n c e
d e ce M a r t y r a d o le s c e n t
q u i p u ise à ja m a is sa jo u v e n c e
d a n s l a fo n ta in e d e son sa n g .
P a r le s C lo u s, l ’É p o n g e e t la L a n c e ,
trè s h u m b le m e n t n o u s v o u s p rio n s.
B éni

so it-il,

qui

se

t a ir a

�4

LE MARTYRE

e t d e v a n t lu i r e g a r d e ra
« sa n s fa ir e n o y s e n e te n s o n s ».
E n te n d e z , d o u ces g en s, le s sons
q u i m e u v e n t d a n s v o s cœ u rs le rê v e ,
a v a n t q u e le v o ile se lè v e
su r ce ro u g e a m o u r in fin i.

A u n o m d e M o n seig n eu r D e n is,
a u n o m d e S a in te G e n e v iè v e ,
p a r q u i v o s p éch é s s o n t b a n n is,
( « D ie u P è r e e t F ilz e t S a in s E s p e ris
g a r t le s h a b ita n s d e P a r is ! »)
n o u s v o u s p rio n s trè s h u m b le m e n t
q u e v o u s v o u lie z , en é c o u ta n t,
v o u s s o u v e n ir d e ce M ira c le
o ù la p a tr o n n e se co u ra b le
d e la c ité , la c la ir e v ie rg e ,
v o it le d ém o n é te in d re u n cierge
d ’u n cô té , p e n d a n t q u e d e l ’ a u tr e
l ’ a n g e sa n s ta c h e le ra llu m e .
S eu le, e n tre la m è ch e q u i fu m e
e t celle q u i a rd , ju s q u ’à l ’ a u b e

�DE SAINT SEBASTIEN
l ’ â m e b la n c h it d a n s la prière.

L ’ a rtis a n d e ce s cin q ve rrières,
co n sacrée s à S é b a s tie n
p a r sa C o n frérie, se s o u v ie n t
de son d ém o n e t de so n a n g e.
Q u a n d il c o lo r a it la lo u a n g e
d u b el A r c h e r a v e c la flam m e,
p o u r le rem èd e d e son âm e,
co m m e u n m a îtr e v e rr ie r d e C h a rtres,
d e B o u rg e s, de R e im s o u d e T o u rs,
p a rfo is il v o y a i t to u r à to u r
l ’u n d e ses p u is s a n ts fo u r n e a u x ard re,
l ’ a u tr e fu m e r e t s ’ o b sc u rcir.
E t il p r ia it : « 0

A r t de F ra n ce ! »

s e n ta n t tre m b le r son esp é ra n ce
d a n s le sou ffle d e so n désir.
E t il r ê v a it : « S i j ’ a i le so rt
d u p è lerin d e C o m p o ste lle ,
si l ’ on m e p e n d o u m ’é ca rtè le ,
q u i so u tie n d ra

m on

p au vre

co rp s

de ses m a in s sa in te s p o u r le ren d re
sa in e t s a u f à m es co m p a g n o n s?

5

�6

LE MARTYRE

N e v a u t - il p a s seu l, p o u r la g râ ce ,
le T r è s - H a u t A m o u r q u i en g en d re
to u s les m ira c le s? »

O r le n o m
d e c e t o u v r ier p èlerin ,
d e ce F lo r e n tin en e x il,
q u i b é g a y e en la n g u e d ’o ïl
co m m e le b o n B r u n e t L a t in ,
e s t te lle m e n t d u r q u ’ on l ’en ch â sse
m a l d a n s la résille d e p lo m b
a u b a s d u v it r a il ro u g e e t b le u .
E s t- il p e u t-ê tr e , p la is e à D ie u ,
p lu s d o u x d a n s la la n g u e d u s i .

M ais l ’ a u tr e e s t C la u d e D e b u s s y ,
q u i so n n e fr a is c o m m e les fe u ille s
n e u v e s so u s l ’ a v e r se n o u v e lle
dans un

verg er

d ’ Ile -d e -F ra n c e ,

où d es a m a n d ie rs sa n s a m a n d es
illu m in e n t l ’h e rb e a le n to u r,
d a n s u n b o s q u e t d e S a in t-G e rm a in

&lt;=--

�DE SAINT SEBASTIEN

7

q u i se s o u v ie n t d e G a b rie lle ,
d u R o i fa u n e, e t d e le u r a m o u r :
« C h e r cœ u r, j e v o u s v o y r r é d e m a y n ... »
M ais l ’ a u tr e e s t c o m m e ces ch a n d e lle s '
q u i s ’a llu m e n t su r la v ie lle
d u jo n g le u r d e R o c a m a d o u r,
co m m e c e tte c o n tré e b é n ig n e
o ù B r ig it t e m èn e le s cy g n es,
G ille s t r a it la b ic h e sa u v a g e ,
e t la h a ie fle u rit a u p a ssa g e
d e S a in te U lp h e d e P ic a r d ie .
L a la rm e , à V e n d ô m e en châssée,
que

J é su s v e rs a

su r

L azare,

d e v ie n t in n o m b ra b le rosée
d o n t se p a re to u te p rairie.
D u h a u t ciel, to u r n a n t son v is a g e
d ’ E s p o ir v e r s T h o m a s in créd u le,
M arie lu i j e t t e sa cein tu re
q u i d e v ie n t u n e m élod ie.

O r c ’ est C la u d e q u i la recu eille
su r la flû te e n a ile d ’ oiseau,
su r la flû te d e se p t r o s e a u x

�8

LE MARTYRE

q u ’il r e co m p o s e e t r a ffe r m it
a v e c d u lin d ’ a u b e o u d ’ a m ic t ;
p u is a v e c d es la r m e s d e cie rg e
p ie u se m e n t il les en d u it.
T r è s d o u ces gen s, p a r lu i, p a r lui
v o u s e n te n d re z c h a n te r la V ie rg e ,
q u i est la co u le u r d e l ’ a u r o r e ! __ /
C o m m e Z a c h é e le p u b lic a in ,
il re g a rd e p a ss e r J é s u s
d e la cim e d ’u n sy c o m o re .
C o m m e d a n s le v it r a il d e T o u rs
S a in t M a r tia l, il v e r s e l ’ e a u
v i v e su r le s d o ig ts d u S a u v e u r .
C o m m e d a n s le v it r a il d ’A n g e r s ,
il

la isse

c o u le r

en

ru is s e a u

le sa n g p r é c ie u x su r le s fleu rs.
C o m m e S a in t S e rn in d e T o u lo u se ,
il a v u b rille r le J o u r d a in
so u s le s r a y o n s d e la c o lo m b e ;
e t d e la n e f d e S a in t B r e n d a n
il a v u se d resser la C r o ix
s u r d es île s d ’ a z u r sa n s n o m b re.
C o m m e M ad e le in e en P ro v e n c e ,

j
/

�DE SAINT SEBASTIEN
il m a n g e le m ie l e n iv ra n t
en s o u v e n ir d e la P a r o le .
C o m m e d a n s les iv o ire s fra n cs,
il m o n tre la T e r r e e t la M er
a s s is ta n t le D ie u q u i s ’ im m o le.

T r è s d o u ce s gen s, son s e t ch a n so n s
or e n te n d e z . N o u s v o u s p rion s
p a r S a in t D e n is e t l ’ O rifla m m e.
P u is re g a r d e z q u e d e ciel b leu ,
q u e d e sa n g ro u g e , a u n o m d e D ieu ,
p o u r le re m è d e d e v o t r e â m e !
AM EN.

9

�LES

CINQ

M AN SIO N S

I.

LA COUR DES LYS.

II.

LA CHAMBRE MAGIQUE.

III. LE

CONCILE

IV.

LE

LAURIER

V.

LE PARADIS.

DES FAU X

BLESSÉ.

DIEUX.

�LA P R E M I E R E M A N S I O N

LA COUR DES LYS

��LES PERSONNAGES.
LE SAINT.
LA M E R E D O U L O U R E U S E .
L E S F R E R E S J U M E A U X MA R C E T M A R
CELLIEN.
L E S CINQ V IE R G E S E P I O N E , FL A V IE,
JU N IE , TELESILLE, CHRYSILLE.
LES QUATRE COMPAGNES DE CES VIERGES.
LES N EU F COMPAGNONS DES JU M EAUX.
THEODOTE.
LE PREFET.
SON FIL S VITAL.
L’ A F F R A N C H I G U D D E N E .
L E S A R C H E R S D ’E M E S E .
L’A R C H E R A U X Y E U X VA IRONS.
LA F E M M E M U E T T E .
LA F E M M E A V E U G L E .

�LÈ GREFFIER.
LES APPA RITEURS, LES HÉRAUTS,
LES BOURREAUX.
LES SA CRIFIC A TEUR S, LES VICTIMAIRES
LES JO U EU R S DE FLUTE.
LES GENTILS, LES CHRETIENS, LES JU IFS
LES ESCLAVES.
LES SEPT SERAPHINS.

�\

aperçoit un portique
intérieur, p e in t d’é­
étranges peintures par
des Gentils, avec le
carmin, l’outremer et
l’or, entre les bêtes de
l’entablement bas et
les feuillages des cha­
piteaux lourds, qui se
mirent dans les dalles polies. Par les sept ar­
arcades du fond ouvertes sur des jardins bleus,
on aperçoit de grandes gerbes de lys, dont les
tiges semblent serrées en faisceau autour de la
plus haute comme autour de la hache les verges
des licteurs. Un autel de marbre, consacré
aux Idoles, se dresse dans l’enceinte, avec
ses têtes de boucs et ses guirlandes de fruits
sculptées, avec ses rainures rougies par l’écou­
lement du sang et du vin, avec les orges, les
aromates, les huiles apprêtés pour l’offrande.
Au centre, en forme de parallélogramme,
une couche épaisse de charbons et de tisons
couvre les dalles, semblable à ces rangées de
raisins ou de figues qu’on fait cuire au soleil
n

�16

LE MARTYRE

sur des nattes de roseau. Des appariteurs, tout
autour, avec des soufflets et des barres,
rallument et remuent de temps en temps la
braise qui pâlit.
Les deux frères jumeaux, Marc et Marcellien,
sont liés avec des cordes aux deux colonnes
de la même arcade, l’un en face de l’autre. Le
Préfet est assis dans son siège, sur une sorte
d’estrade carrée ; et près de lui se tient le
greffier, avec ses tablettes enduites de cire.
Devant lui sont les engins de torture, les
ongles de fer, le chevalet, le carcan, les ceps,
et les bourreaux. Accablé par la graisse, il
halette et sue, tandis que des esclaves accrou­
pis bercent ses pieds énormes, déformés par
la podagre. Parfois, d’un mouvement de colère
soudaine secouant sa somnolence, il frappe
avec sa verge d’ivoire leurs dos nus.
Sébastien, revêtu d’une armure légère,
appuyé sur son grand arc, regarde en silence
les jeunes martyrs. Les archers d’Emèse
se tiennent derrière lui, avec des pennes
d’aigle à leurs casques lisses et de longs
carquois couverts de peau de panthère contre
leurs reins cambrés.
Une tourbe de plus en plus nombreuse et
houleuse envahit le lieu de l’audience. Le
chant des jumeaux domine le sourd gron­
dement.
Attachés aux colonnes, face à face, pâles et
enivrés, ils renversent la tête pour chanter
vers le ciel.

�DE SAINT SEBASTIEN
CANTICVM

17

G EM INORVM .

F rè re , e t q u e se ra -t-il le m o n d e

Magister
Claudias
sonum
dedit.

a llé g é d e t o u t n o tre a m o u r?
D a n s m o n â m e t o n c œ u r e s t lo u rd
c o m m e la p ie rre d a n s la fro n d e.
5 J e le p è se ; a u d e là d e l ’ O m b re
j e le je t t e v e r s le G ra n d J o u r.
F rè re , q u e se ra -t-il le m on d e
a llé g é d e t o u t n o tre a m o u r ?
J ’é ta is p lu s d o u x q u e la co lo m b e,
10 t u es p lu s fa u v e q u e l ’a u to u r.
T o u jo u rs , ja m a is ! J a m a is , to u jo u r s !
F e r ne t ’e ffra ie, fe u n e m e d o m p te .
B e a u C h rist, q u e se ra it-il le m o n d e
a llé g é d e t o u t v o t r e a m o u r?

LES

G E N T IL S.

15 — A n d r o n iq u e , ils c h a n te n t le u r h y m n e !
—

Ils lo u e n t le u r ro i su p p licié I

— Ils r a ille n t t a fa ib le s s e !
— É to u ffe
le c h a n t d a n s le u r g o rg e !
— Us se jo u e n t
d e to i, so m n o len t.
— Ils m ép risen t
B

»

�18

LE MARTYRE

2n l ’é d it d u trè s s a in t E m p e re u r,
e t le u rs d e n ts ne so n t p a s b risé es !
—

Ils lo u e n t la

c h a ro g n e

a u g ib e t !

— M ais, s ’ils c h a n te n t, ils re co n n a isse n t
A p o llo n .
—

Q u ’ ils sa c rifie n t d o n c

25 a u D é lie n .
— É v e ille -to i,
J u le A n d r o n iq u e , é v e ille -to i !
—

Il d o r t d a n s sa c h a ire d ’iv o ire

la is s a n t

d o r lo te r

sa

p o d a g re

p a r ses e s c la v e s d é lica ts.
30 — S é b a s tie n , S é b a stie n ,
am i d ’A u g u s te , sois té m o in 1
— C ’ est lu i
—

q u i fa ib lit .

Us p e rsis te n t.

H n ’a p a s en co re v e rs é

u n e g o u t te d e le u r sa n g v il,

35,

ni m êm e rou ssi le u rs aisse lles !
— I l a im e les ly s e t les tru ffe s.
— M a is to u s ce s ly s n o u s em p o iso n n e n t.
O n su ffo q u e .
— Il m â c h e sa la n g u e .
— N o n , il n ’ en a p a s.
—

40 lo q u a c e , v r a im e n t : a u jo u r d ’h u i
il n ’ a p a s m a n g é d es c ig a le s
p o u r se d o n n e r d e l ’a p p é tit.

�DE SAINT SEBASTIEN

19

— N i d es tê te s d e p e rro q u e ts
n o n p lu s.
—

Il n ’ e s t p a s fo u d r o y a n t :

4 :. il g a r d e le s p ie rre s de fo u d re
p o u r en sa u p o u d re r les le n tille s ,
à la

m o d e d ’ E la g a b a le .

— P a r le s D io scu res, t u a im es
ces g é m e a u x q u i n ’o n t p a s d ’éto ile,

.

60 J u le A n d ro n iq u e .
— T u le s aim es,
t u les aim es.
— Tu
—

le s

m én a g es.

Il ne su ffit p a s q u ’on en fasse

d es co lo n n es c a r y a tid e s
p o u r les re g a rd e r.
—
os q u ’ils

p a ss e n t p a r

M a in te n a n t,
to u s

le s

su p p lice s

— O n n ’ a p a s s u iv i l ’ o rd re ju s te .
— A u c h e v a le t, d ’ a b o rd ; e t p u is
a u x flé a u x g a r n is d ’ o ssele ts ;
e t p u is a u c a r c a n e t a u x ceps,
no e t ju s q u ’ a u q u a tr iè m e tro u ...
— S é b a s tie n ,

S é b a stie n ,

a m i d ’A u g u s te , sois té m o in !
— Q u ’ils sa crifie n t ou b ie n q u ’ils m e u re n t.
Il

est

tem p s.
— C e s en trep ren eu rs

�20

LE MARTYRE

es d e je u x le s ré c la m e n t, a p rè s
la se n te n c e , p o u r les c o m b a ts .
— Q u ’on le n o te su r le s ta b le tte s .
— T u n ’ as p lu s to n s ty le , g re ffie r?
— G reffier, to i
70

aussi,

tu

so m m eille s.

— P ersée ! P ersée !
— E s t- il

c h ré tie n ?

— Il so n ge à ses a n c ê tr e s rois,
au

trio m p h e

d e P a u l- E m ile .

— Q u ’e s t-c e q u ’ on a tt e n d ? d es p r o d ig e s ?
Q u i v a v e n ir ?
— Q u ’ils sa crifien t
75 o u q u ’ils p é r iss e n t !
— On
— C ’e s t

C o rd u le

sa n g lo te .

l ’ a v e u g le ,

c ’e s t

la fe m m e d ’A t t a le , q u i p leu re .
— E lle

b eu g le ,

A lc é

la

m u e tte ,

A lc é , la fe m m e d e V e n u s te

8o le d ép en sier, v
— E lle s so n t fo lles.
— J e v o u s d is q u e to u s c e s e s c la v e s
c a c h e n t d es r o u le a u x d a n s le s p lis
d e le u rs saies.
— Q u e lq u ’u n v a v e n ir ?
L e so ir a p p ro ch e , le so ir to m b e .

85 — N e d e v a ie n t-ils d o n c p a s m a rch e r,
p ie d s n u s, su r la b r a is e ? 11 e s t tem p s.

�DE SAINT SEBASTIEN

21

— O n te m p o rise . O n c o n tr e v ie n t
à l ’é d it im p é ria l.
— H o n te !
— L e trè s sa in t E m p e r e u r t ’ o rd o n n e
90 d ’ê tre sa n s m erci, A n d ro n iq u e .
— Il e s t tem p s.
— L e s ch a rb o n s s’ é te ig n e n t.
— S o u fflez I S o u fflez 1

LES H E R A U T S
— S ilen ce !
—

S ile n c e !
—

S ilen ce I

LE P R E F E T .
J e v a i s s é v ir . A p p a r ite u r s ,
95

resse rrez le u rs lien s

!

Je veux

q u e l ’ un a p rès l ’a u tr e o n les h au sse,
q u ’on les su sp en d e a u x d e u x co lo n n es,
q u e le u rs p ied s jo in ts n ’ a ie n t p lu s d ’ a p p u i.

UNE

V O IX .

L e u r s p ie d s s o n t jo in ts c o m m e les p ied s
îoo d es A n g e s .

LES

G E N T IL S.
— Q u elle e s t c e tte v o ix ?

— Q u i a p a rlé ?

�22

LE MARTYRE
— Q u i a crié ?

— Il y a d es ch ré tie n s ici.
— Q u ’ on ch e rch e !

LES

H E R A U T S.
S ile n c e !

LE

PREFET.
B o u rrea u x ,

a p p r ê te z les o n g les d e fe r
p o u r le u r la b o u r e r la p o itr in e ;
a p p o rte z des c ise a u x , co u p e z
le u rs ch e v e lu re s, p u is ra sez
la p e a u d e leu rs crân es, p o sez
su r elle d es c h a rb o n s a rd en ts...
N o n . A t te n d e z . U s so n t t o u t p â le s.
E t j ’ a i p itié d e le u r jeu n esse.
J e v e u x d issip er le u r d ém en ce.
Us v o n t fléch ir.

LES

G E N T IL S.

— Il a p itié ! Il a p itié !
— E t ju s q u ’à q u a n d , ô A n d ro n iq u e ,
a u r a s -tu p itié ? ju s q u ’à q u a n d ?
— E s -tu G a lilé e n ?
—
d o n c a u G u érisseu r q u ’il g u é risse
t a p o d a g re n o u eu se !

D em

�DE SAINT SEBASTIEN

23

— V ite ,
120 v it e ! In te rro g e !
— L e so ir v ie n t.
—

Il re ta rd e p o u r in te rro m p re

le ju g e m e n t.
— Q u ’on le d én o n ce
à C ésa r !
— Q u ’ on l ’a ccu se

a u p rè s

d u M a îtr e !
—

E t il m â c h e sa la n g u e !

125 — S é b a stie n , S é b a s tie n ,
a m i d ’A u g u s te , so is té m o in !
— O n v e u t élu d er.
—

Q u ’ils fléch isse n t

d on c, o u q u ’ils b r û le n t !
— U n se u l m o t :
S a crifie !

LES H E R A U T S.
—

S ilen ce !

LE P R E F E T ,
130

— S ile n c e !

J e u n e h o m m e, ce lu i d e v o u s d e u x
q u i est m o in s fo rcen é, je u n e h o m m e,
v e u x - t u o b é ir a u x p ré c e p te s
d iv in s ? E s - t u p r ê t à o ffrir
u n e v ic tim e e t à m a n g e r

�24

LE MARTYRE

135 la v ia n d e im m o lé e , à b o ire
le v i n d es lib a tio n s , c o m m e
l ’o rd o n n e le M a ître im m o r te l?
R é p o n d s au ju g e .

MARC.
N o n , ju g e . P a r le D ie u v iv a n t ,
140 non, je n e v e u x p a s o b éir.
J e n ’ o ffrira i p a s d e v ic tim e ,
n i n e m a n g e ra i d e v ia n d e ,
n i n e b o ira i d e v in m a u d it.
M a is je p r ie d e to u te m o n âm e,
145 a fin q u e p a r t o u t e m a ch a ir
la c éré e,

m u tilé e ,

b ro y é e ,

d is so u te d a n s la g u e u le ro u g e
e t d e la b ê te e t d e la fla m m e,
j e d e v ie n n e u n seu l sa crifice
150

a u D ie u v i v a n t .

LE

PREFET.

T u d élires. M a is ré p o n d s-tu
e n to n n o m ? a u n o m d e to n frè re ?
V o u s ê te s d e u x .

MARC.
N o u s so m m es u n . T u v o is . N o u s so m m es
155 u n v is a g e , u n r e g a rd , u n c h a n t,

�DE SAINT SEBASTIEN
u n a m o u r. N o u s so m m es u n cœ u r
tre m p é s e p t fo is.

LE P R E F E T .
S a crifie. P e n s e

t a jeu n esse,

à te s lo n g s jo u rs.

MARC.
J e p en se à m o n é te rn ité .
C a r j e su is en fa c e d u ciel
co m m e d e v a n t la m er v e rn a le
a u le v e r d es P lé ia d e s b elles.
E t le g o u v e r n a il d ’esp éran ce
e s t d a n s m o n p o in g .

LE P R E F E T .
C ’est t a fiè v re ch a u d e q u i c h a n te .
S a crifie , sa crifie, je u n e h o m m e,
si t u v e u x v iv r e .

MARC.
J e n e v e u x q u e m o u rir en D ieu .
J e ch e rc h e C elu i q u i p o u r n o u s
e s t m o r t e t j e ch erch e C elu i
q u i p o u r n o u s e s t ressu scité.
J e h a is t a v ia n d e e t to n v in .
J e m a n g e ra i le p a in d e D ie u

25

�26

LE MARTYRE

175 q u i e s t la c h a ir d e J é s u s roi
n é d e la r a c e d e D a v id .
J ’a u r a i p o u r b r e u v a g e so n sa n g,
qui

est

l ’am our

in c o r ru p tib le .

J e n ’ a i q u e c e tte fa im , je n ’a i
180 q u e c e t t e so if.

LE

PREFET.

E h b ien , j e t e fe r a i m o u rir.
M a is n ’esp ère p a s q u e j e t ’ a im e
a ssez p o u r t ’e n le v e r la v ie
d ’u n se u l co u p , fils d e T h é o d o te .
185 N ’a tte n d s p a s la m o r t p a r le g la iv e ,
la b o n n e m o rt.

MARC.
L a p ir e se ra la m eilleu re,
p o u r p la ir e à D ie u .

LE

PREFET.

F o l, t u t ’im a g in e s sa n s d o u te
190 q u e d es fe m m e le tte s v ie n d r o n t,
la n u it, ch e rc h e r to n co rp s e x sa n g u e ,
l ’e m b a u m e r d a n s les b a u m e s rares,
l ’e n v e lo p p e r d a n s le s lin s p u rs
e t le c é lé b re r d a n s le s h y m n e s,
195 J e t e d é tr u ir a i p a r la fla m m e
o u p a r la b ê te .

�DE SAINT SEBASTIEN

27

MARC.
S i je su is le fro m e n t d e D ieu ,
ô v ie illa r d , il fa u t q u e j e sois
m o u lu p a r la d e n t d e la b ê te
200 p o u r d e v e n ir p a in étern el.
E t si je su is le té m o ig n a g e
d e la P a r o le n e u v e , il fa u t
qu e la p u r e té d e la fla m m e
m e réd u ise e n ce n d re in n o m b ra b le
205

p o u r ê tre é p a rs

à

to u s les v e n ts

q u i p o r te n t le s b o n n es sem en ces
aux

d ro its sillon s.

Ici le jeune fils du préfet, Vital, s'approche
de la colonne.
V IT A L .
O m o n ég a l, é co u te -m o i.
T u es im b erb e, te s c h e v e u x
210 s o n t b o u clé s, te s m u scle s so n t fiers.
A la lu t t e , d a n s la p a le stre ,
t u m ’ as v a in c u .

MARC.
T u es le fils d e l ’é g o rg eu r.
T ’a i-je r e n v e rsé d a n s l ’a rè n e ?
215 M ais j e su is l ’a th lè te d u C h rist. J

�28

LE MARTYRE

C ’e s t m a in te n a n t q u e je c o m b a ts
le b o n c o m b a t.

V IT A L.
É c o u te . Il e s t d o u x d ’ ê tre né.
Il e s t d o u x d e v o ir la lu m ière,
220 d ’ a tte n d r e le s so leils n o u v e a u x .
O n v a t e c r e v e r le s d e u x y e u x ,
te s y e u x si g ra n d s.

MARC.
M o n â m e e n a m ille , se m b la b le
à l ’a ile o cellée d u C h eru b ,

225 pour regarder sans battements
la forge de tous les soleils.
T u es a v e u g le .

V IT A L .
T u c h a n ta is d ’u n e v o i x son ore.
O n v a t e b r o y e r les m âch o ires,

230 faire de ta bouche une vaste
plaie taciturne.

MARC.
1 M a v o i x c h a n te r a to u te nue,
a u x so m m e ts le s p lu s b leu s d u ciel,
a v a n t l ’ a u ro re , a v a n t le cri
235 d e

l ’ a lo u e tte .

�DE SAINT SEBASTIEN
V IT A L.
R e g a r d e t o n frère. Il e s t p â le .
Il c r a in t la so u ffra n ce e t la m o rt.
Il v a p leu re r.

MARC.
Il e s t p â le co m m e l ’ a tte n te .
240

II n e c r a in t q u e le v a in d éla i.
Il v a so u rire.

V ITA L.
V o u s n ’ a v e z d o n c p a s d e sœ u r d o u ce
q u i tisse a v e c d es fils d e p o u rp re
vos

v ê te m e n ts ?

MARC.
245

N o n , n o u s n ’ a v o n s p a s d e sœ u r d o u ce
q u i tisse a v e c d es fils d e p o u rp re
n o s v ê te m e n ts .

V ITA L.
V o u s n ’ a v e z p a s d e p è re tris te
q u i c h a n ce lle so u s les d o u leu rs

250 e t les an n ées ?

29

�30

LE MARTYRE

MARC.
N o u s n ’a v o n s p a s d e p ère. S e u ls
n o u s so m m es, seu ls, t o u t se u ls a v e c
u n seul a m o u r.

V IT A L.
E t ce lle q u i, p o u r c h a q u e g o u tte

255 d e la it q u ’elle v o u s d o n n a , v e rs e
tro is la rm e s lo u r d e s ?

MARC.
N o u s n ’ a v o n s p a s de m ère. S eu ls
n o u s so m m es, seu ls, t o u t seu ls a v e c
u n seul a m o u r.

V IT A L.
260

E t q u i so n t d o n c c e u x q u i, la tê te
v o ilé e , p le u ra ie n t p o u r v o u s , h ier,
ô m es é g a u x ?

MARC.
N o u s n e les co n n aisso n s p o in t. M ais
s ’ils o n t p leu ré, s ’ils p le u re n t, D ie u

2«5 s ’en so u v ie n d ra .

Ici on voit couler le sang de la main gauche
de Sébastien qui, appuyé sur son arc, dans
une sorte de ravissement, regarde le jeune
martyr.

�D E SA IN T S E B A S T IE N

31

------------------------------------------ —

L’A F F R A N C H I

GUDDENE.

S eig n eu r, se ig n e u r, t u p erd s d u sa n g
E n te n d s -m o i. D e t a m a in to n sa n g
d é g o u tte le lo n g d e to n arc,
e t tu n ’en a s cu re. E n te n d s-m o i,

270 m aître! T u saignes.

, UNE

V O IX .

A rc h e r, je v o is u n e lu e u r
a u to u r d e to n ca sq u e. D é jà
t u t'illu m in e s !

GUDDENE.
L a co rn e d e la co ch e p erce
275 la p a u m e d e t a m a in . Si fo rt
tu t ’ a p p u y a is , se ig n e u r ! C o m m e n t
ne se n ta is -tu p a s la b lessu re ?
Q u el est to n so n ge?

LA v o i x .
Q u e D ie u p e rp é tu e to n céleste
280 r a v isse m e n t !

LES A R C H E R S

D’EM ESE.

— S eig n eu r, t u t ’ es b le ss é ! T u so u ffr e s ?
— T o n a rc t ’ a p ercé, to n a rc m êm e !
— F e m m e s, fem m es, d o n n ez d es lin s
p o u r é ta n c h e r le sa n g qui co u le.

�32
285 —

LE MARTYRE
L a fle u r d e t a v e in e e s t p lu s b e lle

q u e l ’ a n é m o n e d ’A d o n is.
— D onnez

le

d íc ta m e

id é e n !

— S u r le fû t d e to n a rc le s g o u tte s
b r ille n t co m m e d es e s ca rb o u cle s.
200

— F e m m e s , n ’ a v e z -v o u s p a s d e b a u m e ?
—

Il a d a n s le c r e u x d e sa m a in

les a n ém o n es d u L ib a n
e t le s la r m e s d e la déesse.
— F e m m e s , d o n n e z d es lin s ! P a r m i

205 v o u s , n ’y a -t-il p a s u n e e s c la v e
de S y r ie ? p a s u n e C r e to is e ?
— Q u i t ’ a p p o rte r a le d ic ta m e ?
— T u es p lu s fo rt q u e la d o u leu r.
— N o u s t ’a im o n s, S e ig n e u r, n o u s t ’ aim o n s.
3oo — C h e f à la b e lle ch e v e lu re ,
te s

a rc h e rs

t ’ a im e n t.
— T e s a rch e rs

t ’ a im e n t.
— T u es b e a u .
—
com m e

LE

Tu

es

A d o n is .

SA IN T .

A rc h e rs, la is se z co u le r m o n sa n g .
305

II fa u t q u ’il co u le. P a s d e lin ,

beau

�DE SAINT SEBASTIEN

33

fem m es, p a s d e b a u m e . L a is s e z
co u le r m o n san g.

Ici une femme, la tête voilée par le pan de
son manteau, s’approche. D’un geste rapide,
elle trempe un morceau de lin dans le sang
de Sébastien ; et elle s’efface, en silence.
LES G EN T IL S.
— O n n e resp ire p lu s, ici !
— O n é to u ffe ! O n é to u ffe !
— O ù so n t
310 les m a g ic ie n s q u i o p èren t
ces p re stig e s?
— O n re n o u v e lle
les so rtilè g e s d u S o rcier
a u x T r o is C lou s.
—
q u e to u s, ici, l ’u n a p rès l ’a u tre ,

315 p a ss e n t d e v a n t l ’ a u te l et je t t e n t
l ’e n cen s a u feu d es sacrifices.
— Il y a d es ch ré tie n s p a rto u t,
ici. T u p o u rr a s le s co m p te r.
— O n é to u ffe ! O n ’ é to u ffe co m m e
320 d a n s

l ’é tu v e .
— G reffier, la cire

d e te s ta b le t t e s fo n d , e t t o u t
s’efface.

A n d ro n iq u e , o rd o n n e

�34

LE MARTYRE
— Et

ce tte

odeur

de

ly s !

E t c e tte o d e u r d e ly s !
— B r is e z
d o n c le s tig e s ! F a u c h e z le s g e rb e s !
325 — S é b a s tie n ,

S é b a s tie n ,

a m i d ’A u g u s te , t u es seul
à v e r s e r d u sa n g .
—

L a su eu

co u le, la cire fo n d ; e t to u t
s ’efface.
—

O n su ffo q u e , on h a le tte

330 d a n s u n e v a p e u r fa u v e .
— C rie
p lu s fo r t !
—
va

é c la te r co m m e

L a fo lie d u S o ls tic e
un

o ra g e.

—- A r c h e r s, arch e rs, b a n d e z v o s a rc s
e t fa ite s u n ca rn a g e .
— L ’œ il
335 d es e s c la v e s e s t c h a u d

d e m e u rtre .

— E t c e t t e o d e u r d e ly s !
— F auch ez
le s g e rb e s !

Ici on entend venir, du fond des portiques,
les appels de la mère infortunée.
— L a m è re ! L a m è re I
— C ’e s t elle !

�DE SAINT SEBASTIEN

35

— E lle v ie n t.
— E lle a cco u rt.
— É c a r te z -v o u s !

LA M ER E

D O U L O U R E U SE .

340 M es fils ! M es fils ! M es fils ch éris !

Elle s’élance. Elle s’abat contre les colonnes.
Anxieuse, elle palpe les corps des captifs
pour reconnaître qu’ils sont encore sains.
E n fa n ts , e n fa n ts d e m es en tra ille s,
v o u s êtes sain s, v o u s ête s sa u fs
e n co re ! Il n ’y a p a s d e sa n g
su r v o u s . J ’e n te n d s le b a tte m e n t
345 d e v o s cœ u rs. O n n ’a p a s en co re
m e u rtri v o s ch a irs, b risé v o s os.
Q u e je v o u s to u ch e , q u e je sen te
la v ie d e m a v ie ! M ais j e n ’ai
q u e d e u x m a in s fa ib le s ; e t v o u s êtes
350 l ’u n d e l ’a u tr e d is ta n ts . J e n ’ai
q u e d e u x p a u v r e s b ra s, q u i ne p e u v e n t
p a s v o u s r a v o ir d an s u n e m êm e
étre in te ,

ô vous

qui a vez bu

a u m êm e sein. E t m o n a m o u r
355 se d éch ire e n tre v o s d e u x pein es,
ô m es g é m e a u x !

�36

LE MARTYRE

MARC.
N e m e to u c h e p a s ain si, fe m m e .
N e p a rle p a s. N e p le u re p a s.
D é to u r n e te s y e u x . L a is se -m o i

360 im m o ler, p e n d a n t q u e l ’ a u te l
e s t p r ê t. L a is se -m o i r e c e v o ir
la v r a ie v ie . N e v ie n s p a s co rro m p re
m a v o lo n té d ’ê tre à D ie u . F e m m e ,
d é ta c h e te s m a in s d e m o n co rp s.

365 J e

veux

LA
0

re n a ître .

M ER E

D O U L O U R E U SE .

cru el ! E t c ’e s t to i, c ’e s t to i !

O n p e u t e n te n d re ces p a ro le s
sa n s e x p ir e r . Q u i co m b le ra
la m esu re d e la d o u le u r ?
370 e t qui com blera la mesure

d es la r m e s?

O u i,

o ui,

m o n e n fa n t,

m es m a in s o n t se n ti q u e le s co rd e s
s ’ e n fo n c e n t d a n s t a c h a ir. J e su is
lié e co m m e to i. J ’ a i p a r to u t
375 d e s sillo n s liv id e s , d es v e in e s
é tra n g lé e s . T a so u ffra n ce e s t m ien n e,
en m o i, c o m m e si t u é ta is
e n co re a v e c to n frè re u n n œ u d
p a lp it a n t d a n s la p ro fo n d e u r

38o d e m o n esp o ir. J e su is t a m ère,

�DE SAINT SEBASTIEN

37

t a m ère. J e te p o rte en core.
O ui, je su is à n o u v e a u ch a rg é e
d e v o s p o id s. J e tre ssa ille en co re
d e v o s su rsa u ts.

MARC.
385 0 C h rist, je so u ffre p o u r to n n o m !
M ais t u l ’as d it : « S i q u e lq u ’u n v ie n t
à m o i e t n e h a it p a s son père,
sa m ère, ses frères, ses soeurs,
p lu s en core, sa p ro p re v ie ,
390 il n e p e u t ê tre m o n d iscip le. »
S e ig n e u r C h rist, j e su is to n d iscip le.
J e su is to n h o stie. J e su is p r ê t.
E x a u c e -m o i !

LA M ER E

D O U L O U R E U SE .

Il l ’ a d it ! C e D ie u , q u i v o u s fra p p e
395 d e d ém en ce , v o u s a d on n é
c e c o m m a n d e m e n t ! A h , je sais.
Il a p ris su r lu i to u s le s crim es
e t to u te s les in firm ité s
d u m o n d e . Il e s t a ffre u x . Il b o it
400 le s a n g d es e n fa n t s e t des v ie r g e s .
I l a saisi les se p t e n fa n ts
d e S y m p h o ro se , les s e p t a u tre s

�38
d e F é lic ité ,

LE MARTYRE
p u is le s se p t

v ie r g e s d ’A n c y r e ...

MARC.
405 T a is - to i ! T u b la sp h è m e s. L a m ère
c r ia it : « M es e n fa n ts, re g a r d e z
en h a u t, c o m b a tte z p o u r v o s âm es.
L a m o r t e s t v ie .

LA M ER E

»

D O U L O U R E U SE .

A h , ce n ’ e s t p a s v r a i ! O n v o u s tro m p e ,
410 o n v o u s a ffo le, on v o u s a b r e u v e
d e je n e sais q u el n o ir b r e u v a g e .
Il y a d es T h e s sa lie n n e s
q u i m ê le n t d es p h iltr e s a tro c e s
à l ’écu m e d e la c a v a le ,
415 p o u r la fu r e u r in g u é rissa b le .
D e q u e lle s h e rb e s so u te rra in e s,
d e q u els fr u its lu g u b re s, d e q u elle s
ra c in e s a rra c h é e s a u fo n d
'

d es p a lu d e s m o rn e s o ù cro isse n t

420 les p a v o t s d u so m m eil sa n s y e u x ,
e t d e q u els p o iso n s, e t d e q u elle s
la rm e s, e t d e q u elle s sa n ies
se b r o ie le p h iltr e q u i v o u s d on n e
c e t t e iv r e s se d e la d o u leu r,
425 c e t t e r a g e d e la to r tu r e ,

�DE SAINT SEBASTIEN

39

c e t t e frén ésie d e la m o rt ?
Q u i v o u s a te n d u le c a lic e
d a n s le s té n è b re s ?

M A R C E L L IE N .
M o n frère, m o n frère, je tre m b le.

430 H é la s ! J ’ a i p eu r.

LA M ER E

D O U L O U R E U SE .

J e v o u s ép ia is d a n s m a ch a ir,
d e t o u t e m a fo rce a tte n tiv e ,
co m m e m o n p ro d ig e in ce rta in .
P a r fo is le s v ie u x L a r e s so u riren t
435 d e m o n o m b re, so u s le u rs g u irla n d e s
n e u v e s, e n s o n g e a n t à la g ou sse
q u i c a c h e le fr u it g ém in é.
P o u r v o u s fa ir e b e a u x , je m ira is
d an s le te m p le e t sous le p o rtiq u e
440 les im a g es b elles d es d ie u x .
Q u a n d je se n tis le d o u b le c œ u r
b a t tr e d an s m o n â m e , j e v is
les

fe u x

b la n c s

d es

G ém eaux

céleste s

é cla ire r m o n â m e e t la n u it.
445 Ils b r illa ie n t au b o u t d e m es so n ges
co m m e su r les m â ts d es n a v ire s ,
q u a n d p o u r v o s b o u c h e s tr o p a v id e s,

�40

LE MARTYRE

e n fa n ts, le so m m eil re g o n fla it
m es sein s ta ris.

M A R C E L L IE N .
450 M o n frère, m o n frère, j e tre m b le .
M o n c œ u r se fo n d .

MARC.
0 C h rist, je te lo u e. S a u v e -m o i !
G a rd e m o n â m e , C h rist S e ig n e u r,
q u e je n e sois p a s co n fo n d u !
455 E x a u c e -m o i !

LA M ER E
0

D O U LO U R EU SE.

M arcellie n , tu es d o u x .

T u é ta is la s œ u r d e te s sœ u rs.
L a d éesse b e rce u se o rn a it
to n b e rc e a u d e fra îc h e a u b é p in e ,
460 p o u r élo ig n e r les r ê v e s so m b res.
P o u r su sp en d re t a

b u lle d ’ or

à la p o itr in e d es v ie u x L a r e s ,
t e sou v ie n t-il ? t u d é ro b a s
la b a n d e le tte v ir g in a le

465 q u i r a t t a c h a it le lin d o cile
à la

q u e n o u ille d e

C h ry s ille .

N o u s v îm e s d errière la p o rte
r ir e le s m a rm o u s e ts esp iègles

�DE SAINT SEBASTIEN

41

d a n s le u rs n ich es b leu es. T o u t à cou p
470

t u ro u g issa is co m m e l ’ o u rle t
d e t a to g e p r é te x te . P e n se :
t u v ie n s

à

p e in e d e q u itte r

t a d é p o u ille c a n d id e 1 Ils fla ire n t,
te s ch ien s ta c h e té s , ils t e ch e rc h e n t
475 d a n s les co in s d e t a c h a m b re p e in te ,
e t g ém isse n t. Us m ’in te r ro g e n t
d e le u rs p ru n elle s p â le s co m m e
la fu m ée. D a n s la m a iso n tris te ,
o n n ’ a p lu s to u rn é les clep syd res.
480 L a p o u ssière to m b e . 0

e n fa n t,

tu rev ie n d ra s.

M A R C E LL IE N .
M ère, m ère d ou ce, a ie p itié !
C ’e s t D ie u q u e je p erd s, si je p erd s
ce c o m b a t. J e v e u x ê tre à D ieu .

485 J e v e u x m o u rir.

Ici paraît Théodote, porté par ses serfs,
la toge ramenée sur son visage, sans mot dire.
LA M ER E

D O U L O U R E U SE .

H o n te su r n o u s ! H o n te su r n o u s !
R e g a r d e ce v ie illa r d in firm e
q u i se tr a în e a u x b r a s des e scla v e s,
la t ê t e vo ilé e . C ’e s t to i, to i

�42

LE M ARTYRE
______________ y

490 q u i le c ou rb e s, to i q u i l ’écrases.
R e g a r d e -le : c a r ja m a is

p lu s

il n ’ o sera le v e r so n fr o n t
p o u r re g a rd e r h o m m e v iv a n t.
T u l ’ a s p lo y é v e r s le sép u lcre.
495

E t il a u r a ses fu n éra illes,
son linceul* ses b a u m e s, sa to m b e ;
il a u ra son rep o s, là où
m ê m e le je u d es v e n t s e s t m o r t
a u to u r d es m o rts sa n s n o m n i n o m b re.

5 oo M a is v o u s , m a is v o u s , sa n s sé p u ltu re ,
la r v e s n o ire s e t to u rm e n té e s ,
v o u s erre rez su r le r iv a g e
d u fle u v e n o ir, d a n s l ’étern e lle
n u it, à ja m a is ...

M A R C E L L IE N .
505

F rè re , j e cra in s. M on âm e, fu it.
T u es m u e t. D ie u m ’a b a n d o n n e .
E t la te r re u r la p lu s lo in ta in e
r e v ie n t à m oi. J e n e v o is p lu s
t a fa ce , ô C h rist !

LA
510

M ER E

D O U L O U R E U SE .

M es fils, m es fils, v o ilà v o s sœ u rs,
v o s c in q sœ u rs ch éries, les c in q
d e la m a in q u i p o rte la ro se ;

d o ig ts

�DE SAINT SEBASTIEN

43

e t les co m p a g n e s d e leu rs je u x ;
e t v o s é g a u x ; e t les o ffra n d es
p o u r les d ie u x sa in ts : le v in , le la it,
l ’h u ile, le m iel, le s fr u its , les orges,
le s a ro m a te s , les g u irla n d e s ;
e t le b é lie r t o u t b la n c , sa n s t a c h e ;
e t la c h è v re b la n ch e , sa n s ta c h e ;
e t a u ssi des fio les p lein es,
des fio les co m m e d es d o ig ts,
p le in e s d u sel d iv in d es larm es,
tiè d e s d e la rm es.

Les cinq sœurs paraissent suivies de quelques
compagnes, en un chœur de neuf voix. Elles
sont si jeunes que la dernière est presque une
enfant. Légères et vives comme des oiseaux,
pleines de grâces suppliantes et d’étonnements
ingénus, elles apportent dans leurs mains et dans
leurs yeux toutes les images de la vie belle.
Un autre chœur de neuf jeunes hommes
survient, traînant des hosties vivantes : un
bouc aux cornes dorées, une chèvre ceinte
d’une branche de peuplier.
Les deux chœurs novénaires s’approchent
en chantant, et entourent les deux colonnes
où les pieds des captifs sont joints comme les
pieds des Anges.

�44

LE MARTYRE

CH O RVS V IR G IN V M .
LA

PREM IERE.

Magister

P a r le s b a n d e le tte s

C lau dius
sonun
dedit.

525 q u i se rre n t n o s seins,
p a r l ’or q u i n o u s ce in t,
les lin s q u i n o u s v ê te n t,
gém eaux,
l ’o ffra n d e

530 p a r

les

gém eaux,
aux

fa ite s

d ie u x

saint»,

b a n d e le tte s

q u i se rre n t n o s se in s !
V o ic i l ’h u ile p rê te ,
le la it e t le v in ;
e t le jo n c m a rin
535 p o u r c e in d r e v o s t ê t e s ;
e t le s b a n d e le tte s .

LA
A

SECONDE.
to i, P ro se rp in e ,

le fu s e a u b ie n to rs,
la la m p e à re b o rd
540 q u i tro is fo is c ré p ite ,
le fil q u ’on d é v id e
en

son gean t

aux

la p o u p é e d e cire
q u e j e b e rc e en co r,

so rts,

�DE SAINT SEBASTIEN
545 la c la ir e c le p sy d re ,
la n a v e tt e d ’or,
t o u t c e q u e j ’ a i ! F o rs
m o n h e u r, m o n d é lice :
m a p e r d r ix n o v ic e .

LA T R O IS IE M E .
550

F o r s m a sa u te re lle
q u i v i t , sa n s re g re t
d es am p les g u é re ts,
d a n s sa c la ie si grêle,
t o u t c e q u e j ’ a i, b elle

555 R e in e

qui

so u m ets

n o s â m e s si frêles,
j e t e le p ro m e ts :
le m iro ir, les p eig n es
d ’or, les o sselets
560 d ’a rg e n t, le fd e t,
le b a n d e a u , l ’o m b relle.
F ors

ma

sa u te re lle .

LA Q U A T R IE M E .
P a r le s tê te s n o ires
des g ra n d s p a v o t s ro ses
q u e le F le u v e a rro se
d ’u n e e a u sa n s m ém o ire,

45

�46

LE MARTYRE

n e la is se p a s b o ire
ces lè v r e s éclo ses
d ’e n fa n ts

doux

q u ’é g a re

570 la d o u le u r sa n s ca u se ,
ô F le u r d u T a r t a r e ,
V ie r g e

qui exauces

le s v ie r g e s m oro ses,

(

par les têtes noires
575 des grands pavots roses !

LA C I N Q U I E M E .
E t p a r la g re n a d e
e t p a r les n e u f g ra in s
to m b é s d e l ’écrin
su r le n o ir r iv a g e ,

580 d é to u rn e ces âm es
du

P o r t a il

d ’a ira in ,

e t p a r la g re n a d e
e t p a r les n e u f g ra in s ,
É p o u s e tro p p â le

585 d u R o i so u te rra in ,
ô to i q u i é tre in s
d a n s t a m a in tro p p â le
la so m b re g re n a d e !

�DE SAINT SEBASTIEN
LA S IX IE M E .

V

V o ic i p o u r l ’ o fferte

59o la g râ c e d u m ois :
l ’ a m a n d e e t l a n o ix
à l ’ é ca le v e r te ,
la fig u e e n tr ’o u v e r te
e t le cô n e é tr o it.

595 V o ic i

pour

l ’o fferte

la g râ c e d u m ois.
J ’a i, dès l ’a u b e , e x p e r te
du

47

su c e t d u

p o id s,

c u e illi d e m es d o ig ts
600 fra is, en n y m p h e a le rte ,
n e u f fr u its p o u r l ’o fferte.

LA S E P T I E M E .
V o ic i d es g â te a u x
a u m iel d e l ’ H y m e tte ,
su r u n e t a b le tte
605 en b o is de b o u le a u .
J ’a i fa it le g ru a u
d ’u n e m a in b ie n n e tte .
V o ic i les g â te a u x
a u m iel d e l ’H y m e tte .

�48

LE MARTYRE

610 J ’a i p o u r le fo u rn e a u
q u it t é la

n a v e tt e .

E t su r m a t a b le t t e
b ie n

lisse,

to u t

ch a u d s,

v o ic i m es g â t e a u x .

LA H U IT IE M E .
615 E t v o ic i la co u p e
q u e v o u s v e rs e re z,
d e v in so u tiré
sa n s re m u e r l ’ o u tr e ;
le lig u s tr e so u p le
620 e t l ’ a n e t d es p rés
p o u r ce in d re la co u p e
q u e v o u s v e rs e r e z ;
la

ré sin e rou sse

è t le m iel doré,
625 p o u r

vous

d esserrer

la b o u c h e q u i b o u d e
a u b o rd d e la co u p e.
I

LA N E U V IE M E .
La

flû te

d ’ a g a te ,

d o n t le son re lu it,
630 je l ’a i d a n s l ’é tu i
b ie n clo s q u i la ca ch e.

�DE SAINT SEBASTIEN

49

J ’ a i ce lle d es P a n e s,
aux

tu y a u x

e n d u its

d e cire te n a c e
635 q u e m o n a ir b le u it ;
e t ce lle d ’en fa n ce,
à d e u x tro u s, en b u is,
d o n t j e jo u e la n u it,
co u ch ée d a n s la p a ille ,

640 p o u r tro m p e r la

ca ille .

CH O R V S JU V E N V M .
LE PREM IER.
D e s flû te s, d es flû te s
p o u r d a n ser en ro n d !
E t n o u s tra în e ro n s
p a r l a co rd e ru d e

645 le b é lie r h irs u te
q u i co sse d u fro n t.
D e s flû te s, d es flû te s
p o u r d a n se r e n ro n d !
E n tr e

o rte il e t n u q u e

650 l ’ â m e e s t u n a r c p ro m p t.
Et

nous

tra în e ro n s

la c h è v r e ca m u s e .
D es

flû te s,

d es

flû te s 1

Magister
Claudius
sonum
dédit.

�50
LE

LE MARTYRE
SECOND.

O d ie u x ! Q u ’ o n é g o rg e
655 le t a u r e a u p u is s a n t
e t le b o u c q u i se n t,
h o s tie s à l ’ œ il t o r v e !
Q u e l ’ a u te l

d é b o rd e

d e v i n e t d e sa n g !
660 Q u ’il s o it u n e fo r g e
d e fe u r u g is s a n t !
Q u ’il c r é p ite d ’o rges,
q u ’il

fu m e

d ’e n cen s !

Q u e les d ie u x p ré se n ts

665 r e ç o iv e n t la fo r c e
ja illie d e c e n t g o rg e s !

LE

TROISIEM E.

P a r la p e n d a iso n
d e c e t e s c la v e iv r e ,
q u ’il e s t d o u x d e v iv r e
670 p rè s d e l ’éch a n so n !
O ro u e d ’ Ix io n ,
ô ro c d e S is y p h e ,
g ra n d e u r d u lio n ,
b e a u té

du

su p p lice 1

�DE SAINT SEBASTIEN
675 P a r la p en d a iso n
d e c e t e s c la v e iv r e ,
q u ’il e s t d o u x d e v iv r e
au

vent

d es

ch a n so n s !

S a lu t, Ix io n .

LE

QU ATRIEM E.

680 Q u e la v ie e s t b e lle !
Q u e les d ie u x so n t b e a u x !
V o ic i le F e u , l ’E a u ,
l ’A ir , l ’A m e , la T erre.
Il y a l ’a rc, l ’ aile,

685 le s je u x , les t r a v a u x .
Q u e la v ie e s t b e lle !
Q u e les d ie u x so n t b e a u x !
O d o u leu r n o u velle,
éte in s les fla m b e a u x ,

690 o u v re

les

to m b e a u x ,

cein s-to i d ’asp h o d è le.
Q u e la v ie e s t b e lle !

LE

CINQ UIEM E.

V en ez au gym nase,
gém eaux,

v o ir

so u rire

695 le d ie u p a le s tr ite
co iffé d u p é ta se .

51

�52

LE MARTYRE

O n lu t t e . O n se rase,
a v e c l a s tr ig ile
c o u rb e , la p e a u g ra sse
700

d e su e u r e t d ’h u ile .
O n v e rs e , d u v a s e
d é lic a t

d ’ a rg ile

q u i p en d , v in d ’ É g in e
b ie n fr a is d a n s la ta s se .
705 E t

on se

LE

d élasse.

SIX IEM E.

V o u s ête s g é m e a u x .
T e ls

les

T y n d a r id e s

a u x b e lle s

cn ém id es

d o m p te u rs d e c h e v a u x .
710

A h , p re n d re a u x n a s e a u x
l ’ é ta lo n

n u m id e

t o u t b la n c , d o n t la p e a u
e s t u n fe u h u m id e ;

ceindre du fronteau,
715 tenir par la bride
cette flamme lisse
à quatre sabots;
bondir au garrot!

�DE SAINT SEBASTIEN
LE

SEPTIEM E.

Il y a la g lo ire.

720 O n d o m p te les h o m m es.
On

h u m e l ’ aro m e

d u la u r ie r q u ’on fro isse.
*

Et

d es rein es noires

s u iv e n t le T rio m p h e .

725 O n les a p p riv o is e
com m e

d es

lio n n es.

L ’o r d e la V ic to ir e
cre u se

ta

m a in

m o ite .

U n e im m e n se a n g o isse
730 g o n fle t a gorgo n e.
Io ! C ’e s t la g lo ire.

LE
11 y

H U ITIEM E.
a l ’ivresse,

d e p ro fo n d s

celliers.

O n p e u t t o u t lier,
735

p lie r p a r u n g este.
II y a l ’ ivresse,
la fle u r d u p o m m ier,
des a m o u rs q u ’ on tresse
en d a n s a n t n u -p ied s ;

�54
740

LE MARTYRE

la fleu r d e la fè v e ,
le co l d u r a m ie r ;
l ’ O u rse, le B o u v ie r ,
O rio n ; les r ê v e s ;
le tr a n c h a n t

LE
745

d u g la iv e .

NEU V IEM E.

T u v o is lu ire l ’a u b e
co m m e t a lu e u r.
R o sé e ,

fr a îc h e

sœ u r

de la la rm e c h a u d e !
D e s m a rch a n d s d e R h o d e s

750 t ’a p p o rte n t, p a r cœ u r,
de n o u v e lle s odes
co m m e d u b o n h eu r.
Tu

a tte n d s a u x m ô les

d ’ O stie, le soir, leu rs
755

n efs q u i o n t la F le u r
su r la p ro u e trè s h a u te .
Tu

fla ires le u rs b a u m e s...

Ici le courage des jeunes prisonniers com­
mence à mollir. Marc lutte encore, fermant les
paupières, serrant les lèvres, retenant son
souffle, de peur qu’il ne lui échappe quelques
paroles qui puissent le perdre. Mais Marcellien
incline vers ses sœurs son visage tout humide

�DE SAINT SEBASTIEN

55

de larmes; il les regarde, il les nomme par
leurs noms si chers. E t elles cherchent à
dénouer les nœuds rudes, se haussant sur la
pointe des sandales, allègres et prestes.
M A R C E L L IE N .
C h ry s ille , T é lé s ille ,

sœ u rs

d o u ces ! J u n ie ! F la v ie ! M es

sœ u rs,

760 q u e fa ite s - v o u s ? q u e fa ite s -v o u s ?
O te z de m o n fr o n t la g u ir la n d e !
O n n e p e u t p a s n o u s d élier,
on n e p e u t p a s, o n n e p e u t p a s.
O te la g u irla n d e , É p io n e,

765 je t e p rie ! M es sœ u rs, m es sœ u rs d ou ces,
q u e fa ite s -v o u s ?

LE
0

PREFET.

je u n e s h o m m e s in cu lp és,

M arc e t M a rcellie n g é m e a u x
d e T h é o d o te , v o u le z -v o u s
770

en fin o b é ir a u c lé m e n t
E m p e r e u r? R é p o n d s , M arc. R é p o n d s,
to i, M a rcellie n . V o u le z -v o u s
sa crifier a u x d ie u x d e R o m e ,
a u x d o u ze d ie u x g ra n d s d e l ’ E m p ir e

775

et

à

l ’effigie d e C é sa r?

G reffier, écris.

Ici, tout à coup, Sébastien rompt son im-

�56

LE MARTYRE

mobilité vigilante. E t le son inattendu de sa
voix frappe de stupeur et de frayeur les
hommes, comme l’éclat soudain du tonnerre.
LE

SA IN T .

A t h lè te s

du

C h rist, ré p o n d e z !

R é p o n d e z la p a ro le fo r te !
D ard ez

la

ré p o n se

de

fe r !

780 J e p re n d s e n tr e m es p o in g s le rouge,
c œ u r n u d e v o t r e fo i, m es frères,
p u isq u e

vos

p o ig n e ts

so n t lié s ;

et j e le h a u sse v e r s le h a u t
c ie l o ù la co u ro n n e éte rn e lle

785 e s t su s p e n d u e p o u r v o t r e g lo ire.
J e v o u s a d ju re , p a r le sa n g
q u i d é g o u tte d e c e t t e p a u m e
p e rcé e c o m m e la p a u m e sa in te
c o n tr e la b a r r e d e la C r o ix !
790 D ie u v o u s e n te n d .

Ici les jumeaux tournent vers le juge leurs
fronts raffermis, et crient de leurs voix claires.
MARC.
J a m a is . J e co n fesse le C h rist.

M A R C E L L IE N .
J a m a is . J e co n fesse le C h rist.

�DE SAINT SEBASTIEN

57

MARC.
J a m a is.

M A R C E L L IE N .
J a m a is.

Ici la —
tourbe
■ 1—païenne se soulève en tumulte,
LES G E N T IL S.
— La

v o û te

s ’écro u le !
— L e s p ierres

se fe n d e n t !
— T o u t est

ren v ersé.

— A v e z - v o u s e n te n d u ?
— T o u t e st
so u illé,

fo u lé.
— S é b a stie n ,

S é b a s tie n ,

q u e lle

d ém en ce,

q u e lle ra g e s ’ em p a re a u ssi
de t o i ?
—
l’am i

Le

d ’A u g u s te ,

c h e f d es

s a g itta ire s ,

e s t in fid èle

à son m a îtr e !
— R e g a rd e z -le !
Il e s t d e b o u t d a n s le d élire.
— L u i, l ’a m i d ’A u g u s te , il e x h o r te
les c o u p a b le s à m ép riser
l ’é d it!

�58

LE MARTYRE
—

Ils flé ch issa ie n t d éjà ,

les je u n e s gen s.
—

Ils é ta ie n t p r ê ts

a u sa crifice.
—

Il le s e n iv re

p a r la v u e de son sa n g.
—
815 co u le r son sa n g p o u r sim u le r
la c r u c ifix io n d e l ’H o m m e
à t ê t e d ’ ân e.
—

Il a p ercé

sa m a in g a u c h e p a r a rtifice .
E t il a in v o q u é la c ro ix ,
815 A v e z - v o u s

e n te n d u ?
—

J

j ’en ten d s, m o i, c la q u e r les fo u e ts
des b e s tia ire s. A u x lio n s !
A u x lio n s !
— N on,

ce

n ’e s t p a s v r a i.'

Il e s t h o rs d e lu i-m êm e . Il p o rte
820 u n m a lé fic e . N ’a v e z -v o u s
p a s v u se ra p p ro c h e r d e lu i
so u d a in

c e tte fe m m e é tr a n g è r e

e t tre m p e r le lin d a n s la p la ie ?
Il p o r te u n m a lé fic e o ccu lte .
825 — R e g a r d e z -le ! R e g a r d e z -le !
— C e n ’e s t p a s v r a i, c e n ’e s t p a s v r a i.

�DE SAINT SEBASTIEN
/

T o i, toi, b el A rch e r, to i, si b ea u !
T o i, p lu s b e a u q u e l ’ad o lescen t
de B ith y n ie , le B ie n -a im é

830 d ’ H ad rien , le d iv in isé
s

d ’É g y p t e !
—

Il ressem ble à M ercure

so u terra in q u i h a n te la ro u te
in é v ita b le .
— 11 a b o n d i
d u socle, frère des sta tu e s

835 d ivin es.
— Il a fa it u n songe.
Il se réveille.
— S eco u e-to i !
T u es tro p b e a u . R en ie, renie
ton sacrilège.
— V ie n s ! A llo n s,
allon s im m o ler des b reb is
840 à Cérès q u i p o rte les lois,
a u Soleil q u i v o it l ’a ven ir.
— Il fa u t b o ire, e t fra p p e r la terre
d ’u n p ied lib re.
— V a -t-e n ! V a -t-e n !
— O n é to u ffe ! O n éto u ffe co m m e
845 d an s l ’é tu v e .
— E t la p u a n te u r
d es ly s !

59

�60

LE MARTYRE
—

E t c e r e le n t lu g u b r e

des o ffra n d e s n o n p rése n tées !
—

C rie fo r t !
— L e s o reilles b o u rd o n n e n t

d e m u rm u re s m a g iq u e s.
— Tous
850 ces e s c la v e s p u e n t, s e n te n t p ire
q u e le b o u c.
— E t n e tr a c e z p a s
d es m o ts m a g iq u e s su r les d alles.
— E t n e p a rle z p a s b a s a u x d ie u x
in fe rn a u x .
— 0

C h ef, C h ef cru el,

855 t u n ou s astra h is, t u n o u s as
tr a h is p o u r c e t A s ia t iq u e
m o r t a u g ib e t !

Sébastien reste debout et inébranlable,
sans répondre. La mère des confesseurs
s'élance contre lui, désespérée.
LA

M E R E D O U L O U R E U SE .

O m a u d it, m a u d it, t u m ’ a rra ch es
m es fils m a lh e u r e u x , m es e n fa n ts
860 ég arés. T u m e les a rra ch es
q u a n d ils a lla ie n t te n d r e leu rs b ra s
d éliés v e r s to u te s m es la rm e s
so u ria n te s, q u e je se n ta is

�DE SAINT SEBASTIEN

61

reflu er à m o n sein a rid e
865 co m m e le la it d e m a d o u leu r !
/ Q u i e s -tu ? q u i e s-tu , si je u n e
\ e t si te rrib le , m â le a v e c
! ce b e a u v is a g e d e F u r ie ?
Q u i e s -tu q u i o ffres d e ro u g es
870 cœ u rs à te s a u te ls e t p ro m e ts
des co u ro n n es d ’a stre s à c e u x
q u e t u tra în e s là -b a s d a n s l ’ o m b re
où t o u t fin it ?

Sébastien lui parle avec une impérieuse
douceur.
LE SA IN T .
J e su is l ’e s c la v e d e l ’A m o u r .

875 J e su is le m a îtr e d e la M o rt,
F e m m e , e t je t e co n n a is. J e sais
q u e j e to u c h e r a i le c œ u r ro u g e
a u fo n d d e t a p o itrin e a rid e
q u ’ en fle le l a i t d e l a d o u le u r.
880 J e t e co n n ais, fe m m e . T u es
m a rq u é e d u sc e a u m y s té rie u x .
T u a u ra s u n jo u r to n m a r ty r e ,
t a co u ro n n e e t to n allégresse.

Il te re g a rd e .

�62

LE MARTYRE

LA M E R E

D O U L O U R E U SE .

885 Q u i m e r e g a r d e ? T u m ’ effraies.
L e frisso n m e tr a v e r s e to u te ,
c o m m e u n e ép ée.

LE

SA IN T .

Il t ’ a ch o isie d é jà . T u tre m b le s .
T u es élu e.

LA

M ERE

D O U L O U R E U SE .

890 T u m ’ effra ies. N o n , j e n e v e u x p a s !
Q u e fa is - tu d e m o i? q u e fa is - tu
de m on âm e? 0

m es fils, m es fils,

vou s m e vo yez, vou s m e vo y ez.
Q u e lq u ’u n m ’ e n tra în e .

LE

SA IN T .

895 C ’e s t L u i, c ’e s t L u i. C a r d u h a u t ciel
Il fo n d e t s a is it, c o m m e l ’ a ig le
fo u d r o y a n t.

Il s a is it,

so u lè v e ,

e m p o rte , d a n s le s b a tte m e n ts
d e sa g ra n d e u r .

LA
900

M ER E

D O U L O U R E U SE .

O ù e s t-il? o ù e s t-il ? J ’a i p eu r.
J ’ a i p e u r d e m e re to u rn e r. L a is se ,
oh, la is se -m o i re p re n d re h a le in e !

�DE SAINT SEBASTIEN

63

T u m e v o is : j e su is p a n te la n te .
M es fils, m ’a v e z -v o u s a p p e lé e ?
905 D o is -je v e n ir ? J ’e n te n d s d es cris,
les cris d e c e t a ig le, le s cris
d u r a v isse u r . Il v o u s sa isit,
il v o u s so u lè v e , i l v o u s e m p o rte .
F a u t - il v e n ir ? F a u t - il m o u rir?
910

M e v o ic i p rê te .

Effarées, agitées, ses filles tendent vers elle
leurs bras nus.
LES

CINQ V IE R G E S.

O m ère, m ère !

LE SA IN T .
T u as p r o fé r é la p a ro le !
F e m m e , Il a p a rlé p a r te s lè v r e s .
M a r ty r s , a v e z -v o u s e n te n d u ?
915 L e

ciel ra y o n n e .

LES CINQ V IE R G E S.
— 0 m ère, m ère, q u ’ a s-tu d it?
— T u n o u s d éch ires.
— T o u rn e -to i !
— O h,
ve rs

920 —
te

te s

re g a rd e -n o u s ! T o u rn e -to i
fille s

é p o u v a n té e s !

Q u i s’ e m p a re d e to i? Q u el m a l
p o ss è d e ?

�64

LE MARTYRE
— R e g a rd e -n o u s !

— D u d os d e t a m a in t u essu ies
t a b o u c h e q u i s ’e m p lit d ’ écu m e
c o m m e la b o u c h e d es sib y lle s.
925 — R e s sa isis to n â m e . T u es
la p ro ie d e l ’ E n c h a n te u r .
— N o u s so m m es
to u te s tre m b la n te s .
— O m a lh e u r !
— O m ère, m è re !

LA M ER E

D O U L O U R E U SE .

Q u ’ a i-je d it ? q u ’ a i-je d it ? O h, n o n ,

930 n e tr e m b le z p a s ! J e v o u s re g a rd e .
V o u s ête s to u te s p â le s, co m m e
l ’ é v a n o u iss e m e n t d es ch o ses
q u e n o u s te n io n s. V o u s n ’ a v e z p lu s
e n v o s m a in s les o ffra n d es. V o u s
935 m e to u c h e z a v e c v o s m a in s v id e s .
V o u s n ’ a v e z p lu s n i fleu rs n i fru its ,
n i le s v a s e s n i le s co rb eilles.
V ou s a v e z to u t abandonné.
E t les o ffra n d e s n o n o ffe rte s
940 g is e n t là , su r les d a lle s, c o m m e
d es o rd u res. M es d ie u x , m es d ie u x ,
o ù ê te s -v o u s?

�DE SAINT SEBASTIEN

65

C H R Y SIL L E .
M ère, m è re d o u ce, ren tro n s,
re n tro n s. T u le s r e tro u v e r a s
945

p rè s d e la p o rte . L a is s e -to i
ra m e n e r. T a lit iè r e e s t p rê te .
M ère,

tu

sou ffres.

LA M ERE

D O U L O U R E U SE .

E t v o u s les a b a n d o n n e re z
là , e u x a u ssi, co m m e les orges
950 e t les h u ile s ? V o y e z , v o y e z
le s y e u x d e v o s frères, v o y e z les, g ra n d s o u v e r ts , q u i n o u s r e g a r d e n t !
E s t- c e q u e j e le u r a v a is fa it
d es y e u x si g ra n d s ?

Sébastien lui parle avec une impérieuse
douceur.
LE SA IN T .
955

F e m m e , t u n e r e n tr e ra s p a s
d a n s t a m a iso n .

LA M ER E

D O U L O U R E U SE .

E s t-c e q u e j e le u r a v a is f a it
des y e u x si g ra n d s?

JS

�66

LE MARTYRE

LE SA IN T .
T u n e fr a n c h ir a s p a s ce soir

96 o to n se u il d e p ierre .

LA
I

M ER E

D O U L O U R E U SE .

A h , si g ra n d s q u e to u t e l ’h o rreu r
en so r t e t t o u t le c ie l y e n tre ,
v oyez, v o y e z !

LE

SA IN T .

J a m a is p lu s t u n e re v e r r a s
965 le s L a r e s d errière t a p o rte .
Tu

le

s a v a is .

Ici les filles éclatent en pleurs.
LA

M ERE

D O U LO U R EUSE.

C ’e s t v r a i, c ’e s t v r a i. J e le sa v a is.
J e n ’ a i p lu s to u r n é la c le p s y d r e .
J e n ’ a i p lu s m esu ré le te m p s
970 q u e p a r les g o u tte s trè s a m ères.
J ’ a i p ris d a n s l ’ â tr e u n e p o ig n ée
d e ce n d re e t j e l ’ a i ré p a n d u e
su r m es c h e v e u x . S a lu t, fo y e r !
Et

v o u s , fille s

in fo rtu n é e s ,

975 q u i é tie z p a re ille s a u x d o ig ts

de la m a in q u i p o rte la rose,
v o u s serez les c in q d o ig ts b é a n ts

�DE SAINT SEBASTIEN

67

d e la m a in q u i la isse l ’e m p re in te
in e ffa ç a b le su r le m u r

980 fid èle, afin q u ’ on se so u v ien n e
du

m e u rtre .

A d ie u .

Ici les filles s’élancent pour la retenir et
l’enlacent.
L E S CINQ V IE R G E S.
— N on ! N on !
— O ù v a s -tu ? o ù v a s-tu ?
q u e fe r a s -tu ?
—

E n to u re z -la ,

e n to u re z -la d e v o s b ra s, sœ u rs !

985 E lle e s t d é m e n te , elle e s t d ém en te.
— P o u r t ’e n le v e r, il fa u t q u ’on tra n c h e
n o s p o ig n e ts , q u ’ on co u p e n os b ra s
ju s q u ’ a u x aisselles.
—

O sœ u rs, sœ u rs,

s o y e z fo r te s p o u r l ’en tra în e r.

99 o — O B o n n e D é esse, re d o u b le
la fo r c e d e n o tre a m o u r.
—
n on , t u n ’ira s p a s ! A ie p itié !
— A ie p itié ! C o m m e n t p o u rra is -tu
n o u s je t e r a in si à la h o n te
995

e t a u d e u il in fin i?

— Reviens,

N on,

�68

LE MARTYRE

r e v ie n s a v e c ' n o u s a u fo y e r !
— R ie n n e p o u rr a n o u s sé p arer
d e to i, d a n s le n o m b re d es jo u rs.
J e t ’en fa is se rm e n t !
— J e t ’en fa is
1000

se rm e n t !
— E t m o i a u ssi !
— E t m oi
a u ssi !
—

T o u jo u r s n o u s re stero n s

n u b iles, p o u r l ’ a m o u r d e to i,
m ère d o u ce, a u p rè s d e to n â tre ,
a u p rè s d es P é n a te s v o ilé e s.

Tenant d’une main leur mère égarée, elles
ramènent de l’autre leurs voiles sur leurs têtes
et prononcent à voix basse la parole de la
consécration.
1005

— Je m e dévoue.
— Je m e dévoue.
— J e m e dévoue.
— J e m e dévoue.
— Je m e dévoue.

LE

SA IN T .

V ie r g e s , v ie r g e s, n e p le u re z p a s.
C elu i q u i g a r d e le fo y e r
1010 in e x tin g u ib le

a

re c u e illi

�DE SAINT SEBASTIEN
ces v œ u x .

Vous

a u re z v o s

69

co u ro n n es,

en m a n g e a n t le d o u x fr u it d e v ie
d ’e n tre les lè v r e s d e la m o rt.
Il n ’y a p a s d ’ a u tr e d o u ceu r.

1015 J e vo u s le dis.

La mère se tourne vers lui, dans l’horreur
d’une vaine révolte.
LA

M ER E

D O U L O U R E U SE .

0 ’ A r c h e r , A r c h e r sa n s m erci,
e t t u les p ren d s, e t t u les p ren d s !
J e sais. J e tr a în e à m es ép a u le s
u n e g ra p p e lo u r d e d e v ie s
1020 co n d a m n ées. E lle s c r ie n t d é jà
co m m e d es v ic tim e s q u ’ é to u ff e n t
m es v o ile s. J e su is N io b é ,
j e su is d u sa n g n o ir d e T a n ta le ,
a v e c to u t e m a g é n itu r e .
1025

A r c h e r , sou s te s tr a its in v is ib le s ,
R e p a is -to i d e m es in fo r tu n e s
e t ra s sa sie -to i d e m es d e u ils.

0

fé c o n d ité

la m e n ta b le !

L a m o rt, l a m o rt, d e t o u t e p a r t
1030

la m o rt. L ’ a m o u r d e t o u t e p a r t
l ’ a ffro n te.

C ’e s t

filles, c ’e s t m o i.

m oi

qui vous

tr a în e ,

�70

LE MARTYRE

LE SA IN T .
I l n e tu e p a s . Il v iv ifie .
Q u ’il t e so u v ie n n e d e la v e u v e
1035

v

d e T ib u r q u i, p a r fe r e t fe u ,
c r ia it : « M es e n fa n ts, re g a rd e z
en h a u t, c o m b a tte z p o u r v o s âm es.
La

m o r t e s t v ie .

LES CINQ
—
1040

»

V IE R G E S.

N o n , n o u s n e v o u lo n s p a s m o u rir !

— L a is se -n o u s v iv r e ,

la isse-n o u s

re sp ire r e n co re !
— A ie p itié
d e n o tre jeu n e sse .
— T u v o is
t u m e v o is, co m m e je su is je u n e ,
ô m ère. J e su is t a p lu s je u n e .
1045

J e n e v e u x p a s m o u rir. J ’a i p eu r,
j ’ a i p e u r.
—

A ie p itié ! L a is s e -n o u s

à la lu m iè r e !
—

Il e s t si d o u x

d e v o ir la lu m ière, d e v o ir
le so leil ; e t n os d ie u x s o n t b o n s,
1o5o n o s d ie u x s o n t b e a u x 1

Sv

�DE SAINT SEBASTIEN
LA M ERE

71

D O U L O U R E U SE .

J e n e p e u x p lu s les in v o q u e r,
j e n e sais p lu s les im p lo rer.
T o u t cro u le. T o u t s ’ é v a n o u it.
E t m o n c œ u r d éfa ille, m o n â m e
1055 e s t ép erd u e.

Ici d’une voix grave et ferme son fils Marc
l’exhorte, dressant sa tête sur l’affaissement
de son corps qui n’a plus de soutien sous les
pieds liés.
MARC.
M ère, n o u s so m m es e n silen ce.
N o tr e a m o u r e s t cru cifié.
So is a v e c elles.

LA

M ERE

D O U L O U R E U SE .

J e v ie n s, j e v ie n s. J e su is à v o u s .

Par une volonté plus qu’humaine, elle
s’arrache à l’étreinte de ses filles, qui poussent
un cri unanime. Elle marche seule vers les
deux colonnes vivantes.
1060 J e su is à v o u s . M e v o ic i p r ê te ,
m es fils. J ’e n te n d s le b a tte m e n t
d e v o s cœ u rs. O n a re tiré
les so u tie n s d e d essou s v o s p ied s
jo in ts . E t j ’e n te n d s le c r a q u e m e n t

�72

LE MARTYRE

1065 d e v o s co u d es, d e v o s g e n o u x ,
d e v o s ép a u le s. J e v o u s p o rte .
J e su is ch a rg é e d e v o s d e u x p o id s.
O ù fa u t- il m o n te r? o ù f a u t-il
d e sce n d re ? J e s a u r a i so u rire.
1070

J e sa u r a i c h a n te r . M e v o ic i.
J ’a i v o t r e fa im , j ’a i v o t r e so if.
J ’e n fo n ce ra i

p ro fo n d é m e n t

m a b o u c h e d a n s la p lé n itu d e
d e la m o r t. H o m m e s !

Ici elle se tourne vers les magistrats, les
assesseurs, les bourreaux.
1075 H o m m e s, je co n fesse le C h rist.
J e su is c h ré tie n n e . Q u ’ on m e lie,
q u ’ on m e fr a p p e . J e sais so u ffrir.
J e v e u x m o u rir.

Ici les cinq vierges se couvrent entièrement
la tête, en se serrant l’une contre l’autre, près
de leur père toujours enveloppé dans sa toge
et taciturne.
LE

SA IN T .

G lo ire, ô C h rist ro i !

La multitude accrue s’agite, vocifère,
alterne les imprécations et les invocations,
les louanges et les outrages, les menaces et
les prophéties, diverse et discordante. L’air

�DE SAINT SEBASTIEN

73

s’assombrit. Des sacrificateurs jettent sur
l’autel des poignées d’aromates. On entend
parfois, dans une pause, des femmes sangloter.
G EN TIL S ET C H R E T IE N S, Q U E L ­
Q UES JU IF S , LES A R C H E R S ET LES
E SC L A V E S, HOM M ES ET FEM M ES,
TO U T LE T U M U L T E.
108o — S é b a s tie n , a m i d ’A u g u s te ,
t u t r a v a ille s p o u r le p resso ir !
— T u t r a v a ille s p o u r le ch a rn ie r !
— 0

A r c h e r im p u d e n t, t o u t o in t

d e m aléfices !
— M a in te n a n t
1085 on v a le s e n te n d re c h a n te r
d es p a ro le s m a g iq u e s, co m m e
P to lé m é e , c o m m e A s tio n ,
p o u r te ré siste r e t t e v a in c re ,
ô so m n o le n t !
—

Il e s t m a la d e ,

1090 il e st en d o rm i d an s la g ra isse,
d e la n u q u e ju s q u ’a u ta lo n .
— P u is q u e t o u t e s t d it m a in te n a n t,
q u ’on les to u rm e n te .
—- N io b é !
N io b é !
— E t t su sp e n d e z-la ,
1095 e n tr e ses g é m e a u x , a u so m m e t

�74

LE MARTYRE

d e l ’a rc a d e , p a r u n e se u le
m a in !
—

V o y e z A n d r o n iq u e . Il m â c h e

sa la n g u e b o v in e .
—

I

la su eu r sa lé e q u i ru isselle
1100 d a n s le s rid es d e ses fa n o n s.
— A llo n s 1 Q u ’o n le

se co u e ! E s c la v e s ,

p in c e z-le fo r t a u x ja m b e s , v o u s
q u i lu i d o r lo te z sa p o d a g re .
— N ’ a v e z -v o u s p a s h o n te , p o u r c e a u x ?
1105 — D e b o u t, d e b o u t le s se rfs ! D e b o u t
les serfs 1 L e s te m p s s o n t ré v o lu s .
—

M ère d es m a r ty r s , so is lo u é e !

— N o n su r la cire d es ta b le tte s ,
m a is to n n o m e s t é c r it d é jà
1110 a u liv r e d e v ie .
—

0

so rt

h u m b le

e t m a g n ifiq u e 1
— Je

me

co u rb e

e t j e b a is e la te rre , e n sig n e
d e to n v e n tr e , m è re a d m ira b le .
— Ils s o n t fo u s, ils so n t fo u s. D e s sacs,
1115 d es sa cs d ’ e llé b o re !
— O n éto u ffe .
T o u s les fo in s c o u p é s d u S o lstice
so n t m is ic i à fe r m e n te r ?

�DE SAINT SEBASTIEN

75

— E n a v e z -v o u s , d u fo in , a u x co rn es !
— S i c ’ est le S o lstice, p ren e z
1120 les fa u c ille s e t m o isso n n ez.
— N e tr a c e z p a s d e m o ts m a g iq u e s
su r les d a lle s.
—
si v o u s o sez, le v e z le s d alles.

Levez

les

d alles,

L e s m o rts v o n t s u rg ir d u ch a rn ie r
1125 de C ésar.
—

E t q u e les R o m a in s

sa c h e n t q u ’ils n e so n t q u e d es h o m m es,
rie n q u e d es h o m m es.
—

C riez fo r t,

c a r v o t r e S a u v e u r e n te n d ra .
E s t- il iv r e ou so m n o le n t co m m e
1130 ce b o n ju g e , q u e son c o u rr o u x
ne se d é ch a în e co n tre n o u s ?
— 0

in sen sés, il é t a it d ie u

e t il e s t m o r t co m m e u n la rro n .
— O n l ’ a so u ffleté.
—
1135 u n e tu n iq u e sa n s co u tu re .
L e s so ld a ts l ’o n t jo u é e a u x dés.
— T a is e z -v o u s ! T a is e z -v o u s ! L e seul
g e n o u d e J é su s se d re ssa n t
d u s a in t sé p u lcre v a u t t o u t l ’o rb e
1140 d e l ’E m p ire .

Il

a v a it

�76

LE^MARTYRE
—

Il f a u t u n c a rn a g e .

— O n n e c o m p re n d p lu s rie n .
— N o u s so m m es
to u s e n v e lo p p é s d a n s le s r e ts
d e la m o rt.
— V a - t ’e n ! J e t e fr a p p e .
—

Us fo n t d es o n c tio n s m a g iq u e s,

1145 P r e n e z

g a rd e .
— T o u s ces e s c la v e s

c a c h e n t d es r o u le a u x d a n s les p lis
d e le u rs sa y o n s.
— Il fa u t a tte n d r e .
L e b o is d u g ib e t v a fleu rir.
— T uez ! Tuez 1 T uez !
—
1150

la lo u rd e

Il fa u t

é p é e ib é rie n n e

q u i fa t ig u e

le

b a u d r ie r .

— A r d e z -le s o u B ie n ils v o u s a rd e n t.
— U n P h r y g ie n a m is le fe u
à tro is te m p le s.
—

Q u i crée, sin o n

1155 le fe u ?
— C ’e s t la d o u le u r q u i crée.
— Ah,

c ’est

tr o p

a tte n d r e .

P o u r q u o i,

p o u rq u o i n ’ a b r è g e s -tu p a s l ’h e u re ?
— D ie u v ie n d r a d u M id i. L e S a in t
d esce n d ra d u M o n t P h a r a n .

�DE SAINT SEBASTIEN

77

— J u if
1160 d u T r a n s té v è r e , t u p o u rra s
n o u s fo u rn ir d e s v itr e s cassées.
— O A r c h e r , je v e u x t e b é n ir !
— A r c h e r d e la v ie , j e b én is
to n œ il, t a m ain , to n a rc, te s tr a its ,
1165 — O C h ef, C h ef, t u n ou s as tra h is,
t u n o u s a tra h is.
— Tu

seras

sc u lp té d a n s le b a s a lte n oir,
co m m e A n tin o ü s.
— 0

d iv in !

— T o n p a r fu m est m o rt, A d o n is.
1170

— D iv in m e u rtrie r, to i q u i tu e s
e t su scite s !
—
l ’ a rc

et

le

Q u ’ on lu i

a rra ch e

c a rq u o is !
—

P u is q u ’il e

m a in te n a n t m a rq u é à la p a u m e
co m m e u n la rro n , q u ’ on tra n c h e au ssi
1175 ses p o u ce s !
—

A r c h e r , n ’a u ra is-tu p a s

A p o llo n p o u r c o m p lic e ?
— Il p o rte
le p re m ie r stig m a te .
—
le se rm en t m ilita ire . Il p o rte

Il a f a it

�78

LE MARTYRE

u n a u tr e s tig m a te . Il e s t tra îtr e ,
1180 — N u l jo u r n e sera p lu s ce jo u r.
— Ce n ’e s t q u ’ u n rê v e .
— J e m ’en v a is .

Ma force est à bout.
— 0 B e a u té ,
B e a u té , v i v r e e t m o u rir p o u r to i !

1185

— Mangeons les offrandes qu’on laisse
par terre, ces figues sabines.
— On ne respire que des rêves,
les rêves qu’enfantent les fièvres.
— S u s ! Q u e le s b u c c in s

reco u rb é s

so u fflen t la b a t a ille !
— O A rch e rs,
1190

b a n d e z v o s a rcs e t r a n g e z -v o u s !
— L e s N io b id e s !
— M in o ta u re ,
M in o ta u re

d ’A s ie ,

g o rg é

d e v ie r g e s e t d ’a d o le sce n ts !
— E lle s su iv r o n t. O n l ’ a é c r it :
nos « U n e m u ltitu d e d e v ie r g e s
s u iv r a

ses p a s.

»
— E lle s

son t

d o u ce s

co m m e ce la it ca illé .
— O

v ierg es,

v ie rg e s, q u e n e p u is-je v o u s fa ire
m o u rir d ’a m o u r!

�DE SAINT SEBASTIEN

79

—

E t d e s b o u rr e a u x

1200 d a n s les p riso n s o n t v io lé
d es v ie r g e s m o rte s !
— V o u s m o rd rez
la cen d re.
—

Il fa u t q u e t o u t a u tel

su rn a g e a u sa n g d es a d o ra n ts.
— O ù e s t le P a r a d is ?
— O u v re z
1205 v o s p o rtes, o u v re z d o n c v o s p o rte s ;
e t le R o i d e g lo ire en trera.
—

D ie u v ie n d r a d u M id i. L e S a in t

d esce n d ra d u M o n t P h a r a n .
— J u if
d e la p o rte

C a p èn e, v ie n s

1210 n o u s v e n d r e te s m o r c e a u x d e v e rre .
— Q u ’on les éco rch e v if s a v e c
—

d es tesso n s

de

p o ts !
— O d ie u x , d ie u x

re n v e rsé s,

b risés,

effacés

en u n jo u r !
— S o u fflez

su r le

fe u !

1215 A t tis e z les ch a rb o n s !
— V a - t ’en.
J e n ie.
—
q u i se v a u tr e ,

R o m e n ’e s t q u e la tru ie

�80

LE MARTYRE
—

fu m a n t

S u r ce c h a rn ie r

¡ ’E m p ir e

p o u rrira .

— D e b o u t , le s fo r ts , les p u rs, le s b o n s !
1220 — H â t e z le te m p s ! S o u v e n e z -v o u s I
— P e t i t g rec, p e t it g re c , je su is
to n m a ître .
—

O

serf,

ou v re

to n

âm e

p o u r v o ir , e t t e s p o ig n e ts so n t lib res.
— L e s v o ie s d e l ’im m o la tio n
1225 so n t les p lu s sû res e t le sa n g
e s t in é p u is a b le .
—

O h l ’h o rreu r,

l ’h o rr e u r d e l ’im m o r ta lité !
— M a n g e o n s les o ffra n d es. M an geo n s
ce ra isin sec e t ces o liv e s
1230 e n sa u m u re.
— U n fr o m a g e ro n d ,
u n fo n d d ’ a m p h o re, d es g â t e a u x .
— R e g a r d e c o m m e la d e n tu re
d e l ’ É th io p ie n r e lu it !
— L e s sa crifices v o u s e n g ra isse n t

1235 e t le v in d es lib a tio n s
v o u s f a it tré b u c h e r.
—

Q ue l

v o u s so rte d es n a rin e s !
—
c a s t r a t d e la G ra n d e D éesse,

�DE SAINT SEBASTIEN

81

q u ’e st-ce q u e t u fa is su r l ’ e stra d e?

1240 N ’ a s-tu p a s m êm e le fo u e t
d u G a lle , g a r a i d ’ osselets?
— Il n ’e s t m a la d e q u e d e cra in te ,
il n ’e s t iv r e q u e d e m assiq u e,
stu p éfié q u e p a r les tru ile s.
1245

— A p p a r ite u r s , sou fflez, so u fflez!

— Attisez les charbons !
—

Qu

le p rem ier fo u le ra la b r a is e ?
— V o y e z , v o y e z ! U n e d es v ie r g e s
v o ilé e v a re jo in d r e sa m ère.

Une des cinq vierges voilées se détache du
groupe et marche lentement vers les colonnes
vivantes.
1250

— E lle v e u t se p erd re.
—

E p io n e

sois lo u é e d e v a n t l ’ É te r n e l !
— M ais ils co n n a isse n t des fo rm u le s
d ’in c a n ta tio n

qui

p r é se rv e n t

de la douleur.
— Il faut les oindre
1255 de graisse vile, pour détruire
leu rs ch a rm es.
— V o ic i

la

se co n d e !

— So is lo u ée p a r le ch œ u r d es A n g e s ,
ô F la v ie !

�82

LE MARTYRE
—

E lle s é ta ie n t b elle s

co m m e les y e u x so n t b e a u x a v a n t
1260 d e p leu rer.
— 0

d ieu M in o ta u re !

— L ’h o m m e a -t- il p lu s d e la r m e s ou
p lu s d e g o u tte s d e s a n g ?
— A m o u r,
A m o u r , sa u v e -n o u s !
(

— M ais c ’e s t toi,
S é b a s tie n , q u i les en ch a n te s,

1265 q u i le s en iv re s.
— E t t u seras
sc u lp té d a n s le b a s a lte noir,
ô A r c h e r , co m m e A n tin o ü s
l ’ in c o n so la b le .
— Il e s t trè s b e a u .
R e g a r d e z -le !

R e g a rd e z -le !

1270 — E t la tro isiè m e se d é ta c h e
e t su it le s a u tre s.
— S o is

lo u ée

p a r les T r ô n e s e t les A rd e u rs,
J u n ie !
—

L ’é to ile d es G é m e a u x

c u lm in e , ô frères.
— H o n n ie
1275

so it

la ch ie n n e e t to u te sa p o rté e !
— Que. t a la n g u e n e se d é ta c h e

�DE SAINT SEBASTIEN
p lu s d e to n p a la is u lcéré 1
— N o n , v o u s n ’ a lle z p a s p r é v a lo ir !
— J e te z -le s d eh o rs ! J e te z -le s
1280 d e h o rs ! Ils p u e n t.
—

N o u s fo rcero n s

v o s p o rte s a v e c la co gn ée.
— A u x to u r m e n ts ! L a b ra ise e s t à p o in t.
— A p p a r ite u r s , a p p a rite u rs,
t o u t e s t d o n c p rê t.
—

1285 « J a m a is a ssez ! J a m a is assez ! »
— L a d o u leu r e s t in é p u isa b le .
— L e son d u V e r b e fu t sem é
d an s la fe r tilité d u m e u rtre .
— V io le n c e s

su r

v io le n c e s !

12oo — J a m a is assez ! J a m a is assez !
— Q u i d on c le p re m ie r fo u le ra
la b ra ise v iv e ?

Ici, comme Sébastien est debout, près du
feu bas, il s’olïre.
LE SA IN T .
M oi, le p rem ie r.

La multitude ondoie. Les archers entourent
leur chef aimé.

E t n o u s d iro n

�84

LE MARTYRE

L E S H É R A U T S.
— S ilen ce.
— S ilen ce.
— S ilen ce.
1295 L e ju g e p a rle .

Jule Andronique, secoué par les assesseurs,
fait des gestes vains. Les attestations des
Asiatiques dominent la rumeur confuse.
LE P R E F E T .
S a isisse z l ’A r c h e r ! O ù so n t-ils
les so rciers q u i...

LES A R C H E R S

D ’E M E SE .

— N o n ! O n n e p e u t p a s!
— Q u ’on l ’e m p êch e
q u ’ on

l ’e m p ê ch e !
—

Il e

13oo O n n e l ’a p a s ju g é . P e rso n n e
en co re n e p e u t le so u m e ttre
a u x to u r m e n ts ; c a r il e s t u n C h ef,
il est le C h e f d e la c o h o rte
d ’E m è se , il e s t l ’ am i d ’A u g u s te .
1305

—

Il fa u t q u ’ a v a n t on le d én o n ce

à l ’ E m p e r e u r.
—
ju g é p a r C ésar.
— E t il fa u t

Il fa u t q u ’il so i

�DE SAINT SEBASTIEN

85

q u ’il so it d é p o u illé des in sign es.
— Q u ’ on l ’e m p ê ch e d e se liv r e r
à son délire.

LE SA IN T .
A r c h e r s d ’ E m èse , a rc h e rs d ’E m èse ,
j e le fera i.

LES A R C H E R S

D ’EM ESE.

— E n te n d e z le son d e sa v o ix .
O n en tre m b le . T o u t c œ u r tressa ille.
— Il e s t sa cré p a r la M an ie.
— Il e s t h o rs de lu i-m êm e . Il p o rte
u n m aléfice.
—

Il e s t la p ro ie

d ’u n r ê v e sa u v a g e .
—

0

C h ef, C h ef,

re n tre en to i-m ê m e !
—
C o m m e n t p o u rra it-il se so u iller
d e ce m é fa it, é ta n t si b e a u ?
— T u ne p e u x p a s !

LE SA IN T.
A r c h e r s, si ja m a is v o u s m ’a im â te s,
je le fera i.

Ici un jeune homme à la voix harmonieuse
lui adresse la suprême déprécation.

V o y e z -le .

�86

LE MARTYRE

L’A R C H E R A U X Y E U X V A IR O N S.
1325 T a n t q u e t u p o rte s à t o n p o in g
l ’ a rc d ’E m è s e g a r n i d ’iv o ir e
e t d ’ or, g ra n d , d o u b lé , à d e u x co rn es,
p u r co m m e la lu n e n o u v e lle
e t cria rd co m m e l ’h iro n d elle,
1330

(ô S é b a s tie n in tré p id e ,
C h e f à la b e lle ch e v e lu re ,
é co u te -m o i) t a n t q u e t u p o rte s
su sp en d u co m m e la cith a re
p a r la b a n d e p o u rp re , p lu s h a u t

1335

q u e l ’é p a u le g a u c h e , le lo n g
c a rq u o is

o b liq u e

à

d ix - h u it

d ard s,

r e c o u v e r t d e p e a u d e p a n th è re ,
(ô

S é b a s tie n

in tré p id e ,

C h e f à la b e lle ch e v e lu re ,

1340 é co u te -m o i)

ta n t

que

tu

p o rte s

d a n s le ca rq u o is à d ix - h u it d a rd s
n e u f e t n e u f v ie s d ’h o m m e s ce rta in e s
d e t a c e r titu d e , se ig n e u r,
t u n e p e u x p a s.

LE

SA IN T .

1345 O S a n a é , v o ic i m o n arc.
J e le se rre d a n s c e tte m a in
q u e p erce u n in v is ib le clo u .
Il e s t d o u b lé. M ais le te n d o n

�DE SAINT SEBASTIEN
d e b ê t e , q u i s ’a ju s t e a u f û t

87

-,—

135o e t q u i s ’y c o lle d e f a ç o n
à n e fa ir e q u ’u n a v e c lu i,
n ’e s t p a s i n s é p a r a b le c o m m e
c e file t d e s a n g q u i s ’y fig e ,
t u v o is , d e l ’ u n e à l ’ a u t r e c o c h e
1355 s a n s s e n o ir c ir .

L’A R C H E R A U X Y E U X V A IR O N S.
N o u s d em a n d ero n s a u x d ev in s
e t a u x m a g e s ce q u ’u n t e l sign e
m o n tre, seign eu r.

LE SA IN T .
J e le sais. O r, to i, co n sid ère
1360 la fig u re d e l ’a rc, a rch er,
p u isq u e t u es m a rq u é p a r D ie u
q u i t ’a fa it le s d e u x y e u x d iv ers,
l ’u n b leu , l ’ a u tr e n o ir, co m m e jo u r
e t n u it. T u clo s u n p e u le n o ir

1365 q u a n d t u v is e s le b u t, afin
q u e to n re g a rd so it t o u t p a re il
à l ’a ir q u e tr a v e r s e le t r a it.
J e t ’ a i v u . R e g a r d e . C e t a rc
fig u re la T r in it é sa in te.
1370

L e f û t e s t le P è re , la co rd e
e s t l ’E s p r it, la flèch e em p en n ée

�88

LE MARTYRE

5 e s t le F i ls q u i d o n n a son san g.
E t il n ’y a u ra p lu s d e ta c h e s,
s a u f la ta c h e d u sa n g to m b é
1375

d es m a in s e t des p ied s d u S eig n eu r.
O r, c e t a rc, j e te le co m m e ts,
e t le té m o ig n a g e v e rm e il
q u i r a b a is s e l ’iv o ir e e t l ’ or.
M ais j e v e u x la n c e r m a d ern ière

1380 flèch e, ô E lu s d e la c o h o rte
d ’ E m è se . A q u i?

Il prend le dard du carquois, par-dessus son
épaule. Un profond frémissement se propage
dans la multitude entassée. On s’écarte, on
recule.
DES

V O IX .

— A q u i?
— A qui !

LE P R E F E T .
A p p a r it e u r s !

LES V O IX .
— Il a so u ri.
— É c a r te z -v o u s !
— Q u i v a - t- il v is e r ?
— A n d ro n iq u e ,
1385 A n d r o n iq u e , p re n d s g a r d e à to i !

�DE SAINT SEBASTIEN

89

Le goutteux souffle et renifle, dans l’effare
ment.
LE P R E F E T .
A p p a r it e u r s , d é sa rm e z-le ,
d é sa rm e z -le !

VITAL.
S é b a stie n ,
q u e v e u x - t u fa ire ?

Les Asiatiques protègent leur chef contre
toute atteinte.
LES V O IX .
— Il a so u ri !
— C a r il e s t in fa illib le .
— A rch er
1390

v a ir o n , ô te -lu i l ’ a rc !
—

Ils o n t

p eu r, ils o n t p eu r.
— O r q u i v a - t- il
tu e r ?
—

N on ! « T u

n e tu e ra s

p o in t. »

Il a d it : « T u n e tu e ra s p o in t. »

La quatrième des cinq vierges se détache
de Théodote, auquel n’en reste plus qu’une
seule.
— S o is lo u é e p a r to u s le s A r c h a n g e s ,

1395 Ô T é lé s ille !

�90

LE MARTYRE

Sébastien, ayant bandé l’arc et encoché
la flèche, se place entre les deux colonnes que
charge la passion des deux frères. Il plie un
genou à terre, la face vers le ciel.
LE

SA IN T .

S i j e su is d ig n e d e se rv ir
T o n F ils , le M a r t y r d es m a r t y r s ;
si j ’ a i p a r m a fla m m e e x a lt é
su r le fe u b a s T a v é r it é ;

1400 si j ’ a i re ç u d u C h rist S e ig n e u r
ce s tig m a te d e S a d o u leu r
d a n s m a m a in q u i en e s t p lu s fo rte ,
A d o n a ï, D ie u
in v in c ib le s ,

d es co h o rte s

D ie u

d es

c o m b a ts

1405 sa n s m erci, ô T o i q u i a b a ts
le c h e v a l e t le c a v a lie r
d a n s la m er, T o i q u i sa n s b é lie r
b rises les m u rs d es v ille s fa u sses,

-

D ie u d e la fo u d re , e x a u c e , e x a u c e
i 43o c e t t e p riè re q u i s ’ a ig u ise
a u fe r d u d e rn ie r t r a i t !

Ici il ajuste le trait; puis, renversant le
corps en arrière et soulevant tout le bras gauche,
il tire de toute sa force la corde jusqu’à la
grande veine du cou.
J e v is e .

Il vise, les empennes contre l’œil.

�DE SAINT SEBASTIEN

91

M on D ie u , j e t e d e m a n d e u n signe,
si je su is d ig n e.

Il décoche le trait vers le ciel pâle, entre
les deux colonnes vivantes, au-dessus des
lys splendides. Et il regarde, encore à genoux.
Des hommes, des femmes accourent, se
pressent, se tendent dans les entre-colonne
ments, en grande anxiété. E t tous ils regardent
si la flèche ne retombe pas.
D ES

(v

V O IX .

— O n n e v o i t p lu s la flèch e !
— O ui,
1415 je la v o is, j e la v o is.
—

N o n . E lle

v a trè s h a u t, trè s h a u t, d is p a ra ît.
— O n n e la v o it p lu s.
— A t te n d e z !
— S ile n c e !

Ils retiennent leur souffle.
— E lle v a

re to m b e r !

— A t te n d e z !
— S ile n c e ! S ile n c e !

Ils retiennent leur souffle.
1420

— N o n , elle n e re to m b e p a s !
— L a flèch e n e r e to m b e p a s !
— R ie n n e r e to m b e !

�92
LE

LE MARTYRE
SA IN T .

G lo ire, ô C h rist ro i !

Ici il se lève et se retourne.
E t m a in te n a n t je m e d ésa rm e !
1425 J e su is l ’A r c h e r c e r ta in d u b u t.
Sanaé,

Sanaé,

v o ic i

l ’ a rc d o u b le, le c a rq u o is fo u rn i
d e d ix -s e p t s a g e tte s

ailées

e t le b r a ssa r d o ù est g r a v é e
1430 la fig u re z o d ia c a le
d u S a g itta ir e c r ib lé d ’ a stres.
J e te le s co m m e ts. J e les offre
à m es élu s d e la c o h o rte
d ’ E m è se . V o ic i.

Il donne à Sanaé l’arc, le carquois, le bras
sard. Une claire allégresse l’illumine. Tous
les regards dans l’éblouissement sont fixés
sur sa face. Il ne sent que l’ébriété de l’élection
certaine.
J e su is lib re !

1435 S o u v e n e z -v o u s. J e su is la C ib le !
S o u v e n e z -v o u s d e ce te rrib le
esp o ir, e t q u e j e se ra i d ig n e
d e d e m a n d e r à D ie u d es signes
p lu s é c la ta n ts .

-

�DE SAINT SEBASTIEN
LES A R C H E R S

93

D’E M E SE .

1440 Sébastien ! Sébastien !
Sébastien !

Derrière les appels des hommes on croit
entendre d’autres voix, des voix chantantes,
de divins échos épars dans l’espace lointain,
diffus dans l’immensité du miracle céleste.
Tout ici, l’effluve des lys, la fumée de
l’oliban, la chaleur de la braise, l’anxiété
des âmes, le silence de Vesper, tout devient
mélodie mystérieuse.
LE

S A IN T.

M es frères, m es frères, j ’ en ten d s
le b r u it des ch a în es q u i se b risen t,
le ch o c d e l a h a ch e , l ’é c la t
1445 d e la fo u d re, les q u a tr e v e n ts
p le in s d e sem en ces e t d e cris,
le le v a in d e l ’esp o ir te rrib le !
M es frères, m es frères, j ’en ten d s
la m élo d ie d u sa in t co m b a t,
1450

le ch œ u r d iv in des se p t flé a u x,
l ’a n n o n cia tio n d es astres,
e t la m a rc h e d u n o u v e a u d ieu
à c ô té d e l ’h o m m e n o u v e a u ,
e t les lisières d e la te rre

1455 fré m iss a n te s c o m m e les b o rd s
d ’u n e b a n n iè re

q u ’ on

d é p lie

M agister
Claudius

sonum
dedil
usque
ad finem .

�94

LE MARTYRE

e t le to n n e rre q u i relie
d a n s le s to m b e s , l ’ â m e d es m o rts
a u x os d e s m o r ts !

D E S V O IX P A R T O U T É P A R S E S .
1460 S é b a s tie n , S é b a s tie n ,
t u es té m o in !

Il semble que l’invocation du nom admirable
soit portée par un chœur angélique, près et
loin. Soutenu par ses esclaves, accompagné
de la dernière de ses filles, Théodote va
rejoindre le groupe dévoué, entre les colonnes
saintes.
UNE

V O IX .

S o is lo u é e p a r les C h éru b in s,
ô to i, la p lu s je u n e , C h r y s ille !
T o i, p a r le s D o m in a tio n s ,

1465 ô T h é o d o te , so is lo u é
dans

le

haut

c ie l !

Maintenant la mère douloureuse, le vieillard
infirme et les cinq vierges occupent l’entre
colonnement et relient par la chaîne de leurs
corps les deux âmes patientes. La force même
du feu possède sauvagement l’Archer désarmé.
LE

SA IN T .

S o u ille z d e p rès, so u illez d e près,
v it e , a v e c d es so u fflets d e fo rg e !

�DE SAINT SEBASTIEN
A g e n o u ille z -v o u s ; e t p o u sse z
1470 v o s

h a le in e s.

A g e n o u ille z -

v o u s ; a p p u y e z - v o u s su r v o s co u d es,
en flez v o s jo u e s, te n d e z v o s lèv res,
p o u sse z t o u t le v e n t d e v o s âm es
su r le s tis o n s n o irs. Q u e la fla m m e
1475

ja illis s e , q u e les é tin c e lle s
s ’e n v o le n t c o m m e d es a b e ille s
iv re s , q u e l ’ a rd e u r e n d e v ie n n e
s e p t fo is p lu s a rd e n te , ô A rc h e rs,
A rc h e rs, si ja m a is v o u s m ’ a im â te s !

1480 Q u e v o t r e a m o u r j e le co n n aisse
en fin, à m esu re d e fe u !
O te z -m o i g r è v e s e t cu issard s,
g en o u illères e t so lerets.
Q u e j e sois n u -p ied s e t n u -ja m b e s,

1485 co m m e le v e n d a n g e u r a g ile
q u i s’ a p p r ê te à fo u le r le s g ra p p e s
ro u g e s

dans

la

cu ve

fu m a n te !

A p p o r te z le s sa rm e n ts, les ceps,
les b ra n ch es, le s ra c in e s m o rte s,
1490 les é c a ille s d es p in s e t to u s
le s r o s e a u x d e t o u t le m id i
p o u d r e u x d e so leil, p o u r la fla m m e
so u d ain e , ô frères ; e t c o u v r e z
d ’u n g ra n d

b û c h e r les n o irs tiso n s.

1495 J e d an sera i p lu s h a u t, p lu s h a u t

95

�96

LE MARTYRE

q u e la fla m m e,

s e p t fo is p lu s h a u t.

J e v o u s le d is.

On lui ôte les solerets, les genouillères, les
grèves, les cuissards. Il reste avec les pièces
du tronc et des bras sur la nudité de ses
longues jambes sveltes.
T u e u rs, v o ic i, j e m e d ésa rm e.
J ’a i ren o n c é m o n arc, la n c é
1500

m a flè ch e d ern ière, q u itté
m o n b o n h a rn o is.

Et

ce p e n d a n t,

v o y e z , j e b r û le d ’a llé g re sse
co m m e a u d é b u t d e la b a ta ille
q u a n d le s e s p rits d a n s le c œ u r tin t e n t
1505

c o m m e les d a rd s d a n s le ca rq u o is
e t q u e le n e rf te n d u d e to u te
fo rce ju s q u ’a u co in b la n c d e l ’œ il,
ju s q u ’ à la v e in e d e la te m p e
c h a u d e , crie c o m m e l ’h iro n d e lle

1510

q u i se s o u v ie n t d u sa n g d e T h r a c e ,
ô

m e u rtrie rs.

Ici il s’avance vers les charbons embrasés.
A chaque angle du parallélogramme, une
couple d’esclaves éthiopiens se tient accroupie
pour soutenir sur la voussure du double dos
noir et huileux le grand soufflet de forge à
bec de griffon. La rougeur de la braise em­
pourpre tout le portique ; mais déjà le soir
em
tombe sur les jardins, qui en deviennent plus
bleus. Les arcades se remplissent d’azur.

�DE SAINT SEBASTIEN

97

Dans le sombre azur, les hautes gerbes des lys
commencent à resplendir d’une candeur sur­
surn aturelle, comme si leurs faisceaux étaient
serrés autour d’un esprit céleste.
Tout à coup des cris éclatent, la multitude
ondoie et gronde.
D ES V O IX

JU B IL A N T E S .

— Miracle !
— Miracle !
— L ’aveugle,
l’aveugle, la femme d’Attale !
— Miracle !
— Miracle !
— La femme
1515 de Venuste, Alcé la muette !
— Écartez-vous !

L A I FEM M E

M UETTE.

Tu es saint ! Tu es saint ! Je parle.
Je te rends grâce.

LA FEM M E A V E U G L E .
Tu es saint ! Tu es saint ! Je vois.
1520 Je te rends grâce.

LES _V O IX

JU B IL A N T E S .

— Miracle !
— Miracle !
— Miracle 1
u

�98

LE MARTYRE

— 0 g u é risseu r !
— L ib é r a t e u r !
— T u p révau d ras.

Sébastien ne tourne pas la tête, ne semble
pas entendre. Il est au bord de la braise comme
à la lisière d’une prairie.
LE

SA IN T .

M e v o ic i p rê t, m e v o ic i p r ê t !

1525 M es p ie d s so n t n u s p o u r la rosée
d u S e ig n e u r, e t n u s m es g e n o u x
pour

l ’a lte r n a n c e

m e rv e ille u se .

0 g é m e a u x , a c c o rd d e la d o u b le
flû te , b r a s d e la g ra n d e ly r e ,
1530 c h a n te z la g lo ire d u C h rist roi,

e t n o tre a m o u r ! C h a n te z u n e h y m n e
q u i a rd e ju s q u ’à le u rs o reilles
* scellées, ju s q u ’à le u rs cœ u rs in e r te s !
F rè re s , q u e s e ra it-il le m o n d e
1535 a llé g é d e t o u t n o tre a m o u r ?

Il entre dans le parallélogramme de feu.
E t les premiers mouvements de la danse
extatique allègent ses pieds comme si les
Anges avaient noué à ses chevilles des talon
nières invisibles.
0

d o u x m ira cle , d o u x m ira c le !

L e s ly s ! L e s ly s !

�DE SAINT SEBASTIEN

99

Les engins de bois, de cuir, de fer et de vent
accompagnent la danse avec une sorte de
respiration titanique. Les jumeaux entonnent
leur hymne. Les femmes et les esclaves sont
entraînés dans le vertige de la douleur et de
l’allégresse. On entend toujours le nom
admirable, invoqué par des voix humaines
et surhumaines.
LES V O IX .
S é b a s tie n , S é b a stie n ,
t u es té m o in !

CANTICVM GEM INORVM .
1540 H y m n e s, to u te l ’ o m b re s ’ efface.
D ie u e s t e t to u jo u r s sera D ie u .
C éléb rez Son N o m p a r le feu .
L e so leil te r rib le e s t S a fa ce .
Il
1545

v ie n t. Il sé ch era S a race

v ile , c o m m e u n m a ra is b o u e u x . H y m n e s, to u te l ’o m b re s ’ efface.
D ie u e s t e t to u jo u r s sera D ieu .
C h a n te z les œ u v r e s d e S a g râ ce,
lo u e z Ses œ u v re s, en to u s lie u x .

1550 S e m ez Son N o m m y s té r ie u x
d a n s le s p o u ssières d e l ’ E s p a c e .
H y m n e s , to u te l ’o m b re s ’e ffa c e 1

,.

�100

LE MARTYRE

Ici la mère se découvre, le vieillard se
découvre ; et ils regardent, ravis. Les cinq
vierges apparaissent hors des voiles, avec
des visages illuminés. Elles haussent la gorge
comme des colombes, pour chanter le chant
de leurs frères.
LE

S A IN T .

J e d a n se su r l ’ a rd e u r d es ly s .
G lo ire, ô C h r is t ro i !
1555 J e fo u le la b la n c h e u r d es ly s .
G lo ire, ô C h r is t ro i !
J e p resse la d o u c e u r d es ly s .
G lo ire, ô C h r is t ro i !

Ce que son âme crée, ses pieds l'effleurent.
Il semble s’alanguir comme dans la danse
ionienne, et tout à coup il se renverse et se
retourne comme le guerrier qui dans la pyrpyrhique frappe du javelot le bouclier.
J ’a i le s p ie d s n u s d a n s la rosée !
i5Gu J ’a i le s p ie d s su r le b lé q u i p o u sse !
J e b o n d is c o m m e l ’e a u d es so u rces !
J e t ’a im e, R o i.

Dans une ineffable ambiguïté, le délire
alterne avec l’extase, l’ardeur avec la liesse,
la saltation guerrière avec la jubilation nup­
tiale. Toutes les fraîcheurs qu’engendre le
printemps de son âme, il les éprouve avec sa
chair empourprée par le reflet de la braise.
Mais, dans les entre-colonnements, les sept ger­

�DE SAINT SEBASTIEN

101

bes de lys ont l’aveuglant éclat des lumières
séraphiques. Une mélodie indistincte semble
surgir derrière l’hymne des sept enfants voués.
C ’e s t c o m m e si j ’a v a is u n e â m e
fa ite a v e c d es fe u ille s d e sa u le,
1565 c o m m e si m es v e in e s é ta ie n t

fa ite s d e m u s iq u e e t d ’ a u ro re !
C ’e s t c o m m e si j e se co u a is
u n g iv r e d ’é to ile s so n o re !
J e t ’ a im e, R o i.

Il n’y a plus que le délire et l’extase,
n’y a plus que la rougeur des feux bas et la
candeur des hauts lys. Maintenant la salutation
séraphique surmonte l’hymne terrestre.
CH O RVS S E R A P H ICVS.
1570

S a lu t, ô L u m iè r e ,
L u m iè r e

du

M on d e,

C r o ix la r g e e t p ro fo n d e ,
T r è s - h a u te B a n n iè re ,
-

H a m p e tu té la ir e

1575 e t V e r g e fleu rie,
S ig n e

d e v ic to ir e

e t P a lm e d e g lo ire
e t A r b r e d e v ie !

LE
Y”

SA IN T .

J ’e n te n d s v e n ir u n a u tr e c h a n t.

i 58o J ’e n te n d s le s s e p t lu t h s étern els.

�102

LE M ARTYRE

L e s l y s fo n t t o u t e la lu m iè re .
I ls fo n t t o u t e la m élo d ie .
V o u s le s fa u c h e z , e t ils re n a isse n t.
V o u s le s b rise z , ils s o n t d e b o u t.
1585 Ils o n t la t ig e im p érissa b le.

V o y e z , v o y e z ! Ils m e r e g a r d e n t
c o m m e d e s A n g e s c o u v e r ts d ’y e u x
pour

l ’ é p o u v a n te .

Le rayonnement des grandes gerbes para­
pard isiaques a vaincu la force des feux bas. Tous
ceux qui voient, tous ceux qui entendent sont
frappés de stupeur et de terreur. E t la trans­
transfiguration s’accomplit. Sept Séraphins, sept
Lumières de la hiérarchie lumineuse, surgis­
sent des gerbes et s’avancent dans les entrecolonnements. Ils chantent : l’immensité de
leurs voix semble la porte ouverte du Ciel.
V o ic i le s s e p t T é m o in s d e D ie u ,
1590

les C h e fs d e la M ilice a rd e n te .

Les femmes, les esclaves, les magistrats,
les soldats, les bourreaux, tous ceux qui voient,
tous ceux qui entendent, sont tombés, la face
contre les dalles. Mais les jumeaux semblent
faire un seul corps et une seule clarté avec les
colonnes unanimes qui soutiennent le portique
du Nouveau Jour.
T o u t le c ie l c h a n te !

PRIMVM

E X P L IC IT

SANCTI SEBASTIA NI
INCRVENTVM

SVPPLICIVM

�LA SECONDE M A N SIO N

LA CHAMBRE MAGIQUE

��LES PER SO N N A G ES.
L E S A IN T .
LA F I L L E M A L A D E D E S F I E V R E S .
LES SEPT MAGICIENNES :
PHOENISSE.
IL A H .
H A S S U B.
JARDANE.
ATRENESTE.
PHERORAS.
HYALE.
L’ A F F R A N C H I G U D D E N E .
l ’a c o l y t e p h l e g o n .
LE LECTEUR EUTROPE.
LES CATECHUMENES ADOLESCENTS
HERMYLE.
GORGONE.
ATHANASE.

�LES

ZE LA TE U R S

THEODULE.
CYRIAQUE.
NARCISSE.
BASILE.
L’E U N U Q U E ZACHLAS.
l ’i n t e n d a n t i i e l c i t e .
LES ESCLAVES :
DEBIR.
MENES.
PANTENE.
LUCIPOR.
CORDULE.
AL C E .
NADAB.
LE DECAN.
LE COCHER DU CIRQUE.
LA T O U R B E D E S E SC L A V E S, DES
A FFR A N C H IS, DES N E O PH Y T E S, DES
ZELATEURS.
LA V O I X D E L A V I E R G E E R I G O N E .
LA V O IX D E LA V IE R G E M A R IE.

�aperçoit une voûte en
ellipse, d’une matière
si polie qu’elle renvoie
toutes lés images, à la
façon d’un miroir con­
conave. Une porte rectan
gulaire à deux vantaux,
vaste comme le portail
d’un temple, est fer­
ferm ée dans la paroi du fond. On y monte par
sept degrés peints des couleurs planétaires,
comme les sept étages de Ninive, les sept
enceintes d’Ecbatane. Deux idoles solaires,
deux colosses entièrement vêtus de spires ser­
rpes entines jusqu’aux pieds onglés et ailés,
tenant dans les deux mains deux clefs symé
triques, supportent le linteau monolithe où
est gravée une inscription chaldéenne. La face
du Soleil et la face de la Lune brillent sur les
vantaux de bronze aux gonds énormes.
A droite et à gauche, percées dans la courbe
extrême de la voûte qui retombe et s’appuie
sur les dalles, deux issues basses, noires
d’ombre, semblent les bouches de deux longs
couloirs dédaléens.
n

�108

LE MARTYRE

Des chaînes d’or enchaînent à sept cippes
triangulaires sept femmes coiffées de mitres
et habillées de robes traînantes. Chacune,
dans la cavité de chaque cippe, entretient le
feu coloré de chaque planète. Et, comme elles
se penchent sur les creusets occultes, leurs
visages se colorent diversement entre leurs
tresses tordues en cornes de bélier. La magi­
agicienne de Saturne a le visage livide, presque
m
noir ; la magicienne de Jupiter l’a rouge clair;
la magicienne de Mars, rouge sombre ; la
magicienne de Mercure, bleu ; la magicienne
de Vénus, changeant ; la magicienne de la
Lune, argenté ; la magicienne du Soleil, tout
or. A leurs pieds gisent des coffrets, des cor­
corb eilles, des urnes, des fioles, des coupes, des
tablettes. Et, penchées, elles épient les fusions
sublimes, à travers leurs masques planétaires
qui tour à tour s’avivent et pâlissent en dégra­
dant par d’indicibles nuances.
Comme la sirène qui souffle dans la nacre
de la conque tordue, chacune chante profon­
dément dans le charme de la pierre creuse.
P H O E N IS S E .
U n n o u v e a u S ig n e e s t d an s l ’esp ace.
U n r o y a u m e tr o u v e so n roi.
L e jo u r tre m b le . L a n u it s ’efface.

ILA H .
1595 O T e m p s , ô T e m p s , sa b le fu g a c e
e t g o u t te d ’e a u p â le q u i c h o it !
U n n o u v e a u S ig n e e s t d a n s l ’esp ace.

Magister
Claudius
sonum
dédit.

�DE SAINT SEBASTIEN
H A SSU B .
Rêve, entre la vie qui passe
et la mort qui dure, isthme étroit !
1600 L e jour tremble. L a nuit s'efface.
0

JA R D A N E .
A m e frêle d an s la ch a ir lasse,
iv r e d ’esp oir, fo lle d ’effro i!
U n n o u v e a u S ig n e est d an s l ’ esp ace.

A T R E N E ST E .
I l p a r a ît. Q u i e st-ce q u i la c e
1605 la sa n d a le d e son p ied d ro it?
L e jo u r tre m b le . L a n u it s ’efface.

P H E R O R A S.
I l m o n te . S o n fr o n t e s t la p la c e
d e la lu m ière, q u ’ i l a ccro ît.
U n n o u v e a u S ig n e e st d an s l ’esp ace.

HYALE.
1610 L e s m ers so n t le s b o rd s d e sa ta sse ,
l ’a u b e e s t u n e p erle à son d o ig t.
L e jo u r tre m b le . L a n u it s’ efface.

P H O E N ISSE .
D a n s l ’a m o u r e s t to u te la g râ ce .
L e so u rire est la seu le lo i.

109

�110

LE MARTYRE

i6i5 U n n o u v e a u S ig n e e s t d a n s l ’esp ace.
L e jo u r tre m b le . L a n u it s ’efface.

L’ombre qui tombe de la voûte est éclairée
par les sept figures immobiles des Voyantes,
comme par sept lampes magiques. Ici, sou­
dain, éclate l’appel de Sébastien dans l’obscu
rité du dédale.
LE

SA IN T .

A m o i, G u d d è n e ! A m o i, P h lé g o n !
J ’a i t r o u v é l ’issu e. E n te n d s -tu
m a v o ix , G u d d è n e ? L e s d é to u rs
1620 so n t d o u te u x . N e t ’ é g a re p a s !

Il s’élance. Il a l’aspect farouche du destructeur
teur. Un marteau pesant est à son poing, le
marteau du tailleur de pierre, à deux têtes
dont l’une armée de pointes pour entamer
le bloc. Comme il découvre la grande porte,
il monte impétueusement les marches de
l’escalier.
L a p o rte ! L a p o rte ! J e v a is
t ’ a r r a c h e r d e te s g o n d s scellés.

Il frappe avec son marteau le vantail
retentissant. Les femmes aux chaînes, sans
détourner du cippe leur visage illuminé, jettent
un cri d’effroi.
&lt;
Q u i ê te s -v o u s?

Il est debout sur le septième degré, s’ados­
sant au vantail du Soleil, qui semble porter

�DE SAINT SEBASTIEN

111

dans son disque la tête juvénile pareille au
chef du Baptiste dans le plat d’or suspendu.
LES M A G IC IE N N E S.
Q u i e s -tu ? Q ui e s-tu ?

LE

SA IN T .
V o u s êtes

1625 e n ch a în é e s à l ’œ u v r e d es ch a rm es,
m a g ic ie n n e s.

Elles sont toutes frémissantes dans la
fixité de leur vision, comme des arbustes
feuillus qu’un vent bas agiterait sans mou­
voir la fleur de la cime.
‘ LES

M A G IC IE N N E S.

N ous avons vu , nous avons vu
la g ra n d e im a g e .

P H E R O R A S.
M a is n o u s n e p o u v o n s p a s en co re
163o n o u s d éto u rn er, se ig n e u r, si m êm e
t u es u n d ie u .

LE

SA IN T .

Q u i ê te s -v o u s?

H A SSU B .
O b se rv e

n os fa c e s

p en ch ées.

N o u s g a rd o n s les fe u x d es p la n ètes.

�112

LE M A R T Y R E

1635 V o is -tu le s a sp e c ts d es m é ta u x
q u ’e lle s e n g e n d re n t, a u x co u leu rs
de nos fa c e s ?

La réverbération du feu secret dans la
cavité du cippe devient de plus en plus forte,
suivant le rythme incantatoire. Une anxiété
croissante exalte ou rompt la voix de celle
qui évoque les aspects de l’avenir.
J e su is H a s su b .
J e su is g a rd ie n n e d e N a b o u ,
q u e le s L a t in s n o m m e n t M ercu re.
1640 N e su is-je p a s b le u e co m m e l ’ o m b re

d e l ’â m e o ù la p en sée rep o se
p a re ille à u n é c la ir v o ilé ,
c o m m e l ’o m b re o ù le n te m û rit,
p a re ille a u sa p h ir so lita ire ,
1645 la p a ro le

q u i ch an gera

le m o n d e e t v a in c r a le to m b e a u ?
M ais d ’ o ù v ie n s - tu ? Q u el d ie u , q u el m a îtr e
a p p r it à t e s lè v r e s si je u n e s
les b la sp h è m e s im p é ris sa b le s?
1650 Q u i e s t c o n tr e t o i? T o u t l ’a zu r
r a y o n n e . L u m iè r e ! L u m iè r e !
L u m iè r e ! T u t e tie n s d e b o u t,
c a m b ré co m m e l ’ a rc d e te s lè v re s
d a n s le so u rire. T u p a ra is
1655 h érissé d e ra y o n s . T u p o rte s

�DE SAINT SEBASTIEN

113

la co u ro n n e d ’o r e t la p a lm e.
Ah,

q u i e s -tu ?

Le feu s’éteint, la figure s’éteint comme les
pierreries de la mitre. Semblable à une larve
morne, la femme s’affaisse sur la dalle, contre le
cippe, dans ses propres chaînes ; et elle y
reste accroupie, silencieuse, près des coffrets,
des corbeilles, des urnes, des fioles, des coupes,
des tablettes.
P H O E N ISSE .
J e su is P h œ n isse, la g a rd ie n n e
d e D ilb a t q u ’ on n o m m e V é n u s
1660 la d éesse m ère de R o m e ,
la fleu r d e la v a g u e fleu rie,
v o lu p té d ’h o m m es e t d e d ie u x .
T u la d é d a ig n e s ! Ses s ta tu e s
s ’é cro u le n t. R e g a rd e ,

reg a rd e

1665 m o n v is a g e c h a n g e a n t ! M on cœ u r
m a la d e o n d o ie d a n s la m er ch a u d e
d e P h é n icie . L ’ écu m e e s t co m m e
la b a v e d es p leu reu ses lasses
d e crier le u r d ésir. J ’en te n d s
167o les la m e n ta tio n s des fe m m e s
q u i d é ch ire n t to u s le s n u a g e s
d u so ir e t d u b e n jo in . J e v o is
le b el A d o le s c e n t co u ch é
su r le lit d ’ébèn e. U n e fra îc h e
H

�114

LE MARTYRE

1675 b lessu re e s t su r sa cu isse blêm e.

L e s fe m m e s s ’a c h a rn e n t. D e s roses
n a is s e n t d u sa n g , d es an ém o n es
n a iss e n t d es larm es. Il e s t m o rt,
le B ie n -a im é !

Elle renverse la tête en arrière, éteinte. Elle
s’écroule comme un monceau de cendres. Elle
reste au pied du cippe, avec ses chaînes,
comme l’esclave morte de fatigue qui s’abat
au pied de la meule sans quitter la sangle.
P H E R O R A S.
168o D e

l ’ o r ! D e l ’ o r ! J e v o is d e l ’ or

q u i re sp le n d it, d e l ’ o r q u i to m b e ,
d e l ’o r q u i c o u v r e e t q u i é to u ffe ;
des co lliers, d es a n n e a u x , d es to rq u es,
sa n s n o m b re, sa n s n o m b re ; d es ch o ses
1685 é tin c e la n te s

et

p e s a n te s

san s n o m b re, le p o id s d u tréso r,
le su p p lice d u m é ta l ja u n e ;
ca r je su is P h é ro ra s, g a rd ie n n e
d e J u p ite r . E t l ’E m p e re u r
169o te reg a rd e , v e r s to i s ’in clin e,
h a le tte . T u a s d a n s to n p o in g
sa v ic to ir e d ’ or. M ais t u sou ffres,
t u so u ffres. S u r to i le to n n erre
trio m p h a l des b u ccin s réso n n e.
1695 T u a p p elle s to n d ieu, t u n o m m es

�DE SAINT S E B A S T IE N

115

u n seul d ie u d e v a n t to u s le s d ie u x .
D e s h o m m e s c r ie n t a u sa crilè g e .
O rp h é e ! O rp h ée !

Elle n’a plus de couleur. Toute blême, elle
tend ses bras enchaînés ; puis, elle semble se
casser comme la tige du pavot frappé par la
verge. A terre, elle incline la tête sur ses
genoux soulevés.
JA R D A N E .
A p o llo n ! A p o llo n ! O n co u p e
1700 le s co rd es à la ly r e , co m m e

u n e c h e v e lu r e te n d u e .
O n la t ie n t p a r l ’u n e d es co rn es
d ’iv o ire , c o m m e u n e v ic tim e ,
p o u r la m u tile r. O n e n te n d
1705

d es cris. T u es im p ie , t u es
im p ie . T u o ffen ses m o n d ieu.
J e su is J a rd a n e , la g a rd ie n n e
d u g r a n d lu m in a ir e S a m a s,
n o m m é p a r le s h o m m es S o leil,

1710

P a ia n L y r e - d ’ or, A r c - d ’ a rg e n t.
L a ly r e h e p ta c o rd e , fig u re
d es sp h ère s c h a n ta n te s , e st-elle
u n g ib e t ? P o u r q u o i é te n d s -tu
les d e u x

1715

b ra s, jo in s -tu les

d e u x p ied s,

co m m e le s e s c la v e s en c r o ix ?
T u p o u rra is en co re ê tre u n d ieu ,

�116

LE MARTYRE

a v o ir to n te m p le . P o u r q u o i d on c
v e u x - t u m o u rir?

Elle s’abandonne sur le cippe éteint comme
la pleureuse sur la stèle funèbre. Elle s’y
accoude ; elle appuie son front sans rayons
sur ses poignets croisés.
IL A H .
T u n e m eu rs p a s, t u n e m eu rs p a s
1 720

d e c e t t e m o rt. J e sa is m ie u x v o ir .

Je v o is ju s q u ’ a u p lu s o b sc u r co in
des d o u ze lie u x . J e su is Ila h .
J e fo rg e la la m e d e p lo m b .
J e su is g a rd ie n n e d e S a tu rn e ,
1 725

de la planète

m eu rtriè re .

L e s crim e s ro u g is se n t les p ied s
v a in s d u T e m p s q u i fo u le sa n s b r u it
d e g ro s c a illo ts ro u g es e t m o u s
co m m e te s a n ém o n es. S u is-je
1730 liv id e , d u m e n to n a u fr o n t,
co m m e la v io le tt e o u co m m e
l a m e u rtris su re ? T u m e tro u b les,
t u m e tro u b le s. L e s p ro fo n d e u rs
tre ssa ille n t. D e s o m b res su rg issen t
1735

p a re ille s a u x fe u illa g e s m o rts
d ’u n a rb re n o ir ch assés d e to m b e
en to m b e p a r le v e n t stérile.
T u es r e sp le n d is sa n t d e p laies.

�DE SAINT SEBASTIEN

117

T u es c o m m e crib lé d ’éto iles.
1740

A u t o u r d e to i d es a iles b a tte n t.
T u as la co u ro n n e e t la p a lm e.
Ah,

qui

e s-tu ?

Obscurcie, elle palpite encore sur la dalle
froide. Puis, elle compose en rond son long
corps souple, comme le lévrier qui s’endort
après la chasse.
A TREN ESTE.
Q u e d e fe r I Q u e d e fe r ! C ’e s t M ars
q u i l ’en gen d re, n o m m é N e rg a l
1745

o u tre m er. J e su is A tre n e s te ,
q u i g a r d e l ’a stre d e stru c te u r.
J ’ ai d a n s u n e g a in e u n e épée
q u i e m b a u m e d es d e u x tra n c h a n ts ,
p a rc e q u ’elle a co u p é les h erb es

i75o d an s le ja r d in

d e P ro se rp in e .

E t to u t le re ste e s t sa n g e t ro u ille.
L a n u it to m b e . L ’ a rb re e s t san s fleu r.
E t to u te to n â m e e s t su r to i
co m m e d e la p o u rp re san s plis.
1755

'

P o u r q u el a m o u r, p o u r q u el esp oir,
p o u r q u e lle é te r n ité m e u rs -tu ?
Q u i m e t so n so u ffle e n tr e to n c œ u r
e t te s lè v r e s ? J e v o is d es fe rs
aig u isés, d es fe rs em p en n és.

178o L e p re m ie r t e fr a p p e a u g en o u ,

�118

LE MARTYRE

se fix e en tr e m b la n t d a n s le n œ u d
d e l ’os ; m a is le d e rn ie r t e p erce
d ’o u tr e e n o u tre la v e in e c h a u d e
o ù le co u se j o in t à l ’é p a u le ...
1785 T u so u ris ! T o u t le ciel v i v a n t
e s t su sp e n d u co m m e u n re g a rd
e n tre la la r m e d e V e s p e r
e t ce so u rire.

Décolorée comme son charme, elle vacille
et tombe sur ses genoux. Puis elle s’assied
sur ses talons et demeure, les bras allongés
sur ses cuisses, comme inanimée, semblable à
ces vases funéraires dont le couvercle est une
tête divine.
HYALE.
Us d ressen t, ils d resse n t le co rp s
1770

v i v a n t su r le u r a u te l d e p ierre
co m m e la s t a tu e su r le so cle !
Il n ’a p lu s d e sa n g , il e s t p u r ;
c a r m êm e les v e in e s des d ie u x

^ c h a rr ie n t la ro u g e u r d u d ésir
1775

p lu s sa lée q u e l ’e a u d e la m er.
Il n ’ a p lu s d e sa n g , il e s t p u r.
11 est p lu s d iv in q u e le m a rb re,
p lu s d o u x q u e la p erle sc u lp té e ,
p lu s p â le q u e to u te s les ch o ses

i78o les p lu s p â le s. J e su is H y a le ,

�DE SAINT SEBASTIEN
la

g a r d ie n n e

du

119

lu m in a ir e

e x s a n g u e q u e le s m o rte ls n o m m e n t
L u n e . E t à m es y e u x so n t co n n u es
to u te s le s p â le u rs d e la T e rre ,
1785 d e la M er, d u C iel, d e l ’H a d è s,
e t d es rê v e s,

Lentement, lentement, dans le cippe cave,
le métal lunaire se refroidit, bleuit, faiblit.
d e to u s les rê v e s
q u i re n a isse n t, d e to u s les rê v e s
é v a n o u is...

La gardienne de Sin semble s’écouler le
long de la pierre comme une nappe d’eau
silencieuse et lisse. Une lueur vague hésite
encore sur sa figure entourée de tresses vio­
violettes, semblable à la lueur des méduses
marines. Elle reste ainsi effacée dans les plis
de sa robe, les paumes creuses comme celles
où l’on s’abreuve aux bords du Léthé.
La voûte s’emplit de nuit souterraine. Le
Jeune Homme, enveloppé de songes et de
sorts, est encore debout contre la porte de
bronze. E t, soudain, un chant pur se lève
au delà du seuil infranchissable.
E R IG O N E IV M

M ELOS.

J e fa u c h a is l ’ É p i d e fro m en t,
179o o u b lie u se d e l ’a sp h o d è le ;
m o n âm e, so u s le c ie l clém en t,

M agister
C laudius
sonum
dédit.

�120

LE MARTYRE

é t a it la sœ u r d e l ’h iro n d e lle ;
m o n o m b re m ’ é t a it p re sq u e u n e a ile
q u e je tr a în a is d a n s l a m o isso n .
1795

E t j ’ é ta is l a V ie r g e , fid èle
à m o n o m b re e t à m a ch a n so n .

C’est le cristal doré d’une voix virginale
qui se courbe sur l’âme comme un ciel d’août.
Anxieux, le Jeune Homme écrase sa joue
contre le vantail. Les Voyantes soulèvent leur
tête grave de sommeil et l’inclinent vers la
mélodie. Elles murmurent en rêve.
HYALE.
E lle e s t E r ig o n e , l a V ie r g e .

P H O E N IS S E .
E lle e s t E r ig o n e .

A T R E N E ST E .
L a V ie r g e
à l ’ E p i d ’o r !

LE SA IN T .
1800 G a rd ie n n e d e la p o rte close,
cré a tu r e d ’e n c h a n te m e n t,
é co u te -m o i, fe m m e o u d ém on ,
é co u te ! J e v e u x q u e t u m ’o u v re s,
fe m m e o u d ém on .

�DE SAINT SEBASTIEN

121

E R IG O N E .
1805 E n fa n t d ’u n m o rte l, q u i e s -tu ?

J e t e v o is à tr a v e r s l ’ a ira in
son ore. J e t e v o is . T u es
b e a u d a n s t a fleu r, co m m e le d ieu
q u i m ’a im a , le d ie u b o n d is s a n t
1810 p o rte u r d e th y r s e .
\

LE

SA IN T .

E n te n d s -m o i ! J e v e u x q u e t u m ’o u v re s,
fe m m e o u d ém on .

E R IG O N E .
T u a s les y e u x n o irs e t la lo n g u e
ch e v e lu r e

du

d ie u

cru e l

sa su r m a n u q u e rose
g ra p p e s d e la d o u leu r,
« près

l ’ a u tre .

LE SA IN T .
F a n tô m e , fa n tô m e d e ch a rm es,
je t e c o n ju re .

E R IG O N E .
1820 L ’in c a n ta tio n

de

S e ta r

m e fo rce . J e su is p riso n n iè re.
J ’ a i v o lé p a rm i le s é to ile s

�122

LE MARTYRE

d u L io n , p o r t a n t m o n épi
d ’ o r e t m es la rm e s.

LE

SA IN T .

1825 F a n tô m e ,

j ’ a b a t t r a i la

p o rte ;

e t le R o i d e g lo ire e n tre ra .
Au

seco u rs,

frè re s !

Il descend les degrés et court vers l’issue
noire, en brandissant le marteau.
A

m on

a id e !

O ù ê te s -v o u s?

Ici les lueurs des flambeaux éclairent l’issue.
On entend des pas, des voix. E t l’affranchi
Guddène, l’acolyte Phlégon, le lecteur EuEutrope, les catéchumènes adolescents Hermyle,
Gorgone, Athanase, d’autres briseurs d’idoles,
Théodule, Cyriaque, Narcisse, Basile, armés
de marteaux et de massues, font irruption dans
l’ombre que les lueurs troubles agitent. Des
esclaves les suivent, s’arrêtent, hésitants ;
d’autres surviennent, effrayés ou enivrés. On
plante les flambeaux dans les poings de fer
qui font saillie hors de la pierre.
GUDDENE.
S e ig n e u r, se ig n e u r, d ’a u tr e s id o les,
183o d ’ a u tre s id o les, e n g r a n d n o m b re,
d é c o u v e r te s d a n s la

m u ra ille

d o u b le ! N o u s a v o n s re n v e rsé

�\
D E SA IN T SEB A S TIEN

les d ie u x d ’ a ira in , b risé les d ie u x
d e m a rb re , b r û lé c e u x d e b o is,
1835 a rr a c h é le s p la q u e s d ’iv o ire ,
écra sé le s co u ro n n es d ’or,
so u illé t o u te s les b a n d e le tte s .
E t il n ’y a p lu s u n e id o le
ch e z J u le A n d r o n iq u e . N o u s so m m es
1840 las, se ig n e u r. N o u s m o u ro n s d e soif.

N o u s a v o n s t u é t a n t d e d ie u x ,
t a n t d e d ém o n s !
/i

HERM YLE.
A u c u n s é t a ie n t b e a u x .

G O RG O NE.

D e s rega rd s

s o r ta ie n t d e l ’a ir a in e t d u m a rb re.

A T H A N A SE .
is45 J ’a i v u co u le r d u sa n g, d es la rm es.

PHLEGON.
C ’é t a it le v in , c ’é t a it le m ie l
des

o ffra n d es.

EUTROPE.
Il n e fa u t p a s
les re g a rd e r.

123

�124

LE MARTYRE

GUDDENE.
J e d é to u rn a is
les y e u x , en a s s é n a n t les co u p s.

LE SA IN T .
185o V o y e z

la p o rte !

H ER M Y LE .
Il y a des fem m es co u ch ées
su r le s d alles.

A T H A N A SE .
A v e c d es m itre s.

GORG O NE.
E lle s n e re m u e n t p a s .

A T H A N A SE .
S o n t-e lle s
e n ch a în ées ?

HERM YLE.
D e s m a g icien n es.

LE SA IN T .
1855 II fa u t a b a tt r e c e t t e p o rte .

GUDDENE.
E lle e s t d ’a ira in .

�DE SAINT SEBASTIEN
EUTROPE.
E lle e s t m a ssiv e .

PH L E G O N .

E lle a des g o n d s in é b ra n la b le s.

B A SIL E .
O n n e d is tin g u e p a s le jo in t
d es d e u x v a n t a u x .

N A R C ISSE .
N i la serru re.

PH L E G O N .
Q u i a la

c le f?

GUDDENE.
EUTROPE.

O ù e s t la c le f?

Q u ’on a p p e lle Z a c h la s l ’e u n u q u e !

PHLEGON.
Q u ’on

a p p e lle

H e lc ite !

G O R G O NE.

S a it-o n

c e q u ’elle c a c h e ?

B A S IL E .

U n la b y r in th e .

THEODULE.
L e la ra ire d es d ie u x h o n te u x .

125

�126

LE MARTYRE

C Y R IA Q U E .
1865 U n

cellier, p e u t-ê tre .

N A R C ISSE .
U n tréso r.

G O R G O N E.
U n to m b e a u .

A T H A N A SE .
D e s m on stres.

HERM YLE.
U n rêve.

EUTROPE.
V o ilà

LE

le

S y r ie n !

SA IN T .
H e lc ite !

On voit ici l’intendant de Jule Andro
nique percer la tourbe des serfs qui, de plus
en plus épaisse, encombre les issues. Il est
jaune et onctueux comme la cire, mince et
flexible, avec de beaux yeux de lièvre agran
dis par le fard et par l’angoisse.
D o n n e la c le f de c e tte p o rte .
O u v re ,

to i-m ê m e .

H ELC IT E .
187o

0 se ig n e u r, m o n m a îtr e e s t m o u ra n t.
Il g é m it d an s sa co u ch e. Il n o m m e

�DE SAINT SEBASTIEN

127

to n n o m . Il t ’ a p p elle , il t ’a d ju re ,
se ig n e u r. N ’a v a is - tu p a s p ro m is
de le g u é rir, s ’il te la issa it
1875 b riser les im a g e s d es d ie u x
d an s

ses m aison s,

d an s

ses

p o rtiq u es,

d an s ses ja r d in s ? T u es v e n u
seul, à la to m b é e de la n u it ;
e t, p lu s ta rd , d ’a u tre s d e stru c te u rs
188o so n t v e n u s a v e c d es m a r te a u x
b ie n p lu s lo u rd s. T u a s ren versé
le s sta tu e s , les a u tels. T u as
ch a rg é d ’é p o u v a n te e t de crim e
la n u it. N o u s so m m es to u s tre m b la n ts.
18S5 O n v o it d es la rv e s, on en te n d
des sa n g lo ts. L e s e s c la v e s h u rle n t
d an s l ’e rg a s tu le , ou se reb elle n t,
ou in v o q u e n t le ch a n g e m e n t.
N o u s a v o n s p erd u to u s nos d ie u x ,
189o en v a in . M on m a ître,

d an s les n œ u d s

d e la d o u leu r, t ’ a p p elle , to i
q u i as g u é ri l ’ a v e u g le , toi
qui as co n solé la m u e tte ,
to i q u i su r c e tte ch a ir so u ffra n te
1895 a s fa it p a c te d e d é liv ra n c e
san s le rem p lir !

�128
LE

LE MARTYRE
SA IN T.

Il est d a n s les n œ u d s d e la fra u d e .
Il e s t to u t n o u é d e m en son ges.
L a P e u r d ’u n c ô té de sa co u ch e
1900

se tie n t, e t la R u s e d e l ’ a u tre.
T u v o is, tu v o is. Il m e c a c h a it
les in c a n ta tio n s , les ch a rm es,
les so rtilè g e s e t les p h iltre s,
e t to u te s ses m a g icie n n e s

1905 im p u res, a v e c to u s ses r ite s

im p ie s. T u v o is.

Il indique au Syrien les femmes abattues
près des cippes.
GUDDENE.
N o u s a v o n s t r o u v é d a n s le s n ich es,
d errière le s s ta tu e s , d es liv r e s
e t d es ta b le tte s .

PH L E G O N .
1910

U n e s c la v e n o u s a m o n tré
to u t à l ’h eu re, d an s u n e ch a ise
d u m a ître , e n le v a n t u n e p la n ch e
d ’iv o ire , u n a m a s d e ro u le a u x
m a g iq u e s ; p u is d es ca lcéd o in e s

1915 g ra v é e s d ’im a g e s e t d e ch iffres ;
e t p u is des m a in s d ’ a rg en t, d es tê te s
d ’ a rg ile cru e...

�DE SAINT SEBASTIEN
LE

SA IN T .

E t ces s e p t fem m es en ch aîn ées?
R é p o n d s, H e lc ite .

H E L C IT E .
1920

S eig n eu r, elles so n t des c a p tiv e s
d e S id o n q u i seules p o ssèd en t
le s e c re t d es te in te s en p o u rp re,
réserv é es ja d is a u x g ra n d s p rê tre s
e t a u x v o ile s d u T e m p le . Il fa u t

1925

q u ’o n le s en ch aîn e.

LE

SA IN T .

H o m m e , t u m en s. O r, si to n m a ître
v e u t se d é liv re r de ses m a u x ,
q u ’il m a n ife s te c e q u ’il ca ch e.
Il m e fa u t d é tru ire a v a n t l ’a u b e,
193o ici, to u te œ u v r e d es d ém on s.

1935

L a n u it e s t b rè v e .

H EL C IT E .
Il y

a des ja rd in s, je pense,

d es ja r d in s su sp en d u s

avec

ces a rb res o d o ra n ts d ’ o ù co u le
c e b a u m e q u ’ on n o m m e sarran ,
p lu s d o u x q u e to u s les a ro m a te s.
E t p erso n n e a u tr e n ’a jo u i

129

�130

LE MARTYRE

d e ces arb res, fo rs le seign eu r.
J a m a is je n ’a i fra n c h i c e seuil.
194o E t je ne sais. M ais to i, p e u t-ê tre ,
t u sais, Z a c h la s .

L’Égyptien est debout, enveloppé d’un
pagne bleu, un pied en avant, les deux mains
"B allantes.
LE

SAINT.

H o m m e , t u m ens.

ZACHLAS.
N i m oi n o n p lu s, je n ’a i fra n ch i
ce seuil. J e sais q u ’il n ’y a p a s
1945 d e d ie u x , p a s d ’im a g e s d iv in es,
m a is des m e rv e ille s, co m m e l ’o rg u e
h y d r a u liq u e d e l ’em p ereu r
N éro n , r é ta b li p a r E u n o ste.
E t , q u a n d J u le é t a it e n E g y p t e ,
1950

u n h o m m e d e P h y la c e v in t
e t d it q u ’il v o u la it lu i m o n trer
le m o n stre d isp a ru q u ’ on n o m m e
H ip p o c e n ta u r e c h e z les G recs,
e m b a u m é d an s d u m iel. J e d o u te

1955

qu e c e tte m e r v e ille n e so it
en ferm ée là ...

�DE SAINT SEBASTIEN

131

EUTROPE.
F ra p p e -le , d on c, a u n o m d u C h rist,
fra p p e -le , c e t a d o ra te u r
d u C h ien e t d u B œ u f. F r a p p e fo r t !
1960

II ose

se jo u e r d e to i.

Q u ’ on le c h â tie !

Des affranchis de la famille surviennent,
l’un après l’autre, essoufflés, effarés.
LES

AFFRANCH IS.

— O H e lc ite , H e lc ite ! Z a c h la s !
— C o m m e n t n e re v e n e z -v o u s p a s ?

— Il

e st à b o u t.
—

S e ig n e u r, seig n e u r

1965 il t ’ a p p elle . V ie n s le g u é rir !
T u l ’ as p rom is.
—

V ie n s l ’a rra ch e r

a u x a ffres de la m o rt !
—
V it a l t e su p p lie, te co n ju re .
— C o m m e n t p o u rr a is -tu le tr a h ir ?
197o — T u as a c c o m p li la ru in e.

Accomplis enfin la promesse.
— P a r t o u t e s t l ’h o rreu r e t l ’effroi.
O n n e m a r c h e p lu s. L e s sta tu e s
ren v ersées e n co m b re n t les seuils.
1975

D e s b û c h e rs b rû le n t. L e s e scla v e s

S o n fds

�132

LE MARTYRE

se p ressen t tr a în a n t leu rs m ala d e s.
L e s fe m m e s p le u re n t. L e s e n fa n ts
c r ie n t. T o u s les d é to u rs so n t b o u ch é s
p a r c e t t e m asse la m e n ta b le
198o q u e rien n ’ é c a rte n i n ’ a rrête.
Q u e fe r a s-tu ?

LE

SA IN T.

L a is s e z q u ’ils v ie n n e n t. L e R o y a u m e
d es c ie u x est se m b la b le a u le v a in
q u e la p lu s h u m b le d e ces se rv es
1985 ca ch e d an s tro is m u id s d e fa rin e
ju s q u ’à ce q u e to u te la m asse
lè v e e t ferm en te.

UN

D ES A F F R A N C H IS.

M a is q u e fe r a s -tu d e to n h ô te,
ô d e str u c te u r ?

LE

SA IN T .

1990 Q u e c e t h o m m e, c h e f d e m aison ,

t ir e d e son tré so r d es ch o ses
n o u v e lle s e t n e ca c h e p a s
le s a n cien n es. L e d ieu n o u v e a u
le g u é rira .

H E L C IT E .
1995 O r il v e u t q u ’on o u v re la p o rte
d ’a ira in . O r il v e u t t o u t d étru ire .

�DE[SAINT SEBASTIEN

133

A lle z e t p o rte z le m essa g e
à V it a l, q u ’il v ie n n e e t ré so lv e .

LES A F F R A N C H IS.
— T u v e u x d é tr u ire le p ro d ig e
2000 d e S e ta r , la

C h a m b re m a g iq u e !

— O n a d ép en sé d es m illiers
d e sesterces, p o u r l ’é ta b lir .
— E t d e l ’or, d u cr ista l, d u b ro n ze ,
des ve rreries, d es pierreries,
2005 san s n o m b re.

H E L C IT E .
T a is -to i ! T a is -to i !

LES A F F R A N C H IS.
C ’est
le Z o d ia q u e c ircu la ire ,
co m m e c e lu i d e C lé o p â tre .
— E t l ’o rd o n n a n ce d es p la n è te s
le s cercles d e la g é n itu re ,
2010 les c y c le s d es lie u x .

—

O seig n eu r

trè s s a in t, e t co m m e n t p o u rra is -tu
la d é tru ire , c e tte m e rv e ille
des m e r v e ille s ?
—
la ly r e h e p ta c o r d e d ’ O rp h ée.

E lle sim u le

�134
2015 —

LE M A R T Y R E
O n p e u t t o u t p réd ire e t co n n a ître

p a r les ta b le s d es m o u v e m e n ts,
p a r les co m b in a iso n s des signes.

ZACHLAS.
T a is e z -v o u s ! T a is e z -v o u s !

LES A F FR A N C H IS.
—
non, t u n e la d é tru ira s p a s !
2020 —

E lle c o n tie n t les d o m icile s

p la n é ta ir e s e t les trig o n es
e t le s d éca n s, d ’a p rè s les liste s
d e D é m o p h ile .
—

E t le q u a d r a

v it a l, a v e c les h o ro scop es
2025 a p h è te s

d e P to lé m é e .
— Sois

ju s te ! Sois clé m e n t !
—
le T h è m e d u M on d e e t de R o m e ,
les d o m a in es des D o u z e Sign es,
e t le s D o u z e S o rts h erm étiq u es.
2030 — P a r fo is l ’in c a n ta tio n fo rce
la F ig u r e z o d ia ca le
à d escen d re, e t la tie n t c a p tiv e
d a n s l ’ or, le c r is ta l e t l ’a ira in .
— L a V ie rg e à l ’E p i d ’ or, la fem m e

On y

�DE SAINT S E B A S T IE N

135

2035 co u ch ée su r le cercle, la tê te
en a v a n t, e s t b ien t a p a tro n n e,
se ig n e u r. P o u r ra is -tu la fr a p p e r ?
— E lle p r o tè g e les C h rétien s.
— P e u t-ê tre , e lle e s t la sœ u r des A n g e s
2040 r é v é la te u r s d e l ’A v e n ir .

— D é jà tes P a tr ia r c h e s so n t
d an s le Z o d ia q u e , te s A n g e s
d a n s les p la n è te s.
—

Sam ael

e s t l ’A n g e d e M ars ; A n a e l,
2045 l ’A n g e d e V é n u s ; G a b riel,

l ’A n g e d e la L u n e .
— S e ta r
le M ag e, le g ra n d a stro lo g u e
th é u rg e d e la d esce n d an ce
d e B é ro se , a fo n d é c e t t e œ u v re
2050 d an s la p ie rre e t l ’a ira in . C o m m en t,

c o m m e n t p o u rr a s -tu la d étru ire ,
se ig n e u r?

LE SA IN T .
J e d é tr u ira i c e t t e œ u v re
d es d ém on s. J e v a in c r a i la p ierre
et
2055

l ’ a ira in . J ’ a b a tt r a i la p o rte.

E t le R o i de g lo ire e n tre ra .

�136

LE MARTYRE

UN

D ES A F F R A N C H IS.

S e ig n e u r, tro is M ages, c e p e n d a n t,
se tr o u v è r e n t à la n a issa n ce
d u C h rist. D ie u se s e r v it d ’un a stre
p o u r les a v e r tir . E t , afin
2060 q u e le p résa g e f û t co m p ris,
n e d u t-il p a s o b se rv e r to u te s
les R è g le s ?

LE

SA IN T .
L ’ é to ile d es M ag es

v i n t a n n o n cer la r o y a u té
n o u v e lle e t la fin des d ém on s.

L’A F FR A N C H I.
2065 E lle é t a it u n sig n e h o ro sco p e.

LE SA IN T .
E lle f u t clo u ée p a r m o n D ie u
a u cœ u r v iv a n t d u C iel, en g a g e
d e la p a ro le rad ieu se
p a rlé e p a r la b o u ch e d e l ’ O in t.
2070

T u la sau ras.

Par tous les détours du dédale, à la double
issue, se prolonge la clameur du troupeau.
Des malades paraissent, aux bras de leurs
parents, agités, illuminés d’espoir.

�DE SAINT SEBASTIEN

137

LES ESC LAV ES.
— A to i, n o u s v e n o n s to u s à to i,
seig n eu r !
— N o u s som m es to u s à to i!
— N o u s t ’a v o n s

a tte n d u , b e rg e r !

B e r g e r, n o u s so m m es to n tro u p e a u .
2075

G a rd e-n o u s !
—

N o u s a v o n s v e illé

t o u te la n u it d a n s les tén èb re s
p o u r a tte n d r e le c h a n g e m e n t.
— P lu s ie u rs d ’e n tre n o u s o n t m a rq u é
l ’h e u re d ’a tte n te a v e c le s g o u tte s
2o8o les p lu s tris te s d e leu rs u lcères.

— N o u s a v o n s crié, sa n g lo té
v e rs to i p o u r q u e t u n o u s ra c h è te s
e t n o u s d éliv res, v e rs to i, m a îtr e ,
p o u r q u e t u n o u s g u érisses e t
2085 n ou s consoles.
—

S i n o u s p leu ro n s,

sero n s-n ou s co n so lés?
—

T u v o is :

n o u s m ou lon s le b lé ; m a is la fo rce
n o u s broie, co m m e d u b lé m a u v a is ,
e n tr e d e u x p ierres.
—
2090 sa ig n é, n ou s aussi, sou s les v e rg e s,

sou s les lan ière s.

N ous avons

�138

LE MARTYRE
S i les d ie u x

m a r c h e n t su r le s h o m m es, les h o m m es
m a r c h e n t su r n o u s, a v e c l'o s d u r
de le u r ta lo n .
—

J a m a is u n

2095 n ’a rien f a it p o u r n o u s so u lag er,

ni ja m a is u n h o m m e. C elu i
q u e t u a n n o n ces, h o m m e e t d ieu ,
q u e fe ra -t-il p o u r n o tre fa im
e t p o u r n o tre so if, p o u r n os cœ u rs
2100 e t p o u r n os p o ig n e ts ?

—

Ap

le cri q u i se ra é co u té ,
se ig n e u r !
—

A p p re n d s -n o u s la p rière

q u i sera e x a u c é e !
—

T u as

d esce llé le s y e u x d e la fe m m e
21o5 d ’A t ta le . O r e lle te rega rd e.
—

E t t u as d élié la la n g u e

d ’A lc é , la fe m m e d e V en u ste.
O r elle t e lou e.
—

N o u s v o ici,

se ig n e u r. N e g u é ris p a s le m a ître ,
2110 m a is g u é ris les serfs.

— Si t u v e u x ,
seign eu r, t u p e u x .

�DE SAINT SEBASTIEN

139

LE SA IN T .
H o m m e s, m ’ a v e z -v o u s v u to u ch e r
d e m es d o ig ts les y e u x d e l ’a v e u g le ?
A i- je d o n c to u c h é d e m es d o ig ts
2115

les lè v r e s d ’A lc é ? L ’ u n e a v u ,
l ’ a u tre a p a rlé ; m a is le u r fo i seu le
les a g u é ries. V o tr e fo i seule
v o u s g u é rira .

LES

E SC L A V E S.

S e ig n e u r, n o u s v o u lo n s v o ir u n sign e
2120

d e to i !
— U n sig n e I
—
le G u érisseu r, ce lu i d o n t tu
n o u s a p p o rte s le té m o ig n a g e ?
— N ’e st-il p a s le C o n so la te u r?
E t n e v ie n s -tu p a s en son n o m ?

2125

— T u as re n v e rsé le s sta tu e s
d ’A s c lé p io s , d e T élesp h o re,
d ’H y g ie , d isp ersé les o ffra n d es
v o tiv e s , fo u lé les co u ro n n es,
b risé les ta b le s d e p rod iges.

213o E t t u v e u x n o u s la isse r n o s fièvres,
nos p laies, n o s u lcères, n os v e in e s
relâ ch ée s, n o s os fléch is, to u s
n os m a u x e t to u te s nos so u ffra n ce s !

N ’est-il p a s

�140

LE MARTYRE

— T o n d ieu n ’e st-il p a s p lu s p u is s a n t
2135

q u e le p e t it d ieu q u i g r e lo tte
sous

son

cap u ch on ?
— M oi, j e suis

d e T ita n e , e t je su p p lia is
A le x a n o r .
—

E t m oi, je suis

m acéd o n ien , e t j ’o ffra is
2140 à

D a rrh o n m es v œ u x .
—

n ’e st-il p a s le d ie u d es m ira c le s?
— T u as re n v e rsé A p o llo n
q u i tu e e t q u i g u é rit. L e tie n
ne tu e ja m a is , g u é r it to u jo u r s .
2145 — D e b ir, M énès, p a rle z , p a rle z ,
v o u s q u i ca c h e z d a n s v o s p o itrin e s
les É c r itu r e s ro u lées.
— T o i,
P a n tè n e .
— L u c ip o r d e T h r a c e ,
et

to i.
C a r 0 11 lit so u s la la m p e

215o m o u ra n te , ju s q u ’à l ’a u b e cla ire ,
to u te s

ses g u ériso n s.
— L a fem m e

d ’H u r, co u rb ée co m m e la g la n e u se
a u x c h a m p s, q u i n ’a v a it ja m a is p u
se redresser.

M

�DE SAINT SEBASTIEN

141

— E t ce lé p r e u x
2155

su rg i t o u t b la n c d a n s le soleil,
q u a n d II v e n a it d e la M o n ta g n e .
— E t ce s h o m m es q u i d esce n d iren t
p a r l ’ o u v e r tu r e fa ite a u t o it
le p a r a ly tiq u e é te n d u

2160 su r le g r a b a t.

— E t , a u x p ays
d es G a d a rén ien s, les d e u x
d é m o n ia q u e s b o n d iss a n t

des sépulcres.
— E t , q u a n d d é jà
les jo u e u r s d e flû te v e n a ie n t
2165 a v e c le s p leu re u ses a u d eu il,
l ’e n fa n t d e J a ïr e saisie
p a r la m a in , tiré e du so m m eil.
— E t , d a n s la c o n tré e d e S id on ,
l ’e n fa n t d e la C a n a n é en n e,

2170 possédée de l ’ E s p r it im p u r.
— E t , su r la m e r d e G a lilée,
c e t t e m u ltitu d e sa n s p ied s,
sa n s m a in s, san s y e u x , sa n s v o ix .
— E t l ’h o m m e
q u i a m e n a le lu n a tiq u e
2175

fa sc in é p a r l ’e a u e t le feu ,
d is a n t : A ie p itié d e m o n fils.
— E t , a u x p o rte s d e J é rich o ,

�142

LE MARTYRE

le fils a v e u g le d e T im é e .
— E t , d a n s la v ille d e N a ïm ,
2180 le fils d e la v e u v e p o rté

en terre, q u a n d II s ’ a p p ro ch a ,
to u c h a le ce rcu e il, e t so u d ain
le m o rt se dressa.
— L a m a in sèche
f u t saine.
— D a n s la S a m a rie,
2185 les d ix lé p r e u x en sem b le fu re n t

pu rifiés.
—

L ’h o m m e m a la d e

d ep u is tr e n te -h u it ans, à la P o r te
d es B r e b is , to u jo u r s e n a tte n te
su r la p iscin e, se le v a
2190

e t s ’en a lla .
—

D a n s la m aiso n

d u P h a risie n , l ’h y d r o p iq u e
fu t a llég é d e ses e a u x triste s,
so u d a in e m e n t.
— L ’ H ém o rro ïsse,
e x sa n g u e d ep u is d o u ze ann ées,
2195 n ’e u t q u ’à le su iv re e t à to u c h e r
sa ro b e d e lin .
— S o u v ie n s-to i !
S o u v ie n s-to i !
— T o u jo u rs , a u co u ch er

�DE SAINT SEBASTIEN

143

d u so leil, p rès d es sou rces, p rès
d es c ite r n e s , su r les ch e m in s,
2200 su r le s r iv a g e s , su r les p la c e s

p u b liq u e s, o n lu i a m e n a it
d es to u r b e s de d ém o n ia q u es
et

d ’in firm es.

Il

su ffisa it

q u ’ils d is e n t : A ie p itié d e m o i !
2205

—

Il c r a c h a it à te rre , fo r m a it

d e la b o u e a v e c sa sa liv e .
—

Q u ’il te so u v ie n n e de L a z a r e ,

M énès, to i q u i as lu !
— L azare,
l ’h o m m e d e B é th a n ie !
— S eig n eu r,
2210 e t t u ne v e u x p a s n o u s d on n er

des sig n es !
—

M ais

Thom as

« Il y a u n e seu le ch ose.
N o u s v o u lo n s v o ir d es m o rts co u ch és
a u fo n d des to m b e a u x , q u e t u aies
2215

re ssu scités : e t c e la co m m e
sign e.

»
—

un

L ’a p ô tr e d e m a n d a it

sig n e !
— T h o m a s lu i d is a it :

« N o u s v o u lo n s v o ir des o ssem en ts
q u i se so n t d is jo in ts , c o m m e n t ils

lu i

d it :

�144

LE MARTYRE

2220 se r é u n iro n t l ’u n à l ’a u tre,

en so rte q u ’ils p u issen t p a rler, i
—

Q u e r é p o n d it- Il ?
— Q u elle

fu t

sa rép o n se?
—

« T h o m a s », d it-

« v ie n s a v e c m oi. L e s os d isjo in ts
2225

se r é u n iss a n t d e n o u v e a u ,
j e te les m o n tre ra i. V ie n s d o n c,
v ie n s ju s q u ’ à B é th a n ie , D id y m e ,
v ie n s. J e t e m o n tre ra i les y e u x
d e L a z a r e q u i so n t v id é s

2230 p a r la p o u rritu re . D id y m e ,
v ie n s a v e c m oi. L e s lè v r e s b lêm es,
d é jà

d isso u te s

su r le s

d e n ts

de L a z a r e , t u le s v e rr a s
rem u e r, t u le s e n te n d ra s
2235

p a rler. V ie n s a v e c m oi, D id y m e ,
ju s q u ’à B é th a n ie , si t u v e u x
v o ir e t e n te n d re .

»

Sébastien bondit, dans un emportement
soudain. Le Copte s’interrompt ; et son teint
de cuivre jaune semble se décolorer sous ses
cheveux noirs et frisés, tandis que sa lèvre
charnue tremble.
LE SA IN T .
E s c la v e s , e s c la v e s, o ui, cœ u rs
ép a issis I M énès, l u a s lu ,

�DE SAINT SEBASTIEN
2240 t u a s b ie n lu , a v e c te s y e u x

ro n d s

d ’o isea u

n o ctu rn e ,

o ui,

oui,

j e t e le d is en v é rité ,
t u a s b ie n lu . « V ie n s a v e c m oi,
D id y m e ,
2245

» le M a ître d is a it

« si t u ch erch es

à

v o ir d es os

se re jo in d r e le s u n s a u x a u tre s,
se d resser, m a r c h e r v e r s la p o rte
d u to m b e a u . T u ch e rch e s d es m ain s
q u i s ’ é te n d e n t,

q u i se s o u lè v e n t.,

2250 V ie n s, je t e m o n tre ra i les m ain s

de L a z a r e lié es d e leu rs
b a n d e le tte s . M o n d o u x a m i,
v ie n s a v e c m o i ; c a r j e d ésire
ce q u e t u a s p en sé. L e s sœ u rs
2255 m ’ a tte n d e n t. » E t ils s ’e n a llè re n t.
Ils fu r e n t d e v a n t le to m b e a u .
E t a lo rs D id y m e p leu ra .
M ais J é s u s a v a it u n e v o ix
jo y e u s e c o m m e u n e a m e rtu m e
2260 p u iss a n te d e so n g e e t d e v ie .

S a u r e z - v o u s ja m a is , ô e s c la v e s,
la q u e lle , d e
et

de

ce tte

ce tte

tris te s se

allég re sse ,

é ta it

la p lu s a m è re ? E t II d is a it :
2265 « D o u x

a m i, n e t ’a fflig e p a s.

T u v e u x le sig n e. O te la pierre,

145

�146

LE MARTYRE

et j e fe ra i s o rtir celu i
q u i e s t m o rt. N e t ’ afflige p a s.
E n lè v e la p ierre , D id y m e .
2270

R e g a r d e b ie n , r e g a r d e b ie n
le m o rt, c o m m e il d o rt. V ie n . e t v o is
les o ssem en ts, co m m e ils rep o se n t.
R e g a r d e b ie n ce lu i q u i d o rt,
co m m e il e s t co m p o sé. R e g a r d e

2275

c h a q u e ta c h e d a n s to u s ses lin g e s
D id y m e , a v a n t q u e j e n e j e t t e
l ’a p p e l q u i le fe r a su rgir.
A s -tu b ie n v u ? » T h o m a s v o y a i t
à tr a v e r s les p le u rs et la h o n te .

2280 T e l le n o u v e a u -n é d a n s ses lan ge s,

tel le m o r t d an s ses b a n d e le tte s .
E t to u te la v ie p a ra is s a it
b lê m e . « L a z a r e , v ie n s d eh o rs ! »
L e g e n o u s u r g it le p rem ier.

La voix semble rendre présent le prodige
dans l’ombre chaude d’haleines. La tourbe des
suppliants tressaille, saisie de terreur.
2285 E t t o u t e la v ie é t a it co m m e

t o u t e la m o rt.

La tourbe frissonne et recule, devant la
vision blanche du Ressuscité dans son linceul.

�DE SAINT SEBASTIEN

14?

LES E SC L A V ES.
— S eig n eu r, se ig n e u r, t u n o u s effra ie s !
— N ous avons vu .
— N ous avons vu .

— Nous avons vu.

LE
2290 0

SA IN T .
m isérab le s, a tta c h é s

à la v ie co m m e les t o u r te a u x
d es o liv e s à la co u ro n n e
d e la m e u le q u ’ils so u ille n t, co m m e
d a n s le cellie r fr o id le s lim a c e s
2295 à l ’a n se d e l ’a m p h o re q u ’elle s

e n g lu e n t, p o u rq u o i v o u s g u é rira is -je
si, é t a n t co n fesseu rs d u C h rist,
v o u s ê te s les serfs d e la p ein e,
v o u s ê te s v o u é s a u x m é t a u x
2300

a u x b û ch e rs, a u x b ê te s , a u x p ires
to u r m e n ts ? C r o y e z -v o u s q u e le s cro cs
léo n in s sa u r o n t r e co n n a ître
les in firm ité s d e v o s os?
J ’ép ie v o s cœ u rs.

UN

ESC LA V E .

2305 P o u r q u o i d o n c a s-tu d élié

la la n g u e d ’A lc é la m u e tte ,
se ig n e u r?

p o u rq u o i ?

�148

LE M A R T Y R E

LE SA IN T .
P o u r q u ’e lle p u isse con fesser,
a v e c la p a ro le m û rie
2310 d a n s l ’a fflic tio n d u silen ce,
le d ie u n o u v e a u

L’ESC LA V E.
P o u r q u o i d o n c a s -tu d escellé
les y e u x d e la fe m m e d ’A t t a le ,
se ig n e u r? p o u rq u o i?

LE SA IN T .
2315

P o u r q u ’ elle p u isse re g a rd e r
le b o u rre a u b ie n en fa c e e t v o ir
su r la

n a t iv it é

l ’é c la t d u

d e l ’â m e

sa n g .

L’E SC L A V E .
T u n o u s en seig n es à so u ffrir
2320

et

LE

à

m o u rir.

SA IN T .

A re n a ître .

L’ESC LA V E .
O ù ren a îtro n s-n o u s?

LE SA IN T .
D a n s le R o y a u m e .

�D E SAIN T S E B A S T IE N

149

L’E SC L A V E .
E t où

est-il,

le R o y a u m e ?

LE

SA IN T .
Il e s t h o rs d u m o n d e .

L’E SC L A V E.
M o n tre-le -n o u s.

LE

SA IN T .
E t v o t r e fo i?

L’E SC L A V E .
2325 D o n n e -n o u s u n sig n e v is ib le .

LE SA IN T .
L e so u rire.

L’ESC LA V E.
M ais q u el so u rire?

LE

SA IN T .

H ie r, d a n s le p ré to ire , u n se rf
c o m m e to i, C lo a n th e , p le u ra it
sa n s b r u it, so u s le s o n g les d e fer.
2330 O n lu i d it :

« Tu

p leu res, C lo a n th e .

Il rép o n d : « J e n e p le u re p a s
su r m a v ie ; m a is m o n co rp s est b o u e,
e t il e n s u in te d es g o u tte s . »

»

�150

LE MARTYRE

Q u e lq u ’u n n ’ a p a s p le u ré ; c ’ est p eu ,
2335 il n ’ a p a s ré p o n d u ; c ’e s t p eu ,
il n ’ a p a s re m u é ; c ’e s t p eu ,
il a so u ri : d es y e u x , des lè v re s,
d u fr o n t, d e to u t e l ’ â m e lib re ,
d e to u t e sa fé lic ité
2340 im m o rte lle , a sou ri, sou ri
v e r s les c ie u x q u i d iv in e m e n t
fu r e n t p â le s d e ce

sou rire

h u m a in , co m m e d ’u n e a u b e n e u v e ,
t o u t p â le s d e c e tte d o u leu r
2345

so u ria n te co m m e d ’u n jo u r
su rg i d e p lu s lo in q u e la M er,
d ’u n e
que

p ro fo n d e u r

p lu s

p ro fo n d e

l ’ O rie n t !

Sa parole est comme le brandon qui allume
les chaumes, quand le vent souffle.
ALCÉ.
—

S e ig n e u r, se ig n e u r, n o u s so u riro n s

2350 q u a n d il fa u d r a m o u rir.

CORDULE.

Seig n eu r,

co m m e j e t e v o is, q u e je v o ie
fa c e à fa c e le D ie u v i v a n t 1

�DE SAINT SEBASTIEN

151

LES E SC L A V E S, LES B R IS E U R S
D’ID O L E S, LES Z E L A T E U R S,
LES C A TE C H U M E N E S.
— G u e rrie r, n o u s so m m es to u s à to i,
p o u r t a g u e rre !
—
2355

P re n d s-n o u s, e t

sa in s

e t m a la d e s, a v e c nos fo rces
e t n o s p la ie s.
—

Q u e n o u s so y o n s

les d a lle s d u c h e m in d e g lo ire !
— A
p lu s

l ’a u b e , n o u s n e co n n a îtro n s
n os v is a g e s .
—

2360 nos

cœ u rs

C o n n a is -tu

p r o fo n d s ?
—

S é b a stie n ,

a rc h e r d u C h rist, ô le p lu s b e a u
e n tr e le s e n fa n ts d es m o rtels,
p erce n os cœ u rs d e to n r e g a rd .
V o ic i. N o u s t ’ o u v ro n s nos p o itrin e s
2365 m e u rtrie s p a r la s a n g le d es m eu les.
— L a m o r t e s t v ie . Q u e n o u s so y o n s
m o u lu s c o m m e fr o m e n t d e D ieu ,
p ressés d a n s le p resso ir d e l ’ O in t !
— Q u e n o u s s o y o n s les a ffra n ch is
2370

d u C h rist.
—
fa c e à fa c e !

Q u e n o u s p u issio n s L e v o ir

�152

LE MARTYRE
— A h , c ’ e s t tro p a tte n d r e !

— N o u s n e p le u ro n s q u e d a n s l ’a tte n te .
M ais n o u s riro n s q u a n d il fa u d r a
c o m b a ttr e .
—

A b règ e pour nous

2375 d u s a in t c o m b a t !

— C ’e s t tro p a tte n d r e .
— M a is II e s t te r rib le !
I

—

Il n ’h a b ite

| q u e les c œ u rs q u ’ i l d éch ire .
— T o u te
v o t r e c h a ir im m o n d e e s t en fa u te
d e v a n t L u i q u i p o rte l ’an n o n ce
2380 d es b é a titu d e s céleste s.
—

Il a d it : « J e su is d o u x . M on jo u g

e s t d o u x , m o n fa r d e a u e s t lég e r.
— S e ig n e u r, p u isq u e t u

»

as b risé

to u s les d ie u x d e sa n g e t d e fa n g e ,
2385 d resse
pour

devant

nous

Son

im a g e ,

q u e n o u s p u issio n s L ’a d o re r !

— E s t - I l b e a u ? p lu s b e a u q u ’A p o llo n ?
—

Il

a p p a r a is s a it

aux

d iscip les.

T ’est-U a p p a ru ?
— P a r le ! P a r le !
2390

— R é p o n d s , s e ig n e u r !

Le Jeune Homme est assis sur la plus haute
marche de l’escalier septénaire qui monte à

�DE SAINT SEBASTIEN

153

la porte. Une mortelle angoisse étreint son
âme, étouffe sa voix.
LE

SA IN T .

S a fa c e e s t ca ch é e , t o u t S o n co rp s
e s t v o ilé .

LES

M EM ES.
— T u tre m b le s , se ig n e u r.

— N ’o ses-tu p a s L e d é c o u v rir ?
— N ’a s -tu p a s l ’ Im a g e ca ch ée
2395

d a n s t a p o itr in e ?
—
se ig n e u r : p a r la p ie rre b risée,
p a r l ’ a ir a in to r d u , p a r le bo is
fe n d u ,

par

to n

im p it o y a b le

m a r te a u , p a r t o n b r a s d e stru c te u r,
2400 p a r le fe r, p a r le fe u , p a r c e tte

n u it d e v e n g e a n c e , je t ’a d ju re .
Il n ’y a p lu s u n d ie u d e b o u t
d e v a n t n o u s. D r e s se d e v a n t n o u s
S o n im a g e , q u e n o u s p u issio n s
2405 L e c o n n a ître , q u e n o u s p u issio n s

L ’a d o rer, e t q u e n o u s p u issio n s
L u i d ire au ssi : « F ils d e D a v id ,
ô J ésu s, a ie p itié d e n o u s ! »

É c o u te , é co u te ,

�154

LE MARTYRE

LE SA IN T .
Il n ’ a p lu s d e co rp s, Il n ’a p lu s
2410

d e sa n g . Il a d o n n é S o n co rp s
e t Son s a n g p o u r les cré a tu re s.

Les plus proches soufflent sur l’angoissé
leur sombre ardeur. Les voix sont contenues
mais frémissantes. Il semble que le vent orien
tal des apparitions courbe les têtes des
néophytes, dans cette ombre qui est semblable
à l’ombre des arénaires et des catacombes.
Quelqu’un des plus jeunes, parfois, se retourne
avec un sursaut de frayeur, comme Jean sur
la route d’Emmaüs.
LES M EM ES.
C o m m e n t d o n c e s t - il a p p a ru
a u x d is cip le s a v e c S o n co rp s
et Son san g?
—

Il v i n t e t

2415 a u m ilie u d ’e u x ; Il le u r m o n tra
Ses m a in s e t S o n cô té .
— Ils v ir e n t
les m e u rtrissu re s.
— Il so u ffla
su r e u x .
- Ils d ir e n t à T h o m a s :
« N ous L ’avons vu .

»
— D id y m e alors

142o r é p o n d it : « S i j e n e m e ts p a s
le d o ig t d a n s la m a r q u e d es clo u s

�DE SAIN T S E B A S T IE N

155

e t si j e n e m e ts p a s la m a in
d a n s S o n cô té ...

»
— J é su s

r e v in t

a lo rs e t d it : « M e ts d o n c to n d o ig t
2425 ici, D id y m e . M e ts t a m a in

d a n s m o n c ô té . »
— S e ig n e u r,

seig n eu r,

a h , p o u rq u o i v e u x - t u n o u s ca ch e r
S a fig u re ?
— Il d it : « T o u ch e z-m o i.
U n E s p r it n ’ a n i c h a ir n i os,
2430 c o m m e v o u s v o y e z q u e j ’a i. »
— P a rle ,
se ig n e u r, rép o n d s. Q u e l e s t to n tro u b le ?
— N ’ e s t-c e p a s v r a i q u ’ i l d e m a n d a
q u e lq u e

ch o se à

m a n g e r?
—

le p a in , le r o m p it. Il e u t d ’e u x
2435 u n m o rc e a u

d e p o isso n

g rillé .

E t II le p r it e t le m a n g e a
d evan t eux.
—

N ’e s t- I l

pas

v iv a n t?

Il e st v iv a n t . T u l ’a s b ien d it.
—
2440 la

Il e n tr a ch ez le s O n ze, q u a n d
p o r te é ta it ferm ée. S eig n eu r,

dis, n e p o u r r a it - il p a s e n tre r
par

c e tte

p o r te ?

�156

LE M A R T Y R E

Des regards se lèvent, comme si les pau­
pières étaient renversées par les battements
de l’attente.
LE

SA IN T .

J e m o u rra i, d e m a in j e m o u rra i.
J e L e v e r r a i. S i v o u s v o u le z
2445 L e

v o ir ...

LES

M EM ES.
—

H é la s, seig n eu r, h é las,

t u n o u s a b u se s! N e v o is -tu
p as nos cœ u rs?
—

Com m

L ’a im e r d e c e t a m o u r? C o m m e n t
p o u rr a is -tu fe r m e r les y e u x , être
2450 si b lêm e, e t d a n s to u te s te s v e in e s

tre m b le r d ’u n t e l a m o u r, si t u
n ’ a v a is ja m a is c o n n u S a fa c e ?
Car

tu

tre m b le s .

Tel le jet de la veine coupée, ou le déborde­
ment des pleurs, tel l’éclat de l’angoisse
insoutenable.
LE

SA IN T .

J e tre m b le p a rc e q u ’en m o n â m e
2455 je p o rte le p o id s d e l ’o p p ro b re.

Ils L ’ o n t fr a p p é à c o u p s d e p o in g s,

�DE SAINT S E B A S T IE N

157

ils L ’o n t t o u t m e u rtr i d e so u fflets,
ils o n t c ra c h é su r L u i. S a fa c e
e s t d éfigu rée. S u r Ses jo u e s
2460 c o u le n t les c r a c h a ts e t le sa n g.
S a b o u c h e e s t liv id e e t g o n flée.
Ses d e n ts s o n t to u te s éb ran lées.
E t S e s p a u p iè re s, e t Ses y e u x ,
h élas,

h é la s !

Il est suffoqué par les sanglots. Il couvre de
ses paumes sa pâleur d’agonie.
2465 II e s t p ire q u e le lé p r e u x ,
Il e s t p ire q u e le r e b u t
d u p eu p le, q u e le v e r d e te rre
q u ’o n
H é la s !

écra se

so u s

le

ta lo n .

H é la s !

L’émoi serre la gorge des néophytes. Ils se
regardent entre eux, éperdus.
LES M EM ES.
2470 —

E s t- c e v r a i I
— S e ig n e u r, e s t-c e v r a i !

—

E s t- c e d o n c v r a i, q u e S o n a sp e c t

e ffra ie e t rep o u sse,

q u ’ i l est

h id e u x à c a u se d e n os crim e s
et de nos m au x ?
—
. 2475 q u ’ i l e s t sa n s b e a u té ?

E s t- c e d on c v r a i

�158

LE MARTYRE
—

d u P r o p h è te s ’e s t a c c o m p lie :
u II s ’ é lè v e ra d e v a n t L u i
c o m m e le r e je to n q u i so rt
d e la te rre sèch e. » E s t- c e v r a i?
2480 « Il e s t sa n s b e a u té , sa n s é c la t.
N o u s L ’ a v o n s v u so u s le m ép ris,
p lu s v i l q u e le d ern ier d es h o m m e s :
H o m m e d e d o u leu rs, d e la n g u e u rs,
e x p e r t en so u ffra n ce s : V is a g e
2485 c a c h é ...

»
— T u p leu re s !
—

« C o m m e u n e b r e b is q u i n e b ê le
p a s d e v a n t c e lu i q u i la to n d ,
Il n ’ a p a s d esserré la b o u c h e
dans

Sa

d o u leu r. »
—

2490 r e d e v e n u R a y o n d e g lo ire,

c o m m e II é t a it su r la m o n ta g n e
a v e c M oïse, a v e c

E lie

e t les t o r r e n ts ?
/

—

N ’é t a it - I l

pas

b la n c e t v e rm e il, b e a u e n tre m ille,
2495 lo rsq u e la d iv in e M a rie

N

L e n o u rriss a it?

Cordule, Alcé, d’autres femmes, s’élancent.

�DE SAINT SEBASTIEN

159

—

J e t e su p p lie ,

se ig n e u r. M o n tre -n o u s la fig u re
de

la

V ie r g e

c é le s te !

Les Voyantes tressaillent au pied des cippes
triangulaires. Quelques-unes se dressent et
prêtent l’oreille, comme si la mélodie d’Eri
gone traversait de nouveau les silences de
leurs songes.
— D is,
d is : n ’e s t-e lle p a s la co u le u r
25o0 d u

P r in te m p s ?
—

N ’est-elle p a s m ère

d e t o u te s ch o ses in e ffa b le s?
—

N e v ie n t-e lle p a s su r la ro u te

d es p la n è te s, d o m p ta n t d ’ u n p ied
lé g e r le s c o n s te lla tio n s
2505

fu n estes, c o m m e u n e p o u ssière
d o rée ?
—

Q u elles so n t les o ffra n d es

q u ’e lle a im e ?
—

S e ig n e u r, si t u

d resses

ses im a g e s, elles se ro n t
to u jo u r s fleu ries.
/
2510

— 0 fem m es, fem m es,
co m m e l ’A u t r e e s t n ée d e l ’écu m e,
e lle e s t n ée d e la d o u leu r.
—
elle n ’ a v a it q u e sa n g e t larm es.

V ie

�160

LE MARTYRE

E t , v ie rg e , n ’ a y a n t p a s d e la it,
e lle n e d o n n a q u e la fleu r
de son âm e.
—

L e F ils a d it

de la M ère : « C elu i q u i t ’ a im e
a im e la

V ie .

»
— E t II a d it :

« S a lu t, m o n v ê te m e n t d e g lo ire
d o n t j e m e su is v ê t u v e n a n t
2520 d a n s le m o n d e . »
—

O r il est é

a u L iv r e : « C h a cu n L e v e r r a
p o r ta n t la ch a ir q u ’ i l a reçu e
de M a rie la V ie r g e sa n s ta c h e .

/

—

Ah,

q u ’im p o rte q u ’ i l

so it

»
m e u r tr i?

2525 Q u ’im p o r te q u ’ i l so it t o u t s a n g la n t
e t so u illé ? C o m b ien d o it-11 être
b e a u to u te fo is, seign eu r, si tu
L ’a im es d ’u n t e l a m o u r 1

Un esclave de la Mésopotamie s’approche,
les sandales de sparterie dépassant à peine sa
longue tunique violette. E t il parle bas, dans
sa barbe exacte qui adhère à sa lèvre comme
les tuyaux d’une syrinx d’ébène.
— S eig n eu r,
j e su is d e la te r r e n o u rrie
£530

p a r les d e u x F le u v e s . A E d esse,

�D E S A IN T S E B A S T I E N

161

j e le sais, o n p o u v a it en co re
v o ir la s ta tu e q u e les lé g a ts
d ’A b g a r r a p p o r tè r e n t a u roi.
— T u l ’a s v u e , N a d a b !
—
2535

E ll

e n fo u ie d a n s l ’h e r b e sa u v a g e ,
p a r m i le s

d é co m b re s .
— N adab,

tu

l’as

vue !
—

S a fig u re é t a it

p o lie p a r le s a n s e t le s e a u x ,
se m b la b le a u x g a le ts d e la m er.

Un catéchumène, cocher du Cirque, aux
braies bigarrées, s’approche et parle bas.
2540

— S e ig n e u r, j e le sais. U n e fe m m e
d e G a la a d , n o m m é e S a fa n ,
v e n d e u se d e b a u m e s, a d it
a v o ir v u d e ses y e u x l ’e m p re in te
d e la F a c e a u m ilie u d u lin g e

2545

d o n t se s e r v it l ’ H ém o rro ïsse

1

q u a n d e lle e s s u y a la su eu r
e t le s a n g d e J é s u s m o n ta n t
a u C a lv a ir e .

Un décan aveugle, chauve et débile, s’ap
proche et parle bas.
—

S é b a stie n ,

t u p e u x m e cro ire. J e su is sa u f
K

�162
2550

LE MARTYRE

p o u r g lo rifie r le C h rist ro i
e t ses M a r ty r s . J e m e t r o u v a is
d a n s l ’a ré n a ire

d e la V o ie

A p p ie n n e , q u a n d on b o u c h a
le so u te rra in a v e c d es p ierres
2555

e t d u sa b le . L e s e n terrés
v iv a n t s p u r e n t v o ir d e u x im a g e s
d ’o r q u e l ’A c o ly t e p o r te u r
des sa in te s e sp èces d is a it
a v o ir

re çu e s

du

m a rty r

g re c

2560 H a d ria s. M a is j e su is a v e u g le .
L ’ u n e r e p r é se n ta it
et

l ’ a u tre ,

J é su s ;

O rp h ée ...

Ici, à l’une des issues, la tourbe s’agite. Des
cris éclatent. On voit un mouvement d’hommes
qui cherchent à entraîner une créature farou
che. L’angoissé bondit et regarde, les yeux
brûlés de larmes.
—
S é b a s tie n , e lle e s t ici,
e lle e s t ici, j e t e l ’ am èn e,
2565 la fille m a la d e d es fiè v re s !

Des zélateurs accourent, des femmes s’élan
cent.
— Q u i e s t-e lle ?
— M a g d a lâ w it !
— M a ria m m e !

�DE SAINT SEBASTIEN

163

— O n n e c o n n a ît p a s
son

nom

v é r it a b le .
— E lle

ch a n g e

to u jo u r s .
— O n l’appelle la R e in e

2570 m alade des fièvres.
— 0 R e in e !
— D e sc e n d s -tu d es ro is d ’ Id u m é e ?
— E lle d e sce n d d e c e t H é ro d e
q u i v in t à R o m e a v e c la fille
d ’A r is to b u le .
—

E lle d esce n d

2575 d ’A th r o n g e , d e c e ro i b e rg e r

q u i p a r le lé g a t d e S y r ie
f u t m is e n c r o ix a v e c d e u x m ille
reb elles.
—

S é b a s tie n , c ’ est

e lle q u i tr e m p a le su a ire
2580 d a n s le sa n g d e t a m a in p ercée
p a r la co rn e de l ’ a rc, le jo u r
d e t a g lo ire !
— E lle
E lle

veut

se

d é b a t.

s ’éch a p p er.
— R é p è te

a u se ig n e u r c e q u e t u a s d it !
2585 — E lle l ’ a d it. J ’a i e n ten d u .
— A h , sa u v a g e , s a u v a g e ! A s -tu
d es g riffe s?

�164

LE MARTYRE
—

S eig n eu r, la v o ilà ,

la R e in e m a la d e d es fiè v re s !

Ils poussent devant eux une créature in­
nci onnue qui, se dégageant, s’arrête au milieu
du cercle tumultueux. Elle y demeure, ployée
comme une flamme basse sous la rafale. De
sa voix sourde, elle semble encore résister.
LA F IL L E M ALAD E D ES F IE V R E S .
J e n e v e u x p a s ê tre g u é rie .

Elle est couverte d’une robe de pourpre
flétrie comme une botte de pavots coupés.
Elle porte une bandelette de pourpre autour
de sa crinière noire et bleue.
B A SIL E .
2590 D is la ch o se ! D is c e t t e c h o se !

PHLEG ON.
M a is

elle

est

fo lle .

A T H A N A SE .
O n c r o it q u ’e lle e s t
une L arve.

LE

SA IN T .
P a r le , m a sœ u r.

Elle met une paume contre ses lèvres, pour
les empêcher de trembler.

�DE SAINT SEBASTIEN

165

B A SIL E .
S e ig n e u r, elle a d it : « J e p o ssèd e,
m o i, le lin ce u l d u C h rist. »

LA F IL L E M A LA D E D E S F IE V R E S .
N o n , non,
2595

je n e l ’ a i p a s d it. C ’e s t u n rê v e .
J ’ a i d it : « Il n ’y a p o in t d e p a ix .

LE

»

SA IN T .

S œ u r, je c o n n a is t a v o ix . O ù l ’a i-je
e n te n d u e ?

LA F IL L E M A LA D E D E S F IE V R E S .
J e su is u n e v o ix ,
se ig n e u r ; e t m o n cri se le v a
2600 a v a n t le jo u r p o u r t ’ an n o n cer.
« A r c h e r d e la v ie , je b én is
to n œ il, t a m a in , to n a rc, te s tra its .»
Ce fu t m o n cri. E t j e t ’a p p o rte ,
d a n s u n c r is ta l d ’a zu r, u n b a u m e
2605 d e G a la a d .

LE

SA IN T .
Q u el

baum e,

sœ u r?

�f
166

LE MARTYRE

LA F IL L E M A LADE D ES F IE V R E S .
U n d o u x b a u m e d e G a la a d .
O r q u e lq u ’u n v a d ire : « P o u rq u o i
n e p a s a v o ir v e n d u ce b a u m e ?
Il

LE

vaut

tro is

c e n ts

d en iers. »

SA IN T .
M a sœ u r,

2610 t u es m a la d e .

LA F IL L E M A LAD E D ES F IE V R E S .
C h a q u e jo u r
m es te m p e s so n t p rises p a r u n e
fiè v re n o u v elle. E s t-c e u n e h o n te ,
si m a v ie b rû le p o u r l ’ a m o u r
de

LE

l ’A m o u r ?

SA IN T .
T e s y e u x so n t fa rd é s ,

2615 te s o n g les so n t p e in ts.

LA F IL L E M A LA D E D ES F IE V R E S
Ah,

se ig n e u r,

j ’effa c era i, j ’effa c e ra i
t o u t cela. M a is n e fu t-il p a s
u n A n g e , A z a ë l, q u i m o n tra
l ’a n tim o in e e t le fa r d p o u r te in d re
2620 le s p a u p iè re s ? L ’u n d e ces A n g e s

«nas.

�DE SAINT SEBASTIEN

167

q u i ch o isire n t d es fd les d ’h o m m es
et

se

so u illè r e n t

avec

elle s...

E t il n ’y a u ra p lu s d e p a ix
ni p lu s d e p a rd o n p o u r d es v e in e s
2625 q u i c h a rr ie n t u n sa n g si m êlé.
Et

j ’ a i e n te n d u

les

rep ro ch e s.

E t j ’ a i v é c u d an s m o n so m m eil
ce q u e j e d is a v e c m a la n g u e
d e c h a ir. J ’a i v u le s s e p t p la n è te s
2630 e n ch a în ées, le s a stre s q u i o n t
tra n s g re s sé le c o m m a n d e m e n t
de

la

L u m iè r e

à

le u r le v e r ...

C e la m e r e v ie n t d e trè s lo in .
J ’e ffa c e ra i, j ’e ffa c e ra i
2635 p a r m es p le u rs le fa r d d e m es y e u x .

Ici elle s’arrête et semble se figer. Puis, d’un
accent si étrange que tous les cœurs en trem
blent, elle prononce les paroles qui font pré
sente sa vision.
Il é t a it c o u ch é su r le lit
b a s, d u c ô té d e la fen être .
L e s o m b re s croisées d u g rilla g e
t o m b a ie n t su r S a r o b e r a y é e .
2640 L a z a r e t r e m p a it u n m o rce a u
d e p a in d a n s d es h erb es am ères,
m a is sa n s le p o rte r à sa b o u ch e
q u i g a r d a it le g o û t d e la m o rt,..

�LE M A R T Y R E

168

Ici Sébastien se rapproche d’elle et la regarde
de près. Il parle bas, comme s’il craignait de
la réveiller.
LE

SA IN T .

U n E s p r it l ’h a b ite . U n E s p r it
2045 e n e lle p a rle . O n se n t p a r tir
d ’ elle la c h a le u r de sa fiè v re
c o m m e u n e v e r tu . Q u ’ on l ’ éco u te
e n silen ce.

LA F IL L E M A LAD E D ES F IE V R E S .
Il é ta it d an s l ’o m b re
d e la m o rt, d é jà so lita ire .
2050 B ie n q u ’il y e u t q u elq u es d o u x fru its,

Il flairait, l ’o d eu r d e la te rre
e t le re m u g le d e la n u it
d a n s la c h e v e lu re tr o p

so m b re

d e L a z a r e . E t j ’ é ta is sa n s v o i x ;
2855 c a r j ’ a v a is d é c o u v e r t l a c r o ix
q u e su r S o n fr o n t la rid e d ro ite
fa is a it a v e c les d e u k so u rcils.
E t m es y e u x s ’é ta ie n t o b scu rcis
d a n s le fa r d des p a u p iè re s. M o ite
266o j ’é ta is e t fro id e, d an s m a fièv re ,

to u r à to u r co m m e d a n s l ’ écu m e
e t d an s la cen d re. E n tr e m es lè v re s
b lêm es j ’a v a is

Son

a m e rtu m e

�DE SAIN T S E B A S T I E N

169

e t m a so if. E t , b ie n q u e m o n sa n g
2665 d a n s m es te m p e s e t d a n s m a g o rg e
fû t co m m e u n to n n e r r e in ce ssa n t,
j ’e n te n d a is le b r u it d e la m e u le
en m o i-m êm e , c o m m e si se u le
m o n â m e v iv e , e t n o n c e tte orge,
2670 é t a it

« Je

b r o y é e p a r le g r a n it.
n ’ e n te n d s

p lu s

c e tte

h iro n d elle,

M a rth e , q u i a v a it fa it son n id
d an s la ch a m b re h a u te .

» O m b re d ’ailes,

o m b re d ’ a iles su r S es m a in s p u r e s!
2675

J e r e sp ir a i les fleu rs fu tu re s
d a n s S a v o ix . M ais II r e g a r d a it
to u jo u r s L a z a r e ,

Il r e g a r d a it

to u jo u r s l ’h o m m e v i v a n t e t m o rt,
c e t œ il m o rn e sou s la p a u p iè re .
2680 ja u n e .

so u d a in

C o m m e d e v a n t la p ierre,
« L azare,

v ie n s

d eh o rs ! »

Il c r ia d e n o u v e a u , t o u t p âle,
devant
c o u rb é e

la
su r

fa c e
le

sé p u lc ra le
tr is te

rep a s.

2085 L a z a r e n e r é p o n d it p a s,
m a is se r e to u r n a d a n s sa p la c e .
E t ils p le u rè re n t, fa c e à fa c e .

Tous à l’entour palpitent, attentifs au
souffle de F Inspirée. La voix de Sébastien
tremble, dans la profondeur des croyances.

�170
LE

LE MARTYRE
SA IN T .

O fiév re u se, o ù les a s-tu v u e s ,
ces ch o ses ? E lle s n e so n t p a s
2690 d an s le L iv r e . A v e c q u el E s p rit
a s-tu c o m m u n ié ? Q u i t ’ a
d o n n é l ’â m e q u i t ’illu m in e
à t r a v e r s t a fa ib le ss e ? E s -tu
r e v e n u e d u so m m eil d es siècles
2695 m o rts, d a n s to n a sp e c t d e s ib y lle
to u rn é e v e rs ce q u i ne p e u t p a s
m o u rir?

LA F IL L E M ALAD E D E S F IE V R E S .
0 S a in t, reg a rd e -m o i
b ien , reg a rd e -m o i d e p lu s p rès,
c o m m e on te n d les m a in s p o u r a tte in d re .
270o J e su is le b u t q u i e s t fr a p p é
e t je su is le tra it q u i le fra p p e .
J e sa is d es choses. J ’a i a p p ris
d es m y s tè re s. E t j e co n n a is
ma

fa ib lesse.

Ils

tr e m b la ie n t

d ’effroi.

27o5 E t II le u r d it : « N e c r a ig n e z rien,
c ’e s t m oi. N ’a v e z -v o u s p a s co n n u
v o t r e fa ib lesse, m a in te n a n t? »
A

S im o n P ie rre, Il a p p a ru t

so u s l ’a sp e c t

d e la

fla m m e ; e t P ie rre

271o s ’e n fu it. A J e a n II se m o n tra

�DE SAINT SEBASTIEN

171

so u s la fo rm e d u c r is ta l b la n c,
c a r J e a n é t a it v ie rg e . A

P h ilip p e ,

so u s l ’ a s p e c t d e la m e r ; à J a c q u e s,
so u s l ’ a s p e c t d ’u n e ép ée tr a n c h a n te ;
2715 à

N a th a n a e l,

so u s l ’a sp e c t

d ’u n e co lo m b e . S o u s la fo rm e
d ’u n b œ u f, à T h o m a s ; à M a tth ie u ,
d ’u n e n fa n t c a n d id e ; à T h a d d é e ,
d ’u n ép i p lein . A J a c q u e s fils
2720

d ’A lp h é e , so u s l ’a s p e c t d e l ’écla ir.
H o m m e s, n e d em an d iez-v o u s- p a s
S e s im a g e s ?

Elle s’avance très lentement, les deux
poignets croisés sur sa poitrine. Sébastien
parle bas à son affranchi punique.
LE

SA IN T .
G u d d èn e, a p p o rte

u n e to r c h e p o u r é cla ire r
sa fa c e .

LA F IL L E M A LA D E D E S F IE V R E S .
E t c e t a rb re q u ’on p r it
2725

p o u r c ru cifie r le S a u v e u r,
d ’o ù v in t - il? U n

a ig le , u n g r a n d

le d é ra c in a d u ja r d in
sis à l ’o rée d e l ’ O rie n t,

a ig le

�172

LE M A R T Y R E

q u e v i t H é n o ch fils d e J a re d .
2730 T r è s h a u t il m o n ta , de trè s h a u t
le

je t a

dans

J éru sa le m .

E t p a r c e t a rb re ...

Guddène a arraché l’un des flambeaux
plantés dans les poings de la muraille ; et, se
rapprochant, il incline tout à coup la flamme
sur le front de l’inspirée, qui sursaute d’une
frayeur subite.
A h , t u re v ie n s ,
A r é d r ô s,

A réd rô s,

avec

to n b r a n d o n te r rib le ! P o u r q u o i
2735

r e v ie n s - tu ? N e m ’a s -tu d on c p a s
a sse z p ro fo n d é m e n t b rû lé
la p o itrin e , ju s q u ’ a u so m m e t
d u c œ u r? N ’a s-tu p a s f a it la p la c e
a sse z p ro fo n d e p o u r la s a in te

2740 r e liq u e ?

Sous la rougeur de la flamme, elle recule
éperdument, les bras croisés de toute sa force
contre sa gorge. Mais l’Archer, la saisissant
par les poignets, défait la croix de chair et
d’os.
LE SA IN T .
0 p o sséd ée, q u el n o m
in v o q u e s -tu ? Q u e lle e st, q u e lle est
t a te r re u r ? J e v e u x q u e t u p a rles ;

�D E SAIN T S E B A S T I E N

173

j e v e u x , j e v e u x q u e t u m e liv r e s
to n

se cre t.

Il la secoue et l’entraîne, avec une sauvage
véhémence, se courbant sur la face convulsée
qu’éclaire la torche ardente au poing de
l’affranchi punique. Toute la tourbe, anxieuse
et ivre de mystère, est tendue vers la lutte
sacrée.
LA F IL L E M A LA D E D ES F IE V R E S .
2745 A li, la isse-m o i ! L â c h e

m es p o ig n e ts ! N e sé p a re p a s
m es b r a s d e m a g o r g e ! C ’e s t to i,
j e le sa v a is , c ’e s t to i, c ’e s t to i
l ’A n g e e x ilé . T u m e re tro u v e s .

LE

SA IN T .

2750 Q u e c a c h e s -tu d a n s t a p o itr in e ?

LA F IL L E M A LA D E D E S F IE V R E S .
N o n , t u n e v a s p a s ressaisir
c e q u e t u a s scellé. J e sens
le clo u à tr a v e r s t a m a in g a u c h e .
C e n ’e s t p a s to n h eu re, A ré d rô s.

LE

SA IN T .

2755 J e n e su is p a s l ’A n g e e x ilé .
R e g a rd e -m o i. J e su is l ’A r c h e r

�174

LE MARTYRE

d e D ie u . E t le S e ig n e u r m ’in sp ire .
C e q u e t u m e ca ch es, c ’ e s t L u i
q u i m e l ’e n v o ie . S i t u résistes,
2760 il fa u t q u e j e t e fo rce.

LA F IL L E M A LADE D ES F IE V R E S .
Il fa u t
q u e t u m e tu e s, q u e t u m e clou es
c o n tr e l ’a rb re, q u e t u m ’ a rra ch es
le c œ u r a v e c la ch o se sa in te .

Une angoisse soudaine rompt les coudes au
ravisseur. Il desserre la prise. L’inconnue
croise de nouveau les poignets meurtris.
LE

SA IN T .

0 C h rist S e ig n e u r, se ra it-il v r a i?
2765 0

S e ig n e u r D ie u , se ra it-il v r a i?

M on â m e d é fa ille , m es os
se d is jo ig n e n t, m es y e u x se v o ile n t.
J é su s, l a fo r c e m ’a b a n d o n n e .
A m o n a id e !

La femme est immobile, la tête renversée
en arrière, le feu de son âme entre ses dents.
De nouveau, il la saisit.
A h , t u es b r û la n te
2770

co m m e le fe r ro u g i. D is-m o i,
c ré a tu r e

de

D ie u ,

d is-m o i :

�DE SAINT SEBASTIEN

175

se ra it-il v r a i ce q u e ces h o m m es,
o n t c ru e n te n d re d e t a b o u c h e
en fe u ?

LA F IL L E M A LA D E D E S F IE V R E S .
T o u te m a h o n te , to u te
2775

m a h o n te se tra n s fig u ra ,
b la n c h e , e n u n m ira c le d ’ a m o u r.

LE

SA IN T .

R é p o n d s ! T u l ’ a s su r t o i? R é p o n d s !

LA F IL L E M A LA D E D E S F IE V R E S .
C a r m a b o u c h e a v a it r e tro u v é
l ’é p o n g e a rid e m a is e n co re
2780 t o u t e a m è re d e m y r r h e ; e t c e tte
é p o n g e é t a it e n c o re a u b o u t
d u ro se a u q u i a v a it fr a p p é
la tê te sa in te .

LE

SA IN T .
T u c h e rch a is

a u p ie d d e la C r o ix ...

LA F IL L E M A LAD E D ES F IE V R E S .
J ’é ta is seu le,
2785 j ’é ta is seu le. Ils é ta ie n t partis^
to u s . P ie rr e l ’a v a it ren ié.

�176

LE MARTYRE

J a c q u e s d ’A lp h é e s ’é t a it ca ch é
d a n s la r a v in e d u C éd ro n ;
P h ilip p e e t M a tth ie u , d a n s la v ille ,
2790 p o u r s o r tir la n u it e n se cre t ;

B a rth é le m i, a v e c R a k u b
le fd s d e sa sœ u r, e t D id y m e
s ’é ta ie n t élo ig n és su r u n c h a r.
A n d r é a v a it fu i p a r la p o rte
2795

d u F u m ie r ... J ’ é ta is re v e n u e ,
seule. J ’a v a is la issé m o u ra n te ,
près d u su aire, B é r é n ic e
la fem m e g u é rie d e la so u rce
d e sa n g ...

LE SA IN T .
L e lin ceu l, le lin ceu l !
28oo

T u v is J o sep h d ’A r im a th ie
e t N ic o d è m e e n v e lo p p e r
le C o rp s...

LA F IL L E M A L A D E D E S F IE V R E S
C ’é t a it d u lin d ’ E g y p t e
lé g e r c o m m e d u b y ss e .

LE SA IN T .

Ici,

d a n s t a p o itrin e , t u le c a c h e s I

�DE SAINT SEBASTIEN

177

LA F IL L E M A LADE D E S F IE V R E S .
2805 L a isse -m o i,

laisse-m o i, si t u

n ’es p a s l ’A n g e !

LE SA IN T .
F rè re s , m es frères,
je le v o is à tr a v e r s la p o u rp re
resp len d ir.

LA F IL L E M A LAD E D E S F IE V R E S .
M ais q u e lle s m a in s d ’h o m m e
p o u rr a ie n t y

LE

to u c h e r ?

SA IN T .
S e ig n e u r D ie u !

Envahi par la terreur sacrée, il lâche pour
la seconde fois les poignets de la créature
pantelante. H tremble 'de tout son corps et
vacille, devant la certitude redoutable. Ef­
Efrayée, enivrée, la tourbe couve de tous ses
yeux l’étrange larve de pourpre qui renferme
la révélation. Au pied des cippes,les gardiennes
des feux éteints écoutent, se traînant sur les
genoux, de toute la longueur des chaînes.]
281o E t t u le p o rte s su r t a ch a ir

m o ite d e fiè v re !

LA F IL L E M A LADE D E S F IE V R E S .
J e n e su is q u ’u n e p la ie d iv in e .
E t G a la a d n ’ a p a s d e b a u m e
h

�178

LE MARTYRE

p o u r m o i q u i L ’o ign is. M a p o itrin e
2815 est au S eign eu r, co m m e t a p a u m e.
J ’é ta is p rès d u sé p u lcre c a v e .
L e V ig ila n t v in t d an s la n u it.
C ’é t a it l ’u n des A n g e s e scla v e s.
J e ne tre m b la is p a s d e v a n t lu i.
2820 J e

n ’ é ta n c h a is

pas

m es

p leu rs.

les e a u x d u m o n d e é ta ie n t am ères
d e m o i. L a v ie s e m b la it d isso u te
d a n s le s fle u v e s d e m es p a u p iè res.
L e s éto ile s d es c ie u x tre m b la n ts
2825 v e n a ie n t s ’éte in d re à m a figu re.

M a d o u leu r é ta it la cein tu re
d u m on d e, co m m e l ’ O céa n .
O r les lin s g is a ie n t su r le sable.
E t l ’A n g e d it : « J e te salu e.
2830 ô P leu reu se . T u es élu e :
c a r t a so u rce e s t in ép u isab le.
P o u r g a rd e r ce q u i d e L u i re ste
ici, t u es élu e. J ’a tte s te
\ le D ie u qu i m ’e x ile e t m e lie
2835 d an s to u s les lie n s d e la te rre
p o u r to u s les âges. » S a fo lie
le t a c h a it co m m e u n e p a n th è re
a u x ta c h e s d e feu . « M ais n ’espère

T o u te

�DE SAINT SEBASTIEN
p a s d e p itié . » C o n tre la ro ch e
2840 fu n è b r e j ’é ta is a ccro u p ie ,

sa n s p a ro le. « Il fa u t q u e j ’e x p ie
te s la rm e s ! » Il Ct a it t o u t p ro ch e.
E t le b r a n d o n d es in ce n d ie s
fla m b o y a it trè s h a u t d an s son p o in g .
2845 II m ’a tte r r a .

« J ’a tt e s te

l ’ O in t

q u e t u es im p u re . » R a id ie
d e to u s m es os, d e to u s m es nerfs,
j ’a tte n d a is e t m o n c h â tim e n t
e t m a g lo ire. Ses d o ig ts d e fer
2850 d é c o u v rir e n t a lo rs m a g o rg e

d ru e, c o m m e les d o ig ts d ’u n a m a n t
q u i v e u t , d ’u n b o u rr e a u q u i ég o rg e.
E t j ’ a tte n d a is .

«0

fille d ’h o m m e, *

c r ia -t-il « je t e m o rtifie,
2855 t e p u rifie, t e glo rifie,

a v e c le b r a n d o n d e S o d o m e. »
E t le D é c h u , q u i p a r la fa u te
c o n n a is sa it la d o u ce u r d es seins
p â le s, m e m a r q u a d e son seing,
2 s6o b r ûla n t m a c h a ir ju s q u e s a u x cô tes.

J e n e c ria i n i n e m o rd is.
Q u a n d le fe u to u c h a le so m m et
d e m o n cœ u r, seul m o n c œ u r b o n d it
v e r s le fe u . M u e tte , im m o b ile ,

179

�180

LE MARTYRE

2865 r e s p ir a n t l ’h o rrib le fu m e t,
j ’ a tte n d a is . E t il d it : « J u b ile ;
c a r la ch o se s a in te a son lie u .
E t t u a u ra s le d ia d è m e
r o y a l, la p o u rp re d e S id on ,
2870 e t t a fiè v re . » Il p r it le sin d o n

v id e o ù J o se p h e t N ic o d è m e
a v a ie n t p o sé le F ils d e D ie u .
Il le p lia su r m a p o itrin e .
E t il d it : « T u le g a rd e ra s ».
2875 H o m m e s, sou s la c r o ix d e m es b ra s,

j e n e su is q u ’u n e p la ie d iv in e .

Elle se consacre. Elle semble avoir parlé
par sa plaie même, comme par une bouche plus
vive et plus profonde. Encore une fois la
mélodie du saint combat a frappé les fronts,
a percé les cœurs des néophytes. Guddène,
qui derrière la révélatrice tenait le flambeau
soulevé, maintenant le renverse et l’étouffe.
Sébastien grandit dans la pricre. E t quand
il s’agenouille, il semble qu’il s’exhausse.
LE SA IN T .
M essag ère in co n n u e , créée
ou n o n créée, q u e t u sois fa ite
d e t e s fiè v re s o u d e te s larm es,
2880 q u e t u p o rte s e n to i d es fo rces

q u i te s a u v e n t o u q u i t e d a m n e n t,

�DE SAINT SEBASTIEN

181

la r v e d e ce q u i f u t o u so n ge
d e ce q u i ja m a is n e p u t être,
je n e v e u x p a s t e co n ju re r
2885 e t j e n e v e u x p a s t e c o n n a ître .
D a n s t o n m y s tè r e j e n e v o is
q u ’u n e se u le ch o se, u n e seu le,
h o rs d e to n so u ffle e t d e t a p o u rp re :
le sein te r rib le d e la F o i.
2890 J e t e sa lu e. J e m e p ro stern e.
J ’a tte s te m o n E s p o ir , j ’ a tt e s te
l ’ é te rn e l A m o u r . P a r le sa n g
q u i te in t, p a r la la r m e q u i la v e ,
e t p a r to u te s ces â m e s lib re s
2895 e t p a r to u s ces h o m m es e s c la v e s,
à g e n o u x j e t e p rie. D e s c e lle
la c r o ix d e te s b r a s e t r é v è le
les e m p re in te s d u D iv in C o rp s.

Ici, elle ouvre les bras, admirable.
LA F IL L E M A LA D E D ES F IE V R E S .
V o ic i m a v ie . V o ic i m a m o rt.

E t de ses doigts elle écarte les plis de la
pourpre sur sa poitrine, se couvrant d’une
pâleur mortelle.
Tandis que Sébastien se lève et s’approche,
toute la tourbe, d’un mouvement irrésistible,
entoure les deux personnes sacrées. On n’en­
tend que la pesante haleine de l’angoisse. La
vaste voûte est pleine d’ombre. La face du

�18 2

LE M A R T Y R E

Soleil et la face de la Lune reluisent sur les
vantaux d’airain. Les sept Voyantes se
tiennent debout, avec toutes leurs chaînes
tendues par l’anxiété de leurs âmes nouvelles.
E t il semble que les assaille la puissance du Roi
annoncé par leurs chants et par leurs charmes.
« I l monte. Son front est la place
de la lumière, qu’ i l accroît.
Un nouveau Signe est dans l’espace »
La tourbe s’allonge, entre l’une et l’autre
issues, avec un frémissement d'horreur sainte.
Et, comme les échines des esclaves se courbent
et que les genoux des zélateurs se plient, on
aperçoit le Saint et l’inspirée dans l’acte de
dérouler et d’étendre le long Linceul du Christ.
Eux aussi, ils s’agenouillent, chacun tenant
par les deux mains le bord extrême. E t une
lueur mystique éclaire tous les fronts penchés ;
parce que, des empreintes laissées par les
membres sanglants et par les aromates funé
raires, les deux images du Corps divin se
forment peu à peu et s’avivent en lignes et en
saillies de lumière. On entend de sourds gémis
sements, des sanglots étouffés, qui entrecoupent
les paroles alternes, dites par l’âme de souffle
plus que par la langue de chair.
LA SA IN T E .
V o y e z S o n co rp s e n sa n g la n té,
v o y e z l ’h o rre u r d e S o n su p p lice !

LE

SA IN T.

V o y e z la p la ie d e S o n cô té,
le sa n g q u i co u le su r S a cu isse.

M agister
Claudius
sonum
dédit
usque
ad finem.

�DE SAINT SEBASTIEN
LA SA IN T E .
V o y e z les tra c e s des flé a u x
2905 a rm és d e p lo m b s su r Son éch in e.

LE

SA IN T .

V o y e z su r S o n fr o n t les g ru m e a u x ,
là o ù m o rd ire n t les épin es.

LA SA IN T E .
V o y e z Ses c h e v e u x su r Son cou,
m o u illés p a r la su eu r sa n g la n te .

LE
2910

SA IN T .

V o y e z la b lessu re d u clo u
q u i L u i tra n s p e r ç a le s d e u x p la n te s.

LA SA IN T E .
V o y e z su r l ’é p a u le d e l ’ O in t
m a rq u é le p o id s d e l ’a rb re in fâ m e .

LE

SA IN T .

V o y e z su r l ’œ il le co u p d e p o in g
2915 d o n t le v a l e t sc e lla son b lâ m e .

LA SA IN T E .
H é la s, T e m p le d e la su b lim e
T r iste ss e , o ù la H o n te a c ra c h é 1

183

�184

LE MARTYRE

LE SA IN T .
H é la s, p leu rez, p le u re z v o s c rim e s!
Il e s t m e u rtr i p a r n os p éch és.

LA SA IN T E .
2920 D ie u , ren d s-n o u s p a re ils à to n co rp s I

LE SA IN T .
D ie u , retrem p e-n o u s d a n s la m o r t !

LA SA IN T E .
A m o u r , q u e je sois a sso u v ie !
S e ig n e u r A m o u r , v o ic i m a v ie .

Elle défaille, elle se renverse et tombe, dans
un grand soupir.
E t soudain, la porte étant encore close,
un chant se lève au delà du seuil infranchis
sable. Ce n’est plus le chant d’Erigone, la
mélodie de la Vierge fille d’Icare « qui volait
parmi les étoiles du Lion, portant son Épi
d’or et ses larmes. » C’est le chant ineffable de
la Vierge sans tache, de la Tige de Jessé,
de la Mère du Sauveur.
V O X C Œ LESTIS.
Q u i p leu re m o n E n fa n t si d o u x ,
2925 m o n L y s fleu ri d a n s la ch a ir p u re ?

Il e s t t o u t c la ir su r m es g e n o u x ,
Il e s t sa n s ta c h e e t sa n s b lessu re.

�DE SAINT SEBASTIEN

185

V o y e z . E t d a n s m a c h e v e lu r e
to u s les a stre s lo u e n t S a c la rté .
2930

II é c la ire d e S a fig u re
m a tris te s se e t la n u it d ’été.

On entend, tout à coup, tomber les chaînes
qui enchaînaient aux cippes les sept magi
ciennes planétaires. Les vantaux de la porte
d’airain s’entr’ouvrent, laissant échapper une
lumière éblouissante. Hassub, Jardane, Ilah
et Phéroras montent les degrés aux sept
couleurs et poussent les vastes vantaux qui
sur leurs gonds résonnent comme une multi
tude de cymbales et de sistres. Dans une
lumière éblouissante, la Chambre magique
apparaît, avec tous ses signes, tous ses cercles,
tous ses orbes, comme le simulacre fabuleux
du nouveau Firmament et de l’antique Ether.
Le Zodiaque tourne à la rencontre des pla
nètes, chargé d’animaux, de monstres et de
jeunesses. Le Bélier aux cornes torses est
accroupi, morose, le mufle vers l’Occident ;
et le Taureau, tronqué à mi-corps, le front bas,
semble lui être soudé, à la façon de ceux
géminés de la Perse. Les Gémeaux imberbes,
le couple fraternel des enfants du Cygne, sont
assis ensemble, les pieds en avant, chaussés
de hauts brodequins aux courroies entrela
cées ; et Pollux se détourne du Cancer à la
carapace énorme, qui dans le marais de Lerne
mordit l’orteil d’Hercule. Le Lion, celui que
l’Alcide étouffa entre ses coudes à Némée,
s’avance farouche, dans le sens du mouvement
diurne. Le Scorpion, celui qu’Artémis envoya

�186

LE M A R T Y R E

contre le chasseur fils de Neptune, ouvre ses
serres cruelles vers la Balance qui penche.
Le Sagittaire, déployant à son épaule d'homme
sa nébride comme une aile, tend son arc grec
et se cabre sur ses jarrets de cheval. Le
Verseau gracieux, semblable à réchanson
Ganymède, se détourne du Capricorne à la
queue trifide et renverse l’urne pleine, du côté
des Poissons.
Mais ce n’est plus Samas qui conduit les
planètes et domine tous les domaines bleus.
On aperçoit dans l’éblouissement les pieds
divins de la Vierge mère du Sauveur posés
sur le croissant de la Lune, et les bords étoilés
de son manteau d’azur.
On n’entend pas résonner la lyre heptacorde
des Sphères accompagnant la Voix céleste ;
mais on se perd dans l’harmonie des myriades,
dans le chœur infini des rayons. La lumière
est nativité, béatitude et musique.
Ravi par la Voix, comme dans un songe
sans commencement et sans fin, le Saint monte
les degrés, franchit le seuil ; et, la tête ren­
renversée, les yeux levés vers le Croissant, s’abîme
dans l’extase circulaire.
i| Alors Jardane, Hyale et Phœnisse sou­
lèvent le corps inerte de la créature errante
qui garda dans la plaie inguérissable de sa
poitrine la relique du Christ ressuscité :
Atreneste par les épaules, Hyale par les pieds,
Phœnisse par la ceinture, à la façon des Anges
ui quand ils transportent dans les airs les dé­
dép ouilles des jeunes Martyres. E t elles montent
les sept degrés, avec leur mystique fardeau.

�DE SAINT SEBASTIEN
fj

187

Puis, inclinant leurs mitres qui flamboient,
elles déposent sur le seuil de bronze la Fié
vreuse couverte de pourpre et ceinte du ban
deau royal.
E X P L IC IT
SANCTAE SINDONIS INVENTIO.

��LA

TROISIEME

MANSION

LE CONCILE
DES F A U X

DIEUX

��LES

P E R SO N N A G E S.

LE SAINT,
i/E M P E R E U R .
LES FEM M ES DE BYBLOS.
LES CITH A RED ES.
EURYALE.
NICANOR.
LES ORPHIQUES.
LA T O U R B E D E S P R E T R E S , D E S SA C R IFIC A
T EU R S , D E S V ICTIM A IRES, D ES A U G U RES,
DES MAGES, DES DEVINS, DES ASTRO
LOGUES, DES GRAMMAIRIENS, D ES EU
NUQUES.
LES ARCHERS ASIATIQUES.
LES ESCLAVES DE COULEURS D IV ER SES.
CHORVS SY RIACVS.
VO X SOLA.

��aperçoit le vaste laarl aire de l’A u g u ste,
formé d’une salle pen­
pentagonale dont une pa­
paroi se creuse comme
une sorte d’abside à la
voûte lisse profondé
ment dorée.
Au centre du plafond
à lacunars bleus, une ouverture circulaire qui
■se ferme'au'moyen d’un bouclier rond comme
ceux des Curètes, manœuvré par des chaînes,
laisse échapper la fumée des aromates. Les
autres parois sont revêtues de planches d’ivoire
versatiles, qui recouvrent les niches où sont
cachées les théogonies sublimes et les conjonc
tions ineffables. Dans l’hémicycle, la multitude
multiforme des dieux se dresse comme une
cohorte exsangue en rangs serrés, faite de mar
bres, de métaux, de bois, d’argiles, de pierres
fulgurales, de pâtes inconnues. Aux douze
grands dieux de Rome, aux mille petits dieux
latins des demeures, des carrefours, des étuves,
des vergers, des celliers, des champs, des ports,
n

M

�194

LE MARTYRE

des navires, et de tous les actes, de tous les
aspects, de tous les instruments de la vie, et
de tous les rites et de tous les mystères de la
mort, des funérailles, de la sépulture; se mêlent
les déités énormes des Ptolémées et des Aché
ménides, les Baals ardents de Syrie, les idoles
raides à oreilles pointues, à bec, à museau, les
sphinx, les apis, les cynocéphales transportés
de la vallée du Nil par les Empereurs supersti
tieux, les Couples et les Triades farouches venus
d’outre-mer avec les esclaves, les courtisanes,
les marchands et les soldats.
On découvre l’Ephésienne toute noire,
hérissée de mamelles, avec l’éclat blanc de
l’émail dans ses orbites, avec des lions sur ses
épaules et des abeilles au pied de la gaine
qui lui serre les jambes comme l’écorce d’un
tronc enraciné. La Grande Mère de l’Ida
couronnée de tours est assise, non sur son
char, mais sur le navire qui remémore sa navi­
navigation triomphale à la bouche du Tibre. Le
Zeus solaire de Doliché, qu’une tribu de for­
forgerons créa des étincelles du fer rouge, debout
sur un taureau, armé de la hache à double
tranchant, porte l’armure du légionnaire
romain.
Mâ, la Bellone cappadocienne, abreuvée de
sang dans les gorges du Taurus et sur les bords
de l’Iris, rapportée comme un butin sacré par
Sylla vainqueur de Mithridate, est couverte
de taches rougeâtres, telle qu’elle apparut en
songe au Dictateur. Isis aux cornes de vache,
en robe de bysse, allaite l’enfant Horus sur ses
genoux rigides^ et entre les deux cornes une
plaque ronde en forme de miroir imite la

�DE SAINT SEBASTIEN

195

Lune. Un haut boisseau ombrage la chevelure
massive d’Osiris. Mithra, le Médiateur, le seul,
le chaste, le saint, que premièrement connu
rent les trirèmes de Pompée en guerre contre
les pirates ciliciens, enfonce le couteau dans
le poumon de la victime abattue.
E t voilà Dusarès, venu du fond de l'Arabie ;
et Daltis, venu de F Osrhoène au delà de FEuEuphrate ; et Balmarcodès, le Seigneur des
danses, venu de Béryte ; et Marnas de Gaza,
le Maître des pluies ; et Maïoumas, qui souffle
le parfum du printemps oriental dans la fête
nautique sur le rivage d’Ostie.
Voilà Aziz, le « dieu fort » semblable au
sidéral Lucifer fils de l’Aurore ; et Malakbel,
le « messager du Seigneur »; et le Hadad révéré
par Antonin le Pieux ; et ce Bêl, un dieu de
Babylone, émigré à Palmyre, qu’Aurélien
emmena à Rome 'avec la reine merveilleuse
pour orner de l’une son triomphe et pour faire
de l’autre le protecteur de ses légions.
Voilà toutes les déités d’outre-mer, les Agita
teurs et les Consolateurs d’Asie ; qui savent la
mort et la résurrection, les baptêmes et les
pénitences, les promesses et les commande
ments, et la vie nouvelle et la vie éternelle,
et l’ébriété de la douleur et la puissance du
sang versé, et les liturgies des semaines saintes
à l’équinoxe du printemps. Les esclaves chré
tiens dans leur cœur anxieux reconnaissent
la Colombe eucharistique auprès de l’Astarté
infâme, et le saint Poisson auprès de l’Atar
gatis de Bambyce emportée par des prison
niers de guerre vendus à l’encan.
Devant la multitude divine, des supports

�196

LE MARTYRE

en bronze soutiennent l’Horoscope de l’Empe ereur, figuré sur un grand bas-relief reprém
sentant une conjonction de planètes dans
le Lion. On y voit l’ordre des luminaires dis­
posò sur les membres de l’animai, la Lune en
croissant sur le poitrail, et sur le champ les
trois planètes qui doivent leur force à leur
chaleur, ainsi nommées : Πυρόεις ΙΙρακλέους,
Στίλβων Απόλλωνος, Φάεθων Διός. Le long des
parois lambrissées d’ivoire poli, une tourbe de
prètres, de sacrifìcateurs, de victimaires, de
mages, de devins, d’astrologues, de grammairiens, d’eunuques se presse en silence,
les yeux tournés vers le César. Il y a des
Galles à la tunique bianche bordée de rouge,
castrate aux jouesfardées, aux cheveux nattés,
aux yeux peints. Il y a des Isiaques en robe
de bysse éclatante, avec des chaussures en
feuilles de paluiier, la tète rase et le haut du
cràne plus luisant que les plaques d’ivoire. Il y
en a d’autres vètus de l’étole olympiaque peinte
d’animaux de toutes sortes, avec des griffons
sur les épaules et un diadème végétal en forme
de rayons. Des pastophores soutiennent sur
leurs bras des chapelles sacrées ; des dadophores portent des torches ; des hymnodes ont la
flùte traversière avanjant du cóté de l’oreille
droite; des ornatrices, chargées d’habiller les
statues divines, onl entre leurs mains les ustensiles de la toilette. Un prétre est chargé du
poids des deuxautelsappelés «les secours »; un
autre soulève un bras gauche à la paume ouverte; un autre, un van d’or plein d’aromates ;
un autre, un vase arrondi en forme de mamelle
p o u r les libations de lait ; un autre, l’urne

�DE SAINT SEBASTIEN

197

au long bec et à l’anse ample où s’enroule
l’aspic dressant sa tête écailleuse et son cou
gonflé : l’urne inimitable qui contient l’eau
sainte du Nil. Tous ils regardent l’Empereur.
Derrière le siège du Tout-Puissant, neuf
citharèdes grecs et le conducteur Euryale,
debout, attendent le signal, tous en une
seule ligne comme les colonnes doriques d’un
propylée, les plis droits de leurs chitons étant
pareils aux cannelures. Puisque les bras recourbés
bés des grands heptacordes surmontent 'les
figures et les guirlandes, chaque musicien
ressemble à la tisseuse devant le métier
vertical où sont tendus les fils de la chaîne.
Tous ainsi, à travers les sept nerfs, ils regar
dent l’Empereur.
E t il y a des Mithriastes, des Adoniastcs,
des Orphiques. Il y a beaucoup d’esclaves
syriens, bruns et huilés comme les olives
mûres pour le pressoir. Il y a des femmes
d’Antioche, de Byblos ; des archers de Tyr,
d’Emèse, de Damas, de la Mésopotamie, de la
Commagène, de l’Iturée: l’odeur même du
sachet de myrrhe chauffé entre les mamelles
stériles : l’odeur des arbustes roux qui cra­
quent et fument à la lisière du Désert foulé par
le désespoir de la princesse incestueuse ;
l’odeur du Liban rayé par les gommes cou­
coulantes, par les larmes de la veuve divine et
par les eaux rouges du sang d’Adonis. Le désir
de l’aridité lointaine, l’attente obscure d’une
réapparition mystique, le souille chaud de
* l’infatigable Astoreth semblent les troubler.
Et tous, avec des yeux sombres, ils regardent
l’Empereur.

�198

LE MARTYRE

Le Maître est assis sur le siège insigne, au
très haut dossier orné de deux Victoires d’or.
Sébastien se tient debout, devant lui, muet.
E t les grandes acclamations rythmées se
suivent, prononcées à l’unisson par tous les
assistants.
TOUTES

LES V O IX .

— C ésa r A u g u s te , q u e les d ie u x
te

co n serven t !
—

C ésa r A

E m p e r e u r trè s sa in t, qu e les d ie u x
2935 t e
—

g ard en t

é te rn e lle m e n t !

Q ue d e to u te s n o s v ie s les d ie u x

a u g m e n te n t t a v ie !
—

B ie n

b ie n h e u re u x , sois to u jo u r s v a in q u e u r,
sois tr io m p h a te u r à ja m a is !
2940 — T u es le p lu s g ra n d , le p lu s fo rt,
le p lu s sa in t !
—

P u issio n s-n o u s

t a fa c e p o u r n o tre b o n h e u r
étern el !
—

P u is sio n s -n o u s en te n d re

t a p a ro le p o u r n o tre jo ie
2945 san s te r m e !

—

M ais d éliv re -n o u s

d es ch rétie n s, ô C ésa r A u g u s te !

m

�DE SAINT SEBASTIEN

199

— E m p e re u r, m a is d éliv re-n o u s
des c h ré tie n s !
—

T r è s s a in t E m p e re u r,

m a is d é liv re -n o u s d es c h ré tie n s !
2950 — V e n g e n os d ie u x !
— V e n g e n os fe u x !
— V enge

n os te m p le s !

L’E M P E R E U R .
S a lu t, b e a u je u n e h o m m e ! S a lu t,
s a g itta ir e à la c h e v e lu re
d ’h y a c in th e ! J e te salu e,
2955 c h e f

de la

c o h o rte

d ’ E m èse,

q u ’A p o llo n aim e, en q u i le d ieu
P o r te -L u m iè re s ’e s t c o m p lu !
Par

m on

la u rie r,

S é b astie n ,

je t ’ a im e a u ssi. J e v e u x ,
2060 q u e

tu

n e p a rles,

avant

q u ’on t ’a ccla m e .

J e v e u x q u ’on t ’a ccla m e . V o u s to u s
à la lo u a n g e in fa tig a b le ,
criez en r y th m e : « Q u e les d ie u x
ju s te s c o n s e rv e n t t a b e a u té
2965 p o u r l ’E m p ereur, S é b a s tie n ! »
C riez en r y th m e .

�LE M A R T Y R E

200

TO U TES

LES V O IX .
Q u e le s d ie u x

ju s te s co n s e rv e n t t a b e a u té
p o u r l ’E m p e re u r, S é b a stie n !

Ici l’Archer se voile de sa chlamyde.
L’E M P E R E U R .
T u te v o ile s de t a c h la m y d e !
297o T u te v o ile s co m m e la v ie r g e
q u ’on o u tra g e ou ce lle q u ’ on v a
ég orger. O r je n e v e u x p a s
t ’ ég o rg er. D é c o u v r e t a tê te !

Ici l’Archer se découvre.
J e v e u x te co u ro n n er, d e v a n t
2976 to u s les d ie u x .

LE SA IN T .
C ésar, j ’ ai d é jà
m a co u ro n n e.

L’E M P E R E U R .
O n n e la v o it p a s.

LE

SA IN T .

T u ne p e u x p a s la v o ir, A u g u s te ,
b ien q u e t u aies des y e u x de ly n x .

�DE SAINT SE B A S T IE N

201

L’E M P E R E U R .
E t p o u rq u o i?

LE SA IN T .
P a r c e q u ’il fa u t d ’ a u tre s
2980 y e u x ,

a rm és

d ’u n e

a u tr e v e r tu .

L’E M P E R E U R .
O ù so n t-ils les m a g icien s
q u i t ’ a id e n t d an s tes a rtifices
e t q u i t ’e n seig n en t te s p re stig e s?

LE SA IN T .
J e n ’a i d ’ a u tr e a rt qu e la prière.

L’E M P E R E U R .
2985 E s t- il v r a i q u e t u as d an sé
su r des ch a rb o n s a rd e n ts ?

LE SA IN T .
C ésar,
no n : su r u n e jo n c h é e d e ly s .

L’E M P E R E U R .
Q u a n d t u flo rissa is d an s t a g râ ce,
je m ’en so u v ie n s, t u d a n sa is m ie u x
2990 q u e to u t a u tre e n tre d es épées
n u es. P a r fo is on la n ç a it d es flèches
sous te s p ie d s b o n d iss a n ts . A u c u n e
n e t ’a tte ig n it.

�202

LE MARTYRE

LE SA IN T .
J e n e cra in s p a s
le fer.

L’E M P E R E U R .
T u é ta is le S e ig n e u r
2995

des d an ses v e n u d e B é r y t e
m a rin e !

Il le contemple, et il songe.
E s t- il v r a i q u ’a u so lstice
t u as blessé le cie l?

LE SA IN T .
Le

ciel

m ’a blessé.

L’E M P E R E U R .
Fem m es
M ais fu t-c e
3000

ou

à

d e B y b lo s ,

a u so lstice

l ’é q u in o x e

d ’été,

d ’a u to m n e ,

q u e le d u r sa n g lie r b le ssa
A d o n is ?

Ne

re ssem b le-t-il

p a s, c e t a rch er, à v o t r e je u n e
d ieu, fem m es?

Les Syriennes répondent ensemble, d’une
voix douce et voilée.
LES FEM M ES D E B Y B L O S.
Il e s t b e a u , C ésar.

�DE SAINT SEBASTIEN
L’E M P E R E U R .
3oo5 J e n e c r o is p a s, je n e v e u x p a s
cro ire a u x d é lits d o n t on t ’ accu se,
c h e f d e m a co h o r te légère.
T u es tr o p b e a u . E t il e s t ju s te
q u ’ on t e co u ro n n e, d e v a n t to u s
3o1o les d ie u x . J e n e v e u x p a s s a v o ir
si t u fa is d es rê v e s . J e t ’ aim e.
T u m ’ es ch er. D is : n e t ’a i-je p a s
c o m b lé

d ’h o n n e u rs,

d ’o rn e m e n ts,

de

d ’ h eu res

b én éfices,
g lo rie u se s

3o15 e t d e b elle s a rm e s? T u m èn es
m e s a rc h e rs d ’ E m è se , p lu s sv e lte s
e t p lu s d o rés q u e c e u x q u i v in r e n t
avec

E la g a b a le

aux

cils

p e in ts, s u iv a n t le c h a r d e la P ie rre
3020

n o ire tr a în é p a r les p a n th è re s
o d o r ifé ra n te s .
les

s a g itta ir e s

Ils
du

son t
S o leil,

q u i e s t le se ig n e u r d e l ’E m p ire .
C o m m e n e rfs à le u rs arcs, ils o n t
3025 d es co rd es d e c ith a r e ; ils p o r te n t

d e s r a y o n s d a n s leu rs lo n g s ca rq u o is.
T u le s m è n e s. J e t ’ a i d on n é
m es p lu s b e lle s A ig le s . J e t ’ ai
envoyé

tu e r

d es

B arb ares

3030 su r le D a n u b e . T u a s eu

203

�204

LE M A R T Y R E

d es c o m b a ts e t des je u x . T o u jo u rs
j ’a i to u r n é v e r s to i le p lu s c la ir
d e m es v is a g e s .

LE SA IN T .
O ui,

tu

m ’ as

é té

lib é ra l,

3035 seigneur.

L’E M P E R E U R .
J e ne v e u x p a s sa v o ir
si t u fa is des rê v e s é tra n g e s
a u to u r d ’u n ro i d e S a tu rn a le s,
d ’u n e s c la v e e n tu n iq u e rou ge,
m o n a rq u e d ’u n jo u r, q u ’ on im m o le
3M0 su r l ’ a u te l de S a tu rn e . Si

je te n o m m e l ’ E n fa n t a u x rêves,
ce n ’est p a s p o u r t ’égorger.

Ici il quitte son siège ; il marche vers le
Jeune Homme ; il le touche de sa main à
l’épaule.
V o is.
J ’a i là to u s m es d ie u x .

Il pousse un peu le Jeune Homme, le force à
se retourner vers l’abside et à regarder la mul­
ultitude des idoles.
m
V o is.

R e g a rd e .

D a n s to u s les m a rb res, les m é ta u x ,
3045 les bois, les a rg ile s, le s v e rr e s ,

�DE SAINT SEBASTIEN

205

e t d a n s le s p ierre s fu lg u ra le s
q u i so n t les m essa ges d es nues,
e t d a n s les p â te s in co n n u es
se m b la b le s a u x am b res, a u x n a cres,
3050 a u x la b y r in th e s les p lu s v a in s
d e la m er, j ’a i les sim u la cres
d e to u s les d ie u x ; c a r le D iv in ,
s ’il ro m p t les p eu p les e t les d am n e
a u c a rn a g e , a u b a n , à l ’ en can ,
3055 s ’il c e in t les rois d e so n ca rca n ,
A n t ip a te r o u E p ip h a n e ,
s ’il p ille les tem p le s, p ro fa n e
le s v a s e s, d éfo n ce les v a n s ,
il red resse les Im m o rte ls
3o6o d ’e n tre

les

co lo n n es

brisées,

a llu m a n t de n o u v e a u x a u te ls
au feu d es v ille s em b rasées.

Il presse encore de sa main puissante
l’épaule du Jeune Homme.
V o is . R e g a rd e la m u ltitu d e
des F o rm e s, la fo r ê t d es F o rces,
3065 C hoisis. Il y en a d e rud es
co m m e les sou ches, les écorces,
les racin es. Il y e n a
d e fle x ib le s co m m e le s feu illes,
les fleurs, le s tig e s ; c a r le s fleurs*

�LE MARTYRE

206

3070 les p lu s b elles so n t nées d e leu rs

jo ie s, d e le u rs triste sse s, d e leu rs
v e n g e a n c e s . E t C o ré les cu eille
to u jo u r s d a n s l a p la in e d ’ E n n a .
Tu

p e u x ch o isir p o u r to n

o ffra n d e

3075 u n d ie u fa ro u c h e , u n e d éesse
m o lle, d u sa n g,

d u m iel.

Q u ’ on tre sse

d ’ a n é m o n e e t d e lau rier-ro se,
sa n s b a n d e le tte s , d e u x g u irla n d e s.
J e v e u x cein d re l ’ E n fa n t m orose
3080 e t

LE

m e cein d re a v e c lui.

SA IN T .
C ésar,

sa ch e q u e j ’ a i ch o isi m o n d ieu .

L 'E M P E R E U R .
L e S o le il? E t je te fe ra i
p o n tife d u S o leil, a u te m p le
du

Q u irin a l.

J ’a jo u te r a i

3085 d ’a u tre s d é p o u ille s a u x d é p o u ille s
de P a lm y r e .

LE

SA IN T .
C elu i,

celu i

q u e t u n o m m es l ’e s c la v e ro u g e,
le m o n a rq u e d ’u n jo u r , le roi
sa n g la n t, je l ’ a i ch o isi d e to u te
3090 m o n âm e, a u d e là de m o n âm e.

�DE SAINT SEBASTIEN

207

La colère de l’Auguste, mêlée de raillerie, est
stridente comme un feu sous la grêle.
L’E M P E R E U R .
Il v e u t d u san g, il v e u t d u san g,
c e t ép h èb e p â le , d u san g,
des so u ffra n ce s e t d es tén è b re s !
N o u s e n a vo n s, n o u s en a vo n s,
3095 J ’a i des d ie u x q u ’on r e m p lit de san g
n o ir ju s q u ’à la

co u ro n n e,

co m m e

o n r e m p lit d e v in les am p h o res
ju s q u ’a u b o rd . S u r le P a la tin
e t ici, j ’a i d es P h ry g ie n s
3100

q u i u lu le n t, q u i se fla g e lle n t
a v e c d es la n iè re s a rm ées
d e p lo m b s, q u i s ’e n ta ille n t les b ra s
à g ra n d s co u p s de g la iv e e t d e h ach e,
q u i s ’é v ir e n t

avec

d es pierres

31o5 tra n c h a n te s, e t m êm e q u i b o iv e n t
la liq u e u r ch a u d e lo n g u em en t.
E n v e u x -tu ?

Q u ’on l ’in itie don c

a u ta u r o b o le 1 Q u ’o n le co u ch e
d a n s la fosse, sou s le p la n ch e r
3110 à m ille fe n te s ; q u ’on ég o rg e
au -d essu s d e lu i le ta u r e a u ;
e t q u ’il r e ç o iv e la

rosée

ve rm e ille , ju s q u ’ à la d ern ière

�208

LE MARTYRE

goutte, sur tou t son corps impur,
3115 com m e le m yste de C y b èle.

Et

LE

tu ' seras rassasié !

SA IN T.

R a s s a s ie d e c e t t e so u illu re
to u s ces p rê tre s a u x ta m b o u rin s.
F a is -le s crier co m m e T h y a d e s
312o q u i b o n d iss e n t su r le s co llin es
d é c h ira n t leu rs p ro p res e n fa n ts !
J e n e v e u x p a s d e to n b é ta il
n i d e te s b o u ch ers,

E m p e re u r.

S u r m on co rp s im p u r j ’ai reçu
3125 u n a u tr e b a p tê m e : u n b a p tê m e
de ray o n s.

L’E M P E R E U R .
Le

d ie u r a y o n n a n t

e s t u n seul : A p o llo n S o leil !

LE SA IN T .
Il e s t é te in t co m m e u n tiso n
q u ’on a p lo n g é d a n s l ’ea u lu stra le .
3130 S eu l le C h rist r a y o n n e , l ’ U n iq u e !

Il ré g it d an s sa m ain la fo rce
d u ciel cre u x , co m m e le m arin
serre l ’é co u te d e la vo ile .
E n tr e v o u s e t le jo u r, Il est.

�DE SAINT SEBASTIEN

209

3135 E n tr e v o u s e t le so leil m o rt,
Il est, U n iq u e .

Dans l’emportement de la fureur, l’Auguste
se tourne vers les joueurs de lyre, invoque
le coryphée, dominant de son tonnerre le
tumulte des prêtres.
L’E M P E R E U R .
C ith a res, c ith a re s ,

cith a res,

fa ite s la lu m ière, a v e u g le z
l ’im p ie ! E u r y a le ,
3140

E u r y a le ,

e n to n n e l ’h y m n e !

Il marche vers son siège ; et il se rassied,
dans l’attitude del’Olympien, dont il a joint le
nom à son nom.
LES C IT H A R È D E S .
P a ia n , L y r e - d ’ or,

Mai/ is 1er
Clan il lus
sonnai
dedil.

A r c - d ’ a rg e n t,

S e ig n e u r de D é lo s e t d e S m in th e,
b e a u R o i c h e v e lu d e lu m ière,
ô A p o llo n ...

Telle une bande de lumière soudaine vibre
à travers les tiges des blés et transmue en or
glorieux leur sécheresse, tel le premier rayon­
nement de l’Ode semble parcourir la longue
ordonnance des cithares et enflammer d’un
même éclair toutes les cordes.
LE SA IN T .

3145 Cessez 1

N

�210

LE MARTYRE

D’un signe, il a interrompu les chanteurs
qui renversaient la tête pour invoquer le
nom du prophète delphien.
C essez,

ô cith a rè d e s

d ’u n d ém o n q u i n ’a p lu s d e ch a r,
n i p lu s d e tr a its , n i p lu s d e n erfs
à la ly r e e t à l ’ arc, n i p lu s
d e d ia d èm e su r la h o n te
3150

d e so n fr o n t. S ile n c e ! S ilen ce !

Une sorte d’annonciation mélodieuse, légère
comme un murmure d’abeilles, semble se
répandre dans le pentagone d’ivoire. L’Em­
pereur assis, appuyé sur le coude, regarde le
em
Jeune Homme, assemblant la stupeur et la
fureur entre ses sourcils froncés.
O v o u s q u i m e v o y e z in erm e,
je

su is l ’A r c h e r c e r ta in

d u b u t.

J e su is l ’e s c la v e d e l ’A m o u r .
J e su is le M a ître d e la M ort.
3155 J ’ ai, d ’u n sign e, é to u ffé le c h a n t
d a n s v o t r e g o r g e e t en g o u rd i
v o s d o ig ts. É c o u te z l ’ a u tr e ly r e !
J e v o u s a d ju re , a u n o m d u C h rist,
p a r l ’o m b re d e la C r o ix sa n g la n te ,
3160 p a r c e tte o m b re q u i v o u s r e co u v re .

V o u s en a v e z d é jà la b o u ch e
p lein e ju s q u ’ a u x p o u m o n s, ch a n te u rs,

�DE SAINT SEBASTIEN

211

v o u s q u i v o u s h a u s sie z su r l ’o rteil
p o u r m â c h e r la lu m iè re d ’or.
3165 B r o y e z c e t t e o m b re.

L’Empereur bondit.
L’E M P E R E U R .
É g o r g e z -le !

Des sacrificateurs s’élancent comme des
bourreaux.
N o n . J e v e u x rire.
J e ch e rc h e d es fa ç o n s n o u v e lle s.
J ’in v e n te d es m o d es n o u v e a u x .
L e lo n g d u p a lu s p e stile n t
3170 o ù c h a n te n t le s g re n o u ille s noires,

ce so ir m êm e, t u v a s rejo in d re
to n G u érisseu r d e G a lilée.

Il rit ; puis il s’emporte.
M ais n e re g a rd e p a s to n m a îtr e !
Tu

es l ’e s c la v e d es e scla v es.

3175 C a c h e te s y e u x p e in ts d e n u it b leu e.
V o ile d u p a n d e t a c h la m y d e
t a p â le u r p h ry g ie n n e .

Le Saint fait l’acte de s’envelopper le visage,
comme dans le rite de la consécration.
N on.
D o n n ez-lu i, sa crifica te u rs,

�212

LE MARTYRE

u n e ro b e b la n ch e , e n to u re z
318o d e v e r v e in e e t d e b a n d e le tte s
sa

c h e v e lu re

de

jo u e u se

de flû te ; e t q u ’il a it p o u r co m p a g n e
au

sa crifice

une

co lo m b e

d ’A m a th o n te .

Les ordres du Maître et les mouvements des
exécuteurs sont comme les éclairs et les foudres.
Personne n’hésite ni ne réfléchit. La main souve
raine semble les saisir comme des armes ou des
outils, prêts à frapper ou à besogner. Le mono
syllabe les arrête, les fige.
N o n . D e s co u ro n n es,
3185 d es

co u ro n n es

et

d es

co lliers,

d es co u ro n n es ro u g es, d e lo u rd s
co lliers, d es to rq u e s d e G a u lo is,
des a n n e a u x d e s o ld a ts sa b in s,
les b o is s e a u x d ’A n n ib a l re m p lis
3190 d e

bagues

sa n g la n te s,

sa n s

n o m b re,

sa n s n o m b re, p o u r l ’ e n se v e lir
v i v a n t so u s le s fleu rs e t les ors,
co m m e B re n n u s fit d e la v ie r g e
d ’ E p h èse, c o m m e ces v a in q u e u r s
3195 d e N a x o s fire n t d e la v ie r g e
P o ly c h rite a p rè s le c a rn a g e
n o ctu rn e.

Il atténue son emphase menaçante dans la
similitude ingénieuse ; et il regarde de côté

1

�DE SAINT SEBASTIEN

213

ses rhéteurs et ses grammairiens, qui arron­
dissent la bouche et soulèvent les bras pour
témoigner à l’Erudit leur émerveillement
unanime. Il sourit, se rassied et contemple le
héros imberbe, avec un étrange feu dans ses
prunelles aiguës.
M ais co m m e il est b e a u !
Il e s t tro p b e a u . J e v e u x q u ’il c h a n te ,
q u ’il c h a n te so n e x trê m e c h a n t,
3200 tel le cy gn e hyperboréen,
s’il a brisé l ’essor de l ’hym ne
à la syllabe la plus sainte.

O E u r y a le , p o rte -lu i
la p lu s v a s t e d e m es cith a re s,
3205 p o u r q u ’ a p rè s t u p u isses clo u er
co n tre le s d e u x co rn es son ores
le sa crilè g e iv r e de m y rrh e .
C ’e s t c e q u e je v e u x . O béis.
Q u e la c ith a r e d élien n e
3210

so it le g ib e t d e c e t ép h èb e. ,
C a r il e s t b e a u .

Le conducteur du chœur s’avance, soute­
nant par la caisse une grande cithare chrysé
léphantine, belle et solennelle comme les simu
lacres gardés dans les Trésors des temples.
Sept gemmes de couleurs diverses sont enchâs
sées, comme dans des chatons, dans les sept
attaches des cordes sur la branche transver
sale en forme de joug ; et une pure bandelette

�214

LE MARTYRE

est attachée au côté droit, comme à la tempe
d’une Muse vivante. Elle propage, dans son
parcours, des ondes nombreuses. Tel le cygne
fluvial, de sa poitrine gonflée par le même
souffle qui ouvre en corolle ses ailes, émeut l’eau
qui tout autour s’harmonise.
LE

SA IN T .

J e su is m o n sa crifica te u r.
J e v o u s le dis.

Il prend la cithare, il l’appuie sur sa hanche
gauche ; et, la tenant par l’une des cornes
comme une victime, il la mutile avec le petit
couteau des Agapes, qu’il avait caché dans les
plis de son vêtement. On entend gémir les
cordes coupées. Des imprécations, des implo
rations, des invocations surgissent de la
tourbe fluctuante. L’Empereur reste assis,
le torse tendu en avant, le regard fixe, dans une
sorte de ravissement farouche, transporté par
son âme avide de prodiges et de songes.
LES

O R P H IQ U E S.

— O rp h é e ! O rp h ée ! F ils d ’A p o llo n !
3215 — F ils d e C a llio p e, t u v o is :
a v e c le c o u te a u d e l ’A g a p e
il v ie n t d e tra n c h e r les se p t co rd es !
— P a r les la rm e s d es se p t P léia d es,
tu e z l ’im p ie !

M agister
C laudius

sonum
dedit
usque

ad finem

.

�DE SAINT SEBASTIEN
D ES V O IX

215

E P A R SE S.

•3 22o — T r o n q u e z son c h e f !

— De l’Hèbre au T ibre
— D o n n e z le su p p lice d e T h r a c e
à

l ’ im p ie !
—

L ie z p a r les tre sse s

d e ses c h e v e u x son c h e f e x sa n g u e
a u jo u g de la L y r e ! M e tte z
3235

son tro n c en la m b e a u x !
— J e te z-le
a u T ib r e !
— A u T ib r e !
— A la C lo a q u e !
— A la C lo a q u e !

LES

O R P H IQ U E S.

O rp h ée, O rp h ée, a p p ro ch e , in sp ire
c e u x q u i e n se ig n e n t te s m ystè re s,
3230 fils d ’A p o llo n !

Dans le laraire l’ombre devient effrayante.
Des flammes jettent des poignées d’aromates
sur la braise des autels. Les lueurs se reflètent
dans la voûte dorée, sur la multitude divine.
On voit briller les plaques, les disques, les
croissants, tous les emblèmes, et les regards
inflexibles des yeux d’émail. Des esclaves
ont apporté des corbeilles remplies de couronnes
et des boisseaux remplis de colliers. La cithare
mutilée est étendue sur les dalles, au pied du
Jeune Homme intrépide.

�216

LE MARTYRE

LE SA IN T .
C ésar, éco u te l ’ a u tr e ly r e .
J e n e c h a n te r a i p a s m o n h y m n e .
A h , j ’a i tro p d ’a m o u r su r m es lè v re s
p o u r c h a n te r ; e t m o n cœ u r m ’é tra n g le
3235 ju s q u ’à c e q u e j e n e l ’e n te n d e

p lu s. Q u ’il t ’en

so u vien n e, C ésar !

M a is d e la h a m p e d e m o n d a rd
les M essag ers d u n o u v e a u d ie u
o n t fa it le u rs p le c tre s in v in c ib le s.
3240 E c o u te , é co u te . L a fo rê t
d e m é ta l, d e cèd re e t d e pierre,
la fo r ê t d ru e d e te s idoles,
v a se co u rb er, v a s ’é cro u ler
sou s le v e n t d e la m élod ie.
3245 C ésar, C ésa r a u x y e u x d e ly n x ,

j e d a n se ra i, j e d an sera i,
si j e su is le S e ig n e u r d es d an ses
v e n u d e B é r y t e m a rin e
a v e c te s ca rg a iso n s d ’ép ices,
3250 a v e c t a p o u rp re , a v e c t o n b y ss e ,

a v e c te s p a rfu m s e t tes v in s.
P o u r te s m a g e s e t te s d e v in s
j e d a n se ra i la P a s sio n
d e c e J e u n e H o m m e a sia tiq u e .
3255 d e c e P rin c e su p p licié :
c a r la fe u ille de to n la u r ie r

�DE SAINT SEBASTIEN

217

e st co m m e le fe r d e la la n ce
q u i lu i p e rça le fla n c a n x ie u x .
D e la p ro fo n d e u r d e te s y e u x
3260 re g a rd e . É c o u te , e t p u is re g a rd e .

N e tre m b le p a s.

Il recouvre de sa chlamyde la cithare mu­
utmilée. L’Empereur semble s’enivrer de chacun
de ses gestes. Il se tend vers l’imberbe, il lui
parle d’une voix soumise et ardente.
L’E M P E R E U R .
S o is u n d ieu . J e t e fe r a i d ieu.
T u a u ra s d es sta tu e s , d e s tem p le s.
J e t ’a im era i.

D ES V O IX

E P A R SE S.

3265 — Il a p p rê te l ’e n ch a n te m e n t.
—

Il co m p o se u n ch a rm e lu g u b re .

Il e s t b e a u , ce p e n d a n t, C ésar.
— C ésar, p lu s la v ic tim e e s t belle,
p lu s elle est a g ré a b le a u x d ie u x .
3270 — J e te z la to rc h e e n tr e ses p ied s.
— S c e lle z sa b o u c h e a v e c le feu .
— Il a d a n s le c r e u x d e ses p a u m es
la te rre q u i co m b le le s to m b e s
e t le s la rm e s d e l ’ o lib an .
3275 — S e ig n e u r

des

d an ses !

�218
LE

LE MARTYRE
SA IN T .

C é sar, re g a rd e . E t so u v ie n s-to i
d e l ’ é to ile qui fu t clou ée
a u cœ u r v i v a n t d u Ciel, en g a g e
d e la p a ro le rad ieu se
328o p a rlé e p a r la b o u c h e d e l ’ O in t.
T u la sau ras.

L’E M P E R E U R .
D is la p a ro le. Sois ce d ieu .
J e v e u x a p p e le r d e to n n o m
la p lu s lo in ta in e d es éto iles,
3285 ou la p lu s p ro ch e.

LES FEM M ES D E B Y B L O S.
— C o m m e il est b e a u ! C o m m e il e s t b eau !
— Ses b o u cle s su r so n fr o n t tê tu
so n t les g ra p p e s d e la d o u leu r.
— S o n re g a rd e s t c o m m e l ’e fflu v e
3290 d u so m m eil, la n u e d u b e n jo in .
— Il so rt d u lit é lyséen
a v e c d es p a v o t s d a n s ses m a in s.
— T u es b e a u , t u es b e a u , S e ig n e u r,
se m b la b le à l ’a n ém o n e e n fleu r,
3295

p a re il à l ’A r c h e r d u L ib a n .
— S e ig n e u r d es d an ses !

Par ses pas, ses gestes, ses attitudes, les

�DE SAINT SEBASTIEN

219

aspects de sa face douloureuse, l’angoisse
de ses paroles étouffées, le Confesseur exprime
le haut drame du Fils de l’homme autour de
là chlamyde étendue, comme autour d’une
dépouille sanglante.
Par intervalles, les esprits de la musique le
surmontent et le ploient comme le fleuve
ploie le roseau et le saule. Il reste ainsi, courbé
ou renversé, immobile comme un enfant de
Niobé, tandis que la mélodie seule atteint
les sommets indicibles. Ensuite, il se redresse et
se transfigure. Il est plus pâle que les marbres
et les ivoires, plus resplendissant que la lune
sur le front d’Isis. Le métal de sa voix est
transmué par la flamme du cœur profond.
LE SA IN T .
A v e z - v o u s v u celu i q u e j ’ a im e ?
L ’a v e z -v o u s v u ?

Un frisson merveilleux court dans toutes
les chairs humaines. Les prêtres, les mages,
les musiciens, les archers, les esclaves ne sont
qu’un seul regard allumé à la cime d’une seule
attente. E t les femmes, moites de malaise,
la gorge aride, semblent défaillir.
Tout à coup, un grand silence plane sur
l’ardeur de la vie. Celui qui apporte le témoi
gnage des choses cachées est seul, sous l’espèce
de l’Éternel. Sa voix est celle même de
l’agonie sublime.
Il d it a lo rs : « M on â m e e s t tris te
33oo ju s q u ’à la m o r t. R e s t e z ic i

�220

LE MARTYRE

e t v e ille z . » E t il se p ro stern e
e t d it d a n s sa p r iè re : « É c a r te
c e t t e co u p e d e m o i, S eig n eu r.
T o u te fo is , n o n c o m m e j e v e u x
3305 m a is co m m e t u v e u x . » S a

su eu r

to m b e c o m m e g o u tte s d e sa n g,
tre m p e la terre.

La sueur mortelle et le sang noir et les sur
sauts du supplice et les battements du flanc
transpercé et le profond soupir, et les larmes
de l'inconsolable amour, et le corps embaumé
dans le linceul, et toutes les ténèbres : ces
choses, il les contient, semblable au grain que
verse le Van mystique, où tout est contenu.
Or le souffle lugubre semble venir de loin, de
la lointaine Asie desséchée, des côtes de la
Phénicie, des gorges du Liban, des confins
de l’Euphrate, des oasis du Désert. Les femmes
syriennes tressaillent comme par la présence
de leur dieu androgyne.
LES

FEM M ES D E

B Y B L O S.

A h ! T u p le u re s le B ie n -A im é !
T u p leu re s l ’A r c h e r d u L ib a n .
3310

O sœ u rs! O frè re s!

Elles revoient le fleuve rougi par le sang du
chasseur divin, et les catafalques funéraires
dressés aux abords des Temples, et l’image
du dieu mort enveloppé dans les baumes et
les linges, et le cercueil orné d’anémones et de
roses ; et les cheveux épars, les ceintures dé­

�DE SAINT SEBASTIEN

221

énd ouées, les robes déchirées, les larmes versées
sur le seuil des portes ou le long des murailles
saintes.
H é la s ! T u p leu re s A d o n is !
0 sœ u rs ! 0 frères 1

E t les autres femmes s’émeuvent ; et
toutes les veines de la même race palpitent ;
et les bras se tendent, et les bouches se gonflent,
et le Chœur se forme et gémit.
C H O R V S SY R IA C V S.
H é la s ! T u

p leu re s

A d o n is !

Il se m e u rt, le b e l A d o n is !
3316 II

est

F em m es,

m o rt,

le

b el

A d o n is !

p le u re z !

V o y e z le b e l A d o le s c e n t
co u ch é d an s la p o u rp re d u san g.
D o n n e z les b a u m e s e t l ’en cens,
3320 fem m es ! P le u r e z !

V o y e z le sa n g co u ler d e l ’ aine,
le sa n g n o ir su r la cu isse b lêm e.
M êlez à l ’h u ile sy rien n e
vos
3325

p le u rs ! P le u re z !

P le u re z , ô fe m m e s d e S y r ie ,
crie z : « H é la s, m a S e ig n e u rie ! »

�222

LE MARTYRE

T o u te s les fleu rs se so n t flétries.
C riez, p le u re z !

Le Chœur s’éteint. E t une voix solitaire
semble surgir d’une profondeur infinie, ayant
traversé toute la masse de la souffrance comme
le souffle traverse le poumon.
V O X SOLA.
« J e so u ffre » g é m it-il. E c o u te !
3330

« J e so u ffre. Q u ’a i-je f a it ? J e sou ffre
e t j e sa ig n e. L e m o n d e e s t ro u g e
d e m o n to u r m e n t.
A h , q u ’ a i-je fa it ? Q u i m ’a fr a p p é ?
J ’e x p ire , j e m eu rs. O B e a u té ,

3335 j e m e u rs m a is p o u r r e n a îtr e im p é-

ris sa b le m e n t. »

CH O RVS

S Y R IA C V S.

Il se m e u rt, le b e l A d o n is !
Il est m o r t, le b e l A d o n is !
O V ie rg e s, p le u re z A d o n is !
3340 G a rço n s, p le u re z !
E t v o u s, et v o u s, d a n s le s co u ro n n es
ro u g isse z d e d eu il, a n ém o n es I
L ’E p o u x d esce n d à P ersép h o n e.
E ros,

p le u re z I

�DE SAINT SEBASTIEN

223

334 5 11 d escen d v e r s le s N o ire s P o rte s.

T o u t c e q u i e s t b e a u , l ’H a d è s m orn e
l ’e m p o rte .
E ros !

R e n v e r s e z le s to rch es,

P le u re z !

P le u r e z , ô fem m es d e S y r ie !
3350 II v a d a n s la p â le P ra irie .
T o u te s les fleu rs se so n t flétries,
h élas ! P le u r e z !

Le Chœur s’éteint. L’Archer est haletant,
éperdu. Il secoue sa chevelure, comme pour
en faire tomber les anémones vénéneuses.
D’une voix trouble qui passe à travers toute
sa chair, il augmente sa propre frayeur.
LE

SA IN T .

Q u el e s t c e je u n e h o m m e t o u t b la n c
a ssis à l ’e n trée d u sé p u lcre?
3355

« Vous

ch e rch e z le cru cifié.

E t p o u rq u o i ch e rch e z -v o u s p a rm i
les m o rts ce lu i q u i e s t v i v a n t ? »
O r II est là , d e b o u t. Il d it :
« N e p le u re z p lu s. »

Il est là, debout, lui-même. Il est le Ressus
cité de la tombe rupestre. Descend-il du
Golgotha? descend-il du Liban? Il est beau
comme un dieu est beau. Une chaude et
fauve lueur l’enveloppe, comme si un nuage
en feu était venu de l’occident se mirer dans

�224

LE 'MARTYRE

le bouclier soulevé qui laisse fuir par le sou­
soup irail la fumée des aromates.
VOX

SOLA.

3360 C essez, ô p leu re u ses ! L e m o n d e

e s t lu m ière, te l q u ’il l ’ a n n o n ce.
Il r e n a ît d ieu , v ie r g e e t je u n e h o m m e,
le F lo r is s a n t !
Il e s t d e b o u t, le D é sira b le.
3365 Ses m a in s so n t p lein es d e sem ences.
Il v a ra m e n e r d a n s ses d an ses
c h a ste s l ’A b s e n t.
Il re n a ît, il se ren o u v e lle .
O frère des S a iso n s ju m e lle s,
3370 d e b o u t ! L a

m o r t e s t im m o rte lle ,

d ieu , p a r to n san g.

LES

FEM M ES

DE

B Y B L O S.

L e dieu ! L e d ie u ! V o ilà le d ie u !
Il e s t d e b o u t.

L’E M P E R E U R .
Il e s t u n d ieu, il e st u n d ieu 1

Il bondit, ivre de prodige, de songe et de
création. Ce cri fulgurant, jailli de sa poitrine
oppressée, couvre toutes les voix, les éteint.
Il s’approche de l’Etre mystérieux. Il lui parle

�DE SAINT SEBASTIEN

225

dans le silence que les profondes haleines font
pareil au silence des rivages. Maintenant il
semble que la multitude exsangue des idoles
soit plus vivante que la tourbe des humains.
3375

T u es u n d ie u . J e t e fa is d ieu,
m o i, le M a ître d e l ’U n iv e rs ,
q u i a i jo in t à m on n o m le nom
d u T o n n a n t. M oi, j e te fa is dieu.
T o u t e s t lic ite à l ’ E m p e re u r.

335o H a d rie n a déifié
le J e u n e H o m m e d e B ith y n ie
à la b o u ch e m éla n co liq u e.
J e v e u x t e co n sa crer u n te m p le ,
u n te m p le su r le V im in a l,
3385 a v e c des tré so rs e t d es p rêtres.

T u a u ra s d es a u te ls to u jo u r s
fu m a n ts, d es o ffra n d es opim es,
d es lo u a n g e s h a rm o n ie u se s ;
e t o n p a rfu m e r a d e rose
3390

le m a rb re d e te s sim u la cres
co m m e à D é lo s.

Le Jeune Homme est ébloui, vacillant, perdu
dans une immense lumière vertigineuse comme
la lumière du Désert embrasé où vibre le
crissement des sauterelles. A-t-il, lui aussi,
jeûné pendant quarante jours et quarante
nuits? 11 parle comme en songe, comme dans
le délire de la faim.
o

�226

LE

LE MARTYRE
SA IN T .

J e so u ffre, je souffre. L e s d e u x
s ’é v a n o u isse n t. U n e m a in
m ’a p ris p a r les c h e v e u x . Q u e lq u ’ un
3395 a crié : « B é n i so it le R o i
q u i v ie n t a u n o m d ’A d o n a ï ! »
A donaï ! A donaï !
A i- je e n te n d u ?

Les bêtes sauvages se sont enfuies dans
les sables, les Anges se sont évanouis dans le
soleil. Le Tentateur se rapproche.
L’E M P E R E U R .
T u v a s , c e tte n u it, a p p a ra îtr e
34oo a u x y e u x d u p eu p le, d a n s les ru es

a rro sées d e sa fra n p u n iq u e,
p a rm i la c la m e u r d es co h o rtes,
a u m ilie u d e to rch e s n o m b reu ses
co m m e m es d ésirs, su r u n ch a r
3405 tra în é p a r d es é lé p h a n ts b la n cs,
si h a u t q u ’ on a b a tt r a les A r c s
d e T r io m p h e su r to n p a ssa g e,
on o u v rir a d a n s les m u ra illes
d es b rèch es p o u r q u e t u n ’in clin es
3410 p o in t t a tia re .

Le Jeune Homme parle comme en songe,
comme dans le délire de la soif.

�DE SAINT SEBASTIEN

227

LE SA IN T .
Q u e lle sp len d e u r so rt d e m es o s?
S u is-je lu m iè r e ?

« Q u i m e v o it,

v o it ce lu i q u i m ’a e n v o y é . »
L ’a -t- I l d it? J e sou ffre, je sou ffre.
3415 « T u es m o n fils, le B ie n -A im é .
E n to i je p ren d s p la isir. » P e u t-ê tre ,
nous

so m m es

un.

Tout

s ’ o b sc u rcit.

L e s c ie u x s ’é v a n o u iss e n t. S u is-je
a u fa îte d u T e m p le ? a u so m m et
3420 d u M o n t, a v e c le T e n ta te u r ?
« S i t u es le fils d ’ E lo h im ,
je t te - t o i en b a s. » O

v e r tig e !

Il m ’a sa isi p a r les c h e v e u x .
« M a in te n a n t m o n â m e e s t tro u b lé e ;
3425 e t q u e d ira i-je, q u e d ir a i-je ? »

M a v ie s ’é v a n o u it. L e s A n g e s
so n t lo in , lo in . J ’e n te n d s d ’ a u tre s v o ix .
« J e te d o n n era i t o u t cela,
si t u m ’ a d o res. »

L’Empereur a enlevé l’une des deux Vic­
ictvoires d’or qui ornent le haut dossier de son
siège. Et, dans sa main tendue vers le Déifié,
il serre le globe qui soutient le pied léger de
la déesse très désirable.

�228

LE MARTYRE

L’E M P E R E U R .
3430 P re n d s la V ic to ir e im p éria le
d a n s to n p o in g fo r t e t d éch a rn é
co m m e la g riffe d e m es aig les.
C e g lo b e est l ’ orbe d e la T e r r e
e t la p o m m e d es H esp érid es.
3435

O r t u es d ieu , t u es C ésar;
t u es P rin c e d e la J e u n e sse :
t u a s la p u iss a n ce e t la joie,
la m e rv e ille tissé e d es son ges
p o u r v ê tir to n co rp s a m b ig u ,

3440 le s p e rle s e t le lau rier-ro se
p o u r te s te m p e s étin ce la n te s.
T u a u ra s to u t, t u a u ra s to u t.
J e t e d o n n era i les b u tin s
d e to u te s m es g u e rres d ’A s ie ,
3445

d e m o n A s ie p ro fo n d e e t ch a u d e
co m m e la g u e u le d u lion
e t co m m e le c œ u r d ’A le x a n d r e .
M oi v iv a n t , je

te légu era i

l ’e m p ire . T u seras le m a îtr e .
3450 E t a n t d ie u p o u r re ste r lo in ta in
d a n s te s silen ces, t u seras
em p e re u r p o u r te ra p p ro ch e r
e t p o u r t ’ a g ite r. T u fe ra s
v e r s e r d u san g, fo n d e r d es v illes,
3455

p lo y e r d es rois, sé ch er d es m ers,

�DE SAINT SEBASTIEN
c h a n te r

des p o ètes,

229

m ou rir

d es héros, su rg ir des au ro res
in co n n u e s d u fo n d d es d ou leu rs
in e x p u g n a b le s. T u a u ra s
3460 le m o n d e tre m b la n t d an s le c r e u x
d e t a m a in co m m e l ’a lo u e tte
d an s le sillon' a v a n t le jo u r.
A h , q u i d on c, d es choses p lu s b elle s
q u e to u te s ces choses, q u i don c
3465 te les d o n n e ra ? T e n d s le po in g,
p ren d s

la

V ic to ir e !

Lentement, lentement, comme en un songe,
le Déifié tend son bras droit vers le donateur ;
et il reçoit dans la paume le simulacre de la
déesse qui « seule rompt l’incertitude du
combat ». Il serre le globe entre ses doigts
endurcis par le nerf de l’arc ; et, renversant le
front têtu qu’alourdissent les grappes de la
douleur, il mire de dessous ses larges paupières
F Or triomphal dressé au bout de son bras
rigide.
L’Auguste s’abandonne à sa démence
magnifique.
L’E M P E R E U R .
C h a n te z ! B o n d iss e z ! E x u lt e z !
Q u e to u s les m arb res, to u s les b ron zes
d iv in s b o n d isse n t e u x aussi
3470

co m m e le th ia s e d ’E v a n ;

�230

LE MARTYRE

c a r ce d ie u ren a ît d e l ’ a b îm e
de

m on

cœ u r,

avec

m ille

nom s,

a v e c m ille n o m s in effa b les,
e t seul je r a v is a u x P u issa n ce s
3475 n o ires p o u r to u jo u r s sa b e a u té !
Q ue, t o u t e la n u it, le to n n e rre
trio m p h a l des b u c c in s réso n n e
a u so m m e t d es sa in te s co llin es,
ju s q u ’à ce q u e le s jo u e s é cla te n t,
3480 ju s q u ’à ce q u e t o u t l ’é th e r so it
u n b o u c lie r d e C o ry b a n te ,
ju s q u ’à ce q u e m a R o m e entende
h u rle r v e r s les h a u ts D io scu re s
la L o u v e a u x m a m e lle s d ’a ir a in !
3485 E t v o u s , tr a c e z le te m p le , A u g u r e s :
an n o n cez l ’ é to ile fu tu re
a u c ie l ro m a in !

Le Déifié a tendu l’autre bras aussi ; et il
serre maintenant la Victoire impériale dans
ses deux mains, si fort qu’on croirait entendre
le métal craquer. Seul les soulèvements de sa
poitrine indiquent la violence du combat
invisible. Les lèvres sont ouvertes, comme
la déchirure même de son âme vivante, sur
ses dents fermées. Autour de lui, dans les
fleurs, dans l’or, dans les parfums et dans la
ilamme, au son des cithares et des flûtes,
les Adoniastes semblent mener l’orgie divine
comme dans le temple de Byblos après le

�DE SAINT SEBASTIEN

231

septième des jours funèbres, quand les femmes
descendaient au port pour y recueillir la tête
de papyrus jetée dans la mer par les Alexan
drines et poussée par le courant jusqu’à la ville
phénicienne.
SEM IC H O R V S I.
Io !
0
349o L e

Io ! A d o n ia s te s !

sœ u rs,

ô frères, e x u lte z !

S e ig n e u r e s t ressu scité !

11 c o n d u it la d a n se d es a stres.
Io ! D é lie z v o s c h e v e u x ,
d én o u ez v o s cein tu res, fem m es !
D u n o ir H a d è s o ù sont le s âm es
3495 il n o u s r e v ie n t, le B ie n h e u r e u x .

SEM IC H O R V S II.
T u es b e a u , tu es b e a u , S e ig n e u r !
Io ! S a lu t,

ô B ie n -a im é !

T o u r à to u r tu re n a is e t m eu rs.
E n fa n t d e l ’ im m o r ta lité .
3500 D o n n e z la rose e t l ’an ém o n e,
sa n g e t larm es, a u F lo r is s a n t !
C eig n ez-le d es m ille co u ro n n es
g erm ées d es la rm es e t d u sa n g !

�232

LE M A R T Y R E

C HO RVS.
O n e u v e jeu n esse d u m on d e !
3505 C o u ro n n ez C y p ris, co u ro n n ez
E r o s in v a in c u , co u ro n n ez
tro is fo is C y b è le la p ro fo n d e !
C o u ro n n ez P a n a u th o r a x b leu ,
le ro i P a n a u x d e u x co rn es to rse s !
351o lo , P a n ! P o u r to u te s les fo rces,
Io, c o u ro n n e z to u s les d ie u x !

Le cri soudain et terrible du Ressuscité
domine le chœur orgiastique.
LE SA IN T .
J ésu s, J ésu s, J ésu s,

à

m oi !

A u secou rs, S e ig n e u r ! A m o n aid e,
m a fo rce, m a fla m m e, m o n R o i !

De toute la hauteur de ses bras, il élève en
l’air la Victoire, et la lance contre la mosaïque
luisante, aux pieds de l’Auguste. Tous les bruits
tombent. La voix du Confesseur a l’éclat des
buccins.
3515 C ésar,

m a u d it, j ’ a i d an s m o n p o in g

m o n â m e n u e, v ic to rie u s e ,
sp len d id e, a u x s ix a iles d e feu .
J ’a i b r is é to n id o le, j ’ ai
b risé to n or, c o m m e to i-m ê m e
3520

t u seras brisé, t u seras

�DE SAINT S E B A S T IE N

233

fo u lé. T o u s te s o s se sé p a ren t.
J e v o is le sign e d e la lèp re
su r to n fro n t de b o u c. L a n u it v ie n t.
L ’e n te n d s-tu ? L a n u it r u g it co m m e
3525

u n e lio n n e, d éch ira n t
le s r e t s de ses n u a g e s noirs.
L a L o u v e a p eu r.

L’E M P E R E U R .
R e n v e r s e z -le !

R e n v e r s e z -le !

S c e lle z sa b o u c h e a v e c la to r c h e !
3530 F a ite s d e sa fa c e u n e p laie
fu m a n te !

Des hommes obéissent si vite qu’on entend
la crépitation des flammes allongées par la
véhémence du geste.
N on !

Il semble ronger de ses yeux voraces la
figure du Jeune Homme. Il dompte sa fureur.
Le Saint ramasse la chlamyde et s’enveloppe
la tête comme dans le rite de la consécration.
La cithare mutilée reluit à terre, découverte.
D ES V O IX

E P A R SE S.

— A u g u s te , A u g u s te , so u v ie n s-to i !
— 0 D iv in , v e n g e t a c ith a re !
— Venge

A p o llo n !

�234
LES
3535

O R P H IQ U E S.

O rp h ée ! O rp h ée, ca ch é , sonore,
v ie n s à c e sacrifice, M a ître
(les v is io n s !

L’Auguste a dompté sa fureur. Il est grave
comme un pontife quand il s’avance vers le
Saint et le découvre, tirant la chlamyde
par le bord.
L’E M P E R E U R .
E u r y a le , e t to i, N ic a n o r,
é te n d e z -le su r la c ith a re .
3540 A in s i. A in s i. M a is d o u cem en t.

Le Saint ne résiste pas : car son âme est
transportée hors d’elle-même.
F e m m e s de B y b lo s , les p lu s belle?,
v e n e z le co m p o ser. A in s i :
en tre les d e u x co rn es d ’iv o ire ,
la t ê t e c o n tre le jo u g d ’ o r ;
3545 e t su r sa p o itr in e le p le ctre .

A in s i. A in s i. T r è s d o u cem en t.
E t en ro u le z ses b elles b o u cle s
a u to u r d es se p t co rd es co u p ées,
trè s d o u cem en t.

Le Saint ouvre les bras et joint les pieds,
comme le Crucifié.

�DE SAINT SEBASTIEN
LE SA IN T.
3550 E n v é r it é j e v o u s le dis,
si d es frères se cre ts m ’é co u te n t
p a rm i le s e s cla v e s h o n te u x
qu i d o iv e n t g é m ir sou s les v e rg e s
e t a tte n d e n t le c h a n g e m e n t :
3555 J é su s v e u t m e glo rifier.
M oi e t le C h rist, n o u s so m m es U n .
J ’o u v r e les b ra s. N o u s so m m es U n ,
p o u r les C lou s, la L a n c e e l l ’ E p o n g e .
V o ic i. J ’ a i so if ; m on c ô té sa ig n e ;
3500

m es m a in s e t m es p ied s so n t clou és.
G lo ire

étern elle !

L’E M P E R E U R .
N e le to u c h e z p lu s d e v o s d o ig ts !
L ’ a r t d e sa d ém en ce est su b lim e.
L e son d e sa fa u te e st d iv in .
3505 C ertes, c ’est la d iv in ité
d e m a c ith a r e , q u i lu i d on ne
u n e fin si m élo d ieu se.
Il m e u rt d an s le m od e d o riq u e.
N e le to u c h e z p lu s de v o s d o ig ts !
357o N e to u c h e z p a s à sa p â leu r.
J e n e v e u x p a s o u v rir ses vein es,
b ien q u 'il se d ise t o u t s a n g la n t.
J e so n ge à la v ie r g e d ’ E p h è se ,

235

�236

LE MARTYRE

à c e tte fille n a x ie n n e ...
3575

M ais il e s t p â le , A d o n ia s te s,
p lu s q u e v o s im a g e s d e cire
ap rès l ’é q u in o x e d ’ a u to m n e ,
su r v o s lits d ’ébèn e, à B y b lo s .
Il re n a iss a it, e t il se m e u rt.

3580 0 p leu reu ses,
Il se m e u rt,
0

p le u re z en core !
l ’A r c h e r d u L ib a n !

sa g itta ir e s c h e v e lu s,

ô m es sa g itta ir e s d ’E m èse ,
de D a m a s , d e la C o m m a g èn e,
3585 d e P a lm y r e e t d e l ’ Itu ré e,
il se m e u rt, le b e l A d o n is !
P le u re z , p le u re z !

Dans un ton très bas la lamentation ado
nienne recommence. Des flamines jettent des
poignées d’aromates sur la braise des autels.
Les dadophores soulèvent leurs torches vers
les idoles innombrables, qui vont recevoir le
sacrifice. Les plaques, les disques, les crois
sants, tous les emblèmes, et les regards
inflexibles des orbites d’émail, étincellent sous
la voûte d’or ; tandis que FEmpereur s’incline
vers le Saint silencieux, pour le tenter.
P a r le h a u t S o leil in v a in c u ,
ô m o u r a n t, éco u te l ’A r b itr e .
3500 T o u t c e q u e j ’a i v o u lu t ’offrir,
je le tie n s d a n s m a m a in en co re.

�DE SAINT S E B A S T IE N

237

T u p o u rra is en co re ê tr e u n dieu,
a v o ir to n tem p le .

LE

SA IN T .

L e C h rist rè g n e ! T u n ’es q u e fa n g e.
3595

L a m o rt e s t v ie .

L’E M P E R E U R .
É to u ff ez-le

so u s le s co u ro n n es,

é to u ffez-le so u s les co lliers,
sous le s fleurs, l ’o r e t la m u siq u e,
sou s le s d ésirs, l ’ o r e t les p la in te s,
36oo c a r il est b e a u .

On vide les corbeilles, on vide les muids. On
ensevelit le Saint sous les colliers, comme la
vierge d’Ephèse ; on l’étoufïe sous les cou­
couronnes, comme la vierge de Naxos. Les esclaves
syriens renversent les flambeaux. Les archers
d’Emèse, en commémoration de la Flèche
qu’on ne vit pas retomber, plient un genou et
bandent leurs grands arcs vers l’œil du ciel
qui reluit, par la baie circulaire, à travers la
— fumée de l’oliban.
CHORVS SY R IA C V S.
Il d escen d v e r s le s N o ire s P o r te s .
T o u t ce q u i est b e a u , l ’H a d è s m o rn e
l ’e m p o rte . R e n v e r s e z les to rch es,
E r o s ! P le u r e z !

E X P L IC IT
SECVNDVM

SANCTI

SVPPLICIVM

SEBASTIAN I

INCRVENTVM

��LA

QUATRIEME

MANSION

LE L A U R I E R B L E S S E

��LES P E R SO N N A G E S.
L E

S A IN T .

S A N A E .

L E S

A R C H E R S

L E S

A D O N I A S T E S .

L E

L E S

BO N

P A S T E U R .

T R O IS

C H O R V S

D ’ E M E S E .

C O U V E U S E S

D E

C E N D R S
E

S Y R I A C V S .

P

��aperçoit les antiques
lauriers du bois d’Apollon
lon, sur une colline
ronde comme une mamel
melle. Ils sont drus et
touffus à l’entour, som
b res e t im m o b iles
comme leurs images vo
tives de bronze offertes
dans les sanctuaires. Leurs troncs, hérissés de
feuilles aiguës comme les pointes des lances,
surgissent contre le ciel latial où fument les
longues traînées sulfureuses du jour fuyant.
Ils entourent la clairière sainte qu’un autel
triangulaire de pierre occupe, rongé par les
années et les pluies, sans feu dans l’ombre.
Trois femmes sont assises sur les monceaux
des vieilles cendres, silencieusement envelop
pées dans leurs manteaux noirs, les genoux
entre leurs bras et la tête entre leurs genoux.
Sont-elles les Parques filles de l’Erèbe, sans
quenouille, sans fuseau, sans ciseaux? Sontelles les Furies filles de la Terre, sans leurs
fouets de couleuvres et sans leurs torches
n

�244

LE MARTYRE

tartaréennes ? Sont-elles les Grâces filles du
Soleil, devenues décrépites et lugubres, cou­
couveuses de cendres? Comme des Sybilles ou
comme des Suppliantes, elles semblent som­
noler ou être accablées de fatigue et de malheur.
som
De hautes tombes sont éparses dans la
plaine latine ; des aqueducs interminables
chevauchent vers la cité et vers la nuit.
On a dépouillé le Martyr pour l’attacher
au tronc d’un grand laurier avec des cordes
de sparte. Debout, les pieds nus sur les racines
noueuses, il repose sur la tige svelte de sa
jambe droite le poids de son corps lisse comme
l’ivoire; et, les poignets liés au-dessus de sa
tête, il ressemble au beau diadumène qui se
ceint du bandeau.
C’est aux Sagittaires d’Emèse que l’Auguste
a ordonné de venger par les flèches le Soleil
seigneur de l’Empire. Ils sont éperdus d’amour
et de crainte. Sanaé, l’archer aux yeux vairons,
est parmi eux. Il épie la plaine.
SA N A E .
3605 Ils so n t lo in , ils so n t d é jà lo in I

O n n ’ a p e r ç o it p lu s les c h e v a u x
d e la tu r m e . U n e c ro u p e b la n ch e
d is p a ra ît a u d éto u r, d errière
les T o m b e a u x : le d écu rio n .
3610 II n ’ a ja m a is to u r n é la tê te .
S eig n eu r, n ou s a llo n s m ain te n a n t
te délier.

�DE SAINT SEBASTIEN
LE SA IN T .
0 Sa n a é,
t u n e t e so u v ie n s p lu s 1 T u as
t o u t o u b lié. Q u e t ’a i-je d it?
3615 « S o u v e n e z-v o u s. J e su is la C ib le. »
Où

est m on

a rc?

SA N A E.
N o u s t ’a v o n s sa u v é , n o u s t ’ a v o n s
sa u v é , seign eu r, q u a n d t u m o u rais
é to u ffé so u s l ’ or e t les fleurs.
3620 N o u s t ’ a v o n s so u stra it e t cach é,
ris q u a n t nos tê te s. E t tu as
v o u lu d e n o u v e a u l ’a ffro n ter,
le L io n 1 T u as d e n o u v e a u
ch erch é le d a n g e r e t la m o rt.
3625 E t le m o rn e H a d è s f a i t to u jo u rs
to n e n v ie .

LE

SA IN T .
H éla s, Sa n a é,

j e t ’ a v a is élu , je t ’a v a is
é lu !

SA N A E .
N o u s t ’aim o n s, n o u s t ’ aim o n s,
seign eu r. T u p o u v a is ê tr e u n d ieu.

245

�LE MARTYRE

246

3630 M a is t u es le d ie u d e n os songes,
e t le so n ge d e n os je u n e s se s ;
c a r to u s le s n u a g e s q u i n a isse n t
d e la m e r n o u s s o n t d es n a v ire s
m y s té r ie u x

pour

t ’en lev er,

3635 p o u r t ’e m p o rte r, p o u r fa ire v o ile
a v e c te s so rts v e r s to n em p ire,
v e r s t a fa b le , v e r s t a C o lc h id e .
E t n o u s v o u lo n s, ô d éicid e
iv r e d ’im m o r ta lité , te n d re
364o à t a so if u n e p lein e co u p e
d e n e p e n th è s et d ’a m a r a n th e
p o u r q u ’il ne te so u v ie n n e p lu s
des d o u leu rs e t d es é p o u v a n te s
q u i a ssiègen t to n â m e . É c o u te ,
3645 seign eur.

LE

SA IN T .
P o u r q u o i m e tr a h is -tu ?

J e t ’ a v a is sa cré. T u é ta is
m a rq u é p a r D ie u , d u d o u b le sign e.

SA N A E .
E c o u te , é co u te . L e so ir to m b e.
L e fle u v e est p ro ch e. D e s ra m eu rs
3650 fo n t p rê ts. T u tr o u v e r a s d e s v o ile s
cilicie n n es à O stie.

�DE SAINT SEBASTIEN

247

LE SA IN T .
L e s v o ile s d e P a u l?

SA N A E .
E t tu v a s
ch o isir c e u x de n o u s q u i v ie n d r o n t
avec

to i.

M ais

nous

v ie n d r o n s

3655 a p rè s. N o u s n e v o u lo n s se rv ir
q u e te s sorts', d an s n o tre p a tr ie
q u i e s t la tie n n e , d an s la te r r e
q u i c o u v e les so n ges d es R o is
e t le s p rom esses des V o y a n ts .

LE SA IN T .
3660 0 S a n a é, c o m m e n t p e u x -tu
esp érer d e tro u b le r m o n âm e,
si t u sais ce q u e j ’ a u ra is pu
ê tre ?

SA N A E .
U n d ieu p riso n n ier.

LE SA IN T .

T e n d e z,

te n d e z v o s arcs.

SA N A E .

3665 dieu.

R ie n q u ’u n e s c la v e

tou s,

�248

LE MARTYRE

LE

SA IN T .
J e m eu rs d e n e p a s m o u rir,

SA N A E .
R ie n q u ’u n sim u la cre lo in ta in .
M ais, si t u es sau f, si t u es
lib re, si t u es fo rt, si tu
es p u r, a v e c t o u t to n v is a g e
3670 d iv in to u r n é v e r s l ’ O rien t,
v e rs l ’h é r ita g e d e t o n âm e,
v e r s l ’h é r ita g e d e to n d ieu ,
n ’a u r a s-tu p a s u n e p lu s sa in te
g u e rre e t u n e v ic to ir e p lu s
3675 g ra n d e q u e c e t t e in s a tia b le
m o r t?

LE

SA IN T .
J e m eu rs d e n e p a s m o u rir.

SA N A E .
C é s a r a d it : « A m e n e z -le
a u b o is d ’A p o llo n ; lie z-le
a u tr o n c d u p lu s b e a u des la u rie rs ;
3680 p u is d é co ch e z co n tre son co rp s
n u to u te s v o s flèch es ju s q u ’ à
ce q u e v o u s v id ie z les ca rq u o is,
ju s q u ’ à ce q u e so n co rp s n u so it
p a re il

au

h érisso n

sau vage.

»

�DE SAINT SEBASTIEN
LE SA IN T .
3685 O ui, S a n a é, o ui, m es archers,
c ’e s t ce q u e j e v e u x . C e sera
beau.

SA N A E .
M a is C ésar a d it : « E n s u ite
c o u p e z sa b e lle ch e v e lu re
e t d ép o sez-la su r l ’ a u te l,
3690 en

e x p ia tio n ;

co u p e z

a u la u rie r fu n e ste u n ra m e a u
fle x ib le p o u r m e l ’a p p o rte r,
p o u r q u e j ’en fa sse u n e co u ro n n e
et que, so u s son o m b re, je p leu re.
3695 E t liv r e z son c a d a v r e a u x fem m es
de

B y b lo s ,

p u isq u e

aux

A d o n ia s te s ;

l ’é q u in o x e

d ’ a u to m n e

v ie n t a v e c le d eu il r e le v a n t
le c a ta fa lq u e d u d ie u m o rt.
3700 P e u t-ê tre il v a r e v iv r e en co re
u n e fo is, s ’il est co m m e H érile
roi d e P ré n e s te , q u i a v a it
eu d e sa m ère les tro is âm es
e t les tro is a rm u re s q u ’E v a n d r e
3705 lu i a rra ch a . » T u v a s r e v iv r e ,
t u v a s r e v iv r e 1

249

�LE 'M A R TY R E

250
LE

SA IN T .
Oui, je vais

r e v iv r e .

SA N A E .
O r il su ffit q u ’on co u p e
u n e c h e v e lu re d e fem m e
e t q u ’on a p p o rte à l ’ E m p e re u r
3710

le ra m e a u d e la u rie r.

LE SA IN T .
J e v a is
r e v iv r e ,

S a n a é. J ’a tte s te

m o n souffle e t le ciel q u e j e v a is
r e v iv r e ; c a r il e s t d ev in ,
l ’ E m p e re u r.
3715

Il a d e v in é .

J ’ a i e u d e m a m è re tro is âm es
e t tro is a rm u res, c o m m e H érile
roi d e P ré n e s te .

A tte n d e z -m o i.

D e m a in , à l ’h e u re d e V e sp e r,
au b o rd d u fle u v e a tte n d e z -m o i,
3720 e t j e m e m o n tre ra i à v o u s .

J e v o u s m o n tre ra i m o n v is a g e
to u r n é v e rs l ’O rie n t. A lo r s
v o u s se rez p rê ts. N o u s tro u v e r o n s
des v o ile s, des v o ile s g o n flées
3725

p a r les v e n ts certa in s, e t d es p ro u es
a ig u isées c o m m e le d ésir
d e la v ie b elle.

�DE SAINT S E B A S T IE N

251

SA N A E .
N o u s serons
a v e c to i, lib re s a v e c to i.

i

lib re s a v e c to i su r la m er
3730 g lo rieu se !

LE SA IN T .
M ais p o u r re v iv re ,
ô A rc h e rs, il fa u t q u e je m eu re,
il fa u t

que je

m eu re.

LES A R C H E R S

U ’EM ESE.
O A im é,

A im é !

LE SA IN T .
Il fa u t q u e m o n d e stin
s ’a cco m p lisse, q u e d es m a in s d ’h o m m es
3735

m e tu e n t.

LES A R C H E R S

D ’EM ESE.

S e ig n e u r ! S e ig n e u r !

LE

SA IN T .
V o s m ain s.

LES A R C H E R S
O A im é !

D ’EM ESE.

�252

LE M A R T Y R E

LE SA IN T .
V o s m a in s fra te rn e lle s.

SA N A E .
N o u s b riso n s n o s a rcs.

LE SA IN T .

T e n d e z-le s !

O ù e s t v o t r e a m o u r? V o u s m ’a im ez,
v o u s b rû le z d e se rv ir m es so rts,

3740 et vous empêchez que mes sorts
s’accomplissent, que cet anneau
de mon éternité se ferme.
V o u s m ’a im e z, e t v o u s n ’e x a lte z
p a s m o n m y s tè re . J e v o u s d is
3745

q u e je v a is r e v iv r e . N ’a y e z
a u c u n e cr a in te . E n v é r ité
je v o u s le dis.

SA N A E .
S eig n eu r, n o u s a llo n s d o n c tu e r
n o tre a m o u r !

LE SA IN T .
Il fa u t
3750

q u e c h a cu n

tu e son a m o u r p o u r q u ’il r e v iv e
se p t fo is p lu s a rd e n t. 0 A rc h e rs,
A rch e rs, si ja m a is v o u s m ’a im â te s,

�DE SAINT SEBASTIEN

253

q u e v o t r e a m o u r je le co n n aisse
en co re, à m esu re d e fe r !
3755

J e v o u s le d is, je v o u s le d is :
ce lu i

q u i p lu s

p ro fo n d é m e n t

m e blesse, p lu s p ro fo n d é m e n t
m ’ a im e.

Sanaé,

so u v ie n s-to i !

S o u v e n e z -v o u s, E lu s d ’ E m è se !
3760 J e v o u s a v a is co m m is c e t a rc
où le fil d e m o n sa n g s ’in c ru ste
d e l ’u n e à l ’ a u tr e c o ch e e t lu it.
V o y e z . J e sen s q u e d an s la p a u m e
d e m a m a in le s t ig m a t e b r û le ,

3705 se ro u vre e t saigne.

Un pasteur est apparu entre les branches
des lauriers. Il porte une brebis autour de son
cou, sur ses épaules, tenant deux pieds de la
bête dans chacune de ses mains. Il reste debout,
immobile, en silence, les yeux fixés sur le
Martyr.
O tre m b le m e n t

d e m o n â m e 1 J e sen s m o n â m e
e t l ’a rb re tr e m b le r ju s q u ’ a u b o u t
d es r a c in e s le s p lu s ca ch ées.
N e v o y e z - v o u s p a s le s tro is fem m es
3770 n o ires su r sa u te r?

SA N A E .

Q u elles fem m es,

se ig n e u r? T u n o u s effra ies.

�254

LE MARTYRE

LE SA IN T .
L e s tro is
fe m m e s v o ilé e s q u i so n t assises
au

p ie d

d e l ’a u te l.

SA N A E .
Il n ’y

a,

seigneur, que des m onceaux de cendres.
3775 II n ’y a que les vieilles cendres
accum ulées des sacrifices.

LE
E lle s

SA IN T .
tre ssa ille n t.

J e le s v o is.

SA N A E .
T u t e tro m p e s. Q u elle é p o u v a n te
t e b la n c h it!

Soudain, le Martyr a rencontré le regard
du pasteur.
LE

SA IN T .
P a r le b a s. C e n ’est

3780 p a s l ’é p o u v a n te . P a r le b a s.

Il e s t là , le P a s te u r . R e g a rd e .

SA N A E .
O ù e s t-il? Q u el p a s te u r ?

�DE SAINT SEBASTIEN

255

LE SA IN T .
Il p o rte
la b r e b is a u to u r d e son co u ,
su r ses ép a u le s. L e v o is - t u ?

SA N A E .
8785 S e ig n e u r, seig n eu r, q u e ls s o n t te s r ê v e s ?

LE
Il

SA IN T .
n ’est

p lu s

là.

L’apparition s’évanouit ; mais l’ombre du
Crucifié s’étend sur le laurier fatidique. Et
l’ivresse du sang durera jusqu’au dernier
soupir.
M on sa n g co m m e n ce
à co u ler, d a n s l ’ o m b re q u i cro ît.
L e s la u rie rs so n t c o m m e le s la n ce s
h érissées a u to u r d e la C ro ix .
3790 D e s p ro fo n d e u rs, d es p ro fo n d e u rs
j ’ a p p e lle v o t r e a m o u r, A r c h e r s !
D e s p ro fo n d e u rs, d es p ro fo n d e u rs
je

vous

a p p e lle ! R a p p r o c h e z -

v o u s . L a n u it to m b e . Il fa u t q u ’ on m ire
3795 d e près, d e p rès, p o u r fr a p p e r ju s te .
L e q u e l v o u d r a i-je e n c o re élire
d ’ e n tre v o u s ? C elu i q u i a ju s te
m ie u x q u e t o u t a u tr e le p lu s â p re
d e ses d a rd s e t q u i le d éco ch e

�256
3800 d e te lle

LE MARTYRE
fo r c e (son h a lein e

t o u t e e n tr e ses d en ts, le s em p en n es
co n tr e l ’ œ il, le p o u ce à la te m p e )
q u ’il b lesse l ’é c o rc e d e l ’ a rb re

■VWMW-

m e p e r ç a n t d e t o u t e la h a m p e .
3805 C elu i-là, certes, j e sa u ra i
q u ’il m ’a im e, q u ’il m ’ a im e à ja m a is.

Chaque archer, la main tremblante, tire
de dessous son épaule une flèche de son
carquois.
S a n a é, t u a s m o n a rc. V ie n s,
frère. P re sse -le su r m a b o u ch e,
a v a n t d e le te n d re . Q u ’il to u c h e
381o m es lè v r e s e t m o n â m e . V ie n s.

Sanaé s’approche et tient soulevé devant le
Chef l’arc où ce fil de sublime pourpre luit
comme l’ivoire et l’or.
S o u v ie n s-to i ! S o u v e n e z -v o u s ! L ’ a rc
fig u re la T r in it é sa in te .
\ L e fû t e s t le P è re , la co rd e
e s t l ’ E s p r it, la flè ch e em p e n n é e
3815 e s t le F ils q u i d o n n a so n sa n g .
E t il n ’y a u r a p lu s d e ta c h e s,
s a u f la ta c h e d u sa n g to m b é
d es m a in s e t d es p ie d s d u S a u v e u r .

Il tend les lèvres ; et l’archer vairon lui

�DE SAINT S E B A S T IE N

257

donne la poignée à baiser. Les lèvres pures
s’attardent comme si elles buvaient à longues
gorgées un plein calice. Or sa voix n’est qu’une
flamme vertigineuse.
D e s p ro fo n d e u rs, d es p ro fo n d e u rs
3820 j ’ a p p e lle

v o tre

a m o u r,

E lu s !

C h a q u e flèch e e s t p o u r le sa lu t,
afin q u e je p u isse r e v iv r e .
N e tre m b le z p a s, n e p le u re z p a s !
M a is s o y e z iv re s, so y e z iv re s
3825 d e sa n g, co m m e d a n s les co m b a ts .
V is e z d e p rès. J e su is la C ible.
D e s p ro fo n d e u rs, d es p ro fo n d e u rs
j ’ a p p e lle v o t r e a m o u r terrib le.

On entend le chœur des Adoniastes, qui
monte par la colline à travers les lauriers.
Eperdument, un des archers, sous le regard
qui le force, tire la corde et décoche. Le dard
se fixe au genou, dans le nœud de l’os.
B é n i so it le p re m ie r ! B é n ie
3830 s o it l ’é to ile p rem ière !

Une sorte de subite démence semble s’em­
ps arer des Asiatiques, par la vertu de cette
'em
voix d’ivresse.
E n core !

De leurs lèvres blêmes buvant leurs larmes,
ils ne visent pas le corps mais ils lancent leurs
flèches vers la voix.
«

�258

LE MARTYRE

Votre amour ! Votre amour !

Ils poussent des cris rauques et rompus,
comme des dormants agités dans un combat
aveugle contre un rêve monstrueux.
Encore !

Quelques-uns, tout à coup, laissent tomber
leurs arcs, se plient sur leurs genoux; et san­
sanglotent, le front contre la terre.
Encore 1

D’autres, tout à coup, se renversent dans
une convulsion d’épouvante qui agite leurs
mâchoires comme le rire sardonien.
Encore 1

D’autres ont vidé 'eurs carquois sur l’herbe
et, tenant le faisceau des dards sous le pied
gauche, s’abaissent d’un mouvement rapide
et continu pour les prendre l’un après l’autre.
Et ils tirent désespérément, comme s’ils
n’avaient pas devant eux un corps lié à un
arbre mais une multitude de cavaliers à
désarçonner avant qu’ils n’arrivent et ne les
écrasent sous les sabots de leurs étalons.
Encore !

Cette voix demandera-t-elle du fer toujours?
Ils lancent toujours du fer, désespérés, hors
d’eux-mêmes, dans une sorte d’étourdissement farouche, comme s’ils avaient sur leurs

�DE SAINT SEBASTIEN

259

têtes, non le silence des feuilles, mais l’horreur
d’une tour de siège incendiée sur ses roues
tonnantes.

Amour

éte rn e l !

C’est le râle dans la gorge transpercée, le
dernier soupir, le dernier sourire, le suprême
appel. La belle tête s’incline sur l’épaule polie
comme le marbre cynthien frotté de parfum :
les ailerons d’un dard vibrent encore à l’ais
selle. Le corps admirable s’affaisse, étirant les
bras relt nus par les liens.
L E S A R C H E R S D’E M E S E .
—
—

S e ig n e u r I
— B ie n -a im é I

S e ig n e u r !

— Bien aimé !
— Bien-aimé I

Ils appellent à grands cris leur amour expi
rant. Ils jettent leurs arcs, ils se tordent de
désespoir, ils se traînent sur l’herbe jusqu’aux
deux pieds inanimés, qu’ils baisent. Leurs
chevelures s’accrochent aux empennes des
hampes enfoncées dans les jeunes muscles.
Et le chant des Adoniastes s’approche
toujours.Maintenant le soir est céruléen comme
le verre de Phénicie coloré par l’ocre bleue de
Chypre. Des raies fauves le divisent ; les noirs
lauriers l’entaillent. On voit paraître les femmes
de Byblos, les cheveux épars, les ceintures

�260

LE MARTYRE

dénouées, les robes déchirées, traînant une
litière d’ébène et de pourpre violette.
C H O RV S SY R IA C V S.
3835 Il se m e u rt, le b el A d o n is 1
Il e s t m o rt, le b e l A d o n is !
0 V ie r g e s , p le u re z A d o n is !
G a rço n s,

p le u re z !

P le u r e z , ô fe m m e s d e S y r ie ,
3840 crie z : « H é la s, m a S e ig n e u rie ! »
T o u te s les fleu rs se s o n t flétries.
C riez, p le u re z !

D’autres femmes accourent. Elles portent
des draps de pourpre rouge, des lins, des ban­
band elettes, des vases d’onguents, des couronnes
de cyprès, des « jardins d’Adonis ». Elles
entourent le laurier, elles s’empressent à
défaire les nœuds des cordes. La lamentation
se prolonge. Les couveuses de cendres ont
disparu ; et au pied de l’autel ne restent que
les monceaux noirâtres.
LES A D O N IA ST E S.
H é la s, m a S e ig n e u rie ! H éla s,
m a S e ig n e u rie !

LES A R C H E R S

D’ E M E S E .

— H é la s !
-

H é la s !

Magister

Claudius
sonum

dedit.

�DE SAINT SEBASTIEN

261

3845 — Q u ’a v o n s -n o u s f a it !
— Q u ’ a v o n s-n o u s

SA N A E .

fa it!

N o u s a v o n s t u é n o tre a m o u r !

LE S
—

ARCHERS

Il v a

D’E M E S E .

r e v iv r e .
— Il v a r e v iv r e .

— F e m m e s, d o u ce m e n t, d o u ce m e n t.
—

Il fa u t le d élier.
— Il fa u t

3850 le d é ta c h e r d e l ’ a rb re.
— F e m m e s,
d o u ce m e n t.
—

Il

resp ire en core.

— N e p le u re z p a s !
—

V oyez, vo yez

c o m m e sa p o itr in e se g o n fle !
— Il resp ire, il so u p ire.
— F em m es,
3855 n e p le u re z p a s. Il v a r e v iv r e .
— Il v a r e v iv r e . Il n o u s l ’a d it.
— Il n o u s l ’ a d it.
— D o n n e z d es b a u m e s,
d onnez

d es lin s !

Les cordes sont dénouées. Les bras retom
bent. La lamentation se prolonge.

�262

LE MARTYRE

CHORVS

SYRIACVS.

Pleurez, ô femmes de Syrie !
3860Il va dans la pâle Prairie.
Toutes les fleurs se sont flétries,
hélas ! Pleurez !

Tout à coup, les femmes qui reçoivent le corps
dans leurs bras, voient les flèches s’évanouir
comme des rayons dans les blessures. C’est
le tronc du laurier d’Apollon qui maintenant
est hérissé de tout ce fer.
LES A D O N IA ST E S.
— Prodige !
— Prodige!
— Prodige !
— S o n co rp s se d é ta c h e , la is s a n t
3865 to u s les d a rd s a u tr o n c d u la u r ie r!
—

Il n ’a p lu s d e flèch es ! L e s h a m p e s

o n t d isp a ru d a n s les b lessu re s
co m m e u n é v a n o u issem en t
de rayon s !
—

E lle s r e s te n t to u te s

8870 d a n s l ’ a rb re !
—

P ro d ig e ! V o y e z :

le la u rie r en e s t hérissé.
— V oyez 1
&gt;r

—

Seigneurie, Seigneurie,

�DE SAINT SEBASTIEN

263

t u r e v iv r a s , t u r e v iv r a s !
— T u r e v ie n d r a s !

SA N A E .
3875 A rc h e rs, A r c h e r s , E lu s d ’ E m èse,
q u ’o n so u lè v e le c o rp s d u C h e f
/ su r les fû t s d e s a rcs d é te n d u s
e t cro isés. Q u ’o n le p o r te ain si,
j so u s les éto iles.

Les femmes de Byblos ont déjà reçu sur
leurs bras le corps divin enveloppé dans la
pourpre. Elles marchent lentement vers la
litière. Au delà de la colline sainte, dans la
profondeur du soir, une clarté de perle se
répand, semblable à celle qui précède le lever
de la pleine lune.
LES

A D O N IA ST E S.

3880 — A r c h e r s

d ’ E m èse ,

n o tre litiè re ,

la

nous avons

litiè re

d ’ébène, la c o u ch e fu n èb re
d e n os A d o n ie s.
—
le très sa in t E m p e r e u r a c c o rd e
3885 à la co n frérie d e B y b lo s

d ’e n le v e r le co rp s, d e d resser
le c a ta fa lq u e p o u r le d eu il.
E t n o u s le co u ch ero n s d a n s n o tre

S a n a é,

�264

LE MARTYRE

litiè re , e t n o u s l ’em p o rtero n s,
3890 a u x sons d es flû tes, d a n s la n u it.
F a it e s escorte.
—

Q u ’on

les to rc h e s d e p in 1 Q u ’ on co m p o se
l ’o rd o n n a n ce

fu n è b re ! E t

v o u s,

a u lètes, r a n g e z -v o u s a u p rès
3895 d e

la

litiè re .

Les femmes placent le cadavre dans la
couche, en gémissant. La lamentation du
chœur n’a pas de pauses.
CH O RVS SY R IA C V S.
Il d escen d v e r s le s N o ire s P o r te s .
T o u t ce q u i e s t b e a u , l ’H a d è s m o rn e
l ’e m p o rte . R e n v e r s e z les torch es,
E ro s 1 P le u r e z !

Dans le ciel du soir la clarté insolite s’élar
git comme si un astre précipité du firmament
s’approchait pour incendier la plaine. Un grand
cri se lève. La lamentation s’interrompt.
L'ordonnance funèbre s’arrête, et demeure
immobile devant le gouffre de la lumière
ineffable. Les Portes du Paradis sont ouvertes
à l’âme de Sébastien.
E X P L ICIT
EXTREM VM

SANCTI

SVPPLICIVM

SEBASTIANI

C R V E N T VM

a llu m

�CINQUIEME

LE

MANSION

PARADIS

��découvre le jardin des
clartés et des béatitu
des, à l’orée de l’Orient
qui produit tous les
levers du soleil. Parmi
les arbres du jardin, il
y en a qui ressemblent
à la grêle transparente,
d’autres qui ressem
blent à un vent ondoyant, d’autres qui res­
semblent aux grappes des eaux vives. On y
trouve toutes sortes de belles choses, que
l’œil n’a jamais vues et que l'oreille n’a jamais
entendues, qui ne montent pas au cœur de
l’homme, et que Dieu a préparées pour ceux
qui l’aiment. On y voit des tabernacles de
pyrope. des vêtements de lumière, des dia­
DIAdèmes de beauté. Il y a aussi des lances
flamboyantes, des boucliers étincelants, des
épées, des javelots et des dards de rais, des
haches et des frondes de feu. Là aussi sont les
croix lumineuses, les ostensoirs et les encen
soirs d’or, de saphir, de jaspe, de calcédoine,
de topaze, d’améthyste et de sardyon. On n’y
n

�2fi8

LE M A R T Y R E

distingue les Bienheureux que par le nombre
et la couleur des étincelles qui s’envolent d’eux
quand ils ouvrent la bouche pour louer le
Très-Haut. On y reconnaît, au nombre des
ailes et au son des parlers, les diverses sortes
des Anges. Les premiers sont les Anges de la
Face, qui seuls peuvent soutenir l’éclat de la
Face de Dieu ; ensuite viennent les Anges du
service divin, les Trônes, les Dominations, les
Seigneurs, les Ardeurs, les Puissances, les
Myriades, les Princes, et bien d’autres. De
même leurs louanges sont différentes. Il y en a
trois sortes qui disent : « Saint », trois qui
disent : « Loué », trois qui disent : « Béni »
et trois qui disent ce que ne peut entendre
l’oreille d’un mortel.
CH O R V S

M A R TY R V M .

3900 G lo ire ! S o u s n o s a rm u re s

fla m b o y e z ,

ô b lessu res I

Q u i e s t c e lu i q u i v i e n t ?
L e L y s d e la co h o rte .
S a tig e e s t la p lu s fo rte .
3905 L o u e z le n o m q u ’ il p o r te :
S é b a s tie n !

CH O R V S

V IR G IN V M .

T u es lou é. L ’é to ile

s.

d e lo in p a rle à l ’ éto ile
e t d it un n o m : le tie n .
3910 D ie u t e co u ro n n e. T o u te

Magister
Claudius

sonum

dEdit
usque
ad fi neM .

�DE SAINT SEBASTIEN

269

la n u it c o m m e u n e g o u tte
à to n ir o n t e s t d isso u te,
S é b a stie n .

CH O RVS A PO STO LO RVM .
T u es sa in t. Q u i t e no m m e
3915 v e r r a le F ils d e l ’ H o m m e

(su r son cœ u r II te tie n t)
so u rire d e t a g râ ce.
Jean

t ’a

donné

sa

p la c e .

T u b o ira s d an s sa ta sse ,
3920 S é b a stie n .

CH O RVS A N G ELO R V M .
T u es b e a u . P re n d s s ix ailes
d ’A n g e e t v ie n s d an s l ’éch elle
d es

Feux

m u sicien s

c h a n te r l ’h y m n e n o u v e lle
3925

a u C iel q u i se co n ste lle
d e te s p la ies im m o rte lle s,
S é b a stie n .

A NIM A S E B A S T IA N I.
J e v ien s, je m o n te . J ’ ai d es ailes.
T o u t e s t b la n c . M on sa n g e s t la m a n n e
3930 q u i b la n c h it le d ésert d e Sin .
J e suis la g o u tte , l ’étin celle

�LAVS DEO

270

e t le f é t u . J e su is u n e âm e,
S e ig n e u r, u n e â m e d a n s to n sein.

CH O RVS SANCTO RVM OM NIVM .
L o u e z le S e ig n e u r d a n s l ’im m e n sité d e sa fo r c e .
L o u e z le S e ig n e u r su r le t y m p a n o n et su r l ’ o rgu e.
L o u e z le S e ig n e u r su r le sistre e t su r la c y m b a le .
L o u e z le S e ig n e u r su r la flû te e t su r la c ith a re .
A llé lu ia .

E X P L IC IT M Y ST E R IV M .

P a ris. —

Im p . L . P o c h v , 62, ru e d u C h a tea u . —

486-11.

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                <text>D'Annunzio, Gabriele (1863-1938)</text>
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                <text>Le martyre de Saint Sébastien : mystère composé en rythme français / par Gabriele D'Annunzio : et joué à Paris sur la scène du Châtelet le XXII mai MCMXI avec la musique de Claude Debussy</text>
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                    <text>����LES

VICTOIRES MUTILÉES

�CALMÀNN-LÉVY,

ÉDITEURS

DU MÊME AU TE U R :
Format
ÉPISCOPO

ET

in-18.

Ci e .....................................................................................................

vol.

LES ROMANS DE LA R OS E
l

’

e n f a n t

l

’

i n t r u s

LE

V O L U P T É ......................................................................... 1 v o l ,

d e

.................................................................................................................. .......

TRIOMPHE

DE

LA

M O R T ...............................................................1

—

—

L E S ROMANS DU LYS
LES
la
l

’

R O C H E R S .................................................................. vol •
[en préparation)..................................................... 1 —

VIERGES
g r a c e

AUX

a n n o n c i a t i o n

[en préparation)............................ 1

—

L E S ROMANS DE LA GR E N A D E
LE

FEU.

l a

v ic t o ir e

.

.

t r io m p h e

.

1 V O l.
de

de

[en préparation)..................... 1
(en préparation) ................................ 1

l ’h o m m e

l a

vie

—
—

THÉÂTRE
(La Gioconda — La Ville
morte — La Gloire)........................................................
la
v i l l e
m o r t e ,
tragédie en 5 actes......................... 1

1

, tragédie en 3 actes.........................1

—

LES

la

v ic t o ir e s

f i l l e

de

m u t ilé e s

jorio

vol.

—

Pour paraître incessamment :
CHOIX

DE

POÉSIES.

l a

jo c o n d e ,

la

g l o i r e ,

» .............................................................................. 2 V o l .

tragédie.
tragédie.

D r o it s d e r e p r é s e n t a t io n , d e t r a d u c t io n e t d e r e p r o d u c t io n r é s e r v é s
p o u r t o u s le s p a y s ,

y c o m p r is

562-09. — Coulommiers. Imp.

Paul

l a H o lla n d e .

BRODAR D. — P7-09.

�GABRIELE

D’ANNUNZIO

LES

VICTOIRES MUTILÉES
TROIS

TRAGÉDIES

TRADUITES DE L ’iT A LIEN

PAR

G.

HERELLE

P AR I S
CA L M A N N - L E V Y ,
3,

r u e

É D IT E U R S

a u b e r ,

3

��LA

GIOCONDA

T R A G É D I E EN Q UA TR E ACTES
Représentée pour la première fois à P alerme, au Théâtre Bellini,
le 15 avril 1899.

Cosa bella mortai passa, e non d’arte.
LEONARDO

DA.

VINCI.

��POUR

ELEONORA
AUX

BELLES

DUSE
M A IN S

�DRAMATIS

P E R S O N AE

LUCIO SETTALA.................................
LORENZO GADDI.................................
COSIMO DALBO...................................................

MM.

SILVIA SETTALA.................................
FRANCESCA DONI.............................

M™'1 E

GIOCONDA DIANTI..............................
LA PETITE BEATA............................
LA SIREN ETTA....................................

E r m e t e Z a c c o n i.

A dolfo

Colonnello.

D a n t e C a p p e l l i.
leonora

Duse.

M a t il d e C a v a l l u c c i.
G u g l ie l m in a

M agazzar i

A d a R is s o s e .

E

m m a G r a m a tic a .

De nos jours. — A Florence ; puis au bord de la mer, près de Pise.

�LA GIOCONDA

ACTE PREMIER
Une pièce carrée, paisible, où la disposition de toutes les choses révèle
la recherche d’une harmonie singulière, indique le secret d’une corres­
pondance profonde entre les lignes visibles et la qualité de l’âme qui les
a choisies et qui les aime. Tout y semble ordonné par les mains dune
Grâce pensive. L’aspect de cette demeure fait naître l’image d’une vie
douce et recueillie.
Deux grandes fenêtres sont ouvertes sur le jardin qui s’étend audessous. Par l’embrasure de l’une, dans le champ serein du ciel, on aper­
çoit la colline de San-Miniato, et sa claire basilique, et le couvent, et
l’église du Cronaca, la Bella Villanella, le plus pur vaisseau de la sim­
plicité franciscaine.
Une porte donne accès à l’appartement intérieur; une autre mène
au dehors. C’est l'après-midi. Par les deux fenêtres entrent la lumière, la
brise et la mélodie d’avril.

SCÈNE P R E M IÈ R E
Sur

le seuil

de la

première

porte

apparaissent

S E T T A L A et le vieux L O R E N Z O

SILVIA

G A D D I , marchant

côte à cote, pénétrant de front dans cette fraîcheur printanière.
S IL V IA .

Ah! bénie soit la vie!... Si je puis bénir la vie, c’est
parce que j ’ai toujours entretenu la flamme d’une
espérance.
LOREN ZO .

Oui, la vie nouvelle, chère Silvia, bonne et courag
­
s
u
e

�LA GIO CONDA.

o
g
ra
u
ceuse créature, si bonne et si forte!... L’orage est
passé. Voici qu’après tant de choses mauvaises Lucio
revient à vous, plein de gratitude et de tendresse. Il
semble renaître. Tout à l’heure, il avait les yeux d’un
enfant.
S IL V IA .

Il recouvre toute sa bonté lorsque vous êtes auprès
de lui. Lorsqu’il vous appelle maître, sa voix devient
si affectueuse que votre grand cœur paternel doit en
palpiter.
LOREN ZO.

Tout à l’heure, il avait les mêmes yeux que je lui ai
vus quand il s’est présenté pour la première fois devant
moi et que je lui ai mis la glaise entre les mains... Il
avait les yeux étonnés et doux; mais, dès ce temps-Ià,
son pouce était énergique et révélateur. Je conserve
encore sa première ébauche... L’idée m’était venue de
vous l’offrir le jour de vos fiançailles. Je vous la
donnerai pour inaugurer la félicité nouvelle.
S IL V IA .

Merci, maître.
LORENZO.

C’est une tète de femme couronnée de laurier. Je me
souviens : il y avait là un petit modèle médiocre. En
travaillant, Lucio regardait peu le modèle. Tantôt il
paraissait anxieux et tantôt absorbé. Ce qui sortit de
ses mains, ce fut une espèce de masque confus où
l’on entrevoyait pourtant des lignes héroïques. Il
demeura quelques instants perplexe et découragé,
presque honteux, en face de son œuvre, sans oser se
tourner vers moi. Puis, soudain, avant de quitter le
travail, il indiqua par quelques touches autour de la
tête une couronne de laurier. Comme cela me plut! Il
voulait couronner dans la glaise le rêve inexprimé.

�ACTE P R E M I E R .

7

Il terminait sa journée par un acte d’orgueil et de foi.
Depuis cet instant je l’aimai, à cause de cette couronne.
Je vous donnerai l’ébauche. Peut-être, en l’examinant
avec attention, saurez-vous y découvrir l’ardent visage
de Sapho, cette figure idéale que, quelques années plus
tard, il sut conduire à la perfection d’un chef-d'œuvre.
S IL V I A, qui l’écoute avidement.

Asseyez-vous, maître, asseyez-vous. Restez encore
un peu, je vous en prie! Asseyez-vous près de cette
fenêtre, là. Restez quelques minutes encore. J ’ai mille
choses à vous dire, et je ne saurai pas vous en dire
une seule. Si je pouvais vaincre ce tremblement qui
m’agite... Vous devez comprendre...
L0REN Z0.

La joie vous fait trembler?
Il s’assied près de la fenêtre. Silvia, les reins contre la barre, est tournée
vers lui ; sa figure se détache sur l’air bleu où, dans le lointain, appa­
raît la belle colline religieuse.
S IL V IA .

J ’ignore si c’est la joie... Parfois, tout ce qui fut, tout
le mal, toute la douleur, et jusqu’au sang, et jusqu’à la
cicatrice, tout s’atténue, disparaît, est effacé par l ’oubli,
cesse d’être. Parfois, tout ce qui fut, tout l’horrible far­
deau du souvenir, tout se condense, s’aggrave, se fait
massif, impénétrable et dur comme une muraille,
comme une roche que jamais je ne pourrai franchir... Il
n’y a qu’un moment, lorsque vous parliez, lorsque vous
m ’avez offert ce don inattendu, je pensais : « Voilà : je
prendrai ce don entre mes mains, ce morceau de glaise
où il jeta le premier germe de son rêve comme dans une
glèbe féconde; je le prendrai entre mes mains et j ’irai
vers lui avec un sourire, lui rapportant intacte la
partie la meilleure de son âme et de sa vie; et je ne
parlerai pas, et il reconnaîtra en moi la gardienne de
tout son bien, et jamais plus il ne voudra se séparer de

�8

LA GIOCONDA.

moi; et nous serons jeunes encore, nous serons jeunes
encore! t Ainsi pensais-je; et, dans mon esprit, la
pensée et l’acte se confondaient avec une facilité
incroyable. Vos paroles transfiguraient le monde... Et
puis, tout à coup, un souffle passe, une imperceptible
haleine, un rien; et ce rien bouleverse tout, détruit
toute mon illusion ; et l’anxiété revient, et la peur, et le
tremblement... 0 avril! (Elle se tourne brusquement vers la
lumière, avec un profond soupir.) Comme il trouble, cet air si
limpide! Toutes les espérances et toutes les désespé­
rances passent dans le vent avec la poussière des
fleurs. (Elle sa penche à la fenêtre pour appeler.) Beata l
Beata !
LORENZO.

La petite est dans le jardin?
S IL V IA .

Oui, elle court parmi les rosiers. Elle est folle
d’allégresse... Beata!... Elle s’est cachée derrière un
buisson, la gamine. Et elle rit. L’entendez-vous rire?
Ah! quand elle rit, je connais la joie des fleurs qui
s’emplissent de rosée jusqu’au bord. Tel son rire frais
me comble le cœur.
LORENZO.

Ce rire, peut-être que Lucio l’écoute aussi et qu’il en
reçoit une consolation.
S IL V IA , grave et tremblante, penchée vers le maître dont elle a pris
la main.

Vous le croyez donc véritablement guéri? guéri de
toutes ses blessures? Vous croyez qu’il revient à moi
de toute son âme? Vous avez senti cela en le regar­
dant, en lui parlant? C’est cela que votre cœur vous dit?
LORENZO.

Tout à l’heure, je lui ai trouvé l’aspect de l’homme
qui recommence à vivre avec un sentiment nouveau

�ACTE P R E M I E R .

de la vie. Celui qui a vu la face de la mort doit avoir
aussi vu dans un éclair la face de la vérité. Le ban­
deau est tombé de ses yeux. Il reconnaît tout ce que
vous êtes.
S IL V IA .

0 maître, maître, si vous vous trompiez, si c’était
une vaine espérance, qu’adviendrait-il de moi? J ’ai usé
toutes mes forces.
LO REN ZO .

Et qu’est-ce que vous avez à craindre, désormais?
S IL V IA .

Il a voulu mourir; mais l’autre... l'autre vit... Et je la
sais implacable.
LORENZO.

Mais que peut-elle, désormais?
S IL V IA .

Elle pourrait tout, si elle était encore aimée.
LORENZO.

Encore aimée? Au delà de la mort?
S IL V IA .

Au delà de la mort. Ah! comprenez mon angoisse!
C’est pour elle qu’il a voulu mourir, dans une minute
d’égarement et de fureur. Songez combien il devait
l’aimer, puisque ni la pensée de Silvia ni la pensée de
Beata ne l’ont retenu... Donc, à l’heure terrible, il était
tout entier la proie de cette seule femme; il était au
comble de sa fièvre et de son tourment, et le reste du
monde était aboli. Songez combien il devait l’aimer!
(La voix de Silvia est basse, mais déchirante. Le vieillard courbe la

tête.) Or. peut-on savoir ce qui est survenu en lui après
le coup, lorsque les ténèbres de la mort ont passé
sur son âme? S’est-il réveillé sans souvenir? Voit-il un
abîme entre sa vie qui se renouvelle et la part de lui

.

1

�LA GIOCONDA.

10

même qui est restée par delà ces ténèbres? Ou bien.,
ou bien l’Image a-t-elle remonté des profondeurs et
demeure-t-elle sur l’ombre pour toujours, dominatrice,
avec un relief indestructible? Dites!
L O R E N Z O , perplexe.

Qui saurait dire?...
S IL V I A, avec un accent de douleur.

Ah! vous-même, à présent, vous n’osez plus me con­
soler! C’est donc vrai? Il n’y a pas de remède?
L O R E N Z O , lui prenant las mains.

Non, non, Silvia... Je pensais : Qui saurait dire les
changements qu’apporte dans une nature comme la
sienne une si mystérieuse force? En lui, tout annonce
l’apparition d’un bien nouveau. Regardez-le, quand il
sourit. Au moment où vous alliez vous éloigner pour
me reconduire, lorsqu’il a baisé vos chères mains,
n’avez-vous pas senti que tout son cœur se fondait de
tendresse et d’humilité?
S IL V IA , le visage allumé d’une flamme légère.

Oui.
L O R E N Z O , regardant les mains de Silvia.

Chères, chères mains, courageuses et belles, loyales
et belles! Vos mains, Silvia, sont d’une beauté extraor­
dinaire. Si trop souvent la douleur vous les a jointes,
elle vous les a sublimées aussi, elle vous les a rendues
parfaites. Elles sont parfaites. Vous rappelez-vous la
Femme du Verrocchio, la Femme au bouquet, celle
dont les cheveux sont en grappes? Ah! la voici. (Au
regard et au sourire de Silvia, il s’est aperçu qu’une copie de ce
buste est posée sur une petite bibliothèque, dans un coin de la

Donc, vous aviez déjà reconnu la parenté? Ces
mains sont de la même race, de la même essence que
les vôtres. Elles vivent, n’est-il pas vrai, d’une vie si
lumineuse que le reste de la figure en paraît obscurci.

pièce.)

�ACTE

PREMIER.

li

S IL V I A, souriant.

Ô âme toujours jeune!
LOREN ZO.

Quand Lucio se remettra au travail, il devra, le pre­
mier jour, modeler vos mains. J ’ai un morceau de
marbre antique trouvé dans les Orti Oricellari. Je le
lui donnerai, pour qu’il les sculpte dans ce marbre et
les suspende ensuite comme un ex-voto.
S IL V I A, sur le front de qui passe une ombre.

Pensez-vous qu’il se remette prochainement au tra­
vail? Le désire-t-il? Vous en a-t-il parlé?
LORENZO.

Oui, tout à l’heure, quand vous n’étiez pas là.
S IL V IA .

Que vous disait-il?
LOREN ZO .

Des choses vagues et délicieuses, des imaginations
de convalescent. Je connais ces rêves; moi aussi, je
fus malade... Tantôt, il lui semble qu’il a perdu tout
son art, qu’il n’a plus aucune puissance, qu’il est
devenu étranger à la beauté. Tantôt, au contraire, il
lui semble que ses doigts ont acquis une magique
vertu et que, par une simple touche, les formes
doivent sortir de la glaise avec la facilité des rêves...
Il s’inquiète un peu de l ’abandon où il croit que
demeure son atelier, là-bas, sur le Mugnone. Il m’a
prié d’aller voir... En avez-vous la clef?
S IL V IA , troublée.

Il y a le gardien.
LORENZO.

Vous n’avez plus été là-bas? Depuis quand?
S IL V IA .

Depuis que la chose a commencé... Je n’ai pas encore

�12

LA GIOCONDA.

eu le cœur de rentrer en ce lieu. Je crois que j ’y verrais
partout les taches de sang, que j ’y découvrirais par­
tout les traces de cette femme... Elle règne encore
là-bas; ce lieu est encore son domaine.
LORENZO.

Le domaine d ’une statue.
S IL V IA .

Non, non... Vous ne savez pas qu’une clef de l’atelier
est restée entre ses mains? Elle entre encore là comme
chez elle... Ah! je vous l’ai dit, je vous l’ai dit : elle
vit, et elle est implacable.
LORENZO.

Êtes-vous certaine qu’elle y soit rentrée, depuis?
S IL V IA .

J ’en suis certaine. Son audace n’a pas de limites.
Elle est sans honte et sans pitié.
LORENZO.

Et lui, Lucio, le sait-il?
S IL V IA .

Non, il ne le sait pas; mais il le saura tôt ou tard,
inévitablement. Elle trouvera un moyen de faire qu’il
le sache.
LORENZO.

Pourquoi?
S IL V IA .

Parce qu’elle est implacable,
renonce point à ses proies. (Une

parce qu’elle ne
pause. Le vieillard est

Et la
statue... la Sphinge... est-ce que vous l’avez vue?

pensif. La voix de Silvia devient tremblante et rauque.)

L O R E N Z O , après une courte hésitation.

Oui, je l’ai vue.
S IL V IA .

C’est lui qui vous l’a montrée?

�ACTE P R E M I E R .

13

LORENZO.

Oui, un jour du dernier octobre. Il venait de la finir.
Uno pause.
S IL V IA , d’une voix qui tremble et défaille.

Elle est merveilleuse, n’est-ce pas? Dites!
LORENZO.

Oui, elle est très belle.
S IL V IA .

Belle pour l’éternité!
Un silence.
LA V O IX

DE BEAT A, au fond du jardin.

Maman! Maman!
LORENZO.

La petite vous appelle.
S IL V IA , se ressaisissant et se penchant à la fenêtre.

Beata!... Oh! j ’aperçois ma soeur Francesca... elle
traverse le jardin... elle monte avec Cosimo Dalbo.
Vous savez? Cosimo est revenu du Caire; il est arrivé
hier soir à Florence. Lucio sera très content de son
retour.
L O R E N Z O , qui se lève pour prendre congé.

Adieu donc, ma chère Silvia; et à demain, peutêtre.
S IL V IA .

Non, ne partez pas encore. Ma sœur va être si heu­
reuse de vous rencontrer !
LORENZO.

Il faut que je parte. On m ’attend.
S IL V IA .

Quand recevrai-je le don que vous m’avez promis?
LORENZO.

Demain, peut-être.

�LA G IOCONDA.

14

S IL V IA .

Non, pas de « peut-être », pas de « peut-être »! Je
compte sur vous... Il faut que vous veniez ici très sou­
vent, tous les jours. Votre présence est un grand bien.
Ne m’abandonnez pas ! C’est en vous, maître, que je
mets ma confiance. Rappelez-vous qu’une menace est
suspendue sur ma tête.
LORENZO.

Ne craignez rien. Haut le cœur!
S IL V IA , se tournant vers la porte.

Voici Francesca.

SCÈNE I I
Entre F R A N C E S C A
l'embrasser. —

D O N I , qui s’avance vers sa sœur pour

COSIMO

salue L O R E N Z O

DALBO,

entré derrière

elle,

G A D D I qui s’apprête à partir.
FR A N C E SC A .

Tu vois qui je t’amène? Nous nous sommes rencon­
trés devant la grille... Bonjour, maître. Vous partez
quand j ’arrive?
Elle salue le vieillard.
S IL V IA , tendant la main au jeune homme avec cordialité.

Soyez le bienvenu, Dalbo. Nous vous attendions.
Lucio est impatient de vous revoir.
C O SIM O D A L B O , avec une sollicitude affectueuse.

Comment va-t-il, à présent? Peut-il se lever? Est-il
guéri?
S IL V IA .

Il est en convalescence; un peu faible encore; mais,,
d’un jour à l’autre, les forces lui reviennent. Sa bless
­
re
u

�ACTE P R E M IE R .

15

sure est entièrement fermée. Vous le verrez dans une
minute. Il reçoit à présent la visite du médecin. Je vais
vous annoncer. Ce sera une joie pour lui. Pendant la
journée, il m ’a demandé plusieurs fois de vos nou­
velles. (Elle se tourne vers Lorenzo Gaddi.) Donc, à demain.
Elle sort d’un pas vif et léger. La sœur, le maître et l’ami la suivent
des yeux jusqu’au seuil.
F R A N C E S C A , avec un sourire caressant.

Pauvre Silvia! Depuis quelques jours, on dirait
qu’elle a des ailes. A certains moments, quand je la
regarde, il me semble qu’elle va prendre son essor vers
le bonheur. Et personne ne mérite mieux qu’elle d’être
heureuse. N’est-ce pas, maître? Vous la connaissez bien.
LOREN ZO.

Oui, elle est vraiment telle que vos yeux de sœur la
voient. De son martyre, elle sort ailée. Il y a en elle
comme un frémissement continu. Je le sentais tout à
l’heure, quand j ’étais à son côté. Elle est vraiment en
état de grâce. Il n ’existe pas de hauteur où elle ne soit
capable d’atteindre. Lucio a dans ses mains une vie de
flamme, une force illimitée.
F R A N C E SC A .

Vous êtes resté longtemps avec Lucio, cet après-midi?
LORENZO.

Une heure environ.
F R A N C E SC A .

Comment l’avez-vous trouvé?
LORENZO.

Exubérant de douceur et comme éperdu. Vous le
verrez dans quelques instants, Dalbo. Sa sensibilité est
périlleuse. Les personnes qui l’aiment peuvent lui faire
beaucoup de bien et beaucoup de mal. Un mot l'agite
et le bouleverse. Vous qui l’aimez, soyez attentif à
toutes vos paroles... Au revoir. Il faut que je parte.

�16

LA GIO CO NDA .
F R A N C E SC A .

Au revoir, maître. J ’espère que, demain, je vous
reverrai ici... Ici, puisque vous avez horreur de mon
escalier. (Elle accompagne le vieillard jusqu’à la porte, puis
revient vers Cosimo Daibo.) Quel feu d’intelligence et de
bonté, chez ce vieillard! Lorsqu’il entre dans une
maison, il semble qu’il y apporte du réconfort pour
tout le monde. Les affligés sont soulagés et les heu­
reux deviennent fervents.
C O S IM O .

C’est un animateur; il appartient à la plus noble des
castes humaines. Son œuvre est une perpétuelle exal­
tation de la vie, un perpétuel effort pour commu­
niquer l’étincelle, non pas seulement à ses statues,
mais à toutes les créatures qu’il rencontre sur son
chemin. Lorenzo Gaddi me paraît digne d’une gloire
bien supérieure à celle que ses contemporains lui
accordent.
FRA N C ESC A .

C’est vrai, c’est vrai. Si vous saviez de quelle énergie
et de quelle délicatesse il nous a donné la preuve, dans
cette effroyable aventure! Lorsque la chose eut lieu,
ma sœur n’était pas ici; elle était avec Beata chez
notre mère, à Pise. La chose eut lieu dans l’atelier, làbas, sur le Mugnone, vers le soir. Le gardien seul
entendit le coup. A peine eut-il découvert la vérité
que, d’instinct, il courut avertir Lorenzo Gaddi avant
tout autre. Dans l’angoisse et dans l’horreur de ce soir
d’hiver, parmi la confusion et l’incertitude, Lorenzo
fut le seul qui ne perdit jamais le sang-froid, qui n’eut
pas une seconde d’hésitation. Il conserva toujours une
étrange lucidité, dont nous subissions tous l’empire.
Lui seul disposait; tous nous obéissions. Ce fut par son
ordre qu’on rapporta ici le pauvre Lucio mourant. Les
médecins désespéraient de le sauver; lui seul répétait

�ACTE

PREMIER.

17

avec une foi invincible : « Non, il ne mourra pas, il ne
mourra pas; il ne peut pas mourir. » Je le crus. Ah!
Dalbo, quelle nuit héroïque! Et ensuite, l’arrivée de
Silvia, le soin qu’il prit de l’avertir lui-même, la défense
q u’il lui fit d’entrer dans la chambre où un souffle
pouvait éteindre cette dernière lueur de vie;et la force
de ma sœur, son incroyable résistance aux veilles et à
la fatigue durant des semaines entières, la fière et
silencieuse vigilance de la garde montée devant la
porte, comme pour interdire le passage à la mort...
C O S IM O .

Et moi, j ’étais au loin, j ’ignorais tout, je jouissais de
mes loisirs dans une barque sur le Nil! Cependant, au
départ, j ’avais été frappé d’une sorte de pressenti­
ment. Voilà pourquoi je pressais Lucio de m’accom­
pagner dans ce voyage que nous avions autrefois rêvé
de faire ensemble. Il venait justement d’achever sa
statue, et je pensais que ce marbre admirable serait sa
libération. Il me répondit : « Pas encore! » Et, quel­
ques mois plus tard, c’est à la mort qu’il devait
demander la liberté. Ah! si je n’étais point parti, si
j ’étais demeuré à son flanc, si j ’avais été plus fidèle, si
j ’avais su le défendre contre l’ennemie, rien peut-être
ne serait arrivé!
FR A N C E SC A .

Il ne faut pas avoir de regrets, si quelque bien peut
naître de tout ce mal. Qui sait le désespoir où se serait
consumée Silvia, si cet acte violent ne l’eût soudain
rapprochée de Lucio? Mais ne croyez pas que l’ennemie
ait déposé les armes. Non; elle n’abandonne pas le
champ de bataille...
C O S IM O .

Quoi? Gioconda Dianti...
F R A N C E SC A , baissant la voix et lui faisant signe de se taire.

Ne prononcez pas ce nom!

�LA G IOCONDA.

SCÈNE I I I
Sur le seuil apparaît L U C I O S E T T A L A , appuyé au bras
de SI L V I A , pâle et décharné, les yeux extraordinairement
agrandis par la souffrance, avec un sourire faible et doux qui
affine sa bouche sensuelle.
L U C IO .

Cosimo!
C O S IM O , se retournant et accourant.

Ah! Lucio, cher, cher ami!

( il prend le convalescent entre

ses bras, tandis que Silvia s’éloigne d’eux, s’approche de sa sœur,
puis sort avec elle, non sans avoir d’abord jeté un long regard au

Tu es guéri tout à fait, n’est-ce pas? Tu ne
souffres plus? Je te trouve un peu pâle, un peu amaigri;
pas trop, pourtant... Tu as l’air que tu avais, certaines
fois, après une période de travail fébrile, quand tu
étais resté douze heures par jour devant ta glaise,
dévoré par la grande flamme. T’en souvient-il?
bien-aimé.)

L U C IO , égaré, cherchant des yeux autour de lui si Silvia est encore
dans la pièce.

Oui, oui...
C O S IM O .

Alors tes yeux s’agrandissaient comme à présent.
L U C IO , avec une inquiétude vague, presque enfantine.

Et Silvia? Où est-elle allée, Silvia? Et Francesca?
Est-ce qu’elle n’était pas aussi dans cette pièce?
C O S IM O .

Elles nous ont laissés seuls.
L U C IO .

Pourquoi? Silvia suppose peut-être... Non, je ne te
dirai rien, je ne sais plus rien. Toi, peut-être, tu sais.

�ACTE

PREMIER.

&lt;9

Moi, non; je ne me souviens plus, je ne veux plus
me souvenir... Parle-moi de toi, parle-moi de toi!
Est-ce beau, le Désert?
Il s’exprime d’une façon singulière, comme un homme qui rêverait, avec
un mélange d’agitation et de stupeur.
G O S IM O .

Je te raconterai. Mais il ne faut pas que tu te fati­
gues... Je te raconterai tout mon pèlerinage. Si tu
veux, je viendrai te voir chaque jour; je resterai avec
toi aussi longtemps qu'il te plaira, mais à condition
que tu ne te fatigueras pas. Assieds-toi...
LU C IO , souriant.

Tu me crois donc si faible?
C O S IM O .

Non : tu vas bien, à présent; mais il vaut mieux que
tu ne te fatigues pas. Assieds-toi, ici... (il le fait asseoir
près de la fenêtre; il regarde la colline purement dessinée sur le
ciel d’avril.) Ah! mon ami, elles sont merveilleuses, les
choses que mes yeux ont admirées; et, en comparaison
de la lumière qu’ils ont bue, celle-ci paraît languir.
Mais, quand je vois une simple ligne comme la ligne
de là-bas — regarde San-Miniato ! — il me semble que
je me retrouve moi-même après un intervalle d’erreur.
Regarde-la, cette colline bénie ! La pyramide de Chéops
ne fait pas oublier la Bella Villanella ; et plus d’une fois,
dans les jardins de Koubbeh et de Gizeh, réservoirs de
miel, tout en mâchant un grain de résine, j ’ai pensé à
quelque svelte cyprès toscan sur la lisière d’une
maigre olivaie.
L U C IO , fermant à demi les yeux sous l’haleine printanière.

On est bien ici, n’est-ce pas? Il y a une odeur de
violettes... Est-ce qu’il y a dans la chambre un bou­
quet de violettes? Silvia en met partout, même sous
mon oreiller.

�20

LA GIO CO NDA .
G O SIM O .

Tu sais? Je t’ai rapporté entre les pages d’un Coran
les violettes du Désert. Je les ai cueillies dans un
monastère persan de la Thébaïde, au flanc du Mokat­
tam, sur une éminence de sable. Là, dans une caverne
creusée à même la montagne et recouverte de tapis et
de coussins, les moines offrent au visiteur un thé d’une
saveur spéciale, le thé arabe, parfumé de violettes.
L U C IO .

Et tu me les a rapportées ensevelies dans le livre!
Tu étais heureux, là-bas, quand tu les cueillais; et
j ’aurais pu être avec toi.
GOSIMO.
Là-bas, c’était l’oubli... Je montais par un long esca­
lier de pierre tout droit qui, du pied de la montagne,
mène à la porte des Bectaschites. Le Désert s’éten­
dait à l ’entour : une immense aridité hallucinante où
ne vivent que la palpitation du vent et la vibration de
la chaleur. Je ne distinguais çà et là, parmi les dunes,
que les pierres blanches des cimetières arabes. J ’en­
tendais les cris des éperviers, très haut dans le ciel. Je
regardais passer sur le Nil, en troupes, les barques aux
grandes voiles latines, blanches, lentes, continuelle­
ment, continuellement, comme des flocons de neige.
Et peu à peu une extase me ravissait, qu’il ne t’a pas
encore été donné de connaître : l’extase de la lumière.
L U C IO , d’une voix qui paraît lointaine.

Et j ’aurais pu être avec toi, paresser, oublier, rêver,
m’enivrer de lumière... Tu as navigué sur le Nil, n’est-ce
pas? dans une vieille barque chargée d’outres, de sacs
et de paniers? Vers le soir, tu as descendu dans une
île; tu étais vêtu de laine blanche; tu avais soif; tu
t’es désaltéré à une source; tu as marché pieds nus
sur les fleurs, et l’arome des fleurs était si dense qu’il

�ACTE P R E M I E R .

21

te semblait n’avoir plus faim. Ah! j ’ai pensé à tout
cela; je l’ai senti, sur mon oreiller... Et je te suivais
aussi à travers le Désert, quand la fièvre était plus
forte : un désert de sables rouges, tout parsemé de
pierres brillantes qui éclataient avec des crépitations,
comme les sarments jetés au feu. (Une pause, il se soulève
un peu et, d'une voix claire, les yeux agrandis, il interroge.) Et
la Sphinge?
C O S IM O .

La première fois que je l’ai vue, c’était de nuit, à la
clarté des étoiles, enfoncée dans le sable qui gardait
encore l’empreinte violente des tourbillons. Il n’émer­
geait de ce gouffre apaisé que la face et la croupe :
la forme humaine et la forme bestiale. La face, aux
endroits où l’ombre cachait les mutilations, me parut
très belle, à cette heure-là : calme, auguste et bleue
comme la nuit, presque douce ! Il n’existe pas de chose
au monde, Lucio, qui soit plus seule que cette choselà ; mais mon âme était comme en présence de multi­
tudes endormies dont la rosée tombante eût mouillé
les cils. Ensuite, je l’ai revue de jour. La face n’était
pas moins bestiale que la croupe; le nez et les joues
étaient rongés ; la fiente des oiseaux souillait les ban­
delettes. C’était le monstre lourd et sans ailes imaginé
par les creuseurs de fosses, par les embaumeurs de
cadavres. Et elle me réapparut en plein soleil, ta
Sphinge impérieuse et pure, aux ailes emprisonnées
vivantes dans les épaules.
L U C IO , pris d’une émotion soudaine.

Ma statue? C’est de ma statue que tu parles? Tu l’as
vue, n’est-ce pas, avant de partir? Et tu l’as trouvée
belle? (il regarde vers la porte avec inquiétude, craignant que Silvia
ne puisse l’entendre; et il baisse la voix.) Tu l’as trouvée belle,
dis?

�22

LA GIO CO NDA .
C O S IM O .

Très belle.
Lucio se cache les yeux avec les deux mains et reste quelques instants
absorbé, comme pour évoquer une vision dans les ténèbres.
L U C IO , découvrant ses yeux.

Je ne la vois plus. Elle m’échappe. Elle apparaît et
disparaît comme dans une lueur d’éclair, confusément.
Si maintenant je l’avais devant moi, elle me semblerait
nouvelle; je jetterais un cri. Est-ce bien moi qui l’ai
sculptée, avec ces mains que voilà? (il regarde ses mains
effilées et sensitives. Une agitation croissante le gagne.) Je ne sais
plus, je ne sais plus. Pendant la première fièvre, lorsque
j ’avais encore le plomb dans ma chair et le bourdonne­
ment continuel de la mort sur mon âme éperdue, je la
voyais debout au pied de mon lit, pareille à une torche
en feu, comme si je l’eusse modelée moi-même dans
une matière incandescente. C’est ainsi que je l’ai vue
pendant plusieurs jours et plusieurs nuits, à travers
mes paupières. Elle s’allumait avec ma fièvre. Quand
mes poignets brûlaient, elle se faisait de flamme. Il
semblait qu’en elle montât et bouillonnât tout le sang
répandu à ses pieds.
C O S IM O , inquiet, regardant à son tour vers la porte avec la même
crainte éprouvée déjà par Lucio.

Lucio, Lucio, tu disais tout à l’heure que tu ne savais
plus rien, que tu ne voulais plus te souvenir de rien...
Lucio !
11 secoue doucement son ami, qui est resté les yeux fixes.
L U C IO , se reprenant.

N’aie pas peur. Tout cela s’en est allé très loin, a
disparu au fond de la mer. La statue, elle aussi, s’est
abîmée avec le reste dans le naufrage. C’est pourquoi
elle ne m’apparaît plus que comme une forme confuse,
à travers les eaux profondes.

�ACTE PR E M IE R .

23

C O S IM O .

Elle seule sera sauvée, vivra éternellement; et tant
de douleur n’aura pas été souffert en vain, tant de
malheur n’aura pas été inutile, si une chose belle doit
s’ajouter encore à l’ornement de la vie.
LUCI O , souriant toujours de son faible sourire et parlant de sa voix
lointaine.

C’est vrai. Je pense quelquefois au sort de cet
homme qui, ayant fait naufrage dans une tempête,
perdit tout ce qu’il possédait. Par une journée sereine
comme celle-ci, l’homme prit une barque et un filet et
retourna sur le lieu du naufrage, espérant retirer de
l’eau quelque chose. Et, après beaucoup de labeur, il
ramena sur le rivage une statue. Et la statue était si
belle qu’en la renvoyant il pleura de joie, et il s’assit
sur le rivage pour la contempler, et il fut si parfaite­
ment content de ce bien qu’il ne voulut plus chercher
autre chose, e t i l o u b l i a t o u t l e r e s t e . . . ( il se lève
avec une sorte d’impétuosité.) Pourquoi Silvia ne revientelle pas? (il écoute.) On rit? Ah! c’est Beata, dans le
jardin. Regarde! San-Miniato est d’or : il rayonne.
Voit-on à Thèbes une lumière plus glorieuse?
C O S IM O .

L’extase de la lumière! Je te l’ai déjà dit : jamais tu
ne pourras la connaître ailleurs. Des cercles, des guir­
landes, des orbes, des roses de splendeurs, un foison­
nement d’étincelles... Cela remet en mémoire les vers
du Paradis. Dante seul a trouvé les paroles éblouis­
santes. A certaines heures, le Nil devient le torrent
des topazes, le miro gurge. Comme une pierre dans
l’eau, un geste produit dans l’air des ondes infinies.
Tous les objets nagent dans la lumière; toutes les
feuilles en ruissellent. Les femmes qui passent le long
du fleuve avec leurs urnes pleines flamboient réel­

�24

LA GIO CONDA.

ré
lement comme les milices angéliques dans le poème :
e
illuminées i de splendeur et d’art ».
Lucio aperçoit le bouquet do violettes sur une table, le prend et y plonge
son visage pour en aspirer l’odeur.
L U C IO , les narines encore dans le bouquet de violettes, les yeux
à demi fermés de plaisir.

Et les femmes? Est-ce qu’elles sont belles, dans la
vallée du Nil?
C O S IM O .

Certaines, les adolescentes, ont des corps d’une
pureté et d’une élégance admirables. Toi qui pré­
fères les musculatures agiles et solides, une sorte de
verdeur dans les formes, les jambes longues et ner­
veuses, tu rencontrerais là d’incomparables modèles.
Que de fois j ’ai souhaité ta présence! Dans l’île Élé­
phantine, j ’avais une amie de quatorze ans : une fil­
lette dorée comme une datte, maigre, svelte, sèche, les
reins forts et arqués, les jambes droites et puissantes,
les genoux parfaits — qualité si rare! — Sur toute cette
maigreur dure qui faisait penser à une arme de jet
précise et fine, trois choses me séduisaient par leur
grâce infiniment molle : la bouche, l’ombre des cils,
l’extrémité des doigts. Avec ces doigts dont les extré­
mités étaient rouges comme des pétales trempés dans
la pourpre, elle nattait sa chevelure; et la regarder
alors sur le seuil de la maison blanche, c’était la joie
de mes matins. J ’aurais voulu te la rapporter avec les
statuettes, avec les scarabées, avec les étoffes, avec le
tabac, avec les parfums, avec les armes. Mais du moins
je t’ai rapporté un bel arc, que j ’ai acheté à Assouan
et qui lui ressemble un peu.
L U C IO , renversant la tête en arrière, avec un léger trouble.

Ce devait être une créature délicieuse !

�25

ACTE P R E M I E R .
C O S IM O .

Délicieuse et inoffensive. Elle ressemblait à un bel
arc, mais ses flèches n’étaient pas empoisonnées.
L U C IO .

Tu l’aimais?
C O S IM O .

Comme j ’aime mon cheval et mon chien.
L U C IO .

Ah! tu étais heureux, là-bas! Ta vie était facile et
légère. Oui, c’était bien l’île Éléphantine, celle où je
t’ai vu aborder, dans mon rêve. Et j ’aurais pu être avec
toi! Mais j ’irai, je partirai. Ne désires-tu pas retourner
dans ce pays? J ’aurai, moi aussi, une maison blanche
sur le Nil ; je ferai mes statues avec le limon du fleuve
et je les dresserai dans cette lumière qui me les con­
vertira en or... Silvia! Silvia! (il se retourne vers la porte
et appelle, comme assailli par une soudaine impatience, par une
anxieuse volonté de vivre.)

Serait-il trop tard?
C O S IM O .

Oui, trop tard. Bientôt arrivera le grand été.
L U C IO .

Qu’importe? J ’aime l’été, la forte chaleur... Dans les
jardins, tous les grenadiers seront fleuris ; et il pleuvra,
de temps à autre, et dans l’air étouffant il tombera de
ces gouttes larges et tièdes qui font que la terre sou­
pire de volupté...
C O S IM O .

Mais le Khamsin? Quand tout le Désert se soulèvera
contre le Soleil?
Sur le seuil apparaît Sylvia, souriante, avec une visible animation dans
toute sa personne. Elle a changé de robe : son vêtement est d’une
couleur plus claire, d’une couleur de printemps, et elle tient dans ses
mains un bouquet de roses fraîches.

2

�26

LA GIOCONDA.
S IL V IA .

Que dites-vous, Dalbo, contre le Soleil?... Tu m’as
appelée, Lucio?
L U C IO , repris d’une sorte de timidité inquiète, comme un homme
qui a besoin de s'abandonner, mais qui n’ose pas.

Oui, oui; je t’ai appelée, parce que je ne te
pas revenir... Cosimo me racontait de si belles
sur son voyage! Et j ’aurais voulu que tu les
disses, toi aussi, (il regarde sa femme avec des yeux
comme s'il découvrait en elle une grâce neuve.) Tu allais

voyais
choses
enten­
étonnés,

sortir?

S IL V IA , rougissant un peu.

Ah! tu regardes ma robe? Je l’ai mise pour l’essayer,
puisque Francesca était là... Ma sœur vous fait à tous
deux ses excuses : elle est partie sans vous saluer,
parce qu’elle avait hâte de rejoindre ses enfants.
Elle espère, Dalbo, que vous ne tarderez pas à lui faire
visite. (Elle dépose le bouquet sur une table.) V OU S dînez avec
nous, ce soir?
C O S IM O .

Merci. Ce soir, je ne peux pas. J ’ai promis à ma mère.
S IL V IA .

C’est juste. Mais demain?
C O S IM O .

Demain, oui. Et je t’apporterai mes cadeaux, Lucio.
L U C IO , avec une curiosité enfantine.

Oui, oui! Apporte-les, apporte-les!
S IL V IA , souriant d’un air mystérieux.

Moi aussi, demain, j ’aurai mon cadeau.
L U C IO .

De qui?
S IL V IA .

Du maître.

�ACTE

PREMIER.

27

L U C IO .

Quel cadeau?
S IL V IA .

Tu verras!
LUCI O , avec un mouvement d’allégresse.

Et toi, tu verras toutes les belles choses que m’a
rapportées Cosimo : des étoffes, des parfums, des sca­
rabées, des armes.
C O S IM O .

Des amulettes contre tous les maux, des talismans
pour le bonheur. Sur le Djebel-el-Taïr, dans un cou­
vent copte, j ’ai trouvé le scarabée le plus riche de tous
en vertus. Un moine m’a dit la longue histoire d’un
cénobite qui, s’étant réfugié dans un hypogée au temps
des premières persécutions, y découvrit une momie
q u’il tira de son enveloppe balsamique et qu’il ranima.
Et la momie ressuscitée lui fit avec ses lèvres peintes
le récit de sa vie ancienne, qui avait été un tissu de
félicités. Finalement, comme le cénobite voulait la
convertir, elle préféra se recoucher dans ses baumes;
mais, auparavant, elle lui donna le scarabée préserva­
teur. Vous dire l’usage qu’en fit le solitaire et les
vicissitudes qui, à travers les siècles, amenèrent le
talisman aux mains du bon Copte, ce serait trop long.
Mais certainement il n’y en a pas dans toute l’Egypte
un autre qui ait de plus grandes vertus. Le voici. Je
vous l’offre; je l’offre à tous les deux.
Il présente l’amulette à Silvia qui d’abord la considère attentivement,
puis, avec un éclair dans les yeux, la donne à Lucio.
S IL V IA .

Comme il est bleu! Il est plus splendide qu’une tur­
quoise. Regarde.
C O S IM O .

Le Copte m’a dit : * Petit comme une gemme, grand

�LA G I O C O N D A .

•28

comme un destin!
mystique

» ( l ucio, d’un air égaré, roule la pierre

entre ses doigts qui tremblent un peu.)

Adieu ! Le

bonheur soit avec vous! Bonsoir.
S IL V IA .

En échange de l’amulette, prenez cette rose fraîche.
Vous la porterez à votre mère.
c o s imo.

Merci. A demain.
Nouveaux s aluts. Il sort.

SCÈNE IV
L U C I O sourit avec timidité, roulant encore l’amulette entre ses
doigts, tandis que S I L V I A met les roses dans une coupe. Au
milieu du silence, ils sentent l’un et l’autre palpiter leur cœur inquiet.
Le soleil couchant dore toute la pièce. Par l’embrasure des fenêtres,
on aperçoit le ciel pâli. San-Miniato resplendit sur la hauteur; l’air
est doux, d’une douceur égale.
LUCI O , qui regarde en l’air, aux écoutes, parlant bas.

Il y a une abeille dans cette pièce.
S IL V IA , levant le visage.

Une abeille?
L U C IO .

Oui. Tu ne l’entends pas?
Ils prêtent l'oreille au bourdonnement.
S IL V IA .

C’est vrai.
L U C IO .

Tu l’as apportée avec les roses, peut-être.
S IL V IA .

C’est Beata qui les a cueillies...

�ACTE

29

PREMIER.
L U C IO .

Tout à l’heure, je l’ai entendue rire en bas, dans le
j ardin.
S IL V IA .

Elle est si heureuse d’être rentrée à la maison !
L U C IO .

Vous avez bien fait de l’éloigner alors...
S IL V IA .

Elle est devenue plus belle et plus forte, à respirer
l’odeur des pins. Comme le printemps doit être bon,
aux Bouches de l’Arno! Ne voudrais-tu pas y aller
un peu?
LU C IO

Là-bas, au bord de la mer?... Cela te plairait?
L’un et l’autre ont la voix altérée par un léger tremblement.
S IL V IA .

Passer là-bas un printemps, ce fut toujours mon rêve.
L U C IO , suffoqué par l’émotion»

Ton rêve est le mien, Silvia !
L’amulette lui tombe des mains.
S IL V IA , qui se baisse vivement pour la ramasser.

Ah! tu as laissé tomber l’amulette! On dirait un
mauvais présage... Regarde : je la mets sur la tète de
Beata. « Petit comme une gemme, grand comme un
destin! »
Elle met l’amulette sur le bouquet de roses, délicatement.
L U C IO , tendant les mains vers elle comme pour implorer.

Silvia! Silvia!
S IL V IA , accourant.

Tu te sens mal? Tu deviens plus pâle... Ah! tu t’es
fatigué trop, aujourd’hui; tu es à bout de forces!
Assieds-toi, assieds-toi. Veux-tu boire une gorgée de
cet élixir? Tu défailles? Dis!
2.

�30

LA GIOCONDA.
L U C IO , lui prenant les mains avec un transport d’amour.

Non, non, Silvia; je ne me suis jamais trouvé aussi
bien... Toi, sieds-toi là, sur ce siège ; et moi, tombé enfin
à tes genoux, de toute mon âme, ah! je t’adorerai, je
t’adorerai! (Elle se laisse choir sur le divan, et il s’agenouille
devant elle. Bouleversée, tremblante, elle pose les mains sur les
lèvres de Lucio, comme pour l’empêcher de parler; et ainsi le

Enfin! C’était
comme un fleuve débordé qui venait de très loin,
comme un torrent de toutes les choses belles et de
toutes les choses bonnes que tu as versées sur ma
vie, depuis que tu m ’aimes ; et j ’en avais le cœur gonflé,
ah! si gonflé que, tout à l’heure, je chancelais sous le
poids, et je défaillais, et je mourais d’angoisse et de
douceur, parce que je n’osais pas dire...
souffle et les paroles glissent entre ses doigts.)

S IL V IA , le visage blanc, la voix éteinte.

Ne dis plus rien, ne dis plus rien!
L U C IO .

Écoute-moi, écoute-moi! Toutes les peines que tu as
souffertes, les blessures que tu as reçues sans un cri,
les larmes que tu cachais pour m ’épargner la honte et
le remords, les sourires dont tu voilais tes agonies,
ton infinie pitié pour mon erreur, ton courage invin­
cible devant la mort, ta lutte acharnée pour ma vie,
l’espérance que tu tenais toujours allumée à mon
chevet, tes veilles, tes soins, ton anxiété continuelle,
ton attente, ton silence, ta joie, tout ce qu’il y a en toi
de profond, tout ce qu’il y a en toi de doux et d’hé­
roïque, tout, je connais tout, je sais tout, chère, chère
âme! Et, si la violence a eu le pouvoir de briser un
joug, si le sang a eu le pouvoir de me racheter — oh!
laisse-moi dire! — je bénis le soir et l’heure où l’on
me rapporta mourant dans cette maison de ton mar­
tyre et de ta foi pour recevoir à nouveau de tes mains»

�ACTE

PREMIER.

31

de ces divines mains qui tremblent, le don de la
vie!
I l appuie sa bouche convulsée sur les paumes de Silvia; elle le regarde
à travers les pleurs qui lui mouillent les cils, transfigurée par cette
félicité imprévue.

S IL V IA , d’une voix éteinte et brisée.

Ne dis plus rien, ne dis plus rien! Mon cœur suc­
combe... Tu m’étouffes de joie... Je n’attendais de toi
qu’une parole, une seule, rien autre chose; et voilà que
tout d’un coup tu m’inondes d’amour, tu m’en remplis
toutes les veines, tu m’emportes au delà de mon espé­
rance, tu dépasses mon rêve, tu me donnes le bonheur
qui est au-dessus de toute attente... Ah! que parlais-tu
de mes peines ? Qu’est-ce que la douleur subie, et qu’estce que le silence, et qu’est-ce qu’une larme, et qu’est-ce
qu’un sourire, en comparaison de ce torrent qui me
transporte? Je sens que plus tard j ’aurai le regret de
n’avoir pas assez souffert pour toi, pour toi... Peut-être
n ’ai-je pas touché le fond de la douleur; mais je sais
bien qu’à présent j ’ai touché le sommet de la félicité.
(Elle caresse éperdument la tète de Lucio, qui s’est abandonné sur

Relève-toi, relève-toi! Viens plus près de
mon cœur, repose-toi sur moi, abandonne-toi à ma
tendresse, presse mes mains sur tes paupières, ne dis
rien, rêve, recueille les forces profondes de ta vie. Ah!
ce n’est pas moi seulement que tu devrais aimer, ce
n’est pas moi seulement; c’est aussi l’amour que j ’ai
pour toi : tu devrais aimer mon amour! Je ne suis pas
belle, je ne suis pas digne de tes yeux, je suis une
humble créature dans l ’ombre; mais mon amour est
admirable, il est très haut, très haut, il est seul, il est
sûr comme le jour, il est plus fort que la mort, il est
capable d’un prodige : tout ce que tu lui demanderas,
il te le donnera! Tu peux lui demander même ce
ses genoux).

�32

LA G I O C O N D A .

que l’on n’espéra jamais.

(Elle lui redresse la tête, l'attire sur

son cœur. Il garde les yeux mi-clos et les lèvres serrées, très pâle,

Relève-toi, relève-toi! Viens plus près de
mon cœur; repose-toi sur moi. Ne sens-tu pas que tu
peux t’abandonner? que rien au monde n’est plus sûr
que ma poitrine? que tu la trouveras toujours? Ah!
quelquefois, j ’ai rêvé qu’une telle certitude pourrait
t’enivrer aussi bien que la gloire... (comme il se tient le

enivré, exténué.)

visage levé devant elle, Silvia lui plonge ses deux mains dans les

Beau front puis­
sant! Ah! que tous les germes du printemps s’épa­
nouissent dans tes pensées nouvelles !

cheveux pour lui découvrir le front tout entier.)

Tremblante, elle y imprime scs lèvres. Lucio l’étreint dans ses bras.
Le crépuscule ressemble à une aurore.

�ACTE DEUXIÈME
La même pièce, à la même heure. — Par les fenêtres, on aperçoit
un ciel bas, nuageux et changeant.

SCÈNE PRE M IÈ R E
C O S IMO D A L B O

est assis près d’une table où il appuie le

coude, soutenant son front avec sa main, grave et pensif. —

LUCIO

SETTALA

est debout, agité, bouleversé; il se

promène de long en large, à pas incertains, ne résistant plus à
l’angoisse qui le tourmente.
L U C IO .

Oui, je veux te dire... Pourquoi devrais-je cacher
la vérité? A toi!... Une lettre m’a été remise; je l’ai
ouverte, je l’ai lue...
C O S IM O .

De la Gioconda?
L U C IO .

D’elle-même.
COSIMO.
Une lettre d’amour?
L U C IO .

Elle brûlait mes doigts.
C O S IM O .

Eh bien? (il hésite; sa
l ’aimes encore?

voix est altérée par l'ém otion.) Tu

�34

LA G I O G O N D A .
L U C IO , avec un sursaut de peur.

Non, non, non...
C O S IM O , le regardant au fond des yeux.

Tu ne l’aimes plus?
L U C IO , suppliant.

Oh! cesse de me torturer! Je souffre.
C O S IM O .

Mais qu’est-ce qui te trouble?
Une pause.
L U C IO .

Chaque jour, à une heure que je sais, elle m’attend
là-bas, au pied de la statue, seule.
Une seconde pause. Les deux hommes semblent considérer devant eux
quelque chose de vivant et de fort, une Volonté évoquée par ces
paroles brèves.
C O S IM O .

Elle t’attend! Où? Dans ton atelier? Comment y
pénètre-t-elle?
L U C IO .

Elle a une clef : celle d’alors.
C O SIM O.

Elle t’attend! Elle est donc persuadée que tu lui
appartiens, elle veut que tu lui appartiennes toujours.
L U C IO .

Tu l’as dit.
C O S IM O .

Et que vas-tu faire?
L U C IO .

Ce que je ferai?
Une pause.
C O S IM O .

Tu vibres comme une flamme.

�ACTE D E U X I È M E .

35

L U C IO .

Je souffre.
C O S IM O .

Tu brûles.
LUCI O , avec véhémence.

Non!
CO S IM O .

Écoute. Elle est terrible. On ne lutte contre elle que
de loin. Voilà pourquoi je voulais t’emmener, mettre
entre elle et toi la mer. Mais à la mer tu as préféré la
mort. Une autre — tu sais qui, et ton cœur se fend —
une autre put t’arracher à la mort. Désormais tu ne
dois vivre que pour celle-là.
L U C IO .

Tu as raison.
C O SIM O .

Il faut partir, fuir.
L U C IO .

Pour toujours?
C O S IM O .

Pour quelque temps.
L U C IO .

Elle m’attendra.
C O S IM O .

Tu seras plus fort.
L U C IO .

Mais son pouvoir aura grandi. Elle aura plus pro­
fondément imprégné d’elle-même le lieu qui m’est cher
à cause de l’œuvre que j ’y ai faite. De loin, elle m’appa­
raîtra comme la gardienne d’une statue où a passé le
plus vif éclair de mon âme.

�36

LA GIOCONDA.
C O S IM O .

Tu l’aimes!
L U C IO , désespéré.

Non, non, je ne l’aime pas! Mais réfléchis : elle sera
toujours la plus forte; elle sait ce qui me domine et ce
qui m’enchaîne; elle s’est armée d’une fascination à
laquelle je ne pourrai soustraire ma vie qu’en arra­
chant la vie de mon cœur. Faut-il donc essayer une
seconde fois?
C O S IM O .

Ah I tu délires.
L U C IO .

Le lieu où j ’ai rêvé, où j ’ai travaillé, où j ’ai pleuré
de joie, où j ’ai invoqué la gloire, où j ’ai vu la mort, ce
lieu est sa conquête. Elle sait que je ne pourrai m’en
tenir éloigné ni m ’en détacher, que la partie la plus pré­
cieuse de ma substance est là diffuse; et elle m ’attend,
sûre d’elle-mème.
C O S IM O .

Mais le droit qu’elle exerce est-il donc inviolable?
N’y a-t-il personne qui puisse lui interdire le seuil de
cette porte?
L U C IO , avec une émotion profonde.

La faire chasser?
C O SIM O .

Non; mais peut-être y a-t-il un moyen qui ne soit pas
si dur, et c’est le plus simple : lui réclamer cette clef,
qu'elle n’a aucun droit de conserver.
L U C IO .

Et qui la lui réclamerait?
C O S IM O .

L’un de nous; moi, si tu veux, respectueusement, au
nom de la nécessité.

�37

ACTE D E U X I È M E .
L U C IO .

Elle refusera : car elle te considérera comme un
intrus.
C O S IM O .

Toi-même, alors.
L U C IO .

Moi? Je me présenterais devant elle?
C O S IM O .

Non, tu lui écrirais.
Une pause.
L U C IO , avec un accent qui exprime l’impossibilité absolue.

Je ne peux pas. Et, au surplus, tout serait inutile!
C O S IM O .

Mais il y a encore un autre moyen : quitter cette
maison, l’évacuer, la vider entièrement, tout trans­
porter ailleurs. Tu éviteras ainsi la tristesse intolé­
rable du souvenir... Comment ne sens-tu pas que, si
ta vie est vraiment renouvelée, ce changement devient
nécessaire pour que la compagne que tu as retrouvée
puisse assister à ton travail? Souffrirais-tu qu’elle
s’assît là où l’autre s’est couchée? qu’elle eût sans
cesse dans les yeux la vision de la soirée horrible?
L U C IO , souriant, découragé, amer.

Eh bien, oui, tu as raison : nous changerons de sé­
jour, nous irons ailleurs, nous choisirons un beau lieu
solitaire, nous enlèverons la poussière sur les vieilles
choses, nous ouvrirons toutes les fenêtres, nous ferons
entrer l’air pur, nous aurons un tas de glaise, un bloc
de marbre, et nous élèverons un monument à la Liberté.
(il s’interrompt. Sa voix devient étrangement calme.) Et, un
matin, la Gioconda viendra frapper à la porte nou­
velle; je lui ouvrirai; elle entrera; je ne serai pas
surpris; je lui dirai : « Tu es la bienvenue... » (il ne
contient plus son amertume.) Ah ! il me semble que tu es un
3

�38

LA GIOC O ND A.

enfant! Pour toi, tout se réduit à une clef. Appelle
donc un serrurier, fais mettre une autre serrure; et
tu auras assuré mon salut!
C O S IM O , avec douceur et tristesse.

Ne t’irrite pas. J ’ai cru d’abord que tu avais seule­
ment à te débarrasser d’une importune. Je reconnais
maintenant que mon conseil était puéril.
L U G IO , implorant.

O mon ami, tâche de comprendre!
C O S IM O .

Je comprends; mais toi, tu nies.
LUCI O , s’abandonnant à un nouveau transport.

Non, je ne nie pas! Veux-tu donc que je te crie .
« Je l’aime! »... (Il s’égare; il regarde autour de lui avec effare­
ment. Il passe une main sur son front, comme un homme qui souffre.

On aurait dû me laisser mourir. Songe!
Si moi qui étais ivre de vie, si moi qui étais fréné­
tique de force et d’orgueil, si j ’ai eu, moi, la volonté de
mourir, il faut que j ’aie reconnu là une nécessité iné­
luctable. Comme je ne pouvais vivre ni avec elle ni
sans elle, je me suis décidé à m’en aller de ce monde.
Songe! Moi qui considérais le monde comme mon
jardin et qui avais toutes les avidités devant toutes
les beautés! Certes, il faut que j ’aie reconnu là une
nécessité inéluctable, un destin de fer. Ah! on aurait
dû me laisser mourir!
i l baisse la voix.)

C O S IM O .

Tu méconnais à cette heure la sainteté d’un miracle;
tu la méconnais cruellement.
L U C IO .

Non, je ne suis pas cruel. C’est par horreur des
cruautés où m’entraînait la violence du mal, c’est pour
ne pas fouler aux pieds une vertu qui me semblait plus

�ACTE

DEUXIÈME.

39

qu’humaine, c’est parce que je ne pouvais supporter
la douceur d ’une petite voix inconsciente qui inter­
rogeait, c’est pour m’interdire à moi-même de pires
choses, comprends-tu? c’est pour cela que j ’ai pris ma
résolution. Et, si je m’afflige aujourd’hui, c’est parce
j ’ai horreur de recommencer : je suis comme un déses­
péré qui aurait bu un narcotique, et qui se réveillerait
après un sommeil profond, et qui retrouverait à son
chevet la même désespérance.
C O S IM O .

La même! Et j ’ai encore dans les oreilles tes pre­
mières paroles : » Je ne sais plus rien, je ne me sou­
viens plus de rien, je ne veux plus me souvenir... » Tu
paraissais avoir oublié tout, dans ton aspiration vers
un autre bien. J ’ai encore dans les oreilles le son de ta
voix lorsque tu as appelé la mère de Beata, te levant tout
d’un coup, saisi d’impatience, en proie à une ardeur
qui ne souffrait aucun retardement. Je vois encore ton
regard sur elle, au moment où elle entrait, palpitante
comme une espérance Et ce soir-là, bien certainement,
tu as dû t’agenouiller devant elle, et elle a dû pleurer,
et vous avez dû tous les deux sentir la bonté de la vie.
L U C IO .

Oui, oui, ce fut comme cela, ce fut de l ’adoration!
Toute mon âme prosternée à ses pieds reconnut ce
qu’il y a en elle de divin, avec une ivresse d’humilité,
avec une ferveur de gratitude inexprimables. Ce fut un
ravissement. Tu m’as parlé d’une extase de la lumière :
eh bien, je l’éprouvai à cette minute-là! Toutes les
taches semblaient effacées, toutes les ombres détruites.
La vie prit une splendeur nouvelle. Je crus que j ’étais
sauvé pour toujours...
I l s'interrompt.
C O S IM O .

Mais ensuite?

�43

LA GIOCONDA.
L U C IO .

Ensuite, je m’aperçus qu’il y avait encore une autre
chose qu’il faudrait abolir en moi : cette force qui
afflue à mes doigts pour reproduire...
C O SI M 0 .

Que veux-tu dire?
L U C IO .

Je veux dire que je serais sauvé, peut-être, si j ’avais
aussi oublié mon art. Certains jours, là, sur ma
couche, en regardant mes mains affaiblies, il me sem­
blait incroyable que je pusse créer encore; il me sem­
blait que j ’avais perdu toute ma vertu première. Je
me sentais complètement étranger à ce monde de
formes où j ’avais vécu... avant de mourir... Je pensais ;
* Lucio Settala, le statuaire, est trépassé ». Et j ’ima­
ginais que je me faisais jardinier d’un petit jardin, (n
s’assied, plus calme, fermant à demi les paupières, avec un air de
lassitude, avec un sourire d’ironie à peine visible.) Tailler les
rosiers, les arroser, les débarrasser des chenilles, éga­
liser les buis avec les ciseaux, diriger le lierre sur les
petits murs, dans un jardinet incliné vers le lleuve de
l’Oubli; et ne plus éprouver aucun regret pour avoir
laissé sur l’autre rive un glorieux parc peuplé de lau­
riers, de cyprès, de myrtes, de marbres et de rêves...
Me vois-tu là, heureux, avec mes ciseaux luisants,
habillé de coutil ?
C O S IM O .

Non, je ne te vois pas.
L U C IO .

C’est dommage, mon cher.
C O S IM O .

Mais, qui t’interdit le grand parc? Tu y rentres par
l’allée des cyprès, et, sur le seuil, tu trouves ton génie
tutélaire.

�ACTE D E U X I È M E .

41

LU C IO , se levant d’un bond, comme un homme qui perd
continuellement la possession de lui-même.

Tutélaire! Ah! les belles phrases! En vérité, il me
semble que tu mets les mots l’un sur l’autre comme
on met une bande sur de la charpie, par crainte de
sentir la vie qui palpite. As-tu jamais posé le doigt sur
une artère à nu, sur un tendon lacéré?
C O S IM O .

Tu t’irrites à chaque instant, Lucio. Il y a en toi
quelque chose d’âcre et de convulsif, une sorte d’exas­
pération qui t’empêche d’être juste. Ta convalescence
n ’est pas encore achevée, tu n’es pas guéri encore. Un
heurt soudain est venu déranger l’œuvre douce que la
Nature accomplissait en toi. Tes forces, qui renaissaient,
se sont exaspérées. Si mon conseil avait quelque auto­
rité, je voudrais que tu t’en allasses maintenant aux
Bouches de l’Arno, comme tu en avais le projet. Là,
entre le bois et la mer, tu retrouverais un peu de
calme pour examiner quelle doit être ton attitude; et
tu y retrouverais aussi la bonté, qui te donnerait la
lumière.
L U C IO .

La bonté! la bonté! Ainsi, tu crois que la lumière
doit me venir de la bonté, et non pas de cet instinct
profond qui tourne et précipite mon esprit vers les
plus superbes apparitions de la vie? Je suis né, moi,
pour faire des statues. Moi, quand une forme substan­
tielle est sortie de mes mains avec l’empreinte de la
beauté, j ’ai rempli l’office que m’assigne la Nature. Je
suis dans ma loi, fussé-je au delà du Bien. N’est-ce
pas vrai, ce que je dis? Me l’accordes-tu?
C O S IM O .

Explique-toi.
L U C IO , d’une voix plus basse.

Le jeu de l’illusion m’a uni à une créature qui ne

�42

LA GIOC ON D A.

m’était pas destinée. C’est une âme d’un prix inesti­
mable, devant laquelle je me prosterne et j ’adore. Mais
je ne sculpte pas les âmes. Celle-là ne m’était pas des­
tinée... Quand l’autre m’apparut, je pensai à tous les
blocs de marbre contenus dans les carrières des mon­
tagnes lointaines, parce que j ’eus le désir de fixer en
chacun d’eux un de ses gestes.
C O S IM O .

Mais tu as déjà obéi au commandement de la Nature,
puisque tu as enfanté le chef-d’œuvre. Lorsque je vis
ta statue, je pensai qu’elle serait pour toi une libéra­
trice. Tu as perpétué dans un type idéal et incorrup­
tible un exemplaire périssable de l’espèce. N’es-tu pas
satisfait?
L U C IO , s’enflammant.

Ah! mille statues, et non pas une! Cette femme est
toujours diverse, comme un nuage qui, de seconde
en seconde, t’apparaît changé sans que tu voies qu’il
change. Chaque mouvement de son corps détruit
une harmonie et en crée une autre plus belle. Tu la
pries de s’arrêter, de se tenir immobile; et à travers
toute son immobilité passe un torrent de forces
obscures, comme les pensées passent dans les yeux.
Comprends-tu? Comprends-tu? La vie des yeux, c’est
le regard, cette chose indicible, plus expressive que
tout son et toute parole, infiniment profonde et toute­
fois instantanée comme l’éclair, plus rapide encore
que l’éclair, innombrable, omnipotente : en un mot,
l e r e g a r d . Eh bien, imagine-la, répandue sur tout son
corps, la vie du regard. Comprends-tu? Un battement
de paupières te transfigure un visage humain et t’ex­
prime une immensité de joie ou de douleur. Les cils
de la créature que tu aimes s’abaissent-ils? l’ombre
t’enserre comme une île un fleuve. Se relèvent-ils?
l’incendie de l’été embrase le monde. Un battement

�ACTE

DEUXIÈME.

43

encore, et ton âme se dissout comme une goutte d’eau;
encore un autre, et tu te crois le roi de l’univers. Im a­
gine ce mystère sur tout son corps! Imagine par tous
ses membres, depuis le front jusqu’au talon, cette suc­
cessive apparition de vies fulgurantes! Est-ce que tu
pourrais, toi, sculpter le regard? Les Anciens aveu­
glaient les statues. Eh bien — imagine! — tout son
corps est comme le regard. (Une pause. Il observe autour de
lui avec défiance, par crainte d’être entendu. Il se rapproche encore

Je te l'ai dit :
mille statues, et non pas une! Sa beauté vit dans tous
les marbres. Cela, je l’ai senti avec une anxiété faite
de regret et de ferveur, un jour, à Carrare, tandis
qu’elle était à mes côtés et que nous regardions des­
cendre de la montagne ces grands bœufs accouplés
qui traînent les chariots chargés de marbres. Pour
moi, un aspect de sa perfection était renfermé dans
chacune de ces masses informes. Il me semblait que
de cette femme partaient vers la pierre brute mille
étincelles animatrices, comme d’une torche secouée...
Nous devions choisir un bloc. Je me souviens; la
journée était sereine. Les marbres déchargés resplen­
dissaient au soleil comme les neiges éternelles. De
temps à autre, nous entendions la sourde explosion
des mines qui déchiraient les entrailles du mont taci­
turne. Jamais je n’oublierai cette heure, quand même
je mourrais une seconde fois... Elle s’avança parmi la
blancheur des cubes rassemblés, s’arrêtant devant
chacun d’eux tour à tour. Elle se penchait, examinait
le grain avec attention, paraissait explorer les veines
intérieures, hésitait, souriait, passait outre. Pour mes
yeux, ses vêtements ne la couvraient pas. Une sorte
d’affinité divine existait entre sa chair et ce marbre
qu’en se penchant elle effleurait de son haleine. Vers
elle montait de toute cette blancheur inerte une con­

de Cosimo, qui l’écoute avec une émotion croissante.)

�44

LA GIOC ON D A.

fcuse aspiration. Le vent, le soleil, la majesté des mon­
n
o
tagnes, les longues files des bœufs accouplés, et la
courbe antique des jougs, et le bruit des chariots, et la
nue qui s’élevait de la mer Tyrrhénienne, et le vol d’un
aigle au plus haut du ciel, toutes les apparences ravis­
saient mon esprit dans une poésie sans limites, l ’eni­
vraient d’un rêve qui n’eut jamais son égal en moi...
Ah! Cosimo, Cosimo, j ’ai eu le courage de rejeter une
vie sur laquelle brille la gloire d’un tel souvenir!
Lorsqu’elle étendit sa main vers le marbre qu’elle
avait choisi et se retourna pour me dire : « Celui-ci »,
toute l ’Alpe, depuis la racine jusqu’aux cimes, aspira
Vers la beauté. (Une ferveur extraordinaire échauffe sa voix et
avive son geste. L'ami qui écoute en est séduit, et il le laisse voir.)

Ah! tu comprends, maintenant! Tu ne me demanderas
plus si je suis satisfait. Maintenant, tu sais combien
doit être furieuse mon impatience, lorsque je songe
qu’à cette heure elle est là-bas, seule au pied de la
Sphinge, et qu’elle m’attend. Songe donc : sa statue
est dressée au-dessus d’elle, immobile, immuable,
exempte de toute misère; et elle-même est là, anxieuse,
et sa vie s’écoule, et à chaque seconde quelque chose
d'elle périt dans le temps. Le retard, c’est la mort...
Mais tu ne sais pas, tu ne sais pas...
Son accent est celui d'un homme qui confíe un secret.
C O S IM O .

Quoi?
L U C IO .

Tu ne sais pas que j ’avais déjà commencé une autre
statue...
C O S IM O .

Une autre?
L U C IO .

Oui, une statue non finie et qui était ébauchée seule­
ment dans la glaise. La glaise se dessèche, tout se perd.

�ACTE D E U X I È M E .

45

C O S I MO.

Eh bien?
L U C IO .

Je la croyais perdue. (Un sourire brille malgré lui dans ses
yeux. Sa voix tremble.) Mais non, elle n’est pas perdue :
elle est encore vivante! La dernière touche de mon
pouce est là, toujours vivant!
Il fait instinctivement le geste de modeler.
C O S IM O .

Et comment?
L U C IO .

Elle connaît les pratiques de l’art, elle sait ce que l’on
doit faire pour que la glaise reste molle. Autrefois,
elle m’aidait : c’était elle qui mouillait les linges...
C O S IM O .

Ainsi, pendant que tu mourais, elle 'pensait à tenir
la glaise humide!
L U C IO .

Mais cela, n’était-ce pas aussi une façon de combattre
la mort? N’était-ce pas aussi un acte de foi, un admi­
rable acte de foi? Elle conservait mon œuvre...
C O S IM O .

Tandis que l’autre conservait ta vie.
L U C IO , s’assombrissant, la tête basse, les yeux détournés de son
ami, avec une voix presque dure.

Laquelle de ces deux choses est la plus précieuse?
La vie m’est intolérable, si on me l’a rendue grevée
d’une prohibition. Je te l’ai dit : il fallait me laisser
mourir. Quel renoncement peut égaler celui que j ’avais
accompli? La mort seule était capable d’arrêter l’élan
du désir qui, fatalement, conduit mon être vers son
bien. Or, à présent que je revis, je retrouve en moi le
même homme, la même force. Qui me condamnera, si
je poursuis ma destinée?
3.

�46

LA GIOC ON DA.

C O S IM O , effrayé, la saisissant par les bras comme pour le retenir.

Que feras-tu donc? As-tu déjà pris une résolution?
Frappé de l'effroi soudain qu’expriment la voix et le geste de son ami,
Lucio s’égare, chancelle.
L U C IO , enfonçant dans ses cheveux ses mains fébriles.

Ce que je ferai? Ce que je ferai?... Connais-tu un sup­
plice plus cruel que le mien? J ’ai le vertige, com­
prends-tu? Quand je songe qu’elle est là-bas, et qu’elle
m’attend, et que les heures passent, et que ma force
se perd, et que mon ardeur se consume, le vertige me
saisit l’âme et j ’ai peur d’être entraîné, ce soir peutêtre, demain peut-être. Le vertige, sais-tu ce que c’est?
Ah! si je pouvais rouvrir cette blessure que l’on m’a
fermée !
C O S IM O , cherchant à l’attirer vers la fenêtre.

Calme-toi, calme-toi, Lucio! Ne dis plus rien. Il me
semble que j ’ai entendu la voix...
L U C IO , tressaillant.

De Silvia?
Son visage se couvre d'une pâleur mortelle.
C O S IM O .

Oui. Calme-toi! Tu as la fièvre.
Il lui touche le front. Lucio s’appuie à la barre de la fenêtre, comme si
les forces lui manquaient.

SCÈNE II
Entrent

SILVIA

DONI,

SETTALA

avec

FRANCESCA

qui entoure de son bras la taille de sa sœur.
S IL V IA .

Ah! vous êtes encore ici, Dalbo?
Elle no voit pas le visage de Lucio qui est tourné vers le dehors.
C O S IM O , se remettant et saluant Francesca.

Lucio m’a retenu...

�ACTE D E U X I È M E .

47

S IL V IA .

Il avait beaucoup de choses à vous dire?
C O S IM 0 .

Toujours il a beaucoup de choses à dire ; trop, peutêtre. Et il se fatigue.
S IL V IA .

Vous a-t-il dit que nous irons samedi aux Bouches
de l’Arno?
C O S IM O .

Oui, je le sais.
FRANCESCA.

Vous n’êtes jamais allé aux Bouches de l’Arno?
C O S IM O .

Non, jamais. Je connais la campagne pisane, SanRossore, le Gombo, San-Pietro-in-Grado; mais je n’ai
jamais poussé jusqu’à l’embouchure. Je sais que la
plage est très belle.
Silvia regarde fixement Lucio qui reste abandonné sur la barre de la
fenêtre, immobile.
FRANCESCA.

Délicieuse en cette saison : une plage ouverte, basse,
toute en sable fin; la mer, le fleuve, le bois; l ’odeur
des algues, l’odeur de la résine; les goélands, les ros­
signols... Il faudra que vous fassiez à Lucio de fré­
quentes visites, pendant qu’il y sera.
C O S IM O .

Certainement.
S IL V IA .

Nous pourrons vous offrir l’hospitalité.
Elle se détache de sa sœur et, de son pas léger, se dirige vers son
mari.
F R A N C E SC A .

Notre mère y possède une maison très modeste,
mais grande : une maison blanche au dedans et au

�48

LA G I O C O N D A .

dehors, parmi un fourré de tamaris et de lauriers
roses; et il s’y trouve une vieille épinette de l’Empire
qui appartenait — devinez à qui! — à une sœur de
Napoléon, à la duchesse de Lucques, à cette terrible
et ossue Elisa Baciocchi : une épinette qui parfois se
réveille et qui pleure sous les doigts de Silvia. Et, si le
souvenir napoléonien manque de séduction pour vous,
il y aussi une barque, une belle barque, blanche
comme la maison.
Silvia s’est arrêtée derrière Lucio, silencieuse, comme en suspens. Lucio
reste absorbé.
C O S IM O .

Vivre dans une barque, sur l’eau, à l’aventure : il
n’est rien qui repose davantage. Pendant des semaines
et des semaines j ’ai vécu de cette manière.
FR A N C E SC A .

Il faut mettre notre convalescent dans une barque et
le confier à la mer, si bonne.
S IL V IA , effleurant d’un geste l’épaule de son mari.

Lucio! ( il sursaute et se retourne.) Que fais-tu?
sommes ici. Francesca est avec nous.

NOUS

Il regarde sa femme au visage, incertain ; puis, il essaie de sourire.
L U C IO .

Il va tomber une averse. J ’attendais les premières
gouttes : l’odeur de la terre...
Il s’incline encore uno fois vers la fenêtre et allonge au dehors sa main
ouverte, qui tremble visiblement.
FRAN CESCA.

Avril pleure et rit tour à tour.
L U C IO .

Ah! Francesca, comment allez-vous?
FRANCESCA.

Bien. Et vous, Lucio?

�ACTE D E U X I È M E .

49

L U C IO .

Bien, bien.
F R A N C E SC A .

Alors, c’est convenu : nous partirons samedi?
L U C IO , regardant sa femme, distrait.

Pour quel endroit?
F R A N C E SC A .

Comment! Mais pour les Bouches de l’Arno.
L U C IO .

Ah! oui; c’est vrai... J ’ai la tête vide.
S IL V IA .

Tu ne te sens pas bien, aujourd’hui?
L U C IO .

Si, si, je me sens bien. Le temps m’attriste un peu,
mais je me sens bien, très bien. (Dans le ton avec lequel il
prononce ces simples paroles, Lucio met un excès de dissimulation
qui les rend étranges comme celles d’un fou. Il est manifeste que
l ’attention des trois personnes présentes lui est devenue intolérable.)

Tu t’en vas, Cosimo?
C O S IM O .

Oui, je m’en vais. Il est temps.
Il s’apprête à sortir.
L U C IO .

Je t’accompagne jusqu’à la grille.
Il quitte la fenêtre et se hâte vers la porte.
S IL V IA .

Tu sors nu-tête?
L U C IO .

Oui, j ’ai chaud. Tu ne trouves pas que l’air est
lourd ?
Il s’arrête sur le seuil pour attendre son ami. Une peine aiguë traverse
brusquement les cœurs, fait que les lèvres deviennent muettes.

�LA G I O C O N D A .

50

COS1M O.

Au revoir.
Il salue, troublé; il sort avec Lucio. Silvia baisse la tête et fronce les
sourcils, comme lorsqu’on délibère pour prendre une résolution. Puis,
un flot subit d’énergie ranime son courage.
FR A N C E S C A .

Tu as vu Gaddi?
S IL V IA .

Pas encore. Il n’est pas venu ce matin.
FR A N C E S C A .

Par conséquent, tu ne sais pas...
S IL V IA .

Quoi?
F R A N C E SC A .

Ce qu’il a fait.
S IL V IA .

Non.
F R A N C E SC A .

Il est allé chez la Dianti.
S IL V IA , avec une émotion contenue.

Chez elle! Quand?
FRANCESCA.

Hier.
S IL V IA .

Et tu l’as vu, toi?
FRA N CESCA .

Oui ; je l’ai rencontré. Il m’a dit...
S IL V IA .

Parle donc!
FRAN CESCA.

Il est allé chez elle, hier, vers trois heures. Il s’est
fait annoncer. Elle l’a reçu tout de suite. Elle avait

�ACTE D E U X I È M E .

51

la figure souriante; elle s’est inclinée, n’a pas dit une
parole, est restée debout en attendant que le vieillard
parlât; elle l’a écouté avec respect, tranquille. Tu ima­
gines ce qu’il a pu dire pour la persuader de rendre
la clef, de renoncer à toute nouvelle tentative, de ne
plus vouloir troubler une paix rachetée au prix du
sang et par tant de douleur ! Lorsqu'il eut fini, elle ne
lui posa que cette question : « Est-ce Lucio Settala qui
vous a envoyé? » Puis, sur la réponse négative de
Gaddi, elle ajouta, d’un ton résolu : « Veuillez me par­
donner; mais je ne puis reconnaître qu’à lui seul le
droit de réclamer ce que vous me réclamez ».
S IL V IA , pâlissant et se dressant comme pour affronter la lutte.

Ah! c’est son dernier mot, cela? Eh bien, il existe
une autre personne qui a un droit égal et qui le fera
valoir. Nous verrons.
F R A N C E SC A .

Que penses-tu faire, Silvia?
S IL V IA .

Ce q u’il faut faire.
FRAN CESCA.

Mais quoi?
S IL V IA .

La voir, lui tenir tête dans ce lieu même où elle est
une intruse. Entends-tu?
F R A N C E SC A .

Oh! Tu veux aller là!
S IL V IA .

Oui, je veux aller là! Je connais son heure. Tu la
connais aussi. Je l’attendrai. Elle viendra. Nous nous
regarderons enfin au visage.
FR A N C E SC A .

Mais non, tu ne feras pas ce que tu dis l

�LA GIO CO NDA .

52

S IL V IA .

Comment, non? Crois-tu que le courage me manque?
F RA N C ESC A .

Je t’en prie, Silvia !
S IL V IA .

Crois-tu que je tremble?
F R A N C E SC A .

Je t’en supplie!
S IL V IA .

Oh! tu peux être sûre que je ne baisserai pas les
yeux, que je n’aurai pas de défaillance. Tu devrais me
connaître, maintenant : j ’ai plus d’une fois été mise à
l’épreuve.
FR A N C E SC A .

Je sais, je sais. Rien ne t’épouvante. Mais songe
donc! Te retrouver là-bas après si longtemps, dans le
lieu même où advint l’horrible chose, là-bas, seule en
face de cette femme qui t’a fait tant de mal...
S IL V IA .

Eh bien, qu’importe? Ai-je une seule fois — une
seule! — évité d’accomplir ce qui me paraissait néces­
saire? Dis, m’as-tu jamais vue refuser un fardeau? A
quelle torture me suis-je soustraite? Il y a de bien
autres peines que j ’ai regardées en face, et tu le sais.
Tu crains que je n’aie pas le cœur de mettre le pied là
où est tombé Lucio. Mais j ’ai eu le cœur de le regar­
der lui-même par la fente de la porte, étendu sur
son lit de mort; et personne n’était derrière moi pour
■me soutenir; et, avant qu’il me fût permis de venir à
son chevet, c’est par mes mains qu’ont passé les fers
•du chirurgien et les bandages maculés de sang.
FR A N C E SC A .

Oui, oui, c’est vrai; ta force est grande. Rien ne

�ACTE D E U X I È M E .

53

t’épouvante. Mais songe : ce n’est pas la même chose...
Ce n’est pas la même chose, de te trouver là, tout à
coup, vis-à-vis d’une femme que tu ne connais point,
capable de tout comme celle-ci, obstinée, impudente...
S IL V IA .

Je n’ai pas peur d’elle. Ce qu’elle fait est bas. C’est
parce qu’elle me croit soumise et faible qu’elle montre
une pareille audace; et c’est parce que j ’ai si longtemps
gardé le silence et vécu à l’écart qu’elle se croit
capable de me vaincre encore une fois. Mais elle
s’abuse. Alors mon bien était perdu : toute défense
était inutile. Maintenant, je l’ai recouvré : je veux le
défendre.
F R A N C E SC A .

Mon Dieu ! Tu t’engages dans une lutte corps à corps.
Et si elle résiste?
S IL V IA .

Si elle résiste? Mais comment?... J ’ai mon droit. Je
saurai la chasser.
FRA N CESCA .

Silvia, Silvia,ma sœur,je t’en supplie! Tarde encore
un peu, réfléchis encore un peu, avant de faire cela! Ne
précipite rien!
S IL V IA .

Ah! tu en parles à ton aise, toi qui es heureuse, toi
qui es en sûreté, toi qui as la vie sereine et dont rien
ne menace la paix. Attendre, réfléchir! Mais sais-tu à
quelle extrémité je me vois réduite, aujourd’hui? Saistu ce que je défends, dans cette lutte? C’est ma tête et
celle de Beata, c’est notre existence, la lumière de nos
yeux. Comprends-tu? On ne recommence pas un sup­
plice où déjà tous les nerfs ont été déchirés, où déjà
ont été souffertes toutes les tortures. J ’ai donné à la
douleur tout ce que je pouvais lui donner; j ’ai senti la

�54

LA GIOCONDA.

dureté du fer sur ma nuque et à mes poignets; quand
venait la fin de ma journée, mon sommeil était envahi
par l’horreur de la journée suivante où il faudrait vivre
encore et, pour vivre, continuer à épreindre un cœur
qui semblait épuisé. Ah! tu en parles à ton aise, toi!
Lorsque tu souris dans ta maison, ton propre sourire
te revient en rayons innombrables, comme si tu vivais
dans le cristal. Pour moi, le sourire était une peine de
plus; sous mon sourire, mes dents se serraient; mais
Beata ne m’a pas vue répandre une larme. Afin de
maintenir la promesse qui est signifiée par son nom,
tandis qu’il n’y avait pas en moi une fibre qui ne se
tordît, mes mains tendues vers elle avaient toujours
une fleur... Non, je ne saurais plus recommencer. J ’ai­
merais mieux m’en aller à mon tour, chercher là-bas
un coin de plage déserte et m’y coucher avec Beata
pour que la mer nous prît ensemble.
F R A N C E S C A , jetant les bras au cou de sa sœur et lui baisant le
visage.

Que dis-tu? Que dis-tu? Mais tu n’as plus rien à
craindre. Ne t’aime-t-il pas? N’as-tu pas retrouvé tout
son amour? C’est la seule chose qui compte, et le reste
n’est rien.
Silvia ferme les yeux quelques instants, et l’illusion éclaire son visage.
S IL V IA .

Oui, oui, j ’ai retrouvé son amour.... à ce qu’il
semble .. Comment pourrais-je douter de cette voix?
Quand je ne suis pas là, il me cherche, m'appelle; il a
besoin de ma présence; on dirait que je dois être son
guide. (Elle s’agite, se dégage des bras de sa sœur; elle est
ressaisie par l’angoisse.) Mais aujourd’hui... Tu l’as V U ? Tu
l’as regardé?... Il n’est plus aujourd’hui ce qu’il était
hier; il est différent... Un changement brusque... L’astu regardé pendant qu’il était à cette fenêtre, penché
sur l’appui? As-tu entendu l’accent de ses paroles? As-

�ACTE D E U X I È M E .

55

tu vu comme son bras tremblait, lorsqu’il a étendu la
main dehors? Ah! toi aussi, avoue-le, tu as senti qu’il
se passe quelque chose, que quelque chose le boule­
verse.
F R A N C E SC A .

Il est encore convalescent. Réfléchis : un rien peut le
troubler, l’air, la température...
S IL V IA .

Non, non; ce n’est pas cela. Tu n’as donc pas vu?
Cosimo Dalbo paraissait, lui aussi, faire un effort pour
dissimuler une ombre... Mes yeux ne me trompent pas.
F RA N C ESC A .

Mais non, je n’ai pas remarqué. Pourtant, nous avons
causé ensemble.
S IL V IA , de plus en plus agitée.

Lucio est descendu pour le reconduire, et il n’est
pas remonté encore... Serait-il rentré par l’autre
porte? (Elle s’approche de la fenêtre, épie entre les rideaux.)
Non, il est toujours là, près de la grille; et il parle, il
parle... Il a l’air d’être hors de lui... (Elle lève les yeux vers
les nuages.) L’averse va tomber.
Elle épie de nouveau, très attentive.
F R A N C E SC A .

Appelle-le !
S IL V IA , se retournant, comme harcelée par une pensée terrible.

C’est cela, sans aucun doute! C’est cela, sans aucun
doute!
FR A N C E SC A .

Que veux-tu dire?
S IL V IA , s’arrêtant, résolue, mais très pâle, d’une voix nette.

Lucio sait que cette femme l’attend.
FRANCESCA.

Il le sait? Comment l’aurait-il appris?

�56

LA GIOCONDA.
S IL V IA .

C’est cela! C’est cela!
F RA N C ESC A .

Tu le supposes.
S IL V IA .

Je le sens, j ’en suis certaine.
F R A N C E SC A .

Mais comment le saurait-il?
S IL V IA .

Cela devait arriver, cela était inévitable : un jour ou
l ’autre, elle devait trouver le moyen. Quel moyen?
Une lettre, sans doute... La lettre qu’il a reçue...
F R A N C E SC A .

Tu ne veilles donc pas?...
S IL V IA , avec un geste dédaigneux.

Quoi! L’espionner aussi?
F RA N C ESC A .

Mais il est possible que tu te trompes.
S IL V IA .

Non, je ne me trompe pas. Elle lui a écrit après la
visite du vieillard. Désormais, tout retard est impos­
sible, même d’un jour, même d’une heure. Tu com­
prends le danger. Fût-il revenu à moi de toute son
âme, se fût-il détaché d’elle entièrement, se fût-il tourné
vers une autre vie et vers un autre bien, ne sens-tu
pas quelle peut encore être la fascination d’une femme
qui lui dit, obstinée et sûre d’elle-même : « Je suis là,
j’attends »? Savoir qu’elle est là, que pas un seul jour
elle ne manque de l’attendre, que rien ne peut lui ôter
sa confiance... Conçois-tu le danger? Si Lucio a été
informé ce matin qu’elle l’attend, il faut qu’il sache ce
soir, et de ma propre bouche, qu’elle ne l’attend plus.

�ACTE D E U X IÈ M E .

57

(Une indomptable énergie rend toute sa personne plus forte et plus

Cela, il le saura ce soir; je le lui promets. (Elle
Veux-tu
m’accompagner?

haute.)

tend la main vers la fenêtre avec le geste du serment.)

F R A N C E SC A , effarée, suppliante.

Silvia, Silvia, réfléchis encore une minute! Pense à
ce que tu vas faire!
S IL V IA .

Je ne te demande pas de m ’aider. Je te demande
seulement de m’accompagner jusqu’à la porte. Pour
le reste, je suffis, moi seule; et même il est nécessaire
que je reste seule. Veux-tu? Quelle heure est-il?
Elle se retourne pour voir l ’heure; elle s’approche de la table.
FR A N C E SC A , la retenant.

Je t’en supplie! Consens à m’écouter, Silvia! Mon
cœur me dit que nul bien ne peut résulter de ce que
tu veux faire. Consens à écouter ta sœur! Je t’en sup­
plie!
S IL V IA , avec un geste d’impatience.

Mais tu n’as donc pas compris encore la partie que
je joue en ce moment? Laisse-moi. Je pars seule. (Elle
se penche sur la table, regarde l’heure.) Il est quatre heures.
Je n’ai pas une minute à perdre. Est-ce que tu as une
voiture en bas?
Tout à coup, la pluie crépite sur les arbres du jardin.
FR A N C E SC A .

N’entends tu pas l’eau qui tombe à torrents? Ne t’en
va pas! Remets à demain! Viens, écoute! (Elle cherche à
l’attirer.) Attends au moins que la pluie cesse!
S IL V IA .

Je n’ai pas une minute à perdre. Il faut que j ’arrive
avant cette femme ; il faut qu’elle me trouve là comme

�LA GIOCONDA.

58

dans ma maison. Comprends-tu? Laisse-moi. Vite
mon chapeau, mon manteau, mes gants... Giovanna!
Elle passe dans la pièce voisine en appelant sa femme de chambre.
Francesca, saisie de terreur, se dirige vers la fenêtre où la pluie
crépite.
F R A N C E SC A .

Mon Dieu! Mon Dieu!
appelle.) Lucio! Lucio!

(Elle regarde dans le jardin; elle

Elle revient vers la porte par où sa sœur a disparu.
S IL V IA , reparaissant, haletante.

Me voici prête. J ’ai laissé de l’autre côté Beata qui
pleure. Elle voulait sortir avec moi. Reste, je t’en prie;
va la consoler. Je pars seule. Je prends ta voiture. Au
revoir.
Elle fait un mouvement pour donner un baiser à sa sœur.
F RA N C ESC A .

Alors, tu t’en vas? C’est décidé?
S IL V IA .

Je pars.
F R A N C E SC A .

Je t’accompagne.
S IL V IA .

Allons,

(involontairement, elle s’arrête et promène les yeux
autour d’elle, comme pour embrasser d’un regard toutes les choses
qu’elle aime. Les rideaux palpitent, la pluie crépite. Elle aspire la
senteur humide qui entre par les fenêtres. Pendant une seconde
seulement, l’arc tendu de sa volonté se relâche.)

L’odeur de la

terre...
Elle tressaille en voyant tout à coup, sur le seuil qu’elle va franchir,
apparaître Lucio tremblant de fièvre, nu-tête, les cheveux et les
vêtements trempés de pluie. I ls se regardent. Un intervalle de silence
très lourd.
L U C IO , d’une voix brisée.

Tu sors?
S IL V IA .

Oui, je sors.

�59

ACTE D E U X I È M E .
L U C IO .

Comme tu as pâle! (Silvia se
Où vas-tu? Le ciel s’est ouvert.

passe une main sur la joue.)

Il touche ses cheveux ruisselants.
S IL V IA .

Il faut que je sorte. Je ne tarderai pas à rentrer
Beata est dans la chambre voisine; elle pleure parce
qu’elle voulait venir avec moi. Va la consoler; dis-lui
que je lui rapporterai peut-être quelque chose de beau.
D'un geste brusque, Lucio lui saisit les mains et la regarde fixement
dans les yeux.
S IL V IA , maîtresse de sa force, avec une voix claire et ferme.

Qu’est-Ce que tu as, Lucio?

(Il baisse les paupières. Elle

délivre ses mains en les secouant fort, comme pour prendre congé.
La trempe de sa volonté vibre dans sa voix résolue.)

Au revoir!

Partons, Francesca. Il est temps.
Elle sort d’un pas rapide, suivie de sa sœur. Lucio demeure la tête
courbée, chancelant sous le poids d’une pensée qui l’atterre.

�ACTE TROISIÈME
Une salle haute et spacieuse, éclairée par un vitrage, couverte de
tapisseries sombres. Dans le mur du fond est une baie rectangulaire,
beaucoup plus large qu’une porte, et qui mène à l’atelier du sculpteur.
Sur l’architrave sont fixés quelques fragments de la frise des Panathé­
nées; contre les deux montants se dressent deux grandes figures ailées,
« vêtues de vent » : la Victoire de Samothrace et celle que sculpta
Pæonios pour le temple dorique d’Olympie consacré à Zeus. La baie
est fermée par un rideau rouge.
Dans le mur de droite, il y a une porte cachée par une portière lourde
et riche; dans celui de gauche, il y a un passage dérobé, que la
tapisserie dissimule. De larges divans, garnis d’étoffes et de coussins,
font le tour de la pièce. Les figures sont disposées avec art pour favo­
riser la méditation et le rêve : une botte d’épis, dans un vase de cuivre,
est placée devant le bas-relief éleusinien de Dêmêtêr; un petit Pégase
de bronze, sur une stèle de vert antique, est placé devant la Méduse
ludovisienne.
Le sentiment exprimé par l’aspect de ce lieu est très différent de celui
qui rend si douce la pièce de l’autre maison, en face de la colline mys­
tique. Ici, le choix et les analogies de toutes les formes révèlent l’aspi­
ration vers une vie charnelle, victorieuse et créatrice. Les deux Messa­
gères divines semblent agiter et amplifier sans cesse l’air enclos de la
salle par la fougue de leur vol immense.

SCÈNE P R E M IÈ R E
S I L V I A est au milieu de la salle, debout, déjà débarrassée de
son chapeau, de son manteau, de ses gants. Elle cherche à recon­
naître les choses, à se les rendre de nouveau familières, à se remettre
en communion avec elles, à ne plus se sentir étrangère en ce lieu.
Mais,

sous les yeux de sa

sœur, elle

maîtrise son anxiété.

F R A N C E S C A s’est assise, parce que ses genoux tremblent et
que son cœur bat trop fort.
S IL V IA , regardant autour d’elle.

C’est étrange : elle paraît plus grande...

�ACTE T R O I S I È M E .

61

F R AN CESCA .

Quoi?
S IL V IA .

La salle. Elle paraît n’être plus la même.
Elle regarde autour d’elle, avec l’aspect d’une personne qui respirera:';
un air inaccoutumé. Un intervalle de silence.
FR A N C E SC A , vigilante.

As-tu fermé la porte?
S IL V IA .

Oui, je l’ai fermée.
FR A N C E SC A .

Nous entendrons ouvrir...
S IL V IA .

Tu as peur? Ce n’est pas l’heure encore. Dans une
minute tu t’en iras.
F R A N C E SC A .

Où?
S IL V IA .

Veux-tu m’attendre dehors, dans la voiture?
F R A N C E SC A .

Non, c’est impossible. Je voudrais demeurer ici, être
plus près... Si je pouvais me cacher!
S IL V IA .

Te cacher? Ici? Non. Il faut que je sois seule.
FRAN CESCA.

Aie pitié de moi! Je mourrais d’angoisse.
S IL V IA .

Écoute. Il doit y avoir là une sortie secrète. (Guidée
par le souvenir, elle se dirige vers le passage dérobé; elle cherche,

Tu vois? Ce
passage mène à la chambre des modèles, puis à un
corridor. Dans le fond du corridor, il y a une porte
qui donne sur le Mugnone. Veux-tu sortir par là?
4

elle trouve, elle ouvre. Un flot de lumière l’inonde.)

�62

LA GIOGONDA.
F RA N C ESC A .

Oui; mais, pour attendre, permets que je reste dans
la chambre ou dans le corridor... J ’attendrai que tu
m’appelles.
S IL V IA .

Tu attendras que je t’appelle? Bien sûr?
F R A N C E SC A .

Oui, je te le promets.
SILV IA .

N’aie pas peur. Tu vois? Le soleil frappe sur le
vitrage.
Elles regardent l’une et l’autre par le passage entr’ouvert. La clarté
intérieure illumine leurs visages. Une raie de lumière s’allonge sur le
parquet.
F RA N C ESC A .

La pluie a cessé. Regarde toutes ces primevères sur
la berge!
SILV IA .

Va m’attendre sur la berge, à l’air libre. Va !
FR A N C E SC A .

Oh! un pauvre cheval malade, les jambes dans l’eau!
Tu vois? Et les hirondelles volent à ras de terre... Je
pense à une chose...
Elle tressaille et se retourne brusquement, pour épier
les plis immobiles de la portière.
S IL V IA .

Qu’est-ce que tu as?
FR A N C E SC A .

Il me semblait que j ’avais entendu...
Toutes deux prêtent l’oreille.
S IL V IA .

Non, tu te trompes. Il est encore trop tôt. Et puis,
la porte de l’escalier fait beaucoup de bruit quand elle

�ACTE T R O ISIÈM E .

63

se referme... Tu n’as pas remarqué, tout à l’heure?
Les murs tremblaient.
F R A N C E S C A , suppliante.

Silvia!
S IL V IA .

Qu’est-ce que tu as, maintenant?
F RA N C ESC A .

Écoute-moi! Il est temps encore. Allons-nous-en,
allons-nous-en, au moins pour aujourd’hui. Fais au
moins une expérience. Elle saura que tu es venue :
nous reparlerons au gardien. Tu devrais aussi laisser
quelque indice, oublier un gant, par exemple... Elle
comprendra, ne reviendra plus.
S IL V IA .

Et tu crois qu’un gant suffirait? Ah! comme tout est
facile pour ton coeur! (De nouveau elle regarde autour d’elle,
avec un secret désespoir.) Il ne reste plus rien de moi, ici.
(Francesca se tient près du passage entr’ouvert, et sa personne est
éclairée à moitié par le vif reflet. Silvia fait quelques pas dans la
salle. Un intervalle de silence.) Tout paraît plus grand, plus

haut, plus obscur...
F RA N C ESC A .

C’est l’ombre qui te fait illusion. Il y a peu de
lumière. Il faut tirer le rideau du vitrage.
S IL V IA .

Non, c’est mieux ainsi.

(Elle continue à, regarder de tous

les côtés, comme si elle cherchait une trace.) Dis-moi... (L ’émo­
tion lui coupe la parole.) Ce soir-là, on vint t’appeler et tu

accourus. Tu étais ici dès le premier moment... (Elle
Où cela s’est-il passé? Te rappelles-tu l’endroit?

hésite.)

F RA N C ESC A .

Ce fut de l’autre côté, dans l’atelier, sous la statue...
Non, non, n’y va pas!
Silvia se tourne vers le rideau rouge qui est suspendu entre les deux
Victoires. A ses pieds s’allonge comme une barrière l’étroite raie de
soleil.

�LA GIOCO NDA .

64

S IL V IA , à voix basse.

La statue est là.
F R A N G E SC A .

N’y va pas !

(Silvia reste quelques instants immobile et muette
devant le rideau fermé, dont elle est séparée par la raie lumineuse.)

N’y va pas ! (Avec une sorte d’élan, comme pour franchir un obstacle,
Silvia s’avance au delà des rayons. D’un geste rapide elle soulève un
côté du rideau, se glisse entre les plis, disparaît. Le rideau se referme
derrière elle, épais et lourd. Quelques instants de silence, où l’on n’en­
tend que la respiration haletante de Francesca. Soudain, parmi la sombre
couleur de pourpre, la face pâle de l’héroïne réapparaît, comme illu­
minée par le rayonnement de l’œuvre souveraine. Ses mains nues, qui
écartent les bords du rideau, semblent resplendir sur cette couleur sombre.
Ses yeux restent attentifs, élargis par l’émerveillement, éblouis, non
par une vision de mort, mais par une image de vie parfaite. Dans ses
orbites tremble l’indice d’un flot qui monte. Peu à peu se forment en
leurs cavités deux merveilleuses larmes qui brillent, débordent, sillon­
nent les joues. Avant qu’elles atteignent la bouche, Silvia les arrête
avec ses doigts, les étale sur son visage; on dirait qu’elle veut s’en
laver comme d’une rosée lustrale : ce qui l’émeut, ce n’est pas le sou­
venir ou la trace de la sanglante action humaine, c’est l’apparition de
l’œuvre belle, indemne et seule. Elle a reçu le bienfait suprême de la
Beauté : la trêve à son angoisse, l’oubli momentané de ses craintes.
L’éclair sublime de la joie, en traversant son âme, Ta guérie pour
quelques instants, l’a rendue cristalline comme ses larmes. Les larmes
qu’elle verse ne sont que l’offrande ardente et muette de l’âme au
c h e f -d ’o e u v r e .)

Silvia, Silvia, tu pleures!

S IL V IA , à voix basse, en lui faisant signe de se taire.

Tais-toi. (Elle se détache du rideau.
Tu l’as vue? Tu l’as vue?

Elle interroge, à voix basse.)

F R A N C E S C A , se méprenant, avec un sursaut.

Qui? Cette femme? Elle est là?
S IL V IA .

Non; la statue...

(Francesca répond oui, d’un signe. Elle fait
un geste qui exprime son éblouissement. On entend le bruit d’une
lourde porte qui se referme. Silvia et Francesca tressaillent.) C’est

elle! Va-t’en! Va-t’en!

�ACTE T R O I S I È M E .

65

F R A N C E S C A , les bras tendus vers sa sœur, avec une
suprême imploration angoissée.

O ma sœur!
S IL V IA , retrouvant son énergie première.

Va-t’en ! Ne crains rien!
Elle pousse Francesca par le passage ouvert; elle referme la porte
dérobée. La raie de lumière s’évanouit ; la salle est plongée dans une
ombre égale.

SCÈNE I I
S I L V IA

est debout, le visage tourné vers la porte, le regard fixe,
comme raidie par l’attente. Au milieu du profond silence on perçoit,
distinct, le grincement d’une clef qui ouvre. Celle qui attend garde

la même attitude. Une main soulève la portière. G I O C O N D A
entre, referme la porte derrière elle. D’abord elle ne voit pas son
adversaire, parce qu’elle arrive de la clarté dans l’ombre et qu’un
voile épais couvre tout son visage. Au moment où elle l’aperçoit, elle
s’arrête avec un cri étouffé. Durant quelques secondes elles resten
l’une en face de l’autre, sans rien dire.
S IL V IA , d’une voix ferme et claire, mais où il n’y a
ni ressentiment ni menace.

Je suis Silvia Settala.
Et VOUS?

(Sa rivale se tait, toujours voilée. Une

pause.)

G IO C O N D A , à voix basse.

Vous ne le savez pas, madame?
S IL V IA , qui se contient toujours.

Je sais seulement que vous êtes entrée ici comme
dans un lieu qui vous appartiendrait. Vous m’y
trouvez, aussi sûre de mon fait que si j'étais dans ma
maison. Par conséquent, l’une de nous usurpe le droit
de l’autre; l ’une de nous est l’intruse. Laquelle? (Une
pause ) Moi, peut-être?

4

.

�LA G I O C O N D A .

66

G IO C O N D A , toujours enveloppée dans son voile, et à demi-voix,
comme pour atténuer sa hardiesse.

Peut-être.
Silvia pâlit davantage et chancelle un peu, comme si elle recevait
un coup intérieur.
S IL V IA , se redressant vibrante d’indignation.

Eh bien! il existe une femme qui, par les pires
séductions, a su attirer un homme dans ses filets;
qui a su l’arracher à la paix du foyer, à la noblesse
de l’art, à la générosité d’un rêve qu’il nourrissait
depuis des années avec la fleur de sa force; qui l’a
jeté dans un délire trouble et violent, où il a perdu le
sens de la bonté et de la justice; qui lui a infligé les
plus atroces tortures que puisse inventer jamais la
cruauté d’un bourreau malade d’ennui; qui l’a épuisé
et desséché, en tenant sans cesse allumée dans ses
veines une fièvre perverse; qui lui a rendu la vie into­
lérable, qui lui a armé la main, qui l’a poussé à se
tuer; qui enfin l’a su moribond durant des jours et des
jours, sur une couche lointaine autour de laquelle
était engagée une lutte sans trêve contre la mort, et
qui n’a eu ni repentir, ni pitié, ni vergogne, mais qui
est rentrée dans le lieu sinistre avant que le sang y
fût lavé, préméditant de reconquérir sa proie, l’atten­
dant au passage, calculant un à un les effets de sa
témérité et de sa ténacité, se promettant le plaisir
d’une nouvelle ruine. Il existe une femme qui a fait
cela, qui a dit : — Une vie noble et puissante fleuris­
sait librement dans le monde; et je l’ai empoignée,
je l’ai pliée, je l’ai abaissée, je l’ai tranchée d’un coup.
J ’ai cru que je l’avais détruite pour toujours. Et voilà
qu’elle reverdit, se redresse, peut refleurir! Voilà qu’au­
tour d’elle les plaies se ferment, la douleur se calme,
l ’espérance renaît, la joie va sourire! Me résignerai-je
à un pareil affront? Me laisserai-je ainsi déjouer? Non.

�ACTE T R O I S I È M E .

67

Je recommencerai, j ’essayerai une seconde fois, je
viendrai à bout de toutes les résistances, je serai
implacable! — Il existe une femme qui s’est promis à
elle-même tout cela, qui a pris en main sa volonté
comme une hache, qui est prête à frapper de nou­
veaux coups en souriant. La connaissez-vous? Elle est
entrée ici le visage couvert, elle a parlé d’une voix
sourde, elle a prononcé tout à l’heure une parole
froide, comptant toujours sur son audace et sur la
faiblesse d’autrui. La connaissez-vous?
G IO C O N D A , sans changer d’attitude.

Celle que je connais est différente. Elle ne parle à
voix basse que parce qu’elle est triste en votre pré­
sence. Elle respecte le grand et douloureux amour qui
vous fait vivre. Elle admire la vertu qui vous grandit.
Pendant que vous parliez, elle comprenait bien que,
si vos paroles évoquaient une image si différente de
là personne véritable, c’était seulement parce que vous
aviez à consoler un inexprimable désespoir. Il n’y a
rien d’implacable en elle; mais elle-même obéit à une
puissance qui pourrait être implacable.
S IL V IA , amère et hautaine.

Je sais que vous êtes experte à tous les langages.
G IO C O N D A .

A quoi bon cette dureté? Vos premières paroles
avaient un autre accent; et, lorsque vous m’avez
adressé votre question, vous paraissiez vouloir sim­
plement connaître la vérité.
S IL V IA .

La vérité, selon vous, quelle est-elle donc?
G IO C O N D A .

Pour nous, la seule vérité qui vaille, c’est la vérité
d’amour. Vous le savez bien. Mais je crains de vous
blesser.

�68

LA G I O C O N D A .
S IL V IA .

Ne craignez pas de me blesser!
G IO C O N D A .

La femme contre laquelle vous avez porté tant d’ac­
cusations fut aimée ardemment et — souffrez que je
vous le dise ! — aimée d’un glorieux amour. Elle n’a
pas rabaissé, au contraire elle a exalté une vie forte.
Et, puisque le dernier mot qu’elle entendit, quelques
heures avant l’acte terrible, fut un mot d’amour, elle
croit être aimée encore. La seule vérité qui vaille, la
voilà !
S IL V IA , éperdue.

Elle se trompe, elle se trompe... Vous vous trompez!
Il ne vous aime plus, il ne vous aime plus! Qui sait
s’il vous a aimée jamais?... Ce n’était pas de l ’amour;
c’était un empoisonnement, une servitude atroce, une
sauvage démence. Tandis qu’il agonisait sur son
oreiller, par moments ce souvenir lui repassait dans
les yeux comme un éclair de terreur. Et il a pleuré à
mes genoux, et il a béni le sang qui a eu le pouvoir de
le racheter... Non, il ne vous aime pas, il ne vous aime
pas!
G IO C O N D A .

Votre amour crie comme un naufragé.
S IL V IA .

Il ne vous aime pas! Vous avez été pour lui comme
le taon qui s’acharne; vous l’avez rendu furieux, vous
l’avez poussé à la mort...
G IO C O N D A .

Ce n’est pas moi, non, ce n’est pas moi qui l’ai
poussé à la mort; c’est vous-même... Ah! oui, c’était
pour se délivrer d’une chaîne qu’il a voulu mourir,
mais non pas de celle qui m’attachait à lui : d’une

�ACTE

TROISIÈME.

69

autre, de la vôtre, de celle que lui imposait votre vertu
ou votre loi, et qui le faisait souffrir intolérablement.
S IL V IA .

Oh! il n’est rien que vous n’osiez travestir! C’est de
lui-même, de sa bouche, à un moment où toute son
âme s’élevait dans la lumière, c’est de lui-même que
j ’ai entendu les paroles : c Si la violence a eu le pou­
voir de briser un joug, qu’elle soit bénie! » C’est de
lui-même que je les ai entendues, alors que toute son
âme se rouvrait dans la vérité.
G I O C O N DA.

Mais ici, quelques heures avant de céder à la pensée
horrible, ici — toutes ces choses en sont témoin! —
il m’adressa les plus ardentes et les plus douces paroles
qu’ait jamais prononcées son amour; ici, une fois
encore, il m’appela vie de sa vie ; ici, une fois encore,
il me dit son rêve d’oubli, de liberté, d’art et de joie.
Et c’est ici qu’il m’avoua l’impatience du lien, le far­
deau insupportable de la bonté qui s’impose, plus
cruel que tout autre, et l’horreur du supplice journa­
lier, et la répugnance à rentrer dans la maison du
silence et des larmes, une répugnance devenue invin­
cible...
S IL V IA .

Non! Non! Vous mentez!
G IO C O N D A .

C’est pour échapper à cette angoisse qu’un soir où
tout lui paraissait plus triste et plus muet, il a cherché
la mort...
S IL V IA .

Vous meniez! Vous mentez! J ’étais loin.
G IO C O N D A .

Et vous m ’accusez de lui avoir infligé un supplice

�LA GIOC OND A.

70

barbare, d’avoir été son bourreau! Ah! c’étaient vos
seules mains, vos mains de bonté et de pardon, qui
lui préparaient chaque soir un lit d’épines où il refusa
enfin de s’étendre. Mais, lorsqu’il entrait ici, où je
l’attendais comme on attend le dieu créateur, il était
transfiguré. Devant son œuvre il retrouvait la force, la
joie, la foi. Oui, une fièvre continue lui brûlait le sang,
une fièvre dont j ’entretenais l’ardeur — et cela, c’est
tout mon orgueil ; — mais, au feu de cette fièvre, il a
façonné un chef-d’œuvre.
Du geste, elle indique sa statue cachée derrière le rideau.
S IL V IA .

Ce n’est pas le premier; ce ne sera pas le dernier.
G IO C0N D A.

Non certes, ce ne sera pas le dernier : car un autre
est prêt à jaillir de son enveloppe de glaise, un autre
a déjà palpité sous le pouce animateur, un autre est là,
vivant à demi, et il attend le miracle d’art qui, d’une
minute à l’autre, le produira tout entier à la lumière.
Ah! vous ne pouvez pas comprendre cette impatience
de la matière à laquelle fut promis le don de la vie
parfaite! (Silvia se tourne vers le rideau; elle fait quelques pas,
lentement, comme si c’était un acte involontaire et qu’elle obéît à une

Il est là ; la glaise est là. Ce premier
souffle que l ’artiste y avait infusé, je l’ai conservé d’un
jour à l’autre, comme on arrose- le sillon où repose la
semence profonde. Je l’ai empêché de périr. L’ébauche
est là, intacte. La dernière touche qu’à la dernière
heure y a posée sa main fébrile, elle est là, visible,
énergique et fraîche comme si elle était d’hier, si puis­
sante que, dans la frénésie de la douleur, mon espoir
s’y est attaché comme à un signe de vie et en a tiré de
de la force. (Comme la première fois, Silvia s’arrête devant le
rideau; et elle demeure immobile, muette.) Oui, c’est vrai;
pendant ce temps-là, vous étiez au chevet du morib
­
d
n
o
attraction mystérieuse.)

�ACTE T R O I S I È M E .

71

bond, engagée dans une lutte sans trêve afin de l’arra­
cher à la mort; et pour cela vous fûtes enviée, et de
cela soyez louée à jamais. Votre part, à vous, c’était
la lutte, l’agitation, l’effort; vous aviez à remplir une
tâche qui vous semblait surhumaine et qui vous don­
nait l’ivresse. Moi, frappée d’une prohibition, dans
l’éloignement et dans la solitude, je ne pouvais que
recueillir et resserrer — avec toute la volonté con­
tractée — ma douleur dans un vœu. Ma foi était
pareille à la vôtre ; ou, du moins, elle s’est alliée à la
vôtre contre la mort. La dernière étincelle créatrice
partie de son génie, du feu divin qui est en lui, je ne
l’ai pas laissée s’éteindre, je l’ai tenue toujours vivante,
avec une pieuse et incessante vigilance. Ah! qui pour­
rait dire à quel point fut efficace la force préservatrice
d’un tel vœu? (Silvia fait un mouvemeut pour se retourner avec
violence, comme si elle allait répondre ; mais elle se contient.) Je le
sais, je le sais : cela est bien simple et facile, ce que
j ’ai fait. Je le sais : ce n’est pas un effort héroïque,
c’est l’humble tâche d’un manœuvre. Mais ce qui
importe, ce n’est pas l ’acte, c’est l’esprit avec lequel
on accomplit l ’acte ; la seule chose qui importe, c’est la
ferveur. Il n’est rien de plus sacré que l’œuvre qui
commence à vivre. Si le sentiment avec lequel je m ’en
suis faite la gardienne peut se révéler à votre âme,
allez et voyez! Pour que l’œuvre continue à vivre, ma
présence visible est nécessaire. En reconnaissant cette
nécessité, vous comprendrez comment, lorsque j ’ai
répondu « peut-être » à votre question, j ’ai voulu
respecter un doute qui pouvait être en vous, mais qui
n’était pas en moi, qui n’est pas en moi. Il est impos­
sible qu’ici vous vous sentiez sûre de votre fait comme
dans votre maison. Ce n’est pas une maison, ici. Les
affections de famille n’ont pas ici leur demeure, les
vertus domestiques n’ont pas ici leur sanctuaire. Ce

�72

LA G I O C O N D A .

lieu est hors des lois et des droits communs. C’est ici
qu’un sculpteur fait ses statues. Il y habite seul avec
les instruments de son art. Or je ne suis, moi, qu’un
instrument de son art. La Nature m ’a envoyée vers lui
pour lui porter un message et pour le servir. J ’obéis ;
je l’attends pour le servir encore. S’il arrivait à cette
heure, il pourrait reprendre l’œuvre interrompue, qui
avait commencé à vivre sous ses doigts. Allez et voyez!
Silvia est restée en face du rideau, sans avancer. Un tremblement de
plus en plus fort secoue sa personne, indice de sa grande agitation
intérieure ; tandis que les paroles de sa rivale, de plus en plus rapides
et pressantes, finissent par devenir claires et hostiles. Tout à coup
Silvia se retourne, haletante, impétueuse, résolue aux suprêmes
défenses.
S IL V IA .

Non. C’est inutile. Trop adroites, vos paroles. Vous
êtes experte à tous les langages. Vous transfigurez en
un acte de foi et d’amour ce qui n ’est qu’un calcul et
une embûche. L’œuvre qui a été interrompue était con­
damnée à périr. De la même main qui avait imprimé
dans la glaise la marque de la vie, de la même main
il a saisi l’arme et l’a tournée contre son cœur. Il n’a
pas hésité à interposer entre son œuvre et lui le plus
obscur des abîmes. La mort a passé par là, et elle a
coupé toutes les attaches. Ce qui a été interrompu doit
périr. Maintenant, il est né à une vie nouvelle, il est
un homme nouveau, il aspire à d’autres conquêtes.
Une lumière nouvelle s’est faite dans ses yeux : sa
force est impatiente de créer d’autres formes. Tout ce
qui est derrière lui, tout ce qui demeure au delà de
l’ombre, n’a plus aucun pouvoir, aucune valeur. Que
lui importe qu’une vieille glaise tombe en poussière?
Il l’a oubliée. Il en trouvera de plus fraîche pour y
répandre le souffle de sa renaissance, pour la modeler
à l’image de l ’idée qui l ’enflamme aujourd’hui. A bas,
la vieille glaise! Comment pouvez-vous être convaincue

�■73

ACTE T R O I S I È M E .

que vous êtes nécessaire à son art? Pour l’homme
qui crée, il n’y a personne qui soit nécessaire. Cet
homme-là est le centre où tout converge. Vous dites
que la Nature vous a envoyée vers lui pour lui porter un
message. Eh bien, il l ’a écouté, il l’a compris et il y a
répondu par une œuvre sublime. Que pourrait-il encore
tirer de vous? Et que pourriez-vous lui donner encore?
Il n’est pas permis d’atteindre deux fois le même som­
met, d’opérer deux fois le même prodige. Vous êtes
restée en arrière, vous, perdue dans l’ombre, lointaine,
seule sur la vieille terre ; et il marche à présent, lui, vers
les terres nouvelles, où il recevra d’autres messages.
Sa force est vierge, et la beauté du monde est infinie.
G IO C O N D A , bouleversée par cette énergie imprévue qui la
repousse, d’un ton plus âpre, avec un orgueil qui s’exalte, prenant un
air de défi.

Je suis vivante et je suis présente; et il a trouvé
en moi plus d’un aspect, et j ’ai encore l ’ivresse des
paroles qu’il me disait pour exprimer sa vision, diffé­
rente chaque matin, lorsque je reparaissais devant
lui. Hier encore, il ignorait certainement que je l’at­
tendisse; et son ignorance vous a fait illusion. Mais
il sait, aujourd’hui, comprenez-vous? Il sait que je
suis là, que je l’attends. Ce matin, une lettre le lui a
révélé, une lettre qui a été remise entre ses mains et
qu’il a lue. Et je suis sûre, comprenez-vous? je suis
sûre qu’il viendra. Peut-être est-il en chemin, peut-être
est-il à la porte. Voulez-vous que nous l'attendions?
Le visage de Silvia s’altère extraordinairement. Il semble que s’accom­
plisse en elle quelque chose d’étrange et d’horrible. Elle est comme
celui qui, tout à coup, se sentirait étreint par les anneaux d’un reptile
et se tordrait dans l’épouvante et la fascination, éperdu. L’antique
fatalité du mensonge assaille brusquement l ’âme de cette femme pure,
la domine et la contamine. Aux derniers mots de son ennemie, elle
éclate d’un rire inattendu, amer, atroce, provocateur, qui la rend
méconnaissable. Gioconda en demeure accablée.

5

�74

LA GIOC ON D A .
S IL V IA .

Assez! assez! Trop de paroles. Déjà ce jeu a trop
duré. Ah! votre assurance, votre orgueil! Mais com­
ment avez-vous pu croire que je serais venue ici vous
disputer la porte, vous interdire le passage, faire front
à votre audace, sans qu’une assurance beaucoup mieux
fondée que la vôtre m’en donnât la force? Je la con­
nais, votre lettre de ce matin; elle m’a été montrée
— dois-je dire avec plus de stupeur ou plus de
dégoût?
G IO G O N D A , accablée.

Non, cela n’est pas possible!
S IL V IA .

Oui, cela est. La réponse, je vous l’apporte. Lucio a
perdu la mémoire de ce qui fut, et il demande qu’on
le laisse en paix. Il espère que votre orgueil vous
empêchera de devenir importune.
G IO C O N D A , hors d’elle-même.

C’est lui qui vous envoie? Lui-mème? C’est sa
réponse? La sienne?
S IL V IA .

La sienne, la sienne! Je vous aurais épargné cette
dureté, si vous ne m’y aviez contrainte. Et maintenant,
veuillez sortir.
G IO G O N D A , la voix rauque do colère et de honte.

Je

SUIS chassée? (La fureur la suffoque et lui donne un grand
frisson. En elle s’éveille la bête sauvage, vindicative et dévastatrice.
Tout son corps flexible et puissant est traversé par la méme force qui
contracte les musculatures homicides des félins aux aguets. L e voile,
qu’elle a toujours tenu baissé sur son visage comme un sombre masque,
rond plus formidable l’attitude de sa personne prête à nuire par tous les
moyens, avec toutes les armes.) Chassée? (Silvia est convulsée et
livide en face de cette femme furibonde; et ce qui l’épouvante, ce n’est

�ACTE T R O I S I È M E .

T5

pas le spectacle de cette fureur, c’est quelque chose qu’elle regarde en
elle-même, quelque chose d’horrible et d’irréparable : son mensonge.)

Ah! c’est donc là que vous l’avez conduit! Par quels
moyens? En lui mettant de la charpie sur l’âme comme
sur la blessure? En la lui pansant avec vos molles
mains? Le voilà brisé, le voilà fini ; ce n’est plus qu’une
loque inutile. Je comprends; maintenant, je com­
prends. Le pauvre! le pauvre! Ah! pourquoi n’est-il
pas mort, plutôt que de survivre à son âme? Donc, le
voilà fini : ce n’est plus qu’un pauvre innocent, que
vous conduirez par la main dans les rues solitaires.
Tout est ruiné, tout est perdu. Son front ne se relève
plus, son œil est éteint.
S I L V I A , l’interrompant.

Taisez-vous! Taisez-vous ! Il est vivant et fort, et
jamais il n’a eu en lui-mème autant de lumière! Dieu
soit loué!
G IO C O N D A, frénétique.

Ce n’est pas vrai. Sa force, sa jeunesse et sa lumière,
c’était moi, c’était moi! Dites-le-lui, dites-le-lui! A pré­
sent, il est devenu un vieillard : un vieillard usé et
sans âme. J ’emporte avec moi, dites-le-lui ! tout ce qu’il
avait de plus libre, de plus ardent et de plus fier.
Le sang qu’il à versé là, sous ma statue, ce fut le
dernier sang de sa jeunesse. Celui que vous lui avez
infusé dans le cœur est sans flamme, est faible, est vil.
Dites-le-lui! En ce jour, j ’emporte avec moi tout ce qui
fut sa puissance et sa joie et son orgueil, tout! Il a
vécu. Dites-le-lui. (La fureur l’aveugle et la suffoque. Elle est
envahie par une trouble volonté destructive, comme par un démon. Tout
son être se contracte, dans le besoin d’accomplir un acte immédiat de
destruction. Une pensée soudaine précipite cet instinct vers un but.)

Et cette statue qui est mienne, qui m ’appartient, faite
avec la vie qu’il a exprimée de moi goutte à goutte,
cette statue qui est mienne... (Elle s’élance avec un bond de

�76

LA GIO CO NDA .

bête sauvage vers le rideau fermé, le soulève, passe au delà.)

Eh

bien, je la briserai, je l’abattrai!
Silvia jette un cri et se précipite pour empêcher le crime. Elles dispa­
raissent toutes les deux derrière le rideau. On entend le halètement
d’une lutte brève.
S IL V IA , criant.

Non, non, ce n’est pas vrai, ce n’est pas vrai! J ’ai
menti!
•Ces paroles désespérées sont couvertes par le bruit d’une masse qui
s’incline et tombe, par le fracas de la statue renversée ; et aussitôt
s’élève un nouveau cri de Silvia, un cri déchirant que la douleur lui
arrache du fond des entrailles.

SCÈNE I I I
F R A N C E S C A paraît, folle de terreur, accourant vers ce cri
qu’elle a reconnu, tandis que G I O C O N D A se montre entre
les plis du rideau, toujours voilée, dans l’attitude d’une personne
qui aurait tué et qui chercherait à s’enfuir.
FR A N C E SC A .

Assassine! Assassine! (Elle se penche pour secourir sa sœur,
pendant que l’autre s’enfuit.) Silvia, Silvia, ma sœur, ma chère
sœur! Qu’est-ce qu’elle t’a fait? Qu’est-ce qu’elle t’a
fait? Oh! tes mains, tes mains...
Sa voix exprime l’horreur que donne la vue d’une chose épouvantable.
S IL V IA .

Emmène-moi, emmène-moi!
F R A N C E SC A .

Mon Dieu! Mon Dieu! Tes mains sont restées des­
sous? Mon Dieu! elles sont écrasées... De l’eau, de
l ’eau! Il n’y a rien ici... Attends.
S IL V IA .

Ah, quelle torture! Je défaille! Je meurs! Emmène-

�ACTE T R O I S I È M E .
m o i ! (Elle sort d’entre les plis rouges, le visage indiciblement con­
vulsé par la souffrance, tandis que sa sœur, penchée, lui soutient les
deux mains qu’enveloppe un morceau de linge humide
pris sur la
glaise — et qui e ns an g lan te .) Quelle torture! Je défaille.
'Elle est sur le point de s’évanouir quand, tout à coup, Lucio se pré­
cipite dans la salle comme un forcené. Elle tressaille et fixe sur lui
de grands yeux pleins de larmes, où son âme désespérée se meurt.)

Toi! toi!
FR A N C E SC A , tenant toujours les pauvres mains meurtries, qui trem­
pent de sang le linge où est cachée la mutilation irréparable.

Soutenez-la! Soutenez-la! Elle tombe...
Lncio soutient entre ses bras la douce créature sanglante, qui va perdre
connaissance. Mais, avant de s’évanouir, elle tourne vers le rideau un
regard à demi éteint, comme pour indiquer la statue.
S IL V IA , d’une voix mourante.

Elle est... sauvée!

�ACTE QUATRIÈME
Une pièce au rez-de-chaussée, toute blanche, simple, ayant deux parois
— qui font un angle — presque entièrement ouvertes à la lumière exté­
rieure par des vitrages pareils à ceux d’une serre. Les stores sont
relevés; on aperçoit les lauriers-roses, les tamaris, les ajoncs, les pins,
les sables d’or semés d’algues mortes, la mer calme semée do voiles
latines, l ’embouchure pacifique de l’Arno et, par delà le fleuve, les
maquis sauvages du Gombo, les Cascines de San-Rossore, los lointaines
montagnes de Carrare fécondes en marbres.
Une porte, qui mène à l’intérieur, s’ouvre dans la troisième paroi.
D’un côté de cette porte, sur une .console, est la Femme au bouquet
— la figuro bien connue d’Andrea del Verrocchio — nouvelle habitante,
venue de l’autre maison comme une fidèle compagne et dont les belles
mains, toujours intactes, sont ramenées vers le cœur par un geste de
grâce. De l’autre côté est uno vieille épinette — du temps d’Élisa
Baciocchi, duchesse de Lucques — avec sa caisse do bois sombre
incrustée de bois clair et soutenue par de petites cariatides doróos, dans
le style do l’Empire, avec ses quatre pieds réunis en forme de lyre.
C’est un après-midi de septembre. Le sourire de l’été qui décline
semble enchanter toutes les choses. Dans cette pièce solitaire, on sent
la présence de l’âme musicale qui dort au fond do l’instrument aban­
donné, comme si les cordes qu’il renferme étaient touchées aussi par le
rythme qui mesure le calme de la mer voisine.

SCÈNE P R E M IÈ R E
SIL V I A

paraît sur le seuil, venant de l’intérieur; elle s’arrête ;
elle fait quelques pas vers les vitrages; elle regarde au loin, elle
regarde autour d’elle, avec des yeux infiniment tristes. Il y a dans sa
démarche quelque chose d’incomplet qui éveille une vague imago d’ailes
coupées, qui donne le vague sentiment d’une force humiliée et mutilée,
d’une noblesse avilie, d’une harmonie rompue. Elle porto un vêtement
couleur de cendre, lo long duquel court un petit liséré noir, tel un
filet de deuil. Les longues manches dissimulent les moignons qu'elle
laisse pendre à ses côtés ou que, parfois, elle ramène contre elle, un

�ACTE

QUATRIÈME.

79

peu en arrière comme pour les cacher dans les plis, avec un doulou­
reux mouvement de pudeur.
Au dehors, parmi les lauriers touffus, se montre une figure féminine,

LA S I R E N E T T A , qui a l’aspect d’une fée et d’une men­
diante et se tient dans l’attitude d’une personne aux aguets. Elle se
glisse vers les vitrages, d’un pas furtif, relevant avec la main le bord
de son tablier rempli d’algues, de coquillages et d’étoiles de mer.
S IL V IA , l ’apercevant et allant à sa rencontre avec un
sourire spontané, inattendu.

Oh! la Sirenetta! Viens, viens.
LA S IR E N E T T A , s’avançant jusqu’aux vitres.

Tu me reconnais?

(Elle reste dehors, de telle manière que sa
figure apparaît parmi les reflets des vitres qui semblent continuer autour
d’elle le frisson radieux et incessant des grandes eaux. Elle est jeune,
svelte, flexible; elle a les cheveux fauves et en désordre, le visage d’un
or olivâtre, les dents blanches comme l’os de la seiche, les yeux humides
et glauques, le cou mince et long, orné d’un collier de coquilles; en
toute sa personne il y a quelque chose d'indiciblement frais et vif qui
fait penser à une créature imprégnée d’eau saline, émergée do la mobi­
lité des flots, sortie des profondeurs d’un antre. Son jupon de bordât
blanc et azur, déteint et déchiré, descend un peu plus bas que les genoux
et laisse à découvert les jambes nues; son tablier bleuâtre dégoutte
comme une nasse, avec une odeur do mer ; ses pieds sans chaussures, con­
trastant avec la coloration brune que lui a faite le soleil, ont une pâleur
singulière, comme les racines des plantes aquatiques. Et sa voix est
limpide et puérile; et certaines paroles qu’elle prononce éclairent d’une
mystérieuse félicité son visage ingénu.)

Tu me reconnais, belle

dame?
S IL V IA .

Je te reconnais, je te reconnais.
LA SIR E N E T T A .

Tu me reconnais?... Qui suis-je?
S IL V IA .

N’es-tu point la Sirenetta?
LA S IR E N E T T A .

Oui, tu m’as reconnue. Depuis quand es-tu de retour?
S IL V IA .

Depuis peu.

�LA GIO CO NDA .

80

LA SIR E N E T T A .

Et tu vas rester ici?
S IL V IA .

Oui, longtemps encore.
LA SIR E N E T T A .

Jusqu’à l’hiver, peut-être?
S IL V IA .

Peut-être.
LA SIR E N E T T A .

Et ta fille?
S IL V IA .

Je l’attends aujourd’hui même. Elle viendra tout à
l’heure.
LA S IR E N E T T A .

Beata! N’est-ce Beata qu’on l’appelle?
S IL V IA .

Oui, Beata.
LA S IR E N E T T A .

C’est toi qui lui as donné ce nom? Beata, au lieu
de Beatrice. Quand elle était ici, chaque jour elle
voulait avoir de moi les étoiles : les étoiles de mer.
Te l’a-t-elle dit? Elle voulait m’entendre chanter. Te
l’a-t-elle dit?
S IL V IA .

Oui, elle me l’a dit. Elle se souvient de toi. Elle
t’aime.
LA S IR E N E T T A .

Elle m’aime? Je le sais. Chaque jour elle me donnai!
son pain.
SIL V IA .

Tu auras du pain chaque jour, si tu veux. Le pain, et
aussi quelque chose avec, Sirenetta, matin et soir,
quand cela te fera plaisir. Ne l ’oublie pas.

�ACTE Q U A T R I È M E .

81

LA S IR E N E T T A .

Matin et soir, je t’apporterai une étoile... Tu en veux
une? Une belle? Plus grande que la main?
Par un mouvement instinctif, Silvia, troublée, retire un peu
ses mains en arrière.
S IL V IA .

Non, noni Garde-la pour Beata.
LA S IR E N E T T A , étonnée.

Tu ne la veux pas?
S IL V IA .

Dis-moi plutôt ce que tu fais de ta vie; dis-moi ta
journée. Est-il vrai que tu parles avec les sirènes de
la mer? Dis, raconte, Sirenetta.
LA S IR E N E T T A .

Sept sœurs nous étions,
aux fontaines nous nous mirions,
et toutes belles nous étions.
« Ni fleur d’ajonc ne fait de pain,
ni mûre des bois ne fait de vin,
ni fil d’herbe ne fait toile de lin »,
dit la mère aux sœurs.
Aux fontaines nous nous mirions,
et toutes belles nous étions.
La première qui filait,
et voulait des fuseaux d’or ;
la seconde qui tissait,
et voulait des navettes d’or;
la troisième qui cousait,
et voulait des aiguilles d’or;
la quatrième tables dressait,
et voulait des coupes d’or;
la cinquième qui dormait *,
1. « Eravamo sette sorelle. — Ci specchiammo alle fontane : — eravamo
tutte belle. — Fiore di giunco non fa pane, — mora di macchia non fa
vino, — filo d’erba non fa panno lino, — la madre disse alle sorelle. —
Ci specchiammo alle fontane : eravamo tutte belle. — La prima per
filare — e voleva i fusi d’oro; — la seconda per tramare — et voleva le
spole d’oro ; la terza per cucire — e voleva gli aghi d’oro ; — la quarta
per imbandire — e voleva le coppe d'oro; — la. quinta per dormire, »

b.

�LA

82

g io c o n d a

.

et voulait des draps d’or;
la sixième qui rêvait,
et voulait des rêves d’or;
la dernière qui chantait,
seulement pour chanter,
et rien d’autre ne voulait1.
(Elle rit d'un rire bref et clair, qui semble tinter sur ses dents bril­
lantes.)

Elle te plaît, cette histoire?
S IL V IA , séduite par la grâce do cette innocence.

Elle est déjà finie? Tu ne continues pas?
LA SIR E N E T T A .

Si tu t’assieds là, je vais t’endormir comme j ’endor­
mais ta fille sur le sable. N’as-tu pas sommeil, à cette
heure? Il est bon, le sommeil, en septembre.
Septembre de la hauteur
apporte à la plaine la fraîcheur
et emporte l’été au tombeau2.
Amen.
S IL V IA .

Non. Continue ton histoire, Sirenetta.
LA S IR E N E T T A .
L’olive b r u n it

et le chagrin mûrit :
huile et pleur au pressoirs.
A m en.
S IL V IA .

Continue ton histoire, Sirenetta.
LA S IR E N E T T A .

Où en étions-nous restées?
1.« o voleva le coltri d’oro;— la sesta per sognare — e voleva i sogni
d’oro ; — l’ultima por cantaro, — per cantare solamente, — e non voleva
niente. »
2. « Settembre dall’altura — porta al piano la frescura — o l’Estate
in sepoltura. »
3. « L’oliva si fa scura — et la doglia si matura : — olio e pianto alla
pressura. »

�ACTE Q U A T R I È M E .

83

S IL V IA .

« Et autre chose ne voulait. »
Une pause.
LA S I RE N E T T A .

Ah! voici :
« Ni fleur d’ajonc ne fait de pain,
ni mûre des bois ne fait de vin,
ni fil d’herbe ne fait toile de lin, »
dit la mère aux sœurs.
Aux fontaines nous nous mirions,
et toutes belles nous étions.
Et la première fila,
tordant son fuseau et son cœur;
et la seconde tissa
une toile de douleur;
et la troisième cousit
une chemise empoisonnée;
et la quatrième servit
une table ensorcelée ;
et la cinquième s’endormit
dans les draps de la mort;
et la sixième rêva
dans les bras de la mort.
La mère affligée pleura,
pleura leur triste sort.
Mais la dernière, qui chanta
pour chanter, pour chanter,
seulement pour chanter,
celle-là eut le beau sort.
Elle baisse la voix, la rend secrète et lointaine.

Les sirènes de la mer
la voulurent pour sœur*.
Une pause.
1. « E la prima filò — torcendo il suo fuso e il suo cuore, — e la seconda
tramò — una tela di dolore, — o la terza cucì — una camicia attossicata,
— e la quarta imbandi — una mensa affatturata, — e la quinta donni —
nella coltre della morto, — e la sesta sognò — nelle braccia della morto. —
Pianse la madre dolente, — pianso la mala sorto. — Ma l'ultima, che
cantò — per cantare por cantaro — per cantaro solamente, — ebbo la
sorte bella. — Le sirene del mare — la vollero per sorella. »

�8i

LA G IO C ON D A.
S IL V IA .

Il est donc vrai què' tu parles avec les sirènes?
LA S I R E N E T T A , l’index posé sur la bouche.

Ne le demande pas!
S IL V IA .

Il est vrai que nul ne sait où tu dors, la nuit?
LA S IR E N E T T A , avec le même geste.

Ne le demande pas!
S IL V IA .

Veux-tu que je t’offre asile ici, dans cette maison?
LA S IR E N E T T A , la regardant fixement au visage,
comme si elle n’avait pas entendu la question.

Tu as les yeux affligés. Je ne savais pas quelle était
ma peine, quand tu me regardais. Maintenant, je vois :
tu as dans les yeux une grande douleur. Il t’est mort
quelqu’un.
S IL V IA .

Toi seule me consoleras !
LA S IR E N E T T A .

Quelle personne t’est morte?
S IL V IA .

Ne le demande pas!
LA S IR E N E T T A .

Je te vois bien, maintenant : tu n’es plus la même.
Tu m’as fait penser à une hirondelle de l’autre sep­
tembre, qui avait perdu les grandes plumes de ses
ailes et qui était sur le point de se noyer dans la mer.
Qu’est-ce qu’on t’a fait? On t’a fait du mal?
S IL V IA .

Ne le demande pas!
Instinctivement, elle cache ses moignons dans les plis de sa robe, avec
un geste douloureux qui n’échappe pas à la créature attentive. Tout à
coup, comme à dessein, la Sirenetta lâche le bord de son tablier, de
sorte que le petit trésor marin tombe et s'éparpille sur le sol.

�ACTE QU A T R IÈ M E .

85

LA SIR E N E T T A , se penchant et choisissant.

Veux-tu une étoile? Une belle? Plus grande que la
main? Regarde! (Elle montre à la mutilée une grande astérie à
cinq rayons.) Prends-la ! Je te la donne. (La mutilée secoue
la tête en signe de refus, les lèvres serrées comme pour renfoncer le
nœud qui lui ferme la gorge.) Tu ne peux pas? Tu as les
mains malades? enveloppées d’un bandage? (La mutilée
fait signe que oui, avec la tête. Les paroles de l’autre deviennent trem­
blantes de pitié.) Tu es tombée dans le feu? Tu t’es
brûlée? Elles te font encore mal? Seront-elles bientôt
guéries?
S IL V IA , d’une voix que l’on entend à peine.

Je ne les ai plus.
LA S IR E N E T T A , se relevant, effrayée.

Tu ne les as plus? On te les a coupées? Tu es man­
chote? (La mutilée fait signe que oui de la tête, épouvantablement
pâle. L ’autre frissonne d’horreur.) Non, non, non! Ce n’est pas
vrai ! (Elle tient ses yeux fixés sur les plis de la robe où la mutilée
cache ses moignons.) Dis-moi que ce n ’est pas vrai !
S IL V IA .

Je ne les ai plus.
LA S IR E N E T T A .

Pourquoi, pourquoi?
S IL V IA .

Ne le demande pas!
LA S IR E N E T T A .

Oh! la chose cruelle!
S IL V IA .

Je les ai données.
LA S IR E N E T T A .

Tu les as données? A qui?
S IL V IA .

A mon amour.

�86

LA GIOCONDA.
LA SIR E N E T T A .

Oh! le cruel amour! Elles étaient si belles, si belles!
Crois-tu que je ne m’en souvienne pas? Je te les ai
baisées; cent et cent fois je te les ai baisées, avec cette
bouche. Elles me donnaient le pain, une grenade, une
tasse de lait... Elles étaient belles comme si l’Aube te
les eût faites d’un souffle, blanches comme la fleur de la
houle, plus fines que ces broderies tracées par le vent
sur le sable; elles remuaient ainsi que le soleil dans
l’eau, parlaient mieux que la langue et les prunelles;
et ce qu’elles disaient était comme une parole bénigne,
et ce qu’elles prenaient pour l’offrir devenait tout or.
Je m’en souviens : je les vois, je les vois. Un jour, elles
s’amusaient avec le sable tiède, et le sable passait entre
leurs doigts comme à travers un crible, et elles se
plaisaient à ce jeu; et Beata les regardait et riait; et
moi, qui les regardais aussi, j ’avais le même plaisir.
Un jour, elles pelaient une orange, et elles en firent de
nombreux quartiers, et j ’en eus un pour ma part,
et il était doux comme un gâteau de miel. Un jour,
elles mettaient une bandelette au pied de la petite,
qui pleurait parce qu’elle avait été pincée par un
crabe; et soudain la douleur cessa, et la petite se
mit à courir sur la grève. Un jour, elles jouaient avec
ces boucles si belles, et de chaque boucle elles se fai­
saient un anneau pour chaque doigt, et puis elles
recommençaient et elles recommençaient encore; et
Beata s’endormit, la rosée dans la bouche...
S IL V IA , d’une voix étouffée.

Ne dis plus rien! Ne dis plus rien!
LA S IR E N E T T A .

Oh! le cruel amour! (Une pause. Elle reste pensive.) Et OÙ
sont-elles? Loin de toi, seules, dans la terre, au fond?...
Est-ce qu’on les a ensevelies? Où? Dans un beau jardin?

�ACTE Q U A T R I È M E .

87

(Une pause. La mutilée tient ses paupières fermées et appuie son front
contre la vitre où se reflète

le tremblement do la mer.) T u

les as vues, quand on les emportait? Comme elles
étaient blanches! On a dû les embaumer dans un baume
puissant. Et les bagues? Tu en avais une avec une
pierre verte, et une autre avec trois perles, et une
autre tressée d’or et de fer, et une autre toute lisse,
rien qu’un petit cercle brillant; et celle-ci était seule à
l ’annulaire. (Une pause. Une expression indéfinissable apparaît sur
le visage de la mutilée, tandis que ses bras se détendent et s’abandon­

Tu y penses? Tu en rêves? Si
elles te refleurissaient toutes chaudes.... (La mutilée

nent le long de son corps.)

ouvre les yeux et sursaute, comme une personne qui se réveille tout à
coup; ses bras tressaillent.)

Qu’est-ce que tu as?
SILV1A.

C’est étrange : en vérité, quelquefois il me semble
qu’elles me sont rendues; il me semble que j ’ai la sen­
sation du sang qui arrive jusqu’à la pointe de mes
doigts. Pendant que tu parlais, je les avais... et elles
étaient plus belles.
LA S IR E N E T T A .

Plus belles?
S IL V IA .

C’est toi, Sirenetta qui me consoleras. Je ne puis
prendre ton étoile, mais je puis regarder tes yeux,
écouter ta voix. Reste près de moi, maintenant que je
t’ai retrouvée. Moi aussi, je te voudrais pour sœur.
LA SIR E N E T T A .

Je voudrais te faire don de mes mains, si elles
n’étaient pas si rudes et si brunes.
S IL V IA .

Elles sont heureuses, tes mains : elles touchent les
feuilles, les fleurs, le sable, l’eau, les pierres, les
enfants, les animaux, toutes les choses innocentes. Tu

�88

LA G IO C ON D A.

es heureuse, Sirenetta : ton âme naît chaque matin, et
tantôt elle est petite comme un perle, tantôt grande
comme la mer. Tu n’as rien, et tu as tout; tu ne sais
rien, et tu sais tout.
LA SIR E N E T T A , se retournant soudain et l'interrompant.

As-tu entendu ce bruit d’ailes? Vois, vois toutes ces
hirondelles sur la mer! Elles sont plus de mille : une
nuée vivante. Regarde comme elles brillent! Elles par­
tent, s’en vont pour un grand voyage, vers une terre
lointaine; l’ombre chemine avec elles sur l’eau; des
plumes tombent; le soir viendra; elles rencontreront
les barques en haute mer; elles verront les feux,
entendront les chants des matelots; les matelots les
regarderont passer; elles passeront au ras des voiles;
quelqu’une se heurtera, tombera de fatigue sur le pont.
Un soir, une nuée d’hirondelles fatiguées s’abattra sur
une barque ainsi qu’un vol d’étourneaux sur les filets
de l’oiseleur, et elle la recouvrira toute. Les matelots ne
les toucheront pas. Pour ne point les effrayer, ils ne
bougeront pas; pour les laisser dormir, ils ne parle­
ront pas. Et, comme il y en aura aussi sur la verge de
l’ancre et sur la barre du gouvernail, la barque, cette
nuit-là, s’en ira à la dérive sous la lune. Mais, à
l’aube... Ah! qui t’appelle? (Son rêve a été interrompu par
une voix sortie des lauriers-roses; elle fait un mouvement pour
fuir.)

Adieu, adieu.
S IL V IA , anxieuse.

C’est ma sœur. Ne t’enfuis pas, Sirenetta! Reste
dans le voisinage. Beata sera ici tout à l’heure.
LA SIR E N E T T A .

Adieu, adieu. Je reviendrai.
Elle s’enfuit vers la mer, disparaît dans le bleu et dans le soleil.

�ACTE Q U A T R I È M E .

89

SCÈNE II
FRANGESCA DONI,
L O R E N Z O G A D D I.

Apparaît entre les lauriers-roses
accompagnée de

FRAN CESCA.

Tu vois qui je t’amène?
S IL V IA , anxieuse.

Et Beata? Et Beata?
F R A N C E SC A .

Elle arrive. Je l’ai laissée avec Faustina.... Je suis
partie en avant pour qu’elle ne t’arrive pas à l’im ­
proviste...
S IL V IA .

Cher maître, combien je vous suis reconnaissante!
Le vieillard fait machinalement le geste de lui tendre la main. Elle
s’incline légèrement et lui offre son front, qu’il effleure dos lèvres.
L O R E N Z O , dissimulant son émotion.

Et moi, je suis si heureux de vous revoir, chère
Silvia, de vous revoir vaillante et guérie! La mer vous
a fait du bien. La mer est toujours la grande con­
solatrice. Là-bas, au Fort des Marbres, on pensait
beaucoup à vous.
S IL V IA .

Le Fort des Marbres n’est pas très éloigné d’ici.
L O R E N Z O , indiquant les plages reculées.

Vous l’apercevez là-bas, sous Serravezza, au delà de
Massa.
Par les vitrages, ils regardent le lointain.
F R A N C E SC A .

Comme on voit nettement, aujourd’hui, les mon­
tagnes de Carrare! On pourrait compter les sommets
un à un. Je ne me rappelle pas de journée plus lim ­

�90

LA GIOC ON DA.

lim
pide que celle-ci... Qui donc était avec toi, Silvia? La
Sirenetta? Il m’a semblé que je la voyais fuir vers la
mer. Du reste, voici sa trace : des algues, des coquilles,
des étoiles de mer.
Elle indique le trésor enfantin éparpillé sur le sol.
S IL V IA .

Oui, elle était avec moi tout à l’heure.
LORENZO.

Et qui est la Sirenetta?
F R A N C E SC A .

Une petite folle errante.
S IL V IA .

Une voyante, qui a le don du chant; une créature de
rêve et de vérité, pareille à un esprit de la mer. Vous
la connaîtrez et vous l’aimerez comme je l’aime. A la
connaître, à l’entendre parler, on comprend maintes
choses profondes. Certainement, vous la jugerez par­
faite : elle donne toujours et ne demande jamais.
LORENZO.

En cela elle vous ressemble.
S IL V IA .

Hélas, non! J ’aurais voulu et j ’aurais dû lui ressem­
bler en cela ; mais la lumière m’a fait défaut, et j ’ai
cédé à la ruse de la vie. Quel aveuglement! J ’ai tant
demandé que, pour obtenir, je suis allée jusqu’au men­
songe — moi ! J ’en sors blessée, amputée : c’est la puni­
tion de ce mensonge. J ’avais tendu les mains trop
violemment vers un bonheur qui m’était interdit par ma
destinée. Je ne me plains pas, je ne gémis pas. Puis­
qu’il faut vivre, je vivrai. Peut-être mon àme sera-t-elle
pacifiée un jour. Cette espérance, je la sentais grandir
en moi tout à l'heure, pendant que j ’écoutais la voix de
cette créature simple et candide qui a le pouvoir d’enseig
n
e
r

�ACTE Q U A T R I È M E .

91

gner les choses éternelles. Ne m’a-t-elle pas dit qu’elle
m’apporterait une étoile chaque matin! (Elle essaie de
sourire. Francesca est demeurée près du vitrage et semble considérer
avec attention les montagnes lointaines. Mais l’ombre de la tristesse

Regardez, maître, la Femme au
bouquet. Elle est venue avec moi. Maintenant, lorsque
je la regarde, je lui trouve quelque chose de funèbre;
et pourtant, je n ’ai pu m’en séparer. Vous souvient-il,
maître, de ce jour d’avril? et de la tête enguirlandée?
envahit son doux visage.)

LORENZO.

Il m’en souvient, il m’en souvient...
S IL V IA .

La vie nouvelle!
LORENZO.

En chaque chose il y avait un augure.
S IL V IA .

Quand je vois les chameaux qui passent chargés de
fagots, là-bas, sur l’autre rive, dans les maquis du
Gombo, je repense à l’arrivée de Cosimo Dalbo, à l’al­
légresse de ce soir-là, au scarabée que je mis sur une
botte de roses cueillies par Beata... (Elle se tourne vers sa
sœur.) Oh! Francesca, je parle; et cependant mon cœur
me fait si mal que je n’y résiste plus. Où est Beata?
F R A N C E S C A , étreinte par le chagrin.

Tu veux la voir tout de suite? Tu es assez forte?
S IL V IA .

Oui, oui, je suis forte, je suis prête. Retarder serait
pire encore.
FR A N C E SC A .

Alors, je vais la chercher et je te l’amène.
S IL V IA , ne parvenant plus à dominer son angoisse.

Attends une minute... Vous restez ce soir avec nous,
maître? J ’en serais si heureuse!

�LA GIO CONDA.

92

LORENZO.

Eh bien, oui, je resterai.
S IL V IA .

Nous pouvons vous offrir l’hospitalité. Je vais faire
préparer votre chambre. Attends, Francesca, attends
une minute.
Elle est bouleversée, en proie à une insurmontable angoisse. Elle se
dirige vers la porte comme si elle courait pour cacher un sanglot
près d’éclater.
F R A N C E SC A .

Veux-tu que je t’accompagne, Silvia?
S IL V IA , d’une voix étouffée.

Non, non.
Elle disparaît.
F R A N C E SC A .

Ah! quelle malédiction, quelle malédiction! Vous la
voyez? Tant qu’elle était dans son lit, sous ses cou­
vertures, avec ses bandages, exsangue, l’horreur de la
chose n’apparaissait pas tout entière. Mais maintenant
qu’elle est debout, maintenant qu’elle marche, va et
vient, revoit les personnes amies, retrouve ses habi­
tudes d’autrefois, se dispose aux gestes qui lui étaient
familiers... Pensez donc!
LORENZO.

Oui, c’est un sort trop affreux. Je me rappelle tou­
jours ce que vous disiez d’une façon si tendre, en
la regardant, ce jour d’avril : « On croirait qu’elle a
des ailes! » Cet aspect de créature ailée, c’était la
beauté, la légèreté de ses mains qui le lui donnait. Il
y avait en elle une espèce de frémissement continu.
Mais, à présent, il semble qu’elle se traîne...
F R A N C E SC A .

Et ce sacrifice a été inutile comme les autres, n’a
servi à rien, n’a rien changé : voilà ce qui fait l’atro­

�ACTE QUATRIÈM E.

93

aité de son sort. Si Lucio lui était resté, je crois
c
tro
qu’elle serait contente d’avoir pu lui donner ce suprême
témoignage d’amour, d’avoir pu lui faire aussi le sacri­
fice de ses mains vivantes. Mais, à présent, elle con­
naît toute la vérité, toute l’atroce vérité... Ah! quelle
infamie! Auriez-vous jamais cru que Lucio fût capable
d’une action pareille? Dites.
LOREN ZO.

Il a son destin, lui aussi, et il s’y soumet. Il n’est
pas plus le maître de sa vie qu’il n’a été le maître de
sa mort. Je l ’ai vu hier... Il m’avait écrit au Fort des
Marbres pour me prier de monter jusqu’aux Carrières
et de lui expédier un bloc... Je l’ai vu hier, dans son
atelier. On croirait, tant son visage est décharné, que le
feu de ses yeux le lui dévore. Quand il parle, il s’excite
d’une manière étrange. Cet aspect m ’a paru inquié­
tant.... Il travaille, travaille, travaille avec une furie
terrible : peut-être s’efforce-t-il de se soustraire à une
préoccupation qui le ronge.
FRAN CESCA.

La statue est encore là?
LOREN ZO.

Elle est encore là, sans bras. Il l ' a laissée telle
quelle; il n’a pas voulu la restaurer. Comme cela, sur
son piédestal, elle ressemble vraiment à un marbre
antique exhumé dans une des Cyclades. Elle a quelque
chose de sacré et de tragique, après la divine immo­
lation.
F R A N C E SC A , à voix basse.

Et cette femme, la Gioconda... elle était là?
LOREN ZO.

Oui, elle était là, silencieuse. Quand on la regarde,
on a beau penser qu’elle est la cause de tout ce mal;
vraiment, il est impossible de trouver dans son cœur

�94

LA GIO CO NDA.

aucune malédiction contre elle; non, cela est impossible,
quand o n la regarde... Jamais je n ’ai vu tant de mystère
dans une chair mortelle.
Une pause. Le vieillard et la bonne sœur restent quelques instants
pensifs, la tête basse.
F R A N C E S C A , avec un soupir oppressé par l’angoisse.

Mon Dieu ! mon Dieu ! Et maintenant, il va falloir que
j ’amène Beata près de sa mère; et elles se reverront,
après si longtemps; et la petite comprendra la vérité,
saura l’horrible chose... Comment la cacher à une
enfant qui se rappelle toutes les caresses et qui en est
folle? Vous l’avez vue, tout à l ’heure, vous l’avez
entendue...
Silvia reparaît sur le seuil. Ses yeux sont rougis et toute sa
personne est contractée par un douloureux effort.
S IL V IA .

Me voici, Francesca; je suis prête. S’il vous plaît de
monter, maître, on a préparé votre chambre.
L O R E N Z O , allant vers elle, d'une voix que l’émotion fait trembler.

Courage! C’est la dernière épreuve.
Il sort. La mutilée, haletante, s’avance vers sa sœur.
S IL V IA .

Va, va, maintenant! Amène-la! J ’attends ici.
Francesca lui jette les bras autour du cou et l’embrasse en silence ; puis
elle sort du côté de la mer et s’éloigne rapidement parmi les lauriersroses.

SCÈNE I I I
SILVIA,

haletante, regarde à travers les branches qu'embrase
le soleil déclinant. C’est l'heure extatique. Le jour est plus lim­
pide que les vitres de la pièce blanche ; la mer est suave comme la
fleur du lin, si parfaitement immobile que les longues images des
voiles reflétées paraissent en toucher le fond; il semble que le fleuve
engendre ce grand repos en y versant l’onde éternelle de sa paix. Les

�ACTE Q U A T R I È M E .

95

bois salubres, tout pénétrés d’or fluide, ont une légèreté merveilleuse,
comme s’ils perdaient leurs racines pour nager dans le délice do leur
propre parfum ; les Alpes mères du marbre dessinent au loin dans le ciel
une ligno do beauté où s’exprime le rêve qui monte du peuple invisible
des statues endormies. Dans le silence réapparaît LA S I R E ­

NETTA,

qui fait entendre sa voix pure.
LA S I REN ETT A .

Tu es seule?
S IL V IA , oppressés.

Oui, j ’attends.
LA S IR E N E T T A , s’approchant.

Tu as pleuré?
S IL V IA .

Oui, un peu.
LA S IR E N E T T A , avec une pitié infinie.

On dirait que tu as pleuré une année entière. Tes
yeux sont brûlés par les larmes. Ton cœur souffre
trop.
S IL V IA .

Tais-toi. Je ne puis contenir mon cœur.

(Elle s'appuie
contre la tige du laurier le plus voisin, convulsée, incapable do sup­
porter davantage le supplice de l’attente.)

Elle va venir! Elle

va venir !
Elle se détache de la tige et rentre dans la pièce, comme saisie de
terreur, à la façon d’une personne qui chercherait un refuge.
LA V O IX DE BEAT A, parmi les lauriers-roses.

Maman ! maman !
ment pâle.) Maman!

(La mère sursaute et se retourne, affreuse­

L’enfant s’élance vers la mère avec un cri de joie, la face en feu, brû­
lante, les cheveux en désordre, essoufflée comme après une longue
course, tenant une botte de fleurs mises pêle-mêle. Au moment où elle
s’élance, les fleurs tombent. La mutilée se penche vers les petits bras
qui lui enlacent le cou; elle offre son visage de morte aux baisers
furieux.
S IL V IA ,

Beata! Beata!

/

�LA GIOCONDA.

96

BEATA, essoufflée.

Ah! comme j ’ai couru, comme j ’ai couru! Je me suis
sauvée, toute seule. J ’ai couru, j ’ai couru... On ne vou­
lait pas me laisser venir. Ah! mais je me suis sauvée,
avec ma botte de fleurs.
Elle couvre de nouveaux baisers le visage maternel.
S IL V IA .

Tu es toute moite de sueur; tu as chaud, tu brûles...
Mon Dieu!
Dans l’emportement de sa tendresse, elle est sur le point de faire un
geste instinctif pour essuyer la sueur ; mais elle se retient, cache ses
moignons dans les plis de sa robe ; et un frisson d’horreur court par
toute sa personne, visible.
BEATA.

Pourquoi ne me prends-tu pas? Pourquoi ne me
serres-tu pas dans tes bras? Prends-moi, prends-moi,
maman!
Elle se hausse sur la pointe des pieds pour se faire prendre dans les bras
maternels. La mère recule, éperdue.
S IL V IA .

Beata!
BEATA, pressante.

Tu ne veux pas? Tu ne veux pas?
S IL V IA .

Beata!
Elle essaie d’esquisser un sourire sur ses lèvres blêmes,
que tord une douleur inexprimable.
BEATA.

Tu joues? Qu’est-ce que tu caches? Oh! donne-moi,
donne-moi ce que tu caches!
S IL V IA .

Beata! Beata!
BEATA.

Moi, je t’ai apporté des fleurs, une botte de fleurs.

�ACTE Q U A T R I È M E .

Vois-tu? Vois-tu?

97

(En se retournant pour ramasser les fleurs

tombées, elle aperçoit son amie sauvage et elle

la Sirenetta! Tu es là?

la

reconnaît.)

Oh !

(La Sirenetta est là, devant le vitrage,

debout, muet témoin, les yeux fixés sur la mère douloureuse. De même
que le souffle répété du vent passe à travers le feuillage d'un arbuste et
le fait trembler, ainsi la douleur de la mère semble investir et pénétrer
ce corps mince que le soleil oblique entoure de ses bandes d’or.)

Les vois-tu, toutes ces fleurs! Toutes pour toi!

(La

petite ramasse le bouquet.) Tiens!
Elle s’élance encore vers sa mère, qui recule.
S IL V I A.

Beata! Beata !
B EA T A, étonnée.

Tu ne les veux pas? Prends-les! Tiens!
SILV1A.

Beata!
Elle tombe à genoux, vaincue par la douleur, terrassée comme par un
coup plus rude ; elle tombe à genoux devant sa fille effrayée ; et un
flot de larmes, jailli de ses yeux comme le sang jaillit d’une blessure,
inonde sa face.
BEAT A.

Tu pleures? Tu pleures?
Effrayée, l'enfant se jette sur le sein de sa mère avec toutes les fleurs.
La Sirenetta, tombée aussi à genoux, penchée en avant, de son front
et de ses mains étendues touche la terre.

6

��LA VI LLE MORTE
TRAGÉDIE

EN

CINQ

ACTES

Représentée pour la première fois à Paris, au théâtre de la Renaissance,
le 21 janvier 1898.

’'Epü&gt;ç ¿vexais [xctyav...
S ophocle*

fiSCD 2 GRENoaut

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SA R A H B E R N HA R DT

QUI

EUT
LA

UN

S O IR

C É C IT É

DANS

DES

SES

STATUES

YEUX

V IV A N T S

D IV IN E S .

�D R AMATIS PERSONÆ

ALEXANDRE
L É O N A R D ....
A N N E ..............

MM.

Léon

B rémont.

A bel D eval.

Mmes S a r a h

B ernhardt.

H É B É .............

B lanche

L a N o u r r ic e . .

A ndrée Can ti.

D u f r ê NE.

Dans l’Argolido très altérée, devant les ruines de Mycènes riche en or.

�LA VI LLE MORTE

ACTE PREMIER
Une salle vaste et lumineuse, ouverte sur une terrasse ornée de
balustres qui s’avance vers l’antique cité des Pélopides. Le plan do la
terrasse est plus haut que le plancher de la salle, et l’on y monte par
cinq marches de pierre disposées on forme de pyramide tronquée comme
devant le pronaos d’un temple. Deux colonnes doriques soutiennent l'ar­
chitrave. Dans l’entre-colonnement, on aperçoit l’Acropole avec ses
vénérables murs cyclopéens interrompus par la Porte des Lions. Los
murailles latérales ont chacune deux issues qui conduisent aux appar­
tements intérieurs et à l’escalier. Une grande table est encombrée
de livres, de dessins, de statuettes, de vases. Le long des murailles,
dans les espaces libres, sont partout rassemblés des moulages de sta­
tues, de bas-reliefs, d’inscriptions, de fragments précieux : simulacres
d’une vie lointaine, vestiges d’une beauté disparue. Le rassemblement
de toutes ces choses blanches et immobiles donne à la salle un aspect
clair et rigide, presque sépulcral, dans la lumière éclatante du matin.

SCÈNE P R E M I È R E
A N N E , assise sur la plus haute des marches par où l’on monte à
la terrasse, la tête appuyée au fût d’une colonne, écoute en silence
H É B É qui lit. Sur une marche plus basse, aux pieds de la
femme qui écoute, LA N O U R R IC E demeure dans une attitude
inerte, comme une esclave au cœur patient. Hébé, debout, adossée à
l’autre colonne, est vêtue d’une sorte de tunique simple et harmonieuse
comme un péplum. Elle tient dans ses mains un livre ouvert, YAnti­
gone de Sophocle, et elle lit d’une voix lente et grave, où tremble par

�104

LA V IL L E MORTE.

instants un trouble indéfini qui n’échappe pas à l’écoutante. Les
signes de l ’inquiétude et de l’anxiété animent peu à peu le visage de
celle-ci.
H É B É , lisant.

Éros invaincu au combat,
Éros, qui précipites les fortunes,
qui sur les tendres joues
de la vierge te mets en embuscade,
»
qui vas rôdant au delà des mers et dans les étables agrestes!
Et nul d’entre les Immortels ne peut te fuir,
nul d’entre les hommes éphémères; et quiconque t’éprouve
[est plein de fureur.
Les esprits dévoyés des justes,
c’est toi qui les pousses à la ruine;
et c’est toi aussi qui as provoqué
à cette lutte les hommes du même sang.
Le clair charme des yeux d’une épouse
aimée triomphe sur les grandes lois.
Invincible, la déesse Aphrodite se joue de tout.
Et voici que déjà moi-même, à ce spectacle,
je suis emporté au delà des règles
et ne puis retenir plus longtemps les sources des larmes,
quand je vois s’avancer vers la couche
qui assoupit tout cette Antigone.
ANTIGONE

Voyez-moi, ô citoyens de la terre paternelle,
entrer dans le dernier
chemin, regarder la dernière
splendeur du soleil;
et puis, jam ais plus! Hadès qui assoupit tout me conduit
vivante au rivage de l’Achéron
sans que j ’aie connu les noces.
Jamais l’hymne nuptial
ne fut chanté pour moi; mais j ’épouserai l’Achéron.
La lectrice s’interrompt, la gorge serrée.
Le livre vacille entre ses mains.
ANNE.

Vous êtes lasse de lire, Hébé?
HÉBÉ.

Un peu lasse, peut-être... Ce printemps qui se meurt

�ACTE P R E M I E R .

105

est déjà si ardent qu’il fatigue et suffoque comme le
grand été... N’en souffrez-vous pas, vous aussi?
Elle ferme le livre.
ANNE.

Vous avez fermé le livre?
H ÉBÉ.

Oui, je l’ai fermé.
Une pause.
A N NE.

Y a-t-il beaucoup de lumière dans la salle?
HÉBÉ .

Beaucoup.
ANNE.

Le soleil arrive-t-il jusque sur la terrasse?
HÉBÉ.

Déjà il descend le long de la colonne et va atteindre
votre nuque.
ANNE, élevant une main pour toucher la colonne.

Le voici, je le sens. Comme la pierre est tiède! Il me
semble que je touche une chose vivante... Êtes-vous
au soleil, vous, Hébé? Autrefois, quand je fixais vers
les rayons mes yeux morts, je voyais comme une
vapeur rougeâtre, à peine distincte; ou encore, de
temps à autre, une scintillation pareille à celle que
donnent les durs silex, presque douloureuse... Mais
maintenant, plus rien : l’obscurité est parfaite.
H ÉBÉ .

Et cependant vos yeux sont toujours beaux et purs;
et, le matin, ils sont pleins de fraîcheur, comme si le
sommeil était pour eux une rosée.
ANNE, se couvrant les yeux avez ses deux paumes
et appuyant ses coudes sur ses genoux.

Ah! le réveil de chaque matin, quelle horreur*

�106

LA V I L L E

MORTE.

Presque toutes les nuits, je rêve qu'une vue miraculeuse
m’est revenue dans les pupilles... Et se réveiller tou­
jours au milieu des ténèbres, au milieu du noir... Si
je vous disais la pire de mes tristesses ! Je me rappelle
presque toutes les choses que j ’ai vues au temps de
la lumière : je m’en rappelle les formes, les couleurs,
les moindres particularités; et leurs images complètes
surgissent pour moi dans le noir, dès que je les effleure
avec la main. Mais de ma propre personne je n’ai gardé
qu’un souvenir confus, comme d’une morte. Une grande
ombre est tombée sur l’image de moi-même; le temps
l’a effacée, comme il efface en nous les figures de ceux
qui ne sont plus. Mon visage s’est évanoui pour moi
comme le visage de mes chers défunts... Tous mes efforts
sont inutiles. Si j ’ai enfin réussi à évoquer un visage,
je sais que ce n’est pas le mien. Ah! quelle tristesse!
Dis, nourrice, que de fois t’ai-je priée de me conduire
devant le miroir ! Et là, je restais le front contre le cristal
pour me souvenir, prise de je ne sais quelle attente
insensée... Et que de fois aussi je me suis pressé le visage
avec les paumes, pour en saisir l’empreinte dans la
sensibilité de mes mains! Ah! que de fois il m’a semblé
que je portais en creux dans mes mains mon masque
fidèle, pareil à ceux qu’on moule avec le plâtre sur
les cadavres ! Mais c’est un masque inerte. (Elle découvre
lentement sa face et tend devant elle ses paumes concaves.) Com­
prenez-vous l’atrocité de cette tristesse?
HÉBÉ .

Comme vous êtes belle, Anne!
ANNE.

La nuit passée, j ’ai fait un rêve étrange, indes­
criptible. Une subite vieillesse envahissait tous mes
membres; je sentais sur toute ma personne les sillons
des rides; je sentais mes cheveux tomber de ma tête
à grandes boucles sur mes genoux, et mes doigts s’y

�ACTE P R E M I E R .

107

embarrassaient comme dans des écheveaux dénoués;
mes gencives se vidaient, et mes lèvres y adhéraient
mollement; et tout en moi se faisait informe et misé­
rable. Je devenais semblable à une vieille mendiante
qui m ’est restée dans la mémoire, une pauvre idiote
que je voyais tous les jours — quand j ’habitais encore
la maison paternelle et que ma mère vivait encore —
tous les jours, devant la grille du jardin... Te la rap­
pelles-tu, nourrice? Elle se nommait la Simone; et elle
balbutiait toujours une même chanson, dans l ’espoir
de me faire sourire... Quel étrange rêve! Et pourtant,
il répond à un sentiment douloureux que j ’ai quelque­
fois de mon être, lorsque j ’écoute ma vie couler... Oui,
quelquefois, dans le silence et dans l’ombre, j ’entends
couler ma vie avec un grondement si terrible que je
voudrais mourir pour ne l’entendre plus. Ah ! vous ne
pouvez pas comprendre!
HÉ BÉ.

Je comprends. A moi aussi, dans la lumière, l’heure
qui passe donne quelquefois une anxiété intolérable.
Il me semble que nous attendons une chose qui n’ar­
rive jamais. Rien n’arrive, depuis longtemps.
ANNE.

Qui sait?

(une pause.)

Je ne sens plus le soleil.

H E B E , se tournant vers la terrasse et regardant le ciel..

Un nuage passe, mais léger : un nuage d’or qui a la
forme d’une aile. Tous les jours, des nuages passent
dans l’azur du ciel; ils montent de là-bas, du golfe
Argolique, et ils s’en vont vers Corinthe. Je les vois
naître et disparaître. Il y en a de merveilleux. Quel­
quefois ils restent longuement sur l’horizon et, le soir,
ils s’allument comme des bûchers. Mais aucun d’eux
n’a versé encore une goutte d’eau. Toute la campagne
a soif. Hier, un pèlerinage est parti de Carvati pour 1j

�108

LA V I L L E MOR TE .

chapelle du prophète Élie, afin d’obtenir qu’il pleuve.
La sécheresse est partout, et le vent soulève à une
grande hauteur la poussière des sépulcres.
ANNE.

Vous n’aimez pas ce pays, Hébé?
HÉBÉ.

Il est trop triste. A certaines heures, il me semble
presque effrayant. Il y a deux années, lorsque je
montai pour la première fois à Mycènes avec mon
frère, c’était par un torride après-midi d’août. Derrière
nous, toute la plaine d’Argos était un lac de flamme.
Les montagnes étaient fauves et sauvages comme des
lionnes. Nous montions à pied, en silence, frappés de
stupeur, presque sans souffle, les yeux éblouis. De temps
à autre, un tourbillon silencieux s’élevait soudain au
bord du sentier, une sorte de colonne faite de poussière
et d’herbes arides; et il nous suivait sans bruit, d’une
marche de fantôme. En le voyant approcher, je ne
pouvais me défendre d’une crainte instinctive, comme
si ces formes mystérieuses eussent renouvelé en moi
la terreur que m’avaient inspirée les crimes antiques.
Léonard, en ramassant sur le revers d’un grand fossé
la dépouille d’un serpent, me dit par plaisanterie : « Il
était dans le cœur de Clytemnestre ». Et il l’enroula
comme un ruban autour de mon chapeau. Le vent
agitait devant mes yeux la petite queue luisante, avec
un frou-frou de feuilles sèches. Et une soif horrible me
brûlait la gorge. Nous cherchâmes la fontaine Perseia,
dans le vallon, sous la citadelle. Ma fatigue était si
grande que, dès que j ’eus mis les mains et les lèvres
dans cette eau glacée, je défaillis. Lorsque je repris mes
sens, il me sembla que je me retrouvais dans un lieu
de rêve, hors du monde, comme après la mort. Le
vent faisait furie; les tourbillons de poussière se
poursuivaient sur la hauteur et se perdaient dans le

�ACTE P R E M I E R .

109

soleil qui semblait les dévorer. Une immense tristesse
me tomba sur l’âme, une tristesse jamais éprouvée,
inoubliable. Je crus être arrivée dans un lieu d’exil
sans retour, et toutes les choses prirent à mes yeux
une apparence funèbre qui me donnait je ne sais quel
pressentiment angoissé... Jamais je n’oublierai cette
heure-là! Mais Léonard me soutenait et m ’entraînait,
plein d’espérance et de courage. Il était certain de
retrouver intacts ses princes Atrides, dans leurs
sépulcres cachés. Il me disait en riant : * Tu ressem­
bles à la vierge Iphigénie, quand on la traîne au
sacrifice! « Et pourtant, sa gaîté et sa confiance ne
me réconfortaient pas... Vous le voyez, Anne : chaque
jour son attente reste déçue. Cette terre maléfique,
remuée par lui sans trêve, ne lui a donné jusqu’à ce
jour qu’une fièvre qui le consume. Si vous pouviez le
voir, vous en seriez inquiète...
ANNE.

C’est vrai. A certaines minutes, sa voix est comme
une flamme étouffée. Hier, en touchant sa main
décharnée et brûlante, je pensais qu’il devait être
malade. Il était près de moi, lorsque vous êtes entrée;
et il a sursauté comme un homme pris de peur. Tant
que vous avez été là, je le sentais frémir par moments
comme si vos paroles l’eussent fait souffrir. J ’ai pour
ces choses un discernement bien étrange. Mes yeux
ne voient plus; mais cela fait que mon âme entend
mieux. Hier, elle entendait trembler ces pauvres nerfs
qui souffraient, hélas, si cruellement! Je voulais vous
en parler.
H É B É , avec une anxiété manifeste.

Vous croyez que mon frère est vraiment malade?
ANNE.

Peut-être n’est-il que fatigué. Ses forces sont à
7

�LA V I L L E M O R T E .

no

bout. Son idée le tourmente comme une passion. Peutêtre ne dort-il pas. Savez-vous s’il dort?
HÉBÉ.

Je ne sais. Depuis quelque temps, il a quitté la
chambre où il couchait autrefois et qui est contiguë
à la mienne. Je connaissais alors la profondeur de
son sommeil par la placidité de son haleine. Mais, à
présent, il est trop éloigné.
ANNE.

Peut-être ne dort-il pas.
HÉBÉ.

Peut-être. Ses paupières se sont gonflées et rougies.
Et il continue de vivre au milieu de cette poussière irri­
tante; il est toujours là, peinant à fouiller la ruine, à
désensevelir les reliques, à respirer l’exhalaison des
sépulcres. Ah! quelle terrible volonté est la sienne! Je
suis sûre qu’il ne se donnera aucun répit jusqu'à ce
qu’il ait arraché à la terre le secret qu’il cherche.
ANNE.

En lui aussi, ce me semble, il y a un secret.
HÉBÉ.

Quel secret?
ANNE.

Je ne sais.
Une pause.

H ÉBÉ.

Depuis quelque temps il est changé, changé profon­
dément. Il était si doux avec moi, naguère! J'étais tout
pour lui : la seule compagne de sa jeunesse. Que de
fois je l’ai vu fatigué, mais non comme à cette heure!
Il mettait son âme sur mes genoux, ainsi qu’un
enfant. A cette heure, non. Quand je m’approche de
lui, je sens qu’il se ferme. Naguère, quand l’effort de

�ACTE P R E M I E R .

111

la pensée lui faisait mal au front, il voulait que je
posasse mes doigts sur ses tempes afin d’endormir la
pulsation douloureuse, et il m’en était reconnaissant
comme d’un délicieux remède. A cette heure, non. Je
sens qu’il me fuit. Vous me disiez, Anne, qu’hier
mes paroles le faisaient souffrir...
A N N E , avec un accent pénétrant.

Peut-être voit-il qu’en vous il y a quelque chose de
changé.
H É B É , troublée.

En moi?
ANNE.

Peut-être devine-t-il la cause de vos mélancolies, et
s’en afflige-t-il.
H ÉBÉ.

La cause de mes mélancolies?
A N NE, voilant l’acuité de son investigation.

Vous-n’aimez pas ce pays, et vous désirez en partir.
H ÉB É .

Je suis — maintenant et toujours — soumise à ses
volontés.
AN NE.

Voici de nouveau le soleil. Votre nuage est passé.
Comme le soleil est chaud! Il brûle presque. Donnezmoi la main, je vous prie. Aidez-moi à me lever et à
descendre. (Hébé lui tend la m ain, l’aide à se lever et la conduit
jusqu’en bas des marches. Anne, tenant' encore cette main dans la
sienne et se serrant contre la jeune fillo comme pour la sentir palpiter,
lui adresse cette question inattendue :) A V EZ-VOUS VU m o n

mari, ce matin, avant son départ?
H E B E , avec un peu d’hésitation.

Oui, je l’ai vu en compagnie de mon frère.
ANNE.

Savez-vous où il est allé?

�U2

LA V I L L E

MORTE.

H ÉB É.

Il a fait seller son cheval et s’est éloigné seul par
la route d’Argos.
ANNE.

Depuis quelque temps, il n’aime plus le travail. Il
reste absent de longues heures; et, à son retour, il est
silencieux. Vous rappelez-vous les premières semaines
après notre arrivée? Vous rappelez-vous son ardeur?
Lui aussi, comme Léonard, avait d’immenses trésors à
découvrir, mais c’était au fond de son âme. Il semblait
que cette terre eût, mieux qu’aucune autre, la vertu
d’exalter sa pensée. En lui, le flot de la poésie était si
abondant que sans cesse il en épanchait, presque dans
chacune de ses paroles. Vous rappelez-vous? Mais, à
cette heure, il est taciturne et absorbé.
H E B E , avec un peu d’émoi.

Il médite peut-être une grande oeuvre. Il porte
peut-être en lui le poids d’une grande idée encore
informe. Son génie va peut-être produire à la lumière
une création merveilleuse.
ANNE.

Il s’entretient volontiers avec vous. Ne vous a-t-il
rien révélé?
H E B E , toujours avec une légère altération dans la voix.

Que pourrait-il me révéler qu’il n’eût déjà révélé
à vous-même, chère Anne? Vous êtes si près, si près
de son cœur!
A N NE.

Je suis près de son cœur comme une mendiante est
près d’une porte. Et peut-être n’a-t-il plus rien à me
donner.
H E B E , doucement.

Pourquoi dites-vous ces choses? Je vois ses yeux, moi,

�ACTE P R E M I E R .

113

quand ils se tournent vers vous. Toujours son regard
répète qu’il n’a rien de plus cher et ne connaît rien
de plus beau... Vous êtes si belle!
A NNE.

Il semble que vous voulez me consoler d’un bien
que j ’aurais perdu...
H ÉBÉ.

Pourquoi dites-vous ces choses?
A N N E , aux écoutes.

Entendez-vous? Ce doit être Alexandre qui revient.
Va, nourrice; monte à la terrasse et regarde.
La nourrice, qui jusqu’alors est restée assise sur les marches,
impassible, se lève et monte à la terrasse.
LA N O U R R IC E .

Il n’y a personne sur la route.
A N NE.

Je croyais avoir entendu le pas de son cheval.
Serait-il loin encore? Déjà il est tard.
H ÉBÉ.

De la fenêtre de ma chambre, on découvre toute la
route jusqu’à Argos. Je vais voir s’il est en chemin.
Elle sort par la seconde porte à droite.

SCÈNE II
La

N o u r r i c e S’approche d’A N N E , qui se couvre
le visage avec ses mains.
AN NE.

Nourrice, je voudrais pleurer.
LA N O U R R IC E , lui prenant les mains, qu’elle baise.

Qu’est-ce que tu as sur le cœur, ma chère fille?

�114

LA V I L L E

MORTE.

ANNE.

Je ne sais : quelque chose qui me serre comme un
noeud ; et puis... je ne sais quelle crainte...
LA N O U R R IC E .

Tu as peur?
A N NE.

Je ne sais... Laisse-moi m’asseoir. Reste près de
moi. (Elle s’assoit. La nourrice s’agenouille à ses pieds. Soudain,
Anne penche la tête vers elle.) Nourrice, regarde si tu me
trouves des cheveux blancs. Je dois avoir déjà des
cheveux blancs. Regarde bien, nourrice : là, sur les
tempes; là, sur la nuque. En as-tu trouvé? Oui? Un
seul? Plusieurs? Beaucoup?
LA N O U R R IC E , qui a mis les doigt dans la chevelure d’Anne.

Aucun.
ANNE.

Aucun? Vraiment? Tu me dis la vérité?
LA N O U R R IC E .

Aucun.
ANNE.

Suis-je encore jeune? Dis : ai-je encore l’air d’être
jeune? Dis-moi la vérité!
LA N O U R R IC E .

Tu es très jeune encore.
ANNE.

Dis-moi la vérité !
LA N O U R R IC E .

Pourquoi voudrais-je te mentir? Tu es blanche
comme ces statues. Nulle femme n’est aussi blanche
que toi...
A N NE.

Oui. C’est ce que m’a dit Alexandre la première

�ACTE P R E M I E R .

Ilo

fois qu’il m’a parlé, au temps lointain. Ah! et c’est
pour cela que, comme les statues aussi, je suis devenue
aveugle... Qu’est-ce qu’Hébé disait de mes yeux, tout
à l’heure?Nourrice, regarde mes yeux. Ne sont-ils pas
comme deux pierres opaques?
LA N O U R R IC E .

Ils sont limpides comme deux gemmes.
A N NE.

Ils sont morts, nourrice; ils sont sans regard. Ne te
donnent ils pas un peu de frisson, lorsque tu les con­
sidères? Ne te donnent-ils pas un peu d’épouvante?
Dis-moi la vérité!
LA N O U R R IC E .

Oh! tais-toi. Ils vivent encore, ils vivent encore. Un
jour, tout à coup, par la grâce de Dieu, ils recouvre­
ront la lumière qu’ils ont perdue.
AN NE.

Jamais! jamais!
LA N O U R R IC E .

Un jour, tout à coup, demain peut-être...
ANNE.

Jamais plus! jamais plus!
LA N O U R R IC E .

Qui connaît la volonté du Seigneur? Pourquoi le
Seigneur t’aurait-il laissé les yeux si beaux, s’il ne
voulait pas te les illuminer une seconde fois?
A N NE.

Jamais plus!
LA N O U R R IC E .

Si vraiment l’espérance était morte, pourquoi mon
cœur tremblerait-il chaque matin, lorsque tu m’appelles?
Pourquoi, lorsque j ’ouvre chaque matin les fenêtres

�116

LA V IL L E

MORTE.

de ta chambre pour laisser entrer la lumière, aurais-je
toujours la même attente au moment où je me retourne?
A N N E , avec un frémissement profond.

Plût à Dieu!
LA N O U R R I C E .

Toi aussi, ne rêves-tu pas toutes les nuits que la vue
est revenue dans tes pupilles?
ANNE.

Oh, les rêves!
LA N O U R R I C E .

Crois aux rêves, crois aux rêves!
ANNE.

Voici Hébé. Va, va, nourrice.
La nourrice lui baise les mains, se lève et sort par 1 seconde porte à
gauche, ayant sur les lèvres une prière silencieuse.

SCÈNE I I I
HÉBÉ

rentre.

ANNE.

Alexandre arrive-t-il?
HÉBÉ.

On ne voit personne sur la route d’Argos. Au loin
apparaissait un poudroiement; mais c’était un trou­
peau de chèvres. Il revient peut-être en faisant un
détour à travers la campagne. Il s’est peut-être arrêté
à la fontaine Perseia... (Elle gravit les marches et regarde du
haut de la terrasse, entre les deux colonnes, contre le soleil.) On
travaille fébrilement, à l’Agora. Hier, on a trouvé
cinq stèles funéraires... Un grand nuage de poussière
s’élève de l’enceinte... Une poussière rougeâtre : il
semble qu’elle flamboie dans le soleil. Ah! c’est une

�117

ACTE P R E M I E R .

poussière qui doit s’insinuer dans le sang comme un
toxique... Assurément Léonard est là, sur les genoux,
occupé à fouiller de ses propres mains. Il craint que
le heurt du fer ne brise les objets fragiles. (Elle se
retourne vers l’aveugle.) Si vous voyiez avec quelle délica­
tesse il dégage de sa gangue de terre chaque frag­
ment! A le voir, on croirait qu’il va peler un fruit
précieux et qu’il a peur de perdre une seule goutte de
son SUC... (Une pause. Gagnée par une soudaine langueur, elle
descend vers l’aveugle dans la zone du soleil.) Anne, mange­
riez-vous bien une orange parfumée? Voudriez-vous
être à cette heure dans un jardin de Sicile?
AN NE, faisant un geste en l’air, comme pour attirer vers elle
la jeune fille.

Quelle voix étrange vient de vous monter aux lèvres,
Hébé! On dirait une voix neuve, la voix d’une personne
qui dormait et qui s’est réveillée tout à coup...
H ÉB É .

Mon désir vous étonne? Il ne vous plairait pas
d’avoir sur les genoux une corbeille de fruits? Oh!
avec quelle avidité j ’en mangerais, moi! A Syracuse,
nous allions dans les bois d’orangers, et nous voyions
entre les troncs resplendir la mer. Les arbres por­
taient sur leurs branches les fruits anciens et les
fleurs nouvelles; les pétales pleuvaient sur nos tètes
comme une neige odorante; et nous mordions la pulpe
juteuse comme on mord le pain.
A N N E , qui tend de nouveau la main pour l’attirer vers elle;
tandis que l’autre reste encore un peu écartée.

C’est là que vous voudriez vivre. C’est là qu’habite
la joie. Tout votre être demande la joie, a besoin
de la joie. Ah! comme elle doit resplendir aujour­
d’hui, votre jeunesse! Vous rayonnez du désir de vivre
7.

�118

LA V I L L E

MORTE.

comme un foyer rayonne de chaleur. Laissez-moi y
réchauffer mes pauvres mains!
La vierge s’approche d’elle et s’assoit à ses pieds sur un escabeau.
Au moment où Anne lui touche les joues, elle a un frisson visible.
HÉBÉ.

Pourquoi vos mains sont-elles si froides?
A N NE.

Tout votre visage bat comme un pouls violent.
HÉBÉ.

Le soleil m’a mise en feu. Là-bas, à ma fenêtre, je
suis restée à regarder, sous le plein soleil. La pierre de
l’appui était brûlante. Ici encore, maintenant, le soleil
a envahi toute la chambre; et la bande de lumière
arrive jusqu’aux pieds de l’Hermès. Nous sommes
assises sur la rive d’un fleuve d ’or. Inclinez-vous un peu.
A N N E , la touchant vaguement au visage, aux cheveux.

Comme tu aimes le soleil! Comme tu aimes la vie!
Un jour, j ’ai entendu Alexandre te dire que tu ressem­
blais à la Victoire qui délace ses sandales. Oui, je me
rappelle... à Athènes... dans un marbre doux comme un
ivoire, une figure délicate et impétueuse qui donnait
le désir de l’envolement, d’une course aérienne sans
limite... Je me rappelle : sa petite tête se dessinait
dans la courbe de l’aile qui, au repos, lui pendait de
l’épaule. Alexandre disait que l ’impatience du vol était
répandue en tous les plis de la tunique et que nulle
autre image ne représentait plus vivement le don de
la célérité divine... Nous vécûmes quelque temps dans
l’enchantement de sa grâce juvénile. Chaque jour nous
montions à l’Acropole pour la revoir... Est-il vrai que
vous lui ressemblez, Hébé?
H É B E , troublée par les manières étranges de l’aveugle
qui continue à la toucher.

Je suis sans ailes. Vous me les cherchez inutilement.

�ACTE P R E M I E R .
,A N N E .

Qui sait? Qui sait? Les ailes impalpables sont celles
qui volent le plus loin. Toute vierge peut être une
messagère... (Une pause. Elle continue à effleurer des doigts
la jeune fille. Celle-ci fait un mouvement involontaire, comme pour
se dérober.) Vous ne souffrez pas que je vous touche?
Je sens que vous êtes belle, et je voudrais me repré­
senter votre beauté. Est-ce que mes mains vous répu­
gnent?
H ÉB É .

Non, non, Anne... (Elle lui prend les mains et les baise.)
Mais je ne saurais vous dire la sensation qu’elles me
donnent. Il me semble que vos doigts sont voyants...
Je ne sais : cela est comme un regard qui insisterait,
qui presserait... Chacun de vos doigts est comme une
paupière qui effleure... Ah! c’est comme si votre âme
tout entière descendait à l’extrémité de vos doigts et
que la chair y perdît sa nature humaine. La couleur
de vos veines est indicible... (Elle lui pose les lèvres dans le
creux de la main gauche, en tremblant.) Ne Sentez-VOUS pas
mes lèvres sur votre âme?
ANNE.

Tes lèvres sont brûlantes. Et elles sont lourdes,
comme si en elles s’était ramassée toute la richesse
de la vie. Ah! comme tes lèvres doivent être tenta­
trices! Toutes les promesses et toutes les persuasions
doivent y résider.
H ÉBÉ.

Vous me troublez... Ma vie est enclose dans un
cercle étroit, pour toujours peut-être. Je vous lisais
tout à l’heure l'Antigone. Par moments, je croyais lire
mon propre destin. Moi aussi, je me suis consacrée à
mon frère ; moi aussi, je suis liée par un vœu.

�120

LA V I L L E MO ll TE .
AN N E , avec une tendresse passionnée et inquiète.

La force de ta vie est trop grande pour qu’elle se
consume dans le sacrifice. Tu as besoin de vivre,
chère enfant, besoin de jouir, de mordre les fruits,
d’effeuiller les fleurs! En toi, je sens comme un feu
qui s’embrase. Tout ton sang bat sur ton visage,
d'une façon si étrange... Oh! je ne connaissais pas
encore un battement si violent. Ton cœur, ton cœur...
(Elle lui cherche sur la poitrine la place du cœur, se penche pour
écouter. Et elle prononce d’une voix plus basse, avec une sorte de

Il est terrible, ton cœur! Il semble
convoiter le monde! il est éperdu de désir...

mystère, ces paroles:)

HÉ BÉ.

Oh! Anne...
Elle tremble et se contracte sous les mains de l’aveugle comme sous
une torture lente qui l’énerverait et l’épuiserait.
ANNE.

Ne tremble pas! Je suis pour toi comme une sœur
morte', qui reviendrait. Un temps fut où mon sang
battait aussi de cette façon, où mon désir sans bornes
s’élançait, aussi vers l’immensité de la vie. Je sais ce
que tu rêves, ce que tu souffres et ce que tu attends...
Elle existe, la félicité, elle existe sur la terre; au-dessus
de chaque tête est suspendue l’heure de la félicité. Tu
suis avec dévouement ton frère, qui habite les ruines
et fouille les tombeaux; mais tu ne peux renoncer
à ton heure. Une force impérieuse a surgi du fond
de ton être, tout d’un coup; et il ne t’est plus possible
de l’anéantir. Alors même que tu réussirais à la briser,
mille rejetons repousseraient de ses racines. Il est
inévitable que tu cèdes... (La vierge cache sa face entre les
genoux d'Anne et demeure ainsi, toute tremblante.) Ne tremble
pas! Je suis pour toi comme une sœur morte, qui te
regarde d’outre-vie. Je te parais peut-être comme une
ombre : c’est que je suis dans un autre monde. Tu

�ACTE P R E M IE R .

121

vois ce que je ne vois pas. Je vois ce que tu ne vois
pas. De là vient que tu te sens séparée de moi par
un abîme. Et tu ne peux abandonner ton âme sur la
mienne comme tu abandonnes ta tête sur mes genoux.
Est-ce vrai ? (Elle met sur les cheveux de la vierge penchée
ses mains caressantes ; puis, elle les y plonge.) Que de cheveux !
Que de cheveux! Ils sont doux aux doigts comme
une eau tiède qui coulerait. Que de cheveux! Ils sont
admirables. Si je te les dénouais, ils te vêtiraient
jusqu’aux pieds. Ah! les voici qui se dénouent! (Les
cheveux dénoués s’épandent sur les épaules de la vierge et retombent
jusque sur la robe de l’aveugle, fluides comme une eau copieuse. Les

C’est un torrent. Ils te
couvrent toute. Ils arrivent jusqu’à terre. Ils me cou­
vrent aussi. Que de cheveux! Que de cheveux! Ils ont
un parfum... mille parfums... C’est un torrent plein
de fleurs!... Ah! tu es toute belle, tu possèdes tous les
dons! (Elle se passe les mains sur les tempes, sur les joues, con­

mains d’Anne en suivent les ruisseaux.)

vulsivement, avec un geste d’angoisse : car elle se sent perdue. Sa

Comment pourrait-il renoncer à toi...
celui qui t’aimerait? Comment pourrais-tu rester dans
l’ombre, toi qui es faite pour donner la joie? Une partie
de toi-même dormait dans les profondeurs, et voilà
qu’elle s’est réveillée. Tu te connais maintenant, n’est-il
pas vrai? Quelquefois, j ’ai prêté à ta marche une oreille
attentive. Tu marches comme si tu suivais en toi-même
une mélodie connue... Ah! si ma bouche pouvait te
dire la parole de la félicité ! (La jeune fille sanglote, ensevelie
sous ses cheveux.) Tu pleures? (Entre les cheveux, elle lui
cherche les paupières pour y sentir les larmes.) Tu pleures! tu
pleures! Ah! pitié de nous! (Une pause. — Hébé sanglote,
parole se voile.)

toujours dans la mémo attitude. Anne, inquiète, se tourne vers l’une
des portes. Une vive anxiété se manifeste sur son visage, parce quelle
entend un pas rapide qui monte l’escalier.)

C’est Alexandre!

Hébé se remet brusquement debout, le visage caché par scs cheveux
qui la couvrent toute, frémissante et effarée, dans la zone du soleil.

�LA V I L L E M O R TE.

122

SCÈNE IV
Entre A L E X A N D R E par la première porte à droite, une gerbe
de fleurs sauvages dans les mains, un peu haletant et enflammé. Il
s’arrête à l’aspect de la jeune fille, et son trouble est manifeste.
AN NE, dont la voix est redevenue calme et douce.

D’où viens-tu, Alexandre? Nous t’avons attendu lon­
guement. Hébé regardait par la fenêtre sur la route
d’Argos, pour découvrir ton cheval; mais tu n’appa­
raissais pas. D’où viens-tu?
A L E X A N D R E , parlant d’une voix limpide et assurée, avec des
modulations simples et sobres qui accusent la force d’un sentiment
spontané et profond dans tout ce qu’il dit.

J ’ai chevauché à travers la campagne, à l’aventure.
J'ai traversé l’Inakhos, qui n’a pas une goutte d’eau.
Toute la campagne est couverte de petites fleurs
sauvages qui se meurent, et le chant des alouettes
emplit tout le ciel. Ah! quelle merveille! Je n’avais
jamais entendu un chant si impétueux. Des milliers
d’alouettes, une multitude sans nombre... Elles par­
taient de tous les côtés, s’élançaient vers le ciel avec
une véhémence de frondes, paraissaient folles, se per­
daient dans la lumière et ne réapparaissaient plus,
comme consumées par le chant ou dévorées par le
soleil... Tout à coup, l’une d’elles est tombée aux pieds
de mon cheval, pesante comme une pierre; et elle est
restée là, morte, foudroyée par son ivresse, pour avoir
chanté avec trop de joie. Je l’ai ramassée. La voici.
A N NE, tendant la main pour prendre l’alouette.

Ah! elle est tiède encore! Comme sa gorge est déli­
cate! Tout à l’heure elle chantait... Regardez, Hébé.
(La jeune fille s’approche avec timidité, dans le désordre de ses
cheveux.)

Vous tremblez... Elle a honte de ses cheveux,

�ACTE P R E M I E R .

123

Alexandre. Elle était assise près de moi, tout à l’heure,
quand ils se sont dénoués sous ma main et m’ont
inondée tout d’un coup... Un prodige! Elle doit en
être couverte entièrement. Tu la vois, toi, tu la vois!
Êtes-vous dans le soleil, Hébé? Donne-lui tes fleurs,
Alexandre; donne-lui tes fleurs.
Hébé fait le geste de ramasser ses cheveux et de les tordre vivement
sur sa nuque.
A L E X A N D R E , étonné et perplexe, mais avec un sourire,
s’avance vers la jeune tille.

Acceptez ces fleurs.

(Après avoir en hâte renoué ses che­

veux, la jeune fille tend les mains et découvre son visage où appa­
raissent encore les traces des larmes.) VOUS

avez pleuré.

AN NE.

Elle me lisait l'Antigone. Soudain, la pitié l’a vaincue...
ALEXANDRE.

Vous avez pleuré pour Antigone !
ANNE.

Elle était sur les marches de la terrasse, voyait les
tourbillons de poussière s’élever de l’Agora; et la
pensée de son frère l’angoissait...
ALEXANDRE.

Vous lisiez le récit du gardien... Jamais, n’est-ce
pas? Antigone n’est aussi belle que sous cette tempête
de poussière enflammée, dans la plaine aride, alors
qu’elle hurle sur le cadavre nu de son frère. Les gar­
diens, assis sur la colline contre le vent, pour éviter
l’odeur, attendent, les yeux clos, que soit passée la
tempête aveuglante; mais elle, intrépide au milieu de
la fournaise, recueille à pleines mains la poussière et
la verse sur le cadavre... Ah! c’est toujours ainsi que
je la vois. Quand elle conduit OEdipe par la main ou
quand elle va au supplice, elle a moins de beauté et

�124

LA V IL L E

MORTE.

de grandeur. N’est-il pas vrai? J ’aurais voulu être là,
quand vous lisiez. Je ne vous ai jamais entendue lire.
A N NE.

Pourquoi ne liriez-vous pas encore quelques pages?
H ÉB É .

Je n ’ai plus le livre.
ANNE.

Vous l’avez sans doute laissé sur l’appui de la fenêtre?
H ÉB É .

Je l’ai laissé... je ne sais où.
ALEXANDRE.

Vous me lirez quelque chose, un jour.
HÉBÉ.

Je lirai quand vous voudrez.
ALEXANDRE.

Un jour, je voudrais vous entendre lire l'Électre de
Sophocle, à l’ombre de la Porte des Lions.
ANNE.

Ah! l’invocation à la lumière!
ALEXANDRE.

Un jour, je voudrais vous entendre lire un poème de
moi.
A N NE.

Lequel de tes poèmes?
A L E X A N D R E , incertain.

Lequel?
Une pause. Par la terrasse ouverte arrive une clameur confuse. Hébé
monte rapidement les marches et regarde vers l’Acropole.
H E B E , s’animant.

Ce sont les ouvriers, dans l’Agora. Ils crient d’allé­
gresse. Peut-être ont-ils découvert un sépulcre; peutêtre ont-ils retrouvé les Dynastes... Léonard! Léonard!

�ACTE P R E M I E R .

125

A L E X A N D R E , montant vers elle.

Est-ce que vous voyez Léonard?
H ÉB É .

Non, je ne le vois pas... La poussière cache tout : le
vent est trop fort.... Il doit être là-bas, à genoux, sous
la poussière... Léonard!
ALEXANDRE.

Votre voix ne parvient pas jusqu’à lui. Léonard ne
peut vous entendre.
H ÉBÉ.

Ils ne crient plus. Écoutez !
La masse confuse de ses cheveux se relâche et s’écroule.
ALEXANDRE.

Ils ne crient plus. On ne saisit plus aucun bruit.
Une pause. Tous deux restent quelques instants à côté l’un de l’autre,
muets. Le vent pousse vers Alexandre les cheveux dénoués.
ANNE.

Ce silence est étrange.

(Tous deux descendent les marches,
pensifs. A l’improviste, Hébé sent ses cheveux tirés, et elle jette un
petit cri. L’aveugle se dresse, tremblante. L’alouette morte tombe de
ses genoux.) Alexandre!
A L E X A N D R E , essayant de rire.

Oh! ce n’est rien, Anne. Quelques cheveux d'Hébé se
sont pris au chaton de ma bague et se sont arrachés.
(Se tournant vers Hébé.) Cela VOUS a fait mal?
H ÉBÉ.

A peine.
Elle pose les fleurs sur une marche et tente de contenir ses cheveux,
ALEXANDRE.

Pardonnez-moi. Je ne m’étais pas aperçu...
AN N E , sur un ton simple, en dissimulant.

Ils sont si doux, les cheveux d’Hébé! As-tu senti,
Alexandre? Je voudrais les avoir toujours entre les
doigts, comme une fileuse.
Elle s’approche à tâtons de la jeune fille et s’appuie sur son épaule,
d’un geste caressant.

�LA V I L L E MOR TE .

126

A L E X A N D R E , essayant encore de rire.

Oh ! je n’ai pas osé les toucher. C’est le vent qui les
a poussés vers moi. Mon larcin est involontaire :
quelques fils de soie pour lier ensemble les pages
éparses... ( i l cherche à déprendre les cheveux restés pris au chaton.)
Mais ils sont inextricables. Quels nœuds sait former
le Hasard!
H É B É , tressaillant.

Écoutez!
nouveau.

(Arrive

une

nouvelle clameur.)

Ils crient de

A NNE.

Quelque grande apparition...
ALEXANDRE.

Avez-vous remarqué, Hébé, comme Léonard était
inquiet et anxieux ce matin? Il semblait sortir d’une
fièvre nocturne... Peut-être avait-il été visité en songe
par le « Roi des Hommes » et s’était-il réveillé
avec un grand pressentiment. Est-ce que l’ardeur de
ses yeux ne vous faisait point mal? Moi, je ne pouvais
le regarder sans souffrir. J ’ai pensé longuement à lui,
dans la campagne. J ’espérais qu’il voudrait m’accom­
pagner : il aurait entendu le chant des alouettes, cueilli
des fleurs avec ces doigts qui, depuis trop longtemps,
ne connaissent que les pierres et la poussière. Ah!
oui, voilà trop longtemps qu’il se courbe sur la terre
dure et grise! Fasciné par les sépulcres, il a oublié la
beauté du ciel. Il faut que je l’arrache enfin au maléfice...
H ÉB É .

Vous seul pouvez le faire. Vous savez quel est sur
lui votre pouvoir.
A N NE, à voix basse.

Il est malade, très malade.
Hébé la regarde avec un sursaut d effroi et laisse tomber
la g erbe de fleurs.

�ACTE P R E M I E R .

121

ALEXANDRE.

Il a vraiment l’aspect d’un homme frappé d’un
maléfice, à certaines heures. Cette fois, la terre qu’il
fouille est mauvaise, et je me figure que maintenant
encore doivent en sortir les miasmes des crimes mons­
trueux. La malédiction qui pesa sur ces Atrides fut
si atroce que certainement il doit en subsister quelque
trace redoutable encore dans la poussière foulée par
eux. Je comprends que Léonard, qui vit de la vie
intérieure la plus intense, en soit troublé jusqu’à la
frénésie. Je crains que ces morts, qu’il cherche et
qu’il ne réussit pas à découvrir, ne se soient violem­
ment ranimés en lui, ne respirent en lui du terrible
souffle qui leur a été infusé par Eschyle : énormes
et sanglants comme ils sont apparus dans l’Orestie,
frappés sans trêve par le fer et la torche de leur Destin.
Ah! que de nuits je l’ai vu entrer dans ma chambre et
s’asseoir à côté de ma couche, avec le livre qui lui
ôtait le sommeil! Que de nuits nous avons veillé
ensemble, lisant à haute voix ces grands vers qui le
fatiguaient comme des cris, trop démesurés pour notre
souffle humain! Chaque jour, au contact de la terre
maudite, il doit sentir croître sa fièvre. Toute la vie
idéale dont il s’est nourri doit avoir pris en lui lès
formes et les reliefs de la réalité. J ’imagine qu’à chaque
coup de pioche il doit maintenant trembler de tous
ses membres, anxieux de voir apparaître le vrai visage
d’un Atride, encore intact, avec les signes encore
visibles de la violence soufferte, du meurtre cruel...
H ÉBÉ.

Écoutez! Écoutez!

(On entend une nouvelle clameur, plus

longue. La jeune fille, agitée, impatiente, monte à la terrasse. Elle

Ils So n t m o n t é s s u r
la muraille... Ils crient, ils crient vers moi; ils agitent
regarde vers l’Agora, dans lo grand soleil.)

�128

LA V I L L E M O RT E.

les bras... Regardez! Regardez!

(Anne prend et tient serré 1*

poignet d’Alexandre, toujours arrêtée au pied des marches, convulsée
par l’inquiétude. Hébé s’avance sur la terrasse, se penche à la balus­
trade. Dans les intervalles qui séparent les phrases brèves qu’elle crie,
elle paraît attentive à saisir les signes et les paroles do son frère qui

Léonard! Je vois Léonard!... Il est
là, il est là... Je le vois... Maintenant, il descend par la
Porte des Lions; il se met à courir; il est tout blanc
de poussière... Une grande chose! Une grande appa­
rition!... Léonard!... Ah! il est tombé... Son pied a
glissé contre une roche... Mon Dieu!... Il se relève, il
court... Mon frère!... Le voici, le voici!... Les sépul­
cres... Il a retrouvé les sépulcres... tous les sépulcres.
Dieu soit loué!... Ah! quelle joie, quelle joie!... Mon
frère!... Le voici! Il arrive! (Elle redescend dans la salle,
court vers la porte qu’elle ouvre.) Enfin ! enfin !... Le voici qui
entre, le voici qui monte... Toute la joie, toute la joie !
Mon frère! Mon frère!

s’approche rapidement.)

SCÈNE V
Entre L É O N A R D , blanc de poussière, ruisselant de sueur. Ses
yeux brillent dans son visage presque méconnaissable. L’anxiété
l’empêche de parler; ses mains tremblent, souillées de terre, cou­
vertes d’égratignures sanglantes. Toute la salle est inondée de soleil.
LÉONARD.

L’or, l’or... les cadavres... Une immensité d’or... Les
cadavres tout couverts d’or...
L’anxiété le suffoque. Sa sœur et Alexandre sont près de lui, hale­
tants, pleins de la môme émotion.Anne est debout, seule; appuyée au
bord de la table, elle se penche vers l’arrivant.
H E B E , avec une tendre pitié.

Calme-toi, Léonard, calme-toi; reprends haleine;
repose-toi une minute... As-tu soif? Veux-tu boire?

�ACTE P R E M I E R .

129

LÉONARD.

Oh! oui, donne-moi à boire. Je meurs de soif.
Hébé va vers la table, remplit d’eau un verre et le lui présente.
Il boit avidement, d’un trait.
H É B E , tremblante.

Pauvre frère!
ALEXANDRE.

Assieds-toi, je t’en prie! Repose-toi une minute.
L E O N A R D , touchant l’épaule d’Alexandre.

Ah! pourquoi n’étais-tu pas là? Pourquoi n’étais-tu
pas là? C’est toi qui devais être là, Alexandre! La plus
grande et la plus étrange vision qui ait été jamais
offerte à des yeux mortels : une apparition éblouissante,
une richesse inouïe, une splendeur terrible, soudaine­
ment révélée, comme dans un rêve surhumain... Ce que
j ’ai vu, je ne sais pas le dire. Une succession de sépul­
cres, quinze cadavres intacts, l’un à côté de l’autre,
sur un lit d’or, les visages couverts avec des masques
d’or, les fronts couronnés d’or, les poitrines bardées
d ’or ; et partout, sur leurs personnes, à leurs flancs, à
leurs pieds, partout une profusion de choses d ’or,
innombrables comme les feuilles tombées d’une forêt
fabuleuse ; une magnificence indescriptible, un éblouis­
sement immense, le plus splendide trésor que la mort
ait amassé dans l ’obscurité de la terre depuis des siè­
cles, depuis des millénaires... Non, je ne sais pas dire,
je ne sais pas dire ce que j ’ai vu. Ah! c’est toi qui
devais être là, Alexandre! Toi seul aurais pu dire...
(Il s’arrête un moment, comme oppressé par l’angoisse. Tous ceux

à ses lèvres fébriles.) Pendant une
seconde, mon âme a franchi les siècles et les millé­
naires, a respiré dans la légende épouvantable, a pal­
pité dans l ’horreur de l’antique carnage. Les quinze
cadavres étaient là, avec tous leurs membres, comme
qui écoutent sont suspendus

�130

LA V I L L E M O RT E.

si on les y eût déposés à l’instant même, aussitôt après
le massacre, légèrement brûlés par les bûchers trop
vite éteints : Agamemnon, Eurymédon, Cassandre et
l'escorte royale, ensevelis avec leurs vêtements, avec
leurs armes, avec leurs diadèmes, avec leurs vases,
avec leurs joyaux, avec toutes leurs richesses... Tu te
rappelles, tu te rappelles, Alexandre, ce passage d’Ho­
mère : " Et ils gisaient parmi les vases et les tables
dressées; et toute la salle était souillée de sang. Et
j ’entendais la voix lamentable de la fille de Priam, Cas­
sandre, que la perfide Clytemnestre égorgeait à côté
de moi... » Pendant une seconde, mon âme a vécu de
cette vie immense et violente. Ils étaient là, les égorgés,
le Roi des Rois, la princesse esclave, le cocher et les
compagnons : là, sous mes yeux pour une seconde,
immobiles. Et, comme une vapeur qui s’exhale, comme
une écume qui se détruit, comme une poussière qui
se disperse, comme un je ne sais quoi d’indiciblement
labile et fugace, ils se sont tous évanouis dans leur
silence. Il m ’a paru qu’ils étaient engloutis par ce
silence même, par ce fatal silence qui entourait leur
immobilité rayonnante. Non, je ne sais pas dire ce qui
est advenu. Il n ’est resté sur place qu’un amas de
choses précieuses, un trésor sans pareil, le témoi­
gnage de toute une grandeur ignorée... Tu verras, tu
verras...
ANNE, à voix basse.

Quel rêve !
ALEXANDRE.

Quelle gloire!
LÉONARD.

Tu verras. Les masques d’or... Ah! pourquoi n’étaistu pas là, à mon côté?... Les masques d’or défen­
daient les visages contre le contact de l’air, et par
conséquent les visages devaient être demeurés entiers.

�ACTE P R E M I E R .

131

Un des cadavres surpassait tous les autres en stature
et en majesté, ceint d’une large couronne d’or, avec la
cuirasse, avec le baudrier, avec les jambières d'or,
environné d’épées,de lances, de poignards, découpés,
tout parsemé d’innombrables disques d’or répandus
à pleines mains comme des corolles, plus vénérable
qu’un demi-dieu. Je me suis penché vers lui, tandis qu'il
se désagrégeait dans la lumière, et j ’ai soulevé le masque
pesant... Ah! n’ai-je pas vu réellement le visage d’Aga­
memnon? Celui-ci n’était-il pas le Roi des Rois? Sa
bouche était ouverte, ses paupières étaient ouvertes...
Tu te rappelles, tu te rappelles Homère : i Comme je
gisais mourant,je levai les mains vers mon épée; mais
la femme aux yeux de chien s’éloigna et ne voulut pas
me fermer les paupières et la bouche, au moment où
je descendais à la demeure d’Hadès». Tu te rappelles?
Or la bouche du cadavre était ouverte, les paupières
étaient ouvertes... Il avait le front grand, orné d’une
feuille ronde en or; le nez long et droit; le menton
ovale ; et, lorsque j ’eus enlevé la cuirasse, il me sembla
même que j ’entrevoyais le signe héréditaire de la race
de Pélops « à l’épaule d’ivoire »... Tout s’est évanoui
dans la lumière. Une poignée de cendres et un tas d’or...
A L E X A N D R E , ébloui, étonné.

Tu parles comme quelqu’un qui sortirait d'une hal­
lucination, qui serait en proie au délire. Ce que tu dis
est incroyable... Si tu as vraiment vu ce que tu dis, tu
n’es plus un homme.
LÉONARD.

J ’ai vu, j ’ai vu... Et Cassandre! Comme nous l avons
aimée, la fille de Priam, * la fleur du butin »! Tu te
rappelles? Ah! comme tu l’as aimée, du même amour
q u’Apollon! Muette et sourde sur le char, elle te plai­
sait pour son « aspect de bête sauvage récemment

�132

LA V I L L E

MORTE.

prise », pour le feu delphien qui couvait sous sa
langue sibylline. Plus d’une nuit, ses cris prophé­
tiques m ’ont réveillé... Et elle était là, devant moi,
couchée sur un lit de feuilles d’or, avec des roses et des
papillons d’or innombrables sur son vêtement, le front
ceint d’un diadème, le cou orné de colliers, les doigts
chargés de bagues; et une balance d’or était posée sur
sa poitrine, la balance où se pèsent les destins des
hommes; et une infinité de croix d’or, formées de
quatre feuilles de laurier, l ’environnait; et. ses deux
fils, Télédamos et Pélops, bardés du même métal,
étaient à ses côtés comme deux agneaux innocents...
Voilà comment je l’ai vue. Et je t’ai appelé à grands
cris, tandis qu’elle disparaissait. Et tu n’étais pas là!
Mais tu verras au moins son enveloppe, tu toucheras
sa ceinture vide.
A L E X A N D R E , impatient et agité.

Il faut que je voie, il faut que je coure...
L É O N A R D la retient par la main, poussé par un irrésistible besoin
de parler encore, de communiquer aux autres toute son exaltation
fiévreuse.

Des vases merveilleux, à quatre anses ornées de
petites colombes, semblables à la coupe de Nestor,
dans Homère; de grandes tètes de bœufs toutes en
argent massif, avec les cornes toutes en or; des milliers
de plaques travaillées en forme de fleurs, de feuilles,
d’insectes, de coquillages, de poulpes, de méduses,
d’étoiles; des animaux fantastiques en or, en ivoire,
en cristal; des sphinx, des griffons, des chimères; des
figurines de divinités aux têtes et aux bras chargés
de colombes; de petits temples avec des tours char­
gées de colombes aux ailes ouvertes; des chasses de
lions et de panthères, ciselées sur les lames des
épées et des lances; des peignes d’ivoire, des bra­

�133

ACTE P R E M I E R .

a
rbelets, des agrafes, des sceaux, des sceptres, des
c
caducées...
Tandis qu’il évoque toutes ces splendeurs, Anne se laisse tomber sur un
siège et couvre son visage avec ses mains, penchée, les coudes
appuyés sur ses genoux.
A L E X A N D R E , se dégageant.

Laisse-moi y aller! Laisse-moi y aller!
L E O N A R D , qui se lève fébrilement.

J ’y vais avec toi. Allons.
H ÉBÉ embrasse son frère et le supplie, tandis que ses cheveux
se défont et s’écroulent encore une fois.

Non, non, Léonard! Je t’en prie! Reste ici un moment,
repose-toi un peu, ou du moins reprends haleine! Tu
es trop las, tu es à bout de forces...
ALEXANDRE.

J ’y vais! j ’y vais!
I l sort par la porte de l’escalier.
H EB E, tenant encore son frère dans ses bras
avec la pitié la plus tendre.

Ah! en quel état tu es, pauvre frère, pauvre frère!
Tu es tout ruisselant... Ta sueur s’est mêlée à la pous­
sière... Tu as le visage presque noir... Et tes pauvres
yeux! Comme ils sont enflammés! Tu as les paupières
gonflées et rouges comme si tu avais pleuré une
année entière... Ils te font mal, ces pauvres yeux? A h !
comme ils doivent te faire mal! Je te donnerai une eau
que je connais, pour les laver et les rafraîchir. Reposetoi un peu, dis? Maintenant que ton vœu est accom­
pli, repose-toi... Tu t’es couvert de gloire; tu resplen­
dissais tout à l’heure, quand tu es entré; tu resplen­
dissais de tout cet or... (Elle le couvre presque de ses che­
veux, abandonnée contre la poitrine fraternelle. Infiniment tendre,
elle lui essuie avec ses cheveux le front, les paupières, les joues, le
cou ; elle l’enveloppe toute dans sa douceur. Mais Léonard se raidit et
la repousse presque, avec une extraordinaire expression de douleur et

8

�LA V I L L E

MORTE.

de terreur sur son visage exténué, couvert d'une pâleur mortelle.)

Laisse que je t’essuie, laisse que je t’essuie! Je ne sais
te dire la peine tu me fais... Je ne sais ce que je pour­
rais te donner pour adoucir ta lassitude, pour te calmer
le sang, pour te raviver les joues : je ne sais quel baume,
je ne sais quel breuvage... Ah! que de jours tu es
resté là, contre la terre, dans les fosses, à respirer la
poussière maudite, à te déchirer les mains sur les
cailloux, sans trêve, sans trêve! Pauvres mains! Elles
sont en lambeaux, maculées de sang, avec les ongles
cassés, presque sans chair, sèches comme des sar­
ments... Elles te font mal, ces pauvres mains? Je te
donnerai une pâte que j ’ai, si douce, toute parfumée
de violettes, qui te les guérira bientôt, qui te les fera
blanches comme elles étaient jadis... Je me rappelle :
tu avais les mains si belles et si fines... Comme tu
trembles! Comme tu trembles! (Soudain, Anne lève la tête.)
Tu dois te sentir mourir de fatigue. Tu as tendu ta
vie comme un arc, jusqu’à la briser. Tu n’as pas une
veine qui ne tremble... Tous tes nerfs tremblent
comme des cordes qui se relâchent... Tu souffres, tu
souffres... (Elle semble frappée parle souvenir des paroles d’Anne.
Elle s’arrête avec une expression d’angoisse. Puis, elle prend entre ses
mains la tête de son frère et cherche à le regarder dans les prunelles.)

Tu n’as rien contre moi, n’est-ce pas? Je n’ai rien fait,
n’est-ce pas, qui t’ait chagriné? Dis-le-moi, Léonard !
Dis-le-moi!
L É O N A R D , d’une voix éteinte, en essayant de sourire.

Oh ! non, rien.
HÉBÉ.

Jamais, frère, jamais je ne t’ai aimé comme à cette
heure. Ma tendresse pour toi n’a jamais été aussi pro­
fonde- Tu es ma pensée continuelle; tu es tout pour
mon âme. Emmène moi où tu voudras, dans le désert
le plus stérile, dans la ruine la plus désolée; et, si tu

�ACTE P REM IER.

135

souris, si tu es content, je serai heureuse... Je veux, moi
aussi, rester avec toi au milieu de la poussière ; je veux,
moi aussi, me déchirer les mains sur les cailloux; je
veux, moi aussi, ramasser les ossements des morts;
mais il faut que tu souries, que tu aies le front serein...
Te rappelles-tu? A Syracuse, tu chantais au milieu de
ton travail, et tu paraissais avoir dans l’âme la beauté
de la statue que tu cherchais. Je choisissais pour toi
les oranges les plus douces et je te les apportais; et
tu ne les voulais manger que pelées par mes doigts. Te
rappelles-tu? Quand tu étais fatigué, tu t’endormais
la tète sur mes genoux, à l’ombre des oliviers; et je
veillais sur ton sommeil calme, en pensant à la statue
que tu cherchais. Ah! il y a si longtemps que je ne
t’ai pas regardé dormir! Tu dois avoir un besoin infini
de dormir, de dormir... Tu ne peux plus relever tes pau­
pières... Viens, dans ta chambre. Je veux t’aider. Per­
mets que je sois pour toi comme une mère. Il faut que
tu dormes, que tu dormes d’un sommeil long et pro­
fond ; il faut que tu laisses ton âme s’éclaircir comme
une eau tranquille... Quand tu te réveilleras, tout cet
or que tu as découvert, tu le verras comme au fond
de toi-même. Et je serai encore à ton chevet. Viens,
viens ! (il tâche de se soustraire à cette enveloppante douceur, en
proie à une torture intolérable.) Je ne veux plus te Sentir
trembler ainsi! Viens!
LÉONARD.

Il faut que je retourne là-haut.
HÉBÉ.

Ce n’est pas possible. Il est midi. Regarde! Le soleil
est partout : un soleil qui brûle... N’as-tu pas laissé tes
gardiens là-haut?
LÉONARD.

Il faut que j ’y retourne, il faut que j ’y retourne...

�136

LA V I L L E

MORTE.

HÉBÉ.

Ce n’est pas possible. Tu ne peux y retourner dans
l’état où tu es... Tu tomberais en chemin... Écoute ta
sœur! On croirait que tu vas défaillir... Souffre que je
te conduise.
Elle l’entraîne en lui passant un bras autour du cou et en le couvrant
presque de ses cheveux tièdes. Il est blême et désespéré. Anne se
lève en silence et, penchée vers eux, reste aux écoutes, tandis qu’ils
sortent par la seconde porte à droite. La chambre est inondée de soleil.

SCÈNE VI
AN NE, demeurée

seule, fait quelques pas incertains, accablée
d'une obscure tristesse.

I
A N N E , d'une voix sourde et comme intérieure.

Ils ne m’ont pas adressé une seule parole. Je suis
dans une autre vie... Et tout cet or funèbre... Et cette
pauvre âme tremblante... Et toute cette douce vie qui
brûle dans la belle créature... (ses pieds rencontrent la
gerbe de fleurs tombée des mains de la jeune fille.) Ah ! les fleurs
sauvages qu’il a cueillies pour elle! (Elle se penche,
ramasse toute la gerbe, y plonge son visage et reste muette quelques

Je voudrais pleurer.
Nourrice! Nourrice!

instants.)

(Elle fait encore quelques pas.)

LA N O U R R IC E , accourant par la seconde porte à gauche.

Me voici, je suis là.
A N NE.

Quelle heure est-il?
LA N O U R R IC E .

Midi.
AN NE.

Tiens, prends ces fleurs et mets-les dans un vase.

�ACTE P R E M I E R .

131

LA N O U R R IC E .

Elles sont déjà fanées; elles ne peuvent plus vivre.
A N N E , laissant tomber les fleurs.

Allons...

(Au moment de partir guidée par la nourrice, un

souvenir fait qu’elle

s’arrête

et se retourne.)

Ah! nourrice,

regarde là, sur le plancher...
LA N O U R R IC E , se penchant pour chercher.

Qu’est-ce que tu as perdu?
ANNE.

Cherche... Il y a une alouette morte

�ACTE DEUXIÈME
Une pièce dans l’appartement de Léonard. Le long des murailles qu’en­
lumine une sombre couleur de pourpre, se dressent de grandes armoires
à plusieurs rayons qui contiennent les trésors innombrables trouvés
dans les sépulcres de l’Agora. Les coupes, les pectoraux, les masques,
les diadèmes, los glaives, les haches, les lances, les baudriers, les cein­
tures d’or brillent confusément dans l’ombre. Sur deux tables inclinées
en forme de cercueils, les richesses qui revêtaient les cadavres d’Aga
memnon et de Cassandre ont été disposées de telle sorte que les habil­
lements et les parures dessinent les formes des corps absents. Plusieurs
coffres pleins d’ors, plusieurs vases de cuivre pleins de cendres sont au
pied des deux tables.
Dans la cloison de droite, il y a une porte fermée. Dans le fond, un
balcon ouvert regarde la plaine d’Argos et les montagnes lointaines.
L’heure du crépuscule approche, avec ses lueurs vermeilles.

SCENE P R E M I E R E
H É BÉ ,

debout, est occupée à mettre en ordre les orfèvreries mer­
veilleuses. Elle se penche pour prendre dans les coffres les colliers,
les bracelets, les peignes, les bagues, les disques, les petites idoles;
et elle les dispose sur une des tables, autour du spectre d’or qui figure
vaguement l’antique prophétesse. Des spirales se présentent sous ses
doigts : de ces petites spirales en fil d’or dont on se servait pour retenir
autour du front les boucles tombantes. Curieuse, elle essaie de les
fixer dans ses cheveux. — Derrière la porte, on entend la voix

d 'A L E X A N D R E .
ALEXANDRE.

Léonard, es-tu là?
H E B E , tressaillant, hésitant.

Mon frère est sorti depuis quelques minutes... J ’ignore
où il est allé...
Elle se dirige vers la porte et l’ouvre. Alexandre apparaît sur le seuil,

�ACTE D E U X I È M E .

139

A L E X A N D R E , presque timide.

Ah! vous êtes seule... seule au milieu de l’or...
Je cherchais Léonard.
H ÉB É .

J ’ignore où il est allé... Peut-être est-il descendu à
la fontaine Perseia...
Ils évitent de se regarder.
A L E X A N D R E , faisant un pas pour entrer.

Vous êtes restée à la garde des trésors, Hébé... Que
faisiez-vous?
HÉBÉ.

Je disposais autour de Cassandre ses joyaux. Vous
voyez? Ce coffre en est plein. J ’ai promis à mon frère
que, pour son retour, avant ce soir, tout serait en
ordre...
ALEXANDRE.

Voulez-vous que je vous aide? Il est déjà tard.
HÉBÉ.

Il est déjà tard...
A L E X A N D R E , s’avançant vers la dépouille.

Quelle chose étrange! Il semble que, de cette accu­
mulation d’or, sorte comme une figure indistincte...
Le crépuscule, ou une lampe de nuit, pourrait tromper
les yeux, créer à nouveau la forme entière. Certes,
Léonard connaît cette illusion. Il doit avoir maintes
fois revu l’aspect de la Priamide.
H E B E , avec un soupir.

Oh! à présent, ses yeux semblent ne plus voir que
des fantômes !
A LEXANDRE.

Il ne m’attriste pas moins que vous, Hébé. Je le
cherchais, dans l’espoir que... Depuis quelques jours,
lorsque nous sommes ensemble, il paraît tourmenté

�140

LA V I L L E M O R T E .

continuellement par l’anxiété de me révéler un secret.
Je laisse alors tomber sur nous le silence et j ’attends,
non moins anxieux que lui. Et je crois voir que ses
lèvres se gonflent, qu’elles vont s’ouvrir. Mais il
renonce à parler, reste clos. Et je n’ose l’interroger,
par crainte de lui arracher de force une parole que
son âme ne peut me dire encore. Et nous souffrons
ensemble une souffrance obscure. (Une pause.) A quoi
pensez-vous?
HEB E, chassant loin d’elle sa pensée.

Vous voulez donc m’aider? Mon frère ne tardera pas
à revenir.
Elle se penche sur le coffre. Alexandre la regarde.
ALEXANDRE.

Qu’avez-vous dans les cheveux?
Il s’approche d’elle.
H É B É , confuse.

Ah! les spirales... Je les ai mises pour les essayer...
Je voulais que Léonard les vît ainsi; car il paraît avoir
encore quelque doute sur leur usage antique.
Elle fait un mouvement pour les ôter.
A L E X A N D R E , cherchant à la retenir, avec un geste indécis,
mais sans la toucher.

Non, non. Pourquoi voulez-vous les ôter? Laissez-les
où elles sont!
H E B E , essayant de sourire.

Il faut que je les restitue à la princesse morte, que
vous avez tant aimée...
ALEXANDRE.

Non, non. Gardez-les encore un peu dans votre che­
velure.
En cherchant à empêcher qu’elle ne les ôte, il lui effleure la main. Tous
deux se troublent. Ils se regardent dans les yeux avec une sorte de
violence contenue.

�ACTE D E U X IÈ M E .

141

H E B E , d’une voix faible, en baissant les paupières.

Vous ne m’aidez pas...
Une pause. Tous deux se penchent sur le coffre des ors.
ALEXANDRE.

Regardez l’intaille de cette bague : une femme assise
qui tient trois pavots, et trois figures ambiguës debout
devant elle, et sur sa tête la hache à deux tranchants
et le disque rayonnant du soleil. Regardez cette autre :
une jeune femme assise, qui tend les bras et tourne
la tête en arrière, et devant elle un homme qui tend
aussi les bras. Regardez : la femme a une grande che­
velure.
HÉBÉ.

Elle tourne la tète en arrière...
Une pause. Hébé s’occupe à disposer les ornements autour du fantôme.
Alexandre va sur le balcon et reste quelques instants à regarder la
campagne. Tous deux luttent contre l’angoisse qui les envahit.
ALEXANDRE.

Elle a vraiment l’aspect fébrile que donne la soif à
celui qui en meurt, cette campagne aride. Toutes les
campagnes s’adoucissent et respirent, lorsque la nuit
approche. Mais celle-ci raconte le supplice de sa soif à
la nuit même. Jusqu’au plus tardif crépuscule, on voit
blanchir douloureusement les lits de ses rivières des­
séchées. Les montagnes de là-bas, avec leurs âpres
croupes qui chevauchent, ne ressemblent-elles pas à
un troupeau d’énormes onagres? On sent que là-bas,
derrière le Pontinos, fument les vapeurs du marais
de Lerne. Et là-bas, regardez comme l’Arachné s’en­
flamme! Presque tous les soirs sa cime devient rouge,
en mémoire du feu qui annonça aux veilleurs de
Clytemnestre la chute de Troie. Depuis l’Ida jusqu’à
l ’Arachné, quelle longue théorie de messages ardents!
Nous la relisions hier, cette merveilleuse énumération
de bûchers alpestres allumés par la Victoire... Et,

�142
ine
a
m
t nant, vous pouvez faire couler entre vos doigts la
cendre de celui qui annonça par de tels signaux son
retour! Vous portez dans vos cheveux les ornements
de l’esclave royale qu’il choisit entre les proies de
guerre! (il va de nouveau vers la jeune fille, en la regardant.) Et
tout cela est simple, puisque vous le faites. L’abîme du
temps se comble, entre vous vivante et ces dépouilles
du Roi et de la prophétesse dont vous êtes la gardienne.
Tout cet or semble vous appartenir depuis un temps
immémorial, puisque vous êtes la Beauté et la Poésie;
et tout rentre dans le cercle de votre haleine, tombe
naturellement sous votre empire...

H E B É , pâle et tremblante, adossée à la table des ors.

Ne me parlez pas ainsi !
ALEXANDRE.

Pourquoi ne voulez-vous pas que je vous parle des
vérités que vous avez ouvertes à mon âme? Ne pensezvous pas, Hébé, qu’il est nécessaire de manifester les
vérités intérieures quand elles demandent à être expri­
mées, du moins pour ceux qui sont résolus à vivre
sans languir et sans mentir? Que de fois nous avons
replongé dans le silence les choses inattendues qui
naissaient en nous et montaient à nos lèvres! Je ne
puis me le rappeler sans regret et sans remords. Il me
semble que je les vois onduler sous une eau muette,
comme des choses froides et informes. Et ces choses,
qui sait quelles joies nouvelles, quelles nouvelles dou­
leurs, quelles nouvelles beautés elles auraient pu
engendrer en nous, si elles s’étaient rencontrées dans
les courants de nos voix vivantes ! Ah ! celui qui cache,
qui dissimule, qui étouffe, celui-là ment à la vie ! Pour­
quoi sommes-nous donc restés jusqu’à ce jour sans
nous regarder dans les yeux? Avions-nous peur de lire
dans notre regard quelque honte? Avions-nous peur

�ACTE D EUXIÈME.

143

de reconnaître dans notre aspect ce que déjà nous
savions l’un et l’autre?
HE B E , avec angoisse.

Nous savons aussi qu’il y a des choses qui ne peu­
vent être et ne pourront jamais être.
ALEXANDRE.

Ah! encore une contrainte!
H ÉB É .

Nous savons qu’il y a, pour disjoindre les créa­
tures, des choses plus fortes que la mort. La mort ne
pourrait nous séparer autant que ces choses-là nous
séparent.
ALEXANDRE.

Quelles choses?
H ÉBÉ.

Vous les connaissez. Des choses sacrées.
ALEXANDRE.

Ah ! je voudrais tarir mille vies pour que vos lèvres
pussent boire!
H ÉB É .

Ne me parlez pas ainsi!-. A côté de vous, jointe à
la vôtre, il y a une vie bien plus précieuse que la
mienne, une vie d’une qualité presque divine. Elle est
si profonde que jamais je n’ai pu m’approcher d’elle
sans trembler dans toutes mes veines. Il semble que
rien ne lui est inconnu et que rien ne lui est étranger.
Chaque fois que j ’ai pu me pencher vers elle, j ’ai senti
passer dans sa profondeur je ne sais quelles beautés
mystérieuses qui m’ont exaltée et humiliée tout
ensemble. Et jamais comme sur ces genoux-là je n’avais
pleuré des pleurs qui me fissent tant de bien et tant
de mal.

�144

LA V IL L E

MORTE.

ALEXANDRE.

Vous ne savez pas de quelles stérilités terribles et
imprévues le Temps frappe les plus hautes commu­
nions humaines. Les racines les plus puissantes demeu­
rent enfoncées et nouées sous la terre ; mais leur force
souterraine, devenue inerte, n’engendre plus ni une
feuille ni un fruit. Au contraire, ne sentez-vous pas,
lorsque votre vie est voisine de la mienne, une vibra­
tion occulte qui ressemble à la ferveur du printemps?
Il suffit de votre seule présence pour donner à mon
esprit une fécondité incalculable. Lorsque nous étions
sur la terrasse, l’autre jour, dans ce silence qui suivit
les cris, et tandis que le vent poussait vers moi vos
cheveux, mon âme se dilata en quelques secondes par
delà toute limite, embrassant un nombre infini de
choses nouvelles; et la poussière même des sépulcres
était pour elle un flot de germes qui devaient éclore.
Nous pourrions nous asseoir l’un à côté de l’autre dans
une solitude, loin des chemins des hommes, immobiles
et muets comme les campagnes au matin ; et chaque
souffle du vent nous apporterait une semence merveil­
leuse.
HÉBÉ .

C’est en vous, en vous seul qu’est toute la puissance.
ALEXANDRE.

C’est en vous, en vous seule que sont toutes ces
choses dont les hommes ont le regret, même sans les
avoir jamais possédées. Quand je vous regarde, quand
j’entends le rythme de votre haleine, je sens qu’il y a
d’autres beautés à dévoiler, d’autres biens à conquérir,
et qu’il y a peut-être dans le monde des actions à
accomplir aussi délicieuses que les plus beaux rêves
de la poésie. Je ne saurais vous dire ce que j ’éprouvai,
un jour que j ’étais auprès de vous, à la première

�ACTE D E U X I È M E .

145

a
p
­r ition de l’amour et du désir. Ce fut un sentiment
extraordinaire que je ne puis exprimer sinon par son
analogie avec un réveil de ma lointaine adolescence.
Je me souviens de ce réveil comme d’une nativité
joyeuse, comme d’une aurore où je serais né à une
autre vie infiniment plus pure et plus forte et où se
seraient subitement ouvertes sur ma tête les mains
closes du Destin. Je naviguais pour la première fois
des côtes de la Pouille aux eaux de la Grèce. Et ce
fut dans le golfe de Corinthe, dans la baie de Salone,
à l’ancrage d’Itéa, où je devais aborder pour monter à
Delphes. Vous connaissez ces lieux, vous pèlerine de
toutes les plages consacrées au Mystère et à la Beauté.
H E B E , comme en rêve.

Salone! Je me rappelle : une baie d’azur, tout échan
crée de petites anses secrètes comme des fonds de
coquillages, roses comme des coquillages, vers le
soir... Parmi les montagnes caverneuses, entre les
rochers, sur quelques bandes de terrain fauve,
ondoyaient des épis rares et maigres où s’entremêlaient
des buissons d’herbes aromatiques... Je me rappelle :
un soir, sur une montagne, le chaume s’incendia. Les
flammes légères et serpentines couraient entre les
rochers avec la rapidité des éclairs. Je n’avais jamais
vu un feu si allègre et si mobile. La brise nous appor­
tait le parfum des herbes brûlées. Toute la mer sem­
blait embaumée de menthe sauvage. Des milliers de
faucons effrayés tourbillonnaient sur l’incendie, emplis­
sant de leurs cris tout le ciel...
ALEXANDRE.

Ce fut là, ce fut là. Je m’étais endormi sur le pont,
la face tournée vers les étoiles, dans une nuit d’août. A
l’aube le bruit des chaînes dans les écubiers me réveilla,
lorsque déjà le navire s’était arrêté. Vous savez à quelle

�146

LA V IL L E

MORTE.

distance le Parnasse répand, même aujourd’hui, la
sainteté de son mythe. Vos yeux, ces yeux où ont passé
les plus belles et les plus augustes visions de la terre,
ont bu certainement la lumière idéale qui, les matins
d’été, environne la montagne apollonienne. Couché
encore, je ne voyais que les cimes fabuleuses dans la
muette pâleur du ciel; mais le chant des coqs m’arri­
vait des ports : un chant agile et fier, d’incessants
appels et d’incessantes ripostes qui seuls emplissaient
le silence de l’enceinte sublime. Ah ! jamais, jamais je
n’oublierai les promesses de joie que fit à ma vie nou­
velle, dans ce lieu et dans cette aube, le chant anima­
teur!
H ÉBÉ.

C’est vrai, c’est vrai! Je me rappelle...
ALEXANDRE.

Eh bien! le sentiment extraordinaire de cette aube
lointaine, je l’ai retrouvé à l’heure généreuse où je
découvris la puissance qui est en vous. Vos lèvres
étaient immobiles; mais j ’entendais monter de tout
votre sang un chant qui renouvelait ces anciennes
promesses. Ah! je le savais bien! Je savais que toutes
ces promesses, tôt ou tard, me seraient tenues. Voilà
pourquoi j ’ai attendu avec confiance... Et vous êtes
arrivée comme une messagère; vous êtes apparue
dans mon chemin au moment où je me repliais sur
moi-même, perplexe, assailli d’inquiétude pour le
retard qui se prolongeait. Maintes fois déjà je vous
avais regardée, j ’avais écouté le son de votre voix;
mais, en cet instant, vous m’apparûtes comme une
créature nouvelle se dégageant tout à coup d’un voile
qui la cachait... Maintes fois je vous avais regardée
sans voir, je vous avais écoutée sans entendre. Mais
à présent je vous reconnais ; et vous me rappelez toutes
les promesses de cette aube lointaine. Et je ne

�ACTE D E U X I È M E .

147

re
­cerai à aucune, dussé-je contraindre violemment le
o
n
Destin à me les tenir...
H E B E , se tordant d’angoisse.

Taisez-vous, taisez-vous! Vous parlez comme un
homme enivré...
A L E X A N D R E , sans plus contenir son ardeur.

J ’ai besoin de vous, j ’ai besoin de vous! Si jamais
les formes que j ’ai données à mes pensées vous ont
paru belles, si jamais le langage de ma poésie vous a
paru consolateur, si jamais vous avez reconnu quelque
noblesse à mon intelligence — je vous en prie, je
vous en prie! — veuillez ne pas mal entendre cette
nécessité qui me pousse vers vous. Ma vie, à cette
heure, est comme un fleuve gonflé par les eaux du
printemps et chargé de forêts déracinées, qui fait furie
à son embouchure encombrée et obstruée par l’abon­
dance même qu’il transporte. Et il me semble que vous,
vous seule, pouvez écarter l’obstacle : vous seule, avec
un brin d’herbe, avec la tige d’une fleur dans votre
petite main...
H ÉBÉ.

Oh! non, non. Ce n’est pas moi... Votre rêve vous
aveugle...
ALEXANDRE.

Vous, vous seule! Vous m’appartenez comme si vous
étiez ma créature, façonnée de mes mains, inspirée de
mon souffle. Votre visage est beau en moi comme est
belle en moi une pensée. Lorsque vos paupières bat­
tent, il me semble qu’elles battent comme mon propre
sang et que l’ombre de vos cils touche le fond de mon
cœur...
HÉBÉ.

Taisez-vous! taisez-vous! Je suffoque... Ahl je ne
pourrai plus vivre!

�148

LA V IL L E MORTE
A LEXANDRE.

Vous ne pourrez vivre qu’en moi et par moi, puisque
désormais vous êtes dans ma vie comme votre voix est
dans votre bouche. Combien longtemps je vous ai
attendue! Avec quelle foi je vous ai attendue! Je ne
vous demande pas ce que vous avez fait pendant les
années où nous sommes restés étrangers l’un à l’autre,
cachés l’un à l’autre, invisibles l’un pour l’autre quoique
voisins, quoique respirant sous le même ciel. Je le
sais, je le sais. Vous avez plongé votre âme dans le
Mystère et dans la Beauté, vous avez bu la poésie aux
plus lointaines sources, vous avez rêvé vos rêves à la
splendeur des plus hauts destins révolus. Je sais, je
sais ce que vous avez fait pour qu’un poète enfin
retrouvât présente l’antique âme humaine dans la fraî­
cheur de votre amour.
HÉ B É .

Vous exaltez par votre souffle la plus humble des
créatures. Je n’ai rien été qu’une bonne sœur. J ’ai
porté en tout lieu ma simple tendresse au frère qui
travaillait.
ALEXANDRE.

Mais ne vivait-il pas à côté de la bonne sœur une
autre créature? Elle embuait de son haleine d’or les
médailles de Syracuse, à peine extraites de la glèbe
rude ; et les empreintes immortelles redevenaient splen­
dides sous la tiédeur de ses doigts. Elle s’agenouillait
sur les fosses où gisaient les statues renversées, déli­
vrait leurs visages de la gangue inerte et voyait tout
à coup dans la terre opaque sourire la sérénité d’une
vie divine. A Marathon, sur le champ de la bataille,
elle lisait avec des yeux pleins de larmes les noms des
Athéniens tombés, inscrits sur une colonne héroïque-,
et à Delphes, elle devinait la mélodie du pœan gravé
sur le marbre d’une stèle sacrée. En quelque endroit

�ACTE D E U X I È M E .

149

que subsistât le vestige des grands mythes ou un frag­
ment des images parfaites, elle passait avec sa grâce
animatrice et cheminait à travers les lointains des siè­
cles, aussi légère que celle qui, dans une campagne
semée de ruines, suivrait le chant des rossignols...
H ÉBÉ.

Qui était cette femme? Comment me reconnaîtrais-je
en elle? Pour vous, tout se transfigure! Je fus seule­
ment une aide débile, mais de bonne volonté; et les
joies et les peines de mon frère étaient mes joies et
mes peines. Mon cœur tremblait lorsque tremblait son
cœur...
ALEXANDRE.

Ah! de quel mystère et de quelle beauté n’avez-vous
pas le reflet sur votre personne? Vous aussi, vous
aussi, comme cette Cassandre dont vous recueillez les
cendres et les ors, vous avez mis le pied sur le seuil
de la Porte Scée. A travers les couches superposées
des sept villes, vos yeux ont reconnu les signes de l’in­
cendie fatal prophétisé par la voix infatigable de celle
qui, là, dans votre ombre, se tait maintenant. L’erreur
du temps n’a-t-elle pas disparu pour vous? Les loin­
tains des siècles ne sont-ils pas abolis pour vous? Il
était nécessaire qu’enfin, dans une créature vivante et
aimée, je retrouvasse cette unité de la vie à laquelle
tend l’effort de mon art. Vous seule possédez le secret
divin. Lorsque votre main prend le diadème qui ornait
le front de la prophétesse, il semble que ce geste
évoque l’âme antique; et une résurrection idéale
magnifie un acte si simple. Il y a en vous une puis­
sance évocatrice que vous ignorez vous-mème. Le plus
simple de vos actes suffit pour me révéler une vérité
inconnue. Et l’amour est comme l’intelligence : il res­
plendit en proportion des vérités qu’il découvre. Ditesmoi, dites-moi : y a-t-il une chose qui vous paraisse

�150

LA V IL L E MORTE.

plus sacrée, plus digne d’être conservée et exaltée
par-dessus tout obstacle et contre toute prohibition?
H E B É , à bout de forces.

Hélas!... Vous êtes ivre de vous-même. Ce que vous
croyez voir en moi n’est que dans vos pupilles. Votre
parole crée de rien l’image que vous voulez aimer.
C’est en vous, en vous seul qu’est toute la puissance.
A LEX A N D R E^

Qu’importe? Toute la puissance qui est en moi res­
terait prisonnière et se perdrait en mille tourbillons
intérieurs, si la divine volupté qui est en vous ne
l’attirait et ne l’excitait à se manifester par des formes
et des mouvements de joie. C’est la joie, la joie que je
vous demande! L’autre jour, quand je vous ai donné
les fleurs, votre visage conservait la trace des larmes;
mais autour de vous, dans le soleil, tous vos cheveux
impatients respiraient la joie. Il est nécessaire que je
sois libre et heureux dans la vérité de votre amour,
pour qu’enfin je trouve la parole attendue par plu­
sieurs. J ’ai besoin de vous, j ’ai besoin de vous.
H E B E , recueillant ses forces.

Eli bien! dites : que voulez-vous faire?... Que voulezvous faire de moi, des créatures que j ’aime et que
vous aimez? Dites!
Une pause.
ALEXANDRE.

Laissez le destin s’accomplir...
HEBÉ.

Mais la douleur? Ne sentez-vous pas qu’une nuée
de douleur est sur nos têtes et s’alourdit et nous
opprime? Ne sentez-vous pas que de chères âmes voi­
sines souffrent, parce qu’elles pressentent une faute
ou craignent un désastre dont elles ne savent pas
se préserver? Tout à l'heure, vous avez rappelé mes

�151

ACTE D E U X I È M E .

larmes... Ah! si je pouvais vous dire quels furent alors
ma pitié et mon effroi! Elle savait, elle savait, .l'ai
senti qu'elle savait. Ses mains si vivantes — ah! trop
vivantes! — me fouillaient l ’âme comme on fouille un
vêtement, jusque dans les replis les plus cachés. Sup­
plice indicible! Mon secret était entre ses mains, et
elle l’effeuillait comme on effeuille une rose cueillie.
Et pourtant, je sentais en elle je ne sais quelle douceur
qui se mêlait à sa désespérance; et il me semblait
que tour à tour son cœur se serrait comme un nœud
et s’ouvrait comme un calice, et qu’elle voulait renoncer
à vivre, et qu’elle se soulevait éperdument vers la vie...
Une pause.
A L E X A N D R E , avec hésitation.

Croyez-vous qu’elle est certaine?
HÉBÉ.

Elle est certaine. (Une pause.) Et lui? Ne croyez-vous
pas qu’il ait aussi un soupçon?
ALEXANDRE.

Oh! non, il ne soupçonne rien. J ’en suis sûr...
H ÉBÉ.

Mais son changement étrange, mais sa tristesse
secrète et presque sauvage, mais son attitude envers
moi... Par moments, il fixe sur moi un regard intolé­
rable. Quand je m’approche de lui, quand je lui prends
les mains, il me semble par moments qu’une répulsion
violente s’élève contre moi de tout son être...
ALEXANDRE.

Vous vous trompez. Il ne soupçonne rien. Mais son
mal l’agite étrangement.
H ÉBÉ.

Son mal ! Vous aussi vous croyez qu’il est vraiment
malade?

�152

LA V I L L E

MORTE.

ALEXANDRE.

Ses nerfs sont brisés par une tension trop longue
et trop forte. D’obscures imaginations doivent tour­
menter son esprit exténué. Certainement il y a en lui
quelque chose d ’inexplicable... Mais il me parlera; il
me dévoilera le fantôme qui le poursuit, me confes­
sera sa terreur. Ce n’est pas impunément qu’un homme
ouvre les tombeaux et regarde le visage des morts;
et de quels morts ! (Une pause.) Il me parlera. Hier soir,
il était sur le point de me parler... J ’irai le trouver ce
soir. Ne savez-vous pas où il est?
HÉBÉ.

Non. Peut-être à la fontaine Perseia. C’est le lieu
qu’il préfère, quand il désire être seul... Ah ! l’eau ! l’eau !
Qu’y a-t-il au monde de plus doux que l’eau ! Ici, tout
est desséché; la soif est partout... La fontaine est
l’unique refuge : on y entend un murmure qui assou­
pit les pensées. (Elle s’éloigne de la table des ors et se dirige
vers la fenêtre, avec une lenteur où il y a de l’abandon.) L’eau !
Depuis combien de temps n’ai-je pas vu un grand
fleuve courir sur une prairie verte, un lac dans une
couronne de bois, une cascade plus blanche que la
neige...
A L E X A N D R E , l’arrêtant tout à. coup au passage et lui prenant
les mains, pâle de désir.

Ah ! belle, belle, et douce vraiment, et fraîche vrai­
ment comme une eau qui coule, comme une source
qui désaltère... Toute votre beauté, ah! il me semble
que toute votre beauté se répand sur mes sens comme
une eau vive, comme une eau qui palpite, qui
tremble...
H E B E , défaillante.

Laissez-moi, laissez-moi, Alexandre!

�ACTE DEUXIÈME.

153

A L E X A N D R E , comme enivré.

Je sens l’amour dans toutes vos veines, je le sens
dans tous vos cheveux, je le sens qui monte, qui monte,
je le vois sourdre de dessous vos paupières... Sous
vos paupières, je sens comme l’arôme des larmes... Tout
votre visage pâlit au dedans de moi-même... Vous êtes
toute en moi comme un breuvage que j ’aurais bu...
Il tend ses lèvres vers les lèvres de la vierge. Elle fait un bond en
arrière, éperdue, réprimant mal uu cri. Ils restent l’un en face de
l’autre, haletants, incapables de parler.
H É B É , tressaillant.

Écoutez!
ALEXANDRE.

Quoi?
HÉBÉ.

Cette

V o i x . . . (Pendant quelques instants ils sont tous les deux

aux écoutes.) C’est sa voix, sa
oui, elle vous cherche.

voix!

Elle vous cherche;

ALEXANDRE.

Ne craignez rien.
H ÉBÉ .

Elle sait tout. Elle comprend tout. Il est impossible
de lui rien cacher... A peine arrivée ici, elle entendra
du seuil battre nos veines. Il est impossible de lui
rien cacher...
A L E X A N D R E , avec tristesse.

Il ne faut rien cacher à l’âme qui est digne de rece­
voir la vérité.
HÉBÉ.

Mais la douleur...
A L E X A N D R E , avec une tristesse plus profonde.

Elle est l’esclave de la douleur; et il ne nous est pas
donné de rien faire pour l’en délivrer. Elle est dans une
autre vie.
9.

�154

LA V I L L E

MORTE.

H ÉBÉ,

Dans une autre vie!
Elle penche la tête et se dirige vers la porte.

SCÈNE II
ANNE,

guidée par LA N O U RRIC E, apparait sur le seuil. Tout

son aspect exprime une douleur extraordinairement calme.
ANNE.

Hébé!
H E B E , la prenant par la main.

Me voici, je suis là.
A N NE.

Va, va, nourrice.

(La nourrice disparait. La jeune fille conduit

l’aveugle vers Alexandre.)

Alexandre !
ALEXANDRE.

Me voici, Anne!
L’aveugle tend vers lai une main qu'il prend. Et, pendant quelques
instants, elle reste ainsi entre eux, silencieuse. Ensuite, elle se détache
de lui et attire à elle Hébé.
A N NE.

Donnez-moi un baiser, Hébé. (Elle la baise sur la bouche.)
Il me semble que vous êtes restée loin de moi pendant
un temps infini... Qu’avez-vous fait? (La jeune fille, frappée,
hésite à répondre.) Qu’avez-vous fait?
H E B E , d'une voix mal assurée.

Je suis restée ici presque tout le jour, à aider mon
frère.
Alexandre sort sur le balcon et, appuyé à la balustrade,
il regarde la campagne.
A NNE.

C’est ici la chambre des ors?

�ACTE

DEUXIÈME.

155

H ÉBÉ.

Oui, c’est la chambre des ors.
AN NE.

Et des cendres?
H ÉB É .

Et des cendres.
ANNE.

Où sont les cendres?
HÉBÉ.

Là, dans les vases de cuivre.
ANNE.

Conduisez-moi. Je voudrais les toucher.
H E B E , la conduisant près des vases funéraires.

Elles sont devant vous. Ici, les cendres de Cassandre;
là, les cendres du Roi.
A N NE, à voix basse.

Cassandre! Elle aussi, elle voyait... Elle voyait sans
cesse autour d’elle le malheur et la mort... (Elle se penche
sur le vase et prend une poignée de cendres qu’elle fait couler entre
ses doigts.) Comme ses cendres sont douces! Elles cou­
lent entre les doigts comme le sable de la mer... Hier,
tu as lu les paroles qu’elle prononce, Alexandre. Parmi
tant de cris terribles, il y avait aussi quelques soupirs
infiniment doux et tristes. Les vieillards la compa­
raient au « fauve rossignol ». Que disaient donc ses
paroles, quand elle se rappelait son beau fleuve asia­
tique? et quand les vieillards l’interrogeaient sur
l’amour du dieu? Est-ce que tu les as dans la mémoire?
HÉBÉ.

Il ne vous a pas entendue, Anne.
A NNE.

Il ne m’a pas entendue ?

�156

LA V I L L E

MORTE.

H ÉB É .

Il est sur le balcon.
A NNE.

Ah! il est sur le balcon...
H E B E , se tournant vers le balcon.

Il regarde le coucher du soleil. Un coucher merveil­
leux. Derrière l’Artémision, tout le ciel est en flammes.
La cime de l’Arachné brûle comme une torche. Le
reflet rouge arrive jusqu’ici, frappe sur l’or.
A N NE.

Conduisez-moi près de l’or.
H E B E , la conduisant vers une table.

Voici la dépouille de Cassandre.
A N N E , touchant légèrement.

Son masque est là?
H É B É , dirigeant les mains de l'aveugle.

Le voici.
AN NE, palpant le masque d’or.

Comme sa bouche est grande! Le travail horrible de
la divination l’avait dilatée. Elle criait, implorait, se
lamentait sans trêve. Imaginez-vous sa bouche dans le
silence? Comment pouvait-elle être dans le silence, la
forme de ses lèvres douloureuses? Quelle stupeur,
quand elle se tait, quand l’Esprit lui concède une pause
entre deux vociférations! Ce soir, Hébé, vous me relirez
le dialogue entre les vieillards et elle. Est-ce que vous
avez dans la mémoire ses paroles, quand elle parle du
dieu qui l’aimait, et que les vieillards lui demandent
si elle a cédé au lutteur? Elle m’apparaît toute rouge
de honte, à ce moment-là... « Je promis, dit-elle, je
promis... » Est-ce que vous avez ses paroles dans la
mémoire?

�ACTE D E U X IÈ M E .

157

HEBE, de plus en plus troublée.

Non. Ce soir, Anne, je vous lirai...
AN NE.

« Je promis, mais je ne tins pas ma promesse », ditelle. Elle trompa le dieu, qui se vengea. Personne
désormais ne la crut. Elle était seule, au sommet d’une
tour, avec Sa vérité. (Une pause. Elle continue à palper la
dépouille). Vous aussi, comme Alexandre, vous aimez ce
• fauve rossignol »?
H ÉBÉ.

Son destin est atroce. Elle est une martyre.
ANNE.

Elle était très belle; elle était « belle comme Aphro­
dite ». Léonard a vu son visage sous le masque d’or 1
C’est étrange : il me semble que je l’ai vu aussi... De
quelle couleur pensez-vous qu’étaient ses yeux?
H ÉB É .

Noirs, peut-être.
ANNE.

Non, ils n’étaient pas noirs, mais ils le paraissaient,
parce que, dans l’ardeur fatidique, les pupilles se dila­
taient au point de dévorer les iris. Je crois que, dans
le repos, lorsqu’elle essuyait l’écume de ses lèvres
livides, elle avait les yeux doux et tristes comme deux
violettes. Ainsi devaient-ils être avant de se fermer
pour toujours. Vous rappelez-vous, Hébé, ses dernières
paroles? Est-ce que vous les avez dans la mémoire?
HÉBÉ.

Ce soir, Anne, je vous lirai...
AN NE.

Elle parle d’une ombre qui passe sur toutes les
choses et d ’une éponge humide qui efface tous les
vestiges, n’est-ce pas? « Et cela, dit-elle, est ce sur

�158

LA V I L L E M O RT E.

quoi je gémis plus que sur tout le reste. » Telles sont
ses dernières paroles. (Une pause. Elle tient entre ses mains
une balance d’or.) Ecoutez!
H ÉB È .

Ce sont les faucons de la montagne Eubœa qui crient.
AN NE.

Comme ils crient, ce soir!
H ÉB É .

Ils crient plus fort, lorsque l’air est embrasé.
ANNE.

Pourquoi crient-ils? Je voudrais comprendre les voix
des oiseaux, comme la Divinatrice. Je ne connaissais
pas cet épisode de son enfance, que m’a raconté
Alexandre. On la laissa une nuit dans le temple
d’Apollon; et, au matin, on la retrouva étendue sur le
marbre, enveloppée dans les anneaux d’un serpent qui
lui léchait les oreilles. Depuis lors, elle comprit toutes
les voix éparses dans l’air. Elle comprendrait mainte­
nant les cris des faucons...
H E B E , s’oubliant presque.

Des cris de joie, des cris de joie! Si vous voyiez
quelles belles et fières créatures ! Ils sont gorgés de
vie. Ils sont tout armés de vie. Ils ont les couleurs de
la roche : les ailes brunes, le corps rougeâtre, la poi­
trine blanche, la tête grise. Rien n’est plus gracieux et
plus féroce que leur tête grise, où les yeux noirs bril­
lent au milieu d’un petit cercle jaune. Avant-hier,
comme je les regardais dans le ciel, un des gardiens
frappa l’un d’eux en pleine poitrine, d’un coup de
fusil. L’oiseau tomba presque à mes pieds, et, comme
je me baissais pour le ramasser, il essaya, quoique
blessé à mort, de se jeter sur ma main. Le sang le suf­
foquait et ruisselait de son bec; une espèce de sanglot

�159

ACTE D E U X I È M E .

le secouait, tandis que les gouttes rouges tombaient
une à une. Les yeux s’alanguirent, les serres se contrac­
tèrent, la petite tète s’inclina sur la poitrine. Encore
un sanglot vermeil. Ce fut le dernier. Il ne me resta
dans la main qu’une sorte de haillon... Et, quelques
secondes auparavant, une vie si libre et si violente
avait palpité dans le ciel!
A N NE.

Comme vous parlez de la vie et comme vous parlez
de la mort! (Une pause.) Alexandre est toujours sur le
balcon?
H ÉBÉ.

Oui.
ANNE.

Que fait-il?
HÉBÉ.

Il regarde au loin.
Une pause.
ANNE.

Quel est cet objet que j ’ai entre les doigts?
H ÉBÉ.

Une balance.
AN N E .

Ah! une balance! (Elle touche les deux plateaux.) Elle était
posée sur la poitrine de la princesse morte?
H ÉBÉ.

Oui, sur sa poitrine.
A N NE.

Pour peser les destins! Mais elle n’est pas juste,
n’est-ce pas? Non, elle n’est pas juste. Il me semble
qu’elle penche d’un côté.
H ÉB É .

Elle penche. Il manque d’un côté l’un des rubans
d’or qui soutenaient le plateau.

�LA V IL L E

160

MOItTE.

ANNE.

De quel côté?
A L E X A N D R E , rentrant du balcon.

Voici Léonard qui revient.
B L A N C H E M A R IE .

D’où?
ALEXANDRE.

De la fontaine Perseia.
A N N E , déposant la balance.

Voulez-vous que nous descendions à la fontaine,
Hébé? Voulez-vous m ’y conduire? Nous nous assoirons
un peu sur la pierre, près de la source, pour respirer
ce parfum de la menthe et des myrtes qui fait tant de
bien.
H ÉB É .

Je suis à vous, Anne. Voici mon bras.

SCÈNE I I I
Entre L É O N A R D , qui promène sur tous les assistants un
regard lucide et inquiet. Son aspect exprime une inquiétude incessante
et l’effort pénible d’une contrainte intérieure.
LÉONARD.

Ah! vous ôtes ici, Anne...
Il s’approche de l’aveugle avec un geste affectueux.
ANNE.

Vous revenez de la fontaine?
LÉON ARD .

Oui, je reviens de là-bas... Je vais là-bas presque tous
les jours, au coucher du soleil. C’est l’heure où le
parfum des myrtes devient aussi fort que l’encens et

�ACTE D E U X I È M E .

161

donne une sorte de stupeur... Il est très fort ce soir :
c’est comme s’il flottait sur l’eau. En buvant, il m’a
semblé que je sentais dans l’eau la saveur de l’huile
essentielle...
A N NE.

Vous avez entendu, Hébé?
H ÉB É .

Vous plaît-il de venir, Anne? Voici mon bras.
ANNE,

p r e n a n t le b r a s d e s o n g u i d e .

Nous descendons à la fontaine... Le soleil est-il
déjà couché, Alexandre?
A L E X A N D R E , au seuil du balcon.

Oui, couché.
A N NE.

Il ne fait plus jour?
ALEXANDRE.

Il y a encore un peu de lumière.
A N NE.

C’est pour cela que les faucons crient.
ALEXANDRE.

Ils crient très tard, jusqu’aux premières étoiles.
ANNE.

Adieu.
Elle sort avec la jeune fille.

SCÈNE IV
A L E X A N D R E reste près du balcon, adossé à l’un dos cham­
branles, regardant toujours la campagne. L É O N A R D suit des
yeux, jusqu’au delà du seuil, sa sœur qui conduit l’aveugle.
ALEXANDRE.

Quel est ce feu, là-bas, sur la cime de Larisset
Regarde! Un, deux, trois feux... Un autre feu encore,

�162

LA V I L L E M O RT E.

sous le Lycon. Tu vois? Tu vois les colonnes de fumée?
Elles paraissent immobiles. Pas un souffle. Quelle paix
infinie! C’est un des soirs les plus beaux et les plus
solennels que j ’aie jamais vus. (Léonard s’approche de son
ami, lui pose une main sur l’épaule avec un geste fraternel, et il demeure

Regarde la couleur et le profil des montagnes
sur le ciel! Chaque fois que je les regarde, le soir, je
fais un acte spontané d’adoration à leur divinité. En
nulle terre comme en celle-ci on ne sent ce qu’a de
divin l’aspect des montagnes lointaines. N’est-il pas
vrai?
silencieux.)

L É O N A R D , d’une voix troublée.

Oui, c’est vrai. Il faut prier les montagnes : elles
sont pures.
ALEXANDRE.

Comme elles sont pures, ce soir! On les croirait
faites de saphir. L’Arachné seul rougeoie encore : sa
cime est toujours la dernière à s’éteindre. Mais ces
feux? Ils se multiplient, se propagent depuis le haut
des collines jusqu’à la plaine... Regarde : sous Larisse,
il y en a une couronne. C’est étrange, que les colonnes
de fumée soient si blanches. On les croirait illuminées
par une autre lumière, par une lune invisible. N’est-il
pas vrai? Et elles sont religieuses : elles emportent
peut-être les implorations des hommes.
LÉON ARD .

Peut-être. Les hommes implorent l’eau pour la terre
qui a soif.
ALEXANDRE.

Elle est terrible, cette soif.

(Une pause. Léonard s’éloigne,

fait quelques pas dans la pièce où l'ombre commence à s’épaissir autour
des trésors qui luisent confusément. Il est incapable de contenir son
agitation intérieure. Il s’approche do la table où gît la dépouille de

Ah ! tu regardes
si les joyaux de Cassandre sont bien disposés... Ta

Cassandre. Son ami le suit d’un regard anxieux.)

�ACTE D E U X I E M E .

163

sœur était occupée à les mettre en ordre, quand je suis
venu. Je voulais l’aider; mais ensuite... nous avons
parlé... et l’heure a passé comme un éclair... Nous
avons parlé de toi aussi, Léonard.
L É O N A R D , agité.

De moi?
ALEXANDRE.

Oui, de toi, de ton secret...
L É O N A R D , pâlissant.

De mon secret?
A L E X A N D R E , s’approchant et lui prenant la main
avec une tendresse grave.

Qu’est-ce que tu as? Dis-moi, qu’est-ce que tu as?
Pourquoi trembles-tu ainsi?
LÉONARD.

Je ne sais pourquoi je tremble...
ALEXANDRE.

Je ne suis donc plus le frère de ton âme? Depuis
tant et tant de jours j ’attends que tu me parles, que
tu me confesses ta peine... Tu n’as donc plus confiance
en moi? Je ne suis donc plus pour toi celui qui com­
prend tout et à qui l’on peut tout dire?
L É O N A R D , réprimant l’angoisse qui le serre à la gorge.

Oui, oui, tu l’es toujours, Alexandre... Que ne te
dois-je pas? Qu’étais-je avant de te connaître, avant de
communier avec ton âme? Qu’étais-je? Ah! je te dois
tout : la révélation de la vie... Tu m’as fait vivre de ta
flamme ; tu as fait vivre autour de moi toutes les choses
qui auparavant étaient mortes... Ah! q ue serait pour
moi tout cet or, si je ne t’avais pas connu? Un métal
inerte. Et toi, toi seul m’as fait digne d’assister à un
tel prodige...
ALEXANDRE.

Et maintenant? Ne puis-je rien faire pour ton mal?

�164

LA V I L L E

MORTE.

L É O N A R D , égaré.

Je ne sais ce que j ’ai... Je ne sais quel est le mal
dont je souffre...
ALEXANDRE.

Pauvre ami! Depuis deux ans déjà, depuis deux
longues années, tu es ici, dans ce pays de soif, au pied
de cette montagne nue, enfermé dans la fascination de la
ville morte, à creuser la terre, à creuser la terre, avec
ces épouvantables fantômes toujours dressés devant
tes yeux parmi la poussière ardente... Comment tes
forces ne se sont-elles pas brisées dès avant aujourd’hui ?
Pendant deux ans, courbé sous l’horreur du plus tra­
gique destin qui ait jamais dévoré une race humaine,
tu as respiré les miasmes homicides des sépulcres.
Comment as-tu résisté si longtemps? Comment n’as-tu
pas eu peur de la démence? Tu ressembles à un homme
empoisonné; et quelquefois je t’ai vu les yeux d’un fré­
nétique...
LÉONARD.

Oui, oui, c’est vrai : je suis empoisonné...
ALEXANDRE.

Pourquoi ne voulais-tu pas m’écouter? Quand tu
m ’as appelé, quand je suis venu ici, tu étais déjà pris
de cette fièvre pernicieuse... J ’ai pressenti le péril... Et
je voulais t’arracher à ton idée fixe, je voulais t’em­
mener ailleurs, interrompre ce labeur atroce. Tu ne
te souviens pas? Nous aurions passé le printemps à
Jacinthe, sur la mer, pas très loin... Mais ton obstina­
tion fut invincible : le maléfice t’avait saisi. Mainte­
nant, il faut partir sans retard; il faut aller vers les
eaux, vers les bois, vers les terres vertes... Il faut que
tu te couches sur une belle terre verte, que tu dormes
tes sommeils enfoncé dans l’herbe, que tu sentes entrer
en toi peu à peu les pensées nouvelles...

�ACTE D E U X I È M E .

\
G5

LÉONARD.

Oui, oui, tu as raison : il faut partir, il faut s’en
aller loin... Où?... Et elle aussi, ma sœur Hébé, elle
aussi... elle viendrait... avec nous.
A L E X A N D R E , assombri, hésitant.

Elle aussi... Sois sûr qu’elle aussi est oppressée,
qu’elle aussi a besoin de respirer, de vivre... Elle s’af­
flige pour toi, elle pleure pour toi...
LÉONARD.

Elle pleure? Elle pleure?
ALEXANDRE.

Elle craint que tu ne l’aimes plus, que tu n’aies plus
pour elle la tendresse de jadis...
L É O N A R D , blême et accablé.

La tendresse de jadis?... Elle pleure? Elle pleure?
A L E X A N D R E , lui prenant do nouveau les mains avec une sorie
de violence.

Mais qu’as-tu donc? Pourquoi trembles-tu ainsi?
L E O N A R D , avec un transport de désespoir.

Ah! si tu pouvais me sauver!
ALEXANDRE.

Je dois, je veux te sauver, Léonard.
LÉON A RD .

Tu ne peux pas, tu ne peux pas! Je suis perdu! (il
fait quelques pas à travers la chambre, affolé ; il va près du balcon ; il
va près de la porto, qu’il forme. Il revient vers Alexandre en chancelant,

Comment te dire !
Comment te dire!... Ah ! c’est horrible!

comme un homme saisi d’un délire soudain.)

A L E X A N D R E , frappé par l’acte et par les paroles.

Léonard!
L E O N A R D . Il se laisse tomber sur un siège et serre ses tempes
dans ses paumes.

C’est horrible...

�106

LA V I L L E

MORTE.

A L E X A N D R E , lui prenant les mains encore une fois et se penchant
vers son visage, dans l'ombre.

Mais parle, parle donc! Ne vois-tu pas que tu me
tortures le cœur?
LÉONARD.

Oui, je parlerai, je te dirai... Mais ne me regarde
pas de si près, ne me tiens pas les mains... Assieds-toi
là... Attends... attends qu’il y ait plus d’ombre... Je te
dirai... Il faut que je te dise... à toi... à toi seul... C’est
horrible!
A L E X A N D R E s’assoit en s’écartant un peu, et il baisse la voix,
oppressé par l’anxiété.

Voilà; je m’assois, ici... J ’attends... j ’attends... Tu es
dans l’ombre... Je ne te vois presque plus... Parle!
LÉONARD.

Comment dire?... (Une pause. Ils

sont l’un vis-à-vis de l’autre,
dans l’ombre qu'anime le reflet des ors. Quand Léonard se reprend à
parler, sa voix est rauque et entrecoupée. Alexandre l'écoute, immobile,

Ah ! tu la
connais... Tu sais quelle douce, quelle tendre, quelle
pure créature est... ma sœur... Tu sais, tu sais ce
q u’elle fut pour moi durant les années de solitude et
de travail.,. Elle a été le parfum de ma vie, le repos et
la fraîcheur, le conseil et le réconfort, et le rêve, et
la poésie, et tout... Tu sais... (une pause.) Quelles autres
joies ma jeunesse a-t-elle connues? Quelle autre femme
s’est présentée sur mon chemin? Aucune. Mon sang
coulait sans trouble... J ’ai vécu comme dans un vœu :
j ’ai tremblé seulement pour la beauté des statues que
j ’ai désensevelies... Notre vie a toujours été pure
comme une prière, dans la solitude... Ah! la soli­
tude!... Que de temps, que de temps nous avons vécu
l’un à côté de l’autre, frère et sœur, seuls, seuls et
heureux, comme deux enfants... J ’ai mangé les fruits
comme si tout son être se contractait de douleur,)

�ACTE D E U X I È M E .

16'

qui portaient l’empreinte de ses dents blanches, et
j ’ai bu l’eau des sources dans le creux de sa petite
main. (Une pause.) Seuls, toujours seuls, dans les mai­
sons pleines de lumière!... Or, imagine un homme
qui boirait inconsciemment un toxique, un philtre,
quelque chose d’impur qui lui empoisonnerait le sang,
qui lui contaminerait la pensée : et cela, sans y prendre
garde, tandis que sa respiration est calme, tandis que
son âme est en paix... Imagine cette incroyable
cruauté du sort! Tu es dans une heure commune de
ton existence, dans une heure semblable à tant d’au­
tres; c’est un jour d’hiver, lucide et limpide comme le
diamant : tout est clair, tout est visible, de près, de
loin. Tu reviens de ton travail; ton attention se relâche;
tu ne découvres rien de singulier, ni en toi ni dans les
choses : ta respiration est calme, ton âme est en paix;
ta vie coule comme hier avec sa continuité paisible, du
passé vers l’avenir... Tu rentres dans ta maison qui,
comme hier, est pleine de lumière et de silence; tu
ouvres une porte; tu entres dans une chambre... et tu
la vois, elle, ta compagne innocente, tu la vois endormie
devant le foyer, toute colorée par la flamme, avec ses
petits pieds nus exposés à la chaleur. Tu la regardes,
et tu souris. Et, pendant que tu souris, une pensée
subite et involontaire te traverse l’esprit : une pensée
trouble contre laquelle tout ton être a un frémissement
de répugnance... Mais en vain, en vain! La pensée
persiste, acquiert de la force, devient monstrueuse,
se fait dominatrice... Oh! est-ce possible, cela?... Elle
s'empare de toi, se mêle à ton sang, t’envahit tous les
sens. Et tu es sa proie, sa proie misérable et trem­
blante; et toute ton âme, ton âme pure, est infectée;
et tout devient en toi souillure et contamination... Oh!
est-ce croyable, cela? (Il se dresse, parce qu’il a entendu
Alexandre tressaillir dans l’ombre. Tout son corps est secoué par un

�168

LA V IL L E MORTE.

frisson pareil à celui de la fièvre. I l fait quelques pas vers le balcon, puis
revient s'asseoir. Alexandre a les yeux grands ouverts et fixés sur lui.)

Maintenant, imagine ma vie dans cette maison, avec
elle et avec le monstre... Ici, dans la maison pleine de
lumière ou pleine de ténèbres, moi seul avec elle seule !...
Une lutte désespérée et secrète, sans trêve, sans refuge,
le jour et la nuit, à toute heure et à tout instant,
d’autant plus atroce que s’inclinait davantage sur mon
mal la pitié inconsciente de la pauvre créature... Rien
ne servait : ni le travail presque furieux, ni la fatigue
presque bestiale, ni la stupeur que me donnaient le
soleil et la poussière, ni l’anxiété que me donnaient les
indices retrouvés chaque jour dans la terre que je
fouillais, rien, rien ne servait pour dompter l’horrible
fièvre, pour suspendre au moins quelques instants la
démence scélérate. Je fermais les yeux, quand je la
voyais de loin venir à moi; et mes paupières sur mes
yeux étaient comme le feu sur le feu. Et je pensais,
tandis que mon pouls m’étourdissait les oreilles, je
pensais avec une angoisse qui me semblait toujours
devoir être la dernière de ma vie : « Ah! si, en rouvrant
les yeux, je pouvais la regarder comme je la regardais
autrefois, reconnaître en elle la sainte sœur! » Et ma
volonté secouait mon âme misérable, pour la délivrer
du mal, avec l’horreur violente et la terreur folle de
celui qui secoue son vêtement où s’est caché un reptile.
Hélas, inutilement, toujours inutilement! Elle venait à
moi d’un pas qui, certes, était son pas accoutumé, mais
qui me semblait autre et me troublait comme un lan­
gage ambigu. Et, plus elle me voyait inquiet et triste,
plus elle se faisait douce. Et, quand ses mains tran­
quilles me touchaient, tous mes os tremblaient et se
glaçaient, et mon cœur s’arrêtait, et mon front se bai­
gnait de sueur, et la racine de mes cheveux devenait
sensible comme dans la peur de la mort... Ah! bien

�ACTE D E U X IÈ M E .

169

pire que la mort était pour moi le soupçon qu’elle pût
deviner la vérité, l'affreuse vérité! (Une pause.) Et la
nuit! la nuit! Si la lumière était épouvantable, l’obscu­
rité était plus épouvantable encore : l’obscurité que
des souffles attiédissent, l’obscurité qui donne les hal­
lucinations et les délires... Elle dormait dans la chambre
contiguë à la mienne. Tous les soirs, sur le seuil, elle
m’offrait ses deux joues, avant de se retirer; quelque­
fois, elle me parlait de son lit, à travers la cloison...
Quand je prêtais l’oreille durant ma veille anxieuse,
j ’entendais son haleine égale dans le sommeil. Impos­
sible de dormir! Il me semblait que mes paupières me
blessaient les yeux; mes cils étaient comme des aiguil­
lons dans une plaie... Et les heures lourdes mouraient
l’une après l’autre; et l ’aube venait, et, avec l’aube,
l’assoupissement après l’intolérable lassitude, et, dans
l’assoupissement, les rêves... Ah! les rêves, les rêves
infâmes dont l’âme ne peut se défendre! Plutôt veiller,
plutôt peiner sur l’oreiller comme sur les épines, plutôt
agoniser dans la lassitude... Comprends-tu? Com­
prends-tu? Et, lorsque enfin le sommeil tombe tout à
coup sur l’angoisse comme un heurt qui écrase, lorsque
la pauvre chair se fait obtuse et pesante comme le
plomb, lorsque tout l’être demande à mourir, à mourir
un peu — comprends-tu? — oh! la lutte désespérée
contre le besoin de la nature, par terreur de devenir
dans le sommeil la proie inerte du monstre répu­
gnant... Je me réveille épouvanté comme après la faute,
avec toute la chair contractée d’horreur, ne sachant
plus si j ’ai rêvé ou si je suis encore chaud du crime,
plus brisé qu’auparavant, plus misérable qu aupara­
vant, avec la haine de la lumière — moi qui ai l’effroi
des ténèbres ! — avec l’instinct de tenir ma tête courbée
et mon regard à terre comme une brute...
10

�LA V I L L E MORTE.

170

A L E X A N D R E , la voix étranglée, méconnaissable.

Tais-toi!
Il se lève, convulsé, incapable de supporter plus longtemps ce sup­
plice. I l va au balcon ; il respire, la face levée vers le ciel étoilé.
LÉON ARD.

Ali! je t’ai suffoqué... Regarde, regarde les étoiles!
Respire, toi qui le peux!...
A L E X A N D R E , doucement, se dirigeant vers lui, lui touchant
la tête avec une main tremblante.

Tais-toi ! tais-toi!
Il fait quelques pas dans l’ombre; il va près de la porte, l’ouvre, regarde
dans le vide, la referme; puis il revient vers Léonard qui se tient
courbé, le visage dans les paumes, et il lui touche la tête. Il retourne
une seconde fois vers le balcon. Léonard se lève et s’approche de
lui. Tous deux, en silence, l’un à côté de l’autre, regardent la cam­
pagne qui, dans le soir extraordinairement calme et pur, est semée
de bûchers ardents.

�ACTE TROISIÈME
La même salle où s'est passé l’acte premier. La grande terrasse est
ouverte; en haut, dans l’entre-colonnement, le ciel nocturne apparaît,
palpitant d’étoiles. Un chandelier brûle sur la table encombrée. Le
silence est profond.

SCÈNE P R E M IÈ R E
ANNE

est assise près des marches qui montent à la terrasse.

Les souffles de la nuit effleurent son visage pâle, levé vers les
étoiles invisibles pour elle. Lorsqu’elle parle, au début, il y a dans sa
voix une animation singulière, indéfinissable, pareille à la volubilité
d’une ivresse légère. L a N O U R R I C E
elle, triste et soumise.

est agenouillée devant

A N N E , tendant les mains vers la nuit.

Par moments, des souffles arrivent... Le vent se
lève; n’est-ce pas, nourrice? Ne sens-tu pas l’odeur
des myrtes?
LA N O U R R IC E .

C’est le vent de terre qui se lève.
A NNE.

La terre respire. Tout à l’heure, lorsque je suis des­
cendue à la fontaine avec Hébé, on ne sentait pas un
souffle : rien! C’était le calme parfait, sans change­
ment. Pour ne point troubler ce calme, nous ne disions
pas une parole; seulement, la fontaine pleurait et
riait... As-tu jamais écouté avec attention la voix de
cette fontaine, nourrice?

�172

LA V I L L E

MORTE.

LA N O U R R ICE.

L’eau dit toujours la même chose.
ANNE.

Non, non. Tout à l’heure, nous ne disions pas une
parole, ni Hébé ni moi; mais l’eau disait une infinité
de choses qui entraient en moi comme une persua­
sion... L’eau m’a persuadée de faire ce qui est néces
saire, nourrice : elle, la bonne eau pure qui vient des
profondeurs...
LA N O U R R IC E , inquiète.

Qu’est-ce que tu veux faire?
ANNE.

Je veux m’en aller, m’en aller très loin...
LA N O U R R IC E .

T’en aller? Où veux-tu aller?
AN N E , avec des accents brisés et rapides.

Tu le sauras, tu le sauras... Ne te mets pas en peine;
sois tranquille, pauvre nourrice. Par ce chemin-là,
j ’irai bien sans que tu me conduises. Je n’aurai plus
besoin de m’appuyer sur toi. Dans mes yeux se fera la
lumière... Que disais-tu de mes yeux, l’autre jour?
« Pourquoi le Seigneur te les aurait-il laissés si beaux,
s’il ne voulait pas te les illuminer une seconde fois? »
Tu vois, nourrice : je n’ai pas oublié tes paroles; et
maintenant je sais que mes yeux sont beaux.
LA N O U R R IC E .

Comme tu parles, ce soir! Il y a quelque chose au
fond de tes paroles... Mais je ne suis qu’une pauvre
vieille...
A N N E , prise d’une émotion soudaine, en posant les mains
sur les épaules de la nourrice.

Tu es ma pauvre et chère vieille; tu es ma première
et ma dernière tendresse, nourrice. J ’ai toujours senti

�ACTE T R O I S I È M E .

173

quelques gouttes de ton lait dans le sang de mon cœur,
nourrice. Ah! ton sein s’est desséché, mais ta bonté
s’est faite chaque jour plus grande. Tu me conduisais
par la main, au temps où mes petits pieds ne savaient
pas encore régler leurs pas ; et aujourd’hui, avec la môme
patience fidèle, tu me conduis dans l’horrible obscu­
rité. Tu es sainte, nourrice. J ’ai un ciel pour toi dans
mon âme...
LA N O U R R IC E .

Tu veux me faire pleurer...
AN NE, lui jetant les bras au cou.

Oh! pardonne-moi, pardonne-moi! Il faut que je te
fasse pleurer.
LA N O U R R IC E , effrayée, se dégageant de cet embrassement
et la regardant au visage.

Pourquoi parles-tu ainsi? Pourquoi me serres-tu
ainsi?
AN NE, cherchant à dissiper cette inquiétude.

Oh! non, non... Pour rien... Je parlais ainsi parce
que désormais je ne puis plus te donner aucune joie,
pauvre nourrice, aucune joie...
LA N O U R R IC E .

Vrai, tu ne me caches rien? Vrai, tu ne voudrais pas
tromper ta pauvre vieille?
A N NE.

Non, non... Pardonne-moi. Je ne sais ce que je dis,
ce soir; je ne sais ce que j ’éprouve... J ’ai une étrange
volubilité. Tout à l’heure, je me sentais légère comme
si j ’allais prendre mon vol; je me sentais presque
allègre; je parlais, je parlais... Et puis, tout d’un coup
la tristesse est revenue, et je t’ai fait de la peine... Mais
à présent je me sens mieux, je me sens mieux; je me
sens presque bien, nourrice, parce que je t’ai embrassée.
Et je voudrais que tu me prisses sur tes genoux, que

�174

LA V I L L E

MORTE.

lu me racontasses les petites choses lointaines qui te
restent dans la mémoire de moi, de moi quand vivait ma
mère... Te souvient-il?Te souvient-il?... (Une pause.) Ah!
pourquoi n’ai-je pas eu un fils, le fils qu’il voulait?
Pourquoi? Je serais sauvée ! Nulle mère n’a jamais aimé
la créature de son sang comme je l’eusse aimée, ma
créature. Tout le reste n’aurait plus rien été pour moi.
Continuellement j ’aurais transfusé dans sa vie la plus
douce essence de ma vie. Continuellement j ’aurais épié
sa petite âme divine pour reconnaître à toute minute
la ressemblance unique; et sa tendresse m’aurait été
plus chère que la lumière... Mais le même Juge m’a
faite aveugle et stérile. Serait-ce en réparation de
quelque péché, nourrice? Dis-moi : quelque grande
faute a donc été commise? (Une pause. La nourrice a les yeux
pleins de larmes.) Comme elle m’a quittée vite, ma mère!
Elle m’avait, et elle m’adorait; et pourtant elle n’était
pas heureuse... Tu le sais, n’est-ce pas?... Tu sais pour­
quoi elle est morte. Mais tu n’as jamais voulu, nourrice,
me dire pourquoi... ni comment elle est morte.
LA N O U R R IC E , troublée, hésitante.

Ce fut une fièvre, une grande fièvre soudaine qui
l’emporta en une nuit. Ne le savais-tu pas?
A N NE.

Oh! non, non, ce ne fut pas la fièvre. Pourquoi n’astu jamais voulu me dire la vérité?
LA N O U R R IC E .

Cela n’est-il pas la vérité?
A N NE.

Non, ce n’est pas la vérité. Ce soir-là, ma mère était
restée à mon chevet; et, tandis que je m’endormais, je
sentais ses baisers sur ma face et quelque chose de
tiède comme un pleur.. Ah! le sommeil était si fort
qu’il vainquit le chagrin confus de ma petite âme; et,

�ACTE T R O I S I E M E .

175

dans la dernière lueur de la connaissance, il me sembla
qu’elle faisait pleuvoir sur mes joues, sur mon cou,
sur mes mains, les feuilles de rose humides que j ’avais
effeuillées ce jour-là dans la vasque du jardin. Telle
est la dernière vision que j ’eus de ma mère... Plus tard,
tu vins me réveiller; tu me demandas si je l’avais vue,
et quand et comment elle m’avait quittée; et tu étais
toute haletante. Et néanmoins je me rendormis, tandis
qu’un bruit de pas montait du jardin, comme de gens
qui cherchent. Et, le matin, peu après l’aube, tu vins
de nouveau me réveiller et tu m’enveloppas dans une
couverture et tu m’emportas sur tes bras qui trem­
blaient; tu m’emportas dans l ’autre appartement, où
tu parlais à voix basse, où tout le monde parlait à
voix basse et avait le visage pâle... Et jamais plus je
ne la revis... Et plus tard, quand nous retournâmes
dans notre jardin, tu m’éloignais toujours de la vasque;
et toujours, quand tu étais en cet endroit, tes lèvres
remuaient comme pour une prière... (Une pause.) Dis­
moi la vérité ! Pourquoi voulut-elle mourir?
LA N O U R R IC E , bouleversée.

Non, non... Tu te trompes...
A N NE.

Je ne saurai donc jamais la vérité!
LA N O U R R IC E .

Tu te trompes... Ah! tu cherches toujours à renou­
veler ma douleur.
A N N E , la caressant.

Pardonne-moi. Voilà que je t’ai fait une autre peine !
(Une pause.) Sens-tu l’odeur des myrtes? Sens-tu comme
elle est forte? (Elle se lève et, tournée vers la terrasse ouverte,
elle aspire le parfum, étend les mains.) Le vent s’est levé; il
tinte entre mes doigts comme un cristal. Est-ce que
la porte de ma chambre est ouverte?

�17tì

LA V I L L E M O R T E .
LA N O U R R IC E .

Oui.
ANNE.

Toutes les fenêtres sont ouvertes?
LA N O U R R IC E .

Oui, toutes.
ANNE.

Le vent passe comme un fleuve de parfums. Où peut
être Hébé?
LA N O U R R IC E .

Dans sa chambre, sans doute. Veux-tu que je
l'appelle?
ANNE.

Non, non, laisse-la reposer, cette pauvre enfant ! A la
fontaine, elle a failli s’évanouir, tant l’odeur des myrtes
était aiguë. Pendant que nous remontions, je la sentais
vaciller. Plus d’une fois, j ’ai dû la soutenir... Vois
comme je marche avec assurance, nourrice! C’était
moi qui la conduisais. Je crois que je saurais des­
cendre seule et remonter seule...
LA N O U R R IC E .

Mais pourquoi parles-tu tant de cette fontaine?
A N NE.

Nous sommes tous attirés vers elle comme vers une
source de vie. N’est-elle pas la seule chose vivante en
ce lieu où tout est mort et brûlé? Elle seule éteint
notre soif; et toute la soif qui est en nous se porte
avidement vers sa fraîcheur. Si elle n’existait pas,
nul ne pourrait vivre ici : nous mourrions tous de sa
sécheresse.
LA N O U R R IC E .

Mais pourquoi sommes-nous venus en ce lieu
maudit? L’été y a éclaté comme un enfer. Il faut fuir.
Quand partirons-nous?

�ACTE T R O ISIÈ M E .

m

AN NE.

Bientôt, nourrice, bientôt.
LA N O U R R IC E .

C’est vraiment un lieu maudit de Dieu. Le châtiment
du ciel pèse sur cette contrée. Tous les jours les pro­
cessions montent à la chapelle du prophète Elie. Ce
soir, la campagne est pleine de feux. Mais il ne tombe
pas une goutte d’eau. Si tu voyais la rivière! Les cail
loux y sont secs et blanchis comme les os des morts
A N NE.

L’Inackhos! Alexandre l’a traversé l’autre jour, le
grand jour de l’or... (Elle s’assoit sur la dernière marche, à
tâtons.) Veux-tu, nourrice, que je te raconte la fable
du fleuve? Il y avait une fois un roi qui s’appelait
Inackhos, le roi du fleuve; et ce roi avait une fille qui
s’appelait Io, si belle, si belle qu’un autre roi toutpuissant, le roi du Monde, en devint amoureux et la
voulut. Mais sa femme, jalouse, changea la vierge en
une génisse blanche comme la neige et la donna en
garde à un pâtre qui s’appelait Argos et qui avait cent
yeux. Et ce pâtre terrible faisait paître la génisse
blanche là-bas, près de la mer, dans la prairie de
Lerne; et, jour et nuit, il en épiait continuellement les
traces avec ses cent yeux. Alors le roi du Monde, afin
de délivrer la vierge, envoya le prince Hermès pour
tuer ce gardien cruel; et le prince Hermès, arrivé dans
la prairie, se mit à jouer de la flûte si doucement
qu’Argos s’endormit; et, pendant qu’Argos dormait, il
trancha de son épée la grande tète aux cent yeux. Mais
la femme jalouse envoya un taon qui s’attacha au flanc
de la génisse comme une pointe de feu et la rendit
folle de douleur. Avec le taon dans le flanc, Io furieuse
se mit à courir sur les sables de la mer ; et elle courut,
courut par toute la terre, passa les fleuves, passa les

�178

LA V I L L E MO RT E.

détroits, franchit les montagnes, toujours avec le taon
dans le flanc, folle de douleur et de terreur, dévorée par
la soif et par la faim, brisée de fatigue, l’écume à la
bouche, haletante, mugissante, sans avoir jamais de
trêve, sans avoir jamais de trêve... A la fin, dans une
lointaine contrée d’outre-mer, le roi qui l’aimait lui
apparut, et, d’un seul geste, en l’effleurant à peine, il
la pacifia et lui rendit la forme humaine. Et elle lui
engendra un enfant noir. Et de cet enfant noir, après
cinq générations, descendirent les Danaïdes, les cin­
quante Danaïdes... (Elle se penche vers la nourrice, qui a courbé
la tête et s'est assoupie.) Tu dors, nourrice?
LA N O U R R IC E , qui se secoue.

Non, non... J ’écoute.
AN NE.

Tu as sommeil, pauvre nourrice! Jadis, c’était toi
qui me racontais des fables pour me faire dormir...
Va te reposer, nourrice. Va. Je t’appellerai. J ’attends
Alexandre.
LA N O U R R IC E .

Non, je n’ai pas sommeil... Mais ta voix est si douce...
ANNE.

Alexandre est-il dans sa chambre?
LA N O U R R IC E .

Il y est.
ANNE.

J ’ai entendu qu’il fermait sa porte... qu’il tournait la
clef...
LA N O U R R IC E .

Veux-tu que je l’appelle?
ANNE.

Non, non... Peut-être a-t-il besoin d’être seul; peut-

�ACTE T R O I S I È M E .

être travaille-t-il...
l’escalier.

(Elle prête l'oreille.)

179

Quelqu’un monte

La nourrice se lève et se dirige vers la porte à droite.

SCÈNE II
L É O N A R D entre, hésitant. Le nœud cruel de sa peine paraît
moins serré. Il est abattu et dolent; mais sa pitié pour lui-même lui
donne une sorte d’abandon : car il a pleuré.
L É O N A R D , allant vers l’aveugle avec une sorte d’humilité

Vous êtes ici, Anne... Vous êtes seule...
AN N E , se levant et lui tendant la main.

J ’attendais l’arrivée de quelqu’un. Alexandre est
encore dans sa chambre, et votre sœur... Je crois qu’elle
repose. Elle a failli s’évanouir, là-bas, à la fontaine,
étourdie par l’odeur trop violente des myrtes... (s’adress
ant à la nourrice.) Va, nourrice ; je t’appellerai.
La nourrice sort par la seconde porte à gauche.
LÉONARD.

Ah ! elle a failli s’évanouir !
ANNE.

Un vertige... Pour se remettre, elle a plongé ses
mains dans l ’eau. C’est moi qui l’ai ramenée; je con­
nais si bien le chemin! Je crois que je saurais des­
cendre seule et remonter seule...
LÉONARD.

Vous, jamais vous ne pourrez vous égarer...
ANNE.

Jamais sur ce chemin.
LÉONARD.

Vous plaît-il de vous asseoir, Anne?

�180

LA V I L L E M O R T E .
A N NE.

Non. Je voudrais monter un peu à la terrasse. La
nuit doit être merveilleuse
Léonard l’aide à gravir les marches. Ils s’arrêtent tous les deux dans
l’entre-colonnement. Anne s’appuie à l’une dos colonnes, la face levée
vers le ciel.
LÉONARD.

Elle est merveilleuse. Elle est si claire qu’on dis­
tingue tous les blocs des murailles, dans la ville
morte.
ANNE.

Vous l’appelez morte, la Ville de l’Or? Il me semble
qu’elle devrait vivre pour vous d’une vie incroyable. Il
me semble que vous devriez voir toujours ce que vous
seul avez vu.
LÉONARD.

Oh! elle est morte, elle est bien morte... Elle m’a
donné tout ce qu’elle pouvait me donner. Maintenant,
elle n’est plus qu’un cimetière profané. Les cinq tom­
beaux ne sont plus que cinq bouches informes et vides.
ANNE.

Elles auront faim de nouveau... (Une pause.) Vous
regardez les étoiles?...
LÉONARD.

Elles n’ont jamais été si lumineuses : elles ont une
scintillation si rapide et si forte qu’elles semblent
voisines. La Grande Ourse fait presque peur : elle
flamboie comme si elle était entrée dans l’atmosphère
terrestre. La Voie Lactée palpite au vent comme un
long voile.
ANNE.

Ah! vous reconnaissez enfin la beauté du ciel!
Alexandre disait que, fasciné par les tombeaux, vous
aviez oublié la beauté du ciel.

�ACTE TROISIÈM E.

181

LÉONARD.

Pour regarder les étoiles, il faut que les yeux soient
purs.
ANNE.

Hébé ne vous a-t-elle pas donné pour vos yeux
malades le remède promis?
L É O N A R D , d’une voix troublée.

Oui. Et en effet mes yeux commencent à guérir...
AN N E , avec douceur, en essayant de s’approcher de son âme.

Vous avez quelque chose contre votre sœur, Léo­
nard...
L É O N A R D , tressaillant.

Moi?
ANNE.

Plus d’une fois, Léonard, plus d’une fois j ’ai senti
votre trouble, quand elle était présente ou quand on
parlait d’elle...
L É O N A R D , tremblant.

Vous avez senti...
ANNE.

N’avez-vous pas confiance en moi? Ne croyez-vous
pas que mon âme soit faite pour la vérité? Ne croyezvous pas que je sois un peu au delà de la vie, Léonard,
de la vie belle et cruelle qu’illuminent les jours?
LÉONARD.

De quelle vérité me parlez-vous, Anne? De quelle
vérité?
ANNE.

De la vérité que je connais maintenant, et que nul ne
peut cacher, et que nul ne peut changer... (une pause.
Éperdu et perplexe, Léonard la regarde fixement, adossé à l’autre

Je vous sais agité, anxieux, plein d’inquiétudes
et de craintes... Je sais que vous souffrez... Et non
colonne.)

�182

LA V IL L E MORTE.

seulement vous souffrez, mais nous souffrons tous; et
chacun de nous cherche à cacher aux autres sa souf­
france; et chacun sait qu’il commet une violation contre
les autres et contre lui-même, parce qu’il sent vaciller
sa foi ; et nous restons sans courage, hésitants et hum i­
liés, tandis que la vérité est assise au milieu de nous
et nous regarde avec son inflexible regard.
LÉON ARD .

Je ne vous comprends pas encore, Anne.
A N NE.

Oh! ne veuillez pas être pitoyable! Si vous recon­
naissez quelque noblesse à mon âme, s’il vous semble
que j ’ai pu sans indignité et sans inutilité être durant
des années si nombreuses la compagne de l’homme
que vous aimez et admirez par-dessus tous les autres,
s’il vous semble que j ’ai mérité la bonté fraternelle
que vous m ’avez témoignée en tout temps, Léonard,
veuillez ne pas avoir pour moi cette pitié que vous
auriez pour une pauvre créature débile et redoutant
la douleur! Il ne passe entre nous que le souffle de la
nuit. C’est le bon moment pour laisser parler ce qu’il
y a en nous de plus grave et de plus fort. Tout retard
serait une faiblesse, un péril peut-être...
L É O N A R D , bouleversé, tremblant.

Je m’égare... Vos paroles sont inattendues.
ANNE.

Depuis trop longtemps je vous sens souffrir; depuis
trop longtemps je sens dans mes ténèbres... ah! je
ne sais pas m’exprimer... je sens comme une trame de
choses secrètes, ourdie en silence : une trame im pal­
pable, et qui pourtant, quelquefois, me serre aussi
rudement qu’un lacet... Ah ! je ne peux plus vivre ainsi;
non, je ne peux vivre que dans la vérité, puisque à
présent la lumière de mes yeux est éteinte. Eh bien!

�ACTE

TROISIÈME.

183

disons la vérité. C’est moi, moi seule qui suis la cause
de cette misère. Je n’appartiens plus à la vie belle et
cruelle; et pourtant je suis un obstacle, un obstacle
inerte contre lequel tant d’espérance et tant de force
viennent se heurter et se briser... En quoi donc est-elle
coupable, la chère créature, si elle obéit, éplorée et
tremblante à la fatalité qui la domine? Pourquoi lui
retirez-vous votre tendresse, si tout ce qu’il y a d’humain
en elle cède au plus humain des besoins? En elle
quelque chose dormait, qui vient de se réveiller tout
à coup; et elle est terrifiée par l’impétuosité de ce
réveil, elle en tremble et elle en pleure... Ah! je sais,
je sais quel désir de vivre brûle dans tout son sang!
Je l’ai tenue entre mes mains; je l’ai sentie palpiter
entre mes mains comme une alouette sauvage, odo­
rante et fraîche de l’air matinal qu’elle avait bu. Tout
son visage battait comme sa tempe dans ses cheveux.
Je n’avais jamais senti un battement aussi fort. La
force de sa vie est terrible. Elle-même en est épou­
vantée comme d’un mal inconnu, comme d’une fré­
nésie qui va la perdre. Elle croit, par moments, qu’elle
a étouffé sa fièvre sous le poids de l’angoisse; mais
soudain elle est vaincue, et une voix nouvelle lui
monte aux lèvres, et elle semble proférer des paroles
involontaires... Tout à l ’heure, avant que vous fussiez
là, entre les cendres et les ors, elle me parlait d’un
faucon blessé. 11 y avait dans sa voix le frémissement
de milliers d’ailes. (Une pause. Léonard écoute, immobile, sans
faire un geste, comme pétrifié contre la colonne.) Est-Ce donc
sa faute, si elle l’aime? Ne croyez-vous pas, Léonard,
ne croyez-vous pas que sa jeunesse a été trop longue­
ment sacrifiée à côté de vous? Votre amour fraternel
peut-il lui demander le sacrifice de sa vie entière?
Elle se sentait suffoquer, l’autre matin, en lisant la
lamentation d’Antigone... Il est impossible que toute

�184

LA V I L L E

MORTE.

cette force se consume dans le sacrifice. Elle a besoin
de jouir; elle est faite pour donner et recevoir la joie.
Et voudriez-vous, Léonard, voudriez-vous qu’elle
renonçât à sa part légitime de joie? (Une pause, il semble
que son courage défaille.) Et lui... (L a voix s’éteint sur ses lèvres.
L ’aspect de Léonard exprime une angoisse mortelle.) Et lui, Com­
ment pourrait-il ne pas l’aimer? Certainement il doit
reconnaître en elle l’apparition vivante de son rêve le
plus ailé : la Victoire invoquée qui couronnera sa vie.
Que suis-je désormais pour lui, sinon une chaîne
pesante, une entrave intolérable? Vous savez quelle
aversion profonde il a contre toute douleur inerte,
contre toute peine inutile, contre toute prohibition,
contre tout empêchement qui interromprait l’ascension
des forces généreuses vers leur degré suprême. Vous
savez avec quelle vigilance assidue il cherche autour
de lui et absorbe tout ce qui peut augmenter et accé­
lérer la vertu active de son esprit, pour l’œuvre de
beauté qu’il doit accomplir... Ah ! que suis-je, moi? Que
peut valoir un pauvre fantôme à demi mort, en com­
paraison du monde infini de poésie qu’il porte en luimême pour le révéler aux hommes? Qu’est ma solitaire
tristesse, en comparaison de la douleur infinie à laquelle
il pourra donner une trêve par les révélations de son
art pur?... Je suis à demi morte, moi; j ’ai déjà le pied
dans l’ombre; je n’ai plus qu’un pas à faire, un petit
pas, pour disparaître... oh! un très petit pas! Je sais,
je sais tout ce qui s’accumule et s’enroule autour de
ce peu qui me reste à vivre, pour le rendre plus encom­
brant :1e lien légitime, la coutume, le préjugé, la pitié,
le remords... Je me rappelle une colonne de pierre,
une colonne rongée et tronquée, sur le quai d’un vieux
port ensablé où apparaissait encore à fleur d’eau le
squelette d’un navire; je me rappelle ce tronçon inu­
tile, autour duquel on voyait encore les nœuds anciens

�ACTE T R O I S I È M E .

185

des câbles en lambeaux, les débris des vieilles amarres...
Il n’y avait rien de plus triste dans tout le voisinage.
Regardée de cet endroit, la mer libre séduisait comme
une promesse, indiciblement. (Une pause. Elle penche la tête
sur sa poitrine, se recueille quelques secondes; puis, elle se secoue et
elle tend les mains vers Léonard, que l’excès de l’émotion empêche de

Je perds ce que j ’aime, je sauve ce que je peux.
Mettez vos mains dans les miennes, Léonard. (Léonard

parler.)

fait un pas vers elle et lui tend les mains. Au contact, elle tressaille.)

Vos mains sont plus froides que les miennes; elles
sont de glace.
Ils descendent les marches.
L É O N A R D , d’une voix éteinte et brisée.

Anne, pardonnez-moi si je ne puis vous dire une
parole... Je vous parlerai demain... Promettez-moi que
vous m’attendrez, que vous m’écouterez... A présent,
•je ne sais pas, je ne puis pas... Vous comprenez,
Anne... Promettez-moi que vous m’écouterez demain...
AN N E , avec regret.

Que pourrez-vous me dire? Hélas! n’ai-je pas déjà
trop parlé? N’ai-je pas déjà dit ce qu’il eût mieux valu
ne pas dire?... Ah! toujours, toujours la vie se joue
de nous et nous entraîne, même quand nous voulons
la fuir!
L É O N A R D , avec un dernier sursaut d’espérance.

Vous êtes certaine, n’est-ce pas, vous êtes certaine
qu’il l’aime, qu’elle l’aime... Vous êtes certaine, Anne,
de leur amour... Vous ne vous trompez pas? Ce n’est
pas un doute, un soupçon... Vous êtes sûre, vous êtes
sûre...
A N N E , frappée de son accent.

Et

Et VOUS? N’êtes-vous pas sûr? (Une pause.
Léonard hésite à répondre.) Pourquoi vous taisez-vous? Ah!
encore la pitié!
VOUS?

�186

LA V IL L E MORTE.

L É O N A R D , à voix basse, en regardant la première porte à gauche,
comme s’il avait peur de voir survenir quelqu’un.

Alexandre... Alexandre est là... Vous le verrez... Lui
direz-vous que vous m’avez parlé... que vous m’avez
parlé de ces choses?
ANNE.

Non, non... Pardonnez-moi, Léonard, pardonnez-moi !
Avec vous aussi j ’aurais dû me taire... Le silence, ah!
comme le silence est difficile, même pour ceux qui
ont renoncé à la vie...
LÉONARD.

Anne, je vous reverrai demain, je vous parlerai
demain... Promettez-moi... Demain, n'est-ce pas, je
vous trouverai ici à la même heure?... Merci, Anne, (il
lui baise les mains). Merci! Adieu!
Il se tourne vers la seconde porte à droite, fait un gesto pour l ’ouvrir;
mais il s’arrête aussitôt, agité d’un tremblement insoutenable; il se
dirige vers la première porto, par laquelle il est venu, et il disparaît
dans l’escalier comme un fuyard.
ANNE, aux écoutes, faisant quelques pas vers le bruit de cette fuite.

Léonard!... Il descend l’escalier... Léonard!... Léo­
nard!... (Elle s’arrête, haletante.) Mon Dieu! mon Dieu!...
Comme il tremblait, devant la porte !

SCENE I I I
Par cette porte entre H É B É , tout effarée.
HÉBÉ.

Vous appelez Léonard? Que se passe-t-il? Où est
Léonard? Répondez, Anne. Où est Léonard?
ANNE.

N’ayez pas peur, Hébé; n’ayez pas peur.

�ACTE T R O I S I È M E .

187

HÉBÉ.

Pourquoi l’appelez-vous?
ANNE.

N’ayez pas peur... Il était ici, à l’instant. Il causait
avec moi sur la terrasse... Il s’en est allé, je ne sais
pourquoi... je ne sais où... Je le rappelais, parce que
l’envie m’était venue soudain de sortir avec lui. La
nuit est douce... Mais il ne m’a pas entendue.
H ÉB É .

J ’ai eu peur.
AN N E .

N’ayez pas peur.
HÉBÉ.

J ’étais seule dans la chambre des trésors ; j ’étais à
ranger les joyaux autour de Cassandre, pour qu’il
trouvât tout en ordre quand il reviendrait... A vrai
dire, je n’étais pas tranquille : j ’avais de temps à autre
un petit frisson... Si vous les voyiez, la nuit, à la
lumière de la lampe, ces masques d’or!... Us prennent
un étrange aspect de vie... Tout à coup, un souffle du
vent a éteint la lampe, et je me suis trouvée dans
l ’obscurité, et j ’ai entendu votre voix qui appelait
Léonard... J ’ai eu peur.
AN NE.

Enfant!
H É B É , se serrant contre Anne par un mouvement soudain.

J ’ai peur; j ’ai au fond de moi une peur continue, que
je ne puis m’expliquer__ Te voudrais fuir; il me vient un
fol élan pour fuir je ne sais où, je ne sais où... Ditesmoi, vous, dites-moi, ce que je dois faire! Aidez-moif
vous qui êtes toute la bonté et toute la force, vous qui
savez pardonner et qui savez défendre! Je remets mon
â m e entre vos mains; je remets ma vie entre vos mains,

�188

LA V I L L E MOR T E.

qui sont saintes, qui connaissent la vérité, qui ont
été baignées de mes larmes. Dites-moi ce que je dois
faire!
AN N E , la caressant doucement.

Calme-toi!... N’aie pas peur. Ne crains rien. Per­
sonne, pauvre âme, ne te fera de mal. Je suis là : je
veux te sauver. Aie confiance! Attends encore un peu!
H E B E , avec une agitation grandissante.

Anne, Anne, je voudrais ne vous quitter plus; je
voudrais ne plus me séparer de vous, jamais! Je vou­
drais fuir avec vous, m’en aller avec vous très loin,
rester toujours à votre flanc, à vos pieds, être votre
esclave fidèle, vous garder comme on garde une image
pieuse, prier pour vous, mourir pour vous, comme la
nourrice... J ’ai dans l’âme toutes les dévotions pour
vous. Nulle peine ne me serait lourde pour servir
votre douleur. Si je pouvais racheter avec tout mon
sang ces jours d’angoisse et de malédiction, si je pou­
vais, au prix d’un supplice atroce, détruire toutes les
traces de ces choses, ah! croyez-moi, je n’hésiterais
pas une seconde!
A N NE.

Chère enfant! Tout votre sang et toutes vos larmes
ne pourraient faire revivre un sourire! Toute la bonté
du printemps ne pourrait faire refleurir une plante
blessée à la racine. Ne vous tourmentez donc pas ; ne
vous chagrinez pas des choses qui déjà sont accom­
plies, qui déjà sont dans le temps. Moi, j ’ai mis déjà
mes jours et mes rêves hors de mon âme : les jours
qui sont passés, les rêves qui sont éteints. Je vou­
drais que personne n’eût pitié de moi, que personne
n ’essayât de me consoler. Je voudrais trouver quelque
chemin tranquille pour mes pieds incertains, quelque
lieu où le sommeil et la douleur se confondraient, où

�189

ACTE T R O I S I È M E .

il n’y aurait ni bruit ni curiosité, où personne ne verrait
ni n’écouterait. Et je voudrais ne plus parler, puisque,
à certaines heures de la vie, nul ne sait les paroles qu’il
est meilleur de dire et celles qu’il est meilleur de
garder pour soi. Et je voudrais, Hébé, que vous eus­
siez foi en moi comme en une grande sœur partie
doucement, parce qu’elle avait tout compris et tout
pardonné... doucement... pas loin, pas trop loin...
Viens, viens. Tu m’avais promis une lecture... Te rap­
pelles-tu? Cherche le livre. Fais-moi asseoir.
La jeune fille la conduit vers un siège, s’agenouille devant elle
et lui prend les mains.
H EBE.

Écoutez, Anne, écoutez. Rien n’est perdu, rien n’est
irréparable. Vous ne pouviez prononcer d ’une voix
plus douce des paroles plus désespérées... Ah! croyezvous que je ne comprenne pas? Eh bien, non, non,
rien n’est perdu; il n’est rien survenu d’irréparable...
Je ne sais quelle peur soudaine m’a jetée dans vos
bras; et je vous ai crié de me sauver, de me défendre...
mais contre un péril que j ’ignore, contre un péril
obscur dont je suis menacée sans que je le voie, sans
que je puisse le reconnaître... Je suis faible; les terreurs
enfantines peuvent encore s’emparer tout à coup de
mon esprit et le bouleverser... Anne, écoutez la vérité.
Qui pourrait mentir devant votre front? Lorsque vous
êtes entrée dans la chambre de l’or et que vous m’avez
donné un baiser sur les lèvres, vous avez senti que
mes lèvres étaient pures... Elles étaient pures, ellesont pures. Par la mémoire de ma mère, par la tête
de mon frère, je vous jure, Anne, qu’elles resteront
pures comme à présent, scellées de vos propres mains.
Elle presse sur ses lèvres les mains de l’aveugle.
A N NE.

Ne jure pas, ne jure pas! Tu pèches contre la vie :
11.

�190

LA V I L L E

MORTE.

c’est comme si tu coupais toutes les roses de la terre,
pour ne pas les donner à qui les désire. A quoi bon?
Le désir, peux-tu le couper? Je sentais que tes lèvres
étaient pures, pures comme le feu; mais, quelques
instants auparavant, j ’avais senti deux vies se tendre
l’une vers l’autre do toutes leurs forces et se regarder
fixement à travers ma douleur immobile comme à
travers un cristal sur le point de se rompre.
HÈBÉ.

Mon Dieu! Mon Dieu! Il semble que vous voulez
fermer toutes les issues...
A N NE.

Il en est une qui demeure ouverte.
H E B E , avec un accent limpide et ferme.

Je sortirai par celle-là.
A N NE.

C’est la tienne, c’est la porte de l’avenir. Attends
encore un peu. (Une pause. La vierge courbe la tête sous sa
pensée funèbre.) Sens-tu l’odeur des myrtes? Elle est
enivrante comme un vin ardent : même dans le froid
du vent nocturne, elle conserve sa chaleur. Sens-tu?
A moi aussi, jadis, elle a donné le vertige... C’était le
temps de la grande joie : un temps si lointain! Nous
allions à Mégare, le long du golfe d’Égine. Tu le connais,
ce rivage? Alors, il était blanc comme le sel, semé de
myrtes et de petits pins tordus qui se miraient dans
l’eau sereine. A mes yeux extatiques, les myrtes sem­
blaient des bûchers qui brûleraient avec une flamme
verte; et la mer était immaculée et neuve comme une
corolle à peine déclose...
HEBÉ,

relevant lentement la tête.

Quel son a votre voix! Elle est si douce qu’elle me
touche le fond de l’âme comme une musique... Quand

�ACTE T R O I S I È M E .

19J

vous parlez des choses belles, il arrive à vos lèvres
comme un écho de je ne sais quel chant. Parlez-moi
encore des choses belles !
A N NE.

Parlez-moi, vous, de votre rêve, Hébé. Pour quel
pays souhaiteriez-vous partir? Pour Syracuse?... Quand
nous vînmes ici, nous croyions passer le printemps
à Zacynthe. Alexandre voulait conduire Léonard à
Zacynthe pour qu’il s’y reposât. Je ne connais pas cette
île; mais, un soir, je l’ai vue de loin, à mon premier
voyage, et elle m’a paru être l’île des Bienheureux.
C’était près de Myrtia... Myrtia, un doux nom! Vous
devriez vous appeler ainsi... Le soleil avait disparu. Je
me souviens : partout aux alentours, de grandes col­
lines à l’aspect sacré, couvertes de vignes touffues qui
offraient la verte apparence égale des prairies, mais
avec je ne sais quoi de passionné, parce que l’ardeur
du jour avait alangui les pampres ; et, de place en place,
au milieu de ces vignes passionnées, une file pensive
de cyprès noirs. La lune ronde, légère comme une
baleine sur une vitre, montait dans le ciel très pâle,
entre les pointes des cyprès noirs. Par le creux d’une
vallée, on apercevait au loin, sur la mer, la divine figure
de Zacynthe comme sculptée dans une masse de saphir
par le plus délicat des statuaires, au milieu d’une zone
toute rose... Telle je la vois encore. C’est là que nous
aurions dû passer le printemps. Là, je crois, vous
auriez retrouvé vos oranges à mordre comme le pain...
J ’ai soif.
H ÉB É .

Vous avez soif? Que vous plairait-il de boire?
A N NE.

Un peu d’eau.
H ÉBÉ se lève, s’approche de la table, verse l’eau dans un verro.

Voici.

�192

LA V I L L E

MORTE.

A N N E , après avoir bu.

Elle est presque tiède... J ’ai toujours imaginé avec
tentation le délice de boire à la source en avançant la
bouche, comme boivent les animaux... Un jour, j.’ai
entendu Alexandre boire ainsi à longues gorgées, et
je lui ai porté envie... Il faut s’étendre contre la terre,
n’est-ce pas, et se soutenir sur les mains?... Tout le
visage se mouille jusqu’au front, n’est-ce pas? Je vou­
drais essayer. Est-ce que vous avez jamais essayé, vous?
HÉBÉ.

Je bois souvent ainsi. Elle est vraiment délicieuse,
cette manière de boire. Il semble que toute la face
boive. Les cils palpitent sur l’eau comme des papillons
qui vont se noyer. J ’ai le courage de tenir mes yeux
ouverts; et, tandis que l’eau m’entre dans la gorge,
ils découvrent au fond quelque merveilleux secret. Je
ne saurais vous dire quelles étranges figures naissent
de la disposition des grèves...
ANNE.

Votre voix maintenant est fraîche comme une source.
Je crois entendre l’eau courir sur votre corps comme
sur la statue d’une fontaine... (Une pause.) Ne pensezvous pas qu’elles doivent être heureuses, les statues
des fontaines? Dans leur beauté immobile et durable
circule une âme vive qui se renouvelle continuellement.
Elles jouissent tout ensemble de l’inertie et de la flui­
dité. Dans les jardins solitaires, elles paraissent quel­
quefois en exil; mais non : car leur âme liquide ne
cesse pas de communiquer avec les montagnes loin­
taines d’où elles sont venues un jour, encore endormies
et prisonnières dans la masse du minéral informe.
Elles écoutent avec étonnement les paroles qui mon­
tent des profondeurs de la terre jusqu’à leurs bouches;
mais elles ne sont pas sourdes aux entretiens des

�ACTE T R O I S I È M E .

193

poètes et des sages qui aiment à se reposer, comme dans
un asile, dans l’ombre musicale où le marbre perpétue
un geste calme. Ne vous semblent-elles pas heureuses?
Je voudrais être l’une d’elles, puisque avec elles j ’ai en
commun la cécité.
HÉBÉ.

O Anne, vous avez aussi en commun avec elles la
vertu de calmer l’angoisse et de donner l’oubli! Quand
vous parlez des choses belles, celui qui vous écoute
oublie sa peine et croit encore qu’il peut vivre et que
la vie peut encore être douce.
AN NE.

La vie peut encore être douce. Ne craignez rien!
Tout passe, tout est néant... Comment parle-t-elle,
Cassandre, comment parle-t-elle des choses humaines?
« Même si elles sont adverses, une éponge imprégnée
d’eau en efface tout vestige. » Pourquoi ne lisez-vous
pas un peu? Vous m’aviez promis de lire...
H ÉB É .

Que voulez-vous que je vous lise?
ANNE.

Ce dialogue entre Cassandre et le Chœur des Vieil­
lards. (La jeune fille cherche sur la table le volume d’Eschyle,
comme à contre-cœur.) Avez-vous trouvé le livre?
H É B É , ouvrant le livre et le feuilletant.

Oui, le voilà.
A N NE.

Lisez un peu.
H E B E , lisant.
LE CHOEUR.

Ta renommée de divinatrice,
[prophètes,
nous la connaissions bien; mais nous n’avons nul besoin de

�»94

LA V I L L E M O R T E .
CÀSSANDRE.

Hélas, hélas! Que se prépare-t-il?
quelle grande et nouvelle douleur
se prépare en ce palais, grande, affreuse,
intolérable aux proches, irréparable? Et le secours
est trop loin.
LE CH ŒU R.

Je ne comprends pas ces prédictions.
A N NE, l'interrompant.

Non; assez! Ne lisez plus! C’est trop lugubre. Repre­
nons l'Antigone à l’endroit où, l’autre matin, vous avez
interrompu votre lecture. Vous rappelez-vous? C’était
l'endroit où Antigone se replie pour la première fois
sur sa douleur. Sa voix semblait se dorer comme la
cime d’un cyprès au coucher du soleil...
La jeune fille cherche le volume de_Sophocle.
HÉBÉ.

Je ne trouve pas le livre.
ANNE.

Vous ne l’avez plus retrouvé depuis lors?
H ÉB É .

Ah! le voici.
Elle ouvre le livre, cherche la page et lit.
LE CHOEUR.

Ainsi donc, illustre et louée,
tu t’en iras vers le séjour occulte des morts ;
et, non pas consumée par les maladies voraces
ni donnée en partage comme proie de guerre,
mais libre, mais vivante, toi seule
entre les mortels, tu descendras dans le Hadès.
ANTIGONE.

J’ai appris comment elle avait péri très misérable,
l’étrangère phrygienne,
la fille de Tentalos, à la cime du Sipylos,
enveloppée comme d’un lierre tenace
par la germination de la pierre; et sur elle qui se consume,

�ACTE T R O I S I È M E .

105

jamais, ainsi qu’on le raconte parmi les hommes,
ne cessent ni les pluies, ni les neiges; mais toujours,
de ses yeux qui pleurent, elle mouille ces sommets. Moi,
qui lui ressemble tant, un Daimon
va me coucher dans le sommeil...
A N N E , interrompant.

Ah! la statue de Niobé! Avant de mourir, Antigone
voit une statue de pierre vivante, d’où jaillit une source
de larmes éternelles. Assez; ne lisez pas davantage!
Il semble que la mort est partout. Fermez le livre.
Allez sur la terrasse et regardez les étoiles. Je suis
lasse, très lasse; et je voudrais qu’un Daimon me
couchât, moi aussi, dans le sommeil. (Elle se lève et
appelle.) Nourrice! Nourrice! (Une pause. Pas de réponse.)
Nourrice!... Elle n’entend pas. Peut-être s’est-elle
endormie. Elle aussi, la pauvre vieille, elle est lasse.
' Je ne veux pas la réveiller. Qu’y a-t-il de '¿lus doux
qu’un profond sommeil? (Une pause). Cette nuit, le
silence est incroyable. Le vent est tombé. Pas un
souffle ne respire... (Elle tend ses mains à l’air.) Peut-être
Alexandre dort-il aussi. Croyez-vous qu’il dorme? Il
n’est plus sorti de sa chambre. Aucun bruit n’est
venu de sa chambre. Il a fermé sa porte. (Une pause.)
Qu’est-ce que vous allez faire, maintenant?
H É B É , vaguement effrayée.

J ’attendrai mon frère.
A N NE.

Seule, ici?
H ÉBÉ.

Seule.
ANNE.

Où peut être Léonard?
H É B É , tressaillant.

Où peut-il être? Pourquoi n’est-il pas revenu encore?
(Une pause.) J ’ai peur.

�LA V I L L E M O R T E .

196

AN NE.

N’ayez pas peur. La nuit est douce. Il ne tardera
pas à revenir.
HÉBÉ.

Je l’attendrai.
A N NE.

Voulez-vous que je reste avec vous?
H ÉB E .

Non, non... Vous êtes lasse. On voit à votre visage
que vous êtes trop lasse.
A N NE.

Voulez-vous me conduire jusqu’au seuil, seulement
jusqu’au seuil? Je ne veux pas réveiller la nourrice.1
Je retrouverai facilement ma chambre moi-même.
La jeune fille la prend par la main et la conduit au seuil.
H EB E.

Mais tout est dans les ténèbres.
A N NE.

Pour moi, c’est toujours la même chose. (Elle se penche
•vers l’ombre, dans la baie de la porte.) Entendez-VOUS la res­
piration de la nourrice? Elle n’est pas tranquille. Elle
est un peu oppressée. Peut-être s’est-elle endormie
dans une posture pénible... Pauvre nourrice! Pauvre
chère vieille ! (Elle écoute encore, puis elle se retourne et embrasse
Hébé.) Merci, adieu. Laissez-moi vous baiser les deux
yeux. Adieu. Allez, allez en paix! Allez sur la terrasse
-et regardez les étoiles.
Elle disparaît dans l’ombre. Hébé la suit un moment du regard ; puis
elle promène autour d’elle ses regards éperdus, comme prise d’une
angoisse intolérable. Elle fait quelques pas vers la terrasse. Au pied
des marches, elle se retourne pour observer les portes. Ensuite, elle
monte avec lenteur; mais, arrivée à la dernière marche, elle vacille,
s'appuie à la colonne, et elle reste ainsi quelques instants à regarder
la nuit. Tout à coup elle se laisse tomber au pied de la colonne,
sans bruit, avec la légèreté muette d’un voile qui se replie; et, ainsi
¡repliée sur elle-même, elle éclate en sanglots.

�ACTE QUATRIÈME
La même salle où s’est passé l’acte premier. La terrasse est ouverte,
dans le crépuscule.

SCÈNE P R E M I È R E
LÉONARD

apparaît entre les deux colonnes, regardant la ville
morte sur laquelle tombe la cendre crépusculaire. Son aspect est celui
d’un homme qui se contracte dans l’effort d’une résolution suprême. Ses
. yeux brillent sur sa pâleur terreuse, comme enflammés par la fièvre.
Il parle et se meut convulsivement, dans une sorte de délire lucide.
LÉONARD.

Les sépulcres... Elle pourrait choir dans l’un des
sépulcres, dans le plus profond... Non, non... Si elle
devait rester là vivante, si elle devait souffrir... Ah!
c’est horrible, horrible ! (Il étreint ses tempes entre ses mains,
avec un geste d’horreur et de folie. Il descend par les marches dans la
salle, se promène incertain, de-ci, de-là, obéissant à la fluctuation

Il n ’y a pas de doute; cela est néces­
saire... Il est nécessaire qu’elle ne soit plus, qu’elle ne
soit plus... Ah! si elle pouvait fuir, si elle pouvait
disparaître, si elle était déjà loin, si sa chambre était
vide... Elle sera vide. Il faut que ce soir elle soit vide...
Son haleine... ( il se laisse tomber sur un siège, passe une
de son idée funèbre.)

main sur son front comme pour en chasser un nuage, comme pour
voir plus clair.) Il n ’y a pas d’autre moyen de salut, il n’y
en a pas d’autre. Tout est considéré; oui, bien consi­
déré. Il l’aime, lui. Et l’autre, elle pense à mourir...
Et la tache indélébile sur mon âme... Soudainement,

�LA V I L L E

198

MORTE.

un abîme s’est ouvert. Tout s’est rompu, tout s’est
divisé à cause d’elle... Elle est là, si douce; et à cause
d’elle tout ce mal!... Personne ne reconnaît plus per­
sonne. Un abîme s’est creusé entre nous, qui étions
une seule âme, une seule vie. Personne ne peut plus
vivre... Il n’y a pas d’autre moyen de salut; il n’y en
pas d’autre... (Une pause. Il se lève, harcelé par son tourment.)
Comment faire? Comment faire? Elle viendra ici, dans
quelques minutes... Je la verrai, je lui parlerai, j ’en­
tendrai sa voix... Si, du moins en ce moment, le der­
nier, je pouvais revoir la sainte sœur! Si, en la regar­
dant pour la dernière fois, mes yeux redevenaient
purs! Si, pour la dernière fois, je pouvais la prendre
entre mes bras sans ce tremblement... cet horrible
tremblement... Il l’aime, il l’aime. Depuis quand?
Comment?... Que s’est-il passé entre eux?... A h! en
moi tout se souille, tout est infecté... Et cette soif qui
me dévore ! (il touche sa gorge brûlante ; il regarde sur la table
s’il n ’y aurait pas d’eau à boire; il s’approche, remplit un verre et
boit avidement. Il tressaille, frappé d’une pensée subite.)

Ah!...

la fontaine!...
Une pause. Appuyé à la table, il tremble, sous l’éclair de cette
pensée nouvelle ; et ses yeux fixes voient.

SCENE II
HÉBÉ

entre par la seconde porte à. droite. Son aspect
révèle une lassitude découragée et sombre.
HÉBÉ.

Tu es ici, Léonard? Je ne te savais pas revenu...
L É O N A R D , réprimant son agitation.

Je suis rentré tout à l’heure... Je voulais aller te
chercher; mais j ’ai cru... que tu dormais... As-tu
dormi?

�ACTE Q U A T R I È M E .

199

H ÉBÉ.

Non, je n’ai pu dormir.
LÉONARD.

Comme tu dois être lasse!
H ÉB É .

Et toi?
LÉONARD.

Oh! moi, je suis habitué à veiller. Mais toi!... M’at­
tendre ici jusqu’à l’aube, assise sur une marche! Pour­
quoi? Quand je suis rentré, quand je t’ai vue, tu avais
un pauvre visage tout défait...
Dans sa voix tremble une soudaine tendresse.
HÉBÉ.

Tu as jeté un cri!
LÉONARD.

Je ne soupçonnais pas ta présence; et tu t’es levé«
l’improviste, comme un fantôme...
HÉBÉ.

Pour toi, je suis toujours pareille à un fantôme. Je
te fais peur.
L E O N A R D , avec égarement.

Non, non...
H E B E , lui prenant la main.

Hier soir, pourquoi t’es-tu enfui? Je sais que tu t’es
enfui...
LÉONARD.

Je me suis enfui?
HÉBÉ.

Anne te rappelait; et sa voix était changée.
LÉON ARD .

Elle me rappelait? Je n’ai pas entendu...
HÉBÉ.

Et tu es resté toute la nuit dehors, jusqu’à l'aube!

�LA V I L L E M O R T E .

200

LÉ O N A RD .

La nuit était si belle! Et, à marcher, les heures ont
passé pour moi si rapidement! La nuit du solstice est
courte. Et je voulais entendre à l ’aube le chant des
alouettes... Mais, si j ’avais pu soupçonner que tu
m’attendais...
H ÉBÉ.

Je t’attendais en pleurant.
LÉON ARD .

En pleurant?
H E B E , sans plus se contenir.

Oui, oui, en pleurant toutes mes larmes pour toi,
pour toi... Crois-tu que je puisse encore vivre ainsi un
seul jour? Crois-tu qu’il me soit possible de résister
encore à ce supplice! Dis-moi au moins ce que je dois
faire. Emmène-moi,emmène-moi; ou fais que nous res­
tions seuls ici... Je suis prête à t’obéir en toutes choses.
Ce que je veux, c’est être seule avec toi comme jadis,
ici ou ailleurs. Je te suivrai partout sans une plainte.
Mais vite, vite! Demain! Si tu ne veux pas, si tu tardes,
c’est toi qui porteras la faute de ce qui pourrait sur­
venir... Tu en porteras la faute, Léonard. Songes-y!
L É O N A R D , la regardant au visage, très pâle, d’une voix étranglé«.

Tu l’aimes donc!... Dis, combien l’aimes-tu? Éper
dûment?
H É B E , se cachant

le v i s a g e .

Oh!oh!
LÉ O N A R D , comme en démence.

Et lui... il t’a dit qu’il t’aime? Quand te l’a-t-il dit?
Réponds! Crois-tu qu’il t’aime sans remède?
H É B É , tenant toujours son visage entre ses mains.

Oh! Que me demandes-tu!
Léonard est encoro sur le point de parler; mais il se retient, s'éloigne
de quelques pas, regarde les portes, la terrasse. Puis, il retourne vers
sa sœur.

�ACTE Q U A T R I È M E .

201

LÉONARD.

Pardonne-moi. Je n’ai contre toi nulle rancune. Tu
n’es pas coupable... Un dur destin pèse sur nous; et il
faut en subir la loi de fer... Non, tu n’es pas coupable.
Tu es pure, n’est-ce pas, ma sœur? Et tu resteras pure;
tu ne connaîtras aucune honte...
H E B E , reprenant courage et lui jetant les bras au cou.

Oui, oui, mon frère. Dis-moi ce que nous ferons. Je
me suis dévouée à toi, lorsque nous sommes restés
seuls dans le monde ; et, à l’avenir, c’est pour toi seul que
je dois vivre. Dis-moi ce que nous ferons! Je suis prête.
LÉONARD.

Je te le dirai... mais pas ici... Veux-tu que nous sor­
tions? Veux-tu que nous allions nous asseoir là-bas...
près de la fontaine Perseia?
H ÉB É .

Sortons... Mais, là-bas, l’odeur des myrtes est si forte
qu’hier soir elle me faisait mal.
LÉONARD.

Ce soir, elle ne sera pas trop forte : le vent la dis­
sipe.
H ÉBÉ .

Allons.
Il semble que Léonard ne peut plus faire un pas, vaincu par l'excès de
l'angoisse. I l jette un regard désespéré à tous les objets qui l’entourent,
comme si c'était lui-même qui dût les regarder pour la dernière fois_
LÉ O N A R D .

Tu n’as pas besoin... de prendre quelque chosedans ta chambre?... Tu ne veux pas te couvrir la tète?
H ÉBÉ.

Non. La soirée est chaude. Il y a des éclairs sur le
golfe.
L É O N A R D , irrésolu.

Peut-être va t-il pleuvoir.

�202

LA V IL L E

MORTE.

HÉBÉ.

Dieu le veuille! Mais, tout à l’heure, il n’y avait pas
un nuage dans le ciel.
LÉONARD.

Aujourd’hui encore, n’est-ce pas? une procession est
montée de Phyktia jusqu’à la chapelle du prophète Élie.
HÉBÉ.

J ’ai entendu les chants, de loin... Pourquoi me
regardes-tu de cette façon?
L É O N A R D , tressaillant.

Je regarde tes yeux las... Ils me font peine... Tu as
sommeil?
HÉBÉ.

Non, maintenant je n’ai plus sommeil... Je dormirai
plus tard, quand tout sera décidé... Allons. Il faut que
tu me dises... Mais à quoi penses-tu?
LÉONARD.

A quoi je pense? Oh! un souvenir étrange...
H ÉBÉ.

Quel souvenir?
LÉONARD.

Oh! rien... Une chose puérile... Je pensais à cette
dépouille que nous avons trouvée sur la route, en
montant à Mycènes pour la première fois... Une chose
puérile... Je ne sais pourquoi cela m’est revenu à la
mémoire.
HÉBÉ.

Je la conserve, tu sais? Je l’ai mise entre les pages
d ’un livre, comme un signet...
LÉON ARD .

Ah! tu la conserves... (Il se rapprocha encore plus de sa
sœur et baisse la voix.) Dis-moi, dis-moi : depuis quand
n’as-tu pas vu Anne?

�ACTE

QUATRIÈME.

203

HÉ B É .

Depuis une heure environ.
LÉONARD.

Et elle est là, dans son appartement?
H ÉB É .

Oui, je crois qu’elle est là.
LÉONARD.

Elle ne t’a jamais parlé... de ces choses?
H É B É , courbant la tête dans sa douleur.

Oui, oui... Elle sait; elle souffre...
LÉONARD.

Comment... comment t’a-t-elle parlé?
HÉBÉ.

Comme une sœur, avec la bonté d’une sœur.
LÉONARD.

Elle t’a pardonné? Elle t’a embrassée?
H ÉBÉ.

Oui.
L É O N A R D , tremblant, hésitant.

Et lui... tu l’as vu, lui... depuis hier soir?
H É B É.

Non... 11 n’est pas ici...
LÉON ARD .

Est-ce q u ’Anne t’a dit... où il est allé?
H ÉB É .

A Nauplie.
LÉONARD.

Quand reviendra-t-il?
HÉBÉ.

Ce soir, peut-être; bientôt... (Une pause.) Mais que
regardes-tu ainsi derrière moi, maintenant? (Elle se
retourne avec effroi, comme pour voir si quelqu'un est derrière elle.)

�LA V IL L E

204

MORTE.

LÉON ARD .

Rien, rien... Il me semblait que quelqu’un allait
entrer par cette porte.
Il indique la porte de l’appartement d’Anne. La jeune fille prête l’oreille.
H ÉBÉ.

C’est peut-être Anne qui vient... Allons-nous-en.
E lle

prend son frère par la main et fait le geste de l’attirer vers
la porte de l'escalier.
LÉONARD.

C’est Anne qui vient?
Il suit sa sœur, la tôte retournée en arrière, les yeux fixés
sur la porte qui s’ouvre.

SCÈNE I I I
ANNE

apparaît sur le seuil, suivie de L A N O U R R I C E .
ANNE.

On sort par la porte de l’escalier?... (Léonard et sa sœur
disparaissent sans répondre.) Qui vient de sortir, nourrice?
LA N O U R R IC E .

Le frère et la sœur.
A N NE.

A h ! ils descendent... Où vont-ils?...

(comme elle fait un
mouvement pour s’avancer seule vers la porte de l’escalier, la nourrice
l ’accompagne. Sur le seuil, Anne se penche dans l’embrasure et
appelle.) H ébé!

Léonard! Où allez-vous? (Pas de réponse.)
Où vas-tu, Hébé?Où vas-tu?(Pas de réponse.) Vite, nour­
rice, COUrS et rejoins-les... (La nourrice sort. Anne, agitée
d’une anxiété confuse, reste aux écoutes près de la porte.) Où
vont-ils?... Ils n’ont pas répondu... Et pourtant, ils
doivent avoir entendu ma voix : ils venaient à peine
de descendre... Ils ont l’air de fuir... Où?.. Comme le
CCe ir me bat! (Elle met une main sur son cœur. Elle écoute si la.

�ACTE QUATRIÈME.

205

nourrice revient.) Il doit me parler ce soir... à la même
heure... Que me dira-t-il? Que pourra-t-il me dire?...
Il semble que quelque grande chose a été résolue. (Elle
entend le pas de la nourrice qui remonte l ’escalier.) Nourrice,
tu reviens seule?
LA N O U R R IC E , rentrant essoufflée.

Je les ai rejoints... Ils m ’ont dit qu’ils allaient à la
fontaine... qu’ils reviendraient tout à l’heure.
AN NE.

Ils n’ont pas entendu que je les appelais?
LA N O U R R IC E .

Ils marchaient vite, comme des gens pressés.
A NNE.

Est-ce qu’il est tard? Le soir est-il déjà venu?
LA N O U R R IC E .

On n’y voit plus beaucoup. Il souffle un vent chaud
qui soulève la poussière. Il éclaire du côté du golfe.
ANNE.

Est-ce un ouragan qui se prépare?
LA N O U R R IC E .

Il n’y a pas de nuages. Il éclaire dans un ciel serein.
A NNE.

Alexandre va-t-il rentrer?
LA N O U R R IC E .

C’est l’heure.
A NNE.

Attendons.

(L a nourrice fait asseoir Anne et s’assoit

à

côté

d’elle sur un escabeau. Pendant une longue pause, toutes deux gar­
dent le silence. Anne est très attentive et vibre au moindre bruit.)

Tu entends, tu entends, nourrice? Quelle est cette
musique? On dirait une flûte.

12

�206

LA V I L L E M O R TE.
LA N O U R R IC E .

C’est un pâtre qui passe.
AN N E .

Comme il joue doucement! On dirait une flûte.
LA N O U R R IC E .

C’est une flûte de roseau.
Anne reste à écouter pendant quelques instants.
A N NE.

C’est une antique mélodie qu’il me semble avoir
déjà entendue, je ne sais quand...
LA N O U R R IC E .

Ce pâtre a passé souvent par ici.
A N NE.

Non. Il me semble que je l’ai entendue dans un
temps dont je n’ai plus la mémoire... C’est comme si tu
me racontais aujourd’hui un de tes vieux contes, nour­
rice... (Une pause.) Crois-tu qu’ils aient rencontré ce
pâtre? Je parle d’Hébé et de son frère.
LA N O U R R IC E .

Peut-être.
AN N E , anxieusement.

Comment étaient-ils? Les as-tu bien regardés? Les
as-tu regardés au visage? Comment étaient-ils?
LA N O U R R IC E .

Je ne sais pas bien... Comment pouvaient-ils être?
A N NE.

Étaient-ils agités? Étaient-ils tristes?
LA N O U R R IC E .

Ils semblaient très pressés.
AN NE.

Mais lui, le frère... tu ne l’as pas regardé au visage?

�ACTE Q U A T R I È M E .

207

LA N O U R R IC E .

Je ne me suis pas approchée. Ils ont continué leur
chemin.
ANNE.

Lequel des deux marchait devant?
LA N O U R R IC E .

Ils se tenaient par la main, je crois.
ANNE.

Ah! ils se tenaient par la main... Et leur pas était
assuré ?
LA N O U R R IC E .

Ils marchaient vite.
Une pause. Anne est pensive et vigilante.
AN NE.

Et Alexandre ne revient pas!
LA N O U R R IC E .

Il est l’heure. Le maître doit être proche.
A N N E , se levant avec impatience.

Va sur la terrasse, nourrice, et regarde.
La nourrice monte à la terrasse pour explorer.
LA N O U R R IC E .

Quel vent chaud! C’est comme s’il sortait d ’une
fournaise... Il me semble que j ’aperçois un homme à
cheval, sur la route...
A N N E , avec un sursaut.

Est-ce Alexandre?
LA N O U R R IC E .

Oui, oui, c’est le maître. Le voilà.
Elle descend les marches.
ANNE.

Va, nourrice. Assure-toi que tout est prêt dans sa
chambre. Ne viens que si je t’appelle. Y a-t-il encore
un peu de lumière?

�LA V I L L E M O R T E .

208

LA N O U R R IC E .

On n’y voit presque plus.
A N NE.

Apporte une lampe.
La nourrice sort à droite. Anne écoute anxieusement si le pas d’Alexandre
résonne dans l’escalier.

SCÈNE IV
Entre

ALEXANDRE.

Il est si absorbé dans sa pensée doulou­

reuse qu’il ne remarque pas la présence d’ A N N E . Il se dirige
vers son appartement, muet.
A N NE.

Alexandre !
A L E X A N D R E , tressaillant et s'arrêtant.

Tu es ici, Anne? Je ne t’avais pas vue. Il fait presque
nuit.
ANNE.

Je t’attendais.
ALEXANDRE.

J ’ai tardé un peu. Sur la route, le vent soulevait une
poussière si épaisse qu’il était difficile d’avancer. C’est
le souffle du désert. Le soir tombe comme une cendre
brûlante. Où est Léonard?
ANNE.

Il est sorti avec sa sœur, il y a quelques instants.
A L E X A N D R E , d’une voix qui tremble.

Tu ne sais pas où il est allé?
ANNE.

Il est descendu à la fontaine Perseia.
Entre la nourrice qui apporte la lampe allumée ; mais, tandis qu’elle
s’apprête à la poser sur la table, un souffle de vent l ’éteint. Derrière
elle, la porte claque avec violence.

�ACTE Q U A TRIÈM E.

209

LA N O U R R IC E .

Ah ! elle s’est éteinte. Il faut fermer la porte de l’es­
calier. Le vent croît.
Elle va fermer la porte, puis elle revient vers la table pour rallumer la
lampe éteinte. L’aspect d’Anne exprime une vague terreur. Elle tend
l’oreille vers la terrasse, comme lorsqu’on cherche à saisir des cris
lointains. La nourrice sort à gauche, en refermant la porte derrière
elle.
ANNE.

Alexandre, approche-toi, écoute. (Alexandre s'approche,
inquiet.) Tu n’entends pas? Il ne te semble pas que tu
entends...?
ALEXANDRE.

Quoi? (Anne ne répond rien.) C’est le vent qui siffle dans
les crevasses des murailles et sous la Porte des Lions.
ANNE.

Un ouragan se prépare?
A L E X A N D R E , montant rapidement à. la terrasse.

Non. Le ciel est libre tout entier. Les étoiles com­
mencent à paraître. Le croissant de la lune est au faîte
de l’Acropole. Le vent a des grondements étranges,
dans la ville morte; peut-être s’engouffre-t-il au fond
des sépulcres. C’est comme un roulement de tam­
bours. Tu n’entends pas? (il descend les marches. Anne lui
saisit le bras, en proie à une inquiétude indomptable.) Qu’as-tu?
A N NE.

Je suis inquiète... Je ne puis vaincre l’anxiété qui
me serre la gorge. Je pense aux deux qui sont là-bas...
A L E X A N D R E , avec un trouble violent, parce qu’il s’est mépris.

Pourquoi? Tu sais... Tu sais quelque chose?... l'hor­
rible chose? Qui a pu te dire... Léonard, peut-être?
Léonard t’a parlé? Comment a-t-il pu... à toi...
A N N E , s’égarant.

Mais que veux-tu dire? Que crois-tu?... Non, non;
12.

�210

LA V I L L E MOR T E.

il ne m’a point parlé, il ne m’a rien dit... C’est moi
qui lui ai parlé hier soir, ici môme : car je savais,
je savais déjà... Oh! sans plaintes, sans rancune,
Alexandre.
ALEXANDRE.

Et tu lui as parlé de cette horrible chose? Tu as eu
le cœur de lui en parler? Mais comment, comment
savais-tu? Dis, comment savais-tu? Comment as-tu
réussi à pénétrer son secret, alors que moi-môme,
jusqu’à hier soir, je n’avais pas même l’om bre d’un
soupçon! Dis, comment?
A N N E , de plus en plus égarée.

Son secret? Qu’est-ce que tu entends par là? De
quelle horrible chose parles-tu?
A L E X A N D R E , bouleversé, s’apercevant de son erreur.

Je voulais dire...
A N NE.

Il y a une autre chose? Il y a une autre chose?
A L E X A N D R E , lui prenant les mains et dominant par un effort
l’émotion qui le suffoque.

Anne, écoute-moi : toi qui sais porter tous les far­
deaux de douleur, toi qui n ’as jamais craint de souffrir
et qui connais toutes les tristesses et toutes les puis­
sances de la vie. Nous sommes à une heure grave, très
grave. Un tourbillon violent nous entraîne vers je ne
sais quel but. Nous sommes la proie d’une force
obscure et invincible. Tu comprends, Anne, tu com­
prends... Jusqu’à cette heure, nous avons évité de
parler, parce qu’à moi comme à toi toute parole sem­
blait inutile, et que le silence était la seule façon d'ac­
cepter les nécessités, la seule façon digne de nous et
de ce que nous fûmes. Maintenant, tout se précipite
Le moment est venu pour chacun de regarder son
destin en face... Il ne sert à rien de fermer les yeux

�ACTE Q U A T R IÈ M E .

211

Tout ce qui est, est nécessaire. Je te demande donc,
Anne, la vérité. Que s’est-il passé hier soir? Je te
demande la vérité.
ANNE.

La vérité... Oh! à quoi bon, à quoi bon? Il y a des
heures dans la vie où personne ne sait quelles paroles il
vaut mieux dire, quelles il vaut mieux ensevelir... Hier,
j ’ai demandé pardon à Léonard de lui avoir parlé; et
maintenant, je te demande pardon, à toi, Alexandre. Tu
as bien dit : seul le silence est digne. Il ne fallait pas
interrompre le silence pour sauver quelqu’un. Mais il
était là... Trop souvent, trop souvent je l’avais senti souf­
frir. Il me semblait que j ’étais la cause unique de tant
d’angoisses, que j ’étais l’obstacle. Et j ’avais une volonté
fraternelle de le consoler, de lui faire un peu de bien,
de lui montrer que tout avait été compris et résolu...
Et, hier soir, quand il est venu près de moi, je ne sais
quel abandon était en lui, je ne sais quel besoin de
confidence... On aurait dit qu’il avait pleuré, que dans
son cœur s’était dénoué quelque chose... Les étoiles
lui paraissaient belles... Alors je sentis le besoin de lui
faire un peu de bien, et je lui parlai... Je lui parlai de
cette pauvre créature et de toi... Je voulus chasser de
son âme toute amertume, toute injuste rancœur contre
cette chère créature dont l’unique faute est d’aimer et
d’ôtre aimée... Je lui parlai d’elle et je lui parlai de
toi, sans me plaindre, sans m’humilier, mais en lui
donnant un peu d’espérance.
A L E X A N D R E , avec un trouble violent.

Un peu d ’espérance! Et il... Crois-tu qu’il savait
déjà? Te paraît-il, Anne, qu’il savait déjà?... Non, ce
n’est pas possible, ce n’est pas possible! Peu aupara­
vant, il m’avait parlé...
A N N E , égarée.

Il ne savait pas?... Il ne savait pas?... (En repensant à

�212

LA V I L L E

MORTE.

l’entretien, elle découvre quelques indices, non remarqués d’abord, quj
soudain illuminent son esprit. L’exclamation qu’elle pousse ressemble

à un cri contenu.) Ah! peut-être... Il disait qu’il ne com­
prenait pas... Oui, oui... Il disait : * Vous êtes sûre?
vous êtes sûre? » Et puis... Ah! mais, alors...? Il y a
donc une autre chose?...
Alexandre, pris d’une intolérable angoisse, marche à travers la chambre
d’un pas incertain, comme quelqu’un qui cherche une voie de salut
sans la trouver.
A L E X A N D R E , tout bas, se parlant à lui-même.

Après ce qu’il m ’avait révélé!...
ANNE.

A ton tour, Alexandre, dis-moi la vérité. Je te
demande la vérité.
A L E X A N D R E , se rapprochant d’elle.

Et que fit-il? Où alla-t-il ensuite?
A N NE.

Il sortit, s’enfuit... Je sais par sa sœur qu’il est
rentré ce matin seulement, à l’aube... Jusqu’à l’aube,
elle l’a attendu...
ALEXANDRE.

Fuir, fuir... (il marche encore à pas incertains, ne sachant
à quoi se résoudre.) A h! quand nous nous regarderons
dans les yeux...
A N NE.

Mais dis-moi donc la vérité!
ALEXANDRE.

Et ils sont sortis ensemble... Ils sont descendus à la
fontaine... Depuis combien de temps?
A N NE.

Quelques minutes avant ton retour.
ALEXANDRE.

Ensemble... ensemble... là-bas... (son agitation croît

�ACTE Q U A T R I È M E .

213

d’instant en instant.) Et, avant de sortir, ils étaient ici avec
toi?... Que disaient-ils?
A N NE.

Non; je suis entrée au moment où déjà ils descen­
daient. Je les ai appelés, mais ils n’ont pas répondu...
J ’ai envoyé la nourrice les rejoindre...
ALEXANDRE.

Eh bien?
ANNE.

Ils ont dit qu’ils descendaient pour un moment à la
fontaine, qu’ils reviendraient dans un moment... Mais
parle, parle donc!
Elle saisit le bras d’Alexandre lorsqu’il va pour monter à la terrasse. Ils
montent ainsi tous les deux et disparaissent dans l’ombre vers la
balustrade. Au bout de quelques instants, Alexandre rentre seul dans
la salle; Obéissant à une impulsion instinctive, il court vers la porte,
l’ouvre et descend précipitamment les escaliers. Anne apparaît dans
l’entre-colonnement, reprise de terreur.
ANNE.

Alexandre! Alexandre!

(Aucune réponse. Elle marche à
tâtons dans le vide, rencontre une des colonnes, s’y appuie, descend la
première marche, les autres marches.) Alexandre!... Il n’est
plus là... Je suis seule... Ah! Seigneur, donnez-moi la
lumière !
En suivant le courant du vent chaud qui souffle par la porte grande
ouverte, elle arrive jusqu’au seuil. Elle s’appuie à l’un des cham­
branles et fait un pas vers l’escalier. Elle disparaît dans l’ombre.

�ACTE CINQUIÈME
Un lieu solitaire et sauvage, près d’une gorge qui s’enfonce entre le
second pic de la montagne Euboea et le flanc inaccessible do la cita­
delle. Les myrtes embaument, parmi les âpres rochers et les ruines
cyclopéennes. L ' eau de la fontaine Perseia, s’épanchant d’entre les
rochers, se recueille dans une cavité semblable à une conque, et do là
elle dévale pour aller se perdre au fond d’un ravin pierreux. Dans l’an­
tique solitude, envahie déjà par le mystère de la nuit, on entend le mur­
mure des sources intarissables.

SCÈNE UNIQUE
Sur le bord de la fontaine, près d’un buisson do myrtes, est étendu le
cadavre de la vierge H E B É . Les vêtements mouillés adhèrent
aux membres rigides ; les cheveux imprégnés d’eau entourent le visage
à la manière de bandelettes ; les bras sont allongés contre les flancs ;
les pieds sont joints comme ceux des statues funéraires couchées sur
les tombeaux.

ALEXANDRE,

assis sur une pierre, les coudes appuyés aux
genoux et les tempes serrées entre les paumes, regarde fixement la
morte, silencieux, dans une effrayante immobilité. Du côté opposé,
L É O N A R D est debout, adossé contre un grand rocher auquel,
par moments, ses doigts s’accrochent crispés et désespérés, comme
les doigts du naufragé à l’écueil qui émerge du gouffre. Dans le
silence mortel, on entend le bruit de l’eau et le souffle intermittent
du vent sur les myrtes qui s’inclinent.
Tout à coup, Léonard se détache du rocher et va s’agenouiller près du
cadavre de sa sœur, en se courbant comme pour la toucher.
A L E X A N D R E , l’arrêtant d’un geste brusque et d’un cri impétueux.

Ne la touche pas! Ne la touche pas!
L E O N A R D , reculant, mais sans se relever.

Non, non, je ne la toucherai pas... Elle t’appartient,

�ACTE C I NQ UI ÈM E.

215

elle t’appartient...

(Une pause. Il regarde le cadavre avec une
surhumaine intensité de douleur et d’amour. Le délire semble l'assaillir.
De temps à autre, sa voix devient rauque, déchirante, presque mécon­
naissable.) Tu crois... tu crois... que je la profanerais, si
je la touchais?... Non, non... Maintenant je suis pur,
je suis entièrement pur... Si elle se levait maintenant,
elle pourrait cheminer sur mon âme comme sur la
neige immaculée... Si elle revivait, toutes mes pensées
pour elle seraient comme les lis, comme les lis... Ah!
quel homme sur terre pourra jamais dire qu’il aime
une créature humaine comme j ’aime celle-ci! Pas
même toi, pas même toi, tu ne l’aimes comme je
l’aime... Nul amour sur terre n’est égal au mien. Toute
mon âme est un ciel pour cette morte... (sa voix s’élève,
impétueuse et ardente, comme dans un délire qui croîtrait, ou elle

Qui aurait fait
ce que j ’ai fait pour elle? Est-ce que tu aurais eu, toi,
le courage d’accomplir cette chose atroce, pour sauver
son âme de l’horreur qui allait la saisir! Ah, oui, tu
l’as aimée avec toutes les forces de ta vie, car c’est
ainsi qu’elle devait être aimée; mais tu ne sais pas,
non, tu ne sais pas quelle était son âme... Toutes les
bontés de la terre et toutes les beautés — des beautés
que toi-même tu n’as pas rêvées encore! — son âme les
possédait toutes... Chaque matin, à son réveil, tous
les souffles du printemps passaient sur son âme et la
faisaient fleurir. Chaque soir, toutes les plus douces
choses de notre jour vécu restaient dans son âme
comme dans un van, et elle les pétrissait pour moi,
me les offrait comme on offre un pain... Ah! c’est ainsi
qu’elle m’a nourri; pendant si longtemps, si longtemps,
elle m’a chaque soir nourri de ce pain... Elle savait
changer en un grand bonheur le plus léger des sou­
rires... La plus petite de mes joies se dilatait dans
son âme à l’infini, comme un cercle dans l’eau calme,
si bien qu’elle me donnait l’illusion d’un grand bon­
s’abaisse ..avec un tremblement de suprême amour.)

�216

LA V I L L E

MORTE.

heur... Tu ne sais pas, non, tu ne sais pas qu’elle
était son âme... Nulle créature sur terre ne pouvait
lui être égalée... Il n’y avait pas dans tout son sang
une seule goutte amère... Tout à l’heure... (n s’interrompt
et sursaute, comme un malade dont la chair est tordue par un spasme

Tout à l’heure... sa tendre vie tremblait
sous ma main dans ses cheveux. (Agenouillé, il sursaute si
intolérable.)

horriblement qu’Alexandre se dresse comme pour aller vers lui, mais
ne peut faire un pas et retombe sur la pierre.) Ah ! quand elle
s’est penchée sur la source pour boire... J'ai entendu
la première gorgée d’eau qu’elle buvait... Il me sem­
blait qu’elle buvait à mon cœur et que cette première
aspiration de ses lèvres absorbait toute la douleur
soufferte, toute l’existence honteuse, et tout le dis­
cernement, et toute la mémoire, et mon être tout
entier... Vide, vide et aveugle, je l’étais quand je me
suis abattu sur elle... La mort était à mes épaules et
me pressait avec ses genoux de fer... Le monde était
détruit... Mille siècles... un instant... Et j ’étais là, sur
les pierres... et, dans l’eau agitée encore par les sur­
sauts, ses cheveux... ses cheveux autour de sa tête
penchée... Ah! qui aurait fait pour elle ce que j ’ai fait?
Je l’ai soulevée; j ’ai revu son visage... « Tout son
visage battait comme sa tempe dans ses cheveux »;
oui, c’est cela qu’Anne disait hier soir, Anne qui
l’avait tenue entre ses bras, qui l’avait sentie palpiter
entre ses bras... Et j ’ai revu son visage qui ne battait
plus, son visage froid qui ruisselait... J ’ai abaissé
les paupières sur les yeux... ah! plus douces qu’une
fleur sur une fleur... Et toute souillure a disparu de
mon âme; et je suis redevenu pur, entièrement pur.
Toute la sainteté de mon amour est rentrée dans mon
âme comme un torrent de lumière... Encore un bien­
fait, encore un bienfait d’elle, à travers la mort! C’est
afin de pouvoir l’aimer ainsi de nouveau que je l’ai

�ACTE C I N Q U I È M E .

217

tuée; c’est pour que tu puisses l’aimer ainsi sous mes
yeux, sans que rien désormais te sépare de moi, sans
cruauté et sans remords, c’est pour cela, pour cela
que je l’ai tuée... 0 mon frère, mon frère dans la
vie et dans la mort, réuni à moi pour toujours par
ce sacrifice que je t’ai fait... Regarde-la! Elle est par­
faite, maintenant; elle peut être adorée comme une
créature divine... Je veux la coucher doucement dans
le plus profond de mes sépulcres et mettre autour
d’elle tous mes trésors... (il se penche sur la morte.) A toi,
à toi tout ce qui resplendit; à toi pour toujours tout
ce qui est pur... Adorée, adorée! Ah! si nous pouvions
avec tout notre sang rallumer une seconde ta face
pâle, faire qu’une seconde, une seule, tu rouvrisses les
yeux, que tu nous visses, que tu entendisses le cri de
notre amour et de notre douleur... 0 ma sœur! ma
sœur! (Courbé sur la morte, il l’appelle avec des cris réitérés et
déchirants, étendant ses mains agitées vers le blôme visage immobile
entre les humides bandeaux des cheveux. Incapable de résister plus long
temps à ce cri, Alexandre se lève, passe devant les pieds du cadavre, va
auprès de son ami, s’incline, lui pose une main sur le front pour sentir cette
fièvre, pour calmer ce délire qui ressemble à un commencement de folio.
Ce contact soulage un peu Léonard; la violente contraction de ses nerfs
se relâche un peu; sa voix s’éteint.)

pieds... ses petits pieds...

Laisse-moi baiser ses

(il se traîne jusqu’aux pieds de la

morte, y appuie son front et demeure quelques instants dans cette
attitude. Alexandre aussi se prosterne à côté de lui. Durant la pause, on
entend la fontaine gémir. Léonard relève le front et reste les yeux fixés

Un jour, elle était sur le rivage de la
mer, assise dans le sable, les genoux sous le menton.,
et, tout en rêvant ses plus beaux rêves, elle enveloppait
dans ses tresses dénouées ses petits pieds, souples
comme des feuilles tendres. La mer dormait devant
elle comme un enfant docile, avec une respiration
légère... (Une pause. Il tressaille, frappé d'un autre souvenir.)
Ah! ce jour maudit, devant le foyer... (il se cache la face
sur les pieds inertes.)

13

�LA V I L L E

218

MORTE.

dans les mains et s’incline de nouveau jusqu’à terre.)

Pardon

Pardon!
Une pause. Alexandre se retourne avec inquiétude
vers les rochers du fond, là où le sentier débouche.
A L E X A N D R E , se redressant tout à coup.

Un pas ! Il m’a semblé que j ’entendais un pas, là,
Sur le Sentier... Écoute. (Léonard aussi se redressa, frappé
de terreur. Tous deux prêtent l’oreille en retenant leur haleine.)

Non... Je me suis trompé, peut-être... C’est peut-être
le vent entre les myrtes... Une pierre a roulé peut-être
sur la pente...
LÉONARD.

Je ne sais... Mon cœur bat trop fort, m’étourdit les
oreilles... Je ne perçois rien autre chose...
Alexandre va vers les rochers et se tient aux aguets.
On n’entend que le gémissement rauque des sources.
A L E X A N D R E , retournant vers son ami qui a les yeux fixés
sur le cadavre, et le secouant.

Maintenant, qu’allons-nous faire ? Il faudra l’emporter
d’ici... Où la porterons-nous? La porterons-nous à la
maison?... Mais Anne... Anne... Que pourrions-nous
lui dire?
L E O N A R D , éperdu, regardant autour de lui.

Anne... Elle m’attend à cette heure même... Elle m’a
promis... hier soir...
ALEXANDRE.

Que t’a-t-elle promis ?
LÉONARD.

De m’attendre...
ALEXANDRE.

De t’attendre? Où? Pourquoi?
LÉONARD.

Elle pensait... Elle voulait...

�ACTE CI N Q U I È M E .

219

A LEXANDRE.

Elle voulait?...
LÉONARD.

Elle voulait... disparaître...
ALEXANDRE.
A h ! (Une pause. Instinctivement, ils regardent tous les deux vers
le sentier qui débouche entre les rochers, dans le fond. On entend la

Que lui dirons-nous? Que ferons-nous
maintenant?... Veux-tu rester ici, toi? Il faut la cou­
vrir, l’envelopper... Veux-tu rester ici?... Je vais... je
vais prendre... le linceul...

fontaine gémir.)

L É O N A R D , saisi d’une insurmontable terreur.

Non! non! N’y va pas, ne me quitte pas! Restons
ici, restons ici encore.
ALEXANDRE.

Mais Anne... (il tressaille et se met aux écoutes.) Quelqu’un
vient, quelqu’un s’approche... Un pas! J ’ai entendu un
pas... Oh! si c’était... Il faut la cacher... Portons-la
entre les myrtes, sous les touffes... Tu ne m’entends
point, Léonard ? (il secoue Léonard, qui semble pétrifié.) Por­
tons-la entre les myrtes... Je la prendrai par les
épaules. Doucement! Doucement!
Il s’incline pour soulever la morte du côté de la tête, tandis que Léo­
nard s’incline pour la soulever du côté des pieds. Au môme instant,
on entend dans le sentier la voix de l’aveugle.
A N N E , d’entre les rochers du fond, invisible.

Hébé ! Hébé !

(Les deux hommes laissent le cadavre et se redres­
sent, pâles aussi de la pâleur de la mort, raidis par l’épouvante, sans
pouvoir faire un mouvement.) Hébé! (L’aveugle apparaît entre les
rochers, seule, tâtonnant dans l’ombre. Comme personne ne répond,
elle fait quelques pas en

avant, avec une anxiété désespérée.)

Alexandre! Léonard!
Elle s’avance vers le cadavre et le touche presque du pied, tandis que
les deux hommes restent immobiles, paralysés, incapables de pronon­
cer une parole.

�2 20

LA V I L L E M O RT E.

A L E X A N D R E , au moment où le pied d’Anne va toucher le cadavre.

Arrête, Anne! Arrête!
Mais Anne a senti le corps inerte qui gît à ses pieds. Elle se courbe
sur la morte, éperdue, et la palpe jusqu’à ce qu’elle arrive au visage,
aux cheveux encore imprégnés de l ’eau mortelle. Dans toutes ses
fibres passe un frisson causé par ce froid qui ne ressemble à aucun
autre. Elle jette un cri aigu où semble s’exhaler toute son âme.
A N NE.

A h !... Je vois! .je vois!

�LA G L O I R E
T R A G É D I E EN CI NQ ACTES
Représentée pour la première fois à Naples, au Théâtre Mercadaute
le 27 avril 1899.

La Gloire me ressemble.
LA

COMN E A

��A U X C Y P R È S DE MA MAL US
DANS

L’I LE

DES

PHÉACIENS

Février et mars 1899.

�D R AMA T I S P E R S O N Æ

RUGGERO F IA M M A .... ............................
CESARE BRONTE.....................................
E L E N A COMNÈNA....................................

M.

Ermete

Mme

E leon ora

Z a c c o n i.
D use.

GIORDANO FA U R O ...................................
¡SIGISMONDO LEONI.................................

MM.

VITTORE CORENZIO................................
DANIELE S T E N O .......................................................
MARCO AGRATE.......................................
CLAUDIO MESSALA.................................
SEBASTIANO M A R T E L L O ....................
DECIO N E R V A ............................................
FULVIO BA N D IN I.....................................

A dolfo C o lo n n e llo .

ERCOLE FIESCHI......................................
ANNA COMNÈNA......................................
UNE R E L IG IE U S E ...................................

F e r d in a n d o N ip o t i.

Mme
Mme

F e r n a n d a N ip o t i.

UN JE U N E HOMME.................................

M.

U b a l d o P it t e i.

Les

D ig n ita ir e s ,

P a r tis a n s , L a

Les

F a m il ie r s ,

D a n t e C a p e l l i.

E m il io

P ia m o n t i.

E t t o r e M a z z a n t i.
Carlo

B ordeaux.

E n r ic o

S a b a t in i.

A n t o n io G a l l ia n i .
A lf r e d o G e r ì.
U baldo

P it t e i.

E m m a G r a m a t ic a .

Les C om pagnons

F o u le .

Dans la Rome de la troisième Italie.

d ’a r m e s ,

Les

�LA

GLOIRE

ACTE PREMIER
Une grande salle nue, aux vertèbres de pierre apparentes et robustes.
Une lourde table en occupe le milieu, encombrée de cartes comme celled’un stratège, animée encore par le travail récent, par la méditation
qui naguère s’y inclina, par l’unanime accord des hommes qui se sont
réunis autour d’elle : support immobile d’où rayonnent et se propagent
une pensée centrale, une énergie régulatrice.
Sur les architraves des quatre portes, deux à droite et deux à gauche, est
sculpté l’emblème de la flamme qui s'avive au souffle du vent contraire,
avec la devise : V i m e x v I . Dans chacun des murs opposés, entre lesdeux portes, est une niche où l’on voit encore des traces de dorure, et
occupée seulement par une piédestal sans statue. Dans le fond, un balcon
s’ouvre sur l’énorme cité qui se décolore dans le crépuscule, tandis que
les lumières commencent à y apparaître comme les étincelles d’un
incendie près de se rallumer sous les cendres.

SCÈNE

PREMIÈRE

L a salle est envahie par les PA RT ISA N S, qui attendent le retour-

de R U G G E R O FLAMMA, inquiets, anxieux, exultants. Les
uns regardent, penchés au balcon, d’autres sont rassemblés autour de lu
table, d’autres près de la porte. V I T T O R E C O R E N Z I O ,

ER C O L E F I ESCHI , D E CIO NERVA, F U L V I O
B A N D I NI sont du nombre. De temps à autre, on entend une
clameur confuse qui arrive à travers l’espace. Dans le soir de mai so
répand cette ivresse populaire qui excite les haines, les amours, les&gt;
orgueils, les convoitises, les espérances, tous les ferments humains^

13

.

�LA G L O I R E .

226

Chacun, pressentant l’imminence des révolutions, se façonne un monde
selon son désir. La fièvre civile se manifeste dans les paroles, dans
les gestes, dans l’aspect de tous.
UN G R O U P E DE P A R T IS A N S , sur le balcon.

Il vient ! Il vient !
Q U E L Q U ’ UN dans le groupe.

En triomphe!
UN A U T RE .

La foule le porte !
UN A U T RE .

La foule! La foule! Toute la place en est noire.
Regardez! Regardez!
UN A U TRE.

Ils sont quatre mille, cinq mille...
P L U S IE U R S .

Davantage, bien davantage!
q u e l q u 'u n

.

Toutes les rues d’alentour sont pleines. Regardez!
un

autre

.

Ils sont dix mille.
UN A U TRE.

Davantage, davantage!
UN AU TRE.

La ville est à nous.
UN A U T RE .

Ah ! qu’il dise seulement une parole...
UN A U T RE .

Nous mourrons tous pour lui !
UN A U T RE .

Écoutez, écoutez!
Arrive une clameur.

�ACTE P R E M I E R .

227

UN A U T RE .

La ville est à nous. S’il voulait...
D E C IO N E R V A .

Quel beau soir de bataille !
V IT T O R E C O R E N Z IO .

Cesare Bronte est fort encore. Sa carcasse est de fer
E R C O L E F IE S C H I.

Fort de quoi?
V IT T O R E C O R E N Z IO .

Le pouvoir est encore entre ses mains. Le Parlemen1
le soutient encore. L’armée est avec lui...
D E C IO N E R V A .

Demain, tout sera avec Fiamma.
V IT T O R E C O R E N Z IO .

Des mots!
P L U S IE U R S .

C’est vrai ! C’est vrai !
E R C O L E F IE S C H I.

Demandez-le à Claudio Messala.
q u e l q u ’u n

.

Qui est Claudio Messala ?
V IT T O R E

C O R E N Z IO .

Un taciturne.
P L U S IE U R S .

Vous voyez? Vous voyez?
q u e l q u ’u n

.

Sa voiture n’a plus de chevaux. Vous voyez? Vois
tu, toi?
UN a u t r e .

Déjà la rue est obscure.

�LA G L O I R E .
U N AUTRE

Oui, oui, c’est vrai. Je la vois. Des hommes la
traînent.
UN A U T RE .

La foule le porte.
UN A U T RE .

On court... C’est comme un tourbillon.
UN A U T RE .

La foule semble furieuse.
P L U S IE U R S .

Écoutez ! Écoutez !
Arrive la clameur ; puis, tout à coup, il se fait un silence.
q u e l q u ’u n

.

Et maintenant?
UN A U TRE.

Le silence.
UN A U TRE.

La panique?
UN A U TRE.

Non. Il parle...
UN A U T RE .

Oui; maintenant il parle. Il est debout. Vous le
voyez? Je crois qu’il parle.
Du lointain arrive une clameur plus forte.
UN A U T R E .

Comme on hurle!
UN A U T R E .

Cette maison, n’est-ce pas celle de Cesare Bronte?
UN A U T R E .

Oui, oui! On passe maintenant devant la maison de
Cesare.
UN A U T RE .

La rue est dans l’ombre.

�ACTE P REM IE R.
UN A U TRE.

Ah!
D E C IO N E R V A , accourant au cri.

Que se passe-t-il?
q u e l q u ’u n

.

Un éclair...
UN A U T R E .

Les armes...
UN A U T RE .

Voyez la lueur, voyez...
UN A U TRE.

Oui, oui; les soldats ont dégainé leurs sabres...
UN A U T RE .

La maison est entourée par la cavalerie.
UN A U TRE.

Ils ont dégainé leurs sabres!
UN A U T R E .

Encore du sang?
UN A U T RE .

Écoutez! Écoutez!
UN A U T RE .

Encore du sang?
UN A U T RE .

La panique?
F U L V IO

B A N D IN I, accourant, se faisant place.

Que se passe-t-il?
Tous se précipitent au balcon, anxieux.
E R C O L E F IE S C H I.

Que se passe-t-il? On se bat?
Arrive une nouvelle clameur.
LE G R O U P E , soulevé par un frémissement.

Vive Flamma! Descendons, descendons!

�230

LA G L O I R E .
D E C IO

NERVA.

Je vous conduis.
I l se retourne, court à la porte. Quelques-uns le suivent, disparaissent
avec lui.
F U L V IO

BANDIN I.

On se bat?
P L U S IE U R S .

Oui, oui! Vous voyez?
d ’a u t r e s .

Non! non! Les soldats ne font aucun mouvement.
q u e l q u ’u n

.

Ils n’osent pas.
UN A U TRE.

Il a parlé. La foule passe devant la maison.
UN A U T R E .

On ne voit plus rien. La rue est obscure.
UN A U T R E .

La foule le porte.
UN A U TRE.

On allume les torches !
UN A U T RE .

Entendez-vous? On chante.
UN A U T RE .

La chanson de Prospero Galba I
UN A U T RE .

La sérénade à l’impératrice!
UN A U T RE .

A Elena Comnèna, Impératrice de Trébizonde!
Cette plaisanterie suscite quelques rires. L ’hilarité se communique.
Soudain, la contagion de la rue prend les plus vulgaires.

UN A U T RE .

Revendeuse de grain pourri,

�ACTE

PREMIER.

231

UN A U TRB .

de chevaux poussifs,
UN A U T RE .

de bœufs fourbus,
E R C O L E F IE S C H I.

de sénateurs imbéciles,
F U L V IO

B A N D IN I.

de généraux éreintés,
E R C O L E F IE S C H I.

de princes bâtards!
Q U E L Q U ’ UN, chantant.

È marcio il grano
Ma l’oro abbonda,
LES A U T R E S , en chœur.

A Trebisonda 1!
Les rires éclatent.
E R C O L E F IE S C H I.

L’Impératrice mère, à la fenêtre, s’évanouit entre les
bras du Grand Chambellan.
Q U E L Q U ’UN, chantant.

Anna Comnèna,
La gran baldracca,
LES A U T R E S, en chœur.

Conta le sacca 2!
Les rires éclatent.
F U L V IO

B A N D IN I.

Où est Prospero Galba?
q u e l q u ’un.

Là-bas, sans doute, à battre la mesure.
1. « Le grain est pourri — mais l’or abonde, — à Trébizonde ! &gt;*
2. « Anna Comnèna, — la grande ribaude, — compta les sacs! »

�LÀ G L O I R E .

232

UN A U T RE .

Dix mille voix!
F U L V IO B A N D IN I.

Le salut de mai à la femme de Cesare!
Q U E L Q U ’U N , chantant.

La moglie ha un trono
Ghe non si sfonda,
LES A U T R E S, en chœur.

A Trebisonda 1!
Les rires éclatent. Au loin, on entend le formidable chœur de la foule.
L’image de la femme charmante et odieuse domine les imaginations
troublées, irrite la sensualité des railleurs.
F U L V IO

B A N D IN I.

Dis : avec combien de rois, combien d’empereurs,
combien de princes défunts s’est-il apparenté, le vieux
Bronte, en épousant la Comnèna? Tu le sais, toi,
Fieschi.
E R C O L E F IE S C H I.

Avec dix-neuf rois, dix-huit empereurs, soixantedix-sept princes souverains, quatre-vingt-dix protosé­
bastes, cent quinze couropalates — avec toute la pour­
riture palatine de Byzance.
Q U E L Q U ’ UN, chantant.

Che gran corona
Su la tua fronte,
LES A U T R E S, en chœur.

0 Bronte, o Bronte 2!
Les rires éclatent parmi les sarcasmes. Le souffle du carrefour passe
dans la salle. La voix de la foule est continue comme nn grondement.

1. « Sa femme a un trône — qui ne se défonce pas, — à Trébizonde!»
2. « Quelle grande couronne — sur ton front, — ô Bronte, ô Bronte ! .

�233

ACTE P R E M I E R .

SCÈNE II
Entrent G I O R D A N O

FAURO

et S I G I S M O N D O

LEONI
G IO R D A N O F A U R O .

N’insultez pas la Comnèna dans la maison de Rug­
gero Fiamma.
P L U S IE U R S .

Fauro, Leoni!
d ’a u t r e s .

Pourquoi ?
d ’a u t r e s .

D’où venez-vous?
d ’a u t r e s .

Quelles nouvelles?
E R C O L E F IE S C H I.

Ici, la Comnèna est sacrée. Avez-vous entendu?
p l u s ie u r s

.

Pourquoi? Pourquoi?
G IO R D A N O F A U R O .

Pour une haine, et peut-être...
I l s’interrompt.

E R C O L E F IE S C H I.

La Sibylle a parlé.
F U L V IO B A N D IN I.

Que voulez-vous dire?
G IO R D A N O

FAURO.

Je crois que toute votre haine et que la haine de
toute cette foule qui hurle là-bas, dans la rue, n ’éga­
lent pas la sienne...

�234

LA G LOIRE.
P L U S IE U R S .

Contre qui?
G I0 R D A N 0

FAURO.

Contre le vieux. Et peut-être...
F U L V IO

B A N D IN I.

Peut-être?
G IO R D A N O F A U R O .

Je ne sais. Il fallait la voir, aujourd’hui, dans la tri­
bune, pendant que Ruggero Flamma parlait. Ses yeux
étaient fixés sur lui avec une telle violence que plus
d’une fois il a dû lever la tète vers elle et s’inter­
rompre. Ah! un grand spectacle, celui d’aujourd’hui,
un grand duel! Bronte était assis à son banc, immo­
bile, recueilli, avec toute sa force silencieuse. On ne
voyait que son crâne énorme, poli comme un caillou
de torrent; et, sur ce crâne, la cicatrice enflammée...
E R C O L E F IE S C H I.

On sait que, pour les grandes circonstances, il la
ravive avec du rouge, comme une courtisane se met
un grain de beauté.
G IO R D A N O F A U R O .

N’importe! La trace y est, et profonde.
E R C O L E F IE S C H I.

Ah, pardieu! voilà aussi le mime Bronte devenu,
comme la Comnèna, inviolable dans cette maison!
P L U S IE U R S , impatients.

Tais-toi, Fieschi, tais-toi ! Laisse-le parler.
E R C O L E F IE S C H I.

Il y a là deux niches et deux piédestaux pour leurs
statues... Mettez-vous en quête d’un marbre immaculé!
Le sculpteur, le voici.
Il indique du geste Sigismondo Leoni.

�ACTE P R E M I E R .

235

P L U S IE U R S .

Tais-toi !
G IO R D A N O

FAURO.

Guerre de lazzis et de chansons! Inoffensive. Mais,
tout à l’heure, Flamma lui-même donnait à son ennemi
une stature de géant, par besoin de le sentir égal à la
puissance de ses coups. Lorsque le vieux s’est levé
pour répondre, en nous tous a passé comme un frisson
d’horreur. Si nous l’imaginions abattu, nul de nous ne
savait mesurer l’espace couvert par sa ruine.
P L U S IE U R S .

Et qu’a-t-il dit? Qu’a-t-il dit?
E R C O L E F IE S C H I.

A-t-il rebalbutié son latin habituel?
G IO R D A N O

FAURO.

Rebalbutié? L’effort qu’il fait pour s’exprimer donne
à ses paroles une âpreté dont souffrent et se souvien­
nent ceux qui l’écoutent comme s’ils en gardaient
l’entaille. Jamais il n’a été aussi rude et sincère
qu’aujourd’hui : sincère, non pour démasquer les
moyens de la suprême défense à laquelle il est résolu,
mais pour déclarer l’esprit qui l’anime. Il a dit en
substance : « Vous entendez gémir et s’agiter la jeune
âme nationale sous l’enduit de mensonges où nous
l’avons emprisonnée, nous, les hommes d’hier, les
faux libérateurs. Et vous voulez la délivrer, relever sa
puissance opprimée, élargir sa respiration, la rendre
à son génie, vous, les hommes de demain, les vrais
libérateurs. N’est-ce pas ce thème que vous proposez
à vos rhéteurs? Mais la réalité est différente, et vous
le savez bien. Sous cette croûte-là, il ne reste aujour­
d’hui que la couleur de la mort, le ferment de la dis­
solution. C’est pourquoi nous faisons une œuvre de
salut suprême, quand nous travaillons de toutes nos

�236

LA G L O I R E .

forces à la maintenir intacte, à en réparer les cre­
vasses, à la protéger contre votre heurt désordonné... »
S’oubliant, il donne à ce discours l’âpre accent original, comme s’il
était lui-même l’orateur dans l’assemblée.
E R C O LE F IE S C H I, l’interrompant, furieux.

Ah ! Il a donc l’impudence de se déclarer le conser­
vateur de la pourriture nationale, ce mari morgana­
tique d’une protectrice de fraudeurs? Il se dit occupé
à embaumer le cadavre de la patrie, ce rongeur d’os­
suaires?
P L U S IE U R S .

Et Flamma? Et Flamma?
Dans le lointain, la clameur populaire est continue comme
un grondement.
G IO R D A N O

fauro

.

C’est contre lui qu’ouvertement, face à face, les yeux
dans les yeux, Bronte a dirigé son dernier coup de
pointe. Merveilleuse minute de férocité tranquille et
consciente! Férocité de vieillard et de maître qui sait
où la chair juvénile est le plus douloureuse, où la bles­
sure est le plus cruelle. Tout l’orgueil de Ruggero
Flamma — ne connaissons-nous pas son orgueil et ne
l’en aimons-nous pas davantage? — tout cet avide
orgueil était là, nu, palpitant. Et, dans cette terrible
chose vivante, le vieillard a incisé avec une lenteur
sûre ces paroles dont je crois que pas une seule
n’échappe à ma mémoire : « Je me coucherais avant le
temps, silencieux, dans la fosse que vous m’ouvrez, si
je voyais parmi vous un vrai homme apte à la grande
besogne, un vaste et libre cœur humain, un fils de la
terre enraciné dans les profondeurs de notre sol. Mais
l’heure n’est pas venue. L’homme nouveau n’est pas
né encore, et nous ne voulons pas encore mourir. Si
la vie présente est dure et stérile, ce n’est pas à vous
qu’il est donné de la féconder. Ce que je vois au fond

�ACTE

PREMIER.

237

de vos yeux, ce n’est pas un grand destin, c’est le ver­
tige. Vous n ’appartenez pas à la race des créateurs... »
E R C O L E F IE S C H I.

Ah! la rageuse impuissance sénile, qui dénie aux
autres la force et le courage! Mais, Fauro, on dirait
que pour vous ce sont là de grandes paroles...
G IO R D A N O F A Ü R O .

J ’ai foi dans le Chef que je me suis choisi ; je crois
Ruggero Flamma capable de les démentir à l’épreuve,
demain. Mais partout, dans n ’importe quel camp, tout
signe d’énergie virile, de volonté mâle et calme, de
sincérité rude me transporte le cœur; d’autant plus
que, à une époque de vociférations et de contor­
sions, un tel signe est rare. Mes compagnons et moi,
délaissant la solitude de nos travaux et de nos labo­
ratoires, nous sommes entrés dans la lutte avec le
pressentiment qu’apparaîtrait bientôt une idée domi­
natrice et créatrice dont nous voudrions être les ins­
truments obéissants et lucides pour la reconstitution
de la Cité, de la Patrie, de la Force latine. Nous n’ose­
rions pas, nous, répéter les équivoques refrains de la
rue autour de cette table sur laquelle nous avons tant
de fois vu se pencher le front soucieux de celui qui
nous conduit.
F U L V IO B A N D IN I.

C’est le moment de détruire, et toutes les armes sont
bonnes. Retournez à vos livres et à vos alambics!
G IO R D A N O F A U R O .

A chacun son arme! Moi, pour moi-même, je ne
jetterai pas la fange contre cette dernière colonne
ferme d’un monde qui doit s’écrouler. Si dur est
l’effort de sa résistance et si terrible sera le fracas de
sa chute qu’en vérité, quand j ’y pense, je n’ai pas le

�LA G L O I R E .

238

cœur de m’abandonner à la raillerie. Tout le reste me
semble petit et négligeable, à une pareille heure.
ERCOLE FIESCHI .

Négligeable? Mais les dilapidations, les fraudes, le
trafic immonde, toute l’ignominie...
Q U E L Q U ’ UN, criant.

A bas la colonne, dans la fange et dans le sang!
Au loin, la clameur est continue comme un grondement océanique.
D E C IO N E R V A , qui rentre tout à coup, haletant.

Les troupes ont barré la rue. La foule est repoussée
vers la place. Flamma est maintenant chez Daniele
Sténo; il harangue d’une fenêtre. Allons! Allons! Qui
vient?
La bande se précipite vers la sortie, on tumulte.

SCÈNE I I I
Restent

VITTORE CORENZIO, SIGISMONDO
L E O N I et G I O R D A N O F A U R O
G I O R D A N O F A UR O.

Ils ne demandent qu’à être lancés contre l ’obstacle
par une voix tonnante. Ils se défient de nous. Le hur­
lement les enivre, la pensée les déconcerte. Mais ils
sont pleins de feu. Le destructeur peut compter sur
ces bras et sur ces poitrines. Dans le nombre, il y a
quelques bons tribuns de cabaret : ce Fieschi, par
exemple...
Ils s’approchent du balcon et regardent pendant quelques minutes la
Ville périlleuse, qui s’est illuminée et dont la clarté se répand comme
un nimbe de phosphore dans le sombre ciel de violette où naissent les
étoiles.
VITTORE

CORENZIO.

La clameur s’éloigne, la foule se disperse. L’heure
des grands massacres n’est pas encore venue.

�ACTE P R E M I E R .
G IO R D A N O

239

FAURO.

As-tu regardé Nerva, lorsqu’il a reparu? Il avait
dans le poing les foudres de la bataille. « Flamma
harangue d ’une fenêtre. Allons mourir sous ses yeux! »
Hallucination. Quand je suis entré ici avec Sigis­
mondo, nous venions justement de chez Daniele Sténo,
où nous avions dû presque porter Flamma pour le
soustraire à l’atroce torture de ce triomphe et de ce
chœur infâme. Il était pâle comme un blessé, et il
faisait un effort surhumain pour ne pas céder à une
de ces terribles crises convulsives qui rompent de
temps à autre la continuelle tension de sa force ner­
veuse. J ’ai entendu ses dents grincer...
S IG IS M O N D O L E O N I.

C’est étrange; il n’a jamais pu vaincre son horreur
physique de la foule, la répulsion instinctive que lui
donne le contact avec le monstre. Pour se dominer et
pour dominer, il a besoin d’être matériellement plus
haut, d’avoir la respiration libre.
G IO R D A N O F A U R O .

C’est alors seulement qu’il donne la mesure entière
de sa puissance. Aujourd’hui, Corenzio, tu as perdu
une merveilleuse heure de vie ! Deux fois il a été tel
que notre rêve l’imaginait et le souhaitait. Jamais il
n’avait exprimé avec autant de vigueur dans les idées le
drame de la race. Jamais son éloquence n’avait été si
ardente et si forte. L’âme môme de la patrie palpitait
devant nous, avec tous ses maux et avec toutes ses espé­
rances. Par cette parole, tout devenait grand. L’adver­
saire grandissait, sous l’énormité même de son erreur
et de sa faute. La conscience de Cesare Bronte était
devant nous, chargée d’un tel fardeau que, quand le
vieillard s’est levé, — je vous l’ai dit, — un frisson a
parcouru toute l’assistance...

�240

LA G L O I R E .
V IT T O R E C O R E N Z IO .

Et ensuite? après cette négation brutale? après la
blessure savante?
G IO R D A N O F A U R O .

L’explosion imprévue de l’ironie la plus âcre qui ait
jamais rongé chair vive; une vengeance allègre; une
voix claire et froide, avec je ne sais quoi de frénétique
et de menaçant dans le fond; la subite révélation d’un
destructeur différent de celui qui nous était connu,
plus rapide, plus agile, prompt à évoluer, insaisis­
sable, impitoyable; le déchaînement brusque d’une
faculté homicide, gaie et furieuse, tout à la fois sau­
vage et instruite. Comment te dire? Un aspect indes­
criptible. Je ne sais quelle profondeur humaine venait
de s’ouvrir en lui. Nous étions là, étonnés; Bronte
paraissait étonné et exaspéré, de sentir si douloureux
son vieux cuir de taureau, qui avait résisté à la massue
et au merlin. Quand j ’ai vu Flamma descendre de son
banc, j ’ai pensé : * Voilà un homme qui, ce soir, brû­
lerait le monde ».
V IT T O R E

C O R E N Z IO .

Il aurait pu brûler la maison du Dictateur et ensan­
glanter Rome.
S IG IS M O N D O L E O N I.

Il ne l’a pas fait. Il a le cœur pour oser et l’œil pour
voir. Il sait attendre. Croyons en lui! Il a dit un jour à
son démon : « Préserve-moi des petites victoires;
donne-m’en une seule, mais grande ».
G IO R D A N O F A U R O .

Ah! Il y avait aussi, là, une femme capable de mettre
ie feu au monde : cette Comnèna !
V IT T O R E C O R E N Z IO , riant.

Il me semble, Fauro, qu’elle t’a fasciné!

�ACTE

PREMIER.

241

G IO R D A N O F A U RO.

Je ne suis pas le seul. Est-ce que tu l’as regardée,
Leoni, quand elle se penchait à la tribune? C’est une
arme formidable et luisante, qui demande à être brandie
par un poing invincible. Ces deux ailettes métalliques
qu’elle portait à son chapeau ne te rappelaient-elles
pas la hache à deux tranchants?
S IG IS M O N D O

L E O N I.

Certes, celui qui la regarde a aussitôt l’idée d’une
force qui doit inévitablement aller à un but. Deux ou
trois fois, je l’ai vue se dresser d’un bond. Elle est ver­
tébrée comme un aspic.
G IO R D A N O

FAURO.

Elle est dans sa robe comme dans une gaine. Faite
pour la guerre, avec ce casque de cheveux massifs,
avec cette bouche qui défie sans s’ouvrir, avec tout ce
diamantin visage désespéré. Si l ’audace avait un
visage, elle aurait celui-là.
VITTORE C 0 R E N Z I 0 .

L’Impératrice de Trébizonde!
G IO R D A N O F A U R O .

Il est incontestable, mon cher, qu’elle descend de ce
David Comnène, dernier empereur de Trébizonde,
mis à mort par Mahomet II : descendance reconnue
par lettres patentes de Louis XVI à Demetrius Com­
nène — bisaïeul de cette Elena — lorsque, la Corse
ayant passé à la France, on confisqua le domaine que
les Génois avaient concédé à un Comnène sans terre
et à sa troupe d’expatriés grecs...
V IT T O R E C O R E N Z IO .

Tu es fort sur le sujet!
G IO R D A N O F A U R O .

Très fort. Dans les loisirs que nous fera la Renaissan
ce
14

�LA G L O IR E .

242

latine, après le grand orage, si j ’ai encore la tète
sur les épaules et la main valide, j ’écrirai un beau
livre : La dernière des Comnènes.
S IG IS M O N D O L E O N I.

Byzance et Rome!
G IO R D A N O F A U R O .

Imagine le fantôme vivant du Bas-Empire sur cette
énorme convulsion d’agonie, l’ombre perfide de
Byzance sur la troisième Rome...
S IG IS M O N D O L E O N I.

Et le destin de cette héritière perdue d’une grande
dynastie impériale uni au destin du vieux Bronte, d’un
t fils de la terre », comme il s’appelle...
V IT T O R E C O R E N Z IO .

Et cette sinistre figure de mère, cette Anna Com­
nèna qui ressemble à un chef d’eunuques enjuponné
et plâtré de fard, reste d’on ne sait quelles races
abâtardies, avec cet œil somnolent qui voile un abîme
d’astuce et de cupidité...
S IG IS M O N D O L E O N I.

Et cet Alessio, le père-, l’aventurier héroïque, le pré­
tendant désespéré, un vrai homme de proie qui — en
d’autres temps — eût été capable de reconquérir le
trône : mort d’une si belle mort, dans sa folle expé­
dition de Grèce, au pays où avaient régné ses aïeux...
G IO R D A N O F A D R O .

Et sur celles qui survivent — la veuve, la fille — et
sur leurs années de misère sans nom, et sur leur vaga­
bondage inquiet par le monde, et sur leur arrivée à
Rome, et sur leurs mille intrigues, et sur la sénile pas­
sion de Cesare Bronte, et sur les pourparlers, et sur
le mariage, et sur cette étrange cour qui s’est formée
autour d’eux, sur toute cette aventure, en somme,

�ACTE P R E M I E R .

243

je sais des choses que nulle puissance d’invention
humaine n’aurait pu trouver.
V1TTO RE C O R E N Z IO .

La dernière des Comnènes!
G IO R D A N O F A U R O .

Et l’aventure est à peine au début, songez-y ! Quels
pourront être les destins d’une créature ainsi faite,
que poussent vers le plus riche butin toutes les con­
voitises? Songez-y! Bientôt, toutes les lois seront sus­
pendues autour de son audace. Si elle évite d’être
traînée sur le pavé, d’être plantée à la pointe d’une
pique, où ses destins ne la porteront-ils pas?
Les trois jeunes hommes demeurent quelques instants pensifs. De temps
à autre, le souffle du vent soulève les papiers, agite les petites
flammes du candélabre qui brûle sur la table encombrée. Par inter­
valles arrive la rumeur océanique de la foule qui s’éloigne.
S1G ISM O N D O L E O N I.

Dans le vieillard, elle sent déjà l’odeur du cadavre.
V IT T O R E C O R E N Z IO .

Elle a les yeux fixés sur Flamma, — tu l’as dit,
Fauro.
G IO R D A N O F A U R O .

Et fixés si étrangement!
V IT T O R E C O R E N Z IO .

Tu crois...
G IO R D A N O F A U R O .

L’incroyable.
V IT T O R E C O R E N Z IO .

Tu crois Flamma troublé?
S IG IS M O N D O

L E O N I.

L’homme chaste!
G IO R D A N O

Plus que troublé, possédé!

FAURO.

�244

LA G L O I R E .
V IT T O R E

C O R E N Z IO .

Tu inventes déjà la fable de ton livre...
G IO R D A N 0 F A U R O .

Je n’invente pas, je devine. Son âme est si gonflée
que de toutes parts elle déborde. Et, jusqu’à ce jour,
sa vie a été dure et solitaire.
V IT T O R E C O R E N Z IO .

Dieu le garde du péril !
G IO R D A N O F A U R O .

Pourquoi? Il a besoin du péril, pour se sentir invin­
cible.
V IT T O R E C O R E N Z IO .

Ce dont il a encore besoin, c’est d’être seul avec sa
tâche.
G IO R D A N O

FAURO.

Qu’en sais-tu? Qu’en savons-nous? L’essentiel, c’est
qu’il serve la vie! Aujourd’hui, tandis qu’il parlait de
son banc et que, dans la tribune, l’impératrice était
penchée, les yeux fixes, il s’est fait tout à coup sur les
grands îlots une petite pause : une de ces obscures
petites pauses que produit le Destin en fermant ou en
ouvrant ses paumes. Qui sait? Qui sait?
V IT T O R E

C O R E N Z IO .

Dieu le garde du péril, vous dis-je.
G IO R D A N O F A U R O .

Et moi, je dis au contraire : — Puisse la vie envoyer
à sa rencontre le plus grand péril.
S IG IS M O N D

Voici Flamma.

L E O N I.

�ACTE

PREMIER.

245

SCENE IV
Entre

RUGGERO

STENO,
TIANO

de

FLAMMA,

MARCO

MARTELLO,

suivi de

AGRATE,
de

DANIELE
SEBAS­

de

CLAUDIO

MES

SALA.
R U G G E R O FLAMMA.

Le plus grand péril? Que disiez-vous, Fauro?
Sa voix est brève et acerbe. Sur son visage d'une pâleur terreuse, ses
yeux ont un éclat fébrile. Sa démarche excitée, son besoin de mouve­
ment révèlent une tumultueuse plénitude intérieure. Il semble chercher
l'espace devant lui, par delà l'étroitesse des murailles, comme un
prisonnier.
G IO R D A N O F A U R O .

J ’exprimais un vœu.
R U G G E R O FLAMMA.

Pour qui?
G IO R D A N O F A U R O .

Pour vous.
R U G G E R O FLAM M A.

Quel vœu?
G IO R D A N O

FAURO.

Que votre force fût éprouvée par le plus grand péril,
toujours.
R U G G E R O FLAM M A.

Ainsi Soit -il. (Il se promène de long

en large à travers la chambre,,

la tête basse. Les autres se tiennent debout, muets. Soudain, il s’arrête

Croyez-vous en moi? en la vérité et en la
puissance de mon idée?

devant eux.)

M A RCO A G RA T E.

Aucun de nous ne doute. Notre foi est entière.
Le« autres font un geste d’assentiment, tandis que Ruggero Fiamma
fixe sur chacun d'eux son regard enflammé.

14.

�246

LA G L O I R E .
RUGGERO

FLAMMA.

Eh bien, le grand péril est imminent, Fauro. Je l’af­
fronte. Je romps les délais. Je considère cette nuit
comme une vigile. Demain, ma parole sera dite et
transmise. Vous avez entendu aujourd’hui celle du
Dictateur. Nous ne nous livrerons pas entre ses mains
de fer; mais nous chercherons à les lui trancher
toutes les deux, d’un seul coup.
SE B A S T IA N O

MARTELLO.

Chacun de nous est prêt.
R U G G E R O FLAMMA.

Prêt à l’action décisive? à la guerre de la rue?
S E B A S T IA N O M A R T E L L O .

A tout, avec vous pour chef, maintenant et toujours.
R U G G E R O FLAMMA.

Pour vivre, comprenez-vous, pour exister! La néces­
sité de la violence nous presse, nous talonne. Nulle
œuvre de vie ne peut s’accomplir sans effusion de sang
sur un peuple. D’ailleurs, nous ne pourrions plus
arrêter le mouvement commencé. Ce qu’il faut, c’est
l’accélérer, le rendre bref, rapide, unanime, victorieux ;
c’est le forcer dans cette épreuve, pour une autre plus
grande et qui est prochaine. Comprenez-vous? L’heure
est venue, même pour celui qui nie : pour le moribond
qui ne veut pas mourir. (Il modère sa voix et son geste; mais
dans l’un et l’autre vibre une sorte de fureur contenue. Pendant la
pause, il marche à travers la chambre; puis, il s’arrête de nouveau.
Les paroles qui lui sortent des lèvres semblent continuer celles qu’il
prononce on lui-même, plus ardentes et plus superbes. Pour lui, au
milieu des sept hommes qui sont là, se dresse un géant invisible ï

Nous aussi, nous avons touché la terre,
nous avons interrogé la terre, nous nous sommes
étendus sur elle; et, par-dessous sa sécheresse, dans
sa profondeur, nous avons entendu murmurer les

Cesare Bronte.)

�ACTE

PREMIER.

247

sources... La terre veut être brisée, remuée, agitée,
travaillée. Elle est encore assez riche pour nourrir le
germe de la plus haute espérance. Et, quand même
nous ne lui aurions apporté que cela, notre œuvre ne
serait-elle pas déjà une œuvre féconde, une œuvre
de semeurs? Notre terre espère. Ne sentez-vous pas
l'angoisse de la divine espérance au fond de cette
multitude qui mugit là-bas comme un troupeau perdu?
Quand même nous n’aurions fait que susciter en elle
cette angoisse, déjà nous aurions donné de nousmêmes un témoignage vital. Ce n’est pas la faim, ce
n’est pas la faim seulement qui partout hurle et tend
les mains; mais c’est la révolte contre l’intolérable
fausseté qui envahit tous les organes de notre exis­
tence et les déforme et les empoisonne et les menace
de mort. Pour vivre, pour exister, il faut la détruire.
« Montre-moi donc que tu as le droit et la force, a dit
un homme aujourd’hui. Montre-moi que tu es une
force nouvelle et un droit nouveau. » (La colère dissimulée
rend âpre sa parole. Il fait quelques pas, revient en arrière, s’arrête.

J ’ai vécu des
années seul dans ma maison nue, seul avec une
pensée dominante, seul avec une vérité inexprimée.
Dans la solitude et le silence, j ’ai dévoré toutes les
fumées de mon orgueil qui me suffoquaient, jusqu’au
jour où je les ai senties se convertir en un feu vif et
durable, en un tourbillon de passion. Alors, je me suis
jeté au plus épais de la mêlée. Mon esprit n’a plus
connu de repos; j ’ai aspiré, non au bien-être des
jours, mais à l’accomplissement de mon œuvre. Tel
d’entre vous a été mon compagnon dès la première
heure, et il m’en est témoin. Cette vérité née en moi
au contact avec la terre, partout où elle se propage, elle
pénètre au dedans, trouble, agite, soulève. Sa noblesse
est dans son origine; la preuve de sa résistance est
Maintenant, une émotion visible exalte son discours.)

�248

LA G L O I R E .

dans l’ampleur du chemin qu’elle a fait. Or, dans la
suite des siècles, ne jaillit-il pas de toute vérité nou­
velle un droit au sacrifice humain qui lui est néces­
saire pour s’affermir? C’est ma foi même qui m’ins­
titue le porteur et le héraut de ce droit terrible. Vous
m’en êtes témoins. Pour exister I ( il fait un geste vers ces
hommes comme pour ramasser leurs volontés en une seule.) Donc,
tout est résolu. Chacun est prêt.
MARCO A GRA T E.

Chacun selon ses forces, et même au delà.
RÜGGERO

FLAMMA.

Et même au delà! Belle parole, Agrate : la seule qui
convienne à notre ferveur. Chacun au delà de ses
forces! Il y a des prodiges à accomplir. La guerre de
la rue doit être brève, rapide, foudroyante, portée sur
tous les points en même temps, unanime, décisive.
Notre salut est dans l’irrésistible mouvement des cam­
pagnes. Les bandes rurales seront le nerf de notre
action. Après la première résistance, l’armée se dis­
soudra, sera réduite à un petit noyau. Une fois le pou­
voir central tombé entre nos mains, à la guerre de
la rue succédera la guerre sur la frontière et sur la
mer : une épreuve bien plus vaste. Toute une race qui
lutte de nouveau pour exister, pour se conserver, qui
éveille et secoue enfin ses instincts les plus profonds,
qui dégage de l’intimité de sa substance les énergies
occultes et ingénues, les façonne en liberté au souffle
des événements, les anime de toute son impétuosité
concordante, les arme de toute sa nécessité vitale, les
enflamme de son génie, les exaspère, les exalte, le
magnifie, les égale aux puissances du Destin et de la
Nature... Vous, Marco Agrate, vous venez des cam­
pagnes. N’y a-t-il donc plus que mort et dissolution
irrémédiable, là-bas? l es charrues n’ont-elles plus de

�ACTE

PREMIER.

249

soc? Les faux n’ont-elles plus de tranchant? La mère
des blés ne donnera-t-elle plus d’épis? Des épis lourds
et des hommes rudes, pour la faim et pour la guerre,
elle en donnera encore... Vos yeux sans sommeil sont
cernés parla fièvre, Claudio Messala. Avez-vous retrouvé
dans vos veilles le secret par lequel le Protecteur,
improvisant ses milices, les rendit tout d’un coup plus
formidables que n’importe quelle armée aguerrie? Nous
verrons bien si vous ressemblez au Corse par autre
chose que parla forme du menton...
C L A U D IO

M ESSA LA .

Chacun au delà de ses forces !
R U G G E R O F LA M M A .

Et à vous la mer, Sebastiano Martello ! Vous saurez
reprendre le commandement qui vous fut enlevé, m ul­
tiplier les navires, créer une flotte, tirer de toutes les
côtes une levée sacrée, renouveler les exemples et les
gloires. Que ne peut une volonté héroïque? Au début
de la guerre de Sécession, la marine du Nord comptait
quarante-deux navires; à la fin de la guerre, presque
sept cents. Les arsenaux devinrent des enfers. Com­
bien est grande votre tâche! Tout le corps de la Patrie
respire dans la mer, ne peut vivre que s’il respire
dans la mer...
SE B A S T IA N O

M ARTELLO.

Chacun au delà de ses forces !
R U G G E R O FLAM M A.

Aux jours de la paix latine, Sigismondo Leoni,
quand sera venue pour nous l’heure de célébrer nos
nouvelles fortunes sur la Méditerranée, certes vous
sentirez plus vigoureux dans vos poignets le rythme
de l’art, comme Michel Ange après avoir construit les
bastions; et vous sculpterez alors la statue colossale
de la Patrie, à l’image de cette antique Victoire insulaire,

�250

LA G L O I R E .

sur une proue qui aura la forme d’un soc. Nous
ne saurions l’honorer mieux. Et vous, Corenzio, et
vous, Fauro, vous retrouverez alors les lignes de la
beauté dans l’œuvre de vie que nous aurons accom­
plie; et vos disciples les perpétueront. Je sais, je sais
quel est le prix du témoignage qu’apporte votre
assentiment et celui de vos pairs à la vérité pour
laquelle je me suis levé... (Il tend la main vers ces hommes, en
chacun desquels il a exalté un rêve.) Au revoir! Demain sera
une journée laborieuse. Que nul ne manque ici, dès la
première heure. Moi, je ferai ma veille des armes. Sou­
venez-vous. Chacun au delà de ses forces! Il y a de la
gloire pour tous. Au revoir ! (Toutes les mains serrentla sienne
fortement. Une virile fraternité les unit; une sûre promesse les émeut.
La ferveur des volontés unanimes consacre la salle nue. Du lointain,
par intervalles, le vent apporte le cri confus de la multitude.) Au
revoir. (Les hommes sortent. Il les regarde partir. Au moment où
Dauiele Sténo va franchir le seuil, il le rappelle tout à coup. Sa voix
a changé, s'est couverte d’un voile.)

Toi, Steno, reste Une

minute.
Daniele Sténo revient vers Flamma, qui s’est laissé tomber sur une
chaise près do la table, le front appuyé sur la paume.
D A N IE L E ST E N O , se penchant vers lui, avec une douceur
où il y a comme de la compassion.

Tu es las?
R U G G E R O FLAM M A, relevant la tête.

Non. Mais j ’ai besoin de respirer... Quel soir suffo­
cant! Ne sens-tu pas? Ou peut-être est-ce la fièvre...
Ai-je la fièvre?
Il tend ses poignets à son ami.
D A N IE L E ST EN O .

Ce qui t’agite, c’est la fatigue. Aujourd’hui, tu t’es
donné tout entier, de mille façons. Tu as vécu la vie
de mille hommes.
R U G G E R O FLAM M A.

Et je suis anxieux comme si la vie me manquait,

�ACTE P R E M I E R .

251

comme s’il n’y avait pas dans mes artères assez de
sang pour emplir mon cœur! La vie de mille hommes,
est-ce donc toute la vie?
D A N IE L E ST EN O .

La vie, tu l’auras toute.
RÜGGERO

FLAMMA.

Quand?
D A N IE L E ST EN O .

Quand tu seras moins avide.
RÜGGERO

FLAMMA.

Moins avide?
D A N IE L E ST EN O .

Une coupe que tu places sous un jet trop violent ne
se remplit pas.
RÜ GGERO

FLAMMA.

O Daniele, il faut que je surpasse aussi en avidité
tous les autres; il faut que je sois aussi le plus fort
et le plus avide, pour que ne m’échappe pas et ne me
soit pas dérobé ce qui m’est dû. L’anxiété, la furie, la
précipitation haletante...
D A N IE L E ST EN O .

Et pourtant, tu as su attendre dans le silence!
RÜ GGERO

FLAMMA.

Ah ! tu te souviens du temps où cette maison était
silencieuse? Un grand océan de pensées inexprimées
autour de moi, toujours, toujours... A présentée suis
« Celui qui exprime » et « Celui qui suscite le cri
humain ». Le silence m’est défendu. Ma maison est
protégée par le peuple. Mon nom appartient au vent
Écoute. (Arrive la clameur qui se prolonge à travers la Cité pro­
fonde. Il va au balcon et regarde.) Rome! (Il pousse un long soupir.)
Et là-bas, au delà des murailles, le silence de l’Agro,
avec ses hautes herbes odorantes... (Danièle Sténo se rap­
proche do lui et reste à son côté. Une pause.) Donc, tout est

�252

LA G LO IRE.

résolu. Nous plongerons nos bras dans le sang et dans
la fange, jusqu’au coude. (Une pause.) Que fait, que pense
à cette heure Cesare Bronte? Est-il tranquille. Est-il
S Û r de lui? (Une pause. Il lève les yeux vers le ciel étoilé.) Regarde
l’Ourse. Comme elle brille, ce soir! Mon signe, en face
de mon toit, depuis tant d’années : les sept étoiles
muettes... Ici, tout à l’heure, vous étiez sept hommes :
sept volontés luisantes. Un bon augure, Daniele Sténo!
(Son accent a une ambiguïté singulière, mêlée d’amertume, de tristesse
et d’ardeur. Il se retourne et marche par la chambre, en proie à une

Quelqu’un a dit : « Sais-tu con­
traindre les étoiles à tourner autour de toi? » (il regarde
au visage son ami.) Tu crois que je délire? Tu es triste, (il
lui tend les mains.) Adieu, Daniele. Laisse-moi. Je travail­
lerai. Une nuit de vigile. Demain, sois levé de bon
matin.
inquiétude implacable.)

D A N I E L E S TENO .

Repose-toi, dors. Toi aussi, tu es un homme. Dors,
pour te lever à l’aube.
R U G G E R O FLAMMA.

A l’aube, tu me trouveras levé. Adieu.
I l suit son ami avec des yeux tristes. Demeuré seul, il va encore au
balcon, avec l'aspect d’un homme qui se sent suffoquer. Il aspire
péniblement l’air du soir. Il se retourne, fait quelques pas, s’approche
de la table encombrée, feuillette les papiers. Il se met aux écoutes,
comme s’il lui arrivait à travers la porte un bruit ou une voix. Il
s'éloigne de la table. Il s'arrête au milieu de la salle, reste quelques
instants immobile, les yeux fixes, parmi les ombres vacillantes que
produit le candélabre allumé. Tout à coup il tressaille : une voix de
femme a parlé derrière la porte close.
LA V O IX .

Il m’attend, il m’attend. Je vous dis qu’il m’attend.
Ouvrez la porte!

�ACTE P R E M I E R .

253

SCÈNE Y
Apparaît la C O M N È N A . A travers le voile épais qui lui enve­
loppe le visage, on voit reluire les paillettes métalliques do son cha­
peau semblable à un casque ailé. Dans le drap sombre qui serre sa.
personne extraordinairement souple et vigoureuse, chaque mouvement
fait chatoyer les longues ondes lustrées du tissu. Le seul joyau quelle
porte est une petite tête de Méduse qui scintille sur sa poitrine comme
sur une cuirasse.
LA C O M N EN A , découvrant son visage, un peu haletante.

VOUS m'attendiez... (De l’accent du commandement, sa voix
est descendue à une note d’une mélodie indéfinissable qui, interrompue,,
semble se prolonger dans le plus reculé mystère de l’être, dans l’im­
pénétrable obscurité naturelle où résident les lois primitives par les­
quelles les destins des créatures devant la Vio et la Mort s’unissent
dans les mille spires do la haine et do l’amour. Sa voix semble inter­
roger; et cependant une assurance intrépide, une infaillible certitude la
rendent affirmative, comme si elle disait : « Vous m’appartenez, vous
êtes à moi »&gt;. Elle est là, près do la porte, dévoilée, avec ses grands
yeux pleins do fatalité, avec ses belles mains pleines d’offre, en face
de celui qui désire le monde. Et elle sourit; et, soudain, son sourire
arrêto le temps, abolit le monde. Et il la regarde comme un halluciné
regarde la figure de son délire, sans parole, avec une espèce do terreur
pleine de doute, ne pouvant croire à la réalité de cette présence. — « La
Gloire? »)

Me voici. Je suis venue. (L’homme reste sans parole,

égaré, incertain.)

Je suis venue à vous, Ruggero Flamma.

Les syllabes du nom résonnent claires et fortes dans le silence, comme
si elle les gravait sur le cristal.
RUGG ERO

FLAM M A, avec égarement, tout bas.

Venue à moi? venue à moi?... C’est vous? vous réelle?
vous vivante?... Ma fièvre ne me trompe pas?... Je croyais
que jamais sur terre je ne vous aurais parlé... J ’étais
trop loin pour vous adresser un appel... Et maintenant...
venue à moi! C’est vous qui l’avez dit. J ’ai entendu

15

�LA G L O IR E .

254

mon nom... Mais il est possible que cela ne soit pas
vrai... Ce n’est pas vrai, peut-être... Tout à l’heure,
j’étais troublé comme dans la fièvre; ou ivre, peut-être :
je voyais, j ’entendais... Je craignais de fermer les yeux
et de me reposer... Vous étiez là, comme à présent.
La femme, à sentir trembler ce cœur profond, sourit, appuyée au pié­
destal qui est entre les deux portes, la tôte droite ot un peu rejetée
en arrière. Son visage s’inonde de sourire comme d’une eau frisson­
nante ot molle, ses traits semblent perdre leur fermeté do diamant et
comme se noyer.
LA C O M N ÈN A .

C’est moi, je suis vivante. Voulez-vous toucher mes
mains ?
Elle sourit ot parle bas, dans l’ombre, comme s’il était déjà près de sa
bouche et que l’un et l’autre fussent enfermés dans un cercle secret.
RUGGERO

FLAM M A, sans s’approcher.

Je croyais que jamais je ne vous aurais parlé... Je
vous voyais derrière la fumée de la bataille, apparaître,
disparaître. Votre visage était celui qui convenait à la
femme à laquelle j ’aurais pu dire la parole que mes
lèvres n’ont jamais prononcée encore... Quand vos yeux
rencontraient les miens, je pensais : « Elle aime les
jeux que les hommes jouent avec la mort et où la mort
pourrait vaincre ». Dans les palpitations de la lutte,
mon cœur hostile vous saluait de loin.
LA CO M N ÈN A .

Ah! parfois, j ’ai cru sentir battre sous mes makis
votre cœur furibond, sentir l’ardeur et l’éclat de ce
sang qui soudain vous montait au visage! Quand le
tumulte couvrait votre voix et que toutes les passions
de ces hommes s’insurgeaient, provoquées sans ména­
gement, et que la colère vous décochait ses menaces,
et que la rancune tâchait de vous frapper aux reins, et
qu’autour de vous l’applaudissement frénétique des

�ACTE

PREMIER.

255

vôtres avait le son des pierres frappées, et que chacun
semblait prêt aux violences sauvages, et que la grande
salle semblait envahie par un ouragan, je pensais :
* Maintenant, qui va multiplier sa force? De quel
secret va-t-il tirer la parole qui domine, le geste qui
dompte? » Je vous voyais triompher; et, avec un fré­
missement qui passait dans mes veines et dans mes
os, je me disais : t II sait que mon regard est pour
lui seul! »
R U G G E R O FLAM M A.

Lointaine, vous, lointaine, infiniment distante, làdans haut, perdue pour moi, jevous voyais inaccessible,
un cercle de haine et de honte, dans la forteresse
de l’ennemi... Et moi, j ’étais là sous vos yeux comme
dans un champ clos. La lutte sans trêve, le combat à
visage découvert ou la trahison insoupçonnée, l’assaut
impétueux, l’insulte froide, le rire méchant, la ferveur,
le dégoût, le dédain, la cruauté, la frénésie, toutes les
pulsations de la guerre; et, de temps à autre, un
intervalle obscur, un arrêt su bit, l’effacement de
toutes les choses voisines, l’âme dépouillée de toute
réalité présente, un rapide songe enveloppant, une
vision de temps reculés, le silence du cirque autour
de celui qui a tué et qui survit, je ne sais quoi d’extra­
ordinaire et de solennel; et, là-haut, tout là»hai}t,
votre figure muette, votre visage penché, indicible­
ment pâle et triste d’un passé impérial : vous, vous,
là-haut, seule, encore toute vêtue de puissance, et
seule, et inconsolable...
LA CO M N È N A .

Inconsolable, inconsolable! La haine et la honte, et
le mensonge, et la féroce ténacité sénile, l’obstacle
énorme de la vieillesse, un amas de choses empoison­
nées et moribondes, entre mon âme et la vôtre... Ah|

�256

LA G L O I R E .

pourquoi n’êtes-vous pas apparu sur mon chemin de
douleur et de perdition quand votre parole n’était pas
encore dite, quand le fruit de ma vie était encore
enfermé entre mes mains? Au fond de vos pupilles
j ’aurais vu la splendeur de votre fortune; et vous,
dans mon sang, vous auriez reconnu peut-être l’or­
gueil de ceux qui surent vivre et se couronner. Un
seul esprit de joie, une seule volonté de conquête, mon
âme et la vôtre!
R U G G E R O FLAMMA.

A quoi bon se retourner en arrière, s’épuiser en
regrets, pleurer les forces perdues, les actions non
accomplies,les jours inutiles?Où sont-elles,vos années
impériales? Vous viennent-ils en aide, les morts par
qui vous fûtes engendrée? Pour rassasier d’un fier spec­
tacle votre âme qui se souvient, vous vous êtes inclinée
vers un homme qui combat sans trêve dans le plus
sauvage élément, et qui ne veut vivre que parce qu’il a
promis à sa vie une grande victoire. Et maintenant, il
sait que c’est à vous, à vous seule, qu’il l’avait pro­
mise, et que vous êtes venue pour en hâter l’échéance,
passant par-dessus la haine, la honte et la ruine. Estce vrai? Est-ce vrai?... Ou bien vous êtes venue au
contraire pour me tenter, pour me perdre; vous êtes
venue pour troubler ma volonté, pour faire trembler
mes poignets, envoyée par mon ennemi... Ce matin,
vous l’avez entendu. Est-ce « le vertige » qu’il m’envoie?
(Elle a fait un pas rapide vers lui, dans l’ombre; mais elle s’arrête,
repoussée par ce doute atroce. Et maintenant elle reste là, muotte,
rigide, dure, telle une onde qui so congèlerait subitement. Une pause.
De temps à autre arrive sur le vent la clameur lointaine.) Incroyable
est votre présence ici, à cette heure, si ce n’est pas
pour jouer la vie ou la mort.
LA CO MN E N A , avec un dédain amer.

Oui, oui, je le sais : elle est restée dans vos oreilles,

�ACTE

PREMIER.

257

la chanson infâme que la foule chantait en vous traî­
nant dans la rue, sous mes fenêtres. Il résonne encore
au dedans de vous, ce refrain... Désormais, votre âme
est à la foule.
RUGGERO

FLAM M A, sans frein.

Ah! l’horrible torture! Je ne comprenais plus rien, je
n’entendais plus rien, excepté les chocs de mon cœur
qui battait dans ma poitrine jusqu’à ma gorge, jusqu’à
ma nuque... J ’étais tout contracté, fermé violemment
comme un poing qu’on serre. A côté de moi, quelqu’un
a senti que mes dents grinçaient... Et dans mon cerveau
flamboyaient des pensées de démence, surgies des plus
troubles instincts que réveille et qu’exaspère en moi
le désir de vous atteindre, de vous prendre, de vous
posséder comme une proie de guerre. La foule élait
enivrée, prête à tous les excès. J ’aurais pu la lancer
contre la maison de l’ennemi, l’exciter à l’incendie, au
massacre, vous avoir dans mes mains vivante...
LA C O M N E N A , avec une sorte d’exultation indomptable,
presque avec un cri.

Voilà, voilà comment j ’aurais voulu être à vous!
Dans mon esprit flamboyaient les mêmes pensées : je
me sentais la proie de votre force, palpitante et intré­
pide sur vos bras, à travers le feu. Le libérateur, le
libérateur que j ’invoquais, c’était vous, contre la honte
de mon marché, contre l’humiliation de mon asservis­
sement, contre mon dégoût d’une vieillesse encore
avide, contre la nécessité de mentir, de céder, de se
corrompre, contre toutes les choses viles et tristes et
louches où se sont flétris mes ans et mes rêves : le
libérateur pour la joie, pour la respiration large, pour
la soif qui découvre les sources, pour la faim qui
choisit son fruit, pour le courage qui cherche son
risque, pour la musique de la vie belle.

�258

LA G L O I R E .

Elle prononce les dernières paroles comme si elle s’enivrait de ce qu’elle
dit, la tôte renversée en arrière, les cils mi-clos, avec une lueur aiguë
aux dents, avec une passion tentatrice exprimée par toute sa per­
sonne flexible.
R U G G E R O FLAMMA, tremblant d’effroi et suffoqué.

Donc, venue à moi, venue à moi pour toujours, à
travers le feu, à travers un péril mille fois plus ter­
rible que le feu ! Toutes les colères se soulèveront
contre vous pour vous déchirer!... Je saurai vous
défendre. Soyez tranquille! Je serai infatigable, invin­
cible... Mais comment êtes-vous venue? Qu’avez-vous
laissé derrière vous? Dans cette maison-là, nul ne
connaît votre acte? Est-ce une fuite, ce que vous avez
fait?
LA C O M N E N A , maîtresse d’elle-même et résolue.

Ce n’est pas une fuite. Je ne sais pas fuir. Je ne
suis venue que pour vous apporter mon message. Je
reviendrai pour vous apporter un don qui soit digne
de vous et de votre guerre. J ’ai ma pensée.
RUGGERO

FLAM M A.

Quoi! Vous rentrerez dans cette maison! Vous sor­
tirez d’ici pour rentrer dans cette maison ! Mais croyezvous que vous ayez pu arriver jusqu’ici sans que l’on
vous voie? Mon seuil est espionné à toute heure.
LA C O M N EN A .

Ne disiez-vous pas que ma présence ici est incroyable?
L’extrême témérité est incroyable même pour les yeux
qui épient et pour les oreilles qui écoutent. J ’ai ma
pensée.
R U G G E R O FLAMMA.

Mais vous suspendez ainsi un poids immense, toute
la plénitude de l’avenir, à un fil, à un fil! Est-ce que
je pourrais vous perdre, maintenant? Les choses qui
nous séparaient sont abolies, puisqu’il n’y a plus entre

�ACTE

PREMIER.

259

nous que notre souffle; et nos mains sont libres, peu­
vent se lier. Le plus haut sommet est moins inacces­
sible aux oppressions humaines que ce point où une
volonté et un désir sont venus à la rencontre d’une
volonté et d’un désir, pour se reconnaître. Vous ren­
drai-je à un sort aveugle et brutal?
LA C O M N ÈN A .

Et où est donc votre foi dans ces forces de l’homme?
Je ne doute pas, moi; je suis sûre de moi, je me sens
infaillible, Ne craignez rien pour moi; je ne serai pas
dévorée. Le risque m’est familier : il ressemble à un
dogue qui aurait mangé dans ma main. Je reviendrai,
je reviendrai. J ’ai ma pensée.
R U G G E R O FLAM M A.

Non, je ne vous laisserai pas; je ne veux pas vous
perdre. Le jeu est trop désespéré. Je vois là-bas un
piège de fer prêt à mordre. L’homme de là-bas est
encore vivant...
Une mortelle rancune fait que sa parole est dure.
LA C O M N È N A .

Oui, il est encore vivant...

(Elle s’arrête. Un éclair passe

dans ses yeux sombres; une pointe de glace fend sa voix limpide.)

Est-ce que vous le tueriez, vous? Un vieillard! (Ruggero
Aujourd’hui pour­
tant, au dernier assaut, il me semblait sentir en vous
comme une volonté homicide, une furie de destruction
contre l’obstacle vivant et résistant, contre le seul
ennemi encore capable de vous tenir tète, de vous
contraindre à reculer. Un vieillard! (Ruggero Flamma
écoute, la tête penchée, silencieux.) Capable de résister encore
longtemps, certes, avec ces os durs comme les rocs,
avec ce cou de taureau, avec ce crâne à l’épreuve du
plomb, avec cette haleine bruyante. Il l’a dit, et vous
Flamma la regarde, troublé, sans répondre.)

�SCO

LA G LO IRE.

l ’avez entendu : il ne veut pas mourir! Il est là,
debout; il menace toujours; il encombre le chemin.
41 semble que pour tous les deux la figure hostile du géant se dessine
dans le coin obscur de la pièce et qu’elle les domine, immobile. Tous
les deux se taisent, travaillés par la morsure de leur pensée occulte.
Soudain, Ruggero Flamma lève la tête et fixe violemment ses pupilles
dans les pupilles de la Comnèna. Elle lui tend les mains, qu’il prend
enfin dans les siennes avec une avidité convulsive, et il les serre, et il
en frémit. Ils restent ainsi quelques minutes à se regarder, profonds
et muets. De temps à autre arrive sur le vent la rumeur océanique do
la Cité périlleuse.

�ACTE DEUXIÈiME
Une salle sévère, tendue do damas cramoisi, ornée de bustes romains
qui reposent sur des socles do marbre zinzolin en forme d’hermès.
Des deux côtés, do hautes et lourdes portières cachent les portes;
mais la baie de l’une reste libre, occupée par l’ombre. Dans le fond, il
y a une fenêtre ouverte, mais avec les rideaux baissés; entre leurs
bords qu’agite le souffle do la nuit, on entrevoit lo ciel scintillant.
Une seule lampe brûle dans un coin, sur une stèle de bronze, avec une
lumière voilée et calme.

SCÈNE P R E M IÈ R E
Des dignitaires, des familiers, dos compagnons d’armes se sont rassem­
blés dans la pièce contiguë à celle où est Cesare Bronte malade; il y en a
qui arrivent, d’autres qui partent. C’est la veillée anxieuse de la dernière
nuit; car la grande fin semble inévitable. Ils sont presque tous vieux
ou au seuil do la vieillesse, dévoués à. l’homme puissant qui va dis­
paraître, témoins do scs fortunes diverses ou associés à son œuvre.
L ’épouvante est dans tous les cœurs, sur tous les visages. Les voix
sont étouffées, les gestes sont hésitants, les regards sont tournés vers
la porto obscure où, de temps à, autre, apparaît la cornette blanche
d’une religieuse, muet fantôme cendré. Il y a dans l’air une attente
solennelle, comme d’une immense catastrophe.
Q U E L Q U ’UN survenant, avec anxiété.

Eh bien? Il est entré en agonie?
UN A UTRE .

11 n’y a plus d’espérance?
UN AUTRE.

Ira-t-il jusqu’à l’aube?
PLUSI EURS

Nous voulons le voir! Nous voulons le voir!
15.

�262

LA G L O I U E .
q u e l q u ’u n

.

Silence! N’élevez pas la voix!
UN A U T RE .

Personne n’entre dans la chambre.
UN A U T RE .

Il ne veut voir personne.
UN A U T RE .

Il ne veut plus voir personne, pas même les méde­
cins.
UN A U T R E .

Il a chassé les médecins. Il n’y a plus là qu’une reli­
gieuse, qui le veille.
UN A U T R E .

Il a eu un accès de fureur. Il a chassé tout le monde.
Il criait qu’on le laissât seul.
UN A U T R E .

« Seul! seul! criait-il. Laissez-moi seul! Je veux
mourir seul. »
UN A U T R E .

C’était le délire.
UN A U T R E .

Non, il ne délirait pas.
UN A U T RE .

Oui, vers le soir, il a eu le délire. J ’étais là. Il diva­
guait. Il répétait sans cesse : « Bronte, la vipère t’a
mordu... "
UN A U T RE .

Parlez bas! Parlez bas!
UN A U T R E .

Il demandait à être porté en pleine campagne sur
une civière, par quatre soldats, et à être laissé là en
paix pour rendre son dernier soupir. « Sur la terre, sur

�263

ACTE D E U X IÈ M E .

la terre, je veux être couché sur la terre! Avant de
mourir, je veux sentir la terre sous moi, comme alors ! »
UN A U T R E .

Il se rappelait sa blessure, lorsqu’il est resté pour
mort sur le champ de bataille, pendant des heures et
des heures.
UN A U T RE .

Toute sa vie, il s’est rappelé ces heures-là.
UN A U T R E .

C’est vrai, toujours.
UN A U T R E .

Il ne délirait pas.
Une pause.
UN A U T R E .

Il a dit aux médecins : « Vous ne connaissez pas
mon mal. Moi, je le connais. Il faut que je meure ».
Et il a refusé tout médicament. Il n’a plus voulu per­
sonne dans sa chambre. Il ne boit que de l’eau, qu’il
demande à la religieuse. Il a une grande soif.
UN A U T R E .

Quel mal étrange! Les médecins n’ont pas compris.
Mais lui, il semble avoir un soupçon...
UN A U T R E .

Quel soupçon?
UN A U T RE .

Oui, il doit avoir un soupçon.
UN A U T R E .

11 y a quelque chose de terrible dans ses yeux, dans
son silence.
UN A U T R E .

Parlez bas! Parlez bas!
UN A U T R E .

La religieuse est sur le seuil.

�264

LA G L O I R E .
UN A U TRE.

Que fait-il? Est-il assoupi?
UN A U T R E .

Il n’est plus sur sa couche; il n’a pas voulu rester
sur les oreillers. Il s’est fait mettre ses vêtements.
UN AU TRE.

Maintenant, le voilà assis. II ne bouge pas.
UN A U T RE .

Sa respiration est oppressée, mais forte.
UN A U T R E .

Il a fait éteindre la lumière dans sa chambre et
ouvrir les fenêtres.
UN A U TRE.

Toutes les fenêtres sont grandes ouvertes.
UN A U T RE .

Arrivera-t-il jusqu’à l’aube?
UN A U T RE .

Il est assis, la tète penchée, comme s’il venait de
s’assoupir.
UN A U TRE.

il repose, peut-être.
UN A U T RE .

Sa respiration est forte.
UN A U T RE .

On pourrait l’entendre de la rue. La rue est pleine
de gens qui attendent, muets.
UN A U T R E .

On ne perçoit pas un murmure!
UN A U T R E .

Personne ne hurle plus.

�ACTE D E U X I È M E .

265

ON A U T RE .

La trêve suprême.
UN A U T RE .

Chacun sent que quelque chose de grand est sur le
point de disparaître.
UN A U T R E .

La Patrie!
Une pause.
UN A U T RE .

Que se passera-t-il demain?
UN A U T R E .

Tout est perdu, tout est perdu. Lui mort, tout
s’écroule. Il n’y a pas de ressource.
UN A U T R E .

Qu’adviendra-t-il de nous?
UN AU TRE.

Tant de sacrifices pour aboutir là!
UN A U TRE.

Ce Flamma est capable de tous les excès. Qui le
retiendra, maintenant? Il est le maître de la foule.
UN A U T R E .

Il ira jusqu’au fond.
UN A U T R E .

Déjà toutes les provinces sont soulevées. La répres­
sion est molle. Dans les troupes s’insinue l ’esprit de
révolte. La discipline est ébranlée, désormais...
UN A U T RE .

Deux régiments se sont déjà mutinés.
UN A U TRE.

L’exemple est terrible. Je ne serais pas surpris si
demain on ne trouvait plus un fusil...

�266

LA G L O I R E
ÜN AUTRE.

Parlez bas! Parlez bas!
UN AUTRE .

La religieuse est sur le seuil.
UN AU TR E .

Que fait-il? Ne bouge-t-il pas?
UN AU TR E ,
Il

se confessedevant Dieu.
UN AUTRE .

Qui sait à quoi il pense!
UN AU TR E .

La nuit est calme, le ciel est étoilé.
PLUSIEURS.

Qui pleure? Qui pleure?
Un vieillard sanglote dans un coin. Une pause.
Q U E L Q U ’ UN.

Emmenez-le dehors.
UN AUTRE .

Oui. Pour que le malade n’entende pas!
UN AUTRE .

La religieuse fait un signe.
UN A U T R E .

11 doit être tard, très tard.
UN A UTRE .

Il est minuit passé.
UN AU TR E .

Resterons-nous ici?
UN AU TR E .

Arrivera-t-il jusqu’à l’aube?
UN A UTRE .

Reverra t-il la lumière?

�ACTE D E U X IÈ M E .

267

UN A U T R E .

Il vient de demander à boire.
UN A U T R E .

La religieuse lui apporte de l’eau.
UN A U T R E .

Et s’il triomphait du mal? Si tout à coup il se levait?
Il a une volonté qui peut vaincre même la mort.
UN A U T R E .

Quelle trempe! Sous les plus grands fardeaux, je
ne l’ai jamais vu chanceler. Ne soutenait-il pas sur
ses bras tout l’édifice, à lui seul?
UN A U T RE .

Combien y a-t-il de jours que sa voix faisait peur
encore?
UN A U T R E .

Il semblait résolu à vivre comme, en d’autres temps,
il était résolu à mourir.
UN A U T RE .

Et quelques jours ont suffi...
UN A U T R E .

Abattu! Un chêne frappé aux racines.
UN A U T R E .

Par qui?
UN A U T RE .

Parlez bas!
UN A U T R E .

Vraiment, c’est une fin mystérieuse.
UN A U T RE .

Il a dit aux médecins : « Vous ne connaissez pas
mon mal. Moi, je le connais ».
UN A U T R E .

« Je le connais ! »

�LA G L O I R E .

268

U N A U T RE .

Il n’y a que la religieuse, à côté de lui.
U N AU T R E .

La maison paraît abandonnée.
U N AU T R E .

Parlez bas! Elle vient.
P L U S IE U R S .

Qui? Qui?
Q U E L Q U ’UN.

Silence!
Sur le seuil do l’une dos portes, entre les plis épais do la portière,
apparaît la Comnèna. Elle fait un pas dans la salle et s’arrête, regar­
dant ces hommes assemblés; ceux-ci se retirent à l’écart devant elle,
devenus muets. Son visage exsangue a l’immobilité d’un masque. Elle
traverse la salle avec lenteur, droit vers la porte obscure. Dans le
silence,’ on entend le frôlement do sa robe. La religieuse se montre sur
le seuil et lui parle à voix basse.
LA C O M N EN A , s’adressant aux assistants.

Il repose. Il désire le calme.
Tous sortent, silencieusement. Elle vient à la fenêtre, écarte les rideaux,
regarde dans la nuit.

SCÈNE II
ANNA
C O M N E N A qui, sans avancer, se tient cachée à demi dans les
pli s du damas, furtive.

,A la même porte par où l’autre est entrée, se présente

ANNA CO M N EN A , appelant tout bas sa fille qui semble absorbée.

Elena ! Elena !

(Entre les plis rouges, on ne voit que sa face

•énorme, gonflée, ravagée, sous une espèce de perruque blonde ; on ne

Elena! (Sa
Rien encore? (Sa fille lui fait signe que non, de
sans ouvrir les lèvres.) I l est l à ? Quelqu’un est avec

voit qu'une main grasse et pâle, où scintillent les bagues.)
fille se retourne.)

,1a tête,

�ACTE D E U X I È M E .

lui?

(La fille fait signe que non, de la tête.)

2G9

Quand

Cr o is-tu

que...
La parole meurt dans sa gorge, sa face blêmit; ses yeux, fixés vers
la porte obscure, se dilatent d’épouvante. Frappée de la terreur subite
qu’elle aperçoit sur le visage do sa mère, la Comnèna se retourne du
même côté. La mère disparaît.

SCÈNE I I I
CESARE BRONTE

est debout sur le seuil, chancelant, ne
se soutenant que par l’effort final de sa volonté, secoué d’un frisson
implacable. Sous ses grands sourcils ossus, au fond des orbites creu­

sées par la souffrance, les yeux brûlent, farouches. La salle parait
s’emplir de sa respiration rauque.
immobile, fixe, prête.

L A C O M N E NA

demeure

C E S AR E B R O N T E .

Pas encore... Je ne suis pas mort encore... Je ne suis
pas enseveli... Je vois, j ’entends, (il s’avance, chancelant à
chaque pas, s’appuyant aux sièges épars, tenant debout sa carcasse

Qu’est-ce que ta mère te deman­
dait? Elle n’était pas certaine? Elle s’est trompée dans
le calcul de l’heure? Dis-moi : à quel prix ma vie at-elle été mise? (Comme il continue de s’avancer, menaçant, la
femme recule.) Tu as peur?
par une énergie sauvage.)

LA C O MN È NA .

Oui, de la démence qui vous aveugle.
C E S AR E B R O N T E .

La peur! La peur! Ma vie a été mise à prix par la
peur. Je faisais encore trembler le cœur de quelqu’un.
J ’étais encore capable d’écraser quelqu’un, de le vider
comme une vessie, de le laisser pourrir au ruisseau...
La peur a trouvé son arme en une femme. Regardemoi dans les yeux! (La Comnèna a vu apparaître sur le seuil
de la porte, dans lo champ de l'ombre, un témoin, la religieuse, qui prie
avec ferveur. Au cri impérieux de Cesare Bronte, elle dresse la tête vers

�LA G L O I R E .

¿70

le moribond et

le regarde sans battre des paupières.) Donc, tu ne

nies pas.
Comme suffoqué, il s’abandonne sur un siège. Un tremblement con­
tinu agite son corps épuisé.
LA C O M N E N A , avec une sourde et volontaire douceur.

Votre esprit est bouleversé; vos paroles n’ont pas de
sens. Il y a là une âme qui prie, afin que Dieu vous
reçoive en sa miséricorde et vous délivre des pensées
qui vous troublent.
CESARE BRON TE.

Tu ne nies pas. Tu t’es vendue une fois encore; tu
as été une fois encore dans la main de ta mère la mar­
chandise infecte, l’objet de lucre, l’engin de trahison
et de mort. J ’ai vu sa face... Ah! mes yeux, avant de se
fermer, ont dû revoir cette grimace dégoûtante, ce
masque monstrueux de férocité et d’avarice, et celte
main, cette main qui a remué toutes les ordures du
monde et qui te tient comme on tient un fer rouge ou
une fausse clé ou un fruit vénéneux ou une drogue
excitante...
LA C O M N E N A , avec la même douceur sinistre.

Il y a là quelqu’un qui prie, afin que Dieu ait pitié
de vous et qu’en cette heure d’épreuve il vous rende
la lumière de la raison.
C ESA R E B R O N T E .

Quel prix avez-vous donc reçu? Êtes-vous prêtes à
partir? Vous a-t-on donné aussi un sauf-conduit pour
passer impunément, avec le trésor et avec l’opprobre,
à travers la canaille menaçante? Ou bien tu restes, toi,
et tu dresses ton lit dans le carrefour?
Le

feu trouble de sa passion sénile se rallume, lui dessèche la bouche.
LA C O M N E N A , dans la môme attitude, avec la môme voix.

On prie. Dieu ait pitié de vous et mette votre âme
en paix!

�ACTE D E U X I È M E .

271

C ESA R E B R O N T E .

Approche !
LA C O M N È N A .

Dieu vous pardonne et vous apaise, pour l’heure qui
n’est pas loin!
C ESARE B R O N T E .

Approche!
Il tend vers la femme ses deux mains agitées, comme pour la saisir,
avec rage.
LA C O M N ÈN A .

On prie;' on implore la paix pour vous, dans le
silence.
C ESA R E B R O N T E .

Tu restes? Dis : tu restes pour la débâcle? Tu te jettes
à l’aventure? A qui seras-tu, demain? A celui à qui tu
donnes ma vie pour le guérir de son tremblement? On
t’a vue entrer dans sa maison... Est-ce vrai? Est-ce
vrai? Réponds-moi !
Il est comme obsédé par la brutale imago charnelle. Sa voix s’étrangle
dans sa gorge aride ; ses mains se crispent.
LA CO M N È N A , se contenant toujours, mais déjà impatiente.

Dieu ait pitié de votre misère !
CESARE B R O N T E , obsédé.

C’est toi, toi qui as été l’horrible misère de mes der­
nières années, la plaie inavouable, le tourment secret,
le déshonneur et le remords de ma vieillesse, la souil­
lure de ma vie forte... On te traînait dans tous les
bourbiers du vice comme un appât; tu te cuisais dans
l’écume de toutes les corruptions; il n’y avait chose
vile ou désespérée que tu ne connusses, dans la lutte
journalière contre le besoin, dans la dissimulation de
la pauvreté, dans l’attente de la grosse proie; toi, là,
(je te revois!) pâle, impure, maléfique, vorace, brûlée
d’orgueil, chargée de vengeance, affamée de pouvoir

�272

LA G L O I R E .

et d’or... Des siècles de faste, de perfidie et de rapine
s’abîmaient en toi, sang de traîtres et d’usurpateurs,
engeance homicide. A tout ce que tu touchais, à tout
ce qu’étreignait ta chair infernale, il semblait que dût
s’ouvrir une plaie sans remède. Tu étais le dam, le
supplice, la perdition certaine ..
LA CO M N E N A , impatiente, exaspérée.

Assez! assez! Je ne veux plus entendre.
CESARE BRO N TE.

Et moi aveugle, et moi forcené, je me suis laissé
prendre à l’appât — quelle honte! quelle honte! — J ’ai
laissé rallumer par une semblable mixture mes vieilles
moelles de paysan...
LA C O M N È N A .

Assez! Je ne veux plus entendre! Que Dieu vous
scelle dans la bouche l’infamie! Il est temps pour vous
de penser à autre chose qu’à de vaines ardeurs... Ce
qu’il faut, c’est vous préparer à recevoir la paix. Au
lit! Au lit!
Avec un terrible effort le vieillard se remet sur pieds, livide,
envahi par une fureur de fauve.
CE S A R E B R O N T E .

Ah ! mais, auparavant, j ’aurai la force de t’étrangler
avec mes propres mains !
Les mains tondues pour empoigner, il fait le geste de se précipitee
sur la femme qui, féline et vigilante, bondit en arrière, s’échappe,
cherche dos yeux les obstacles épars où elle pourra trouver un abri.
La religieuse qui, dans l’ombre do la porte, témoin immobile et
angoissé, accompagnait de sa prière l’atroce querelle, accourt avec
un cri d’horreur.
LA R E L IG IE U S E .

Dieu voit! Dieu est présent! Dieu seul est juge!
Le vieillard chancelle, est sur le point de tomber par terre. La religieuse
le soutient, l’entoure do scs bras couleur de cendre.
CE S A R E B R O N T E .

Vis! vis! Un autre périra par toi!

�ACTE D E U X I È M E .

273

LA R E L IG IE U S E , humblement.

Dieu seul est juge. Dieu seul est maître de la vie et
de la mort. Prions le Seigneur pour qu’il nous ait en
Sa miséricorde, frère ! (Elle soutient le vieillard épuisé et haletant, l’aide à s’asseoir, essuie la sueur de ses tempes qui battent : elle
semble répandre sur cette brûlure le doux vent que font les grandes
ailes de sa cornette. La Comnèna, on se retirant devant la menace, a
touché le mur, s’est adossée à l’une des hautes consoles do marbre qui
supportent les bustes romains. Hors de la vue du vieillard qui lui tourne
la nuque, elle reste dans cette attitude, devenue marmoréenne, immo­
bile comme une cariatide.) Frère, prions le Seigneur pour
qu’il délivre notre âme attachée à la poussière. Sa
bénignité est éternelle, sa vérité est éternelle.
Le malade fait un effort pour aspirer l’air qui manque à sa poitrine
oppressée.
CESARE

BRONTE.

J ’ai soif, j ’ai soif.
La religieuse rentre dans la chambre obscure et on revient avec de l’eau.
LA

R E L IG IE U S E , humblement.

Disons au Seigneur : « J ’ai mangé la cendre comme
du pain et j’ai trempé ma boisson avec des larmes ».
Le malade boit l’eau, d’un trait; et il éprouve un soulagement.
CESA R E B R O N T E .

Soyez bénie!
LA R E L IG IE U S E , humblement.

Béni soit le Seigneur, qui donne l’eau à toutes les
soifs; car sa bénignité est éternelle.
C ESARE B R O N T E , oppressé.

Relevez ces rideaux, je vous prie. Laissez entrer l’air
frais; faites que je revoie le ciel! (L a religieuse écarte les
rideaux ; le grand ciel constellé apparaît.) Ah ! les étoiles,
comme alors!
LA R E L IG IE U S E , humblement.

La lumière est semée dans l’âme qui a confiance.
Par la fenêtre arrive un léger murmure. Do nouveau le malade s’agite
et s’irrite.

�214

LA G L O I R E .
CESARE BRON TE.

Il y a des gens qui attendent ma mort, en bas, dans
la rue? (il écoute.) A h ! encore le souffle humain qui me
gâte l’air, pour les dernières gorgées ! J ’ai trop manié
d’hommes... Pouah! Seul, seul, que ne puis-je mourir
seul! J ’ai prié, j ’ai supplié qu’on me portât dans un
pâturage, sur le rebord d’un fossé, au milieu des
broussailles, n’importe où, très loin, et qu’on m’aban­
donnât comme une vieille carcasse inutile. J ’aurais
attendu la mort en silence, couché tout de mon long
sur la terre, comme alors.
LA R E L IG IE U S E , humblement.

Ne t’indigne pas, frère, ne te courrouce pas. Confie-toi
dans le Seigneur, et il fera ce qui convient. Paix, paix.
CESARE

B R O N T E , s'apaisant, s’abandonnant à sa vision,
avec lenteur.

Alors, après la bataille... Pour trouver la paix, ma
sœur, il ne faut pas que je me souvienne d’autre chose...
Après la bataille, laissé pour mort sur le terrain, un
soir de printemps... Je reviens à moi, j ’ouvre les yeux :
un grand silence à l’entour ; sur moi, le ciel étoilé ; sous
moi, la glèbe abreuvée de mon sang, avec du blé qui
germe; et rien de plus, rien de plus; et les heures qui
passent, le temps infini qui s’écoule; et le battement
de mon cœur, qui semble le cœur de la terre; et la
mort, là, qui me regarde, mais sans me toucher; et
les heures qui passent, et les étoiles qui s’enfoncent,
et la rosée qui tombe sur moi comme sur un tronc
d’arbre, et l’aube qui naît, et mon cœur qui semble le
cœur de la terre, profond, oh! si profond... Avez-vous
entendu, ma sœur? Avez-vous entendu?
LA R E L IG IE U S E , humblement«

C’est ainsi que la lumière se lève dans les ténèbres
pour ceux qui sont terrassés.

�ACTE D E U X I È M E .
CESARE

BRONTE,

275

élevant la voix, la figure de plus en plus
altérée.

Un fils de la terre, qui a rendu à sa mère son sang
le meilleur... Un paysan, un vrai homme de la glèbe,
voilà ce que je suis : une force compacte, une tête
dure... Les miens ont pioché, labouré, semé, mois­
sonné, ont rendu à la mère leur vie en sueur, en bonne
sueur saine... Moi, j ’ai conduit la charrue. Quand j ’allai
vers mon destin, j ’avais les mains calleuses, la face
bronzée par le soleil, les dents polies par le pain noir.
(Sa figure s’altère davantage. Il semble voir devant lui une multitude
hostile. Il a l’accent et le geste du défi, la respiration tumultueuse,

Un fils de la terre qui a fourni sa tâche
fièrement, sincèrement, avec son cœur gaillard, avec
ses bras de bouvier... Moi, moi... me voici, le dernier,
le seul, contre votre peur qui s’arme d’une femme;
moi, seul, encore debout... (Par un effort surhumain, il
l’œil troublé.)

réussit à soulever encore une fois son grand corps osseux qui, dans la
véhémence du mouvement, paraît craquer comme le chêne sur le point
de se fendre.) ...

oui... capable de mourir debout... comme
il convient... de vous épouvanter encore par ma chute...

(Horrible, il chancelle comme le chêne sur le point de s'abattre.)

... moi... un fils de la terre... le dernier... seul...
Il s’écroule tout d’un coup sur le plancher, avec un fracas
LA R E L IG IE U S E , s’agenouillant.

Requiem, æternam dona ei, Domine...

de ruino.

�ACTE

TROISIÈME

Une galerie historiée do fresques. Dans les profondes embrasures
des fenêtres, il y a de petites vasques do porphyre, en forme de coupes,
où tremblent do courts jets d’eau. Le soleil entre par les vitres et joue
avec l'eau mobile. Le tremblement lumineux se reflète sur les histoires
païennes do la voûte et des murailles comme sur un beau jardin sus­
pendu. L ’impalpable réseau solaire enveloppe continuellement les per­
sonnes présentes, le contraste de ces hommes, dans le matin qui
s’écoule.

SCÈNE

P R E M IÈ R E

GIORDANO FAURO, SIGISMONDO
et V I T T O R E C O R E N Z I O

LEONI

G IO R D A N O F A U R O .

Vous avez vu sortir Claudio Messala?
S IG IS M O N D O L E O N I.

Le jeune monstre.
G IO R D A N O F A U R O .

Et vous l'avez regardé? Il a passé devant nous sans
hâte; et pourtant, il m’a donné l’idée d’un homme qui
se précipite violemment sur quelque chose. Il y avait
en lui l’indice de l’action : l’éclair de la nue chargée
d’orage.
V IT T O R E

C O R E N Z IO .

Il est extraordinaire, ce Messala.
G IO R D A N O F A U R O .

Certes, il est d’une espèce étrange. Son œil... As-tu
remarqué, Corenzio, la qualité de son œil? Je n ’ai

�ACTE T R O I S I È M E .

277

jamais vu un oeil plus attentif et plus vigilant : scruta­
teur infatigable! Mais il regarde une créature humaine
comme un objet ou comme un fait. Il semble que,
pour lui, le « prochain » n’existe pas. Il est vraiment
d’une espèce dangereuse. Voilà un homme destiné à
travailler, non sur le papier, mais sur la matière
vivante, sur la pulpe saignante. Je crois que Flamma
se prépare un formidable rival.
S IG IS M O N D O L E O N I.

Je le crois aussi. Tôt ou tard, Messala sera le con­
dottière d’une de ces bandes conquérantes qui vont
naître de la dissolution.
V IT T O R E C O R E N Z IO .

La Comnèna ne le dédaigne point.
S IG IS M O N D O L E O N I.

Rival en cela aussi?
G IO R D A N O

FAURO.

Oh, non! Messala me paraît à l’abri de toute séduc­
tion. Nulle haleine de femme ne ternira jamais son
acier. Il craint la rouille.
V IT T O R E

C O R E N Z IO .

Et pourtant...
G IO R D A N O

FAURO.

Non. Tu te trompes. La Comnèna ne se sert de lui
que comme d’un aiguillon contre Flamma, pour trou­
bler et pour exciter la volonté de l’autre qui hésite...
Ah! c’est une merveilleuse conductrice de passions
humaines!
V IT T O R E C O R E N Z IO .

En somme, la Comnèna est aujourd’hui l’arbitre des
destins. Incroyable!
S IG IS M O N D O L E O N I.

Elle annonce le règne de l’épée.

16

�LA G L O I R E .

278

V IT T O R E C O R E N Z IO .

Un lacet, un lacet !
G IO R D A N 0 F A U R O .

Elle a déjà dit qu’elle ne veut pour son cou que la
corde d’un arc, en souvenir de ce voluptueux Alessio III
qui fut étranglé à quinze ans. « Mais qui a un arc?
Qui a un arc? », a-t-elle dit encore, avec ce rire qui
fouette comme la grêle.
V IT T O R E C O R E N Z IO .

La façon dont elle a réussi, après la mort de Cesare
Bronte, à retourner si rapidement sa fortune, est
une chose inconcevable.
G IO R D A N O F A D R O .

Il n’est rien qu’elle ne sache oser ou souffrir; voilà
le secret. En elle, toute impulsion tend à se convertir
en un acte décisif et plein. Il y a, je crois, en elle un
état continu de tempête, d’où jaillissent à chaque ins­
tant des décharges électriques d’une énergie extrême,
qui vont frapper droit au but; et cela suscite en nous,
avant tout autre sentiment, de la stupeur.
V IT T O R E C O R E N Z IO .

Dont elle profite.
G IO R D A N O F A U R O .

D’une façon magistrale. La méthode qu'elle a observée
pour se produire sur la scène nouvelle, alors qu’elle
avait derrière soi le mystère tragique de cette mort,
dénote un art puissant et rare dont s’était perdu le
souvenir. Personne, à coup sûr, ne connaît mieux
qu’elle « comment les hommes se gagnent ou se per­
dent ». Machiavel serait fou de cette princesse byzan­
tine, te dis-je.
V IT T O R E

C O R E N Z IO .

Tu l’aimes trop comme une de tes créatures, Fauro,

�ACTE T R O ISIÈM E .

279

Tu es suspect. Ses inventions et ses altitudes te ravis­
sent. Mais cela n’empêche pas que son influence sur
Ruggero Flamma soit pernicieuse et qu’elle connaisse
mieux que toute autre chose comment se perdent les
hommes.
G IO R D A N O F A U R O .

Je ne sais, mon cher; je ne sais.
V IT T O R E C O R E N Z IO .

Et toi, Sigismondo, qu’en penses-tu?
S IG IS M O N D O

L E O N I.

L’homme qui se perd n’avait pas en lui-même la force
d’arriver à son but. Quand on possède cette force, on
va jusqu’au but, malgré toutes les embûches et tous
les obstacles. Tu m’as un peu l’air d’un mentor,
Corenzio !
G IO R D A N O

FAURO.

Le mentor du Feu, le mentor du Vent!
V IT T O R E C O R E N Z IO .

V im EX vi. Nous verrons bien.
G IO R D A N O F A U R O .

Nous verrons se révéler la nature d’un homme, ce
qu’il y a en lui de vrai, de sincère, d’irréductible :
l’instinct le plus profond, la faculté la plus énergique,
la passion la plus véhémente. La Comnèna ne se laisse
ni jouer ni déjouer. Elle estime, non les paroles, mais
les choses. Un homme faux ne résiste pas à son con­
tact. Elle incise, elle dissèque, elle met le cœur à nu.
V IT T O R E C O R E N Z IO .

Le fait est que Flamma a l’aspect d’un homme tor­
turé.
G IO R D A N O

FAURO.

Non pas torturé, mais hésitant. Il est au croisement
de la route.

�280

LA G LO IRE.
S IG IS M O N D O

L E O N I.

Le moment est étrange. C’est comme une pause
inattendue. Chacun semble stupéfait de la facilité et
de la rapidité avec laquelle a été détruite la vieille
machine coercitive. Bien des gens éprouvent comme
un vague regret involontaire, par l’habitude des mou­
vements que cette machine imprimait à la vie com­
mune.
V IT T O R E C O R E N Z IO .

La secousse n’a pas été assez forte.
G IO R D A N O F A Ü R O .

C’est pour cela que Flamma voyait le salut dans la
nécessité de la guerre, de la lutte pour l'existence.
S IG IS M O N D O

L E O N I.

Mais les Guelfes temporisent. La captivité de Baby­
lone durera encore. Les architectes de la République
restaurent le palais d’Avignon!
V IT T O R E C O R E N Z IO .

Tu verras que la Comnèna proposera d’installer au
Vatican un antipape, afin de renouveler le Schisme
d’Occident.
G IO R D A N O F A U R O .

Et pourquoi non ? L’idée est magnifique ; mais
trouvez-moi le Vicaire du nouveau Dieu. Trouvezmoi l’esprit « capable de contraindre les étoiles à
tourner autour de lui », dirait Flamma. Toute la
matière humaine, mon cher Leoni, n’a jamais autant
qu’aujourd’hui ressemblé à ton argile. Elle supplie :
* Modelez-moi à l’image du Bonheur ». Et ceux qu’elle
supplie la rejettent dans les formules.
V IT T O R E C O R E N Z IO .

Qui saura jamais se soustraire au pouvoir des for­
mules? C’est un pouvoir ensorceleur, comme celui des
petits cercles tracés par la verge de Merlin.

�ACTE T R O I S I È M E .

281

G IO R D A N 0 F A U R O .

Ensorceleur, c’est le mot! Regardez Flamma, qui
s’annonçait comme l’homme de la vie et qui com­
mence à devenir l’homme des formules!
S IG IS M O N D O L E O N I.

Il semble que Flamma se laisse imposer les for­
mules et s’apaise en elles; mais je crois, moi, qu’il
vise à s’en servir comme d’un instrument d’abolition
et non de constitution, de salut et non de gouverne­
ment. L’argile dont tu parles a encore besoin d’être
manipulée, pour que certains noyaux restés durs et
résistants se dissolvent. D’autre part, il n’était pas
possible de refuser sans péril aux hommes de la glèbe
l’investiture promise. Tout le soulèvement des cam­
pagnes s’est accompli sur le mot de Marco Agrate :
c La terre appartient aux agriculteurs ». Les envoyés
des Fédérations rurales viennent pour rétablir cette
sorte de Lex Sempronia, et Marco Agrate est leur
Gracchus.
V IT T O R E C O R E N Z IO .

Du reste, Fauro, la suprématie des campagnes serait
juste, maintenant. Alors que toutes les classes sont en
décadence, le paysan, — fort, sain, rude, sobre, tenace,
— n’est-il pas aujourd’hui le meilleur? Puisqu’il est le
meilleur, c’est lui qui devrait régner; son règne serait
juste. Telle est la pensée de Flamma.
G IO R D A N O F A U R O .

0 rois brûlés par le hâle, assainissez le marais pes­
tilentiel!
S IG IS M O N D O

L E O N I.

La cérémonie de demain matin aura un souffle de
solennité antique, une grave empreinte de romanité.
Il faut louer Flamma pour son culte du grand souvenir
et pour son amour des Fêtes humaines.
16.

�282

LA G L O IR E .
G IO R D A N 0 F A U R O .

A h ! certes, il saurait ennoblir la vie. Cet homme
public n’a pas oublié que la vie italienne fut l’orne­
ment du monde! Il a le sens de la dignité latine, l’ins­
tinct de notre génie original. N’est-ce point cela qui
nous a attirés vers lui? Son mérite consiste en ce
qu’il a entrepris de réveiller partout un tel sens, un
tel instinct... Il est incroyable, n’est-ce pas? qu’une si
grande révolution ait pu s’accomplir sans destructions
barbares sur les cités belles. Nous voici dans le salon
d’un palais confisqué, où les mythologies demeurent
intactes sur les vieilles murailles et où l’eau chante
dans le porphyre comme au temps de Paul III... Il y a
encore moyen de vivre en liesse... Ah! s’il était assez
sage pour suivre l’enseignement des choses, au-dessus
de toute imitation, en dépit des formules étrangères!
S IG IS M O N D O L E O N I.

Il cherche, il essaie, il expérimente. Crois-tu facile
de ramener au rythme de joie une vie attristée par un
régime uniforme de sujétions et de mensonges?
V IT T O RE C O R E N Z I0 .

* Que sur l’Italie une et multiple souffle de nouveau
l’esprit des antiques libertés communales », a-t-il dit.
G IO R D A N O

FAURO.

Justement. Vous rappelez-vous son discours sur la
floraison des Communes? Et cet autre sur les Répu­
bliques? Quand les vertus actives d’un peuple, la
variété des œuvres, la sagesse des institutions, la
prédominance des Meilleurs, la ferveur de la passion
civique, l’empreinte de l’homme sur la chose, l’outil
devenu vivant, les pierres assemblées par un décret de
gloire, la puissance publique exprimée par l’édifice,
la cité sculptée comme une statue, toute cette grande
concorde discordante qui constituait l’état libre, quand

�ACTE T R O I S I È M E .

283

toutes ces choses ont-elles jamais eu un démonstrateur
plus efficace et plus ardent?
SI GISMONDO LEONI.

S’il a vu, il opérera selon sa vision. Tu demandes le
miracle!
G IO R D A N 0 F A U R O .

La seule chose que je demande, te dis-je, c’est qu’il
serve la vie, — la vraie, la grande, tu m ’entends bien !
— et n’importe de quelle façon; même, s’il le faut, en
perpétuant cette dictature que les Comices lui ont
conférée pour six mois, à la romaine, reipublicæ consti­
tuendæ causa!
VITTORE

CORENZIO.

C’est à la romaine aussi, sans doute, qu’il parlera
demain au Capitole, en transmettant la propriété de
la terre aux Envoyés des Fédérations rurales. Nous
l’entendrons.
G IO R D A N O F A U R O .

Il est temps, mes amis, de fermer désormais les
écluses de l’éloquence.
S IG IS M O N D O L E O N I.

Le spectacle, Fauro, ne sera pas sans grandeur. Les
Envoyés sont environ deux mille, de toutes les pro­
vinces, de tous les sangs, choisis parmi les plus
robustes exemplaires de notre race. Je les ai vus hier
matin aux thermes de Caracalla, réunis en assemblée.
Marco Agrate les haranguait. Ils m’ont paru admirables
dans ce lieu, avec leur tranquillité puissante et libre,
entre ces murailles colossales. Us avaient l’aspect de
conquérants apaisés, venus pour recevoir la propriété
de la terre, tranquilles, confiants, au nom de Rome.
Tu les verras. Chacun a dans les yeux sa montagne,
sa plaine, son fleuve, ses forêts...

�234

LA G LO IRE.
V IT T O R E C O R E N Z IO .

Il y en a qui ont semé le seigle sur le flanc des
Alpes; il y en a qui ont moissonné le froment dans la
Conque d’or; il y en a qui ont planté la vigne autour
du Vésuve; il y en a qui ont broyé le chanvre dans la
vallée du Pô; il y en a qui ont récolté les olives sur les
collines toscanes; il y en a qui...
Le dénombrement dos agriculteurs est interrompu par la subite arrivée
de celui qui apporte la triste nouvelle.

SCÈNE II
DECIO NERVA,

FULVIO

BANDINI,

un groupe de

P A R T I S A N S qui vocifèrent en tumulte.
P L U S IE U R S .

est Fiamma? O ù est Fiamma? Fauro, Leoni,
L’avez-vous vu? O ù est-il? L’avez-vous vu sortir? Est-il
encore ici? O ù est-il? Nous le cherchons. Il faut le
trouver.
Où

S IG IS M O N D O L E O N I.

Qu’est-ce qui arrive?
V IT T O R E C O R E N Z IO .

Que lui voulez-vous?
G IO R D A N O F A U R O .

Nous l’attendons. Qu’est-ce qui arrive? Dites!
D E C IO N E R V A .

Une rixe a éclaté aux Thermes, entre une partie du
peuple et les ruraux. La rixe paraît avoir été provo­
quée à dessein. C’est un coup de main fait par Claudio
Messala. Ses hommes tirent sur les gens des cam­
pagnes... Ils ont cerné les Thermes; plusieurs sont
montés sur les murailles et font feu dans la masse, à

�ACTE T R O I S I È M E .

285

l’aveugle. On dit que Marco Agrate est blessé. Peutêtre, à cette heure, n’en reste-t-il pas un seul vivant.
F U L V IO

B A N D IN I.

Les campagnards étaient sans armes. Aux premiers
coups inattendus, ils ont été pris de panique. Sur le
seuil des portes, ils rencontraient les canons des fusils.
Horribles hurlements. La fureur des taureaux. Les
corps s’amoncelaient sur la mosaïque...
Q U E L Q U ’UN.

On s’en faisait une défense. J ’ai vu un homme
s’enfoncer sous un des monceaux, y disparaître comme
dans une tanière.
UN A U T RE .

Un autre, adossé à la muraille, tenait droit devant
lui un cadavre, s’en faisait un bouclier contre les
balles.
UN A U T RE .

Un groupe s’était massé sur les ruines et lançait
désespérément les morceaux de marbre comme des
pierres de fronde.
UN A U T RE .

J ’en ai vu un qui soulevait un chapiteau comme une
botte de feuillage.
UN A U T R E .

Et le colosse?
UN A U T R E .

Et le colosse? l’Hercule ombrien?
UN A U T RE .

Cet homme de Bettona,
UN AUTRE.

celui qui surpassait de trois empans les deux mille
autres,

�286

LA G LO IR E .
UN A U T R E ,

beau, de bronze, avec les yeux verts,
U N A U T RE .

celui qui terrassait le bœuf d’un seul coup, en
prenant par les cornes,
UN AUTRE,

qui soulevait les meules de moulin,
UN A U T R E .

qui devait porter sur ses épaules la charrue
Capitole,
UN A U T R E .

l'Hercule ombrien,
UN A U T RE ,

qui souriait, souriait, le long des rues,
UN A U T RE .

avec une brindille d’olivier derrière l’oreille,
UN A U T RE .

qui souriait toujours...
S IG IS M 0 N D 0 L E O N I.

Oui, oui, je l’ai vu, je le vois. Eh bien?
D E C IO N E R V A .

Le seul qui soit mort vengé.
F U L V IO

B A N D IN I.

Il a retrouvé sa massue.
D E C IO

NERVA.

Un bras de marbre, parmi les décombres.
F U L V IO

B A N D IN I.

Un bras d’empereur!
D E C IO N E R V A .

Une arme terrible à son poing.

�AC T E T R O I S I È M E .
F U L V IO

287

B A N D IN I.

Et i1 s’est précipité dans le cercle du feu avec un tel
élan qu’il a réussi à le forcer, à le rompre, à passer
outre, dans la masse du peuple, écrasant des tètes...
D E C IO N E R V A .

Devant lui, la panique.
F U L V IO

B A N D IN I.

Autour de lui, pendant quelques secondes, le large,
le vide.
q u e l q u ’u n

.

Tous criaient; lui, silencieux,
UN a u t r e .

sanglant, blessé en plusieurs endroits...
UN A U TRE.

Une balle dans la nuque l’abattit.
UN A U T RE .

Il tomba lourdement par terre, sur le ventre.
UN A U T R E .

Il avait encore derrière l’oreille sa brindille d’oli­
vier...
UN AU TRE.

Le bras de la statue s’est cassé en deux,
D E C IO

NERVA.

tout rouge, après avoir tué...
q u e l q u ’u n

.

Peut-être dix hommes du peuple.
UN A U T R E .

Peut-être davantage.
UN A U T RE .

Une femme aussi.
F U L V IO B A N D IN I.

Alors le peuple s’est remis en fureur, s’est emparé
du corps, le traîne maintenant sur la Voie Appienne.

�LA G L O I R E .

2S8

D E C IO N E R V A .

Il approuve le massacre; il acclame Claudio Messala;
il maudit les paysans, menace de représailles... Dans
un moment, toute la ville sera soulevée.
F U L V IO

B A N D IN I.

11 y a des meneurs qui attisent les jalousies et les
convoitises, perfidement. « Le paysan qui devient
maître, qui s’attribue la meilleure part, qui demain
pourra nous affamer... » La fête se change en récrimi­
nations atroces. Toutes les haines fermentent. La lie
remonte à la surface.
D E C IO

NERVA.

Par l’œuvre de qui?
P L U S IE U R S .

.

A qui la faute? A qui là faute?
F U L V IO B A N D IN I.

A Messala?
D E C IO

NERVA.

Il a donc joué sa tète?
G IO R D A N O F A U R O .

Mais était-il présent? L’avez-vous vu?
F U L V IO B A N D IN I.

Non, personne ne l’a vu.
G IO R D A N O F A U R O .

Nous l’avons vu passer, nous. Il sortait de la porte
que vous savez. Il ne s’est pas arrêté. Il n’a pas dit un
mot.
D E C IO

NERVA.

De cette porte-là. Par conséquent...
E R C O L E F IE S C H I, survenant avec impétuosité.

Où est Fiamma? Retenu prisonnier, peut-être? La
trahison est chez lui. La Comnèna conspire avec Claudio

�ACTE T R O I S I È M E .

289

Messala. Ils étaient d’accord pour faire le coup. Un
coup prémédité. On est certain que des armes ont été
distribuées pendant la nuit. D’autre sang coulera, le
nôtre peut-être.
G IO R D A N O F A U R O .

Du calme! Du calme!
S IG IS M O N D O L E O N I.

Attendons Flamma.
P L U S IE U R S .

Violence pour violence.
q u e l q u ’u n

.

L’Impératrice au Tibre!

SCÈNE I I I
Une porte s’ouvre et tout à coup apparaît la Comnèna, intrépide. Sur sa
poitrine resplendit la petite tête de Méduse, comme sur une cuirasse;
et le casque bleu-noir de ses cheveux massifs donne à son hermétique
visage une grâce guerrière.
LA C O M N È N A , hardiment.

On Crie, ici? Qui a crié?

(Tous pendant une seconde, restent
interdits; puis, par un mouvement instinctif, ils reculent un peu, se
rapprochent, reforment leur troupeau. Giordano Fauro, Sigismondo
Leoni et Vittore Corenzio se retirent à l’écart, dans l’embrasure d’une
fenêtre, près de la petite vasque où l’eau miroite et scintille.) J ’ai
entendu mon nom. (Un moment de silence et d’hésitation.) Si
quelqu’un veut parler, qu’il parle. Je le lui permets.
ERG O LE F 1E SC H I, pâle, d’une voix altérée.

C’est moi qui ai prononcé votre nom, pour vous
accuser.
LA C O M N E N A , avec un air de suprême dédain.

Pour m’accuser? De quoi? Vous? Fauro, qui est cet
homme?
Un sourd murmure court dans le troupeau.

17

�LA G L O I R E .

290

ERCOLE

F IE S C H I.

Peu importe qui je suis. Je suis une voix libre; et je
vous accuse du crime qui a été commis, de la hon­
teuse trahison qui a été accomplie contre des hôtes
sans armes, je ne sais pour quel sinistre dessein...
La Comnôna fait le geste de lui tourner le dos. La colère éclate. Tous
ces hommes se tendent vers la femme qui les méprise, exhalent la
rancune longtemps couvée, s’excitent à l’outrage, rauques, pâles,
mauvais.
q u e l q u ’u n

.

Que le sang retomba sur vous!
UN

AUTRE.

Que le sang vous étouffe!
P L U S IE U R S .

Quelle honte ! Quelle honte !
d ’a u t r e s

.

Toutes les infamies!
q u e l q u ’u n

.

Souvenez-vous de la guerre!
UN A U T R E .

Des fournitures!
D E C IO

NERVA.

Vous avez trafiqué sur la chair des soldats qui
allaient au massacre!
FU L V IO

B A N D IN I.

Vous avez volé le pain à ceux qui mouraient de faim
sous la tente!
G IO R D A N O

F A U R O , s'élançant.

Taisez-vous! Taisez-vous! Contre une femme!
q u e l q u ’u n .

Vous avez spéculé sur la défaite, sur la fuite, sur la
panique,
UN A U T R E ,

sur les affres des blessés,

�ACTE T R O I S I È M E .

291

D E C IO N E R V A .

sur la tristesse des maladies, sur les horreurs de la
mort lointaine,
F U L V IO

B A N D IN I.

sur notre angoisse, sur le deuil de la patrie !
E R C O L E F1E SC H I.

Vous avez tiré votre or des voitures d’ambulance,
du fond des hôpitaux infects!
q u e l q u ’u n

.

Vous avez protégé le dol et le larcin!
UN A U T RE .

Vous avez couvert toutes les fraudes!
UN A U T R E .

Vous avez prêté la main aux faussaires!
UN A U T R E .

Vous avez forniqué avec les voleurs!
P L U S IE U R S .

C’est vrai, c’est vrai! Quelle honte!
d ’a u t r e s .

Rappelez-vous! Rappelez-vous!
g io r d a n o

fauro

.

Arrière! Silence! C’est vil, ce que vous faites là;
c’est vil.
D E C IO

NERVA.

Les vaisseaux chargés de pourriture, pour les mal­
heureux qui se faisaient tuer sur les sables 1
p l u s ie u r s

.

Rappelez-vous !
E R C O L E F IE S C H I.

La fleur de notre force conduite au sacrifice pour
ouvrir un débouché à toutes les marchandises avariées
qui encombraient les magasins de vos clients...

�292

LA G L O I R E .
P L U S IE U R S .

C’est vrai, c’est vrai! Rappelez-vous 1
d ’a u t r e s

.

Quelle honte! Quelle honte!
E R C O L E F IE S C H I.

... pour redorer votre trône et votre alcôve, pour
vous venger des années de misère, pour payer le fard,
les teintures, les cantharides et les amants d’une
harpie décrépite 1
G IO R D A N O

FAURO.

C’est ignoble, ce que vous dites, Fieschi !
P L U S IE U R S .

C’est vrai ! C’est vrai !
d ’a u t r e s

.

A Byzance ! A Byzance!
d ’a u t r e s .

A Trébizonde!
d ’a u t r e s

.

Au Tibre!
q u e l q u ’u n

.

Que le sang vous étouffe!
un

autre.

Celui d’alors et celui d ’aujourd’hui!
p l u s ie u r s

.

Hors d’ici! hors d’ici!
d ’a u t r e s .

Un balai! Un balai!
d ’a u t r e s .

Hors d’ici! Il n’est que temps!
q u e l q u ’u n

A

l’égoût !

.

'

�ACTE T R O IS IÈ M E .

293

UN A U T RE .

Enjôleuse de vieux!
UN A U T R E .

Empoisonneuse de vieux!
Le troupeau crie, tendu vers elle, féroce, pareil à une meute de chiens­
G IO R D A N O F A Ü R O .

Arrière, brutes ! Arrière !
La Comnèna reste où elle était, sans la plus légère vacillation, silen­
cieuse et rigide, la tête haute, avec une immuable expression de mépris
et de défi dans la bouche et dans les yeux.

SCÈNE IV
Entre soudain R U G G E R O F L A M M A . Le troupeau recule
et se tait. Pendant quelques instants, dans le silence imprévu, on
n’entend que le halètement de la colère réprimée et le faible bruit des
jets d’eau.
RUGGERO

FLAM M A, d’une voix glaciale, après avoir fait peser
sur ces hommes son regard le plus dur.

Qu’est cela?
LA C O M N È N A .

Une révolte d’esclaves.
RUGGERO

FLAM M A, durement.

C’est bien. Je

VOUS chasse. (Les hommes ne bougent pas,
saisis de cette espèce de stupeur qui suit l’excès de la violence bes­

tiale.) Je vous chasse.
Sous le heurt répété de cette volonté à laquelle ils ont obéi toujours,
ils s'ébranlent. Les plus voisins de la porte se retournent pour sortir,
silencieux et farouches.
ERCOLE

F IE S C H I, avec un tremblement de douleur
et de menace dans la voix.

Pense bien à ce que tu fais, Ruggero Flamma, pour
n’avoir pas à t’en repentir. Prends garde!

�LA G L O I R E .

294

R UGGERO

FLAMMA.

Je

VOUS chasse. (Ercole Fieschi tend vers lu i sa m a in ouverte
comme s’il promettait; puis, il se retourne pour sortir avec les silen­
cieux. Giordano Fauro, resté &amp; l ’écart, Vittore Corenzio et Sigismondo
Leoni, encore dans l'embrasure de la fenêtre, sont hésitants. Ruggero
F la m m a les congédie par un salut.)

Adieu, mes amis. Le dé

est jeté!
G IO RD A N O

FAURO.

II est midi, Flamma : une heure bonne pour le cou­
rage de l’homme.
Il sort avec ses compagnons. La Comnèna s'illumine d’un sourire
fugitif, mais infiniment profond, tandis qu’elle recueille dans son cœur
toute la joie fatale de cette seconde où s’est déterminé le destin.
LA

C O M N E N A , sauvage et ardente.

Ah! cela me rassasie! Tu te montres enfin ce que tu
es : le maître. Les as-tu vus? As-tu vu comme ils se
taisaient, quand tu les regardais? Leur force vaine les
abandonnait comme la fumée abandonne les tisons
qui s’éteignent. Devant toi, ils n’étaient que des
esclaves. Ils ne pouvaient qu’obéir : ils ont obéi.
Ruggero Flamma est attentif à la nouvelle nécessité qui se dresse
devant lui, à l’entrepriso sanglante qui lui est imposée. La tension de
son esprit est si grande qu’on voit trembler les muscles de son visage.
R UGGERO

FLAMMA.

Tu fais violence à ma fortune; tu es implacable, tu
n’accordes pas de trêve. Tu vas au-devant de toutes les
choses inconnues et terribles comme si elles t’étaient
fam ilières. En vérité, le risque est un dogue qui a
mangé dans ta main. Tu l’as dit. Tu n ’as pas peur
d ’être dévorée...
LA

COMNÈNA.

Oui, je me le rappelle. Et que toi aussi tu te le rap­
pelles, cela me plaît. Quand je l’ai dit, l’ombre était
autour de nous, et l’odeur de la fièvre, là-haut, dans fa
maison, dans la grande salle nue; sur nos visages

�ACTE T R O I S I È M E .

295

passait le souffle de Rome; tu ne savais plus attendre,
et ma volonté t’appartenait comme ton bras t’appar­
tient, pour frapper, pour frapper... Tu n’hésitas pas.
RUGGERO

FLAM M A, assombri.

Afin de me stimuler, tu t’armes d’un spectre !
LA CO M N ÈNA .

Je m’arme de mon amour. Je suis la flèche pour ton
arc. Décoche-moi au but.
R U G G E R O FLAM M A.

Même si je tendais mon arc jusqu’à le briser, je
n’atteindrais pas le but auquel tu aspires. Ton désir
va toujours plus loin, par delà toutes les limites...
LA C O M N ÈN A .

Le tien a-t-il donc une limite? Renoncerais-tu à
quelque chose? Dis-le-moi, pour que je sache si tu
commences à t’éteindre.
RUGG ERO

FLAM M A.

Non, je ne m’éteins pas.
LA C O M N È N A .

Je le sais. Tu veux tout. Tu es prêt à toi-mème et à
moi. Tu ne succombes pas à ta victoire.
Tandis qu’elle trouble et attise ainsi l’orgueil viril, elle a le flamboyant
visage d’un beau démon.
RUGGERO

FLAM M A.

Prêt encore à détruire, voilà ce que tu me fais.
LA C O M N ÈN A .

Non; prêt à affirmer.
R U G G E R O FLA M M A .

Mais le sang baigne de nouveau les ruines; et c’est
un sang généreux, enrichi par le soleil, purifié par le
vent...
LA C O M N È N A .

Les fils de la terre I

�LA G L O I U E .

296

RUGGERO

FLAM M A.

Les meilleurs, les meilleurs!
LA C O M N ÈN A .

Ton ennemi avait guidé la charrue.
RU GGERO

FLAM M A.

Je ne l’ai jamais méprisé.
LA C O M N È N A .

Il te méprisait, lui. Il te savait d’une autre espèce.
RUGGERO

FLA M M A , blessé au fond do l’âme.

Est-ce qu’on méprise un vainqueur?
LA C O M N È N A , impitoyable.

Tu ne l ’avais pas encore vaincu.
RUGGERO

FLAM M A.

J ’étais sur le point de l’abattre.
LA C O M N È N A .

Ce qui l’a abattu, ce ne sont point tes forces, à toi.
RU GG ERO

FLAMMA.

Tu le déterres?
LA C O M N È N A .

Non; je te rappelle que ta victoire fut facile, et que
tu en dois une plus grande à moi et à toi-même. En
avant! En avant! Je ne sais pas attendre...
ROGGERO

FLAMMA.

Crois-tu que je recule?
LA C O M N È N A .

Tu ne recules pas, tu t’arrêtes. Quand on s’arrête on
est perdu.
RUGGERO

FLAM M A.

Le champ est déblayé, et il m ’appartient.
LA C O M N È N A .

Tu te trompes. Ton œil s’obscurcirait-il? Ne

�ACTE T R O I S I E M E .

29T

rcherait-il plus, ne découvrirait-t-il plus l'ennemi?
e
h
Chercher toujours l’ennemi, tel est ton devoir.
R U G G E R O FLAM M A.

Je le vois, puisque aujourd’hui c’est toi-même qui
me l’as créé.
LA C O M N È N A .

Je ne te l’ai pas créé. Il était là, avec sa vengeance
occulte. Je le provoque, pour que tu l’affrontes. La
plus sauvage des luttes est préférable à cette sorte de
pause circonspecte et irrésolue où tu t’affaiblissais.
R U G G E R O FLAM M A.

La pause pendant laquelle on examine, on médite,
on se prépare à reconstruire...
LA C O M N È N A .

Sur la fange, sur la nuée, sur l’abîme?
R U G G E R O FLAM M A.

Non ; sur la terre profonde.
LA C O M N È N A .

Par un sortilège?
R U G G E R O FLAM M A.

Par la foi.
LA C O M N ÈN A .

La foi en qui?
RUGGERO

FLAMMA.

En la vérité et en la puissance de mon idée.
LA C O M N È N A .

« En moi-même! » devais-tu répondre. C’est en toi
que tu dois avoir foi : en tes nerfs, en tes os, en tes
artères, en ton courage, en ta passion, en ta dureté,
en ton avidité, en toute ta substance, en toutes les
armes que la nature t’a données pour combattre, pour
surpasser les autres, pour n’avoir pas d’égaux, pour
être le premier, le maître, le seul. Es-tu le maître?
17.

�298

LA G L O I K E .
RUGGERO

FLAM M A.

Peut-être.
LA CO M N È N A .

Un mot que tu devrais ne connaître pas! Es-tu le
seul? Comment veux-tu créer, si tu n’es pas seul? Seul,
avec tes deux mains et avec ton souffle, sur une cime
où les singes ne viennent pas s’entremettre dans ton
œuvre. Conquiers la cime, pour créer — ou pour être
foudroyé.
RDGGERO

FLAM M A.

Je veux la conquérir.
LA C O M N È N A .

Avec toute ton énergie, sans t’arrêter, sans te retour­
ner en arrière. Derrière toi, il n’y a plus d’issue. Devant
toi, tu as ton dernier sommet. Ou tu l'atteins, ou tu
es perdu.
RDGGERO

FLAM M A, éclatant.

Tu me presses l’épée dans les reins; tu me donnes
l’anxiété qui suffoque... J ’ai le pied ferme pour gravir;
et tu fais inutilement couler le sang sous mes pas,
celui-là même qui m’est le plus sacré, celui d’un
homme que j ’aimais.
LA C O M N ÈN A .

De qui?
R U G G E R O FLA M M A .

De Marco Agrate. N’a-t-il pas été tué dans l’émeute?
LA C O M N È N A .

Un rival, non un frère.
RUGGERO

FLAM M A.

Un rival?
LA C O M N È N A .

Et puissant. La force des campagnes était dans son
poing, comme le nerf d’une armée.

�ACTE

TROISIÈME.

299

R U G G E R O FLAM M A.

Pour servir mon entreprise.
LA C O M N È N A .

Et demain, la sienne.
RUGGERO

FLAM M A.

Il était pur et fidèle. Je l’aimais.
LA CO M N ÈN A .

Tu ne dois aimer personne, excepté moi. Je suis la
seule qui t’aime. Aucun autre ne t’aime, parmi ceux qui
t’approchent. A leurs yeux, tu es coupable parce que
tu dépasses trop leur mesure. Ils ne te le pardonnent
pas, ne te le pardonneront jamais. Leur bassesse se
soulève contre toi pour une secrète vengeance. Tu les
as vus, alors qu’ils étaient contraints de t’obéir : ils
avaient des faces d’esclaves et de bourreaux.
RUGGERO

FLAMMA.

Demain, je les ressaisirai; je les traînerai de nou
veau derrière ma fortune.
LA C O M N È N A .

Oui, mais tu ne les tiendras point par l’amour; tu les
tiendras seulement par leurs passions brutales, par
leurs instincts les plus âcres, par la cupidité, par la
jalousie, par la peur; il faudra tomber sur les plus
redoutables et les prendre à la gorge; griser les autres
avec le vin falsifié qui les allume. Tu le sais, tu le sais.
Ils sont crédules, vains, féroces, voraces, assoiffés. Celui
qui exaspère leurs appétits et qui a l’art de les leurrer,
peut les lancer tète basse là où il lui plaît. Tu le sais.
Ce n’est pas ton idée qui est ton instrument. Il y a de
grandes pensées qui n’opèrent pas plus que la fumée
ou qu’une outre. Les forces avec lesquelles .tu d ois,
jouer et te battre sont les seules passions humaines,
que tu as faites libres en détruisant l’appareil qui le s

�LA G LO IRE.

300

comprimait. Ne lésine point avec elles, jusqu’au jour
plus où tu auras construit un autre appareil qui
agisse rudement encore.
R U G G E R O FLAMMA.

Ah! tu es jeune, Elena; mais ton âme est vieille
comme le monde! Toute la vieillesse du monde pèse
dans tes pensées. J ’avais rêvé une gloire plus neuve.
LA C O M N È N A .

Et ma pensée la plus profonde, tu ne la connais pas.
Elle a un poids que tu ne saurais porter : car, toi
aussi, tu es de ceux qui chancellent sous les rêves...
R U G G E R O FLAM M A.

Ne parle pas ainsi! Est-ce que j ’ai chancelé, naguère,
quand tu as fait peser à l’improviste sur moi tout ce
sang et toute cette haine?
LA C O M N È N A .

Il y a un homme, peut-être...
Elle s’interrompt à dessein.
R U G G E R O FLAMMA.

Il y a un homme?
LA C O M N ÈN A .

Parmi ceux que tu trouveras demain sur ta route,
parmi les fauves qui voudront te disputer la proie,
parmi les rivaux qui se préparent, il y a un homme,
peut-être, qui ne sait pas ce que c’est que de chan­
celer...
RU GGERO

FLAM M A.

Qui?
Il vibre comme une corde qui se tend; et son orgueil jaloux creuse et
emplit d'ombre le sillon violent qu’il porto à la racine du nez.
LA C O M N ÈN A .

Claudio Messala.
RUGGERO

FLAM M A, dédaigneusement.

Il ne me regarde jamais dans les yeux.

�ACTE

TROISIÈME.

301

LA C O M N È N A .

Il te regardera dans les yeux le jour où il pourra
venir à ta rencontre pour te dire : » Ou toi, ou moi. »
RU GG ERO

FLAMMA, cédant à sa première impulsion.

Avant ce jour-là, ses yeux seront aveugles.
LA C O M N ÈN A .

S’il a consenti au coup de main, c’était seulement
parce qu’il connaissait les humeurs en train de s’insi­
nuer parmi la canaille et savait que cette action lui
gagnerait la faveur populaire. Il a été acclamé dans
les rues. Il profite de tout. Il est foudroyant. Tout len­
demain peut lui appartenir.
RUGGERO

FLAMMA.

Il a commis une erreur. Il la payera.
LA C O M N È N A .

Quant à cela, je suis obligée de le défendre.
RUGGERO

FLAM M A.

Tu veux le défendre?
LA C O M N È N A .

Lorsqu’il a osé, il savait que mon audace couvrirait
la sienne. Il a ma parole.
R U G G E R O F LA M M A .

Contre moi?
LA C O M N È N A .

Tu trouveras un autre prétexte pour le frapper, une
autre heure.
RU GG ERO

FLA M M A , furieux d’orgueil jaloux.

Ma volonté a toujours choisi son heure et ne connaît
pas d’ajournements. Toi-même, t u ne saurais lui barrer­
le chemin. Elle passe par-dessus tout...
LA C O M N È N A , rayonnante.

Ah! te voilà donc le maître, tel que tu dois-être !

�LA G L O I R E .

302

C’est cela qui me rassasie. « Elle passe par-dessus
tout. » Tu es de ma race. Nous trouverons notre
empire au delà de toutes les limites, nous deux, seuls.
A nous appartiendra tout ce qui est défendu, tout ce
qu’il y a de plus difficile et de plus lointain. Recon­
nais-tu maintenant ta destinée? Il est midi : l’heure
de la grande lumière. La reconnais-tu?
R U G G E R O FLA M M A , éperdument.

Oui, je suis prêt. Tu auras ce que je t’ai promis,
tu auras plus encore, afin que tu sois rassasiée. Pour
toi, chaque jour, je tendrai ma vie vers les cibles que
jamais ne visa aucune espérance. Pour loi, chacune
de mes journées sera marquée d’une action puissante
où tu reconnaîtras l’espèce de mon âme comme dans
un sceau impérial. Tu seras rassasiée; ta joie jaillira
de toi en cris et en rires. Je te verrai jouir toute,
depuis la couronne jusqu’aux pieds, dans les palpita­
tions de ma guerre. Ton grand amour sans compas­
sion sera le soleil sur ma tête. Je n’aurai plus d ’ombre.
Je ne penserai pas à la mort...
Elle a posé sur les épaules de Flamma ses mains homicides, et elle
s’incline vers lui avec langueur. Tout à coup, d’un geste passionné, elle
lui enfonce les doigts dans les cheveux, sur les tempes, comme pour
l’embrasser ; et il se décolore, laisse aller sa tête en arrière.
LA C O M N E N A , comme enivrée, à voix basse, lentement.

Ah! ton courage qui chante! Ton sang est plein de
mélodie... N’as-tu pas en toi, maintenant, toute la
mélodie du monde? Nulle chose n’a autant de musique
que le courage qui s’élève. Je l’entends, je l’entends...
(Elle lui soutient la tête et l'effleure de son haleine. Une pause.)

Tu trembles?
RUGGERO

FLAMMA, d’une voix éteinte.

De toi...
Soudain, une voix forte arrive de la rue.

�ACTE T R O I S I È M E .
LA V O IX .

Fiamma!
Ruggero Fiamma tressaille ; il se détache d’elle, frémissant.
RUGGERO

FLAMMA.

Qui m’appelle?
LA v o ix .

Flamma!
LA CO M N ÈN A .

Une voix dans la rue.
RUGGERO

FLAM M A, allant vers la fenêtre pour regarder.

On dirait la voix d’Ercole Fieschi.
Il ouvre, avance la tête. La Comnèna est derrière lui. Le soleil
les inonde tous les deux; l’eau miroitante les sépare.
LA V O IX .

Flamma!
R U G G E R O FLAMMA.

Qui m’appelle?
LA voix.
Le cadavre de Marco Agrate est devant ta porte.

�ACTE QUATRIÈME
Une chambre faite pour la méditation, où les murs sont occupés tout
autour par de hautes bibliothèques en chêne que séparent l’une de
l’autre des bandes de tapisseries emblématiques et que surmonte une
frise de festons et do bucrànes. Dans le mur du fond, une baie carrée
mène à un vestibule formé par do larges verrières semblables à celles
d’un aquarium et ayant vue sur une terrasse ensoleillée. Un grand
rosier s’étale à l’extérieur contre les vitres, chargé d’innombrables roses
purpurines. La lumière du couchant passe à travers l’entrelacs des
fouilles et des fleurs, dévoilant par transparence avec une telle intensité
jusqu’aux plus petites épines et aux plus subtiles nervures, manifestant
leur harmonie native avec une telle plénitude, que tout le rosier ardent
— par opposition avec les formes intérieures de la chambre profonde
— acquiert une beauté presque surnaturelle, un aspect de miracle et
d’apparition.

SCÈNE P RE M IÈ R E
RUGGERO

FLAMMA

est debout, appuyé à

encombrée de papiers. D A N I E L E

une

table

S T E N O est assis un

peu à l’écart. U n JEUN E H OMME, entré par le vestibule,
se tient droit dans la baie lumineuse, ressortant sur le grand rosier
qui flamboie. Il regarde fixement lo Dictateur.
RUGGERO

FLAMMA, souriant.

Ainsi, tu viens de loin pour me révéler un secret...
LE J E U N E HOMME .

O ui, à toi seul.
R U G G E R O FLAMMA, souriant.

Un secret terrible?
LE J E U N E HOMME.

Tu verras.

�ACTE Q U A T R I È M E .

305

R U G G E R O FLAM M A, souriant.

On trame là-bas contre le monstre? Parle donc,
messager du vent.
LE JE U N E H O M M E.

Je parlerai à toi seul.
RUGGERO

FLA M M A , souriant.

Est-ce que tu me vois? Il semble que tu me regardes,
mais que tu ne me voies pas. Tu as les yeux hallu­
cinés.
LE JE U N E H OM M E.

Je te vois.
RUGGERO

FLAM M A, souriant.

Dis-la donc, ta parole, annonciateur imberbe I
LE JE U N E H OM M E.

A toi seul.
R U G G E R O FLAM M A, se retournant.

Sténo, veux-tu me laisser seul avec cet enfant mys­
térieux? (Soudain le jeune homme, saisissant le moment où le dic­
tateur se retourne, tire de dessous son vêtement un stylet et s'élance
contre lui pour le frapper. Daniele Steno, qui veillait, tombe sur lui
d’un bond, lui arrête le bras, lo désarme, le repousse. Ruggero Fiamma
reste à sa place, calme.)

Tu voulais me blesser?

LE JE U N E H O M M E, haletant.

Te tuer.
R U G G E R O FLAM M A.

Pourquoi?
LE

JE U N E H O M M E.

Parce qu’une voix m’a crié : « Va, et tue ! »
R U G G E R O FLAMMA.

Une voix rauque et qui sentait le vin?
LE JE U N E H O M M E.

Non, une voix pure.

�LA G L O I R E .

306

RU GG ERO

FLAM M A, souriant.

Venue de dessous terre, ou d’en haut?
I.E JE Û N E

H O M M E.

De partout.
RUGGERO

FLAM M A, souriant.

Tu es donc l’instrument de Dieu? Veux-tu boire? Tu
dois avoir soif. La fièvre te brûle.
LE JE U N E H O M M E.

Je ne bois pas de ton eau.
Ruggero Flamma s’approche de lui et le considère pendant quelques
secondes avec attention.
RU GGERO

FLAMMA.

Regarde-le, Daniele. C’est un lionceau. Il a une
bouche forte. Il doit être accoutumé à boire aux
sources des fleuves, (il fait le geste de poser une main sur
l’épaule de l’inconnu; mais celui-ci, tressaillant, se recule pour ne

Je ne te toucherai point. Va. Personne
te ne retiendra; tu es libre. Va, tu ne sais où. Daniele,
accompagne-le jusqu’à la porte, je te prie.
pas être touché.)

Le jeune homme disparaît rapidement, s'envole le long dos vitres.
Daniele Sténo le suit. Ruggero Flamma demeure quelques instants
absorbé, les yeux tournés vers le vestibule où le rosier, dans les
lueurs défaillantes du soir, commence à se décolorer. Puis il marche,
s’arrôte, voit reluire l’arme aiguë sur la table où l’a déposée son ami,
la prend et l'examine. Daniele Sténo rentre dans la chambre.
D A N IE L E ST EN O .

Il s’est éloigné à la course. Il était hors de lui. « Un
autre viendra », m ’a-t-il dit en partant, t J ’ai mille
frères. » C’est un forcené...
RUGGERO

FLAMMA.

Il a le délire de la puberté, la démence que donne
le miel sauvage. Sous quel aspect me voyaient ses
yeux? Il paraissait halluciné. Et toutes ces roses de feu
qui flamboyaient derrière sa tète... Les a-t-il vues?
S’il m’avait frappé, j ’aurais emporté avec moi dans

�ACTE Q U A T R I È M E .

307

l 'ombre une vision prophétique. Tu m’as enlevé à
une belle mort, Daniele. Je crois que, si tu ne l’avais
pas retenu, il aurait frappé juste. Te dois-je de la
reconnaissance?
D A N IE L E ST EN O .

Il importe que tu vives encore.
R U G G E R O FLAMMA.

Oui, mais non pas que je continue à vivre. Ce qui
importe, c’est que je recommence à vivre, si j ’en suis
capable. Crois-tu que, dans cet horrible labeur, mon
âme soit devenue opaque et obtuse? En ce puéril por­
teur de mort, il y avait pour moi je ne sais quelle
fascination. J ’avais rencontré plus d’une fois sur mon
chemin ces yeux pleins d'une inconscience et d’une
fatalité infinies. Il rôdait sans cesse aux environs,
ces derniers jours. J ’ai permis qu’il vînt jusqu’à moi...
Me comprendras-tu, Daniele, si je te dis que je sentais
en lui quelque chose comme une fraternité lointaine?
Il y a un instant, pour ne pas céder à l’élan de mon
cœur, j ’étais obligé de sourire et presque de railler.
A h ! il méritait la joie de me tuer, pour m’avoir révélé
en une seconde que la plus profonde racine de ma vie
est encore intacte et que je pourrais encore recommencer
à vivre : — moi, tel que tu me vois; moi qui ai déjà
donné mon fruit, qui désormais suis ouvert, qui semble
épuisé, vidé entièrement et désespéré! (il marche à tra­
vers la chambre, agité par une étrange ferveur.) Comprends-tu ?
La noblesse de la nature qui tout à coup se rallume,
en présence d’un enfant inconnu... L’âme héroïque est
seule capable de recommencer à vivre. Et, toi aussi,
tu dois avoir pensé de moi : « N’étant pas grand, il a
cherché la grandeur ». Toi aussi, tu m’as diminué.
D A N IE L E ST EN O .

Tes fidèles ont pensé de toi : « Grand, il a voulu

�LA G L O I R E .

308

envelopper sa grandeur en de vieux lambeaux de
pourpre et l’armer d’une vieille épée. »
RUGGERO

FLAM M A, attentif à sa vision.

Où est-il, maintenant? Où va-t-il? Si je pouvais le
suivre... Il va, il va le long des rues, à travers les
places, vers une hauteur. Toutes les pierres de Rome
sont imprégnées de lumière, à cette heure-ci. Toute la
ville resplendit d’elle-même et illumine le ciel. La gloire
passe sur les fronts des collines... Il va, il va, libre, seul,
peut-être avec le son de ma voix dans les oreilles, si
le bourdonnement de son sang lui permet d’entendre
encore quelque son. Il va vers une hauteur, pour y
respirer à pleine poitrine... Vers le Janicule? Vers
l’Aventin? Te souviens-tu, Daniele, te souviens-tu?
Nous montions en courant, essoufflés, anxieux, comme
si, à perdre cette minute de lumière suprême, nous
allions perdre un royaume. Je t’entraînais. J ’avais le
cœur aux dents... Te souviens-tu? Comme nous l’ai­
mâmes, comme elle nous sembla douce et terrible, la
beauté de Rome!
Il presse une main sur ses paupières et reste absorbé, comme pour
évoquer en lui-même la vision radieuse.
D A N IE L E ST EN O .

Rome! Nous nous agitons, nous changeons, nous
passons; mais Rome est immuable, impassible, éter­
nelle : née unique en un jour d ’avril, sans sœurs et
sans frères dans la suite des siècles. C’est une terrible
amante. Elle se nourrit avec les moelles des hommes
forts. Son embrassement est atroce comme la douleur.
Et elle est jalouse. Elle se venge de celui qui, après lui
avoir donné tout son amour, ose le lui reprendre.
RUGGERO

FLAM M A.

C’est vrai, c’est vrai. Je croyais que je pourrais l’em­
brasser, l’étreindre, lutter avec elle, me mêler à elle,

�ACTE Q U A T RIÈM E.

309

que j ’aurais la force de la féconder, que je serais un
battement nouveau dans sa vie lente... Et voilà déjà
que je suis une tombe entre ses mille tombes.
D A N IE L E ST EN O .

Elle se venge. C’est en elle seulement que tu devais
croire. Le soir même où fut résolue l’entreprise, làhaut, dans ta maison déserte, tu étais avec moi sur le
balcon et tu la regardais; et elle était devant nous,
ardente sous les étoiles, avec sa grande voix marine;
et tu répétas son nom, qui enivre le monde. Et je
sentis dans ton accent que déjà tu lui étais infidèle,
que déjà tu lui donnais une rivale... Te souviens-tu?
R U G G E R O FLAMMA.

Ce soir-là... Oh! non, je ne pensais pas, je ne croyais
pas, je ne savais pas... Une grande soif de gloire, une
grande anxiété, un immense désir de vivre toute la
vie... Et je ne pensais pas, je ne savais pas qu’elle
viendrait à moi, la tentatrice mortelle, avec ses dons
funèbres. Quand elle apparut sur le seuil, dépouillée
de toute réalité, inexistante comme une figure de ma
fièvre, véritablement inespérée et intangible, je sur­
sautai comme un homme qui dort, je lui parlai comme
un homme qui rêve, mais sans dire la parole que
pourrait dire un homme dont l’âme s’abîme en une
seconde.
D A N IE L E STENO

Ah ! un instrument d’esclavage et de mort imposé à
deux mains viriles qui étaient capables d’une œuvre
bien différente!
R U G G E R O FLAMMA

Elle a voulu rassasier son âme antique avec les
crimes des âges disparus; et moi, j ’ai servi son tyran­
nique désir comme si c’était le mien, éperdument; car
sa volonté est scellée sur ma volonté, entends-tu? et

�310

LA G L O I R E .

ma vie est enveloppée de sa vie comme le bûcher de
sa propre flamme.
D A N IE L E

STENO

Encore?
RU GG ERO

FLAMMA

Encore. Combien de créatures humaines n’ai-je pas
attirées, pénétrées, dominées, maniées des mille ma­
nières qu’invente un esprit intuitif parmi les con­
trastes infinis des idées et des passions? J ’ai vécu,
non dans les forêts, mais au milieu des hommes. Eh
bien, il n’y a rien qui soit si divers, si éloigné de
toutes ces communions-là, que le sentiment que j ’ai
de cette vie jointe à la mienne... Je ne sais pas, je
ne sais pas, non, jamais je ne saurai te dire... Quelque
chose d’inhumain et de monstrueux; une réalité dure,
précise, indubitable, puisqu’elle opère, tue, dévore,
dévaste; et, en même temps, un je ne sais quoi de
faux, d’artificiel, de factice, d’hallucinant; un air
irrespirable, et pourtant nécessaire à l’existence; le
sifflement continu d’un fléau invisible qui passerait
toujours et qui ne passerait jamais ; des gestes, des
paroles où revivent de sauvages multitudes, comme
tout le mouvement d’un océan est dans la petite onde
qui te lèche; tantôt, l’horreur de se sentir pétrifié peu
à peu par la face de la Gorgone; tantôt, la joie bar­
bare de celui qui, par un acte charnel, viole une loi,
un vœu sacré, le droit d’un peuple, le commandement
d’un dieu, quelque prohibition épouvantable; tantôt,
le supplice et les fureurs de celui qu’on enferma dans
le taureau de bronze rougi, afin que, par son mugis­
sement, le métal parût vivre... Jamais tu ne pourras
comprendre; tu te dis que je délire; tu me crois
malade...
Il a presque un transport de colère. Un mélange de frénésie et de luci­
dité se révèle dans sa manière d'être, dans son accent, comme si son
esprit passait par une succession de chocs et d'éclairs.

�ACTE Q U A T R I È M E .

311

D A N IE L E ST EN O .

Et ne l’es-tu pas?
RUGGERO

FLAMMA.

Écoute, écoute. Si, hors de ce tumulte, de cette lutte,
de cette rage, de la pourriture humaine, des choses
cruelles et stériles, de toute cette bourrasque suffocante,
elle sortait et passait un jour à travers une prairie, le
long d'une haie ou sur le rivage d’une mer calme...
Serait-ce possible, cela?... Sous quel aspect m’appa­
raîtrait-elle? La reconnaîtrais-je? J ’y songe continuel­
lement. Si je la faisais coucher sur la prairie et si je
comparais son visage, ses mains, le monde qui est
sous ses paupières, avec les herbes, avec les petites
fleurs, avec les insectes, avec les gouttes de rosée...
Quelle chose extraordinaire! Quelle incroyable chose!
Y songes-tu? (Ses yeux se fixent. Sur son front passe le souffle
do la folie, fugitif.) Au milieu de la tribu la plus reculée,
elle ne serait pas aussi étrangère que sur cette prairie :
étrangère comme nulle créature ne le fut jamais en
aucun lieu. Et qu’arriverait-il alors? Elle ne pourrait
plus vivre. Les herbes la feraient mourir... Je songe à
cela continuellement, comme un maniaque.
D A N IE L E ST EN O , à voix basse.

Donc, tu es fatigué de la voir vivante!
R U G G E R O FLAMMA.

Vivante, effroyablement vivante : une essence hu­
maine aussi forte que l’acide qui foudroie par une
piqûre d’aiguille... ( il est debout, près de la table, dans l’ombre
violacée qui envahit peu à peu la chambre à travers les vitres. Il
regarde au dedans de lui-même les figures qu’engendre son esprit en
travail.)

Elle me pousse dans la gueule du monstre.
Un éclair de terreur le fait blanchir.
D A N IE L E ST E N O , à voix basse.

Et si elle n’était plus là, si ses yeux ne pouvaient
plus regarder et commander...

�LA G LO IRE.

312

RUGGERO

FLAM M A, troublé.

Comment... comment cela serait-il possible?
D A N IE L E ST EN O , à voix basse.

Tu as versé tant de sang; et il te répugnerait...
(Ruggero Fiamma est pris d'un tremblement invincible. Une pause.)

Réfléchis : libre, pour recommencer; à vivrei
Ruggero Fiamma, immobile, l'esprit tendu, sent frémir au plus profond
de son être l’instinct de la conservation et la volonté homicide. Il se
répète à lui-même, avec un accent indéfinissable, le cri de guerre
entendu un jour des lèvres de la dévastatrice.
R U G G E R O FLAMMA.

« Ou toi, ou moi ! »
Un intervalle de silence. Au bruit d'une porte qui s’ouvre, Daniele Steno
se lève brusquement.
D A N IE L E ST E N O ,

Adieu.
Il disparaît par le vestibule, d’un pas rapide et léger.

SCENE II
Entre

LA C O M N È N A ;

elle s’arrête; elle promine autour
de la chambre son regard vigilant et scrutateur.
LA C O M N È N A .

Qui était ici avec toi?
RUGGERO

FLAM M A.

Daniele Steno.
LA C O M N È N A .

Pourquoi s’est-il enfui, lorsqu'il m’a entendue venir T
RUGGERO

FLAM M A.

Il avait déjà pris congé; il ne pouvait rester davan­
tage.
LA C O M N È N A .

En voilà un qui ne m’aime guère !

�ACTE QU AT RIÈME.
RUGGERO

313

FLAMMA.

Il ne t’aime guère?
I l est incapable de dominer son trouble. Sa voix tremble encore.
LA C O M N ÈN A .

Qu’est-ce que tu as? Tu trembles?

(Elle s’approche de

îu i, voit sur la table reluire l’arme aiguë, la prend.)

Et ceci?

Pourquoi ce stylet est-il sur cette table?
R U G G E R O FLAM M A.

On le destinait à mon cœur.
LA C O M N ÈN A .

Que dis-tu?
R U G G E R O FLAM M A.

Oui, tantôt, ici même, un inconnu — que j ’avais
admis en ma présence — s’est jeté contre moi pour
me frapper à l’improviste.
LA C O M N È N A .

Que dis-tu? C’est vrai, cela?
R U G G E R O FLAM M A.

Sténo était présent; il a retenu le coup.
LA C O M N È N A .

C’est vrai? C’est de cela que tu trembles encore?
R U G G E R O FLA M M A , reconquérant soudain la maîtrise de luimême, avec une voix froide, égale et hostile.

Non, ce n’est pas cela. J ’étais ici, appuyé. Là était
Sténo, assis. La scène s’est déroulée en une seconde.
Je n’ai pas bougé, je n’ai pas cligné des paupières. J ’ai
souri. Ma voix est restée la même. J ’ai renvoyé libre
cet inconnu, qui était presque un enfant. Chez moi,
le sang garde encore quelque vertu.
LA C O M N È N A , la regardant avec les cils mi-clos, féline, comme
si elle flairait la lutte.

Mais il semble que l’acier a passé dans ta voix
18

�LA G L O I R E .

314

R U G G E R O FLAMMA.

Tu l’as senti?
LA C O M N È N A .

Oui. Cela me plaît. Tu le sais.

(Elle examine le stylet en
l’approchant de son visage, parce que la lumière devient rare dans la
chambre.)

Il est acéré comme une aiguille. Tu me le

donnes?
R U G G E R O FLAMMA.

Il est dangereux.
LA CO M N ÈN A .

Donne-le-moi, pour la bonne chance! Je le porterai
toujours. Il était destiné à ton cœur.
RUGGERO

FLAM M A.

Il est dangereux.
LA C O M N È N A .

Je lui ferai une gaine. Ne me refuse pas ce don.
Tant que je le porterai, tu seras invulnérable.
R U G G E R O FLAM M A.

Prends-le.
LA C O M N È N A .

Merci !
Elle l’approche encore de son visage pour le voir mieux; et ensuit«
elle continue de le tenir entre ses mains.
R U G G E R O FLAMMA.

Tu vois : nous sommes à l’extrémité. Un autre
viendra demain, puis un autre; et puis ils viendront
tous, en une masse furieuse... Et alors?
LA C O M N È N A , riant.

La troisième vague! Tu nages en vue de la troi­
sième vague.
R U G G E R O FLAM M A.

Il est difficile au nageur de la couper ou de la
franchir.

�ACTE Q U A T R I È M E .

315

LA CO M N ÈN A .

Les naufragés le disent. Mais c’est l ’épreuve à
laquelle on reconnaît le nageur vraiment fort. Tel
s’est déjà rencontré qui sentit son cœur farouche se
gonfler d’allégresse, en voyant écumer la crête mena­
çante de la troisième vague.
R U G G E R O FLAMMA.

Celui-là était seul.
LA C O M N È N A , railleuse.

C’est donc pour moi que tu crains?
Ils se regardent l’un l’autre avec intensité; car ils se sont compris.
La chambre s'obscurcit de p l u s en plus.
R U G G E R O FLAM M A, devenant soumis.

C’est pour toi que je crains.
LA CO M N ÈN A .

Je ne coule pas à fond, moi; je suis légère.
R U G G E R O FLAMMA.

Ne joue pas ainsi avec cette arme. Tu te blesserais.
Laisse-la.
Elle dépose le stylet sur la table. Puis, avec un élan inattendu de sa
personne flexible et puissante, elle s'approche de l'homme, l’enve­
loppe, l’étreint, s’empare de lui.
LA C O M N È N A .

Tu t’abuses. Quelqu’un t’a parlé, tout à l’heure; et
il t’a trompé. Je te l’ai dit, je te l’ai dit : tu ne dois
aimer personne, excepté moi. Je suis la seule qui
t’aime. Aucun autre ne t’aime. Et je suis en toi comme
le battement est dans tes tempes, comme le souffle est
dans ta gorge. Tu ne peux pas m’arracher de toi sans
en mourir, sans devenir une chose vide, inerte, misé­
rable. Tu ne peux pas, non, tu ne peux pas. Si mes
mains te touchent, si mes bras te prennent, si ma
bouche t’invite, le monde ne se dissout-il pas pour toi
comme un nuage? Maintenant, maintenant que tu es

�LA G L O I R E .

316

dans mes bras, est-ce qu’elles ne se sont pas enfuies sou­
dain de ton âme, toutes les choses qui te faisaient souffrir
et te rendaient cruel? N’es-tu pas devenu pâle comme
un homme qui arrive aux limites de la vie et qui
craint de ne pouvoir plus se retourner? Tu ne pour­
rais te retourner si je ne le voulais pas, si je no
te rappelais pas. Et c’est cela que tu crains, et c’est
cela que tu espères... Je le sais. Dis-le-moi !
R U G G E R O FLAM M A, presque suppliant.

Oui, oui. tu le sais. Ne me rappelle pas; fais que je
n'entende plus de ta bouche ce cri implacable, fais
que j ’oublie, fais que je dorme un peu en toi et que je
croie être mort. Il n’est pas une seule nuit, ah! sou­
viens-toi! pas une seule nuit où tu n’aies placé à côté
de ton lit un fer rouge pour me réveiller, pour me
pousser en avant, toujours en avant, sans trêve, parmi
l’enfer des hommes... (Elle le désenlace, se détache.) Écoute,
écoute. Si tu es la seule qui m’aime, sois seule aussi
avec moi, très loin!
LA C O M N È N A , étonnée.

Très loin?
R U G G E R O FLAM M A.

Oui, n’importe où, mais très loin de ce labeur bestial
auquel tu me condamnes. Jamais esclave n’eut pour sa
galère autant de haine que j ’en ai pour cette lutte
aveugle, contraint comme je le suis de passer ma vie
à faire violence aux hommes. Pourquoi? Dans quel
but? Ce n’est pas cela que je m’étais promis à moimême. Ce n’est pas de cette empreinte que je voulais
marquer un peuple racheté.
LA C O M N È N A , railleuse.

Ah! ah! Et alors, tu préfères laisser ta dernière
empreinte sur les plumes, sur les oreillers moelleux?
Ah ! ah! Je te ferai donc ce que fit la femme de

�ACTE Q U A T R I È M E .

311

d
a
b
Gonie à Alexis Comnène, lorsqu’il arriva tout couvert
de sang : je te présenterai un miroir! Mais tu es dans
ton bon sens, n’est-ce pas? Tu parles avec la plénitude
de ton jugement. Qu’est-ce que tu te proposes? Dis.
R U G G E R O FLAM M A.

L’abdication.
LA C O M N È N A .

Et après?
RUGGERO

FLAMMA.

Le chemin de l’exil.
LA C O M N È N A .

Où?
RUGG ERO

FLAMMA.

N’y a-t-il point quelque part dans une mer libre une
île perdue?
LA C O M N ÈN A .

L’île d ’Elbe? Ah, tu ne ressembles guère au Premier
Consul ! Son désir battait et rongeait les rochers, plus
fort que la mer, dans l’attente de l’aube nouvelle. Toi,
tu ne demandes qu’un lit. Mais tu n’obtiendras pas
môme cela. Écoute. Un jour, dans mon enfance, je me
trouvai avec une compagne devant un dogue féroce.
Je restai immobile, à le regarder. Il ne me toucha pas.
L’autre fit un imperceptible mouvement de recul. Il
sauta sur elle.
R U G G E R O FLAM M A.

Il y a des voies secrètes pour celui qui ne cherche
que le silence.
LA C O M N È N A , éclatant de rire.

Ah ! ah ! ah ! Prendre la fuite? comme des tourtereaux?
(Avec un rire cruel elle s’abandonne sur un divan et y reste presque
couchée, dans une attitude do provocation et de moquerie. Demeuré der­
rière ello, hors de son regard, Ruggero Flamma fait quelques pas dans
l’ombre, s'avance vers la table, étend la main vers le stylet qui y brilla
encore. Mais un tremblement indomptable s’empare de lui. Il s'arrête
se tourne vers la femme renversée qui continue à rire et à parler)

18.

�318

LA G L O I R E .

Ah! tu t’es révolté, quand je me suis aperçue que tu
tremblais; mais confesse que tu ne parviens pas à ôter
de tes yeux la lueur de cette petite pointe... ( il hésite de
nouveau, fait de nouveau un pas vers la table, étend de nouveau la main

Des paroles dans
l’ombre! Allons, allons! Un peu de lumière! (Elle se

Il ne réussit pas à dompter son tremblement.)

d re s s e p a r un mouvement rapide et vigoureux de ses reins arqués,
comme si ses vertèbres étaient d’acier et qu’elles se détendissent toutes

ensemble).

On ne se voit plus, ici. Fais apporter les

lampes.
R U G G E R O FLA M M A , d’une voix étranglée.

Non, non ; pas encore... Reste encore là une minute...
On est bien, ainsi... Je te parlerai... Reste!
LA C O M N È N A .

Mais qu’as-tu donc? Tu es malade? (Elle
mains, dans l'ombre.) Tu as les mains glacées.

lui prend le»

R U G G E R O FLAMMA.

Attends... Sieds-toi là, où tu étais...
LA CO M N ÈN A .

Mais pourquoi? Mais que veux-tu?
RUGGERO

FLAMMA.

Écoute... Je disais cela par jeu, pour te faire rire...
pour te faire rire. Tu ris de toutes tes dents... Pour­
quoi ne ris-tu pas encore? Je te baiserai sur les dents...
Il la saisit par les bras comme pour la repousser vers le divan.
LA C O M N È N A .

Les tiennes claquent... Tu es de glace... Non, non...
(Elle lui échappe, court vers le vestibule.) Les lampes! (il
s'approche encore une fois do la table, étend la main, trouve le stylet,
l’empoigne. La lumière des lampes qu’on apporte se répand dans le ves­
tibule, éclaire une zone de la chambre obscure, découvre tout à coup
l’homme tremblant près do la table. L a Comnèna le voit.) Que fais-tu ?

Elle est à moi, cette arme. Tu me l’as donnée. Ne la
touche pas!
Elle la lui enlève facilement.

�ACTE CINQUIÈME
La grande salle où s’est passé le premier acte, dans l’appartement
resté longtemps déshabité. Comme la table qui en occupait le milieu
n y est plus, l'espace semble plus largo, la nudité semble plus triste et
plus dure. Par le balcon ouvert, on aperçoit un ciel vespéral où les
nuages fument comme une forêt incendiée qui s’éteindrait lentement.
Sous ce feu trouble, la Ville apparaît énorme, dans un dur contraste de
lumières et d’ombres qui, transfigurant les rues et les édifices, la rend
pareille à un amas do roches où serait creusé un labyrinthe d'abîmes.

SCÈNE UNIQUE
RUGGERO FLAMMA

est assis sur la marche qui rehausse
le balcon au-dessus du plancher. Toute sa personne est contractée
dans cette posture qui l’humilie ; ses yeux sont effarés et errants; son
oreille est aux écoutes ; scs mains sont agitées par un tremblement

invincible. L A C O M N E N A , debout contre l ’un des cham­
branles, regarde la Cité tumultueuse, épie les rues avoisinantes, guette
les fluctuations incertaines de l ’émeute, droite encore dans son invisible
armure de diamant, prête encore au jeu de la vie et de la mort. De
temps à autre, L a F O U L E
clameur océanique.

envoie de loin, sur le vent, sa

LA C O M N ÈN A .

Écoute, écoute ! Ton nom... Ton nom et la mort...
La foule se précipite de ce côté, furieuse... Elle monte
de toutes les rues, de toutes les rues, noire, Com­
pacte, immense... Une foule immense, une masse
infinie : celle que tu as dominée par ta voix, subju­
guée par ta volonté, la môme, la môme... Viens,
lève-toi, regarde! Tout entière en une seule masse, elle
accourt contre toi : des milliers et des milliers d’hommes

�320

LA G LO IR E .

contre un homme seul. Lève-toi, regarde! Contre toi
seul, Rome entière! Regarde, et ton cœur se gonflera
de courage et d’espérance. Tu désespères? Tu te crois
perdu? Mais tu es encore vivant, tu as encore ton âme
dans ta poitrine, ta voix dans ta gorge. Le dernier
mot n’a pas encore été dit. Ton destin n’est pas révolu
encore. Lève-toi! Ose, affronte, parle, fais entendre le
cri de ta force, défends ta vie puissante contre la bête
aveugle... En une minute, cette fureur peut changer...
Tu le sais, tu le sais. Ne te suffisait-il pas d’un mot,
d’un geste, pour lancer la foule contre n’importe quel
obstacle ou pour l’arrêter dans son élan? Et cette
foule, c’est la même... Ta voix fut pour elle comme un
vin. Elle pourrait en boire encore, s’enivrer encore...
Le destin n’est pas révolu. Tant que les poignets bat­
tent, tant que le cœur est ferme, l’homme peut invo­
quer la victoire. Lève-toi! Lève-toi! Écoute! Ton nom
et la mort... En comparaison de l’heure présente,
qu’est cette première heure où je vins à toi? La foule
t’avait porté en triomphe sur ses épaules; tu étais
éperdu... Ici, dans le même lieu, dans la maison nue
où tu as trempé ta volonté, où tu as attendu ton
jour, tu te retrouves seul; et, contre toi seul, tu as des
milliers et des milliers d’hommes... Ah! le destin ne
prépare de telles vicissitudes que pour exalter une vie,
pour pousser le courage par delà toutes les limites
humaines. Tout est grand autour de toi. Lève-toi!
Lève-toi! Ton nom et la mort... (Une clameur plus forte et
plus voisine éclate dans l’air sillonné de feux et de fumées. Ruggero
Flamma sursaute sur la marche, et l’éclair blanc do la terreur passe sur
son visage livide. La Comnèna le saisit par le bras et fait le geste de le

Lève-toi! Ils te veulent vivant entre leurs
mains; ils te traîneront sur les cailloux, t’arracheront
les yeux, te couvriront de crachats, te fouleront aux
pieds, te déchireront... (Elle le relève de force. Il se tient
relever.)

devant elle, tremblant, raidi par l’épouvante, impuissant à dompter

�ACTE CINQUIÈME.

321

l'instinct de sa chair misérable.) Tu as peur? (La voix de la Comnèna
est méconnaissable. Pondant quelques secondes, elle observe cet homme
glacé par la panique.) Tu as peur? (L'homme ne répond pas,
impuissant à desserrer les mâchoires. Terrible apparaît dans ses yeux
l’effort désespéré de la volonté pour reprendre l’empire sur l’instinct
anim al.) Ah ! lâche, lâche, lâche! C’était donc vrai, c’était
donc vrai, ce que disait le vieux? Je les entends encore,
ses paroles de moribond : « La peur, la peur! » C’était
donc vrai qu’il la voyait au fond de tes prunelles, ce
vieux, ce vieux encore capable — il le disait, il le criait,
— de t’écraser, de te vider comme une vessie, de te
laisser pourrir au ruisseau... Et c’est pour toi que je
l’ai abattu, pour te débarrasser le chemin! Un homme
vraiment fort, un titan qui ne tremblait que de colère,
au front de roc, au cœur de lion, mort debout, écroulé
comme une tour... J ’entends encore le fracas de sa
chute. Et, avant de mourir, ses mains ont essayé de
m’étrangler... Pour toi, pour une âme oblique, pour un
fantôme sans vertèbres, pour un faux héros qui n’avait
au fond de son âme que la peur, la peur! Voilà où j ’en
suis, à quoi j ’en suis : te voir trembler, blêmir, claquer
des dents!... Ah! lâche, lâche!
Sans pitié, elle lui jette à la façe l’outrage mortel. Il se r e d r e s s e ; il
réussit à vaincre son effroi instinctif, à dominer la rébellion d o se»
nerfs; il prend un aspect de tranquillité résolue et grave. La clameur
approche et grandit.
R U G G E R O FLAMMA.

Rien n’est si lâche que ta férocité suprême, que ton
acharnement contre l’homme qui sort de tes mains
détruit... Ce n’est pas la peur de la mort qui m’ébranle.
Plus d’une fois, j ’ai regardé la mort sans battre des pau­
pières. Tu le sais. Mais ce qui m’a vaincu, c’est l’hor­
reur de mon corps, la répulsion de ma chair et de tout
mon sang, devant la menace de la violence ignoble, du
supplice infâme, de l’insulte plébéienne, du horion,
de la balafre, de la souillure, de la fin ignominieuse...

�322

LA G L O I R E .

Je connais le souffle du fauve, sa puanteur, l’atrocité
de son contact, l’énormité de ses vengeances... Tue-moi !
(Il fait un pas vers la femme, résolu, la regardant au fond des yeux.)

N’as-tu pas sur toi cette arme que je t’ai donnée?
LA CO M N È N A .

La voici.
R U G G E R O FLAM M A,

Tue-moi! Sois à la dernière minute ma libératrice,
après m’avoir tenu asservi à ta chaîne; et je trépasserai
sans te haïr.
LA C O M N ÈN A .

Je t’en fais la promesse. Mais, si tu as vaincu la
répugnance de ta chair, si tu as cessé de trembler,
pourquoi n’oses-tu pas? Le dernier mot n’est pas encore
dit. Ton destin n’est pas révolu encore. Va, ose,
affronte, montre-toi, parle!
R U G G E R O FLAMMA.

Toujours la même, toujours la même! Voilà que tu
me harcèles encore, que tu me pousses encore en
avant...
LA CO M N ÈN A .

Ose! Ose! Tente le dernier coup, fais de ta vie le
dernier enjeu. Tu pourrais encore vaincre. Je tiendrai
la mort derrière toi. Sois-en sûr. Je t’en fais la pro­
messe. J ’aurai la main ferme. Jette ton cri par-dessus
leurs cris! Leur instinct peut reconnaître en toi le
maître d’hier... Ose! Ose! Le destin t’accorde encore
un coup de dés. Tente-le!
R U G G E R O FLAMMA.

Si j ’osais, c’est toi d’abord que je devrais jeter en
pâture au monstre, du haut de cette balustrade, en
criant : « Voilà mon mal! »
LA CO M N ÈNA .

As-tu dans les bras la force de soulever un poids
comme le mien?

�ACTE C I N Q U I È M E .

323

R U G G E R O FLAMMA.

Si j ’avais à cette heure dans les bras la force de
soulever le inonde, je ne remuerais pas un doigt. En
moi, désormais, tout est immobile. Mon sort s’accom­
plit. Je suis par delà. Ma bouche se scelle. Silence!
Silence! (il fait un pas vers la femme.) Tue-moi. Il est fatal
que je meure par ce fer, de ta main. Ne tarde pas.
Fais que je reçoive de toi ce bien, après tant de mal.
La Comnèna regarde fixement la haute victime ; et une ombre
de douleur paraît obscurcir ce visage diamantin.
LA C O M N ÈN A .

Il n’est donc personne qui triomphera durant sa vie
entière?
R U G G E R O FLAMMA.

Personne.
LA C O M N ÈN A .

Tu pouvais être celui-là...
R U G G E R O FLAMMA.

Sans toi, peut-être.
LA CO M N ÈN A .

Je t’ai aimé.
R U G G E R O FLAMMA.

Tu as foulé ma vie sous tes pieds de bronze.
LA CO M N ÈN A .

J ’ai aimé ta force, ton orgueil, ta fureur de combat­
tant. J ’aurais voulu un fils de toi...
R U G G E R O FLAM M A.

Tu es stérile.
LA C O M N ÈN A .

Un fils qui serait né de mon sang...
R U G G E R O FLAMMA

Tu es stérile.

�LA G L O I R E .

324

LA CO M N ÈN A .

Ce fils aurait pu avoir un grand destin.
R U G G E R O FLAMMA.

Tu es stérile. Toute la vieillesse du monde est dans
ton sein. T u ne peux enfanter que la mort. Et pourtant,
je t’ai désirée à toutes les minutes, d’un désir impla­
cable. J ’ai vécu dans un tourbillon de feu. Ma soit
égalait ton aridité. Je t’ai aimée, je t’ai aimée! Pour
dormir sur ton cœur, je t’ai rassasiée de crimes.
LA C O M N ÈN A .

Tu m’as rendu ce que d’abord tu avais pris de moi.
R U G G E R O FLAMMA.

Tentatrice homicide!
LA C O M N ÈN A .

Tu n’as pas refusé mon premier don.
RUGGERO

FLAMMA.

Ce que tu m’apportais, c’était le vertige.
LA CO M N ÈNA .

Là, sur ce seuil. Te souviens-tu?
R U G G E R O FLAMMA.

Je me souviens.
LA CO M N ÈN A .

Tu m’attendais.
RUGGERO

FLAMMA.

J ’attendais la Gloire.
LA CO M N ÈNA .

La Gloire me ressemble.
RUGGERO

FLAMMA.

Tout ce qui est terrible et inconnu ressemble à ton
masque. Mais qui es-tu, toi? Qui es-tu? Je ne t’ai
jam ais connue. Je mourrai de toi sans te connaître.
Es-tu vivante? Es-tu hors de mon âme? As-tu ton

�ACTE CIN Q UI ÈM E.

325

souffle, à toi? Ou plutôt, n’est-ce pas moi-mème qui
t’ai créée, et n’existes-tu qu’en moi? Comme ce soir où
tu m’apparus, maintenant il me semble que tu n’es
pas faite d’une matière humaine. Qui es-tu? Avant de
me tuer, dis-moi ton secret.
Une clameur menaçante éclate en bas, dans la rue, monte le long
des murailles, résonne sous la voûte nue.
LA F O U L E ,

Mort à Flam m a ! Mort

à

Flamma!

LA CO M N ÈN A .

Écoute! Écoute! Tu ne veux donc pas oser? Va,
montre-toi, parle! Tente le dernier coup! Ose pour
la dernière fois !
R U G G E R O FLAMMA.

Tue-moi! Tout est fini.
LA F O U L E .

Mort à Flam m a ! Renversons les portes ! Renversons
les portes! Pousse! Pousse!
Au milieu do cris, on entend des coups de bélier.
LA C O M N ÈN A .

Va, montre-toi l Dis ta dernière parole I
R U G G E R O FLAM M A.

Elle est indicible, la parole qui est en moi mainte­
nant. Tue-moi. Ne tarde pas!
LA F O U LE .

Mort à Flamma! Le feu aux portes! Brûle! Brûle!
Enfonce!
Les lueurs dos torches jaillissent dans l’ombre. Au loin, les plus hauts
faîtes de la Ville rougeoient encore parmi les nuées fumeuses.
LA CO M N ÈNA .

Jusqu’au dernier souffle, le jeu de la vie contre la
mort. Tu n’es pas de mon espèce.
R U G G E R O FLAMMA.

Qui es-tu? Qui es-tu?

19

�LA G L O I R E .

326

LA C O M N È N A .

Regarde!
Elle monte la marche et se penche un pou sur la balustrade ; elle con­
sidère la multitude hurlante, la cité qui s’obscurcit, la bataille dos
nuées, l’horizon sauvage. Ses mains cherchent dans sa poitrine l’arme
cachée.
LA F O U L E .

L’Impératrice! L’Impératrice!
Un immense tonnerre do cris éclate aux pieds de la femme intrépide.
Elle se retourne, s’approche de Ruggero Flamma qui est debout,
rigide, immobile. Elle l’entoure étroitement avec son bras gauche,
adhère de tout son corps contre ce corps, lui presse la bouche avec
sa bouche, lui effleure les cils avec ses cils, recouvre presque ce
visage livide avec son visage resplendissant. Et, le tenant ainsi enlacé,
elle lui perce le cœur d’un coup furtif. Il exhale un faible cri et
s'abandonne. Elle laisse l’arme dans la blessure ; de ses doux bras
elle soutient l’homme tué, l'accompagne jusqu’à terre, l’étend sur le
dos.
LA F O U L E .

Le feu aux portes! Mort à Flamma! Saisissons-le!
Pendons-le! Traînons-le au Tibre! Noyons-le dans
l’égout! Brûlons! Brûlons!
La Comnèna se courbe sur le cadavre; elle retire l’arme de la blessure;
elle s'élance au balcon éperdument. Les lueurs l’investissent ; le vont
de la tempête fouette son casque brun.
LA CO M N È N A , criant.

Écoutez! Écoutez!
LA F O U L E .

L’Impératrice! L’Impératrice! La chienne! La catin!
Au Tibre! A l’égout! Aux latrines! Pendons-la! Cas­
sons les reins à l’impératrice!
LA C O M N ÈN A .

Écoutez! Ruggero Flamma est mort, (il

se

fait un

moment de silence dans les houles les plus voisines. Au loin continue le

Ruggero Flamma est mort. Je l’ai
tué. C’est moi-même qui l’ai tué.

grondement indistinct.)

Un nouveau tonnerre jaillit des mille poitrines.

�ACTE CINQUIÈME.

327

LA F O U L E .

Sa tête! Sa tête! Jette-nous sa tête! (Éperdue, la com ­
nèna se retourne, serrant encore dans son poing l'arme acérée. Les yeux
dilatés et fixes, elle regarde le cadavre de Ruggero Flamma, qui est
étendu à ses pieds. La vie vertigineuse de son âme se révèle par une
sorte de frémissement électrique qui lui secoue toutes les fibres. Derrière
sa tête fume le crépuscule sombre ; la Ville sacrée s’abîme dans les
ténèbres; l’immense flot humain mugit et bouillonne.)

tète! Jette-nous sa tête!

FIN

Sa tète! Sa

��TABLE

L A

G I O C O N D A .........................................................................................................

LA

VILLE

LA

G L O I R E . . . ...........................................................................................................

M O R T E ...............................................................................................

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                    <text>É s* Æ

������LES

V ïE R G rE S A U X R O C H E R S
1

N° ccte :

N° T itre :

Etnpîaaefflent : M C

Type copie : f' ' YÇ
Etat copie : g ( l i
°rr.W'&gt;/&gt;3n^e ;
Cote : 6 / 2 S O
Cote suppl. :

Texte :

�CALMANN-LÉVY, ÉDITEURS
DU MÊME AUTEUR
Format in-18
É P I S C O P O E T C 10.............................................................................................. 1 vol.
F O R S E C H E S I , F O R S B C H E N O ..........................................................1 —

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l ’e n f a n t DE V O L U P T É ......................................................................... ...... v o l .
l ’ i n t r u s . ..................................................................................................................... —
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LE F E U ..........................................................................' .................................................. VOl.
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THÉÂTRE
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morte — La Gloire)................................................................. 1 vol.
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l a f i l l e d e j o r i o , tragédie en 3 actes......................... 1 —

LE m a r t y r e d e s a i n t s e r a s t i e n .....................................1 —
f r a n c e s c a d a R i m i n i , tragédie en S actes.....................1 —
poésies,

PO ÉSIES
1878-1893...................................................................... ....1 vol.

Droits de représentation, do traduction et de reproduction réservés
pour tous les pays, y compris la Hollande.
Coulommiers. Imp.

P aul

BRODAUD.

�LES ROMANS DU LYS

61280

LES

VIERGES AUX R0CHERS
PA R

GABRIELE D ’ANNUNZIO
TBADUCTION DE L’iTALIEN

PAR

G. H É R E L L E
Io farò una finzione , cto
significherà cose grandi.
L I O N A R D O DA V I N C I .

B.U. DE GRENOBLE D-L

D

034 432186 6

PA R IS
CALMANN-LÉVY, ÉDITEURS
3, EOE A U B E R , 3

&amp; U Ó T „ f&lt;j
T GRENOBLE*
I

��NOTE DU TRADUCTEUR

Les Vergini delle Rocce sont moins un roman
qu’un poème, « une œuvre de style présentant le
caractère d’une grande symphonie où les quatre
thèmes de la Chevelure, des Mains, des Eaux et des
Rochers circulent comme des mélodies sans cesse
renaissantes ».
Et nous nous rendons bien compte que, malgré
nos efforts, il nous a été souvent impossible de
conserver au français l’extraordinaire puissance mu­
sicale du texte italien ; de sorte que certaines pages
traduites ont perdu beaucoup de leur beauté pri­
mitive.
Mais, si nous n’avons pas réussi toujours à rendre
toute l’essentielle vitalité de l’œuvre originale, du

�II

N O T E DU T R A D U C T E U R

moins avons-nous tâché que cette traduction ec
reproduisît la forme extérieure avec la fidélité la
plus exacte et qu elle fût littérale autant que la
permet le génie de notre langue.
G. 11.

�PR O LO G U E

��... Una cosa natiirale vista in

un grande specchio.

L E O N A R DO D A Y I M C I .

De ces yeux mortels, je vis en peu de temps
s’épanouir et resplendir, puis défleurir et l’une
après l’autre périr trois âmes sans égales : les
plus belles, et les plus ardentes, et les plus
misérables qui soient jamais apparues dans
l’extrême descendance d’une race impérieuse.
Sur les lieux où leur désolation, leur grâce
et leur orgueil passaient chaque jour, je cueillis
des pensées lucides et terribles que les plus
antiques ruines des cités illustres ne m’avaient
pas données. Pour découvrir le mystère de
leurs ascendances lointaines, j’explorai la pro­
fondeur des grands miroirs familiers, où elles

�4

LES VIERGES AUX ROCHERS

ne reconnurent pas toujours leurs propres
images baignées d’une pâleur semblable à celle
qui annonce la dissolution après la mort ; et,
longuement, je scrutai les vieilles choses con­
sumées sur lesquelles se posèrent leurs mains
froides ou fébriles, peut-être avec le même
geste qu’avaient eu d ’autres mains depuis long­
temps réduites en cendre.
Les ai-je connues telles dans l’ennui des
heures communes, ou sont-elles les créatures
de mon désir et de ma perplexité?
Je les ai connues telles dans l’ennui des
heures communes, et elles sont les créatures
de mon désir et de ma perplexité.
Ce fragment de la trame de ma vie qu’elles
ouvrèrent inconsciemment est pour moi d’un
prix à ce point inestimable que je veux l’im ­
prégner du baume le plus fort et le plus
subtil, afin d’empêcher qu’en moi le temps ne
le pâlisse ou ne le détruise.
C’est pour cela qu’aujourd’hui je tente l’art.
Ah ! quel sortilège aurait le pouvoir de
donner la cohésion des matières tangibles et
durables à ce tissu spirituel qu’ourdirent les
trois prisonnières dans l’aride ennui des ours,

�LES VIERGES AUX ROCHERS

5

et qu’ensuite elles rem plirent peu à peu avec
les images des choses les plus nobles et les
plus désolantes où la passion humaine se soit
jamais contemplée sans espérance?
Différentes des trois sœurs antiques en ce
qu’elles furent, non pas fdles, mais victimes
de la Nécessité, cependant, alors qu’elles com­
posaient la plus riche zone de ma vie, elles
semblèrent préparer aussi le destin de Celui
qui devait venir. Presque jamais, en travaillant
à leur œuvre, elles ne s’accompagnaient d’un
chant ; mais parfois elles versaient des larmes
visibles où se sublimaient les essences de leurs
âmes inépuisées et closes.
Comme, dès la première heure, j ’avais re­
connu qu’elles étaient sous le coup d’une
sombre menace, frappées d’une prohibition
tyrannique, et découragées, et haletantes, et près
de mourir, toutes leurs attitudes et leurs gestes
et leurs plus vagues paroles me semblèrent
graves et significatives de choses que, dans leur
profonde inconscience, elles-mêmes ignoraient.
Pliant et rompant sous le poids de leur
m aturité, comme en automne les arbres trop
chargés de fruits trop lourds, ell«-s ne savaient

�6

LES VIERGES AUX ROCHERS

ni mesurer ni confesser tout b u r mal. Leurs
lèvres gonflées d’angoisse ne me révélèrent
qu’une petite partie de leurs secrets. Mais je
sus comprendre les choses ineffables que disait
le sang éloquent dans les veines de leurs belles
mains nues.
-v.
E il ricetlacoh delle virtù sarà
fneno di sogni e vane speranze.
L E O N A R DO DA V I N C I .

L’heure qui précéda mon arrivée dans le
vieux jardin seigneurial où elles m’attendaient
— lorsque je l’évoque — m’apparaît illuminée
par une lumière d’insolite poésie.
Pour celui qui sait de quelles fécondations
lentes ou subites, de quelles transfigurations
inattendues est capable une âme intense com­
m uniquant avec d’autres âmes dans les vicis­
situdes de l’incertaine vie; pour celui qui,
faisant consister toute la dignité de l’être à
exercer ou à subir une force morale, s’ap­
proche d’un de ses pairs avec l’anxiété secrète
de dominer ou d’être dominé ; pour tout
homme curieux du mystère intérieur, ambi­

�LES VIERGES AUX ROCHERS

^

tieux de pouvoir spirituel ou désireux d’escla­
vage, aucune heure n’a l’enchantement de celle
où, plein de vagues prévisions, il part vers
l’inconnu et l’Inüni vivants, vers un obscur
monde vivant dont il fera la conquête ou par
lequel il sera absorbé.
3’allais pénétrer dans un jardin clos.
Les trois princesses nubiles y attendaient
l’ami qu’elles n’avaient pas vu depuis long­
temps, le jeune homme presque de leur âge à
qui les liaient quelques souvenirs d’enfance et
d’adolescence, l’unique héritier d’un nom aussi
ancien et illustre que le leur. Elles attendaient
donc un de leurs égaux qui, revenant des
cités magnifiques, apportait un souffle de cette
grande vie à laquelle elles-mêmes avaient
renoncé.
Et chacune, dans le secret de son cœur,
attendait peut-être l’Époux.

Fiévreuse m’apparaît l’anxiété de cette attente,
lorsque je songe à la solitude froide et nue de
la maison où jusqu’à ce jour elles avaient

�8

LES VIERGES AUX ROCHERS

langui, les mains comblées de tous les biens
de la jeunesse, parmi les simulacres de je ne
sais quelle vie et quelle pompe royales que
créait la folie maternelle pour en peupler le
vide des miroirs trop vastes. Des lointains
infinis de ces domaines, pâles comme des étangs
crépusculaires, où l’âme de leur mère démente
s’abîmait dans le délire, chacune n’avait-elle
pas vu surgir la figure juvénile et ardente de
l’Époux qui devait l'arracher à l’obscure con­
somption et rem porter dans un tourbillon
d’allégresse?
Ainsi dans son jardin clos, chacune atten­
dait avec inquiétude celui qui devait la con­
naître pour lui troubler le cœur et pour la
voir périr sans la posséder.
« Ah! qui de nous sera l’élue? »
Jamais sans doute— je pense — leurs beaux
yeux voilés ne se firent aussi attentifs qu’à
cette heure-là : des yeux voilés de mélancolie et
d’ennui, où la trop longue habitude des appa­
rences toujours les même? 'avait aboli la
mobilité du regard; des yeux voilés de pitié
mutuelle, où les formes des êtres familiers se
reflétaient sans mystère et sans changement,

�LES VI ER GE S AUX ROCHERS

9

figées dans les lignes et dans la couleur de la
vie inerte.
Et, soudain, chacune découvrit dans les
autres une créature nouvelle, armée pour le
combat.

Je ne sais s’il existe un événement plus cruel
que ces révélations foudroyantes faites aux
cœurs tendres par le désir de la félicité. Elles
vivaient, les nobles sœurs, dans le même cercle
de douleur, opprimées par le même destin ; et
souvent, dans les soirs lourds d’angoisse, l’une
inclinait le front sur l’épaule ou la poitrine de
l’autre, tandis que l’ombre faisait semblable la
diversité de leurs visages et confondait leurs
trois âmes en une seule. Mais, lorsque le visiteur
annoncé s’approcha de leur seuil désert et s’of­
frit à leur attente avec le geste de celui qui
choisit et qui promet, elles redressèrent la tête
en frémissant, dénouèrent leurs doigts enlacés,
échangèrent un regard qui eut la violence d’une
illumination subite. Et, tandis que montait du
iond de leurs âmes troublées un sentiment
1.

�10

LES VIERGES AUX ROCHERS

inconnu qui n’avait plus rien de la douceur
première, elles connurent enfin dans ce regard
toute leur grâce déclinante, et quel était le
contraste de leurs visages illuminés par le même
sang, et toute la nuit qui s’amassait dans
l’épaisseur d’une chevelure appesantie comme
un châtiment divin sur une nuque trop pâle,
et les merveilleuses persuasions exprimées par
la courbe d’une bouche muette, et l’enchante­
ment tressé comme un filet par la fréquence
ingénue d’un geste inimitable, et tous les
autres pouvoirs.
Et un obscur instinct de lutte les effrayait.

Telles j’imagine celles qui m’attendaient à
l’heure de lumière.
Le premier souffle du printemps, tiède à
peine, après a'voir frôlé les sommets arides des
rochers, caressait les tempes des vierges in­
quiètes. Dans le grand enclos fleuri de jon­
quilles et de violettes, les fontaines répétaient
la glose mélodieuse que les eaux, depuis des
siècles, font aux pensées de volupté et de

I

�LES VIERGES AOX ROCHERS

li

sagesse exprimées par les distiques léonins
des frontons. Sur les arbres, sur les arbustes, les
feuilles tendres luisaient, comme enduites d’une
gomme ou d’une cire diaphanes. Aux choses
très anciennes et immuables dans le temps, qui
ne pouvaient que se consumer, les choses qui
pouvaient se renouveler communiquaient une
langueur indéfinie
« Ah ! qui de nous sera l’élue ? »
Devenues rivales en secret devant l’offre fal­
lacieuse de la vie apparue, les trois sœurs
composaient leur attitude selon le rythme inté­
rieur de leur beauté native, déjà menacée par
le temps et dont elles n’avaient peut-être com­
pris que ce jour-là le sens véritable, comme le
malade entend le bruit insolite du sang remplir
son oreille pressée sur l’oreiller et comprend
pour la première fois la musique prodigieuse
qui régit sa substance périssable.
Mais peut-être qu’en elles cé rythme n’avait
pas de paroles.

Il me semble pourtant qu’aujourd’hui s’é­

�12

LES VI E R GE S AUX ROCHERS

lèvent distinctes en moi les paroles de ce rythme,
s’accordant aux pures lignes des images idéales.
« Un besoin effréné d’esclavage me fait
souffrir, » dit Maximilla silencieusement, assise
sur le banc de pierre, soutenant son genou las
dans ses mains aux doigts entrelacés. « Je n’ai
pas le pouvoir de communiquer le bonheur ;
mais nulle créature vivante et nulle chose ina­
nimée ne pourraient comme ma personne tout
entière devenir la possession parfaite et perpé­
tuelle d’un dominateur.
» Un besoin effréné d’esclavage me fait
souffrir. Je suis dévorée par un désir inextin­
guible de me donner tout entière, d’appar­
tenir à un être plus haut et plus fort, de me
dissoudre dans sa volonté, de brûler comme un
holocauste dans le feu de son âme immense.
J’envie les choses frêles qui se perdent, en­
glouties par un gouffre ou entraînées par
un tourbillon f et, souvent et longuement, je
regarde les gouttes qui tombent dans la grande
vasque où elles éveillent à peine un léger
sourire.
» Lorsqu’un parfum m’enveloppe et s’éva­
nouit, lorsqu’un son m ’effleure et se dissipe,

�LES VIERGES AUX ROCHERS

13

je me sons parfois pâlir et presque défaillir car il me semble que l’arome et l’accord da
ma vie tendent à cette même évanescence. Par­
fois cependant ma petite âme est serrée comme
un nœud. Qui la dénouera?
» Hélas! peut-être ne saurais-je pas consoler
sa tristesse; mais mon visage anxieux et muet
se tournerait sans cesse vers lui, épiant les
espérances renaissantes dans le secret de son
cœur. Peut-être ne saurais-je pas répandre sur
son silence les syllabes rares, semences de
l’âme, qui tout à coup engendrent un rêve
démesuré ; mais nulle foi au monde ne surpas­
serait l’ardeur de ma foi lorsque j ’écouterais
les choses mêmes qui doivent rester inacces­
sibles à mon intelligence.
» Je suis celle qui écoute, admire et se
tait.
» Depuis la naissance, mon front porte entre
les sourcils le signe de l’attention.
» Des statues assises et attentives, j ’ai appris
l’immobilité d’une attitude harmonieuse.
» Je puis tenir longtemps les yeux ouverts
et fixés vers le ciel, parce que mes paupières
sont légères.

�a

LES VIERGES AUX ROCHERS

» Dans la forme de mes lèvres, il y a la
figure vivante et visible du mot Amen. »

«Jesouffre*,ditA natolia, «d’une vertu qui à
l’intérieur de mon être se consume inutilement.
Ma force est le dernier soutien d’une ruine soli­
taire, tandis qu’elle pourrait guider avec assu­
rance depuis la source jusqu’à l’embouchure un
fleuve débordant de toutes les richesses de la vie.
» Mon cœur est infatigable. Toutes les dou­
leurs de la terre ne réussiraient pas à lasser
sa palpitation ; la. plus fougueuse violence de
la joie ne le briserait pas, non plus que ne
l’exténue cette peine si longue et si lente. Une
immense m ultitude d’avides créatures pourrait
s’abreuver à sa tendresse sans la tarir.
» Ah ! pourquoi le destin me réduit-il à une
tâche si étroite, à une peine si lente? Pourquoi
m ’interdit-il l’alliance sublime à laquelle mon
cœur aspire?
» Je pourrais transporter une âme virile dans
les hautes régions où la valeur de l’acte et la splen­
deur du rêve convergent en un même sommet ;

�LES VIERGES AUX ROCHERS

15

je pourrais, de la profondeur de son inconscience,
ex-traire les occultes énergies, ignorées comme
les métaux dans les veines de la pierre brute.
» A mon flanc, le plus irrésolu des hommes
retrouverait l’assurance ; celui qui a perdu la
lumière reverrait au bout de son chemin le
signal fixe; celui qui a été frappé et mutilé
redeviendrait sain et intact. Mes mains savent
enrouler le bandage autour des plaies, et savent
aussi l’arracher de dessus les paupières qu’il
comprime. Lorsque je les tends, le sang le plus
pur de mon cœur afflue magnétiquement à
l’extrémité de mes doigts.
» Je possède les deux dons suprêmes qui
élargissent l’existence et la prolongent par delà
l’illusion de la mort. — Je n’ai pas peur de
souffrir, et je sens sur mes pensées et sur mes
actes l’empreinte de l’éternité.
» C’e st pourquoi m ’agite ce désir de créer,
de devenir par l’amour celle qui propage et per­
pétue les idéalités d’une race favorisée des Cieux.
Ma substance pourrait nourrir un germe sur­
humain
» En songe, toute une nuit, j ’ai mystérieu­
sement veillé sur le sommeil d’un enfant.

�18

LES VIERGES AUX ROCHERS

Tandis que son corps dormait avec une respi­
ration profonde, je tenais dans mes paumes
son âme tangible comme une sphère de cristal ;
et rna poitrine se gonflait de merveilleuses
divinations. »

Violante dit : « Je suis humiliée. A sen­
tir sur mon front peser la masse de mes"
cheveux, j’ai cru que je portais une couronne ;
et, sous ce fardeau royal, mes pensées étaient
vermeilles.
» Le souvenir que j ’ai de mon enfance est
tout embrasé par une vision de massacres et
d’incendies. Mes yeux purs virent couler le
sang, mes narines délicates sentirent l’odeur
des cadavres sans sépulture. Une reine jeune
et ardente, qui avait perdu son trône, me sou­
leva dans ses bras avant de partir pour un
exil sans retour. Depuis longtemps j ’ai donc
sur mon âme la splendeur des destins gran­
dioses et tristes.
» En songe, j ’ai vécu mille vies magni­
fiques, passant par toutes les dominations

�LES VIERGES AUX ROCHERS

17

avec assurance, comme celui qui refoule un
chemin déjà parcouru. Dans les aspects des
choses les plus diverses, j ’ai su découvrir de
secrètes analogies avec les aspects de ma propre
forme et, par un art secret, les manifester à
l’émerveillement des humains ; et j ’ai su assu­
jettir les ombres et les rayons, comme les
vêtements et les joyaux, à composer la parure
imprévue et divine de mon être périssable.
» Les poètes voyaient en moi la créature
spécieuse dont les lignes visibles renfermaient
le plus haut mystère de la Vie, le mystère de
la Beauté révélée dans une chair mortelle après
des intervalles séculaires, à travers l’imper­
fection d'innombrables descendances. Et ils
pensaient : — La voilà bien, l’image accomplie de
l’idée dont les peuples terrestres eurent depuis
les origines la confuse intuition et que les
artistes invoquèrent sans trêve dans les poèmes,
dans les symphonies, dans les toiles et dans
les argiles. Tout en elle est éloquent. Ses
lignes parlent un langage qui rendrait sem­
blable à un dieu l’homme capable d’en com­
prendre la vérité éternelle; et ses moindres
mouvements produisent aux contours de son

�18

LES VIERGES AUX ROCHERS

corps une musique infinie comme celle des
cieux nocturnes.
» Mais maintenant je suis humiliée, dépos­
sédée de mes royaumes. La flamme de mon
sang pâlit et s’éteint. Je disparaîtrai, moins
heureuse que les statues qui témoignaient la
joie de la vie sur les frontons des cités détruites.
Je me dissoudrai, ignorée pour toujours, tandis
qu’elles se conserveront à l’abri des ténèbres
humides, parmi les racines des fleurs, et qu’un
jour, désensevelies, elles sembleront augustes
autant que les dons de la Terre à l’âme exta­
tique des poètes agenouillés.
» Désormais j ’ai rêvé tous les rêves, et mes
cheveux me pèsent plus que cent couronnes.
Stupéfiée par les parfums, j ’aime à rester lon­
guement près des fontaines qui racontent sans
cesse la même fable. A travers les boucles
épaisses qui couvrent mes oreilles, j ’entends
vaguement, comme au loin, le temps s’écouler
dans la monotonie des eaux. »

Ainsi parlent en moi les trois princesses,

�LES VIERGES AUX ROCHERS

19

quand je les évoque dans l’attente, à l’heure
irrévocable. Ainsi peut-être chacune d’elles,
croyant qu’un messager de la Vie se présentait
au seuil du jardin clos, reconnaissait sa propre
vertu, exhalait sa séduction, ravivait son espé­
rance, agitait le rêve qui allait se glacer. —
Heure illuminée d’une grande et solennelle
poésie, heure radieuse où émergeaient et res­
plendissaient dans le ciel intérieur de l’âme
toutes les possibilités!

��I
Non si può avere maggior
signoria che quella di sè medo*
tim o...
.E se tu sarai solo, tu sarax
tutto tuo.
&amp;.IOKARDO

DA

VINCI*

��Une fois domptés les inévitables tumultes
de la première jeunesse, refrénées les convoi­
tises trop impétueuses et discordantes, endigué
le torrent confus et multiple des sensations ;
dans le silence momentané de ma conscience,
j ’avais recherché si, par aventure, la vie pourrait
devenir autre chose que cet ordinaire exercice
des facultés d’adaptation en des circonstances
continuellement variables; c’est-à-dire si ma
volonté pourrait, par voie d’élections et d’exclu­
sions, tirer une œuvre sienne, nouvelle et
grande, des éléments que la vie avait accu­
mulés en moi.

�24

LES VIERGES AUX ROCHERS

Après quelque examen, je m’assurai que ma
conscience était parvenue au degré ardu où il
est possible de comprendre ce très simple
axiome : « Le monde est la représentation de
la sensibilité et de la pensée d’un petit nombre
d’hommes supérieurs qui l’ont créé, puis am­
plifié et orné dans le cours du temps, et qui
continueront de l’amplifier et de l’orner tou­
jours plus dans l’avenir. Le monde, tel qu’il
apparaît aujourd’hui, est un don magnifique
dispensé par une élite à la multitude, par les
hommes libres aux esclaves, par ceux qui
pensent et sentent à ceux qui doivent travailler. »
Et alors je reconnus la plus haute de mes
ambitions dans le désir d’apporter quelque
ornement, d’ajouter quelque valeur nouvelle
à ce monde humain qui croît éternellement en
beauté et en douleur.
M’étant mis face à face avec mon âme, je
me rappelai ce rêve qui se présenta plusieurs fois
à Socraie, chaque fois sous un aspect différent,
mais toujours pour l’inviter à la même tâche :
« 0 Socrate, étudie et cultive la musique. »
Alors j’appris que la tâche» de l’homme noble
est bien celle de s’appliquer à trouver dans

�LES VIERGES ÀÜX ROCHERS

25

le cours de sa vie une série de musiques qui,
quelque variées qu’elles soient, dépendent d’un
seul motif dominant et portent l’empreinte
d’un seul style. Et j ’en conclus que de cet An­
cien, excellent dans l’art d’élever l’âme humaine
jusqu’au suprême degré de sa vigueur, pouvait
encore aujourd’hui descendre un grand et effi­
cace enseignement.
En scrutant lui-même et ses proches, il
avait découvert le prix inestimable que confère
à la vie une discipline assidue et tendant tou­
jours vers un but certain.» Sa haute sagesse
me semble resplendir en ceci : qu’il ne plaça
pas son Idéal hors de sa pratique quotidienne,
hors des réalités nécessaires, mais qu’il en fit
le centre vivant de sa substance et qu’il en
déduisit ses lois propres et qu’il poursuivit
selon ces lois son développement rythmique
dans la suite des années, exerçant avec une
fierté tranquille les droits qu’elles lui confé­
raient et séparant de propos délibéré — lui
citoyen d’Athènes, et sous la tyrannie des
Trente et sous la tyrannie de la plèbe — sépa­
rant, dis-je, son existence morale de celle de
la Cité. Il voulut et sut se conserver à lui2

�26

LES VIERGES AUX ROCHERS

même, jusqu’à la mort. « Je n’obéis qu’au
Dieu » signifiait : « Je n’obéis qu’aux lois de
ce style auquel, pour réaliser mon concept
d’ordre et de beauté, j ’ai assujetti ma nature
libre.
D’une main ferme, artiste beaucoup plus
rare qu’Apelle et Protogène, il réussit à décrire
par une ligne continue l’image intégrale de luimême. Et la sublime allégresse du dernier
soir lui venait, non de l’espoir de cette autre
vie qu’il avait représentée dans son discours,
mais bien de la vision de cette sienne image
qui s’intégrait par la mort.

Ah! pourquoi ne revit-il pas aujourd’hui sur
quelque terre latine, le Maître qui, avec un art
si profond et si caché, savait réveiller et sti­
muler toutes les énergies de l’esprit et du
cœur en quiconque s’approchait pour l’enfendre?
Dans mon adolescence, une étrange mélan­
colie m ’envahissait à la lecture des Dialogues,
lorsque j ’essayais de me figurer ce cercle de

�LES VIERGE S AUX ROCHERS

27

disciples avides et inquiets rassemblés autour
de lui. J’admirais les plus beaux, ceux que
paraient les plus fines élégances, ceux sur qui
ses yeux ronds et saillants — des yeux singuliers,
des yeux nouveaux, où il y avait une faculté
visuelle propre à lui seul — se posaient le
plus volontiers. En mon imagination se pro­
longeaient les aventures des étrangers venus
vers lui de pays lointains, comme ce thrace
Antisthènes qui faisait quarante stades par jour
pour l’entendre,et comme cet Euclide qui — les
Athéniens ayant fait défense aux habitants
de Mégare d’entrer dans Athènes et décrété la
peine capitale contre les transgresseurs— s’habil­
lait de vêtements féminins et, ainsi vêtu et voilé,
sortait de sa ville à la tombée de la nuit,
parcourait un long chemin pour assister aux
entretiens du Sage, puis, à l’aube, se remettait
en route sous le même déguisement, la poitrine
pleine d’un enthousiasme inextinguible. Et je
m ’attendrissais sur le sort de Phédon d’Élis,
ce jeune homme si beau qui, fait prisonnier de
guerre et vendu à un tenancier de maison
publique, s’était enfui du lieu d’ignominie vers
Socrate et, après avoir obtenu son rachat par

�28

LES VIERGES AÜX ROCHERS

l’entremise du Maître, avait participé aux fêtes
de la pure pensée.
Il me semblait vraiment que ce maître
jovial surpassât en générosité le Nazaréen.
Peut-être l’Hébreu, si ses ennemis ne l’eussent
pas tué à la fleur de l’âge, aurait-il enfin secoué
le poids de ses tristesses, et retrouvé une saveur
nouvelle aux fruits mûrs de sa Galilée, et
indiqué à ses sectateurs un autre Bien. Mais
le Grec avait toujours aimé la vie, et l’aimait,
et enseignait à l’aimer. Prophète et devin
presque infaillible, il accueillait toutes les âmes
où son regard profond découvrait une force;
et en chacune d’elles il développait, exaltait cette
force native ; de sorte que toutes, investies de
sa flamme, se révélaient puissantes dans leur
diversité. Son plus haut mérite apparaissait
précisément en ce résultat, dont ses ennemis
lui faisaient un grief : à savoir que, de son
école — où se rencontraient l’honnête Criton
et Platon l’uranien et le délirant Apollodore
et ce gentil Théétète, pareil à un ruisseau
d’huile qui coule sans bruit — pussent sortir
le voluptueux cyrénaïque Aristippe, etCritias,
le plus violent des Trente Tyrans, et cet autre

�LES VIERGES AUX ROCHERS

29

tyran Chariclès, et ce merveilleux violateur de
lois Alcibiade, qui ne connut pas de limites
à sa licence préméditée. « Lorsque j ’entends
les discours de Socrate, le cœur me bat beau­
coup plus fort qu’aux Corybantes », disait le
fils de Clinias, gracieux félin couronné de lierre
et de violettes, en lui tressant le plus splendide
éloge par lequel on ait jamais déifié un homme
sur terre, à la fin d’un banquet dont les
convives avaient reçu par la bouche du Silène
la grande initiation de Diotime.

Or, quelles énergies un tel maître aurait-il
stimulées en moi ? Quelles musiques m’aurait-il
amené à découvrir?
Avant tout, il m’aurait captivé le cœur par
celte rare faculté qu’il possédait de sentir aussi
le charme de la beauté périssable et d’ennoblir
par une sorte de mesure les plaisirs communs
et de reconnaître le prix que l’idée de la mort
confère à la grâce des choses terrestres.
Pur et austère autant qu’aucun autre dans
la spéculation, il possédait toutefois des sens
2.

�30

LES VI ER GE S AUX ROCHERS

exquis, aptes à être pour ainsi dire les artistes
élégants de ses sensations.
D’après Àlcibiade, fort bon juge, nul comme
lui ne savait jouir des banquets. Au début du
Symposion de Xénoplion, Socrate contemple
avec les autres dans un long silence la parfaite
beauté d’Autolycos, comme s’il reconnaissait
une présence surhumaine. Ensuite, avec un
goût subtil, il discourt sur les parfums, sur la
danse et sur le vin, non sans orner son discours
de vives images, comme un sage et comme un
poète. Puis, se posant par jeu en rival de
Critobule pour la beauté, il profère cette
parole charnelle : « Puisque j’ai les lèvres plus
grosses que les tiennes, ne crois-tu pas que
je doive avoir aussi le baiser plus volup­
tueux?» Au Syracusain qui donne alors un
divertissement avec une joueuse de flûte, une
danseuse mirifique et un enfant cithariste, il
conseille de ne plus contraindre ces trois jeunos
corps à des efforts cruels et à des prodige»
périlleux qui ne procurent aucun plaisir, mais
de permettre que leur fraîcheur enfantine, se
téglant sur les accords de la flûte, prenne les
attitudes propres aux Grâces, aux Heures et aux

�LES VIERGES AUX ROCHERS

3!

Nymphes dans les chefs-d’œuvre de la peinture.
Ainsi, au désordre qui stupéfait, il oppose
l’ordre qui délecte, et par là se révèle une fois
de plus ami de la musique et maître de style.

Mais ce qui surtout m’émut en ce temps
lointain et ce qui m’émeut encore aujourd’hui,
c’est son dernier geste vers une chose belle,
vivante, aimée et frêle ; car mon âme parfois
aime à se détendre dans les mélancolies
voluptueuses et les fécondes perplexités que
peut produire en une vie ornée de nobles
élégances le sentiment du continuel passer et
du continuel périr.
Dans le dialogue du dernier soir, je suis
moins troublé par le passage où Criton, à la
prière du serviteur qui doit préparer la ciguë,
interrom pt le discours de celui qui va mourir
pour l’inviter à ne pas s’échauffer s’il veut que
le poison produise rapidement son effet, et où
le Sage intrépide continue sa recherche avec
un sourire; et je suis moins charmé par cette
musicale comparaison des cygnes devins et de

�32

LES VIERGES AUX ROCHERS

leur mélodieuse allégresse ; et je suis moins
étonné par les instants suprêmes où cet homme,
avec des gestes brefs et de brèves paroles,
achève si nettement sa propre perfection et,
comme l’artiste qui aurait donné la dernière
touche à son œuvre, regarde avec satisfaction
sa propre image, miracle de style, qui demeu­
rera immortelle sur terre; moins, dis-je, que je
ne suis ravi par la pause imprévue succédant aux
doutes que Cébès et Simmias objectent à la
certitude exprimée par le maître éloquent.
Elle fut profonde, cette pause où toutes les
âmes, soudainement aveuglées, se précipitèrent
comme dans un abîme, alors que s’éteignit sou­
dain le rayon de feu dirigé vers le Mystère
par celui qui était près d’y entrer.
Le Maître devina la tristesse de cet obscur­
cissement subit en ses fidèles ; et, pendant une
minute, les ailes de sa pensée se replièrent.
La réalité réapparut à ses sens et le retint
encore un peu dans le champ du fini et du
perceptible. Il sentit le temps courir, la vie
couler. Et, lorsque ses yeux se posèrent sur le
beau Phédon à la longue chevelure, peut-être
ses oreilles recueillirent-elles quelque rum eur

�LES VIERGES AUX ROCHERS

33

de la ville magnifique, peut-être ses narines
aspirèrent-elles le parfum du nouvel été déjà
proche.
Comme il était assis sur sa couche et que
Phédon se tenait près de lui sur un escabeau,
il mit la main sur la tête de son disciple, lui
caressa les cheveux, les lui pressa sur le cou,
selon l’habitude qu’il avait de jouer ainsi avec les
doigts en cette riche forêt juvénile. Il ne parlait
pas encore, tant son émotion devait être intense
et inondée de délice. Par le moyen de cette
chose belle, vivante et caduque, il communi­
quait une dernière fois avec la vie terrestre où
il avait achevé sa perfection, où il avait réalisé
son idéal de vertu ; et il sentait peut-être
que rien n’existait au delà, que son existence
finie se suffisait à elle-même, que le prolon­
gement dans l’éternel n’était qu’une apparence
— comparable au halo d’un astre — produite
par la splendeur extraordinaire de son huma­
nité. Jamais la chevelure du jeune homme
d’Elis n’avait eu pour lui une valeur aussi
sublime. Il en jouissait pour la dernière fois,
puisqu’il devait mourir ; et il savait aussi que
le lendemain, en signe de deuil, elle serait

�34

LES VIERGES AUX ROCHERS

coupée. 11 dit enfin — et jamais ses disciples
n’avaient connu à sa voix un tel accent — il dit :
« Demain, ô Phédon, tu la couperas, cette belle
chevelure. » Et le jeune homme : « Apparem­
ment, Socrate. »

Ce sentim ent— que je conçus tout d’abord et
que j’exaltai en moi-même à la première lec­
ture de l’épisode dans le dialogue platonicien
— se fit ensuite par voie d’analogies tellement
complexe pour moi et me devint si familier,
que je le pris pour thème évident ou secret
des musiques auxquellesje voulus m ’appliquer.
L’Ancien m’apprit ainsi à commémorer la
m ort d’une façon qui concordait avec ma na­
ture, de sorte que je trouvasse un prix plus
rare et une signification plus grave aux choses
qui me touchaient de plus près. Et il m’apprit
à rechercher et à découvrir dans ma nature
les vertus sincères comme les sincères défauts,
afin de disposer les uns et les autres selon
un plan préconçu, afin de donner aux uns par
des soins patients une apparence décente et

�LES VIERGES AUX ROCHERS

33

d’élever les autres jusqu’à leur perfection
suprême. Et il m’apprit à exclure tout ce qui
serait en désaccord avec mon idée régulatrice,
tout ce qui pourrait altérer les lignes de mon
caractère, ralentir ou interrompre le dévelop­
pement rythmique de ma pensée. Et il m ’apprit
à reconnaître par une sûre intuition les âmes
sur lesquelles je pourrais exercer ma domination
et ma bienfaisance ou dont je pourrais obtenir
quelque révélation extraordinaire. Et enfin il me
communiqua aussi sa foi dans le Démoniaque, qui
n ’était que la puissance mystérieusement signi­
ficative du Style, inviolable pour tous et aussi
pour lui-même en sa propre personne.
Plein d’un tel enseignement et solitaire, je
me mis à l’œuvre avec l’espoir de réussir à
déterminer par un contour précis et fort cette
figure de moi-même à l’actualité de laquelle
avaient concouru tant de causes lointaines
opérant depuis un temps immémorial à tra­
vers une suite infinie de générations. La vertu
de la race, celle qui, dans la patrie de Socrate,
s’appelait eugénéia, se révélait à moi d’autant
plus vive que la rigueur de ma discipline
devenait plus sévère ; et mon orgueil croissait

�36

LES VIERGE,S AÜX ROCHERS

avec mon contentement; car je pensais que,
sous l’épreuve de ce feu. beaucoup d’autres
âmes auraient tôt ou tard manifesté la vul­
garité de leur essence. Mais parfois, des racines
mêmes de mon être — là où dort l’âme
indestructible des aïeux — jaillissaient à l’improviste des poussées d’énergie si véhémentes
et si raides que je m’attristais aussi en recon­
naissant leur inutilité à une époque où la
vie publique n’est qu’un misérable spectacle
de bassesse et d’ignominie. « Certes », me disait
le Démoniaque, « il est merveilleux qu’en toi les
antiques forces barbares aient pu se conserver
avec tant de fraîcheur. Ces forces sont belles
encore, quoique inopportunes. Dans un autre
temps, elles te serviraient à reprendre le rôle
qui convient à tes pairs, c’est-à-dire le rôle de
celui qui indique un but certain vers lequel il
guide ses suivants. Mais, puisque le jour pro­
pice ne semble pas près de venir, tâche pour
le moment de condenser ces forces afin de les
transformer en vivante poésie. »
Certes il ne paraissait pas près de venir, le
jour propice ; car l’arrogance des plèbes était
moindre encore que la lâcheté de ceux qui la

�LES VIERGES AUX ROCHERS

37

toléraient ou la secondaient. A Rome, j ’étais
témoin des violations les plus ignominieuses
et des conjonctions les plus obscènes qui aient
jamais déshonoré un lieu saint. Comme dans
le fourré d’une forêt infâme, les malfaiteurs
se rassemblaient dans l’enceinte fatale de la
cité divine où, semblait-il, d’entre les immenses
fantômes impérieux, ne pouvait se lever à nou­
veau que quelque magnifique domination armée
d’une pensée plus fulgurante que tous les sou­
venirs. Pareil à un regorgement d’égouts, le
flot des basses convoitises envahissait les places
et les carrefours, sans que jamais le traversât
la flamme d’une ambition perverse mais titanique, sans que jamais y jaillît l’éclair d’un
beau crime. Dans le lointain, sur l’autre rive
du Tibre, la coupole solitaire, habitée par une
âme sénile mais ferme en la conscience de
ses desseins, restait toujours le signe le plus
auguste, à l’encontre d’une autre demeure inu­
tilement hautaine où un roi de race guerrière
donnait un surprenant exemple de patience
à remplir la fonction humble et fastidieuse
que lui avait assignée un décret de la plèbe.
Un soir de septembre, sur cette acropole

�38

LES VIERGES AUX ROCHERS

quirinale gardée par les Tyndarides jumeaux,
tandis qu’une foule compacte célébrait avec de
sauvages clameurs une conquête dont elle ne
connaissait pas l’immensité formidable —
Rome était terrible comme un cratère sous une
muette conflagration de nuées : — « Quel
rêve, pensai-je, pourraient exalter dans le
grand cœur d’un Roi ces incendies du ciel
latin ! Un rêve tel que, sous son poids, les
chevaux gigantesques de Praxitèle ploieraient
comme des fétus... Ah! qui saura jamais
étreindre et féconder la Mère par sa pensée
toute-puissante? A elle seule — à son sein de
pierre qui pendant des siècles fut l’oreiller de
la Mort — à elle seule il est donné d’engendrer
assez de vie pour que le monde s’en imprègne
une seconde fois. »
Et, derrière les vitrages flamboyants du balcon
royal, mon imagination voyait un front pâle et
contracté sur lequel, comme sur celui du Corse,
était gravé le signe d’un destin surhumain.
/
Mais qu’importait ce trouble bouillonnement

�LES VIERGES AUX ROCHERS

39

de passions serviles, considéré à travers le
silence qui ceint Rome de neuf circuits comme
un fleuve tartaréen? Je me consolais de tous
mes dégoûts par le spectacle sublime de l’Àgro,
semé des plus grandes choses mortes, et où
il ne pousse jamais que des brin§ d’herbe,
des germes de fièvre et de formidables pensées.
« Un peuple nouveau s’agite dans les murs
urbains? Tout à l’heure, le vent m’apportera
un peu de cendre. Ma stérilité est faite de
cendres superposées, précieuses ou viles. Et il
n’est pas encore extrait de la montagne, le
fer de la charrue qui me labourera. » Voilà
ce que me signifiait le sépulcre des nations.
D’ailleurs, si le spectacle de ce désert vorace
est un sinistre avertissement pour un peuple
vain, il est pour le solitaire l’inspirateur des
ivresses les plus effrénées qui puissent trans­
porter une âme. Des crevasses de ce sol
monte une fumée de vapeurs fébriles qui
opère comme un philtre sur le sang de certains
hommes et produit une espèce d’héroïque
démence ne ressemblant à aucune autre.
C’était, je crois, d’une démence de ce genre que
se sentaient envahis les jeunes gens des bandes

�40

LES VIERGES AUX ROCHERS

garibaldiennes lorsqu’ils entraient dans l’Aero.
Tout d’un coup ils se transfiguraient, par un
feu qui les embrasait comme des sarments.
Et, en quelques-uns, cette fièvre magnifiait
si fort le rêve intérieur qu’ils cessaient de
faire partie d’un groupe compact et una­
nime pour prendre une personnalité indépen­
dante, un aspect de combattants singuliers,
dévoués à une geste qui leur semblait toute
nouvelle. Beau et noble de race comme un
héros virginal du temps d’Ajax, tel d’entre
eux, lorsqu’il tomba, parut renouveler en sa
personne le type des antiques idéalités guer­
rières, mais accru d’une ardeur sans exemple
qui ne lui venait que de fouler ce sol.
Je lui enviai l’occurrence favorable qui me
m anquait,à moi. Souvent, après une exaltante
méditation, dévoré d’un furieux besoin d’é­
preuves, je lançai mon cheval contre une ruine
trop haute et, en franchissant l’inutile danger, je
sentis que toujours et partout j'aurais su mourir.

Je me rappelle comme une des périodes îes

�LES VI E R G E S AUX ROCHERS

41

plus intenses de ’ma vie un certain automne
passé en quotidienne communion avec le désert
latin.
Sur ce théâtre où devant les yeux de mon
esprit s'étalait un drame de races, les vicissi­
tudes des nuages passaient représentées par
de grandes ombres mobiles qui commentaient
mes fictions intérieures. Parfois le silence deve­
nait si morne et l’odeur de la mort montant
des gramens pourris me soufflait au visage si
suffocante, qu’instinctivement je serrais les
genoux aux flancs de mon cheval comme si
j ’eusse voulu m’attester ma vitalité par sa vita­
lité impétueuse. Elle s’élançait en s’allongeant
comme un félin, la belle bête puissante, et
semblait me communiquer l’inextinguible
flamme qui brûlait dans son sang pur. Alors,
pendant quelques minutes, l’ivresse s’emparait
de moi. Déployant l’élan de ma course et de ma
pensée sur une ligne parallèle aux gigantesques
vertèbres des aqueducs, vers l’horizon lourd,
je sentais naître et se dilater en moi une
indescriptible ardeur, mêlée de spasme phy­
sique, d’orgueil intellecluel, de confus espoirs ;
et ce qui secondait et multipliait mes énergies,

�42

LES VIERGES AUX ROCHERS

c’était la présence de ces œuvres humaines, de
ces témoignages humains restés debout sur la
mort totale, de ces terribles arches rougeâtres
dont la chaîne invaincue chevauche depuis des
siècles contre la menace du ciel.
Seul, sans proches parents, sans aucune des
attaches ordinaires, indépendant de toute puis­
sance familiale, maître absolu de moi-même
et de mon bien, j ’avais alors dans cette soli­
tude — plus qu’en aucun autre temps et en
aucun autre lieu — le sentiment très profond
de ma progressive et volontaire individuation
vers un type latin idéal. De jour en jour je sen­
tais mon être s’accroître et se déterminer dans
ses caractères propres, dans ses particularités
distinctives, sous l’effort assidu de méditer,
d’affirmer et d’exclure. L’aspect de la cam­
pagne, si net et sobre dans sa structure et dans
sa couleur, m’était un continuel exemple et
un continuel aiguillon, et il avait pour mon
intellect l’efficacité d’un enseignement senten­
cieux. Et, de fait, chaque développement de
lignes s’inscrivait sur le ciel avec la signifi­
cation sommaire d’une sentence incisive et avec
l’empreinte constante d’un style unique.

�LES VIERGES AUX ROCHURS

43

Mais la vertu merveilleuse d’un tel enseigne­
ment consistait en ceci : que, tout en me portant
à rechercher dans ma vie intérieure l’exacti­
tude d’un dessein étudié, il ne desséchait pas
les sources naturelles de l’émotion et du rêve;
au contraire, il les excitait à une activité plus
haute. Subitement, une seule pensée devenait
en moi si intense et si ardente qu’elle me
passionnait jusqu’au délire, comme une forme
spécieuse créée par un sortilège ; et tout mon
monde en était semé d’ombres et de lumières
nouvelles. Un jet de poésie s’élançait du fond
de mon être, m ’emplissant Pâm e d’une
musique et d’une fraîcheur ineffables ; et mes
désirs, mes espoirs grandissaient avec une
joyeuse hardiesse. — Ainsi parfois le crépuscule
d’automne versait sur l’Agro la lave impalpable
de ses éruptions: de longs courants soufrés
sillonnaient la pleine inégale ; les vallons s’em­
plissaient de ténèbres, pareils à des gouffres
qui viendraient de s’ouvrir; les aqueducs s’incendiaient de la base jusqu’au faîte ; toute
la lande semblait revenue à ses origines vol­
caniques, dans l’aube des temps. — Ainsi
parfois, s’élevant de l’herbe molle qui sein-

�44

LES VIERGES AUX ROCHERS

tillait à la lumière matinale, les alouettes
prenaient soudain l’essor en chantant dans
leur ascension vertigineuse, comme des esprits
de joie ravis plus haut, toujours plus haut
dans l’azur plus limpide, invisibles aux yeux
hum ains; et, sur mon âme étonnée, la coupole
du ciel résonnait tout entière de leur ivresse
mélodieuse.

Cette solitude pouvait donc mieux qu’aucune
autre me donner le degré de folie et le degré
de lucidité nécessaires à un ascète ambitieux :
à un ascète qui, renouvelant le sens originel
de la parole austère, voudrait, comme les anciens
agonistes, se préparer par une rigide discipline
aux luttes et aux dominations terrestres.
« Quelle colonne ardue, quel désert de feu,
quelle cime inaccessible, quelle caverne sans
fond, quel fiévreux marécage, quel lieu plus
lointain, plus dénudé et plus tragique pourrait
l’emporter sur l’Agro en vertu pour allumer
l’étincelle sacrée de la folie chez l’homme qui
se croit destiné à graver sur de nouvelles tables

�LES VIERGES AUX ROCHERS

45

des lois nouvelles pour l’âme religieuse des
peuples ? pensais-je, tandis que surgissaient
en moi des pressentiments de formes incréées,
à la faveur de ce silence même où se pressaient
tant de formes éteintes de notre humanité.
Ici, tout est mort ; mais tout peut revivre
à l’improviste dans un esprit assez vaste et '
assez ardent pour accomplir ce prodige. Com­
ment imaginer la grandeur terrifiante d’une
pareille résurrection? Celui qui pourrait l’em­
brasser dans sa conscience, celui-là paraîtrait
à lui-même et aux autres possédé par une
force mystérieuse et incalculable, beaucoup
plus grande que celle qui assaillait la Pythie
antique. Par sa bouche parlerait, non pas là
fureur d’un dieu présent dans le trépied, mais
bien le génie même des races, gardien funèbre
d’innombrables destins déjà révolus. Son oracle
serait, non pas un soupirail ouvert sur un
monde suprasensible, mais l’admonition de
toutes les sagesses humaines mêlée au souffle
de la Terre, cette première vaticinatrice, enlos
la parole d’Eschyle. Et une fois encore les
m ultitudes s’inclineraient devant l’apparence
divine de sa folie, non pas comme à Delphes

�46

LES VIERGES AUX ROCHERS

pour solliciter les arrêts obscurs du dieu
oblique, mais pour recevoir la lucide réponse
de la vie antérieure, cette réponse que n’a pas
donnée le Nazaréen. Trop grande était l’igno­
rance de celui-ci, et trop pierreux le désert
qu’il avait choisi pour y trouver sa révélation,
là-bas, sous les montagnes de la Judée, à
la rive occidentale de la Mer Morte : région
de roches et d’abîmes, dépourvue de tous
vestiges, aveugle de toute pensée. Il ne crai­
gnait pas les chacals faméliques, le jeune soli­
taire ; mais les pensées, il les craignait. Sa main
décharnée savait apprivoiser les bêtes sauvages ;
mais une pensée ardente et dominatrice comme
celles qui hantent le désert latin l’aurait
dévoré. Lorsque le mauvais ange l’amena sur
la cime de la montagne et lui montra du
doigt la plaine fertile et lui indiqua la direction
des divers royaumes de ce monde et les courants
profonds et furieux du désir humain, il ferma
les paupières : il ne voulut ni voir ni savoir.
Mais le Révélateur doit étendre par delà toute
limite l’horizon de sa conscience, embrasser et
lesjoursetlesans et les siècles et les millénaires,
afin que la vérité qu’il apporte, émanant de la

�L E S VIERGES AUX ROCHERS

47

somme de vie que les hommes ont vécue
jusqu’à l’heure présente, apparaisse comme un
foyer où puissent se recueillir, s’harmoniser
et se multiplier les énergies ascensionnelles
du plus grand nombre possible de généra­
tions, pour avancer plus directement et plus
unanimement vers des idéalités toujours plus
pures. »

Quelquefois aussi m ’accompagnait le fantôme
de celui qui, un jour, crut avoir créé le nouveau
Roi de Rome. « Ce qui manqua,»pensais-je,«à
cet admirable suscitateur de volontés héroïques
et vendangeur allègre de jeune sang, ce fut
une vigile ascétique sur le sépulcre des nations.
S’il eût pu détourner un moment son esprit
des choses qui le harcelaient et l’incliner
vers les choses immobiles, il aurait conçu
peut-être une idée pius haute de sa personne
mortelle et choisi cette idée pour régulatrice
de sa geste ; et son rêve latin de domination se
serait condensé d’une manière si ferme et
si tenace que ni la force des événements ni lui-

�48

LES V I E R G E S A U X ROCHERS

même n’auraient pu le dissiper et le détruire
pour toujours, comme cela est advenu. Mais son
idée, liée trop étroitement à sa vie quotidienne,
trop humaine, devait mourir avec lui. Il ne
réussit pas à connaître le secret par lequel on
prolonge dans le temps l’efficacité de l’acte.
Elles étaient véhémentes autant qu’autres le fu­
rent jamais, les impulsions parties de l’homme;
mais elles n’avaient qu’une force d’expansion
courte et mal assurée, parce qu’elles prenaient
leur origine dans un centre d’instinctives
puissances non soumises à un concept supé­
rieurement formé par une suite sévère de mé­
ditations. Aussi son œuvre ne fut-elle pas supé­
rieure à lui-même et ne dura-t-elle que ce que
peut durer un carnage. Les vieux oracles réglè­
rent son destin. La réponse proférée par la
Pythie sur le sort de Corinthe put encore, après
des millénaires, être valable pour lui : — Une
aigle a conçu, posée sur une roche ; et elle engen­
drera un lion farouche, affamé de chair humaine,
qui opérera un grand carnage. — Il ne fit
qu’obéir à cet oracle, comme le tyranneau Cypselos. Et le Roi de Rome s’évanouit comme un
filet de fumée, vainement. »

�LES VIERGES AUX ROCHERS

49

Telle était la couleur des pensées que sus­
citait en moi l’aspect d’un lieu dont le Dante a
dit que la nature même l’avait disposé pour le
principat universel: ad universaliter piïncipandum. Et, tandis que me revenaient à la mémoire
les arguments dantesques pour démontrer le
bon droit de la domination romaine, j ’avais les
cimes de l’intelligence occupées par ce précepte
que les peuples latins, s’ils ont la volonté de
renaître, devraient adopter dans sa forme exacte
et rigoureuse pour en faire la norme de leur
conduite : — Maxime nobili maxime prœesse
convertit ; c’est au plus noble qu’il convient le
mieux de commander.
Et je pensais, en compagnie de ce grand et
tyrannique esprit : « 0 vénérable père de notre
langue, tu avais foi en la nécessité des hiérar­
chies et des différences entre les hommes ; tu
croyais à la supériorité de la vertu transmise
dans le sang par raison héréditaire ; tu croyais
fermement à une vertu de race qui par degrés,
d’élection en élection, pourrait élever l’homme
jusqu’à la plus haute splendeur de sa beauté
morale. En exposant la généalogie d’Enée, tu
voyais dans le « concorso del sangue » une

�50

LES V IERGES AUX ROCHERS

sûre prédestination divine. Or, par quel mysté­
rieux concours de sangs, par quelle vaste expé­
rience de cultures, en quel propice accord de
circonstances surgira-t-il, le nouveau Roi de
Rome ? Natura ordinatus ad imperandum, destiné
par la nature au commandement, mais dissem­
blable de tout autre monarque, il ne viendra
pas pour confirmer ou rehausser les valeurs
que depuis trop longtemps, sous l’influence des
diverses doctrines, les peuples ont coutume
d’attribuer aux choses de la vie; au con­
traire, il viendra pour les abolir ou les inter­
vertir. Connaissant toutes les significations des
faits qui composent l’histoire des hommes et
ayant pénétré l’essence de toutes les volontés
souveraines qui déterminèrent les mouvements
les plus considérables, il sera capable d’édifier
et de jeter vers l’avenir ce pont idéal par où
les races privilégiées pourront enfin franchir
l’abîme qui aujourd’hui semble les séparer de
la domination ambitionnée. »
Et cette image de roi, parmi toutes les
images sorties de ce sol sacré et entrées dans
mon âme, cette image me devenait parfois si
visible qu’elle prenait l’apparence d’une forme

�LES VIERGES AUX ROCHERS

SI

réelle ; et je la contemplais ardemment, tandis
que sur mon intellect flamboyaient avec une
indescriptible beauté des idées rapides, qui
s’obscurcissaient ensuite pour ne resplendir
peut-être jamais plus. *

Ainsi la campagne romaine, par son enseignement austère, m ’encourageait à poursuivre la
plénitude de ma virilité, à affirmer ma sou­
veraineté intérieure, à dessiner d’une main
ferme « cette ligne circonférencielle où s’engendre la beauté humaine, » selon la parole
de Léonard. Et je me demandais, à la lin de
chaque journée : « Quelles sont les pensées dont
s’est accru mon trésor ? Quelles énergies nou­
velles se sont développées dans ma substance?
Quelles possibilités nouvelles ai-je entrevues?»
Et je voulais que chaque journée portât l’em­
preinte dfe mon style, se distinguât par une
marque d’art vigoureux, par quelque fier
emblème de victoire ; car la familiarité de
Thucydide m ’offrait l’exemple de ses stratèges
qui ne m anquent jamais de prononcer une

�52

LES VIERGES AUX ROCHERS

belle et précise harangue, puis combattent de
toutes leurs forces, et finalement élèvent sur
le champ de bataille un trophée.
— A quoi bon? répétait cependant de loin
et de près un troupeau crépusculaire, avec une
voix qui rappelait celle des eunuques. Quel
est le sens, quel est le prix de la vie? Pour­
quoi vivre? Pourquoi se donner de la peine?
Tout effort est inutile, tout n’est que vanité
et douleur. Ce qu’il faut, c’est tuer les passions
l’une après l’autre et s’appliquer à extirper
jusqu’aux racines l’espérance et le désir, qui
sont la cause de la vie. Le renoncement, la
complète inconscience, la dissolution de tous
les rêves, l’anéantissement absolu, voilà la libé­
ration finale!
C’était une misérable gent affectée de lèpre,
celle qui réitérait cette plainte fastidieuse. Selon
le récit du candide Hérodote, les anciens Persans
attribuaient à des fautes commises contre h
Soleil la hideuse maladie. Et, de fait, cette gent
servile avait offensé le Soleil.
Une partie de ce troupeau, par espoir de se
purifier, s’immergeait dans de vastes bains de
piété où elle s'amollissait et se détrempait avec

�LES VIERGE S AUX ROCH ERS

53

beaucoup de componction. Mais le spectacle
n ’en était pas moins répugnant.
Je tournais les yeux et tendais les oreilles
d’un autre côté ; et une superbe allégresse me
faisait battre le cœur, parce que mes yeux non
voilés de larmes percevaient toutes les lignes
et toutes les couleurs, parce que mes oreilles
saines et vigilantes entendaient tous les sons
et tous les rythmes, parce que mon esprit pou­
vait sans limites jouir des apparences fugitives,
parce qu’il savait cultiver en lui-même de
bien autres mélancolies et trouver le plus
aimable charme de la vie justement dans la
rapidité de ses métamorphoses et dans l’ob­
scurité de ses mystères. Et alors je priais :
« 0 multiple Beauté du Monde, ce n’est pas
vers toi seule que monte ma louange ; ce n’est
pas vers toi seule, c’est aussi vers mes an­
cêtres, aussi vers ceux qui surent jouir de toi
dans les siècles reculés et qui me transm irent
leur sang riche et ardent. Loués soient-ils
maintenant et toujours pour les belles bles­
sures qu’ils ouvrirent, pour les beaux incendies
qu’ils allumèrent, pour les belles coupes qu’ils
vidèrent, pour les beaux vêtements dont ils se

�54

LES VIERGES AUX ROCHERS

parèrent, pour les beaux palefrois qu’ils cares­
sèrent, pour les belles femmes qu’ils possé­
dèrent, pour tous leurs carnages, pour toutes
leurs ivresses, pour leurs magnificences et leurs
luxures, loués soient-ils ! Car ils m 'ont ainsi
formé ces sens où tu peux largement et pro­
fondément te m irer, ô Beauté du Monde,
comme dans cinq vastes et profondes mers ! »

Cependant les poètes, après avoir épuisé le
trésor des rimes à évoquer des images d’autres
temps, à pleurer leurs illusions mortes et à
dénombrer les nuances des feuilles caduques,
les poètes découragés et éperdus demandaient,
avec ou sans ironie : « Quel peut être aujourd’hui
notre office? Devons-nous exalter en doubles
sizains le suffrage universel ? Devons-nous hâter
par d’anxieux hexamètres la chute des rois,
l’avènement des républiques, l’accès des plèbes
au pouvoir? N’existe-t-il pas à Rome, comme
autrefois à Athènes, quelque Gléophon déma­
gogue et fabricant de lyres ? Nous pourrions,
pour un modique salaire et avec ses instruments

�LES VIERGES AÜX ROCHERS

55

accordés par lui-même, persuader les incrédules
que dans la foule résident la force, le droit, la
pensée, la sagesse, la lumière... »
Mais nul d’entre eux, plus généreux et plus
fier, ne se levait pour répondre : « Défendez la
Beauté ! Cela est votre unique office. Défendez le
'êve qui est en vous ! Puisque aujourd’hui les
mortels refusent le tribut d’honneur et de
respect aux chanteurs, nourrissons de la Muse
qui les chérit, comme disait Odysseus, défendez-vous avec toutes les armes, et même avec
la raillerie si elle est plus efficace que l’invec­
tive. Ayez soin d’envenimer des plus âcres
poisons les pointes de vos traits. Faites que
vos sarcasmes aient assez de vertu corrosive
pour atteindre jusqu’à la moelle et pour la dé­
truire. Marquez jusqu’à l’os les fronts stupides
de ceux qui voudraient mettre sur chaque âme
une marque exacte comme sur un ustensile
social et rendre pareilles toutes les têtes hu­
maines comme les têtes des clous sous le m ar­
telage du cloutier. Que vos risées frénétiques
montent jusqu’au ciel lorsque vous entendez
les palefreniers de la Grande Bête vociférer
dans l’assemblée. Proclamez et démontrez, à la

�56

LES VIERGES AUX ROCHERS

gloire de l’intelligence, que leurs discours ne
sont pas moins ignobles que ces bruits avec
lesquels un rustre renvoie par la bouche les
vents de son estomac bourré de légumes. Pro­
clamez et démontrez que leurs mains, aux­
quelles Dante votre père appliquerait la même
épithète qu’il donna aux ongles de Thaïs, sont
bien propres à ramasser le fumier, mais ne sont
pas dignes de se lever dans l’assemblée pour le
vote d’une loi. Défendez la Pensée qu’ils mena­
cent, la Beauté qu’ils outragent. Un jour viendra
où ils tenteront de brûler les livres, de briser les
statues, de lacérer les tableaux. Défendez l’an­
cienne œuvre libérale de vos maîtres et l’œuvre
future de vos disciples contre la rage des es­
claves ivres. Ne désespérez pas, à cause que vous
êtes pcü nombreux. Vous possédez la suprême
science et la suprême force du monde : le Verbe.
Une ordonnance de mots peut l’emporter en
vertu homicide sur une formule chimique. Op­
posez résolument ladestruction à ladestruction.»

Et les patriciens, dépouillés de pouvoir au

�LES VIERGES AUX ROCHERS

37

nom de l’égalité, considérés comme des ombres
d’un monde disparu pour toujours, la plupart
infidèles à leur race et ignorants ou oublieux
des arts de domination professés par leurs
ancêtres, demandaient à leur tour : « Quel peut
être aujourd’hui notre office? Devons-nous
tromper le temps et nous-mêmes en cherchant
à nourrir une faible espérance parmi les sou­
venirs flétris, sous des voûtes historiées d’une
mythologie sanglante et trop vastes pour notre
haleine écourtée? Ou devons-nous reconnaître
le grand dogme de 89, ouvrir les portiques
de nos cours seigneuriales au souffle popu­
laire, couronner de lanternes nos balcons de
travertin aux fêtes de l’É ta t, devenir les
associés des banquiers juifs, exercer notre
petite part de souveraineté en remplissant le
bulletin de vote avec les noms de nos
l tailleurs,'
de nos chapeliers, de nos cordonniers, de nos
usuriers et de nos avocats? »
Quelqu’un d’entre eux, mal disposé aux abdi­
cations pacifiques, aux élégants ennuis et aux
ironies stériles, répondait : « Entraînez-vous
vous-mêmes comme vous entraînez vos chevaux
de course, dans l'attente de l’événement.

�S8

LES VIERGES AUX ROCHE

Apprenez la méthode pour affermir et fortifier
votre personne, comme vous avez appris celle
pour vaincre dans l’hippodrome. Ayez assez
de volonté pour astreindre à la ligne droite
vers un but certain toutes vos énergies, et
même vos passions les plus tumultueuses et
vos vices les plus troubles. Soyez convaincus
que l’essence de la personne surpasse en valeur
tous les attributs accessoires et que la souve­
raineté de soi-même est par excellence la marque
de l’aristocrate. Ne croyez qu’à la force tem­
pérée par la longue discipline. La force est
la première loi de la nature, loi indestructible
«t inabrogeable. La discipline est la vertu
supérieure de l’homme libre. Le monde ne
peut être constitué que sur la force, tant aux
siècles d’or qu’aux époques de barbarie. S’il
advenait qu’un autre déluge de Deucalion
détruisît toutes les races terrestres et que,
comme dans la fable antique, de nouvelles
générations surgissent des pierres, les hommes,
a peine issus de la Terre génératrice, se bat­
traient entre eux jusqu’à l’heure où le plus
robuste aurait réussi à dominer les autres.
Attendez donc et préparez l’événement. Tôt ou

�LES VIERGES AUX ROCHERS

59

tard, malgré votre petit nombre, vous réus­
sirez à reprendre les rênes pour dompter les
multitudes à votre profit. Et, vraiment, il ne
vous sera pas bien difficile de réduire le trou­
peau à l’obéissance. Les plèbes restent toujours
esclaves, parce qu’elles ont un besoin inné de
tendre les poignets aux chaînes. Jamais, jus­
qu’au terme des siècles, elles n’auront dans le
cœur le sentiment de la liberté. Ne vous lais­
sez pas tromper par leurs vociférations et leurs
contorsions malséantes, mais rappelez-vous
toujours que l’âme de la Foule est sujette à la
Panique. Aussi, à l’occasion, ferez-vous bien de
vous m unir de fouets sifflants, de prendre un
aspect impérieux, de machiner quelque gai stra­
tagème. Lorsque Odysseus, fertile en ruses, par­
courait le camp pour ramener les guerriers à
l’Agora, s’il rencontrait quelque plébéien voci­
férant, il le châtiait avec son sceptre et le
gourmandait par ces rudes paroles : « Arrête,
misérable, et écoute ceux qui te sont supérieurs;
tu es lâche et faible, et tu n’as jamais compté
ni au combat ni au conseil ! » Le noble dé­
magogue Alcibiade, expert autant qu’homme
le fut jamais à gouverner la Grande Bête, com­

�60

LES VIERGES AUX ROCHERS

mençait ainsi l’une de ses harangues pour
l’expédition de Sicile : « A moi plus qu’à tout
autre, ô Athéniens, appartient le droit de
commander ; et de ce droit je m ’estime digne. »
Mais la plus profonde de toutes les leçons et la
plus opportune pour vous, c’est celle qu’Hérodote
vous offre au début du livre de Melpomène. La
voici. — Les Scythes, restés vingt-huit ans loin
de leur patrie' parce qu’ils avaient tenu sous
leur domination l’Asie supérieure, ne rencon­
trèrent pas, lorsqu’ils voulurent y rentrer
après un si long intervalle, de moindres difcultés que celles qu’ils avaient éprouvées durant
la guerre médique. Une grosse armée ennemie
leur en fermait l’accès. Et cela résultait
de ce que les femmes scythes, privées long­
temps de leurs hommes, s’étaient abandonnées
aux esclaves. De ces esclaves et de ces femmes
était née une génération de jeunes gens, les­
quels, instruits de leur propre origine, s’é­
taient tournés contre ceux qui rentraient de la
Médie. Et d’abord, pour barrer le passage, ils
avaient pratiqué une tranchée se prolongeant
depuis les monts tauriques jusqu’au Palus
Mœotide, qui est très vaste. Puis, grâce à de

�LES VIERG ES AÜX ROCHERS

(&gt;|

forts travaux de défense, ils réussirent à re­
pousser l’assaut tenté par les Scythes. Et comme
ces derniers, après divers engagements, voyaient
qu’ils ne pouvaient en aucune façon avancer
par les armes, alors l’un d’eux se prit à dire:
« 0 Scythes, pourquoi nous donnons-nous tant de
peine? A combattre contre nos esclaves, nous
nous affaiblissons nous-mêmes par des morts
continuelles ; et, si nous les tuons, nous ne
faisons que dim inuer le nombre de nos futurs
sujets. D’où je conclus qu’il est à propos de
déposer les lances et les dards, et que chacun
de nous devrait brandir seulement la houssine
de son cheval et affronter ainsi ces gens-là. Car,
nous ayant vus jusqu’à cette heure marcher
en armes, ils ont certainement cru être nos
égaux et fils d’égaux ; mais, dès qu’ils auront
vu qu’au lieu d’armes nous manions la houssine,
ils sentiront soudain qu’ils sont nos esclaves;
et, bien convaincus de leur état, ils ne sauront
plus nous résister. j&gt; Ce discours entendu, les
Scythes suivirent le conseil. Et leurs adver­
saires, frappés de terreur par ce fait nouveau,
cessèrent de combattre et prirent la fuite. Voilà
comment les Scythes recouvrèrent leur patrie.
4

�62

LES VIERGES AUX ROCHERS

— 0 dominateurs sans domination, méditez
cette histoire! »

Peut-être, dans ma laborieuse solitude —
encore que je ne craignisse ni la maladie, ni la
démence, ni la mort, puisque je possédais cette
flamme tutélaire d’orgueil, de pensée et de foi
— peut-être, à certaines heures, ma mélancolie
recélait-elle .un véritable besoin de commu­
nions avec l’esprit fraternel non rencontré
encore, ou avec un groupe d’esprits prédisposés
à se passionner sincèrement pour ce qui me
passionnait.
L’indice auquel je croyais reconnaître ce
besoin, c’était mon habitude mentale de fixer
les théories des idées et des images dans une
forme concrète, oratoire ou lyrique, comme
à l’intention d’un auditeur imaginaire. Des
jets brûlants d’éloquence et de poésie m inon­
daient à l’improviste, de sorte que parfois,
pour mon âme débordante, le silence devenait
lourd.
Alors, pour me réconforter dans ma solitude,

�LES VIERGES AUX ROCHERS

63

j’eus l’idée de revêtir d’une figure corporelle
ce Démoniaque en qui, selon l’enseignement
de mon premier m aître, j ’avais foi comme
en l’infaillible guide qui me conduisait à l’in­
tégration de mon effigie morale. J’eus l’idée
de confier à des lèvres belles et impérieuses,
et colorées du même sang que le mien, l’office
de me répéter : — 0 toi, sois tel que tu dois
être.
Parm i les images de mes aïeux, il y en a une
qui m ’est chère plus que toutes les autres, et
sacrée comme une icône votive. C’est la fleur
la plus noble et la plus vivace de ma lignée,
rendue immortelle par le pinceau d’un artiste
divin. C’est le portrait d’Alexandre Cantelmo,
comte de Yolturara, peint par le Vinci entre 1493
et 1494, à Milan, où Alexandre avait pris ses
quartiers avec sa compagnie d’hommes d’armes,
attiré par la magnificence inouïe de ce Sforza
qui voulait faire de la cité lombarde une nouvelle
Athènes.

Rien au monde n’a pour moi un prix égal,
et nul trésor ne fut jamais gardé avec plus de
passion jalouse. Je ne me lasse pas de rem er­
cier la fortune qui a voulu faire resplendir sur

�64

LES VIE RGES AUX ROCHERS

ma vie cette image insigne et m ’octroyer l’in­
comparable volupté d’un secret si précieux.
« Si tu possèdes une chose belle, souviens-toi
que chaque regard d’autrui usurpe sur ta
possession. Partagée, la jouissance de la contem­
plation s’amoindrit ; refusé donc le partage.
Tel, pour ne pas confondre son regard avec
celui d’un inconnu, s’est arrêté au seuil du
musée public. Donc, si tu possèdes vraiment
une chose belle, renferme-la derrière sept portes
et couvre-la de sept rideaux. » Et un rideau
couvre la figure magnétique ; mais son rêve est
si profond et sa flamme est si puissante que
parfois le tissu palpite sous la véhémence de
son haleine.
Je donnai au Démoniaque la forme de ce
génie familier : et, dans la solitude, je le sentis
vivre d’une vie beaucoup plus intense que la
mienne. N’avais-je pas devant moi, grâce au
durable prestige d’un des plus grands révéla.teurs du monde, n’avais-je pas devant moi un
esprit héroïque issu de la même souche que
moi-même et constitué par tous ces caractères
distinctifs de la race que je cherchais opiniâ­
trement à révéler en ma propre personne et

�LES VIERGES AUX ROCHERS

6S

qui se montraient en lui avec une vigueur de
relief presque effrayante?
Le voici encore devant moi, toujours le même
et toujours nouveau. Un tel corps n’est pas la
prison de l’âme, il en est le simulacre fidèle.
Sur le visage presque imberbe, toutes les lignes
sont fermes et précises comme sur un bronze
ciselé avec insistance ; la peau recouvre d’une
pâleur fauve des muscles secs, accoutumés à se
manifester par un frémissement sauvage dans
le désir et dans la colère ; le nez droit et rigide,
le menton osseux et étroit, les lèvres sinueuses
mais énergiquement serrées expriment la vo­
lonté téméraire ; et le regard est pareil à une
belle épée, dans l’ombre d’une chevelure épaisse,
lourde et presque violette comme les grappes
de raisin embrasées par le soleil sur le sarment
le plus vivace. Il est en pied, visible à partir
du genou, immobile ; et néanmoins, à première
vue, l’imagination se représente la détente
brusque des jambes, flexibles et fortes comme
l’acier des arbalètes, qui donneront un élan
redoutable à ce buste élégant dès que l’ennemi
se montrera. Cave, adsum : l’antique devise
lui convient bien Vêtu d’une légère armure

�66

LES VIERGES AUX ROCHERS

damasquinée par un parfait ouvrier, il a les
mains nues, des mains pâles et sensitives, mais
avec je ne sais quoi de tyrannique et presque
d ’homicide dans la netteté de leur dessin : la
gauche appuyée sur la gorgone de la garde, la
droite contre l’arête d’une table couverte d’un
velours sombre dont on aperçoit le bord. Sur
le velours, à côté des gantelets et de l’armet,
sont posées une statuette de Pallas et une gre­
nade dont la tige porte aussi sa feuille aiguë
et sa fleur ardente. Derrière la tête, par l’em­
brasure d’une fenêtre, fuit au loin une cam­
pagne dénudée que borne une enceinte de
collines surmontées d’un pic, seul comme une
pensée superbe. Et dans le bas, sur un cartel,
on lit ce distique :
F R O N S V I R 1 D I S RAMO A N T I Q U O EX F L O S I G N E U S UNO
T E M P O R E ( PRO DI GI US l) F R U C T U S ET U B E R I NE S T .

En quel lieu et par quel concours de circon­
stances Alexandre s’était-il rencontré la pre­
mière fois avec le maître florentin qui attei­
gnait alors toute la splendeur de sa virilité?

�LES VIERGE S AUX ROCHERS

67

Peut-être dans un festin chez Ludovic, au
milieu des merveilles créées par les occultes
artifices du Mage ? Ou plutôt dans le palais de
Gecilia Gallerani, où les hommes de guerre dis­
sertaient sur la science des batailles, où les
musiciens chantaient, où les architectes et les
peintres dessinaient, où les philosophes dis­
putaient sur les choses naturelles, où les poètes
récitaient leurs vers et ceux d’autrui « en la
présence de cette héroïne », comme le raconte
Bandello. C’est là surtout qu’il me plaît d’ima­
giner leur première rencontre, au temps où déjà
la favorite du More commençait à aimer secrète­
ment Alexandre.
Quelle flamme d’intelligence audacieuse et
de volonté dominatrice devait transparaître sur
le visage du jeune homme, pour que, depuis
ce jour, Léonard en demeurât épris ! Peut-être
Alexandre et lui raisonnèrent-ils à l’écart « sur
es moyens de ruiner toute citadelle ou autre
fortification qui ne serait pas fondée sur le roc» ;
et le capitaine se passionna-t-il pour les for­
midables secrets de ce prestigieux créateur de
madones qui surpassait les plus doctes cons­
tructeurs de machines de guerre par la nou­

�68

LES V IERGES ADX ROCHERS

veauté de ses engins. Peut-être, au cours de
l’entretien, Léonard prononça-t-il quelqu’un de
ses mots profonds sur l’art de la vie ; et peutêtre, en scrutant les yeux du jeune homme
devenu muet, reconnut-il en lui un esprit dé­
cidé à tirer de la vie tout ce qu’elle pouvait lui
donner, un ambitieux résolu, non pas à suivre
aveuglément sa fortune, mais à conquérir le
pouvoir avec l’aide de cette science qui m ulti­
plie et fait converger vers le but toutes les forces
de l’agent. Et celui qui, quelques années plus
tard, allait devenir l’architecte militaire de César
Borgia, celui qui appelait et attendait un prince
magnanime dont la libéralité lui offrirait sans
mesure les moyens de mettre à exécution ses
projets innombrables, celui-là peut-être vit
dans le patricien aux longs cheveux le fonda­
teur d’une dynastie royale et l’aima parce qu’il
mettait en lui ses plus superbes espérances.
Il me plaît d’imaginer qu’elle se rapporte au
soir de leur première rencontre, cette brève
mention des mémoriaux du Vinci, qui alors
s’appliquait tout entier aux études pour la statue
équestre de François Sforza. « Pénultième jour
d’avril 1492. Le grand genet de messire

�LES VIERGES AÜX ROCHERS

fi9

Alexandre Cantelmo: il a une belle encolure
et une très belle tête. »
Sans doute ils sortaient ensemble du palais
de Cecilia et s’étaient arrêtés dans la rue,
poursuivant leur entretien; et, lorsque Léonard
aperçut le genet, il s’approcha pour l’examiner.
En caressant la belle encolure, il exprima par
quelque exclamation spontanée le terrible labeur
que donnaient à son esprit jamais satisfait les
recherches continues pour ce monument où
Ludovic le More voulait glorifier la fortune de
son père, conquérant du duché et vainqueur
de Gênes. Sa main créatrice dessina dans l’air
le colosse, par quelque geste large qui le rendit
visible au regard intérieur du jeune homme. Le
jour tombait ; l’or d’un crépuscule printanier
flottait sur les pinacles de la ville joyeuse ; une
troupe de musiciens passait en chantant ; et le
genet se m it à hennir d’impatience. Alors un
orgueil héroïque dilata l’âme d’Alexandre et
l’égala au fantôme du grand capitaine. « Ah !
partir pour ma conquête ! » pensait-il en
sautant à cheval. Et comme, en réalité, il up
partait que pour une besogne quelconque de
la vie commune, il s’écria tout à coup, dans

�\

70

LES VIERGES AUX ROCHERS

une crise d’amertume : « Vous semble-t-il, maître
Léonard, qu’un homme puisse trouver son
compte à vivre en l’état où je suis ? » Et
Léonard, que n’étonnèrent pas ces paroles im­
prévues : « Le tout est que l’aigle prenne son
premier essor. » Et peut-être, en regardant ce
cavalier imberbe qui s’éloignait avec ses gens,
pensa-t-il que la nature l’avait fait roi « comme
celui qui, dans la ruche, naît condottière des
abeilles ».
Le matin suivant, un serviteur amena au
statuaire le genet qu’Alexandre lui offrait en
présent avec ses salutations.
Tel fut, j’imagine, le début de leurs mu­
tuelles libéralités. Le maître récompensait le
disciple avec la véritable richesse; « car le
nç&gt;m de richesse ne convient pas à ce qui peut
se perdre ». Gomme Socrate, il chérissait les
disciples ornés de rares élégances et de belles
chevelures. Gomme Socrate, il excellait dans
l’art d’élever l’âme humaine jusqu’au suprême
degré de sa vigueur. Sans doute Alexandre fut
quelque temps l’élu dans cette Academia
Leonardi Vincii, où une noble famille spirituelle
s’épanouissait peu à peu sous un enseignement

�LES VIERGE S AUX ROCHERS

71

qui tirait sa chaleur de cette vérité centrale
comme d’un soleil jamais obscurci : « On ne
peut aimer ni haïr aucune chose sans en avoir
d ’abord la connaissance. L’amour d’une chose
quelconque est fils de la connaissance qu’on
en a. L’amour est d’autant plus fervent que
la connaissance est plus certaine. »
Çà et là, dans les mémoriaux interrompus
de Léonard, on trouve des indices de la curiosité
passionnée avec laquelle cet infatigable expé­
rim entateur surveillait l’âme précieuse de son
jeune ami. Il n’avait pas pour lui de secrets;
car il voulait concourir de tous ses moyens à
développer en lui les puissances accumulées et
à lui préparer une action plus efficace sur un
vaste théâtre. Il notait, pour ne pas l’oublier:
« Parler à Volturara de certaines manières de
décocher les dards. » Et encore : « Montrer à
Volturara des procédés pour lever et abaisser
les ponts, pour brûler et détruire ceux de
l’ennemi, et comment on dresse des bombardes
et des bastions tant de nuit que de jour. » Ou
bien : « Messire Alexandre veut me donner
un Valturio de lie militari, et les Décades, et
Lucrèce des Choses naturelles. »

�72

L E S VIERGES AUX ROCHERS

Comme les mots brefs et ûers du jeune
homme le frappaient, il en notait quelques-uns.
« Messire Alexandre a dit qu’il faut saisir la
fortune par devant, car elle est chauve par
derrière. » Et encore : « Tandis que je travaillais
au livre qui traite du partage des fleuves en
plusieurs bras afin de les rendre guéables,
Volturara a dit hardiment : — Par ma foi, Cyrus
fils de Cambyse a bien su faire de même au
fleuve Gyndes pour le châtier, et seulement
parce que le fleuve lui avait enlevé une cavale
blanche. »
Un jour — j’imagine — ils s’étaient rencontrés
dans la magnifique demeure deCecilia Gallerani;
et Léonard avait ravi les âmes en jouant de
cette lyre singulière qui, fabriquée de sa main,
presque toute en argent avait la forme d’un crâne
de cheval. Pendant la pause qui suivit l’enthou­
siasme, la nouvelle Sapho se fit apporter un
admirable coffret enrichi d’émaux et de gemmes,
don envoyé par le duc ; et, le m ontrant aux
personnes présentes, elle leur demanda quel
serait, à leur avis, l’objet assez précieux
pour mériter qu’on l’y serrât. Chacun émit
une opinion différente. « Et vous, messire

�LES VIERGES AUX ROCHERS

73

Alexandre? » interrogea madame Cecilia, avec
un doux regard. L’audacieux répondit : « Du
coffret qui fut trouvé parmi les trésors de
Darius, plus riche que tout ce qu’on a jamais
vu, un Alexandre d’autrefois voulut faire un
étui pour l’Iliade d’Homère. »
Et le Vinci consigna vite cette réponse dans
ses mémoriaux, ajoutant : « On voit bien qu’il
se nourrit de moelles et nerfs de lion. »
Un autre jour qu’ils s’étaient rencontrés
dans le jardin de la même hôtesse, Alexandre,
après avoir disputé avec quelqu’un de ces
« fameux esprits », s’était retiré à l’écart pour
suivre une pensée nouvelle que la chaleur de
la dispute avait fait éclore dans son intelli­
gence pleine de germes. Quoique la belle
comtesse bergamine l’eût appelé à plusieurs
reprises, il tardait à se retourner, parce qu’il
avait tardé à entendre l’appel. Et, à un reproche
gracieux, ou peut-être à un mot piquant, il
repartit avec un sourire : « On ne se retourne
pas quand on fixe une étoile. »
Ce fut peut-être le même soir que, considé­
rant l’intensité et la diversité des aptitudes en
cette précoce jeunesse, l’esprit du maître,

�74

LES V I E P ^ ^ S AUX ROCHERS

enclin aux significations occultes des emblèmes
et des allégories, trouva le beau symbole de
la multiple grenade dont la tige porte la feuille
aiguë et la fleur ardente.
Mais, le 9 juillet de l’année 1495, trois jours
après le combat de Fornoue, il notait : « Volturara tué sur le champ de bataille. Jamais
au monde fer aveugle ne trancha plus grande
espérance. »

Tel vécut et m ourut le jeune héros en
qui se montra sublimée la vertu native de ma
race militante. Tel me le révélait entièrement
l’image fidèle transmise à l’héritier lointain
par un artiste qu’on surnomma Prométhée.
« 0 toi, » me disait-il en s’emparant de mon
âme par son magnétique regard, « sois tel que
tu dois être. »
s Par toi, » lui disais-je, « par toi je serai ce
que je dois être; car je t’aime, ô belle fleur
de mon sang; car je veux mettre tout mon
orgueil dans ma soumission à ta loi, ô domi­
nateur 1 Tu portais en toi une force suffisante

�LES VIERGES AUX ROCHERS

75

pour subjuguer la terre; mais ton royal destin
ne devait pas s’accomplir à l’époque où tu appa­
rus une première fois. A cette époque, tu ne
fus que l’annonciateur et le précurseur de toimême; et tu devais réapparaître plus tard sur ta
souche résistante, dans la maturité des siècles
futurs, au seuil d’un monde que n’ont pas encore
exploré les guerriers mais que déjà promettent
les sages; tu devais réapparaître comme le
messager, l’interprète et l’arbitre d’une vie
nouvelle. C’est pourquoi tu disparus subite­
ment, à l’instar d’un demi-dieu, près d’un fleuve
aux eaux gonflées, parm i le fracas de la bataille
et de l’ouragan, lorsque le soleil allait atteindre
le signe du Lion. La mort n’a pas tranché
la grande espérance, mais le destin a voulu
en différer l’accomplissement merveilleux. Ta
vertu, qui ne put alors se manifester en une
geste triomphale sous les regards du monde,
devra nécessairement renaître un jour dans ta
lignée survivante. Dieu veuille que ce soit
demain ! Et puissé-je engendrer celui qui t’éga­
lera ! J’invoque, j ’attends et je prépare la
résurrection de ta vertu avec une foi indéfec­
tible, adorant ton image vraie, ô dominateur

�76

LES VIERGES AUX ROCHERS

pensif, ô toi qui mis pour signet dans les livres
de la Sagesse le fil de ta belle épée nue ! »
Ainsi lui parlais-je. Et, sous son regard et sous
son admonition, non seulement je sentais se
multiplier en moi les forces efficaces, mais
encore mon devoir se précisait en lignes défi­
nitives. — Donc, tu travailleras à réaliser ton
destin et celui de ta race. Tu auras en même
temps devant les yeux et le plan prémédité de
ta propre existence et la vision d’une existence
supérieure à la tienne. Tu vivras dans l’idée
que chaque vie,* étant la somme des vies précédentes, est la condition des vies futures. En
conséquence, tu ne croiras pap être seulement
principe, motif et fin de ta propre destinée,
mais tu sentiras tout le prix et tout le poids
de l’héritage que tu as reçu de tes ancêtres et
que tu devras transm ettre à ton descendant,
contresigné de ta plus vigoureuse empreinte.
Fonde la souveraine conception de ta dignité
sur la certitude inébranlable d’être le canal
conservateur d’une énergie multiple qui de­
main, ou dans un siècle, ou dans l’infini du
temps, pourra s’affirmer par une manifestation
sublime. Mais espère que ce sera demain !

�LES VIERGES AUX ROCHERS

77

Triple est donc ton devoir, puisque tu possèdes
le don de la poésie et que tu t’appliques à
acquérir la science du verbe. Triple est ton
devoir : conduire ton être par une droite mé­
thode jusqu’à la parfaite intégrité du type
latin; concentrer la plus pure essence de ton
esprit et reproduire la plus profonde vision
de ton univers dans une œuvre d’art unique
et suprême; préserver les richesses idéales de
ta race et tes propres conquêtes dans un fils
qui, sous l’enseignement paternel, les recon­
naisse et les coordonne en lui-même, pour se
sentir digne d’aspirer à la réalisation de pos­
sibilités toujours plus hautes.

Alors, quand j’eus ainsi très claire devant les
yeux la table de mes lois, je connus, non seu­
lement la tristesse du doute, mais encore une
anxiété qui ressemblait à la peur, une anxiété
nouvelle et horrible. « Si quelque violence
aveugle et imprévue des forces extérieures venait
à heurter, déformer et briser mon œ uvre? Si je
devais plier et succomber sous une injure bru-

�78

LES VIERGES AUX ROCHERS

taie du Hasard? Si mon édifice était renversé
avant le couronnement par un de ces souffles
délétères qui jaillissent à l’improviste des ténè­
bres? » Cette peur, je la connus en une heure
étrange de désarroi et de consternation, où je
sentis ma foi chanceler. Mais bientôt j’en eus
honte, lorsque l’admoniteur me dit : « A en
juger par la nature de tes pensées, il semble
que tu subisses la contamination de la foule
ou l’obsession d’une femme. Pour avoir tra­
versé la foule qui te regardait, voilà que déjà
tu te sens diminué vis-à-vis de toi-môme. Ne
vois-tu pas que les hommes qui la fréquentent
deviennent stériles comme les mulets ? Le
regard de la foule est pire qu’un jet de fange;
son haleine est pestilentielle. Va-t’eh au loin,
tandis que l’égout se décharge. Va-t’en au
loin pour m ûrir tout ce que tu as récolté. Plus
tard, ton heure viendra. Que crains-tu ? A
quoi te servirait ta longue discipline, si elle
ne te rendait pas plus fort que les choses? Tu
ne dois rien implorer de la fortune, hormi3
l’occasion ; mais l’occasion même, il est quel­
quefois possible de la créer par la volonté.
Va-t’en donc au loin, tandis que l’égout se

�LES V I E R G E S AUX ROCHERS

79

décharge. Ne t’attarde pas; ne te laisse pas con­
taminer par la foule, ne te laisse pas prendre
par une femme. Sans doute tu as besoin d’une
alliance pour fournir une partie de la tâche que
tu t’es assignée à toi-mème. Mais, pour toi,
mieux vaudrait attendre et rester seul ; que
dis-je? mieux vaudrait tuer ton espérance plu­
tôt que de soumettre ta chair et ton âme à une
chaîne indigne. — Si la chose aimée est vile,
l’amant devient vil. — Il faut que jamais tu
n’oublies cette sentence de ton Léonard et que
toujours tu puisses répondre superbement,
comme Castruccio : — C’est moi qui l’ai prise,
ce n’est pas elle qui m’a pris. »
Juste était l’admonition qui à cette heure
descendait vers moi. Et, sans retard, je me
disposai à partir de la ville infectée.
C’était l’époque où l’activité des destructeurs
et des constructeurs s’acharnait le plus furieuse­
ment sur le sol de Rome. Avec les nuages de
poussière se propageait une sorte de folie du
lucre qui, comme un tourbillon malfaisant,
saisissait, non les seuls hommes de la glèbe,
les serfs de la chaux et de la brique, mais
aussi les plus orgueilleux héritiers des majorats

�80

LES VIERGES AÜX ROCHERS

institués par les papes, ceux qui jusqu’alors,
de leurs palais en travertin inébranlables sous
la croûte des siècles, avaient regardé avec mé­
pris les intrus. Les familles magnifiques, fon­
dées, renouvelées, renforcées par le népotisme
et par les guerres civiles, s’humiliaient l’une
après l’autre, glissaient dans la fange nou­
velle, s’y enlizaient, disparaissaient. Les ri­
chesses insignes, accumulées durant des siècles
d’heureuse rapine et de faste mécénien, étaient
exposées aux risques de la Bourse.
Les lauriers et les rosiers de la Villa Sciarra,
célébrés pendant une si longue suite de nuits
par les rossignols, tombaient sous la serpe ou
demeuraient humiliés entre les grilles des jardinetsattenants auxpetites villas des droguistes.
Les gigantesques cyprès de la Villa Ludovisi,
les cyprès de l’Aurore, ceux-là mômes qui un
jour avaient répandu la solennité de leur
antique mystère sur la tête olympienne de
Gœthe, gisaient abattus (ils existent toujours
dans ma mémoire tels que mes yeux les virent
en une après-midi de novembre), abattus et
alignés l’un à côté de i’auL'e, avec toutes leurs
racines découvertes qui fumaient vers le ciel

�LES VIERGES AÜX ROCHERS

81

pâli, avec ces noires racines découvertes qui
semblaient retenir encore prisonnier dans leur
énorme enchevêtrement le fantôme d’une vie
toute-puissante. Et à l’entour, sur les prairies
seigneuriales où le printemps précédent avait
pour la dernière fois semé des violettes plus
nombreuses que les brins d’herbe, blanchis­
saient des trous à chaux, rougeoyaient des tas
de briques, grinçaient des roues de fardiers
chargés de pierres, alternaient les appels des
maçons et les cris rauques des charretiers,
grandissait rapidement l’œuvre brutale qui
devait occuper les lieux consacrés depuis si
longtemps à la Beauté et au Rêve.
Il semblait que soufflât sur Bome un ouragan
de barbarie qui menaçait de lui arracher cette
radieuse couronne de villas princières aux­
quelles rien n’est comparable dans le monde
des souvenirs et de la poésie. Jusque sur les
buis de la Villa Albani, qu’on avait pu croire
immortels comme les cariatides et les hermès,
la menace des barbares était suspendue.
La contagion se propageait partout, rapide.
Dans le conflit incessant des affaires, dans la
fureur féroce des appétits et des passions, dans
5.

�82

LES VIERGES AUX ROCHERS

l'exercice exclusif et désordonné des activités
utiles, tout sentiment de bienséance avait dis­
paru, tout respect du Passé était aboli. La lutte
pour le gain se livrait avec un acharnement
effréné, implacable. Les armes des combattants
étaient la pioche, la truelle et la mauvaise foi.
Et d’une semaine à l’autre, avec une rapidité
presque fantastique, surgissaient sur des fonda­
tions remplies avec des décombres les cages
énormes et vides, criblées de trous rectangu­
laires, surmontées d’entablements postiches,
plaquées de stucs ignominieux. Une espèce
d’énorme tum eur blanchâtre saillait au liane
de la vieille Rome et en absorbait la vie.
Puis, de jour en jour, au soleil couchant,
— lorsque les bandes querelleuses des ouvriers
s’éparpillaient dans les cabarets de la Via
Salaria et de la Via Nomentana, — on voyait
sur les avenues princières de la Villa Borghèse
apparaître dans des carrosses reluisants les
nouveaux élus de la fortune, auxquels ni le
coiffeur ni le tailleur ni le cordonnier n’avaient
pu enlever leur ignoble marque ; on les voyait
passer et repasser au trot sonore des alezans,
reconnaissables à l’insolente gaucherie de leurs

�LES VIERGES AUX ROCHERS

83

attitudes, à l’embarras de leurs mains rapaces
cachées sous des gants trop larges ou trop
étroits. Et ils semblaient dire : « Nous sommes
les nouveaux maîtres de Rome. Inclinez-vous ! »
Tels étaient, en effet, les maîtres de cette
Rome que rêveurs et prophètes, ivres de l'ar­
dente exhalaison de tant de sang latin répandu,
avaient comparée à l’arc d’Ulysse. — Il faut le
courber ou m ourir. — Mais ces hommes qui, de
loin, étaient apparus comme des flammes dans
le ciel héroïque de la patrie non affranchie
encore, ces même? hommes devenaient main­
tenant « des charbons sordides, bons seulement
pour crayonner sur les murailles une figure
obscène ou une vilaine parole », selon l’atroce
image d’un rhéteur indigné. Us s’ingéniaient,
eux aussi, à vendre, à brocanter, à légiférer
et à tendre des traquenards, personne ne fai­
sant plus allusion à l’arc homicide. Et, en vé­
rité, il était peu probable que tout à coup,
pour les épouvanter, ce cri s’élevât : « 0 Pré­
tendants, dévorateurs du bien d’autrui, prenez
garde ! Ulysse vient d’aborder à Ithaque ! »

�84

LES VIERGES AUX ROCHERS

11 était donc excellent, le conseil de se sous­
traire pour quelque temps à ce spectacle. Et
je partis, emmenant avec moi mes chevaux et
les objets qui m’étaient le plus chers, sans
prendre congé de personne.
J’avais choisi pour séjour Rebursa, celle de
mes terres héréditaires que je préférais et que
mon père avait préférée aussi : refuge propice
pour une âme forte, pays aux vertèbres de
rocher, dessiné avec une sobriété et une
vigueur de style incomparables, bien fait pour
accueillir et nourrir le rêve de mon ambition
comme il avait accueilli et nourri l’altière
tristesse de mon père après la chute de son Roi
et la mort de Celle qui, vivante, avait été la
douce lumière de notre maison et notre bien
le plus sûr.
En outre, j ’avais dans le voisinage, à Trigente,
des amis non revus depuis bien des années,
mais non oubliés, auxquels me liaient de chers
souvenirs d’enfance et d'adolescence. Et la
pensée de les revoir me réjouissait.
Les Capece Montaga vivaient à Trigente dans
l’ancien château baronial, entouré d’un jardin
vaste comme un parc. C’était une des familles

�LES VIERG ES AUX ROCHERS

85

les plus illustres et les plus magnifiques des
Deux-Siciles, mais tombée en ruine pendant les
dix années qui suivirent le désastre du Roi et
retirée depuis lors dans le dernier de ses fiefs
pour y vivre obscurément, au fond de la province
silencieuse. Le vieux prince de Castromitrano,
qui avait joui des plus grands honneurs à la
cour de Ferdinand et de François et qui avait
fidèlement suivi l’exilé à Rome et par delà les
Alpes sans renoncer jamais aux somptuosités
des temps heureux, rêvait depuis des années
dans l’ombre et, depuis des années, attendait
vainement la Restauration, tandis que sa tête
blanchie avant l’âge allait s’inclinant de plus
en plus vers la tombe et que ses enfants allaient
se consumant dans un inerte ennui. La démence
de la princesse Aldoïna troublait seule cette
agonie lente en y projetant par éclats la splen­
deur fantastique du Passé. Et rien n’égalait en
désolation le contraste entre la réalité misé­
rable et les pompeux fantômes créés par ce
cerveau en délire.
Pour mon âme qui déjà s’apprêtait à re­
cueillir toute l’âme incluse dans l’enceinte de
pierre, cette grande race moribonde ajoutait à

�8G

LES VIERGES AUX ROCHERS

ce pays de rochers une sorte de beauté fu­
nèbre. Déjà naissait des profondeurs de mon
être un mystérieux pressentiment d’après lequel
mon destin se rapprochait de ce destin soli
taire et se mêlait à lui. Et dans ma mémoire
résonnaient avec une étrange magie musicale
les noms des princesses nubiles : Maximilla,
Anatolia, Violante : noms où il me semblait
qu’il y avait quelque chose de vaguement visible,
comme un portrait pâle à travers une glace
ternie ; noms expressifs comme des visages
pleins d’ombres et de lumières, où je croyais
déjà découvrir un infini de grâce, de passion
et de douleur.

�lì
Grandissima grazia tf ombre ò
&amp; lumi s’aggiunge ai visi di
{uel'i che seggono sulle porte di
futile abitazioni che sono oscure...
h SO

NARDO PA VINCI.

��J'eus un mouvement de joie sincère lorsque,
sur la route de Rebursa, je reconnus Odon et
Antonello Montaga qui, ayant su l’heure de
mon arrivée, venaient à ma rencontre.
Ils m ’embrassèrent l’un et l’autre avec effu­
sion, me présentèrent toutes les salutations de
Trigente, m ’adressèrent mille demandes à la
fois. Us semblaient heureux de me revoir; et ils
furent plus heureux encore lorsque je leur an­
nonçai mon projet de rester longtemps au pays.
— Vraiment, tu resteras avec nous ! s’écria
Antonello comme hors de lui, en me serrant
les mains. Alors, c’est Dieu qui t’envoie...

�90

L E S VIERGES AUX ROCHERS

Odon interrompit son frère.
— Il faut que tu viennes à Trigente aujour­
d’hui même. Là-bas, tout le monde t’attend.
Il faut que tu viennes aujourd’hui même...
L’un et l’autre me semblaient envahis d’une
agitation étrange, presque fébrile ; ils avaient
les gestes désordonnés et un peu convulsifs, la
parole rapide et presque anxieuse : l’aspect de
deux prisonniers malades qui seraient sortis à
l’instant même de leur prison comme d’un rêve
opprimant, troublés, égarés et comme enivrés
par le prem ier contact avec la vie extérieure.
Plus je les regardais et plus m ’apparaissaient
manifestes en leurs personnes ces singuliers
symptômes; et ils commençaient à me faire
peine et à m ’inquiéter.
Je répondis :
— Je ne sais si je pourrai venir aujourd’hui
même. Les longues heures du voyage m’ont,
fatigué. Mais demain...
J’éprouvais un besoin vague d’être seul, de
me recueillir, de savourer cette mélancolie qui
tout à coup venait de tomber sur mon âme.
Mes yeux cherchaient à reconnaître le pays
d’alentour. Il affluait des choses vers moi

�LES VIERGES AUX ROCHERS

91

comme une onde de souvenirs que la présence
de ces deux êtres douloureux m’empêchait de
recevoir.
— Alors, dit Odon, tu viendras demain matin
déjeuner avec nous. Tu consens?
— Oui, j ’irai.
— Tu ne saurais imaginer comme tu es
attendu là-bas.
— Vous ne m ’aviez donc pas oublié?
— Oh ! non. C’est toi qui nous avais oubliés.
— C’est toi qui nous avais oubliés, répéta
Antonello avec un sourire un peu amer. Et
cela est naturel : nous sommes ensevelis.
L’accent de sa voix me frappait plus que ses
paroles. Dans son accent, dans ses gestes, dans
ses regards, dans tous ses actes, il y avait une
intensité si singulière qu’on aurait cru voir un
homme en proie à une maladie mystérieuse,
tourmenté par une hallucination continuelle,
vivant au milieu d’apparences non perceptibles
pour les sens d’autrui. Je m ’apercevais bien qu’il
faisait une espèce d’effort comme pour sortir
d’une atmosphère qui l’eût enveloppé et se
mettre en plus étroite communication avec moi.
Cet effort donnait quelque chose de contraint

�92

LES VIERGES AUX ROCHERS

et de convulsé à toute sa personne. Ma peine et
mon inquiétude croissaient.
— Tu verras notre maison, ajouta-t-il avec
e même sourire.
Je demandai,sans le vouloir :
— Comment va Donna Aldoïna ?
Les deux frères baissèrent la tête et ne ré­
pondirent pas.
Ils se ressemblaient. Et, de fait, ils étaient
jumeaux : tôus deux longs, maigres, un peu
voûtés. Ils avaient les mêmes yeux clairs, la
même barbe rare et fine, les mêmes mains
pâles, nerveuses et inquiètes comme celles des
hystériques. Mais, chez Antonello, les signes de
la faiblesse et du désordre se m ontraient plus
profonds et plus irréparables. Il était perdu.
Pendant la pause, je cherchais en vain des
paroles. Une sorte de stupeur triste me domi­
nait, comme si j’avais eu sur l’âme tout le poids
de mon corps lassé. La route côtoyait une
chaîne de roches; et le trot des chevaux, réson­
nant sur le sol dur, éveillait les échos des
gorges désertes. Au tournant, le fleuve apparut
dans le fond du val,où miroitaient ses innom­
brables sinuosités. Close dans les méandres

�LES VIERGES AUX ROCHERS

93

comme une île, une masse blanchâtre de ruines
apparut.
— N’est-ce pas Linturne, là-bas?demandai-je
en reconnaissant la ville morte.
— Oui, c’est Linturne, répondit Odon. Tu
te souviens? Un jour, nous y sommes allés
ensemble...
— Je me souviens.
— Comme il y a longtemps de cela !
— Comme il y a longtemps !
— A cette heure, dit Antonello, il n’y a pas
grande différence entre Linturne et Trigente.
Tu verras demain.
Et, de sa main incertaine aux doigts effilés,
il se touchait la barbe sur la joue, tandis que ses
yeux semblaient perdre le regard extérieur.
— Mais tu le décourages ! interrom pit Odon
avec une nuance d’irritation. Demain, il ne
voudra plus venir.
— Je viendrai, je viendrai, assurai-je en
m ’efforçant de sourire et de vaincre ma propre
tristesse,qui se renfermait davantage. Je vien­
drai; et je trouverai bien le moyen de vous
dégourdir. Vous me semblez un peu malades de
solitude, un peu déprimés...

�94

LES
V I E R G E S AUX R O C H E R S
*

Antonello, qui était assis en face de moi,
posa une main sur mon genou et se pencha
jusqu’à me regarder dans les pupilles, tandis
que son visage prenait une indéfinissable expres­
sion de crainte et d’angoisse, comme s’il eût
trouvé dans mes paroles une signification
effrayante et qu’il voulût m’interroger. Et de
nouveau, malgré la pleine lumière du jour,
cette face blanche qui se rapprochait de moi
me parut sortir d’un monde où elle aurait
vécu seule; et elle évoqua dans mon esprit
l’image de ces faces émaciées et extatiques qui
sortent seules du fond mystérieux des tableaux
d ’église noircis par le temps et par la fumée
des cierges.
Ce ne fut qu’une seconde. Il se retira sans
parler.
— J ’ai amené avec moi mes chevaux, repris-je,
en dominant mon trouble. Nous ferons chaque
jour de grandes chevauchées. Il faut se remuer,
secouer la paresse et l’ennui. Comment passezvous les heures quotidiennes ?
— En les comptant, dit Odon.
— Et vos soeurs?
— Oh! les pauvres créatures! m urm ura-t-il,

�LES VIERGES AUX ROCHERS

95

d une voix qui tremblait de tendresse. Maximilla prie; Violante se tue avec les parfums
que Ja Reine lui envoie; Anatolia... Anatolia
est celle qui nous fait vivre; elle est notre âme,
notre tout.
— Et le prince?
— Il a beaucoup vieilli ; il est devenu tout
blanc.
— Et don Ottavio?
— Il ne sort presque plus de sa chambre.
Nous avons presque oublié le son de sa voix.
« Et donna Aldoïna?» étais-je pour demander
encore ; mais je me retins et gardai le silence.
Nous étions dans le val ondulé du Saurgo,
dans une conque de tiédeur.
— Comme ici le printemps est précoce !
m’exclamai-je, par besoin de consoler ces deux
affligés et de me consoler moi-même. En février,
vous voyez les premières fleurs. N’est-ce pas déjà
un privilège, cela? Vous ne savez pas jouir des
biens que vous offre la vie. Vous transformez
un jardin en prison, pour vous torturer vousmêmes.
— Où sont les fleurs? demanda Antonelio
avec son pénible sourire.

�96

les vierges aux rockers

Tous les trois nous cherchâmes des yeux les
fleurs sur cette terre fauve et âpre comme la
crinière du lion et qui semblait faite pour
nourrir des plantes à l’aspect aride et tourmenté
mais fécondes en fruits opulents.
— Les voici 1 m ’écriai-je avec un vif mouve­
ment de plaisir.
Et j ’indiquai du doigt une file d’amandiers,
sur une éminence qui avait la forme longue et
noble d’une vague.
— Elles sont sur ton domaine, dit Odon.
Nous étions en effet dans le voisinage de
Rebursa. La chaîne rocheuse, avec ses cimes
déchiquetées et pointues, inclinait à droite,
léchée par le Saurgo serpentin, et se relevait
graduellement vers le plus haut sommet du
mont Corace qui scintillait au soleil comme un
casque. A gauche de la route s’étendait la
campagne, ondulée à la façon d’une plage
couverte de vastes dunes et transformée un
peu plus loin en une succession de collines
fauves et gibbeuses comme les chameaux du
désert.
— Regarde, regarde ! Une autre file, là-bas !
m’écriai-je en apercevant un second nuage de

�LES VIERGES AUX ROCHERS

97

fleurs, argentin et léger. Tu ne vois pas, Antonello?
Il regardait moins les amandiers que ma
personne, souriant d’un sourire craintif et
étonné, s’émerveillant peut-être de la puérile
allégresse qu’avait soudain excitée en moi la
vue des premières fleurs. — Mais quel plus
joyeux accueil aurait pu me faire cette terre
que mon père avait aimée ? Quel plus aimable
spectacle de fête aurait pu m ’offrir ce robuste
pays aux vertèbres de roche ?
— Ah ! Si Anatolia, Maximilla et Violante
étaient ici ! s’exclama Odon. Si elles étaient
ici !
Mon animation imprévue l’avait gagné, et sa
voix exprimait le regret.
— Il faut les conduire sous les fleurs, dit
Antonello doucement.
— Regarde combien il y en a 1 continuai-je,
me laissant aller à ce plaisir si nouveau avec
d’autant plus d’abandon que déjà je sentais la
possibilité d’en reverser au moins une partie
dans ces pauvres âmes closes. Je suis heureux,
Odon, que ces fleurs soient miennes.
— Il faut les conduire sous les fleurs, répéta

�98

LES VIERGES AUX R OC HE R S

Antonello doucement, comme perdu dans un
rêve.
Il me semblait que ses yeux fébriles se
rafraîchissaient dans la vision de ces choses
pures et que ses lentes paroles mêlaient à
la pureté des choses les images indistinctes
des trois sœurs : « Maximilla prie ; Violante
se tue avec les parfums ; Anatolia est celle
qui nous fait vivre, elle est notre âme, notre
tout. »
— Arrête ! ordonnai-je au cocher en me
levant brusquement, frappé d ’une subite pensée
qui me donna une joie singulière. Descendons,
entrons dans le champ. Je veux que vous rap­
portiez chez vous une botte de branches fleu­
ries. Ce sera une fête, là-bas.
Odon et Antonello se regardèrent, un peu
confus, un peu souriants, presque timides,
comme devant un fait inopiné et extraordi­
naire qui les eût en même temps effrayés
et remplis d’une sensation délicieuse. Ils m’a­
vaient montré leur mal, révélé leur peine,
parlé de la triste prison d’où ils venaient de
sortir et où ils allaient rentrer. Et voilà que,
sur la route ouverte, je les invitais à recon­

�I E S VIERGES AUX ROCHERS

99

naître et à fêter le printemps : le printemps
qu’ils avaient oublié, qu’ils semblaient revoir
pour la première fois depuis de longues années
et qu’ils considéraient avec un mélange de
crainte et d’allégresse, comme un miracle.
— Descendons.
Je ne me sentais plus las ; au contraire,
je sentais en moi l’habituelle abondance de
vie et cette exaltation que donnent à l’âme les
actes spontanés de générosité. Je faisais lar­
gesse de moi-même à ces deux indigents, je
les réchauffais de ma flamme, je les abreuvais
de mon vin. Déjà, dans leurs yeux qui me
regardaient presque continuellement, je lisais
une sorte de soumission et d’abandon plein de
confiance. Déjà ils m ’appartenaient l’un et
l’autre, et je pouvais sans faillir exercer sur
eux ma bienfaisance et ma domination.
— Qu’attends-tu? Tu ne descends pas? de­
mandai-je à Antonello qui, la jambe avancée
sur le marchepied, semblait hésiter comme de­
vant un péril.
Il avait encore son sourire contraint. Il fi-,
un effort visible pour mettre pied à terre;
il vacilla comme s’il se fût trompé dans le calcul

UOT

° GRENOBLE

�100

LES VIERGES AUX ROCHERS

de la hauteur; et ses premiers pas furent sautil­
lants et mal assurés. Je l’aidai à franchir la
trouée de la haie. Lorsqu’il sentit céder les
mottes de terre, il s’arrêta et, tourné vers les
arbres en fleurs, il respira avec force, recueillit
dans ses yeux clairs toute cette belle appa­
rence, en resta comme ébloui.
Je lui dis, en le touchant au bras :
— Tu n’avais plus mémoire de ces choses.
Odon, qui déjà était entré dans le verger,
s’écria avec une sorte d’ivresse :
— Ah 1 Si Violante était ici ! Cette odeur
vaut bien les essences de Marie-Sophie.
Antonello répéta doucement :
— 11 faut les conduire sous les fleurs.
Il semblait que le son de ces paroles, de­
puis la première fois qu’il les avait dites, lui
eût fasciné l’oreille comme une cadence. Quand
il les répétait, sa voix gardait les mêmes in­
flexions. Et, quand je les entendais répéter,
j’éprouvais je ne sais quel trouble, comme si
elles se fussent adressées à moi. Le désir de
couper des branches, qui d’abord s’était éva­
noui devant ce prodige de beauté vivante, me
revint et j ’imaginai confusément l’arrivée du

�LES VIERGES AUX ROCHERS -

101

beau don printanier dans le palais lugubre, au
crépuscule.
— Il n’y a donc personne dans le voisinage?
demandai-je avec impatience.
Un paysan arrivait en courant. Essoufflé, il
se courba et se mit à me baiser les mains avec
une sorte de furie.
— Coupe les plus belles branches, lui dis-je.
Cet homme était un magnifique exemplaire
de son espèce, digne habitant de cette rouge
terre semée de pierres à feu. En vérité, je
crus voir en lui un survivant de cette antique
race que Deucalion fit naître des cailloux. Il
brandit sa serpe et, par coups nets et rapides,
entreprit de m utiler les heureuses créatures
végétales. A chaque coup, les corolles les moins
tenaces tombaient en neige sur le sol.
Je présentai une branche à Antonello :
— Regarde, lui dis-je. As-tu jamais vu quelque
chose de plus délicat et de plus frais ?
Il leva sa débile main féminine et, du bout
des doigts, toucha une corolle. Son geste était
celui du malade ou du convalescent qui touche
une chose vivante avec la vague illusion que,
dans le contact, elle lui laissera quelque par­
is.

�102

LES VIERGES AUX ROCHERS

celle de sa vitalité, comme les papillons laissent
la poussière labile de leurs ailes. Et, avec une
mélancolie presque tendre dans son pénible
sourire, il se tourna vers son frère :
— Tu vois, Odon ? Nous avions oublié,
nous ne savions plus...
— Mais ne vivez-vous pas dans un jardin ?
demandai-je, étonné que j ’étais de leur stupeur
et de leur émotion devant une simple branche
d’amandier comme devant une nouveauté inat­
tendue. Ne passez-vous pas toutes vos journées
parmi les feuilles et les fleurs?
— Oui, c’est vrai, répondit Antonello. Mais
je ne les voyais plus. Et puis, celles que voilà
sont ou me semblent... je ne sais pas dire...
me semblent une autre chose. Non, je ne sais
pas dire l’impression qu’elles me donnent. Tu
ne peux pas comprendre.
Gomme la serpe résonnait encore, il se tourna
vers l’amandier qui gémissait sous les coups.
L’homme, soulevé de terre, serrait le tronc
dans la tenaille de ses jambes nerveuses ; et,
au-dessus de sa tête brune comme celle d’un
mulâtre, le frais nuage argentin tremblait sous
le miroitement du fer recourbé.

�LES VIERGES AUX ROCHERS

10$

— Dis-lui de finir ! pria Antonelîo. Nous ne
pourrons jamais nous charger de tant de bran­
ches.
— Je vous ferai ramener par la voiture jus­
qu’à Trigente avec votre charge.
Je me complaisais à imaginer l’arrivée du
don printanier devant les grilles du parc où
attendaient les trois sœurs. J’entrevoyais leurs
figures comme dans un éclair, indistinctes, mais
pourtant avec quelques traits qu’il me semblait
retrouver parmi les souvenirs de mon enfance
et de mon adolescence. Et le désir de les revoir,
d’entendre de nouveau leurs voix, de raviver
ces souvenirs par leur présence, de connaître
leur mal, de me mêler à leur vie inconnue,
grandissait en moi peu à peu et commençait
à se changer en une poignante inquiétude.
M’abandonnant au cours de ma pensée et
de mon émotion (déjà la voiture roulait vers
Rebursa) je dis :
— Autrefois, le parc de Trigente était plein
de jonquilles et de violettes.
— A présent encore, dit Odon.
— Il y avait de grandes haies de buis.
— Il y en a toujours.

�104

LES V IERGES AUX ROCHERS

— Je me rappelle bien l’année où vous êtes
revenus de Munich pour vous fixer ici. Maximilla était très malade. J’accompagnais presque
chaque jour ma mère à Trigente.
Nous étions plongés dans un bain de prin­
temps. Les branches d’amandier encombraient
la voiture : nous en avions derrière les épaules,
nous en avions sur les genoux. Parmi cette
blancheur odorante, le visage si blanc d'Antonello m’apparaissait plus flétri ; et la mélan­
colie de ses yeux fébriles, faisant un contraste
trop fort avec ce vivant symbole d’une jeu­
nesse toujours renouvelée, s’amassait autour de
mon cœur.
— Quel malheur que tu ne viennes pas à
Trigente aujourd’hui ! dit Odon avec un pro­
fond regret dans la voix. Gela me chagrine,
de te quitter.
— C’est vrai, ajouta Antonello. Après des
années et des années de silence et d’oubli, nous
t’avons revu aujourd’hui pour la première
fois ; et déjà il nous semble que sans loi nous
ne pourrions plus vivre.
Ces affectueuses paroles, ils les prononçaient
avec la simplicité et avec la candeur que con­

�LES VIERGES ADX ROCHERS

105

servent les hommes solitaires, non habitués aux
feintes« de la vie commune. Je sentais' déjà qu’ils
m’aimaient et que je les aim ais, et qu’entre
nous la grande lacune des années se comblait
tout à coup, et que leur sort allait s’unir au
mien par une attache indissoluble. — Pour­
quoi mon âme s’inclinait-elle avec tant de
pitié vers ces deux vaincus, se portait-elle avec
tant de désir vers des grâces et des tristesses
entrevues, se montrait-elle si impatiente de
verser sa richesse sur cette pauvreté? Il était
donc vrai que la longue et dure discipline,
loin de tarir en elle les sources vives de l'émo­
tion et du rêve, les avait au contraire rendues
plus profondes et plus bouillonnantes? — Pour
moi, une diffuse vapeur de poésie imprégnait
cette après-midi de février attiédie par l’haleine d’un printemps précoce. Le Saurgo rou­
lant au pied des rochers façonnés par le feu ;
la ville morte dans la mort paludéenne du
fleuve; la crête du Corace,étincelante comme
un casque sur un front menaçant ; les glèbes
fauves, semées de silex évocateurs d’étincelles
endormies; les vignes et les oliviers tordus par
l’atroce effort d’extraire des fruits si riches

�106

LES VIERGES AUX ROCHERS

de membres si maigres : tous les aspects do
pays d’alentour exprimaient la puissance des
pensées nourries en secret, le mystère tragique
des destins révolus, l’énergie douloureuse, la
constriction tyrannique, la passion superbe,
toutes les plus rigides et les plus âpres vertus
de la terre solitaire et de l’homme isolé. Et
néanmoins, la plus bénigne des tiédeurs prin­
tanières se recueillait dans l’austère enceinte ;
la floraison argentée des amandiers couronnait
les tertres comme l’écume couronne les vagues ;
çà et là, sous les rayons obliques, les pentes
prenaient l’apparence morbide d’un velours
étalé; les crêtes des rochers se convertissaient
en un or presque rose sur le ciel qui verdis­
sait délicatement. L’influence de la saison et
la magie de l’heure pouvaient donc adoucir le
dur génie des lieux, voiler de grâce cette ru­
desse, tempérer cette violence, verser un mol
enchantement dans ce bassin forgé avec un art
plutonique par la volonté terrible d’un ancien
volcan, puis tour à tour et sans relâche corrodé
par la convoitise ou enrichi par la libéralité
d’un ancien fleuve.
— Nous nous verrons très souvent, dis-je

�LES VIERGES AUX ROCHERS

107

après une pause, pour répondre à leurs bonnes
paroles. De Rebursa à Trigente, le chemin est
court. Et je sais qu’en vous j ’ai retrouvé des
frères...
Ils sursautèrent tous les deux, parce qu’un
garde à cheval, passant au galop, venait de
décharger sa carabine en l’air pour donner
le signal des salves de salut et de réjouis­
sance. Rebursa se dressait devant moi avec ses
quatre tours de pierre, encore belle et forte,
portant encore intacte l’empreinte de l’orgueil
originel, étendant son ombre dominatrice sur
un peuple vaillant où l’obéissance et la fidélité
se transmettaient de père en fils comme des
propriétés de la substance vitale.
Mais mon âme se serra d’une angoisse que
je n’avais pas éprouvée depuis longtemps,
lorsque je mis le pied sur le seuil jonché de
myrtes et de lauriers, où nulle voix chère ne
me donnait la bienvenue en m’appelant par
mon nom. Les images de mes morts m’appa­
rurent au bas de l’escalier et me contemplèrent
avec des yeux éteints, sans un geste, sans un
signe et sans un sourire.
Plus tard, je suivis du regard, longuement,

�108

LES VIERGES AUX ROCHERS

longuement, sur la route de Trigente, la voi­
ture qui emportait les deux pauvres malades
presque ensevelis sous les fleurs. Et mon âme
courut en avant, jusqu’à la grille du parc où les
trois sœurs attendaient — Anatolia, Maximilla,
Violante ! — et elle les entrevit dans le geste
de recevoir sur leurs bras étendus le frais pré­
sent du renouveau ; et elle essaya de reconnaître
leurs nobles visages à travers le buisson odo­
rant, elle essaya de distinguer le front de celle
qu’il lui plairait d’élire pour l’alliance néces­
saire. La tombée du crépuscule augmentait
cette agitation étrange et imprévue du désir
d’amour. Une ombre bleuâtre emplissait le val
du Saurgo, cachait la cité morte, montait len­
tement sur les âpres gradins rocheux; mais, de
même que les astres pullulaient dans le ciel,
ainsi sur la terre des feux de joie s’allumaient,
s’embrasaient, se multipliaient, formaient de
larges couronnes. Seules, très hautes, étran­
gères à ces signes de la vie inférieure, comme
reculées dans le lointain d’un mythe, comme
culminant dans une atmosphère supra-terrestre,
les cimes des rochers resplendissaient encore.
Et, tout à coup, elles flamboyèrent comme des

�LES VIERGES AUX ROCHERS

109

escarboucles, avec un incroyable éclat qui ne
dura que quelques secondes : et elles pâlirent
se violacèrent, s’assombrirent, s’éteignirent. La
crête sourcilleuse du Corace fut la dernière à
rester de flamme ; elle frappa le ciel de sa
pointe aiguë, semblable au cri de la passion
sans espérance ; puis, avec la rapidité d’un
éclair, elle s’éteignit à son tour, elle rentra dans
la nuit commune.

« Quand bien même la rigueur de ta longue
discipline n’aurait pas d’autre récompense que
le trouble ineffable auquel tu t’abandonnes
depuis hier, » m édisait le Démoniaque le matin
suivant, tandis que nous chevauchions au pas
vers le jardin clos, « déjà tu devrais te féliciter
de tant d ’efforts accomplis. Te voilà m ûr enfin.
Avant le jour d’hier, tu ignorais que ton âme
fût parvenue à tant de maturité et à tant de
plénitude. L’heureuse révélation t’est venue
du besoin subitement éprouvé de répandre ta
richesse, de l’épancher, de la prodiguer sans
mesure. Tu te sens inépuisable, capable d’aü
7

�110

LES VIERGE S AUX ROCHERS

rnenter mille existences. C’est le juste prix de
tes efforts assidus : maintenant, tu possèdes
l’impétueuse fécondité des terres labourées
profondément. Jouis donc de ton printemps,
reste ouvert à tous les souffles ; laisse-toi péné­
trer par tous les germes ; accueille l’inconnu
et l’imprévu et tout ce que t’apportera l’évé­
nem ent; abolis toute prohibition. Désormais,
ta première tâche est fournie. Tiens pour sacrée
ta nature, que tu as rendue complète et in­
tense. Respecte les moindres mouvements de
ton esprit et de ton cœur, parce qu’elle seule
les produit. A présent que tu la possèdes tout
entière, tu peux t’abandonner à elle et en jouir
sans limites. Tout maintenant t’est permis,
même ce que tu as exécré ou méprisé chez les
autres ; attendu que tout devient noble en
passant à travers la pureté de la flamme. Ne
crains pas d’être pitoyable, toi qm es fort et
qui sais imposer ta domination et ton châ­
timent. N’aie pas honte de tes inquiétudes et
de tes langueurs, toi qui t'es fait une volonté
de trempe aussi dure que celle des épées for­
gées à froid. Ne repousse pas la douceur qui
t’envahit, l’illusion qui t'enveloppe, la mélan-

�LES VIERGES AUX ROCHERS

111

flolie qui t’attire, toutes les choses nouvelles et
indéfinissables qui aujourd’hui tentent ton âme
étonnée. Ce ne sont que les formes vagues de
la vapeur qui se dégage de la vie en fermen­
tation dans la profondeur de ta nature féconde.
Accueille-les donc sans défiance, puisqu’elles
ne sont pas étrangères à ton être et ne peuvent
ni te dim inuer ni te corrompre. Demain peutêtre elles t’apparaitront comme les premières
annonciatrices voilées d’une nativité qu’ap­
pellent tes vœux. »
Jamais depuis je n ’ai retrouvé une heure
aussi délicieuse et tout ensemble aussi pénible.
Je ne sais si, dans cette limpide matinée, les
arbres chargés de fleurs avaient de leur énergie
vitale un sentiment aussi plein que celui que
j ’avais de la m ienne; mais à coup sûr il leur
manquait cette anxiété vaste et confuse où
s’agitaient d’innombrables émotions et d'in­
nombrables pensées. Pour prolonger ma peine
et mon délice, je maintenais mon cheval au
pas et je m ’attardais en chemin, comme si cette
heure eût dû clore pour toujours une phase
de ma vie intime et que, en arrivant au lieu où
j ’allais, eût dû s’ouvrir pour moi une phase

�112

LES VIERGES AUX ROCHERS

nouvelle et impossible à prévoir, mais dont le
pressentiment obscur existait déjà au fond de
cette inapaisable anxiété. Par intervalles, le
souffle du printemps m ’investissait de son m ur­
mure et de sa tiédeur et semblait m ’emporter
dans un éther de rêve, abolir en moi pour quel­
ques secondes la conscience de la personne réelle
et m’infuser l’âme vierge et ardente d’un de
ces héroïques amants qui, dans les contes, che­
vauchent vers les Belles endormies au fond des
bois. Ne chevauchais-je pas, moi aussi, vers les
princesses nubiles, prisonnières dans le jardin
clos? Et chacune peut-être, dans le secret de
son cœur, n’attendait-elle pas l'Époux?
Déjà elles m’apparaissaient telles que se les
figurait mon désir, et déjà leur triple image
faisait naître de mon désir ma première per­
plexité. Je me demandais : « Qui d’entre elles
sera l’élue? »; et je partageais à la fois l’allégresse
nuptiale de l’une et la funèbre tristesse des
deux autres; ei je sentais déjà en mon cœur
tous les germes des inquiétudes futures, j ’entre­
voyais déjà le regret sous l’espérance. Et, de
nouveau, j’eus l’esprit traversé par cette crainte
qui naguère m ’avait troublé au milieu de mon

�LES VIERGES AÜX ROCHERS

113

œuvre volontaire : la crainte des forces aveugles
et fatales contre lesquelles peut se briser toute
volonté, si dure qu’elle soit, la crainte de la
foudroyante rafale qui en une seconde peut
envelopper le plus tenace et le plus audacieux
des hommes et l’entraîner loin du but préfix
J’arrêtai mon cheval. Cet endroit delà route
était désert ; mon palefrenier me suivait de
loin. Un haut silence régnait sur les lieux
grandioses et solitaires, interrompu de temps
à autre par le m urm ure des oliviers ; une lu­
mière immobile éclairait tout également; et,
dans la lumière et dans le silence, depuis les
feuilles frêles jusqu’aux rochers gigantesques,
les choses apparaissaient dessinées avec une
lucidité de contours presque crue. Alors je
sentis mieux ce je ne sais quoi d’ambigu qui
était entré en moi. Et je pensai : « Jusqu’à
hier, n’avais-je pas obtenu dans mon esprit la
môme limpidité matinale qui révèle à ma vue
attentive toutes les lignes de ce pays? Et main­
tenant, cette ambiguïté nouvelle ne cache-t-elle
pas quelque péri!? Une trop granaeanonaance
de poésie s’est peut-être accumulée en moi
dangereusement dans la solitude, et il faut

�114

LES VIERGES AUX ROCHERS

qu’elle s’épanche sans mesure. Mais, si je m'a­
bandonne au torrent im pétueux, jusqu’où
serai-je entraîné? Je ferais bien peut-être de
me tenir encore en garde contre la vie exté­
rieure ; je ferais bien peut-être de ne pas entrer
dans le cercle qui, comme «ne œuvre de magic,
s’ouvre à l’improviste devant moi pour m ’em­
prisonner. » Mais le Démoniaque me répéta
d’une voix claire : « N’aie pas peur ! Accueille
l’inconnu et l’imprévu et tout ce que t’apportera
l’événement. Abolis toute prohibition; pour­
suis ta route, libre et sûr de toi. N’aie plus désor­
mais d’autre souci que de vivre. Ton destin ne
peut s’accomplir que dans la profusion de la vie.»
Je poussai mon cheval avec une sorte de
furie, comme si un grand acte eût été résolu
à cette minute même. Et Trigente apparut sur
le versant de la colline, avec ses maisons de
pierre, filles des roches protectrices. Et au
sommet apparut le vieux palais, avec son jardin
muré qui descendait sur l’autre versant jusqu’à
la plaine, offrant l’image d’un vaste cloître plein
de choses oubliées ou mortes.

�LES V I E R G E S AUX ROCHERS

115

Lorsque je mis pied à terre devant la grille,
j ’entendis la voix d’Odon qui se tenait en
vedette.
— Sois le bienvenu, Claude !
Et il accourut à ma rencontre, joyeux comme
la première fois, les bras tendus.
— Je croyais que tu viendrais plus tôt,
me dit-il sur un ton de reproche. Yoilà deux
heures que je t’attends ici.
— Je me suis attardé en chemin, répondis-je.
J’ai voulu refaire connaissance avec les arbres
et les rochers...
Par un de ces mouvements brusques et désor­
donnés qui lui étaient habituels, avec une curio­
sité mélangée de timidité, il s’approcha de mon
cheval et lui flatta le cou.
— Comme il est beau ! m urm ura-t-il, tandis
que, sous sa main pâle et grêle, le cou de l’ani­
mal avait une rapide vibration de sensibilité.
— Tu pourras le monter quand tu voudras,
;ui dis-je. Celui-ci ou un autre.
— Je crois que je ne tiendrais plus en selle,
répondit-il. Je crois que j ’aurais peur... Mais
viens, viens ! Tu es attendu.
Et il me conduisit par une avenue qui mon­

�116

LES VIERGES AUX ROCHERS

tait entre des murailles de buis délabrées de
vieillesse et semées de trous profonds comme
des brèches, par où me semblaient s’exhaler de
fraîches odeurs d’invisibles violettes, aussi
étranges que des haleines juvéniles dans des
bouches décrépites.
— Hier soir, disait Odon un peu haletant,
hier soir, avec tes branches d’amandier, nous
avons apporté la joie... Quelle ne fut pas notre
émotion à tous deux, lorsque nous nous trou­
vâmes seuls au fond de cette voiture, ensevelis
sous toutes ces fleurs ! Antonello était comme
un enfant ; je ne l’avais jamais vu ainsi...
Par intervalles les murailles vertes s’ouvraient en arceaux, démasquant à mon regard
des coins de terre herbeuse où de longues et
minces bandes de soleil fendaient l’ombre
d’une entaille nette.
— Je ne l’avais jamais vu ainsi, je ne l’avais
jamais entendu dire tant de paroles insen­
sées...
Des urnes de pierre aux larges panses rondes
alternaient avec des statues à demi revêtues
de lichens, manchotes ou acéphales, dans des
poses qui me semblaient éloquentes. Et autour

�LES VIERGÊS AUX ROCHERS

117

de leurs socles fleurissaient quelques jonquilles.
— Et puis, quand nous arrivâmes, l’encom­
brement des branches nous empêchait de des­
cendre. Nos sœurs vinrent nous délivrer.
Comme elles étaient heureuses 1 Elles remon­
tèrent avec des charges. Nous les entendions
rire dans les escaliers. Autant de choses nou­
velles pour nous, Claude !
Une voix étouffée arrivait à mon oreille:
c’était le clapotis chuchoteur d’une fontaine
cachée dans le voisinage. Et une anxiété indé­
finissable me serrait le cœur.
— Toute la soirée nous avons parlé de toi,
rappelé mille choses du passé lointain, fait
aussi des rêves pour l’avenir. Qui aurait jamais
pu prévoir ton retour ? Mais aucun de nous ne
croit encore que tu resteras... Il nous semble
que dans quelques jours tu vas prendre la
fuite. Ce n’est pas facile, de résister à la vie
que nous menons. Vois ! Maximilla préière le
couvent... Tu sais que Maximilla est sur le
point de nous quitter?
Comme je montais au ras de la muraille
végétale, j ’avais les narines prises par une forte
senteur d’amertume émanée des buis dont les
7.

�418

LES YIERGES AUX ROCHERS

petites feuilles nouvelles brillaient comme des
béryls parmi la verdure opaque.
— Ah 1 voici Violante ! s’écria Odon en me
touchant le bras.
Cette apparition imprévue me donna une
grande palpitation, et je sentis que mon visage
se colorait.
Violante était sous un grand arceau de buis,
les pieds dans l’herbe ; et, par l’ouverture,
derrière sa personne, un coin de prairie fuyait
en bandes d’or.
Elle souriait sans avancer, attendant que
nous l’eussions rejointe; et, dans cette calme
attitude, sur ce seuil vert où peut-être ses doigts
avaient moissonné les nombreuses violettes qui
ornaient sa ceinture, il semblait qu’elle offrît
sa beauté tout entière à mes yeux étonnés.
Elle me tendit la main en me regardant au
visage; et, d’une voix qui était la parfaite
expression musicale de la forme qui la pro­
duisait, elle me dit :
— Soyez le bienvenu. Hier déjà nous vous
attendions. A votre place, Odon et Antonello
nous ont présenté vos fleurs, qui n’en ont pas
été moins bien accueillies.

�I.ES VIERGES AUX ROCIIERS

1!9

Je lui dis :
— Au moment où je rentre dans votre do­
maine après tant d’années, je me rappelle quo
j’y vins pour la première fois en compagnie de
ma mère, et j’éprouve déjà le regret d’en être
resté trop longtemps éloigné. A mon départ de
Rome, je savais bien que je trouverais à Rebursa une maison vide; mais je ne savais pas
que Trigente m ’en dédommagerait si largement.
Je vous dois beaucoup de reconnaissance...
— Si notre compagnie ne vous est pas à
charge, c’est nous qui devrons vous être recon­
naissants. Vous savez que ce lieu est sans joie.
— La tristesse aussi a sa bonté pour ceux
qui savent la goûter, n’est-il pas vrai ?
— Peut-être.
— Et d’ailleurs, depuis que j ’ai franchi la
grille, je n’ai ici que des sensations exquises.
Ce grand jardin me semble délicieux. Comment
pourrait-on être insensible à la poésie de sa
vieillesse? Hier, lorsque j ’ai vu Odon et Antonello pleins d’émerveillement en présence des
amandiers, comme s’ils n’eussent jamais regardé
un arbre en fleurs, j’ai cru qu’ici tout était
aride et mort Au «’ontraire, j ’y trouve un prin­

�120

LES VIERGES AUX ROCHERS

temps plus doux que celui que j ’ai laissé der­
rière moi. Ne vous êtes-vous pas fatiguée à
cueillir-des violettes dans l’herbe? Votre cein­
ture en est chargée.
Souriante, elle abaissa les yeux sur sa taille
et toucha de ses doigts nus les violettes qui
l’ornaient.
— Vous venez de la ville, dit-elle de sa voix
sonore et pourtant voilée, où la richesse du
timbre était un peu amortie comme par une
très légère fêlure ; vous venez de la ville, et la
campagne vous offre ses prémices.
— Je ne sais, mais il y a des choses qui doi­
vent paraître toujours nouvelles.
— Il y a des choses que nous ne voyons plus
et que nous n’aimons plus, dit Odon avec mé­
lancolie. Peut-être Violante ne sent-elle pas le
parfum des fleurs qu’elle cueille.
— Est-ce vrai? demandai-je en me tournant
vers elle.
Et mes yeux rencontrèrent son profil marmo­
réen penché sous l’ample chevelure et devenu
impassible comme celui des statues immor­
telles.
— Vous dites ? demanda-t-elle avec le geste

�LES VIERGES AÜX ROCHERS

121

de quelqu’un qui revient d’une absence ; car
elle n'avait pas entendu les paroles de son
frère.
— Odon prétend que vous ne sentez pas le
Parfum des fleurs que vous cueillez. Est-ce
vrai?
Une rougeur fugitive colora le haut de ses
joues.
— Oh ! non, répliqua-t-elle avec une vivacité
qui faisait contraste avec les rythmes lents aux­
quels sa vie paraissait soumise. Non, ne croyez
Pas Odon. Il dit cela parce que j ’aime les par­
fums aigus ; mais je sens aussi les plus faibles,
je sens aussi ceux des pierres...
— Des pierres ? fit Odon en riant.
— Qu’en peux-tu savoir, Odon? Tais-toi.
Nous étions sur l’une des longues rampes
couvertes de treilles qui s’élevaient jusqu’au
palais dans une symétrique ordonnance. Et elle
Hiontait entre nous deux, lentement, de marche
en marche.Comme les marches étaient très larges,
elle faisait un pas sur chacune et s’arrêtait un
instant avant de porter le pied sur la marche
suivante; et l’alternative des pas voulait qu’elle
y portât toujours le même pied. Fatiguée par la

�122

L E S VIERGES AUX R O C H E R S

répétition de cet acte, elle abandonnait un peu
son buste sur ses genoux fléchissants et relâ­
chait cette volonté orgueilleuse qui tout à. l’heure
tenait sa personne droite comme la plus par­
faite des tiges. Une mollesse imprévue ondoyait
maintenant en ce corps superbe ; un rythme
nouveau en révélait les grâces obéissantes, les
flexibles vertus d’amour. Si forte était la puis­
sance émanée de cette belle créature que je ne
pouvais détacher mes yeux de ses mouvements,
et je m ’attardais en arrière pour l’envelopper
toute de mon regard. Elle semblait repousser
mon esprit vers l’époque merveilleuse où les
artistes extrayaient de la matière dormante les
formes parfaites que les hommes considéraient
comme les seules vérités dignes d’être adorées
sur terre. Et moi, en la regardant, en montant
sur sa trace, je pensais : « Il est juste qu’elle
demeure intacte. Elle ne pourrait être possédée
sans honte que par un dieu. » Et, tandis que sa
tête altière passait dans la clarté comme dans
un élément natal, je sentais que sa beauté allait
atteindre la perfection de la maturité, l’heure
brève du plus précieux épanouissement; et
je remerciais la fortune de m ’avoir accordé un

�LES VIERGES AUX ROCHERS

123

tel spectacle. « Oh! je l’adorerai, mais je n’o­
serai pas l’aimer ; je n’oserai pas regarder dans
son âme pour y surprendre son secret. Cependant,
chacun de ses mouvements révèle qu’elle est
feite pour l’amour; mais c’est pour l’amour sté­
rile, pour la volupté qui ne crée pas. Jamais
ses entrailles ne porteront le fardeau déformant,
jamais le flot du lait ne gonflera le pur contour
de son sein. »
Elle s’arrêta, impatientée par l’effort, un peu
haletante, et dit :
— Comme ces marches fatiguent! Faisons
Une halte, si vous le voulez bien.
— Antoneilo et Anatolia descendent, avertit
Odon. Attendons-les ici.
A travers les entrelacs de la treille, il venait
d’apercevoir sur la rampe supérieure les deux
arrivants.
Elle descendait vers nous, celle qui m ’avait
été représentée comme la dispensatrice de force,
la vierge bienfaisante et puissante, l’âme riche
et prodigue. Et déjà elle apparaissait comme
J un soutien, puisque Antoneilo lui tenait le bras
et réglait son pas indécis sur la cadence de ce
pas sûr.

�121

LES VIERGES AUX ROCHERS

A Fimproviste Violante me demanda, mais
d’un ton léger qui ôtait à cette demande toute
signification indiscrète :
— De laquelle d’entre nous aviez-vous gardé
le souvenir le moins confus?
J’hésitai un moment.
— Je ne sais, répondis-je, incertain, tandis
que mon oreille se tendait au frou-frou de la
robe d’Anatolia. Mais assurément les figures
de mon souvenir n’ont presque rien de com­
mun avec la réalité présente. Pour nous, depuis
le jour de mon départ, s’est écoulée cette période
de la vie où les transformations sont le plus
rapides et le plus profondes...
Les deux arrivants nous rejoignaient.
Anatolia me tendit la main et me dit à son
tour :
— Soyez le bienvenu.
Son geste avait une franchise virile; et 19
contact de sa main parut me communiquer
une sensation de force généreuse et de bonté
efficace, parut verser soudain dans mon esprit
une sorte de confiance fraternelle.
C’était une main sans bagues, ni trop blancha
ni trop longue, mais vigoureuse dans sa forma

�LES VIERGES AUX ROCHERS

123

pure, apte à relever et à soutenir, souple et
•erme tout ensemble, avec une empreinte de
fierté sur le revers que diversifiaient les reliefs
■les jointures et les réseaux des veines, avec
des sillons de douceur dans la paume concave
et tiède où semblait résider un foyer radiant
de sensibilité.
— Soyez le bienvenu, dit la chaude voix
cordiale. Vous nous apportez de Rome le soleil
et le printemps...
— Oh ! non, interrompis-je. C’est ici que je
trouve l’un et l’autre. A Rome, j ’ai laissé le
brouillard et beaucoup de choses grises comme
lui. J’exprimais tout à l’heure mon regret
d’être resté là-bas trop longtemps.
— Tu nous dois donc une compensation
pour cet oubli, fit Antonello avec son sourire
pénible.
Anatolia me demanda :
— Gomment trouvez-vous Trigente? Presque
rien n’y est changé, n’est-ce pas? Vous veniez
ici avec votre m ère... Vous vous en souvenez
bien, n’est-ce pas? Pour nous, c’est et ce sera
toujours un inoubliable souvenir. Parmi les
choses demeurées intactes, vous retrouverez ici

�12 6

LES VIERGES AUX ROCHERS

la mémoire de cette sainte âme et de son
immense bonté.
Un silence grave suivit ces paroles évoca­
trices. Pendant quelques secondes le sentiment
de la mort, condensé autour de mon cœur filial,
prêta aux personnes et aux choses une appa­
rence d’irréalité. Pendant quelques secondes, il
me sembla que tout devenait lointain et vide
comme ce ciel que je voyais pâlir à travers les
vignes nues de la treille, semblables à un filet
en lambeaux. Mais, lorsque se fut dissipée cette
brève illusion, je me sentis plus rapproché de
celle qui l’avait fait naître ; et je me sentis
incapable de me répandre encore en discours
oiseux, pris que j ’étais par le besoin de pénétrer
dans la vérité de cette tristesse.
— Et Donna Aldoïna? demandai-je à voix
basse, tourné vers Anatolia et ne communi­
quant plus qu’avec elle.
N’était-ce pas elle la véritable gardienne de
cette sombre demeure? N’était-ce pas elle qui,
en évoquant la morte, avait suscité l’image de
la démente?
— Elle est toujours de même, répondit-elle,
aussi à voix basse. Mieux vaut pour vous ne

�LES VIERGES AUX ROCHERS

127

pas la voir, du moins aujourd’hui. Gela vous
ferait trop de peine. Et pour nous, vous le
concevez, c’est un supplice de tous les jours;
un supplice qui dure depuis des années, sans
trêve, et qui nous déchire l’âme...
Entre deux battements de paupière, ses yeux
jetèrent sur Antonello un regard furtif où je
Pus lire la secrète terreur que lui inspirait le
pauvre malade chancelant au bord de l’abîme.
— Jamais nous n’avons eu le courage de
l’éloigner, de nous séparer d’elle ; car elle n’est
Pas violente ; au contraire, elle est douce.
Quelquefois, elle semble guérie et nous donne
presque l’illusion d’un miracle : elle nous
appelle par notre nom, se souvient d’un petit
fait lointain, sourit d’un calme sourire. Nous
avons beau savoir maintenant que tout cela
est trompeur, chaque fois l’espérance nous fait
palpiter encore et l’anxiété nous suffoque. Vous
comprenez...
Dans la douleur, sa voix perdait la sonorité
comme une corde qui se relâche.
— Il n’est pas possible de la confiner dans
son appartement, de la tenir enfermée; non,
cela n’est pas possible. Et nous n’avons pas

�1- 8

LES VIERGES AUX ROCHERS

non plus le cœur de la fuir quand elle sa
montre, quand elle vient à nous, quand elle
nous parle. Aussi vit-elle presque continuelle­
ment à nos côtés, se mêle-t-elle à notre exis­
tence...
— Certains jours, interrompit tout à coup
Antonello avec une sorte d’impétuosité, comme
sous la poussée d’une excitation indomptable,
certains jours, toute la maison est pleine
d’elle. Nous respirons sa folie. Quelqu’un d’entre
nous reste des heures et des heures à l’entendre
parler, assis en face d’elle assise, les mains
emprisonnées dans ses mains qui trem blent....
Comprends-tu ?
Un nouveau silence, plus lourd, tomba sur
nous tous. Et chacun souffrait,, reconnaissant
en soi la réalité de la douleur que les petites
ombres bleuâtres de la treille mêlées à l’or
docile du soleil enveloppaient comme d’un
voile de rêve. Dans le silence, on entendait le
bruit d’un pas léger qui, du bas de la rampe,
venait se rapprochant. On entendait à intervalles
égaux un bouillonnement sourd, comme d’un
bassin qui déborde. Une mystérieuse vibration
semblait monter du jardin solitaire. Et je

�LES VIERGES AUX ROCHERS

129

compris comment une âme débile et triste
pouvait composer avec ces apparences le fan­
tôme d’une vie surnaturelle, et l’alimenter de
sa substance, et en rester opprimée.
Ainsi, subitement, se révélait à moi dans
son atrocité le supplice auquel le Destin avait
condamné ces derniers survivants d’une race
déchue ; et la figure évoquée par les paroles
d’une victime certaine m’apparaissait gigan­
tesquement grandie sous une lumière tragique.
Je voyais en imagination la vieille princesse
démente assise dans l’ombre d’une pièce écartée,
et l’un de ses enfants penché vers elle, les
mains emprisonnées dans les mains mater­
nelles. L’action de la lugubre fascinatrice me
semblait fatale et inexorable. Il me semblait
qu’elle devait inconsciemment attirer dans sa
folie toutes les créatures de son sang, l’une
après l’autre, et que pas une seule ne pourrait
se soustraire à cette volonté aveugle et cruelle.
Pareille à une Erynnis familiale, elle présidait
à la dissolution de sa lignée.
Alors, à travers l’aride entrelacs, je regardai
en haut le palais silencieux qui jusqu’à ce
jour avait dans sa profondeur obscure enfermé

�130

LES VIERGES AUX ROCHERS

tant d’angoisse désespérée et recélé tant de
larmes inutiles : larmes jaillies d ’yeux purs et
ardents, dignes de refléter les plus superbes
spectacles du monde et de verser la joie dans
des âmes de poètes et de dominateurs.
« Yeux de la Beauté! » pensai-je en ramenant
mon regard vers Violante immobile. « Quelle
terrestre misère pourrait voiler la splendeur
de la vérité qui reluit en vous? Quelle âme
affligée pourrait méconnaître la vertu conso­
latrice qui découle de vous? » Ma souffrance
avait subitement cessé, comme par le pouvoir
d’un baume; et les images troubles se dissi­
paient comme une sombre vapeur.
Elle était immobile, assise sur un socle de
pierre où jadis avait peut-être été placée une urne.
Le coude appuyé sur le genou, elle soutenait son
menton avec sa paume; et, dans cette attitude
simple, toute sa personne m ’offrait cette succes­
sion de muettes cadences où réside le secret de
l’art suprême. Une fois encore je la vis pré­
sente et pourtant distante. Sur son petit front
était visible le reflet de la couronne idéale
qu’elle portait à la cime de ses pensées ; et ses
cheveux, serrés en un grand nœud sur sa

�LES VIERGES AUX ROCHERS

13!

nuque, paraissaient avoir obéi au rythme qui
règle les repos de la mer.
— Voici Maximilla, dit Odon, annonçant la
troisième sœur.
Je me retournai, et je ia vis déjà proche.
Kile gravissait de son pas léger les dernières
marches, portant sur le visage et dans toute
ta personne les traces du rêve où elle s’était
plongée, l’intime poésie de l’heure passée avec
un livre fidèle dans la solitude d’une retraite
connue d’elle seule.
— Où étais-tu? lui demanda Odon avant
qu’elle nous eût rejoints.
Elle sourit timidement, et une flamme subtile
colora ses joues ondulées.
— Là-bas, répondit-elle. Je lisais.
Sa voix était limpide et argentine, entre les
lèvres menues. Dans les pages de son livre, il
y avait un brin d’herbe pour signet.
Lorsque je m’inclinai, elle me tendit la
main, toujours avec le même sourire timide.
Et il me sembla qu’elle réveillait au fond de
mon âme quelque chose de la tendre compas­
sion que j ’avais éprouvée jadis pour la petite
malade que visitait ma m ère; car sa main
*

�132

LES VIERGES AÜX ROCHERS

était si frêle et si suave qu’elle me fit penser
à l’un de ces lys délicats nommés hémérocalies,
qui fleurissent pour un jour sur les sables
chauds.
Comme elle ne me parla point, je ne sus
pas non plus trouver les paroles exquises qui
convenaient à sa grâce effarouchée d’hermine.
— Eh bien ! voulez-vous que nous montions?
dit Anatolia en s’adressant à moi. Notre père
a grand désir de vous revoir.
Ces paroles, dites d’une voix claire, rom­
pirent l’espèce d’enchantement inerte que, dans
la tiédeur de la treille, nos pensées et nos
mélancolies inexprimables avaient répandu
comme une vapeur. Et nous reprîmes tous
ensemble notre ascension vers le palais.
Les trois sœurs nous précédaient, séparées
l’une de l’autre, Anatolia la première, Maximilla la dernière ; et elles prononçaient alterna­
tivement quelques mots ; car le silence des
choses réclamait le son de leur voix, et peutêtre croyaient-elles chasser ainsi de dessus la tête
de leur hôte la tristesse de ce silence. Les
brèves ondulations sonores, s’épanchant de
lèvres que je ne voyais pas, descendaient et

�LES VIERGES AUX ROCHERS

133

m’enveloppaient; et je montais dans les voix
et dans les ombres virginales comme dans les
illusions d’un prestige, étonné et perplexe.
Mais si les trois rythmes alternaient pour mes
oreilles, ils étaient simultanés et continus pour
mes yeux, de sorte que tour à tour mon
esprit se tendait curieusement afin de les dis­
tinguer, ou se faisait pour ainsi dire concave
afin de les fondre en une harmonie profonde.
Et, comme ces épisodes qui, dans la fugue,
remplissent le silence du thème, ainsi les
aspects des choses vues au passage ou les parti­
cularités des figures venaient enrichir mon
émotion musicale sans la troubler. Les signes
de l’abandon et de l’oubli étaient épars le long
des rampes anciennes qu’encombraient encore
çà et là les dépouilles du dernier automne. La
statue d’une nymphe endormie tenait sa tête
penchée dans une attitude pénible, parce que
le soutien du bras manquait à la tempe tachée
de mousse. Dans un vase d’argile rougeâtre,
long comme un sarcophage, envahi par les
rudes herbes sauvages, un seul petit pied de
jonquille fleurissait, faible et tremblant parmi
l’hostile invasion. Un éboulernent du parapet
8

�134

LES VIERGES AUX ROCHERS

désagrégé par les racines pénétrantes du lierre
mettait à jour un canal interne semblable à
une artère rompue ; et on y apercevait le miroi­
tement, on y entendait le m urm ure de l’eau
qui courait emplir le cœur des fontaines
gémissantes. Les signes de l’abandon et de
l’oubli étaient épars le long de notre montée. La
statue, la fleur et l’eau me disaient une même
vérité. Et dans mon esprit, par la vertu d’ana­
logies mystérieuses, Violante, Maximilla et Ana­
tolia se transfiguraient.
« 0 belles âmes, pensais-je en mesurant les
rythmes de leur existence visible, n'est-ce pas
en votre trinité que réside la perfection de
l’am our hum ain? Vous êtes la triple forme
que se figura mon désir à l’heure de la grande
harmonie. En vous, tous les besoins les plus
altiers de ma chair et de mon esprit trouveraient
de quoi se satislàire ; et, pour Fœuvre que je
dois accomplir, vous pourriez être les instru­
ments merveilleux de mes volontés et de mes
destins. N’êtes-vous pas telles que je vous aurais
créées pour orner d’une beauté et d’une douleur
sublimes le monde occulte dont je suis l’ouvrier
infatigable? Aujourd'hui, je ne connais de vous

�LES VIERGES AÜX ROCHERS

133

que le visage et quelques paroles fugitives ;
mais je sens que demain chacune de vous
en tout son être correspondra à l’image qui
respire et palpite au dedans de moi. »
Ainsi montaient les trois sœurs dans mon
aspiration et dans ma prière, chacune obéissant
à la musique secrète qui guidait sa vie vers le
terme inconnu. Et leurs figures jetaient sur la
pierre de grandes ombres.

Quand je posai le pied sur le seuil, l’image
fantastique de la démente me réapparut, si
vive et si effroyable que j ’en eus un frisson
secret. Tout le lieu me sembla occupé par sa
domination sinistre, attristé et terrifié par son
omniprésence. Il me sembla lire sur le visage
de ses enfants une inquiétude pareille à la
mienne. Et la pensée me vint que nous la trou­
verions peut-être en haut de l’escalier, à nous
attendre.
Anatolia devina ma pensée ; et, pour me
rassurer, elle me dit à voix basse :
— Je vous en prie, ne craignez rien... Vous

�136

LES V I E R G E S A U X R O C H E R S

ne la verrez pas... J’ai pu faire en sorte que
vous ne la voyiez pas, du moins à cette heure...
Tâchez de n’y plus penser, pour que notre
hospitalité ne vous semble pas trop triste.
Antonello regardait en l’air les vitrages des
loges qui entouraient la cour, épiant de ses
yeux inquiets où les cils palpitaient sans cesse.
— Vois-tu l’herbe? s’écria Odon en m’in­
diquant la verdure qui croissait le long des
murailles, dans les interstices des dalles.
— Signe et augure de paix, répondis-je en
faisant effort pour secouer mon oppression et
reprendre courage. J’ai été bieij fâché de n’en
pas trouver hier dans ma cour. On l’avait
arrachée; mais j ’aurais mieux aimé l’y voir
que le feuillage solennel des lauriers et des
myrtes. Il faut laisser croître l’herbe, surtout
dans les maisons trop vastes. C’est une chose
vivante de plus.
La cour était sonore comme une nef; et les
échos y étaient prêts à recueillir jusqu’aux
paroles chuchotées. En regardant la fontaine
muette, j ’imaginai les musiques mystérieuses
auxquelles l’eau eût pu inviter ces échos
attentifs et favorables.

�LES VIERGES AÜX ROCHERS

137

— Pourquoi la fontaine est-elle silencieuse?
demandai-je, empressé à saisir toutes les occa­
sions de défendre la cause de la vie dans cette
enceinte pleine de choses oubliées ou mortes.
Tout à l’heure, comme nous montions la
rampe, j’ai entendu l’eau courir.
— Adressez-vous à Antonello, dit Violante.
C’est lui qui a imposé ce silence.
La face du pauvre malade se colora légère­
ment, et son regard se troubla comme lors­
qu’on est sur le point de céder à un accès de
colère. Il semblait que l’innocente dénonciation
de Violante lui fît honte et lui fît mal, ou
qu’elle rouvrît une querelle déjà accommodée.
Il se contint, mais le dépit altérait sa voix.
— Figure-toi, Claude, dit-il en indiquant
un côté de la loggia, figure-toi que ma chambre
est précisément à cette place et que, de là,
on entend la fontaine gronder comme une
cascade. Figure-toi 1 Un bruit incroyable, qui
affole. Dis, n’entends-tu pas quelle est ici la
résonance de la voix? En plein jour I
Tout son corps long et décharné vibrait
d’aversion contre le bruit, de cette horreur
nerveuse, de cette abomination insurmontable
8.

�138

LES VIERGES AUX ROCHERS

dont il m’avait déjà donné des signes le jour
précédent, lorsqu’il avait entendu les coups de
carabine et les cris humains.
— Mais si tu entendais, la nuit! poursuivit-il
en s’animant. Si tu entendais ! L’eau n’est
plus de l’eau ; elle devient une âme perdue
qui hurle, qui rit, qui sanglote, qui balbutie,
qui raille, qui se plaint, qui appelle, qui com­
mande. C’est incroyable! Parfois, dans l’in­
somnie, en écoutant, j ’ai oublié que c’était de
l’eau, je n’ai plus réussi à m ’en souvenir...
Comprends-tu ?
Il s’arrêta tout à coup, avec un manifeste
effort pour se dominer ; et il ûxa sur Anatolia
un regard plein d’égarement. Le chagrin qui
contractait le visage de celle-ci disparut sous
ce regard, se renfonça, se cacha. Et, comme
pour dissiper le malaise qui nous oppressait
tous, elle dit d’un air presque gai :
— Vraiment, Antonello n’exagère pas. Voulezvous que nous évoquions l’âme perdue? C’est
facile.
Nous étions tous là, près de la fontaine aride.
La halte imprévue, les paroles et l’aspect du
m artyr, la solennité du lieu clos, la froideur

�LES VIERGES AUX ROCHERS

139

argentée de la lumière qui pleuvait du ciel et
l’imminence de la métamorphose, tout sem­
blait conférer à cette vieille chose inerte lo
mystère d’une œuvre de magie.
La masse marmoréenne, assemblage pompeux
de chevaux marins, de tritons, de dauphins et
de conques disposés en trois étages, se dressait
devant nous couverte de croûtes grisâtres et de
lichens desséchés, parsemée de taches blanches
comme le tronc du tremble ; et ses nombreuses
bouches humaines et animales semblaient avoir
conservé dans le silence l’attitude de la dernière
voix liquide qu’elles avaient émise.
— Écartez-vous, reprit Anatolia en se pen­
chant vers pn disque de bronze qui fermait
une ouverture circulaire dans le dallage, au
bord du bassin inférieur. Je donne l’eau.
Et elle passa les doigts dans l’anneau qui
faisait saillie au centre du disque, essaya de
soulever le poids du métal ; mais, n’y pouvant
réussir, elle se remit debout, le visage em­
pourpré par l’effort. Je lui vins en aide et
j’ouvris. Alors elle se pencha de nouveau, et sa
main retrouva l’engin caché. Nous reculâmes
tous deux d’un même mouvement, tandis qu’on

�140

LES V IE R G E S AUX R O C H E R S

entendait déjà l’eau bouillonnante monter dans
les veines de la fontaine inanimée.
Et il y eut une seconde d’attente anxieuse,
comme si les bouches des monstres allaient
proférer une réponse. Involontairement, j ’ima­
ginai la volupté de la pierre envahie par la vie
fraîche et fluide, j’imitai en moi-même l’impos­
sible frisson.
Les buccins des tritons soufflaient, les gorges
des dauphins gargouillaient. De la cime, un jet
s’élança en sifflant, splendide et rapide comme
un coup d’estoc pointé contre l’azur ; il se brisa,
se retira, hésita, remonta plus aigu et plus
fort ; il se maintint droit en l’air, se fit de
diamant, devint une tige, parut fleurir. Un
bruit sec et bref comme le claquement d’un
fouet retentit d’abord dans la cour close; puis,
ce fut comme un éclat de rires puissants, ce fut
comme un tonnerre d’applaudissements, ce fut
comme une averse de pluie. Toutes les bouches
poussèrent leurs jets, qui se courbèrent en arc
pour emplir les vasques inférieures. La pierre,
en se mouillant, se couvrait çà et là de taches
sombres, luisait aux parties lisses, se rayait de
petites rigoles de plus en plus serrées ; enfin,

�LES VI ER GE S AUX ROCHERS

141

elle jouit toute du contact de l’eau, parut ouvrir
tous ses pores aux gouttes innombrables, se
raviva comme un arbre sous une ondée bien­
faisante. Rapidement les cavités les plus étroites
se remplirent, débordèrent, formèrent des cou­
ronnes argentées sans cesse détruites, renouve­
lées sans cesse. A mesure que les jeux soudains
se multipliaient sur la diversité des sculptures,
les sons ininterrompus grandissaient, faisaient
dans le vaste écho des murailles une musique
de plus en plus profonde. Impétueux, sur la mo­
bile symphonie de l’eau retombant dans l’eau,
dominaient les éclats et les fracas du jet cen­
tral qui brisait contre les nuques des tritons
les fleurs miraculeuses fleuries de seconde en
seconde au sommet de sa tige.
— Tu entends? s’écria Antonello qui regar­
dait ce triomphe avec des yeux d’ennemi.
Crois-tu qu’à la longue un pareil vacarme ne
soit pas intolérable?
Et il me sembla que Violante, mettant sur
sa voix un voile plus lourd, répondait :
« Oh ! moi, je passerais des heures et des
jours à écouter. Pour moi, nulle musique ne
vaut celle-ci. »

�M2

LES VIERGES AUX ROCHERS

Elle était restée si près de la fontaine qu’elle
recevait sur sa personne les éclaboussures des
jets d’eau et avait déjà les cheveux parsemés d’une
poussière lumineuse. La puissance de sa beauté
chassait encore une fois de mon esprit toute
pensée étrangère, toute image discordante.
Encore une fois elle m’apparaissait isolée et
intangible, hors de la vie commune, plutôt
semblable à une fiction d’art qu’à une créature
de notre espèce. Autour d’elle toutes les choses
reconnaissaient la souveraineté de sa présence,
puisque toutes s’adaptaient et se soumettaient
et s’harmonisaient à sa beauté. Comme naguère
le grand arceau de verdure qui s'était recourbé ‘s
sur elle à sa première apparition, comme naguère
le socleancien qui l’avait portée, ce sonore vaisseau
ouvert vers le ciel semblait créé pour elle seule,
semblait répondre parfaitement à l’idéale har­
monie qu’elle réalisait par sa simple attitude.
De secrètes affinités, non intelligibles, reliaient
à son être les choses les plus diverses, rappor­
taient à son mystère les mystères environnants.
Puisque la nature, par le moyen de cette forme
humaine, avait manifesté une de ses idées de
perfection absolue, il me semblait que toute

�LES VIERGES AUX ROCHERS

143

autre idée renfermée dans toute autre enveloppe
naturelle devait nécessairement servir comme
de signe pour conduire l’esprit du contemplateur
à l’intelligence de cette beauté suprême et
unique. De là vint que, considérant la vierge
près de la fontaine, je trouvai et cueillis cette
vérité pure : « Lorsque la Beauté se montre,
toutes les essences de la vie convergent en elle
comme en un centre : et par conséquent elle a
pour tributaire l’Univers entier. »

— Une de nos peines, me disait Odon tandis
que nous gravissions le large escalier à balustres sur le silence duquel les envolements et
les nuées des allégories du xvne siècle imi­
taient la furie d’une rafale, une de nos peines,
c’est l’espace que voilà : il nous donne comme
une sensation d’égarement continuel, de dimi­
nution hum iliante...
En effet, l’édifice était trop vaste et trop
vide. Restauré au xvne siècle et, de forteresse
féodale, transformé en villa pompeuse, il con­
servait toutefois l’énormité formidable de ses

�144

LES VIERGES AUX ROCHERS

murailles et de ses voûtes où les époques suc­
cessives avaient laissé des empreintes diverse»
d’art et de luxe, tantôt contrastantes et tantôt
superposées. Le grand nombre des miroirs qui
recouvraient des parois entières multipliait
l’espace à l’infini. Et rien n’était plus triste
que ces pâles abîmes illusoires qui semblaient
s’ouvrir dans un monde surnaturel et, de mi­
nute en minute, promettre au regard des
vivants de funèbres apparitions.
— Claude, mon enfant ! s’écria d’une voix
émue le prince Luzio, dès qu’il me vit. Mon
enfant, mon cher enfant !
Et il vint à ma rencontre.
Lorsqu’il me prit dans ses bras et me mit
sur le front un baiser paternel, je sentis son
vieux corps trembler. Ensuite, ayant toujours
la main posée sur mon épaule, il me fixa
longuement au visage, comme perdu dans un
rêve, tandis qu’un flot de souvenirs, de dou­
leurs et de regrets traversait l’azur cendré de
ses yeux affaiblis.
— Comme tu rappelles ton pèré! ajouta-t-il,
d’une voix de plus en plus affectueuse, qui me
communiqua son émotion. C’est une ressem­

�LES VIERGES AUX ROCHERS

14?

blance incroyable. Je m ’imagine revoir Maxence
dans sa jeunesse, quand nous étions compa­
gnons d’armes aux chevau-légers de la Garde...
Je m’imagine le revoir vivant. Comme tu lui
ressembles !
Il me prit par la main et me conduisit vers
la fenêtre, comme s’il eût voulu m’emmener à
l’écart et m ’attirer dans l’évocation de ces
choses lointaines.
— Comme tu lui ressembles I répéta-t-il,
lorsque mon visage lui apparut en pleine
lumière. Oh ! si cette âme bénie vivait encore 1
Il n’aurait pas dû mourir ! Non, mon Dieu, il
n’aurait pas dû m ourir !
Il secouait la tête avec un geste de regret,
devant le fantôme de cette vie si belle, trop
tôt moissonnée.
Et telle était la sincérité de son émotion que
j’en fus pénétré jusqu’au fond de l’âme ; et
je ne me sentis plus étranger dans cette de­
meure où je retrouvais le souvenir de mes
morts conservé si purement.
— Regarde, continua ie prince eu effleurant
des doigts les fils extrêmes de sa barbe blanche
et en souriant d’un sourire où j’entrevis queV
9

�146

LES VIERGES AUX ROCHERS

que chose de la noble douceur d’Anatolia;
regarde comme je suis vieilli I
Il montrait dans toute sa personne un dou­
loureux accablement ; mais la splendeur de ses
cheveux blanchis avant l’âge conférait à sa
tête une majesté vénérable; et il portait sur
le front, vive encore, la marque héréditaire de
sa race dominatrice. Ses mains, comme par
miracle, n’avaient souffert aucune injure de la
maladie et de la vieillesse, ne laissaient voir
aucune déformation sénile. Elles s’étaient con­
servées belles et pures comme si un baume les
eût rendues inaltérables, ces mains prodigues
du seigneur magnifique qui avait dispersé ses
richesses sur la route de l’exil pour maintenir
plus longtemps dans les yeux de son Roi un
reflet de la royauté déchue. Et, comme en
mémoire des trésors prodigués, un camée res­
plendissait à [’annulaire.
Ces mains aux gestes lents, dont le sang
engourdi se ravivait à la chaleur des souvenirs,
semblaient tirer d’une zone d’ombre des lam­
beaux d’un monde éteint; et, aux yeux de
mon esprit, cette fonction les rendait plus sin­
gulières. Lorsque le vieillard, s’étant assis, les

�L E S VIERGES AUX ROCHERS

147

eut posées sur les bras de son fauteuil, elles
prirent pour moi un aspect de reliques; et je les
considérai avec un sentiment inconnu de respect
presque superstitieux. Et telle fut leur vertu
qu’à cette minute je crus vivre dans ma poésie
et non dans la réalité des choses, indiciblement.
Comme mon regard restait fixé sur la gemme
gravée, le prince me dit avec un sourire :
— C’est le portrait de Violante.
Et il ôta l’anneau, qu’il me tendit.
C’était l’œuvre délicate d’un artiste ancien :
une œuvre digne de Pyrgotèle ou de Dioscoride;
mais le divin profil de Méduse en relief sur le
champ pourpré de la sardoine répondait si
parfaitement aux traits de la créature superbe
que je pensai : « Il est donc vrai qu’elle a illu­
miné l’art des âges disparus et, depuis des temps
immémoriaux, conféré aux matières durables le
privilège de perpétuer l’idée qu’elle incarne
aujourd’hui ! »
— Quand sa mère était enceinte d’elle, reprit
le prince avec le même sourire, elle portait cet
anneau et ne le quittait jamais.

�Ü8

LES VIERGES AUX ROCHERS

Ainsi, à chaque moment, les concordances
des choses mettaient mon esprit dans un état
idéal qui confinait à l’état de rêve et de pres­
cience, mais pourtant sans l’atteindre, par
l’offre d’une harmonique matière à ma sensi­
bilité et à mon imagination. Et j’assistais en
moi-même à la genèse continue d’une vie
supérieure où toutes les apparences se transfi­
guraient comme dans la vertu d’un miroir
magique.
Les trois créatures d’élection semblaient s’il­
luminer et s’obscurcir tour à tour; et les ombres
et les lumières avaient en elles les intimes
significations d’un langage que déjà j’interpré­
tais avec une lucidité extraordinaire, comme
s’il m’eût été depuis longtemps familier. Aussi
restai-je ébloui, non seulement par les réver­
bérations de la roche, mais encore par les éclairs
confus de mon esprit frappé, lorsque Violante,
s’approchant d’une fenêtre ouverte, me montra
un spectacle qu’elle aurait pu créer d’un geste,
et me dit :
— Regardez I
La fenêtre était tournée au septentrion, dans
la façade du palais opposée au jardin; et cette

�LES VIERGES AUX ROCHERS

149

fenêtre était béante sur un abîme. Quand je
me penchai, une sorte de vibration impétueuse
traversa tout mon être, l’exaltant soudain au
sentiment d’une grandeur muette et terrible.
« Voilà peut-être votre secret ? » demandai-je
à la révélatrice, mais sans paroles, tant à son
côté le silence me semblait parlant.
Le précipice descendait presque à pic sous
les contreforts massifs qui étayaient la muraille
septentrionale, plongeant jusqu’à un âpre ravin
blanchâtre qui, bien qu’il fût à sec, faisait
craindre les colères dévastatrices du torrent.
Avec la même violence atroce 'et désespérée
avec laquelle les fleuves de lave descendus vers
la mer sicilienne rebondirent, se dressèrent
et se contractèrent, noirs et rouges, grinçants,
rugissants, sifflants au premier contact de l’eau,
avec cette même violence le rocher rejaillissait
du fond du ravin et s’élançait contre le ciel,
opposant à la muraille construite par les
hommes une gigantesque masse travaillée par
une muette fureur. Les plus cruelles convul­
sions et contorsions des corps en proie à des
puissances démoniaques ou à des spasmes mor­
tels semblaient s’être figées toutes dans cet

�150

LES VIERGES AUX ROCHERS

assemblage aussi horrible que la cote où Dante
eut l’indice des nouveaux martyres, avant d’ar­
river à la rivière de sang gardée par les Cen­
taures. Toutes les formes des matières flexibles
et fluides s’y voyaient reproduites dans la
dureté, de la pierre : les boucles des cheve­
lures rebelles, les enchevêtrements des reptiles
aux prises, les entrelacements des racines arra­
chées, les entortillements des viscères, les fais- .
ceaux des muscles, les cercles des remous, les
plis des tuniques, les enroulements des cordages.
Le fantôme d’une turbulence frénétique s’élevait
de cette parfaite immobilité à laquelle midi ne
laissait aucune ombre. La palpitation d’une
fièvre violente semblait comprimée sous cette
croûte inerte.
« Voilà votre secret?» répétai-je à la révéla­
trice, mais toujours sans paroles ; car le tu­
multe intérieur né me permettait pas de choi­
sir et de régler les sons de ma voix.
Elle aussi se taisait, à mon flanc. Je ne la
regardais pas et elle ne me regardait pas. Mais,
penchés vers les roches multiformes, nous
étions unis l’un à l’autre par cette fascination
qui rapproche ceux qui lisent ensemble dans

�LES VIERGES AUX ROCHERS

151

«n même livre. Nous lisions ensemble dans un
même livre fasc.inateur et périlleux.
Redressant la tête avec un léger sursaut, elle
dit:
— Entendez-vous les éperviers ?
Et tous deux nous cherchâmes les cimes
avec des yeux éblouis.
— Écoutez !
Le rocher assaillait le ciel avec une arme
hérissée de pointes, maculée de teintes rou­
geâtres comme de la rouille ou du sang séché ;
et les cris des oiseaux de proie augmentaient
sa fougue sauvage.
Alors un vertige soudain m’envahit, qui res­
semblait à l’horreur d’un désir et d’un orgueil
trop vastes. Dans les racines mêmes de ma
substance se réveilla peut-être l’ivresse barbare
de mes lointains ancêtres ; car mon trouble
indéfinissable se traduisit par une foudroyante
succession d’images où, comme à la lueur des
éclairs, je vis des hommes qui me ressemblaient
faire irruption dans la ville forcée, sauter par­
dessus des entassements de cadavres, enfoncer
leurs épées dans les chairs avec un infatigable
geste, emporter sur l’arçon de leur selle des

�152

LES VIERGES AUX ROCHERS

femmes demi-nues à travers les langues innom­
brables de l’incendie, tandis que le sang mon­
tait jusqu’au ventre de leurs chevaux agiles et
cruels comme des léopards.
« Àh ! j’étais digne de te posséder au milieu
du carnage, dans une couche de feu, sous l’aile
de la mort 1«disait en moi l’âme antique à
celle qui était à mon flanc.»Ma volonté aurait
su contraindre mon corps au miracle :
j’aurais escaladé les pierres lisses de cette
muraille défendue par mille arbalètes et, vivant,
je t’aurais enlevée ! »
Pleins de la désolation magnifique et terrible
qui s’élevait dans le ciel, mes yeux rencon­
trèrent le visage de la vierge, si violemment
illuminé par la réverbération que ce leur fut
une joie presque douloureuse. Et j ’éprouvai
un désir fou de saisir cette tête entre mes
mains, de la renverser en arrière, de la rap­
procher de mon souffle, de l’examiner de plus
près, de plus près encore, d’imprimer dans ma
pensée chacune de ses lignes ;— semblable à celui
qui, sous les glèbes stériles, aurait retrouvé un
fragment sublime par lequel le monde recou­
vrera la gloire d’une idée qui paraissait morte.

�153

LES VIERGES AUX ROCHERS

Elle était comme la statue dressée en face du
soleil levant: sa perfection ne craignait pas la
lumière. Dans sa forme corporelle je vis l’em­
preinte du type éternel,et je reconnus en même
temps la fragilité de sa chair assujettie à l'hu­
maine destinée. Elle était comme le fruit délicieux
qui arrive à cette minute précise de la m atu­
rité au delà de laquelle commence la corruption.
La peau de son visage avait l’ineffable trans­
parence de la corolle qui demain sera flétrie.
« Qui te soustraira au sacrilège du temps
destructeur? Qui t’arrêtera d’un dard mortel
à la cime de ta perfection, lorsque tu seras sur
le point de décliner m isérablement? » Les
obscures paroles du frère me revinrent à la
mémoire: « Violante se tue avec les parfums... »
Et, par un besoin religieux de la célébrer
dans tous ses actes, je la louai silencieusement :
s 0 créature souveraine, comme ti te sens parfaite, tu sens la nécessité de la n ort. Tu sens
que la mort seule peut te préserver de tout in­
digne outrage ; ét, puisque tout est noble en toi,
tu médites d ’offrir à la solennelle gardienne
Un corps embaumé royalement de parfums. »
9.

�154

le s

VIERGES AUX ROCHERS

Après avoir bu ce vin de myrrhe, quelle
saveur pouvait avoir pour nous la table où
nous prîmes place?
Autour de moi pensif, des choses vagues et
décolorées composaient je ne sais quelle har­
monie sourde où devait s’apaiser insensiblement
la passion communiquée à mon âme par la
roche ignée.
Les murs étaient couverts de miroirs disposés
symétriquement autour de la salle et encadrés
de colonnettes d’or; et, sur le champ des pan­
neaux, étaient peints dans un ordre alternatif
des testons et des corymbes de roses; et les
miroirs étaient ternis et verdis comme les eaux,
des étangs solitaires, et les colonnettes étaient
fines et tordues comme
* les tresses des filles
blondes, et les roses étaient languissantes et
pieuses comme les guirlandes qui ceignent les
martyrs de t ire dans les tabernacles. Mais,
peut-être po ir rendre hommage à l’hôte
donateur, les longs rameaux d’am andier,
attachés ingénieusement aux branchesdes candé­
labres, étalaient leur floraison encore vive et
fraîche devant les miroirs anciens et, se reflé­
tant et se multipliant dans la glauque pâleur,

�LES VIERGES AUX ROCHERS

155

créaient l’apparence d’un printemps lointain
sous les eaux.
Toutes ces choses avaient un charme muet
qui descendait se mêler à la grâce humble de
Maximilla; de sorte qu’il me semblait que la
vierge déjà promise à Jésus participait de leur
essence et de leur aspect voilé, et qu’elle offrait
déjà l’apparence d’une créature « partie de ce
siècle », comme Béatrice dans le songe de la
Vita nuova, et que, avec l’humilité de son
maintien, elle disait aussi : « Je suis à con­
tem pler le principe de la paix. »
Comme elle était en face de moi et que je
la regardais, cette mienne imagination devint
si forte que, pendant quelques secondes, j’ar­
rivai à me figurer elle absente et sa place
vide. Et aussitôt ce vide s’emplit d’une ombre
si profonde qu’il me parut comme la bouche
d’un gouffre où devaient s’engloutir l’un
après l’autre tous ceux de sa race. Et je
pus ainsi m’élever à une vision unique et
tragique de tous ces vivants, grâce au relief
extraordinaire que leur donna ce fond
d’ombre.
Ils prenaient leur repas assis autour de la

�ir&gt;6

LES V IE R 5 E S AUX ROCHERS

table accoutumée; ils faisaient les gestes com­
muns qu’exige la satisfaction de la nature et
proféraient de temps à autre des paroles sim­
ples. Mais leurs actes et leurs accents parais­
saient accompagnés d’un mystère qui, à certains
moments, les chargeait de significations presque
terribles ou les rendait presque ridicules comme
le jeu des automates. Il y avait un contraste
d’une cruelle évidence entre les actes de la
fonction vitale qu’ils accomplissaient et les
signes de l’inévitable destruction qui s’accom­
plissait en eux. Antonello, assis à droite de
Maximilla, montrait dans toute son attitude
une sorte d’impatience réprimée, comme s’il
eût été contraint de nourrir avec ses mains, non
pas lui-même, mais un étranger. Et moi, qui le
fixais du regard, j ’eus dans un éclair l’intui­
tion de l’horreur qui le suffoquait, à sentir au
fond de lui-même la présence de cet étranger,
confuse encore peut-être, mais cependant non
douteuse. Et mes yeux, courant d’instinct
vers Odon assis à gauche de Maximilla, surpri­
rent dans sa contenance quelque chose qui était
comme le reflet atténué du trouble fraternel.
Et rien ne me sembla plus lugubre que cette

�LES VIEKGES AUX ROCHERS

157

correspondance occulte entre les deux frères
nés dans un même enfantement et voués à un
même destin ; rien ne me sembla plus dou&gt;
que cette virginale figure posée entre leurs
inquiétudes comme l’image de la Prière.
Les fleurs d’amandier exhalaient dans l’air
tiède une étrange odeur de mie!. De temps à
autre, un pétale, qui paraissait devenu plus rose,
tombait le long des miroirs comme dans un
silence d’eaux. Et je repensais à la halte dans
le verger.
Ah ! en vérité, comment auraient-ils pu, ces
pauvres yeux effrayés par tant de fantômes,
voir les choses belles et pures? Et que faisais-je
moi-même dans ce lieu, sinon une commémo­
ration de la m ort? Tout se ternissait autour
de nous à l’imitation des murailles, semblait
reculer dans un passé lointain; tout prenait
un aspect vieilli et fané, semblait se couvrir
de poussière. Les deux domestiques, avec
leurs livrées bleues et leur longs bas blancs,
lents et distraits, avaient l’air de sortir d’une
garde-robe du siècle passé, tristes restes d’un
luxe aboli. Lorsqu’ils se retiraient à l’écart,
ils semblaient s’évanouir comme des ombres

�138

LES VIERGES AUX ROCHERS

dans le lointain illusoire des glaces, rentrer
dans leur monde sans vie.

Mais la voix du prince, continuelle évoca­
trice de souvenirs, transformait l’enchantement.
Lorsqu’il parlait, chacun se taisait avec respect;
et l’on n’entendait plus que la profonde voix
sénile qui, par moments, devenait rauque de
colère contenue ou trem blait de douleur et de
regret.
Ce jour était pour le vieillard un jour né­
faste : c’était l’anniversaire de celui où le Roi
était parti de Gaëte. En ce jour s’accomplis­
sait la vingt et unième année d’exil.
— Eh bien! me disait-il avec le feu de la
foi, tandis que sa belle barbe blanche lui don­
nait un aspect prophétique ; eh bien ! Claude,
quand un Roi tombe comme est tombé François
de Bourbon à Gaëte, en m artyr et en héros,
il est impossible que Dieu ne le relève pas et
ne lui restitue pas son royaume. Écoute ma
parole, fils de Maxence Cantelmo, et ne l’oublie
jamais : le Roi des Deux-Siciles finira glorieu­

�LES VIERGES AUX ROCHERS

45£&gt;

sement ses jours sur son trône légitime. Et
puisse Dieu m ’accorder que cela s’accomplisse
avant que je ferme les yeux I C’est tout ce que
je souhaite.
Il composait au pâle fantôme royal une
apothéose de flammes et de sang sur les ruines
de la ville forte.
« Admirable foi ! » pensais-je en apercevant
les étincelles qui pouvaient s’allumer encore
dans l’azur cendré de ces yeux affaiblis. « Admi­
rable foi, et si vaine 1 La vertu des Bourbons
dort à Saint-Dénis.» Et comme, dans les paroles
du vieillard, passait l’image flamboyante de
l’héroïne bavaroise, je sentis renaître en moi,
plus vigoureux,le mépris pour ce roi de vingttrois ans auquel la Fortune avait présenté le
cheval qui porta Henri de Navarre à Paris,
tandis que le pusillanime, — tel Philippe V
hébété, — n’aurait voulu monter que les che­
vaux figurés sur les tapisseries qui décoraient
ses appartements.
« Quelle magnifique entreprise avait devant
lui ce Bourbon, lorsqu’il sortit du palais de
Caserte où les médecins s’occupaient à embau­
mer le cadavre de son père couvert de mille

�160

LES VIERGES AUX ROCHERS

plaies putrides! » pensais-je, dans l’enthousiasme
que me redonnaient les images guerrières évo­
quées par le vieillard vénérable. « Rien ne lui
manquait, pas même le spectacle et l’odeur de
la pourriture, si puissants pour susciter les
grandes pensées. En vérité, il avait tout : la
force impérieuse de son nom antique, la jeu­
nesse qui séduit et entraîne, un royaume sur
trois mers, délicieux et habitué aux tyran­
nies, un palais opulent en face d’un golfe
recourbé et sonore comme une cythare, une
compagne passionnée dont les narines félines
semblaient respirer dans un rêve héroïque et
palpiter de volupté aux électriques effluves des
ouragans pressentis. Tous ces biens, il avait à
en jouir et à les défendre ; et, jeune époux re­
venant de l’extrême rivage de l’autre mer, il
portait encore dans les oreilles la clameur des
peuples fidèles, mais il entendait aussi une
autre clameur; et l’occasion d’une superbe
lutte s’offrait à lui par delà les frontières de
son empire, sur des plaines déjà arrosées de
sang et fumeuses d’une fermentation violente,
ouvertes aux pensées les plus fortes, au verbe
le plus noble et à l’épée la plus rapide. En

�L ES V I E R G E S AUX ROCHERS

161

vérité, il avait tout, hormis la nature du lion.
Pourquoi donc la Fortune voulut-elle com­
bler de pareilles faveurs un débile agneau ? Ja­
mais sang ne fut plus timide dans des veines
juvéniles, jamais sensualité n’y fut plus en­
gourdie. La beauté même de son royaume
légitime, la divine forme des rivages, la brise
voluptueuse, le mystère des nuits, tous les
prestiges de l’été mourant, tout cela devait au
moins troubler ses sens de jeune homme,
irriter en lui l’instinct profond de la posses­
sion et lui communiquer un sauvage élan de
vie. Ah I le dernier soir passé dans le palais
presque désert, abandonné par les courtisans,
traversé par les grands souffles du vent marin
qui apportait les parfums de septembre et la
suprême douceur du golfe, tandis que les
rideaux agités bruissaient en répandant de
vagues effrois, tandis que les lampes vacillaient
et s’éteignaient sur les tables couvertes des hon­
teuses lettres par lesquelles avaient pris congé,
à l heure de l’agonie, les serviteurs qu’on avait
crus les plus dévoués ! Et la désolation de ce
départ dans le crépuscule, sur le petit navire
commandé par un homme du peuple, par un

�162

LES VIERGES AUX ROCHERS

des rares fidèles; et la rencontre silencieuse
des navires de guerre pleins de trahison,
déjà livrés à l’ennemi ; et l’interminable .nuit
sans sommeil passée sur le pont en vains
regrets, tandis que la Reine lasse dormait sous
les étoiles, exposée à l’humidité de la brise ; et
enfin, au lever du soleil, la roche de Gaëte, ce
suprême refuge destiné à la ruine suprême,
où la dignité royale devait se soumettre aux
conditions imposées par un soldat vaniteux ! »
— La trahison était partout, comme la
fumée et l’odeur du nitre, continuait le prince
qui, de plus en plus troublé par ces sanglants
souvenirs, animait de temps à autre son discours
avec un geste de la main blanche sur laquelle
resplendissait le camée. La journée la plus
terrible du siège fut celle du 5 février, lorsque
la poudrière de la batterie Saint-Antoine sauta
par trahison...
— Ah! quelle atroce chose! s’exclama Vio­
lante qui, secouée d’un sursaut, fit le geste
instinctif de se boucher les oreilles avec ses
paumes. Quelle terreur!
— Tu t’en souviens toujours, lui dit son père
en posant sur elle des regards devenus plus doux.

�LES VIERGES AUX ROCHERS

163

— Oui, toujours.
— Violante était restée avec nous dans Gaëte,
reprit-il en s’adressant à moi. Elle avait cinq
ans à peine ; elle était le grand amour de la
Reine. Les autres étaient partis pour CivitaVecchia sur le Vulcain, avec la comtesse de
Trapani. Nous étions logés dans la casemate,
sous les batteries du Front-de-Mer...
— Je me souviens de tout ! interrompit
Violante, émue d’une animation soudaine qui
semblait lui venir de cette immense lueur
empourprée répandue sur son enfance. Je me
souviens de tout, de tout, comme des choses
arrivées hier. La chambre était isolée par deux
cloisons faites de drapeaux cousus ensemble.
J ’en vois distinctement les couleurs : c’étaient
des pavillons pour signaux, bleus, jaunes et
rouges. Les lampes étaient allumées, parce que
les blindes couvraient les fenêtres. Lorsque
l’explosion se produisit, il pouvait être trois
ou quatre heures du soir. Nina Rizzo, la
camériste de la Reine, venait de sortir à l’instant.
Je tenais dans les mains une tasse de lait que
m’avaient envoyée les sœurs de l’Hôpital...
Ainsi parlait-elle, par phrases brèves, d’une

�164

LES VIERGES AUX ROCHERS

voix un peu sourde, le regard un peu extatique,
révélant l’une après l’autre ces particularités
précises, comme si elle les voyait dans une
succession d’éclairs. Et les images qu’évoquait
sa parole de voyante se distinguaient par une
extraordinaire puissance de relief sur le fond
confus des autres images.
La vierge et le vieillard, commémorant à
l’envi la ruine et le carnage, semblaient abolir
les choses vagues et décolorées d’alentour,
créer une sorte d’atmosphère fumeuse où mon
âme respira pendant quelques minutes avec
anxiété. — C’était le siège avec toutes ses hor­
reurs, dans la ville encombrée de soldats, de
chevaux et de mulets, dépourvue de vivres et
d’argent, armée d’armes faibles ou inutiles, tra­
vaillée par le typhus et par la félonie. Les pluies
torrentielles l’emplissaient d’une boue noirâtre
où les bêtes de somme faméliques, errantes dans
les rues, s’abattaient et agonisaient. Une grêle
de fer la criblait, la démantelait, la renversait,
l’incendiait, toujours plus épaisse et plus as­
sourdissante, interrompue seulement par les
courts armistices conclus pour ensevelir les
cadavres déjà putréfiés. Dans les églises, pendant

�LES VIERGES AÜX ROCHERS

1G5

qu’on célébrait l’oifice divin et qu’on invoquait
l’invincible Patronne, des pierres se détachaient
des murs, des vitres brisées tombaient, on
entendait les gémissements des blessés trans­
portés sur les civières. Dans les hôpitaux,
lorqu’üne bombe traversait le m ur du dortoir,
les malades se soulevaient sur leurs lits ; et,
au moment de l’explosion, croyant mourir, ils
criaient : « Vive le Roi I » Une poudrière
éclatait à l’improviste, ébranlant jusqu’aux
fondations la ville entière qui restait suffoquée
par la fumée et par la terreur, tandis que
dans l’abîme ouvert disparaissaient les bastions,
les canons, les fascines, les casemates, les
maisons et les hommes par centaines. Mais
quelquefois, aux jours de grand soleil, une
sorte de délire héroïque s’emparait des assiégés,
une sorte d’ivresse de la mort les poussait au
péril sur les batteries où le feu était le plus
terrible. Sous les yeux de l’ennemi, les artilleurs
chantaient et dansaient frénétiquement au son
des fanfares; et, si l’un d’eux tombait frappé,
c’était un surcroît de guerrière allégresse. Un
immense cri de joie et d’amour saluait l’appari­
tion de la Reine sur les esplanades où le fer grê­

�166

LES VIERGES AUX ROCHERS

lait. Elle s’avançait d’un pas audacieux, avec la
souple grâce de ses dix-neul ans, serrée dans
un corsage splendide comme un corselet, sou­
riante sous les plumes de son feutre. Sans
battre des cils au sifflement des balles, elle
fixait sur les soldats son regard,aussi enivrant
que l’ondulation des drapeaux ; et, sous ce
regard, l’orgueil semblait élargir les blessures,
tandis que ceux qui n’étaient pas blessés
enviaient la gloire d’une tache sanglante. De
temps à autre, des hommes aux yeux ardents
sur un visage noirci, les habits comme triturés
par les mâchoires d’un rum inant, couverts de
sang et de poussière, s’élançaient des pièces
vers elle en l’appelant par son nom et baisaient
le bord de sa robe...
— Ah ! comme elle était belle et comme elle
était digne de son trône ! s’exclama le prince
dont la voix retrouvait les plus mâles accents
pour célébrer cette prouesse. Sa présence avait
sur les soldats un pouvoir magnétique. Lors­
qu’elle était là, tous devenaient des lions. Le
22 janvier fut le jour le plus glorieux du siège,
parce qu’elle resta dans les batteries jusqu'au
soir.

�LES VIERGES AUX ROCHERS

167

Il y eut ensuite une pause où il sembla
que chacun de nous contemplait l’idéale figure
de l’héroïne sur un champ de décombres et de
cadavres.
— Elles étaient étranges, les larmes dans
ses yeux ! dit Violante avec lenteur, tout
absorbée en ce lointain souvenir. A la dernière
heure, quand je la vis pleurer, je restai effrayée
et étonnée comme devant un fait imprévu et
presque incroyable. En m’embrassant, elle me
mouilla toute la face.
Après un silence, elle ajouta :
— Elle portait au chapeau une petite plume
verte.
Elle ajouta encore :
— Elle avait sur la gorge une grande
émeraude.
Comme elle était assise à mon côté, un nouveau
trouble m ’envahit lorsque, par un mouvement
involontaire, je me penchai un peu vers elle
et respirai son parfum, qui me sembla devenir
plus fort et dominer la fragrance miellée des
fleurs. Les personnes et les objets présents
m ’inspirèrent une aversion subite, me don­
nèrent une sorte d’impatience et d’âcre dégoût,

�168

LES VIERGES AUX ROCHERS

comme s’ils me fussent à cette minute môme
devenus plus lourdement à charge. Je regardai
avec une hostilité instinctive le frère du prince,
Octave Montaga, assis au bout de la table, taci­
turne et un peu sinistre à la façon d’un homme
masqué, symbole d’une prohibition obscure
et mtransgressible. Je sentis une haineuse in­
surrection de ma santé, de ma vigueur et de
mon désir contre la maladie, contre la tristesse,
contre l’ennui mortel où la prodigieuse créa­
ture se consumait sans remède. Repoussant
les inquiétudes engendrées naguère dans mon
esprit par les trois formes différentes à leur
successive apparition, je crus avoir déjà fixé mon
choix surcelleen qui tous les prestiges semblaient
se joindre à la solennité du passé pour l’en­
noblir. Une fois encore elle remuait seule tout
mon être, comme au moment où elle avait levé
la tôte au cri des éperviers.
Le prince me dit :
— N’est-il pas étrange, Claude, que Violante
conserve de ce temps-là une mémoire si lucide?
Cela ne te paraît-il pas fort étrange?
Puis, souriant de son premier sourire, très
doux :

�LES VIERGES AUX ROCHERS

169

— Mai'ie-Sophie n’a jamais cessé d’avoir
pour elle une prédilection. La sachant pas­
sionnée pour les parfums, elle lui envoie tous
les ans, au jour de son anniversaire, une
grande quantité d’essences. Depuis que nous
sommes ici, elle n’y a pas manqué une fois.
Il se tourna vers sa fille, tendrement :
— Désormais, tu ne pourrais plus t’en pas­
ser, n’est-il pas vrai ?
Puis, avec une ombre de tristesse :
— Elle en vit, me dit-il. Et tu vois, Claude,
comme elle s’est faite blanche !
Il me sembla qu’Anatolia m urm urait :
— Elle en m eurt.

X
Quand nous quittâmes la table, Anatolia
proposa de descendre au jardin.
— Allons prendre encore un peu de soleil,
dit-elle en levant la main vers un faisceau de
rayons qui pénétrait par une fenêtre dont le
rideau décoloré laissait à découvert la plus
haute vitre. Qui veut descendre?
Dans le geste, sa main s’illumina, se dora

�170

LES VIERGES AUX ROCHERS

jusqu’au poignet; et les rayons coulèrent entre
ses doigts comme une chevelure docile.
— Venons tous, répondis-je.
Don Octave prit congé et se retira ; — parmi
nous, son aspect était celui d’un intrus. — Mais
le prince mit son bras sous le bras d’Anatolia,
comme avait déjà fait Antonello sur la rampe.
— Je vous accompagnerai, dit-il, jusqu’au
vestibule.
En passant par la vaste salle des audiences,
déchue au rôle d ’antichambre vide, je rem ar­
quai une vieille chaise à porteurs garnie de
ses deux barres, comme si elle eût à l’instant
même déposé sa dame ou qu’elle fût préparée
pour la recevoir. Je m’arrêtai.
— Qui va en chaise à porteurs ? demandai-je.
— Aucun de nous, répondit Anatolia après
une seconde d’hésitation, tandis que l’ombre
d’un trouble passait sur tous les visages.
— Elle est du temps de Charles III, dit le
prince, dissimulant par un sourire sa triste
pensée. Elle a appartenu à Donna Raimondetta
Montaga, duchesse de Cublana, qui fut la plus
belle dame de la Cour et célébrée comme la
plus grande beauté du Royaume.

�LES VIERGES AUX ROCHERS

171

Je m’approchai, attiré par cette vieille chose
qui ne semblait pas encore bien m orte,et à
laquelle le souvenir de Donna Raimondetta
conférait au contraire un prix et une grâce non
pareils et comme une reviviscence fictive sous
mon regard.
— Le style en est excellent, déclarai-je.
C’est une exquise œuvre d’art, et conservée à
merveille.
Mais je m’aperçus qu’autour de moi une
inquiétude étrange dominait mes hôtes et que
la cause de leur malaise venait de l’objet pré­
sent. Et alors, par la vertu du mystère, je
sentis vivre d’autant plus forte en ce bois pré­
cieux la vie de mes imaginations.
—■L’âme de Donna Raimondetta y habite
peut-être, dis-je sur un ton léger, pris de l’irré­
sistible envie d’ouvrir la portière. Il serait impos­
sible qu’elle eût un asile plus élégant. Voyons.
Dès que j ’eus ouvert, une subtile odeur vint à
mes narines; et, pour l’aspirer mieux, j ’avançai
la tête à l’intérieur.
— Quel parfum I m’écriai-je, délecté par
cette sensation imprévue. C’est le parfum de
la duchesse de Cublana ?

�LES VIERGES AUX ROCHERS
m
Et, pendant quelques secondes, mon esprit
resta suspendu dans la molle atmosphère créée
par le charme de la dame d’autrefois, imaginant
une petite bouche ronde comme une fraise,
une haute chevelure chargée de poudre et une
robe de brocatelle gonflée par le panier.
La chaise à porteurs embaumait comme un
coffre de mariage, capitonnée au dedans d’un
velours vert comme le feuillage du saule et
ornée sur chaque côté d’un petit miroir ovale,
toute dorée au dehors et peinte avec un goût
superfin, enrichie de ciselures délicates aux
joints et aux corniches, rendue plus harmo­
nieuse et plus douce à la vue par le voile des
siècles, œuvre aimable d ’une fantaisie gracieuse
et d’une savante main.
— Ou peut-être, repris-je, c’est vous, Donna
Violante, qui avez vidé l’une de vos fioles sur
ce velours si tendre, en hommage à l’ancêtre
fameuse ?
— Non, ce n’est pas moi, fit-elle, presque
indifférente, comme reprise de l’ennui accou­
tumé, comme redevenue étrangère.
— Allons, allons ! dit Anatolia en nous pres­
sant. Il fait toujours très froid dans cette salle.

�LES VIERGES AUX ROCHERS

173

Et elle entraîna son père qu’elle avait encore
à son bras.
— Allons ! répéta Antonello qui frissonnait.

De la plus haute marche, on percevait déjà
la rum eur de l’eau : sourde d’abord, puis de
plus en plus claire et forte.
— La fontaine est rouverte? fit le prince.
— Tout à l’heure, dit Anatolia, nous l’avons
rouverte en l’honneur de notre hôte.
— As-tu remarqué, Claude, le jeu des échos
dans la cour? me demanda Don Luzio. C’est
extraordinaire.
— Vraiment extraordinaire, répondis-je.
C’est un prodigieux effet de sonorité ; cela res­
semble à l’artifice d’un musicien. Je crois
qu’un harmoniste attentif trouverait ici le
secret d’accords et de dissonances inconnus.
Voilà une incomparable école pour une oreille
délicate. N’est-ce pas, Donna Violante.? Vous
êtes pour la fontaine contre Antonello?
— Oui, dit-elle avec simplicité. J ’aime et je
comprends l’eau.
10.

�174

LES VIERGES AUX ROCHERS

— Loué sois-tu, mon Dieu, pour sœur eau...
Vous vous rappelez, Donna Maximilla, le Can­
tique de saint François d’Assise ?
— Certes, répondit la fiancée de Jésus rou­
gissante, avec un faible sourire. Je suis une
Clarisse.
Son père la caressa d’un mélancolique regard.
— Sœur Eau I l’appela Anatolia,en effleurant
du bout des doigts le lisse bandeau de cheveux
qui lui descendait sur la tempe. C’est le nom
que tu devrais prendre.
— Ce serait dt_- l’orgueil, fit la Clarisse avec
une riante humilité.
Elle me rem it en mémoire, avec une légère
variante, la sentence de la Bienheureuse : Symphonialis est aqua.
Nous étions tous là, près de la fontaine sonore.
Chaque bouche donnait ses notes par un cha­
lumeau de verre semblable à une flûte re­
courbée. La vasque inférieure était déjà pleine
et l’eau submergeait jusqu’au ventre les quatre
chevaux marins.
— Le dessin est d’Algardi de Bologne, l’ar­
chitecte d’innocent X, dit le prince; mais les
iculptures ont été exécutées par 'e napolitain

�LES VIERGES AUX ROCHERS

175-

Domenico Guidi, le même qui exécuta la plus
grande partie du haut-relief d’Attila, dans
l’église de Saint-Pierre.
Comme Violante s’était de nouveau approchée
du bord de la vasque, je voyais son image ré­
fléchie dans le cercle liquide où un tremblote­
ment continuel en brouillait les lignes entre«
les jambes des chevaux.
— Un tragique épisode se rattache à cette
fontaine, continua le prince; un épisode qui,
plus tard, fut l’occasion de certaines croyances
superstitieuses. Tu ne le connais pas ?
— Non, répondis-je. Mais racontez-le-moi,,
si vous le voulez bien.
Et je regardai Antonello, en repensant à
l’âme perdue qui le tourmentait et l’épouvan­
tait pendant la nuit. Lui aussi, maintenant,
il tenait les yeux fixés sur l’image de Violante
qui tremblotait au fond de l’eau.
Don Luzio commença :
— C’est ici, dans ce bassin, que Panthée
Montaga m ourut noyée, au temps du vice-roi
Pierre d’Aragon...
Mais il s’interrompit.
— Je te raconterai cela un autre jour.

�'S.

176

LES VIERGES AUX ROCHERS

Je compris qu’un scrupule l’empêchait de
ressusciter ce souvenir en présence de ses
filles, et je ne voulus pas insister.
Mais un peu plus tard, dans le vestibule
extérieur, pendant la lente promenade qu’il
faisait seul à mon bras, il reprit son récit,
tandis qu’autour de nous le soleil resplendissait
sur la rangée de balustres d’où les hautes sta­
tues blanches des Saisons contemplaient la
vallée fauve du Saurgo.
C’était un drame de passion et de mort,
intime et secret, bien digne du puissant cloître
de pierre qui d ’abord en avait comprimé, puis,
par un rapide retour, exalté la violence. Il me
faisait voir l’empire exercé par le génie des lieux
sur une âme assortie, et en vertu duquel tout
sentiment sincère devait se condenser en cette
âme jusqu’à l’extrême tension dont est capable
la nature humaine, pour déployer ensuite toutesa
force dans un acte définitif et d’effet certain.
En écoutant le récit imparfait du prince, je
reconstituais mentalement l’heure de vie essen­
tielle qui avait produit la mort de Panthée ;
et le crime nocturne prenait à mes yeux une
beauté révélatrice de choses profondes.

�LES VIE RGES AÜX ROCHERS

177

Profond, en vérité, devait être le vouloir de
cet Umbelino qui, brûlant d’un implacable
amour pour sa sœur non complice, mais résolu
à demeurer seul dans sa faute, médita de la
tuer pour séparer de l’âme cette chair qui
l’enflammait d’un si terrible désir et pouvoir
ne souiller que celle-ci de toutes les caresses.
« Il dut tirer de son secret des frissons m er­
veilleux, » pensais-je en contemplant le visage
maigre et olivâtre que me représentait mon
imagination. « Comme un sortilège inconnu lui
avait infusé dans le sang ce feu im pur, il ne
consentit pas à reconnaître pour objet de saconcupiscence autre chose que l’enveloppe corporelle
qui renfermait l’âme inviolable; et alors, par
la force de sa pensée, il sut les séparer distinc­
tement l’ûne de l’autre et conserver en même
temps dans son cœur les deux amours, le sacré
et le profane. Quel devait être le frisson de son
horreur lorsque, dans les instants où le dévo­
rait, plus ardente, la fièvre alimentée par les
effluves de ce corps présent, il entendait la chère
âme de sa sœur exhaler de suaves paroles par
ces mêmes lèvres qu’en songe il couvrait de
luxurieux baisers ! En quelles épouvantables

�178

LES VIERGES AÜX ROCHERS

rafales devait tourbillonner sans trêve sa vie
intérieure, multipliée par la solitude et rendue
plus dense par la contrainte ! A la fin, comme
il sentait s’alourdir le joug de la fatalité qui
lui rendait le crime nécessaire, il résolut
de réduire la beauté funeste de Panthée à
une forme vide et à une dépouille insensible
par le moyen de la mort. Quels témoi­
gnages de pitié et de douleur ne prodigua-t-il
pas en silence à cette chère âme qui devait
s’envoler innocente vers le ciel pour ne lui
laisser entre les bras que la chair convoitée !
Certes, lorsqu’il l’accompagnait à la chapelle
pour la prière matinale, il lui disait d’inef­
fables choses. « 0 Panthée, — lui disait-il pour
qu’elle s’attardât à prier avec plus de fer­
veur, — rien au monde n’est plus doux que ta
prière ; elle est plus douce que la rosée. »
Et, pour qu’elle se préparât à m ourir: « 0
Panthée, lui disait-il, que tu es heureuse! Le
lieu de ton âme est le giron de Notre-Seigneur
Jésus-Christ. » — Mais, en silence, il lui disait
d’autres choses ineffables qu’elle ne devait
pas entendre. Et, un soir d’été plein de
fatals prestiges, l’heure de la mort sonna. Tout

�LES YIERGES AÜX ROCHERS

179

était invraisemblable et propice, comme dans
un rêve. Ils se tenaient ensemble près de la
fontaine éloquente et rafraîchissaient leurs
mains dans l’ombre humide, taciturnes. Une
fièvre d’enfer brûlait aux poignets d’Umbelino,
dont les yeux fixes regardaient l’image de
Panthée réfléchie par l’eau sous la clarté des
étoiles. Et, comme dans un rêve, presque
magiquement, ses mains, avec autant de faci­
lité qu’elles auraient courbé la tige d’un lys,
ployèrent la personne de Panthée vers l’image
profonde jusqu’à ce que l’une et l’autre se
confondissent ; et la fontaine garda un blanc
cadavre...

En me quittant, le prince Luzio me dit :
— J’espère qu’à partir de ce jour tu voudras
bien considérer cette maison comme la tienne.
Quand tu viendras, mon cher enfant, tu seras
toujours le bienvenu. Ne te fais donc pas trop
désirer.
J’étais si triste de le voir rentrer seul dans
ie palais désolé que je l'accompagnai un bout

�180

LES VIERGES AUX ROCHERS

de chemin en lui parlant affectueusement. Nous
nous arrêtâmes devant la fontaine ; et il fit un
geste vague vers le bassin où, dans la limpi­
dité glaciale, j’entrevis la funeste beauté de
Panthée, et les blanches mains à fleur d’eau,
concaves comme deux pétales de magnolia, et
la molle chevelure flottante sous les jambes des
chevaux marins.
— Par la suite, dit le prince avec un
sourire, une légende courut. Durant les
nuits sans lune, l’âme de Panthée chantait à la
cime du jet d’eau et celle d’Umbelino se déses­
pérait dans les gueules des bêtes de pierre,
jusqu’à l’aurore.

Comme nous étions penchés sur la balus­
trade vers le jardin en pente, l’anxiclé du
printemps nous montait à la face. Nous étions
enveloppés d’une sorte d’éther qui vibrait avec
la vitesse d’un pouls fébrile ; et cette sensation
était si lourde et si continue qu’elle engourdis­
sait les nerfs. Les pupilles se fixaient et les
paupières s’abaissaient comme au début du

�LES VIERGES AUX ROCHERS

loi

sommeil. Je sentais mon âme chargée comme
une nuée.
Sur notre silence commun, Anatolia dit:
— C’est le Bonheur qui passe.
Par cette parole inattendue, elle nous révé­
lait à nous-mêmes le secret de notre angoisse
intérieure ; et elle exprimait l’essence de l’inef­
fable mélancolie répandue sur la campagne à
l’heure du renouveau.
— C’est le Bonheur qui passe.
« Quelles mains pourraient l’arrêter? » me
demandai-je aussitôt, dans une aveugle agi­
tation de mon besoin d ’am our, dans une
insurrection confuse de mes plus profonds
instincts.
Les trois sœurs, accoudées sur la balustrade
de pierre, tenaient en dehors leurs mains nues, \
sans anneaux, plongées dans le soleil comme
dans un tiède bain d’or : Maximilla, les doigts
enlacés; Anatolia, les paumes prises en croix
l’une dans l’autre, de telle façon que les pouces
étaient en dessus ; Violante, froissant quelques
violettes déjà fanées qu’elle prenait à sa cein­
ture et les laissant ensuite tomber dans l’espace.
« Quelles mains pourraient l’arrêter? »
il

�182

LES VIERGES AUX ROCHERS

Celles d’Anatolia étaient évidemment les plus
fortes et les plus sensitives. Sous la peau s’y
dessinaient avec fermeté les muscles et les
tendons qui donnaient de la vigueur aux pouces
gemmés d’un ongle rose dont la racine était
sertie d’une 'lunule presque blanche, tel un
onyx à deux lames. — Ne m ’avaient-elles pas
déjà, au premier contact, communiqué une
sensation de force généreuse et de bonté effi­
cace? N’avais-je pas cru déjà sentir dans le
creux de leur paume une chaleur vivifiante?
Mais celles de Maximilla semblaient pour
ainsi dire incréées, comme les formes des
apparitions, tant elles étaient fines ; et si
blanches que le rayon d’or ne réussissait pas
à les dorer; et si bien connues de moi que,
dans la pleine lumière du jour, je revoyais les
ténèbres de l’abside ombrienne où je les avais
vues pour la première fois sur l’icone de
l’autel, seules survivantes d’une figure réab­
sorbée par le mystère et capables pourtant, à
elles seules, d’enchanter et de caresser des
ûmes. A cette heure, par l’entrecroisement de
leurs doigts entrelacés, elles exprimaient le lien
de l’esclavage volontaire. — Me voici, je suis à toi,

�LES VIERGES AUX ROCHERS

183

prisonnière d’une attache plus forte que toutes
les chaînes. Je n’ouvrirai les bras que lorsqu’il
te plaira de me détacher. Je ne puis et ne
veux rien qu’adorer et obéir, obéir et adorer.
— Telle était la confession que, par ces
indices, la vierge pieuse faisait à son idéal
seigneur. Et j ’imaginai que ces mains se dé­
nouaient et que leurs paumes engendraient de
longues zones de silence vivant, à la façon dont
naissent de celles des anges peints en haut et
en bas des tableaux d’église les banderoles
enroulées des cartouches qui portent un verset
et qui encadrent les personnages dans le sens
mystique des paroles écrites. « Ainsi, ô Ado­
rante, dans les cercles de ton vivant silence
d’amour, tu pourrais enfermer mon esprit mé­
ditatif 1 Et je serais infidèle aux solitudes de
la terre, aux solennelles montagnes, aux bois
musicaux, aux fleuves pacifiques et même aux
cieux étoilés ; car nul spectacle terrestre n’élève
le génie de l’homme autant que la présence
d’une belle âme soumise. Elle donne aux murs
de la chambre secrète une immensité sans
limites, comme la lampe votive dilate dans le
temple la grandeur de la nuit. C’est pourquoi

�LES VIERGES AUX ROCHERS

ie voudrais, ô douce esclave, t’avoir dans ma
demeure. Celui dont une adoration muette
entoure les méditations, celui-là sent la divinité
de sa pensée et crée comme un dieu. »
Mais les mains sublimes de Violante expri­
mant des tendres fleurs la goutte essentielle et
puis les laissant tomber meurtries sur le sol,
accomplissaient un acte qui, comme symbole,
répondait parfaitement au caractère de mon
style : — elles extrayaient d’une chose jusqu’au
dernier arome de la vie, c’est-à-dire qu’elles
lui prenaient tout ce que cette chose pouvait
donner, et ensuite elles la laissaient épuisée.
Cela n’était-il pas un des plus graves offices de
mon art de vivre?
Violante m ’apparaissait donc comme un divin
et incomparable instrument de mon art. « Son
alliance m ’est nécessaire pour connaître et
pour épuiser les innombrables choses que
recèlent dans leur profondeur les sens hu­
mains, ces choses dont l’éternelle luxure e st1
l’unique révélatrice. La chair tangible ren­
ferme des mystères infinis que le seul contact
d’une autre chair peut dévoiler à ceux que
la Nature doua pour les comprendre et les

�LES VIERGES AUX ROCHERS

183

célébrer religieusement. Le corps de cette
femme n’a-t-il pas la sainteté et la magnifi­
cence d’un temple? Sa beauté ne promet-elle
pas à ma sensualité les plus hautes initia­
tions? »
Ainsi, comme naguère pendant la première
montée, j ’attirais en moi les trois formes inté­
grales qui offraient à toutes les puissances de
mon être la joie de se manifester et de se
satisfaire totalement dans une harmonie par­
faite. L’une — dans mon rêve — avec son
pur front rayonnant de présages, veillait sur
le fils de mon sang et de mon âme ; et l’autre,
comme la pyrauste dans la fournaise du métal­
lurgiste, vivait dans le feu intime de mes pen­
sées ; et l’autre me rappelait au culte religieux
du corps et me conviait à de secrètes céré­
monies pour m’enseigner à revivre la vie des
dieux antiques. Toutes trois semblaient nées
pour servir mes volontés de perfection sur terre.
Et la nécessité de les séparer l’une de l’autre
m’offensait comme un désordre, m’irritait
comme une injustice du préjugé et de la cou­
tume. » Pourquoi donc ne pourrais-je pas les
conduire le même jour dans ma demeure et

�486

LES VIERGES AUX ROCHERS

orner ma solitude de leur triple grâce? Mon
amour et mon art sauraient créer autour de
chacune un enchantement différent, et cons­
truire pour chacune un trône, et offrir à
chacune le sceptre d’un idéal royaume peuplé
de fictions où elle retrouverait, transfigurée
sous des aspects multiples, la partie non mor­
telle de son être. Et, puisque la brièveté est le
très juste attribut du rêve superbe et de la vie
belle, mon amour et mon art sauraient aussi
-composer pour ces béatrices (mais non pour
toi, ô Anatolia, destinée aux longues veilles !)
une mort harmonieuse à l’heure opportune... »
Ainsi pleuvaient sans trêve sur les mains vir­
ginales mes pensées qu’en cette précoce chaleur
du soleil enflammait un doux délire, lorsque
Violante laissa tomber la dernière fleur meur­
trie et se pencha vers les extrémités des longs
sarments qui grimpaient de la terrasse infé­
rieure et s’enroulaient aux balustres. Elle
réussit à casser une petite branche et en
examina les fibres internes pour voir si déjà
les pénétrait la sève printanière.
— Elles dorment encore, dit-elle.
Nous étions donc inclinés sur l’extrême som­

�LES VIEKGES AUX ROCHERS

187

meil, déjà transparent, de ces ternes dépouilles
où allait s’accomplir un des plus grands mi­
racles terrestres, évoqué par une parole.
— Vous verrez dans quelques semaines, me
dit Anatolia. Tout se recouvrira d’un manteau
vert, toutes les treilles seront ombreuses.
C’étaient, non pas les mères du raisin mais
des vignes fécondes seulement en pampres dont
les innombrables lianes volubiles s’étalaient
en haut sur la vaste muraille et en bas sur
les treilles des rampes comme un tissu réticulaire. Elles n’avaient pas un aspect de végé­
taux, mais elles ressemblaient à des cordelettes
usées, détrempées par la pluie, desséchées par
le soleil, fragiles en apparence comme des toiles
d’araignées. Et pourtant l’imminence de la mé­
tamorphose les rendait mystiques comme les
plus énorme troncs des forêts alpestres. Des
myriades de feuilles vivantes allaient jaillir des
fibres de ces cordages inertes, miraculeusement.
— En automne, me dit Violante, tout de­
vient rouge, d’un rouge splendide ; et, par cer­
taines journées d’octobre, sous le soleil, les
murailles et les rampes semblent tendues de
pourpre. A cette époque, le jardin a vraiment

�188

LES VIERGES AUX ROCHERS

son heure de beauté. Vous verrez, si vous êtes
encore près de nous.
— Il n’y sera plus, interrompit Antonello en
hochant la tête.
— Pourquoi répètes-tu toujours cela ? lui de­
mandai-je sur un ton de doux reproche. Qu’en
sais-tu ?
— Personne ne sait jamais rien, m urm ura
Odon de sa voix sourde, que je ne distinguai
de la voix fraternelle qu’au mouvement
des lèvres. Qui peut dire ce qu’il adviendra
de nous, d’ici à l’automne? Maximillaseule est
tranquille : elle a trouvé son refuge.
Une imperceptible goutte d’amertume altérait
peut-être les dernières paroles.
— Maximilla va prier pour nous, dit Anatolia
gravement.
La Clarisse baissa la tête vers ses mains
jointes. Et il y eut un intervalle où nous gar­
dâmes le silence, sous une onde de choses in­
distinctes mais pourtant impérieuses.

L’hallucinante vision de la pourpre automnale

�189

L E S VIERÜF.S AU X R 0 C H E B 3

faisait pâiir à mes yeux cette limpide aprèsmidi du printemps renaissant, tandis que nous
descendions la rampe où, quelques heures aupa­
ravant, les trois princesses m’étaient apparues
comme au début d’un conte, sortant d’une nuit
d’immémoriales angoisses avec un sourire nou­
veau. Autant me semblait déjà lointaine cette
heure matinale, autant me semblait proche
l’automne auquel — selon un pressentiment
obscur — devaient me conduire les vicissitudes
d’une foudroyante destinée. Et, si j ’imaginais
autour des sarments nus le feuillage empour­
pré, je voyais sur le visage des trois soeurs
tomber une sinistre ombre de deuil.
Encore une fois le sentiment de la mort pas­
sionna et exalta mon âme de telle sorte que
toutes les apparences s’y reflétaient avec de
poétiques transfigurations. Et, dans la splendeur
de l’air printanier, ces créatures frêles me sem­
blèrent« merveilleusement tristes », comme les
femmes du songe delà FïianuouaqueMaximilla
m’avait remises en mémoire parmi les bran­
ches coupées des amandiers et les miroirs
anciens. Et il me sembla que j’étais tout saisi de
l’esprit ardent qui embrase la page de ce petit
il.

�190

LES VIERGES AÜX ROCHERS

livre où Dante jeune montre comment il savait
agiter les profondeurs de son âme et l ’exalter
jusqu’au comble de l’ivresse douloureuse en
imaginant Béatrice morte et en contemplant ce
cher visage à travers le voile funéraire. « Avec
de grands soupirs je me disais à moi-même :
C’est une nécessité que la très noble Béatrice
meure un jour... Et, plein depouvante, j ’im a­
ginai qu’un de mes amis venait me dire : Tu
ne sais pas? ton admirable dame est partie de
ce siècle... Alors il me semblait que mon cœur,
où il y avait tant d’amour, me disait : Il est
vrai, que notre dame gît m orte... Et si puissante
fut l’erreur de ma fantaisie qu’elle me fit voir
morte cette dame... » Ne me venait-il pas d’une
semblable imagination, le flot des ineffables
beautés intérieures?
Une noblesse souveraine émanait de tous les
gestes de ces vierges qui devaient m ourir, illu­
minait les choses au milieu desquelles elles
passaient. Et, jamais plus peut-être ne les ai-je
revues parmi tant de lumière et tant d’ombre.

�LES VIERGES AUX ROCHERS

191

Lorsque nous fûmes au pied de la rampe,
sur une terrasse qu’environnaient les vertes
ruines d’un portique de buis, Anatolia s’arrêta
et me demanda :
— Voulez-vous revoir tout le jardin? Vous
y retrouverez peut-être quelques souvenirs.
Et Violante, comme pour affirmer sa domi­
nation :
— Puisque vous aimez la musique de l’eau,
dit-elle, je vous ferai visiter mes sept fon­
taines.
Et Maximilla, avec sa gentillesse timide :
— En récompense des branches d’amandier,
je vous montrerai une aubépine fleurie cette
nuit même, là-bas.
Il me semblait qu’elles parlaient de leurs
choses intimes et que, comme la vierge de
Fontebranda, elles voulaient dire : « Nous
sommes un jardin ».
Ne pouvant pas ^exprimer mon sentiment,
je prononçai de vaines paroles.
— Conduisez-moi donc, leur dis-je. Sans
aucun doute je retrouverai des souvenirs: au
moins des souvenirs de mes premières lectures,'
qui furent des contes de fées...

�1S2

LES VIERGES AUX ROCHERS

*

— Pauvres fées sans baguette! fit Odon en
prenant la main d’Anatolia avec un geste
caressant.
Et dans les yeux des trois soeurs souriaient
toutes les désespérances.
Alors Violante nous conduisit comme par
un labyrinthe.
Nous marchions entre la verdure perpétuelle,
enire les buis, les lauriers et les myrtes très
vieux, dont la sauvage vieillesse ne gardait
pas mémoire de la discipline subie autre­
fois. A peine restait-il çà et là quelque vestige
des formes symétriques modelées jadis par
les ciseaux des jardiniers ; et j ’étais attentif à
reconnaître dans les plantes muettes l’hum a­
nité de ces contours qui n’étaient pas encore
effacés complètement, avec une mélancolie un
peu semblable à celle qu’on éprouve quand on
recherche sur les marbres des tombeaux l’effi­
gie indistincte des morts oubliés. Une senteur
douce-amère accompagnait nos pas; et, de
temps à autre, l’un de nous, comme à dessein
de rattacher les fils d’une trame défaite, recons­
tituait un souvenir de sa lointaine enfance.
Et voilà que ressuscitait la pure image de ma

�LES VIERGES AUX ROCHERS

1Ü3

mère ; et elle semblait se nourrir de toutes les
choses qu’exhalaient nos cœurs dans les
silences intermittents, sans jamais se détacher
du flanc d’Anatolia comme pour me désigner
son élue. Et une senteur douce-amère accom­
pagnait notre mélancolie.

Violante s’arrêta pour me demander, presque
avec le même aspect et le même accent qu’elle
avait eus lors de l’entretien à la fenêtre :
— Entendez-vous?
— Nous sommes à présent dans votre do­
maine, lui dis-je, puisque vous êtes la reine
des fontaines...
Le chant rauque des jets d’eau nous arrivait
à travers une haute haie de myrtes, tandis que
nous étions dans un petit pré semé de jon­
quilles et gardé par une statue de Pan toute
verte de mousse. Il me semblait que, de
l’herbe molle foulée par mes pieds, une mol­
lesse délicieuse montait dans mes veines ;
et une fois encore la joie imprévue de la vie
dilata ma respiration. Tout d’un coup, la pré­

�194

LES VIERGES AUX ROCHERS

sence des deux frères me parut gênante et ma
pitié pour eux me devint à charge. « Ah !
comme je saurais troubler jusqu’au fond vos
âmes closes ! pensai-je en regardant les trois
prisonnières. Gomme je saurais exaspérer jus­
qu’à l’angoisse les inquiétudes qui sont en
vous ! » Et j ’imaginai la volupté de savourer
ces âmes neuves, pleines d’un suc essentiel,
fruits rares m ûris avec lenteur dans le Jar­
din de la connaissance de soi-même et restés
jusqu’alors intacts pour s’offrir à mon désir.
Et mon regret était d’autant plus vif que j ’avais
la certitude de ne plus pouvoir par lasuiterecomposer ce singulier enchantement, qui ne se forme
que dans la nouveauté des premières communi­
cations entre les êtres appelés à unir leurs
destins : singulier enchantement et très bref,
mêlé de stupeur, d’attente, de pressentiment,
d’espoir, de milie choses indéfinissables qui
participent de la nature des rêves, choses
vaines mais qui pourtant surgissent des plus
sacrés abîmes de la vie.
Dans la transparence de l’ambre aérien, tout
se faisait riche et suave ; et partout fleuris­
saient des idées de beauté aui demandaient à

�LES VIERGES AÜX ROCHERS

195

■être cueillies ; et les plus nobles fleurissaient
aux pieds des tristes princesses, où je m’im a­
ginai moi-même courbé pour les cueillir. Et
j ’imaginai la volupté de caresser et d’irriter ces
Ames en errant à travers cet enclos secret sur
lequel les fantômes des anciennes Saisons
paraissaient tisser un voile de poésie où ils figu­
raient, brochées avec des fils presque invisibles,
d ’étranges visages de créatures inconnues,
riantes et pleurantes dans l’alternative de la
joie et de la douleur.
N’y avait-il pas en chacune de ces fontaines
une Panthée qui chantait, blanche victime
d’une passion scélérate et sublime? Certes,
une émotion extraordinaire me pénétra lorsque
Violante me conduisit par delà les myrtes,
dans la longue zone comprise entre la haie et
le m ur oriental. Là régnait ce mystérieux
esprit qui occupe les lieux écartés où la légende
rapporte que jadis venaient s’entretenir des
amants célèbres par la splendeur tragique de
leurs destins. Les statues, les colonnes, les
troncs d’arbre avaient l’aspect des choses qui
furent témoins et complices d’une grande
ivresse humaine et qui en perpétuèrent la

�136

L ES V I E B i ’/ BS AUX B 0 C H Z B 8

mémoire à travers les âges. Les profondes
injures du Temps rongeur et des Constellations
inclémentes conféraient aux formes de la pierrs
ces expressions et pour ainsi dire cette éloquence
que seules possèdent les ruines. De hautes
pensées s’en dégageaient, exprimées par les
lignes interrompues.
Et j ’imaginai la volupté de confesser en ce
lieu mon rêve magnifique aux trois béatrices
qui seules pouvaient le transformer en har­
monie vivante ; j’imaginai la volupté de parler
d’amour en ce même lieu où se pressaient tant
de symboles efficaces pour exalter les âmes audessus des habituelles misères humaines et les
épanouir dans un ciel de suprême beauté.

Nous allions lentement, faisant halte de
temps à autre, prononçant des paroles qui dis­
simulaient l’inquiétude dont nous étions agités.
Odon et Antonello paraissaient las et restaient
quelques pas en arrière, taciturnes. Et je
croyais avoir derrière moi les ombres de la
maladie et de la mort.

�L E S VIERGES AUX ROCHERS

197

Ma ferveur était tombée. Je sentais combien
était cruel le contraste entre mes transports
impétueux et ces fatalités douloureuses qui
demeuraient immuables à mon flanc, autour de
moi, partout, dans le grand enclos plein de
choses oubliées ou mortes. Je sentais que cha­
cune de ces créatures, déjà tant de fois en une
heure illuminées par mon intelligence et trans­
figurées par mon désir, gardait intact son secret,
et que le langage des apparences était impuis­
sant à me le révéler. En les regardant, je les
vis séparées l’une de l’autre, étrangères l’une
à l’autre, chacune avec sa pensée inconnue
entre les sourcils, chacune avec un sentiment
inconnu dans le fond de son cœur. — J’étais
sur le point de m ’éloigner et de retourner dans
ma solitude; notre journée tirait à sa fin. —
Quelles choses nouvelles cette première commu­
nication avait-elle fait entrer dans leurs âmes
engourdies par la longue habitude d’une tris­
tesse que peut-être ne flattait même plus un
dernier espoir de l’événement inopiné? Sous
quels aspects étais-je apparu à chacune? Leur
besoin d’amour et de bonheur s’était-il porté
vers moi avec un élan irrésistible? ou une

�l'J 8

LES VIERGES AUX ROCHERS

incrédulité découragée comme celle des deux
frères les rendait-elle défiantes?
Elles cheminaient à mon flanc, pensives ; et,
même lorsqu’elles parlaient, elles semblaient
si profondément absorbées que plus d’une fois
je fus sur le point de leur dire : « A quoi pensezvous ? » Et en moi naissait comme une volonté
de violence et d’extorsion, devant ce secret
qu’elles gardaient ; et il me montait aux lèvres
de ces paroles téméraires qui peuvent soudai­
nement ouvrir un cœur clos et en surprendre
la peine la plus occulte ou le contraindre à se
confesser. Mais, en même temps, une tendresse
compatissante m’inclinait vers elles, comme pour
leur demander pardon d’un mal que je leur
aurais fait souffrir à cette m inute et d’un autre
mal plus rude qu’elles auraient plus tard à
souffrir de moi. La nécessité de choisir m’appa­
raissait comme une épreuve cruelle, source de
douleurs et de sacrifices inévitables. — Ne
sentais-je pas une angoisse véhémente remplir
les pauses de notre dialogue inutile?
— Oh ! quand viendra l’été ! soupirait Vio­
lante en levant les yeux vers les larges parasols
des pins. L’été, je passe ici toutes les heures

�LES V I E R G E S AUX R O C H E R S

199

du jour, seule avec mes fontaines. Et c’est la
saison des tubéreuses !
Des pins gigantesques, aux troncs droits et
ronds comme des mâts de galères, alignés à
distances égales, se dressaient le long du m ur
de l’enclos et le protégeaient de leurs coupoles
impénétrables. Entre un tronc et l’autre comme
dans unentre-colonnement, le mu rétait creusé de
niches habitées par des statues nues ou enve­
loppées de péplums, en de calmes attitudes,
portant les visions du Passé dans leur cécité
divine. A distances égales, les sept fontaines
faisaient saillie en forme de petits temples,
composées chacune d’une ample vasque où se
m iraient des déités assises sur les margelles et
accoudées à l’urne, dans l’espace compris entre
deux couples de colonnes qui soutenaient un
fronton où était sculpté un distique. La haute
haie des myrtes s’élevait en face, toute verte,
interrompue seulement par de blancs hermès
méditatifs. Et le sol humide était presque
entièrement recouvert de mousses pareilles à
un feutre, qui rendaient silencieux notre pas­
sage et augmentaient ainsi la douceur du mys­
tère.

�200

L E S V I E R G E S AUX R O C H E R S

— Réussissez-vous à lire ces vers? dit Violante
en me voyant attentif à déchiffrer sur la pierre
les lettres gravées qu’effaçaient çà et là le tartre
et les crevasses. J’ai su autrefois ce qu’ils
voulaient dire.
Ils disaient: «Hâtez-vous,hâtez-vous! Tressez
les belles roses en guirlandes pour couronner
les heures qui passent. »
• PRÆ CIPIT ATE MORAS, VOLUCRES CINGATIS UT HORAS
NECTITE FORMOSAS, MOLLIA S E R I A , ROSAS.

C’était, adoucie par les rimes, l’antique
admonition qui, dans le cours des siècles, avait
invité les hommes aux plaisirs de la vie brève,
avait enflammé les baisers sur la bouche des
amants et multiplié sur les tables les coupes
de vin. C’était l’antique mélodie voluptueuse,
modulée sur la nouvelle syrinx qu’un moine
industrieux avait construite en forme d’aile
de colombe avec les roseaux inégaux cueillis
dans le jardin abandonné de Pan, mais reliés
ensemble avec la cire des petits cierges votifs
et le lin d’une vieille nappe d’autel.
« La fontaine brille et résonne ; et sa splen-

�L ES V I E R G E S AÜX R O C H E R S

201

deur te dit: Réjouis-toil et son m urm ure te
dit : Aime ! »
P°NS LUCET, PLAUDE, EI.OQUITUR FONS LUMINE : G AU DE
FONS SONAT, AUGI.AMA, MURMURE DICIT : AMA.

Ils répandaient dans mon esprit un charme
ambigu, les échos des rinles léonines dont
les eaux faisaient la glose interminable. Dans
ces échos, je sentais l’accent voilé de la mélan­
colie qui donne au plaisir une indéfinissable
grâce et qui, tout en le troublant, le rend plus
profond. Non moins tendres et non moins
tristes étaient les divines jeunesses qui allon­
geaient sur les margelles leurs membres nus,
onduleux comme le miroir où elles se miraient
depuis si longtemps : — peut-être des Salmacis
aspirant à la perfection d’un embrassement en­
core inconnu des hommes et des dieux? ou
peut-être des Biblis attentives à comprimer
dans leur sein virginal le feu d’un incestueux
désir? ou des Aréthuses ployées comme des
saules flexibles sous la violence d’un brutal
amour vainement repoussé?

�202

LES V I E R G E S AUX R O C H E RS

« Versez ici vos pleurs, amants qui venez
boire. L’eau est trop douce. Mêlez-y le sel de
vos larmes. »
PLETE HIC OPTANTES, NIMIS EST AQUA DULCIS, A M A N T E S
SALSUS, UT APTA VEHAM, TEMPERET HUMOR E AM.

Ainsi la douce fontaine, enviant la saveur
des larmes, enseignait aux heureux l’art subtil
de savourer un peu d’amertume dans la pleine
félicité. « Il est bon de mêler aux roses quel­
ques fleurs rosées du noir ellébore, presque
indistinctes dans la guirlande, afin que par
moments le front couronné s’incline. »
Il semblait que, de pas en pas, sur ce long
chemin d’amour, la volupté devînt plus re­
cueillie, plus savante et plus passionnée. Les
liquides miroirs invitaient les amants à pencher
leurs fronts lourds de rêves et à contempler
leurs propres images, si bien que, arrivés
enfin à ne plus voir en elles que des figures
d ’êtres inconnus émergeant à la lumière d’un
monde inaccessible, ils pussent mieux sentir
ce qu’il y avait en leur vie d’indiciblement

�L ES V I E I I G E S AUX R O C H E R S

203

étranger et lointain. « Inclinez-vous pour vous
mirer, afin que vos baisers soient redounlés
dans l’eau par l’image. »
°SCULA JUCUNDA UT D U P L I C E N Ï U R IMAGINE IN UNDA,
VULTUS HIC VERO CERNITE FONTE MERO.

Dans cet acte si simple, n’y avait-il pas le
signe révélateur d’un secret? Les deux amants,
penchés pour contempler le reflet de leur
caresse, représentaient inconsciemment la puis­
sance mystique de la volupté, cette puissance
qui pour quelques instants expulse l’homme
inconnu que nous portons en nous-mêmes et
qui nous le fait apercevoir lointain et étran­
ger comme un fantôme. — N’est-ce pas peutêtre l’obscurité d’une telle sensation qui exalte
le délire et engendre la terreur chez les luxu­
rieux lorsque, dans les glaces des alcôves
profondes, ils voient leurs mutuelles caresses
répétées par des figures qui sont faites à leur
image et qui néanmoins semblent vaguement
différentes et reculées dans un silence sur­
naturel? Gomme ils ont une obscure cons­
cience de l’extraordinaire dédoublement qui

�204

L ES V I E R G E S AÜX R OC HE R S

se produit en eux, ils croient en trouver un
lumineux symbole dans ces images externes,
et, par analogie, ils sont induits à les con­
sidérer, non plus comme des apparences vi­
suelles, mais d’abord comme d’inexplicables
formes de vie, et finalement comme des aspects
de mort véritable, quand les corps épuisés
s’immobilisent sur le drap blanc et que la
sueur se glace aux reins et que les pupilles se
contractent sous le poids des paupières...
C’était une vision de ce genre que me don­
naient les rimes de la dernière fontaine mélo­
dieuse sur laquelle s’inclinait le visage de
Violante, dans l’ombre qui descendait des pins
comme un lent vélum d’azur. « Ici se mirèrent
ensemble la Volupté et la Mort ; et leurs deux
visages ne faisaient qu’un seul visage. »
•
&amp; PE C T A R U N T N U PT A SH I C SE MORS ATQUE VOLUPTAS
D N U S ( f AMA FERAT), QUUM DUO, VULTUS "HAT'

�LES VIERGES AUX ROCHERS

205

Comme le soleil s’était voilé au passage
d’une nuée blanche et molle, l’air parut
s adoucir encore et prendre la saveur d’un lait
diaphane où serait dissous un arôme. Et, tandis
^ e nous cheminions à travers de petits prés
e1-°s, jaunes de jonquilles, où il était facile d’ima^ner les épisodes d’une fête pastorale à l’ombre
de pavillons enguirlandés, j ’avais encore dans
^oreille les cadences des rimes latines. Sur le
Piédestal d’une nymphe privée de ses deux
^ras était sculpté l’emblème des Arcadiens, la
syrinx à sept tuyaux, dans une tresse de
laurier.
— N’étiez-vous pas ici ce m atin? dis-je à
Volante en reconnaissant dans le voisinage
Arceau de buis où elle m’était apparue
P°«r la première fois.
Elle sourit ; et il me sembla que le haut de
ses joues se colorait d’une lueur fugitive.
Quelques heures seulement s’était écoulées ; et
fus stupéfait d’avoir perdu la notion
e*acte du temps. Ce bref intervalle m ’apparaissait rempli d’événements confus qui, dans
&amp;ia conscience, lui donnaient une durée illu*
soire, sans limites certaines. Je ne pouvai?
u

�206

LES VIEKGES AUX ROCHERS

mesurer encore la gravité de la vie que j’avais
vécue dans cette enceinte depuis le moment oû
mon pied en avait foulé le seuil ; mais je sen­
tais déjà qu’une chose obscure, de conséquences
incalculables, allait se résoudre en moi indé­
pendamment de ma volonté ; et je pensais que
mon pressentiment matinal sur la route soli­
taire n’avait pas été trompeur.
— Si nous nous asseyions un peu ? d e m a n d a
Antonello presque suppliant. Vous n’êtes pas
encore fatigués?
— Asseyons-nous, approuva Anatolia avec
sa douce condescendance habituelle. Moi ausSi
je suis un peu lasse. C’est peut-être l’effet du
printem ps... Quelle odeur de violettes 1
— Mais votre aubépine ? m’écriai-je en ffl®
tournant vers Maximilla, pour lui faire entendre
que je n ’avais pas oublié son offre.
— Elle est encore loin, répondit la Clarisse
— Où?
— Là-bas.
— Maximilla a ses cachettes, fit Anatolia en
riant. Lorsqu’elle se cache, il n’y a plus moyefl
de la retrouver.
— Comme l’hermine, ajoutai-je.

�LES VIERGES AUX ROCHERS

207

■
— Et puis, continualasœurparbadinage, elle
fait de temps en temps une allusion mysté­
rieuse à quelque petite merveille connue d’elle
seule, mais avec prudence, en conservant tou­
jours son secret, sans jamais concéder rien à
notre curiosité. Aujourd’hui, pour l’aubépine,
Vous êtes l’objet d’une faveur spéciale...
La Clarisse tenait les yeux baissés ; mais le
l'ire brillait entre ses cils et illuminait toute sa
face.
— Un jour, continua la bonne sœur qui sem­
blait se complaire à réveiller ce rayon inaccou­
tumé, un jour je vous conterai l’histoire du
hérisson et des quatre petits hérissons aveu­
gles...
Alors Maximilla eut un éclat de rire si juvé­
nile et si limpide, qui la para d’une fraîcheur
si imprévue, que j ’en restai étonné comme de­
vant un prodige de grâce.
— Oh ! n’écoutez pas ce que dit Anatolia !
s’exclama-t-elle sans me regarder. Elle veut se
moquer de moi.
— L’histoire du hérisson et des quatre petits
hérissons aveugles! dis-je. en buvant avec délice
à ce courant d’hilarité soudaine qui traversait

�2 08

LES VIERGES AUX ROCHERS

notre mélancolie. Mais vous êtes donc un
exemplaire de perfection franciscaine? Il faut
ajouter une fleurette aux Fiordti : « Com­
ment sœur Eau apprivoisa le hérisson sauvage
et lui fit un nid pour qu’il multipliât, selon les
commandements de notre Créateur. » Contezmoi, contez-moi !
La Clarisse riait avec sa chère Anatolia ; et
ce subtil esprit de cette joie se communiquait
aussi à Violante et aux deux frères; et, pour
la première fois en ce jour, nous reconnaissions
notre jeunesse.
Qui pourra jamais dire combien est étrange
et douce l’éclosion inattendue du rire sur les
lèvres et dans les pupilles des affligés? Ma
première stupeur persistait dans mon âme et
semblait couvrir d’un voile tout le reste. L’agi­
tation insolite qui, pendant quelques secondes,
avait secoué la gorge délicate de Maximilla, se
propageait en moi-même à toutes les images
antérieures, dont elle brouillait ou effaçait les
lignes. Un éclat de rire argentin avait donc
ouvert tout à coup la bouche mi-close de la
béatrice extatique dont les paumes immobiles
engendraient les spirales du silence !

�LES VIERGES AÜX ROCHERS

£09

Rien autant que le son de ce rire ne pou­
vait me révéler l’inaccessible profondeur du
mystère que portait en soi chacune des trois
vierges. N’était-il pas le signe fortuit d’une vie
instinctive dormant comme un trésor accumulé
dans les racines mêmes de la substance ani­
male ? Et n’enfermait-elle pas les germes d’in­
nombrables énergies, cette vie obscure et
tenace sur laquelle pesait sans l’étouffer la
conscience de tant de douleur? — De même
que la source apporte sur le roc aride l’indice
de la secrète humidité souterraine, de même
le beau rire subit paraissait jaillir de ce fonds
de joie native que même les créatures les plus
malheureuses conservent dans le fond de leur
propre inconscience. Et c’est pourquoi mon
émotion s’éclaira d’une pensée d’am our et
d ’orgueil : « Je pourrais faire de toi un être
de joie. »
Alors mes yeux s’armèrent d’une curiosité
nouvelle ; et je fus comme assailli d’une envie
folle de regarder, d’examiner plus attentive­
ment ces trois personnes, comme si je ne les
eusse pas bien vues. Et j’observai une fois
encore quelle indéchiffrable énigme de lignes il
ii.

�210

LES VIERGES AUX ROCHERS

y a en toute forme féminine, et combien il est
difficile de voir, non seulement les âmes, mais
les corps. Et, défait, ces mains aux longs doigts
desquelles j ’avais enroulé mes rêves les plus
subtils comme autant d’invisibles anneaux, ces
mains me semblaient déjà différentes et m ’ap­
paraissaient comme les réceptacles de forces
infinies et innomées d’où pouvaient surgir de
merveilleuses générations de choses nouvelles.
Et, par une analogie étrange, j ’imaginai l’an­
goisse et l’horreur de ce jeune prince qui,
enfermé dans un lieu obscur avec l’obligation
de choisir son destin parmi les inconnaissables
destins que lui apportaient de muettes messa­
gères, passa toute la nuit à palper les mains
fatales qui se tendaient vers lui dans les ténè-^
bres. Les mains dans les ténèbres : — y a-t-il
une plus effrayante image du mystère ?
Celles des trois princesses nubiles étaient
posées dans la lumière, nues ; et, en les regar­
dant, je pensais à l’infini de gestes incréés qui
étaient en elles et aux myriades de feuilles
futures qui étaient dans le jardin.
Anatolia, s’apercevant de mon regard attentif,
eut un sourire.

�LES VIE RGES AUX ROCHERS

211

~~ Pourquoi regardez-vous nos mains avec
^ant de persistance? Vous êtes chiromancien,
Peut-être?
Oui, je suis chiromancien, répondis-je
Par jeu.
Alors, lisez nos destinées.
Montrez-moi la paume de votre main
§auche.
Elle me montra la paume de sa main gauc^e, et ses sœurs l’imitèrent. Et je me penchai,
lignant d’explorer dans chaque paume les
%nes de la vie, de la conjonction et du bon­
heur. Et, devant les trois belles mains tendues
eoinme pour recevoir ou pour offrir, tandis que la
Pause alimentait mes inquiétudes par les mille
choses inexprimées et inexpliquées qu’elle fai­
sait naître, je pensais : « Quelles sont leurs
destinées ? Peut-être le stylet de fer de la fata­
lité a-t-il aussi de ces changements brusques
auxquels est sujette la déclinaison des ai­
guilles magnétiques. Peut-être toutes les vo­
lontés que je porte en moi-même, obscures ou
lucides, exercent-elles déjà leur action commutatrice, et les destinées dévient-elles vers un
événement final d’où mon bien sortira. Mais

�21 2

LES VIERGES AUX ROCHERS

il est possible aussi que je sois le jouet d'nne
illusion créée par mon orgueil et par ma con­
fiance, et que mon état présent ne soit que celui
d’un prisonnier parmi des prisonniers... »
Pendant la pause, le silence était profond, sl
profond qu’à le percevoir j ’eus une épouvante
devant l’immensité des choses muettes qu’il embrassait. Le soleil restait toujours voilé. Soudain
Antonello tressaillit, s e tourna b r u s q u e m e n t
vers le palais, fit le geste de quelqu’un qul
entendrait un appel. Nous le regardâmes tous,
inquiets ; et il nous regarda aussi avec égare­
ment. Les mains des trois sœurs s ’a b a i s s è r e n t — Eh bien? me demanda Anatolia, avec
l’ombre de la préoccupation sur le front.
Qu’avez-vous lu?
— J ’ai lu, répondis-je; mais je ne puis pas
révéler.
— Pourquoi ? fit-elle en retrouvant son sou­
rire. Ce que vous avez lu est donc bien te rrib le ?
— Ce n’est pas terrible, dis-je; au con­
traire, c’est réjouissant.
— Vrai ?
— Vrai.
— Pour toutes ou pour une seule?

�LES VIERGES AÜX ROCHERS

213

J’hésitai une seconde. Sa question ne visaitelle pas inconsciemment ma pexplexité et ne
me rappelait-elle pas le choix nécessaire?
— Ne répondez pas I reprit-elle.
— Pour toutes, répondis-je.
— Et pour moi aussi? demanda Maximilla,
songeuse.
— Pour vous aussi. Ne prenez-vous pas le
voile par une libre élection? E tn ’ètes-vous pas
sûre d’arriver enfin à la béatitude qui récom­
pense le renoncement total?
Comme je la fixais dans les pupilles, elle se
colora d’une rougeur qui, sur ce teint pâle, me
parut presque violente.
— « Soyez, soyez cette fleur odoriférante
que vous devez être, et versez vos parfums en
la douce présence de Dieu, » a écrit pour vous
sainte Catherine.
l
— Vous connaissez sainte Catherine ! fit la
Clarisse avec un éclair d’étonnement sur sa
rougeur.
— C’est ma sainte de prédilection, ajoutai-je,
heureux de la voir si étonnée, tenté par le
plaisir de troubler et d’éblouir cette âme qui
me semblait ardente et mal assurée. Je l’aime

�214

LES VIERGES AUX ROCHERS

pour son aspect purpurin. Dans le Jardin de
la connaissance de soi-même, elle ressemble à
une rose de feu.
La fiancée de Jésus me regardait, comme
incrédule; mais le désir d’interroger et d’écouter se peignait sur son visage, et déjà une
ombre légère indiquait sur son front le pli de
l’attention.
— Le livre que j ’avais ce matin, dit-elle
avec un petit tremblement dans la voix,
comme si elle m’eût fait quelque intime con­
fidence, c’était un volume de ses Lettres.
— J ’ai remarqué qu’en bonne franciscaine
vous mettez pour signet entre les pages un brin
d’herbe. Mais ce n’est pas le signet que ce
livre réclame. L’herbe s’y brûle comme au
bord d’une fournaise. Toute l’essence de la
bienheureuse est exprimée dans ces mots d’elle :
« Feu et sang unis par amour! » Vous les
rappelez-vous?
— 0 Maximilla, interrompit Odon en riant,
tu peux congédier ton père spirituel. Tu viens
de trouver le vrai guide pour le Chemin de la
perfection.
Nous étions assis sur la berge d’un bassin

�LES VIERGES AUX ROCHERS

215

désséché qui était peut-être un ancien vivier,
presque entièrement rempli de terreau et en­
vahi par les plantes sauvages au milieu des­
quelles se cachaient les violettes — très nom­
breuses, à en juger par la force du parfum.
— Tout près devant nous s’étendait la mu­
raille de buis décrépite avec ses trouées pro­
fondes qui déjà, lors de mon arrivée dans le parc,
avaient exhalé vers moi ce même effluve. Par
les clairières et par l’arceau, on apercevait
l’avenue déserte avec ses statues mutilées et
ses urnes veuves.
— Le jour est-il déjà fixé pour votre prise
de voile? demandai-je à Maximilla.
— Non, il n’est pas fixé encore, réponditelle; mais ce sera presque sûrement avant
Pâques,
— Bientôt, donc. Trop tôt!
Antonello se leva, brusquement agité d’une
insurmontable inquiétude. Nous nous tournâmes
tous vers lui. Il regarda Anatolia avec une
vague épouvante dans ses yeux pâles. Et puis, il se
rasiit. Un malaise indéfinissable pénétrait
en nous, comme si Antonello nous eût commu­
niqué une partie de son angoisse.

�216

LES VIERGES AUX ROCHERS

— Hier, à cette même heure, nous étions
dans le champ des amandiers, dit Odon avec
l’accent du regret pour un plaisir enfui.
Spontanément résonnèrent dans ma mémoire
les paroles d’Antonello : « Il faut les conduire
sous les fleurs. »
— Il faut que nous retournions là-bas tous
ensemble, m ’écriai-je avec vivacité, pour rompre
cette étrange atmosphère de craintes et d’an­
goisses qui, sans cause connue, menaçait de
s’appesantir sur nos âmes. Il faut que nous
jouissions de ce printemps si doux. Dans une
semaine, toute la vallée sera fleurie. Je me
propose de la parcourir toute, de faire l’ascen­
sion du Corace, de revoir Scultro, Secli, Linturne... Gomme je serais heureux si j ’obtenais
la faveur de votre compagnie I Ne vous plairaitil pas de venir ? J’espère, Donna Anatolia, que
vous voudrez donner le bon exemple.
— Certainement, répondit-elle. Vous nous
offrez ce dont nous avons déjà le désir.
— Et vous aussi, Donna Maximilla, vous
pourrez vous permettre ce divertissement. Saint
François, comme vous savez, composa le Can­
tique du Soleil dans la cellule de roseaux que

�LES VIERGES AUX ROCHERS

21/

sainte Claire lui avait construite au jardin du
monastère. Les bois, les fleuves, les montagnes,
les collines doivent, selon l’ancienne Règle,
être vos frères et vos sœurs. Aller vers eux,
c’est accomplir une visitation votive... Et puis,
à Linturne, dans la ville morte, la nef d’une
église est restée debout ; et il y a une grande
madone en mosaïque, seule dans le ciel de
l’abside... Je me la rappelle toujours. Elle est
inoubliable. Et toi, Antonèllo, te la rappelles-tu?
En entendant prononcer son nom, il eut un
sursaut.
— Tu dis? balbutia-t-il avec embarras.
Et son pauvre visage contracté exprima une
telle souffrance que je restai sans parole.
— Oui, oui, allons-nous-en ! allons-nous-en !
ajouta-t-il, feignant d’avoir compris; — et il se
remit debout, en proie à une agitation mani­
feste, de l’air d’un maniaque, blême et chan­
celant. — Allons-nous-en vite! Lève-toi, Anatolia!...
Il parlait bas, comme par crainte que quel­
qu’un l’entendît dans le voisinage, et il nous
remplissait d’épouvante.
— Lève-toi, Claude ! Allons-nous-en f
13

�218

LES V IERGES AUX ROCHERS

Anatolia courut à lui, lui prit les mains.
— La voici, la voici qui vient! balbutia-t-il
éperdu, tournant vers l’allée ses yeux pâles q u e
semblait dilater une hallucination. La voici '■
Entends-tu ?
Perplexe et troublé intérieurement, je crus
d ’abord qu’il s’effrayait d’un fantôme produit
par son délire. Mais mon oreille aussi perçut
un bruit de pas qui s’approchaient. " Et tout à
coup je compris, lorsque je vis apparaître
entre les buis la chaise à porteurs.
Nous restâmes là, muets, immobiles, retenant
notre souffle au passage de l’étrange convoi.
On percevait, distinct, le grincement léger que
faisait le frottement des barres soutenues par les
deux serviteurs, dans un silence glacial comme
celui qui entoure les cercueils.
Par l’ouverture de la portière, sur le fond de
velours verdâtre, je vis alors le visage de la
princesse démente : un visage méconnaissable,
déformé par une bouffissure exsangue, pareil
à un masque de neige, avec les cheveux relevés
sur le front en manière de diadème. Les yeux
larges et noirs brillaient dans la blanchèur
opaque de la peau, sous l’arc impérieux des

�LES VIERGES AUX ROCHERS

219'

sourcils; et peut-être devaient-ils d’avoir con­
servé cet éclat extraordinaire à la continuelle
vision d’un faste prodigieux. La chair du
menton se plissait sous les colliers qui ceignaient
le cou. Et cette énormité pâle et inerte ressus­
cita dans mon imagination je ne sais quelle
figure rêvée de vieille impératrice byzantine,
au temps d’un Nicéphore ou d’un Basile, obèse
et ambiguë comme un eunuque, étendue au
fond de sa litière d’or.
« Elle va nous apercevoir, s’arrêter, descendre,
venir à nous, » supposais-je avec une anxiété
croissante, attendant pour ainsi dire la preuve
que ce qui me paraissait une forme invraisem­
blable, sur le point de se dissoudre et de ren­
trer dans le néant comme un songe au réveil,
était bien une réalité. « Elle va interpeller
quelqu’un de nous, se mettre à parler, deman­
der qui je suis, me poser des questions... »
•l’imaginai le son réel de cette voix dans ce
silence, le dialogue entre ces enfants voués à
Un sacrifice inhumain et cette mère transportée
par la folie dans un autre monde où elle devait
inévitablement les attirer l’un après l’autre. Et
mon horreur me fit comprendre le frissonne*

�2 20

LES VIERGES AUX ROCHERS

ment profond de répugnance instinctive qui
avait été pour Antonello u n av ertissem en t
mystérieux, comparable à celui qui assaille le
troupeau dans le parc à l’approche du fauve
qui doit le dévorer.
Mais elle passa sans rem arquer notre pré­
sence, sans battre des paupières, et disparut
entre les buis. Deux servantes, vêtues de
gris comme les béguines, taciturnes et tristes,
blémies par l’ennui et la lassitude, suivaient de
près la chaise à porteurs ; et leurs bras aban­
donnés le long de leurs flancs se balançaient
à chaque pas comme les rosaires suspendus
à leur ceinture, comme des choses mortes.

Seul maintenant, à cheval sur la route de
Rebursa, je revoyais le visage bouffi et exsangue
de la princesse Aldoïna, et le labeur lugubre
des serviteurs, et les deux spectres gris des
suivantes, et tous les aspects de' ce convoi

�LES VIERGES AÜX ROCHERS

221

étrange. Une partie vivante de moi-mêmeétait res­
tée dans le grand parc; mais néanmoins je sentais
au fond du cœur une joie de me retrouver seul.
Je revoyais les gestes de l’adieu près de la
grille, et la profondeur merveilleuse qu’avaient
les yeux des prisonnières, et les lointains
presque mythiquesdu jardinquis’évanouissaient
derrière leurs belles personnes. Et, en même
temps, tous les autres fantômes de la vie
intense que j ’avais vécue pendant ces heures
brèves s’amassaient dans mon âme comme une
richesse variée et confuse, recueillie pour être
employée à l’ornement de mon palais secret.
« Quelles somptuosités!»me disait le Démo­
niaque, m ’apparaissant non sans joie et sans
orgueil. « Quelles magnificences dans un seul
jour ! Tu ne pouvais mieux servir ton dessein,
qui est de vivifier tout et d’extraire la vie
même des choses les plus arides. Ne reconnais-tu
pas à présent la sagesse de mon admonition
m atinale? Ne bénis-tu pas la rigueur de la
longue discipline qui t’a valu ce fruit dont tu
t’enivres ? Ta poésie, comme ta volonté, est sans
limites. Tout ce qui naît et existe autour de
toi naît et existe par un souffle de ta volonté et

�$22

LES VIERGES AUX ROCHERS

de ta poésie. Et néanmoins tu vis dans l’ordre
des choses les plus réelles; car il n’est rien au
monde de plus réel qu’une chose poétique. »
Le jour déclinait sur le val ondulé du
Saurgo ; et, aux rayons obliques, les terres
fauves s’enrichissaient d’or, tandis que les
claires nuées, assises en cercle sur les som­
mets des rochers comme sur les gradins supé­
rieurs d’un amphithéâtre, dans des attitudes
féminines, attendaient que le soir les revêtît
de pourpre.
« Désormais », me disait le Démoniaque, « tu
pourrais féconder le sel. Là où ton esprit
s’incline, la fertilité se dilate subitement. Mais
tu as aussi pour toi la faveur de la Fortune :
tu es entré dans l’inconnu et dans l’imprévu,
non comme l’homme incertain qui tente et
explore, mais comme celui qui est attendu et
élu pour moissonner un champ où se pressent
toutes les maturités les plus superbes, intactes
encore et prêtes à remplir le creux de ses
mains toutes les fois qu’il lui plaira de les
tendre dans la lumière ou dans l’ombre. Tu es
entré dans un jardin clos, délicieux et redoutable
comme celui des antiques Hespérides. La félicité

�223

LES VI ER GE S AUX ROCHERS

t’a souri sur trois visages, entre la Folie et la
Mort, telle cette statue de marbre de Luni
qui resplendissait entre deux noires colonnes.
N’y a-t-il pas pour toi un sens caché dans
l’ordonnance d’une semblable figure? »
« 0 Despote », lui répondis-je, « il y a certaine­
ment un sens caché dans la figure que tu
m’expliques ; et je veux le connaître. Mais,
puisque la perfection de cette trinité m’attire
et puisque mon entreprise m ’oblige à faire un
choix, je demeure perplexe et non sans crainte
d’être trompé comme un homme. »
Et le Démoniaque : « Ce soir non moins que
ce matin, ta crainte est vaine. Et là n’est pas
ta seule faute. Tout à l’heure déjà, en présence
des trois béatrices, après avoir composé sur la
beauté de leurs mains nues une belle musique,
tu as regretté de ne pouvoir les conduire toutes
en même temps dans tes demeures, et tu t’es
indigné contre l’injustice du préjugé et de la
coutume. Or, en ce faisant, tu t’es humilié, non
seulement jusqu’à reconnaître la puissance de
la loi d’autrui, mais aussi jusqu’à méconnaître
la puissance de ton rêve, qui seule est sacrée.
Pourquoi aspires-tu à la possession légitime des

t

�224

LES VIERGES AUX ROCHERS

corps, lorsque les images idéales ornent déjà
de leur triple grâce la demeure de ton rêve?
Tu ne pourrais enlever à leur prison les trois
prisonnières sans les enlever aussi à l’en­
chantement qui les transfigure. Innombrables
sont les mystérieuses correspondances qui
ondoient entre ces vies profondes et les lieux
muets où elles souffrirent et t’attendirent. Leur
gi’âce, leur désolation et leur orgueil tirent des
vertus occultes d’éléments infinis le charme où
tu t’es complu. Ainsi les nobles plantes, par
de longues racines subdivisées en myriades de
fibrilles, puisent au sein profond de la terre
les énergies immortelles qui, amenées à la lu­
mière par le courant impétueux de la tige, se
subliment dans le miracle de la corolle et
du parium. Peux-tu, ô poète, te représenter
Églé, Aréthuse et Hyperthuse chassées de leur
jardin ? Lorsque Héraclés vêtu d’étoiles pénétra
dans ce paradis occidental pour y ravir les
fruits d’or, il renonça à emmener avec lui les
filles de la Nuit ; car, quelque atroce que fût
son âme, il sentit que cela aurait diminué et
peut-être détruit le paradisiaque mystère de
leur beauté. »

�LES VIERGES AUX ROCHERS

223

« 0 Despote », dis-je alors, «je pense à Celui
qui doit venir. »
Et le Démoniaque : « Que ce soit toujours
ta pensée suprême. Mais, tout à l’heure, la
nécessité du choix t’apparaissait comme une
épreuve cruelle, source de douleurs et de sacri­
fices inévitables ; et ton cœur en était endolori.
Considère que nulle Moire plus que la Douleur
n’est digne d’être invoquée pour présider à une
génération. Rien dans le monde ne se perd,
et parfois des choses inouïes peuvent naître
des larmes. Considère que la plus haute puis­
sance du vouloir se manifeste, non dans la
promptitude du choix entre plusieurs offres ou
dans la fermeté de la résistance à plusieurs
impulsions, mais bien dans l’art de conférer
aux mouvements confus de la nature une
efficacité, une lucidité et une dignité de forces
reconnues et dirigées. Considère qu’il y a un
moyen d’être toujours égal à l’événement, dans
les vicissitudes de l’incertaine vie. Tel s’est
déjà rencontré qui, aux côtés du tyran dont
un geste pouvait l’envoyer à la mort, eut
une contenance à faire douter lequel des deux
était le véritable maître. Sois donc semblable
13.

�220

LES VIERGES AUX ROCHERS

à cet homme et traite l’événement avec une
âme royale. »
La coupole du ciel s’était teintée d’une pâleur
de jacinthe, et les oliviers en recevaient la
sérénité sur leur feuillage où se dissimulaient
les attitudes douloureuses des troncs noirs. Les
nuées assises sur les sommets des rochers
s’étaient revêtues, non de pourpre, mais d’un
vêtement de couleur plus délicate, qui les f a i s a i t
languissantes ; et pourtant quelques-unes d’entre
elles élevaient au-dessus de leurs compagnes une
tête altière aspirant à une couronne d’étoiles.
« D’ailleurs », continuait le Démoniaque, « tu
peux composer tes musiques sur les mer­
veilleuses géoérations de choses qui naissent
des affinités et des rapports entre ces trois
formes intégrales, quand tu les contemples
purement. Il y a dans leurs liaisons et leurs
attenances un langage extraordinaire que tu
comprends déjà comme si tu l’avais toi-même
inventé. De chacune de leurs lignes tu peux
faire l’axe d’un monde. Elles semblent te don­
ner la joie de la continuelle création et de la
continuelle découverte, et t’aider à parfaire ton
union avec une partie de toi-même inopinément

�LES VIERGES AUX ROCHERS

227

révélée. Elles semblent reverser en toi la vie
qu’elles reçurent de toi en un temps immémo­
rial. — N’avais-tu pas joui d’elles avant ce
jourd’bui où elles te sourirent? Debout en
silence à leur flanc, ne sontais-tu pas ton âme
chargée comme une nuée?
« 0 Despote», lui dis-je en sentant mon âme
se retourner avec un désir infini vers le jardin
dont je m ’éloignais dans le crépuscule harmo­
nieux; « ô Despote, c’est vrai : debout en silence
à leur flanc, j ’ai goûté une volupté plus forte
que si j ’eusse dénoué leurs chevelures ou pressé
de mes lèvres leurs nuques si belles; et j’en
suis encore tout plein. Mais cependant je vou­
drais, dans l’ombre tombante, retourner là-bas
à la dérobée, et me pencher invisible sur leurs
poitrines virginales, et m’y attarder longue­
m ent; car je pense que vers moi, dans l’ombre,
ces poitrines exhaleront une grande douceur et
une grande tristesse, que je ne connaîtrai
jam ais I &gt;

��1IT
... a sclere, con le dita delle mani
insieme tessute, tenendovi dentro il
ginocchio stanco...
Dure è più sentimento. li è ?if*
KUirtirio.

IKO. MARDO DA VI NCI «

��Et je les conduisis sous les fleurs.
Elles écoutaient avec un trouble visible les
mélodies infinies du printemps, s’inclinant ou
se retournant parfois vers leurs propres ombres
qui les précédaient ou les suivaient comme de
bleuâtres figures prosternées pour baiser la
terre. Quelquefois, une confuse joie de liberté
et d’espérance passait dans leurs yeux éblouis;
quelquefois, une parole non prononcée entr’ouvrait leurs lèvres, qu’elle rendait sem­
blables aux bords des coupes débordantes. Et,
quand elles s’arrêtaient, je pensais avec une
intime ivresse à la plénitude qui les suffoquait.

�232

LES VIERGES AUX ROCHERS

Ce que nous disions de temps à autre devait
leur paraître inutile, mais servait à nous faire
sentir combien était profonde notre vie vraie.
Un regard furtif, une inclination de tête, une
pause brève, suffisaient pour remuer jusqu’au
fond ces abîmes où ne parvient que très rare­
ment et très faiblement la lumière de la cons­
cience commune ; et ce que nous disions était
aussi lointain pour nous que l'est pour les
plus basses racines des arbres le m urm ure des
cimes.
Rien ne pouvait égaler en beauté singulière
cette austère campagne qui fleurissait. Sur cette
terre fauve et âpre comme la crinière du lion,
les floraisons blanches et roses évoquaient des
fantômes de jouvencelles craintivement ployées
sur les poitrines larges et velues des géants
légendaires. Les rayons du soleil créaient autour
des pétales diaphanes cette splendeur mobile
qu’ont les pierres fines. Çà et là reluisaient d’un
double éclair les hoyaux polis par la glèbe
brisée.
Nous sentions combien était profonde notre
vie vraie. Et peu à peu, d’un commun accord,
nous négligeâmes de prononcer ces vaines

�LES VIERGES AUX ROCHERS

233

paroles qui ne servent qu’à rompre la gravité
des silences et à dissiper la nuée trop épaisse
fies pensées ou des rêves. Une communion plus
lucide nous rapprocha ; autour de nous se
forma une atmosphère divinatoire, un peu
semblable à celle où respirent les mystiques ;
et, sans parler, nous échangeâmes plus d’un
secret merveilleux. Nous étions parfois si
imprégnés de volupté que nos pupilles en
exhalaient un flot dans un regard et que nos
moindres gestes en transmettaient sans contact
autant qu’en peut donner la plus lente caresse.
Les pétales qui tombaient à nos pieds, des
branches à peine remuées,nous attendrissaient
étrangement, comme une confession de langueur
et comme une complicité des arbres heureux
de nouer. Les vignes bientôt bourgeonnantes,
inclinées sur les mottes, tordues et comme
convulsées, nous excitaient par l’exemple d’un
effort fiévreux qui devait se convertir en un
don enivrant. Et, dans la feuille caduque et
le maigre sarment, nous sentions sous la forme
d’une idéale vertu l’huile odorante de l’amande
et la flamme d’oubli que distille le raisin.
Un jour, à la vue d’une goutte de sang sur

�•234

LES VIERGES AUX ROCHERS

la main de Violante blessée par une épine entre
les fleurs neigeuses d’une haie, j’eus un subit
vertige de désir. Elle, souriante, retira sa belle
main qui s'emportait ; et, comme nous étions
par hasard un peu éloignés de ses sœurs et
que probablement on ne nous voyait pas, une
envie sauvage me vint de presser mes lèvres
sur ce sang et d’en goûter la saveur. Et la
violence que je dus me faire à moi-même pour
me contenir fut telle que j ’en tremblai.
— La vue du sang vous effraie ? me deinanda-t-elle, d’une voix que la dissimula­
tion ne réussissait à rendre ni assurée ni rail­
leuse.
Et, comme ses prunelles s’étaient fixées sur
les miennes, il me sembla que je me couvrais
de pâleur; car j ’éprouvai intérieurement une
émotion indéfinissable dont je ne peux donner
qu’une idée confuse par l’image d’une roue
immense qui, tournant à tours précipités,
s’arrêterait tout d’un coup. Cette seconde allait
résoudre une grande chose, pour elle et pour
moi; et, bien que nous eussions l’un vis-à-vis
de l’autre une contenance composée, notre
attitude intérieure était celle de la tension qui

�LES VIERGES AUX ROCHËRS

235

précède une irrésistible détente. Nos deux: vies
se contractaient de toutes leurs forces.
Ah ! comment pourrais-je oublier ce silence
ardent où palpita l’aile invisible d’un messager
qui apportait une tacite parole? Quelle vertu
d’oubli pourrait effacer de ma mémoire cette
main emperlée de sang et ce buisson chargé
de fleurs?
La voix d’Anafolia nous rappela de loin ; et
nous reprîmes notre marche aux côtés l’un de
l’autre, envahis soudain d’une lassitude et
d’une tristesse corporelles comme si nous sor­
tions d’une longue nuit de volupté.
Mais il y eut aussi des instants où mon
âme inclina davantage vers celle qui nous avait
rappelés et vers celle qui devait partir. Je me
complus en ces alternatives d’amour qui, au
lieu de dissiper ma force, la stimulaient comme
le conflit des vents excite la flamme. Il me
semblait que j ’avais trouvé une espèce nouvelle
de perceptions : les plus diverses et les plus
étranges se coordonnaient spontanément en moi.
Parfois, il en naissait une musique si neuve et
si belle qu'il me semblait que j ’étais sur le
point de me transfigurer ; et je croyais qu’allait

�236

LES VIERGES AUX ROCHERS

enfin se réaliser mon désir de devenir un
dieu.
Je pensais: « S’il y eut jamais un dieu qui,
à la saison nouvelle, aima s’asseoir sous les
arbres en fleurs et tirer de leurs enveloppes
d’écorce les secrètes hamadryades pour les
caresser sursesgenoux, certainementil n’éprouva
pas une joie plus vive que celle que j’éprouve
à recueillir en moi les beautés essentielles de
ces créatures délicieuses et à les mélanger avec
la même facilité avec laquelle il confondait
les chevelures variées et obéissantes de ses
nymphes végétales pour composer une harmo­
nie d’ors. »
Ainsi, parfois, me figurais-je vivre dans un
mythe créé par moi-même à la ressemblance
de ceux que produisit la jeunesse de l’âme
humaine sous les cieux de l’Hellade. L’antique
esprit de déité errait à travers la campagne
comme au temps où la fille de Rhéa fit don de
ses épis à Triptolème pour qu’il les semât
dans les sillons et que par lui tous les hommes
participassent à la jouissance du bienfait divin.
Les énergies immortelles qui circulent dans les
choses paraissaient se ressouvenir encore de

�LES VIERGES AUX ROCHERS

237

l’antique transfiguration qui, pour la joie des
hommes, les avait converties en grandes images
de beauté. Comme les Charités, comme les Gor­
gones et comme les Moires, elles étaient trois,
les vierges qui m’accompagnaient parmi ce prin­
temps mystérieux. Et j ’aimais à m’imaginer
tooi-même semblable à ce jeune homme,repré­
senté sur le vase de Ruvo, qu’un génie ailé
conduit à la lisière d’un bois de myrtes.
Au-dessus de sa tête est écrit le mot de Félicité,
et trois vierges l’entourent : l’une qui porte
dans ses mains un plat chargé de fruits, l’autre
tout enveloppée d’un manteau constellé, et la
troisième avec le fil de Lachésis entre ses
doigts agiles.
Un jour, nous rencontrâmes tout à coup un
espace enclos où les agriculteurs indigènes,
perpétuant la coutume religieuse des Gentils,
avaient consacré un chêne frappé par la foudre.
— Voilà une belle mort I s’écria Violante en
s’appuyant à la clôture de pieux en forme de
parallélogramme.
Une sainteté presque terrible régnait sur ce
lieu solitaire. Tel devait être à peu près l’as­
pect du bidental que les prêtres latins consa­

�238

tES VIERGES AUX ROCHERS

craient par le sacrifice d’une brebis de deux
ans.
— Vous commettez un sacrilège, dis-je à
Violante. On ne peut pas toucher la clôture
sacrée sans la profaner ; et le ciel punit de la
frénésie le coupable.
— De la frénésie? fit-elle, en s’écartant par
un instinct superstitieux.
Et son geste marqua d’une gravité imprévue
mon allusion à la croyance païenne.
Dans un éclair, je revis le visage bouffi et
exsangue de la mère folle et les yeux égarés
d'Antonello ; et je réentendis le cri tragique :
« Nous respirons sa folie » ; et je ne sais quelle
sensation glaciale de fatalité me parcourut.
— Non, non, ne craignez rien ! dis-je invo­
lontairement.
Et peut-être, par cette évidente marque de
regret pour un avertissement qui devait paraître
un triste augure ou un cruel présage, ne fis-je
que rendre l’ombre plus épaisse.
— Je ne crains rien, répondit-elle sans
sourire, en s’appuyant de nouveau à la clôture.
C’est ainsi que d’une vaine parole naquit
une grande ombre.

�LES VIERGES AUX ROCHERS

23&amp;

L’arbre foudroyé se dressait devant nous,
noirâtre et pétrifié comme le basalte, montrant
son robuste tronc ouvert jusqu’aux racines
Par une déchirure qui évoquait la terreur
d’une force vengeresse. Privé de branches sur
le flanc frappé, il en conservait quelques-unes
au sommet de l’autre flanc ; et, pareilles à des­
bras qui se tordent, elles tendaient vers le soleil
l’implacable désespoir de leurs gestes. A chaque
angle de Venceinte était fixé un crâne de bouc
aux cornes recourbées, devenu très blanc sous
les intempéries sans nombre. Tout était im­
mobile et mort, et sacré, et d’aspect primordial.
Du haut de l’azur arrivaient de temps a autre
les cris des éperviers.

Rapides les jours passèrent; et ils furent
comme des jours d’adieu à celle qui devait
partir.
Je lui disais :
— Regardez le printemps avec toute l’inten­
sité de vos prunelles; car vous ne le verrez
plus, jamais plusl

�240

LES VIERGES AUX ROCHERS

Je lui disais:
— Réchauffez vos mains au soleil ; baignez-les
dans le soleil, ces pauvres mains ; car, d’ici
peu, vous les tiendrez croisées sur votre poitrine
ou cachées sous le tablier de laine brune, dans
l’ombre.
Je lui disais, en lui m ontrant une fleur :
— Voilà un prodige dont il faut louer le
Ciel. Considérez les innombrables écritures que
porte le tissu argenté de cette corolle, et le
rapport occulte entre le nombre des pétales
et celui des étamines, et la ténuité des fila­
ments qui soutiennent les lobes des anthères,
et ces tuniques diaphanes et ces réticules
et ces valves et ces membranes couvertes d’un
duvet presque imperceptible, où est enfermée
l’agitation mystérieuse du pollen, et tout
l’art divin qui se révèle dans la structure de
ce petit corps vivant, si frêle, et doué pour­
tant de puissances infinies pour aimer et pour
féconder. Considérez le réseau mobile des om­
bres que fait sur le sol le frémissement des
feuilles, et celui que fait sur la muraille le rayon
réverbéré par l’eau tremblante, réseau d’azur
et réseau d’or pour bercer votre mélancolie ;

�241

LES VIERGE S AUX ROCHERS

et les petits doigts blonds qui s’allongent
à l’extrémité des rameaux des pins ; et les gouttes
de rosée qui pendent à l’extrémité des barbes
de l’avoine ; et les nervures déliées sur les
aües des abeilles ; et les splendides yeux vertf
des libellules fugitives ; et les irisations qui
chatoient sur la gorge gonflée des colombes ; et
tes étranges figures que produisent les taches
des lichens, les crevasses des troncs d’arbre et
les veines des silex... Recueillez toutes ces mer­
veilles sous vos paupières, qui devront si long­
temps rester baissées devant Jésus crucifié.
Dans le vieux monastère de la reine Sanche, il
n’y a pas, je crois, de jardins ; il n’y a que
des préaux de pierre.
Et elle me dem andait:
■
— Pourquoi me tentez-vous ? Pourquoi vous
plaisez-vous à troubler ma volonté si débile ?
Dieu vous a peut-être envoyé pour me sou­
mettre à une épreuve...
Et je lui répondais :
— Non, je ne veux pas troubler votre volonté;
mais j’ose vous donner un conseil fraternel,
pour que vous ayez moins à souffrir. Je prévois
que, quand vous serez ensevelie, quand vous ne
14

�242

LES VIERGES AUX ROCHERS

pourrez plus approcher votre joue d’une grille
sans vous blesser contre les pointes, vous qui
avez grandi dans un jardin, vous aurez des
semaines de furieuses impatiences ; et toutes les
visions de l’air libre repasseront dans votre
mémoire. Alors ce sera pour vous une torture
inouïe, si vous ne pouvez pas vous représenter
avec exactitude les fines bigarrures noires et
jaunes qui ornent le dos du lézard ou la tendre
feuille laineuse qui point sur la branche du
pommier. Je connais la folie de ces curiosités
tardives. Autrefois, j ’ai aimé passionnément
un grand lévrier d’Écosse, présent de mon
père. C’était une bête magnifique, très élégante,
d’une noblesse sans pareille. Lorsqu’il m ourut,
je tombai dans une affliction profonde ; et ce
qui me tourm entait singulièrement, c’était le
regret de ne pouvoir me représenter sous une
forme précise les petits grains d’or qui constel­
laient ses yeux bruns et les taches grises qui
marbraient son beau palais rosé, entrevu parfois
dans un bâillement ou dans un aboiement.
Nous devons donc regarder toujours avec des
pupilles attentives, surtout les créatures qui nous
sont les plus chères. Ne chérissez-vous pas les

�LES VIERGES AUX ROCHERS

243

choses que j’indiquais tout à l’heure à votre
attention, et n’êtes-vous pas sur le point de les
abandonner ? N’êtes-vous pas sur le point de
mettre entre elles et vous une sorte de m ort?
Elle était assise, tenant son genou las dans
ses mains aux doigts entrelacés. Sa grâce
délicate était un peu contractée par l’inquiétude
que lui donnait mon discours ambigu, grave
et futile, trompeur et sincère. Et moi, en lui
parlant ce langage, j ’éprouvais un plaisir
analogue à celui que j ’aurais éprouvé à mettre
en désordre les bandeaux lisses de ses cheveux
menacés par les ciseaux d’argent de la tonsure.
Tondeantur in rotundum. J’avais limpide encore
dans ma mémoire la fraîcheur du rire juvénile
qui, jaillissant de ses lèvres le premier jour,
à l’heure de la séparation, m ’avait rempli
d’émerveillement. Et il me plaisait de rassem­
bler les images de ces choses exiguës et multi­
colores autour de la Clarisse qui, en cet aprèsmidi déjà lointain de février, m ’avait révélé
comme un secret miracle la floraison nocturne
de son aubépine.

�244

LES VIERGES AUX ROCHERS

Je la recherchais comme on recherche un
bien dont on connaît la brièveté. Elle m’attirait
comme une pure forme de jeunesse qui, avec
un sourire mêlé de larmes, se serait retournée
vers moi du seuil d’une porte obscure où elle
aurait été sur le point d’entrer et de se perdre.
J’aurais voulu dire à ses sœurs : « Laissez-moi
l’aimer tandis qu’elle est encore de ce monde,
et verser quelques gouttes d’aromates sur ses
petits pieds ! »
Au cours de mes longues visites, il m’arriva
souvent de rester seul avec elle et de pouvoir,
dans un entretien spirituel, sonder cette âme
si ductile et si avide d’esclavage. De temps
à autre, Anatolia disparaissait lorsqu’une des
deux femmes grises venait l’appeler du regard.
Violante, depuis quelques jours, se laissait voir
difficilement, semblait éviter ma compagnie et
me considérer avec indifférence, reprise de son
ennui habituel. Les deux frères ne supportaient
pas longtemps la grande clarté du plein ciel.
Aussi m ’arriva-t-il plusieurs fois de rester seul
avec la Clarisse, soit dans la cour extérieure,
sur un banc de marbre qui était au pied de la
statue de l’Été, soit dans l’ombre des rampes

�LES VIERGES AUX ROCHERS

245

déjà verdoyantes, soit sur la berge du vivier
aride.
Je lui disais:
— Peut-être vous êtes-vous trompée, chère
sœur, dans l’élection de votre époux. Lorsque
vous entendrez l’évêque annoncer Ecce sponsus
venit, vous tremblerez au fond de votre cœur,
croyant qu’une main belle et forte va s’étendre
vers vous et vous recueillir toute dans le
creux de sa paume, comme de l’eau ; car tel
est bien l’acte doux et impérieux que vous
attendez de votre dom inateur et qui convient
à votre naturelle fluidité. Mais, au pied de
l’autel, vous aurez peut-être une déception.
Et, si vous osez lever les yeux, vous le verrez,
cet Époux attendu, vous le verrez immobile
entre les cierges ardents, les mains percées, la
tête couronnée d’épines. Apparemment, chère
sœ ur, il est nécessaire d’arracher les clous
cruels, si profondément plantés. Et apparem ­
ment, pour accomplir cette tâche, une force
terrible est requise. Ensuite, il faut panser les
plaies avec une patience infinie et avec des
baumes composés d’herbes qui ne se récoltent
que sur certains sommets vertigineux où l’air
14.

�246

LES VIERGES AUX ROCHERS

est irrespirable'. Et, lorsque les plaies sont cica­
trisées, il convient de réinfuser dans les veines
le sang qui en a jailli. Et, lorsque enfin ce
dur labeur est achevé, il arrive parfois que
les mains guéries se retirent à l’improviste.
Il semble que bien rares soient les épouses
auxquelles il est donné de les voir revivre véri­
tablement ; et, parmi ces élues, à peine s’en
trouve-t-il une qui, en quelque soirée mysti­
que, ait la joie suprême de se sentir prendre
tout entière, enfermer tout entière dans l’étreinte
de ce poing, comme c’est votre vœu...
Et elle m urm urait, la vierge servile :
— Dieu veuille que je sois cette élue I
Et je lui disais :
— Àh ! chère sœur, songez quelle force
immense doit avoir en soi cette unique élue
pour faire revivre une main morte et pour la
contracter si violemment !
— Je n’ai aucune force, mais j ’en implorerai
du Seigneur.
— Le Seigneur pourra seulement vous rendre
la force que vous lui aurez infusée vous-même,
ô Maximilla!
Et elle suppliait :

�LES VIERGES AUX ROCHEKS

247

— Taisez-vous, je vous en conjure ! Je crains
que vos paroles ne soient impies.
— Elles ne sont pas impies; vous pouvez
les écouter. N’avez-vous pas dans la mémoire
la première strophe de la frióse de sainte
Thérèse ? La sainte y parle d’un Dieu fait
prisonnier. Pensez à ee qu’il faut de puissance
pour enchaîner te Seigneur ! Vous voyez bien,
soeur Eau, que ce sont toujours des actes virils
malaisés qu’on réclame' de l’épouse célébrée
dans tes Antiennes et dans les Répons. Aussi,
comme j’ai pour vous une sollicitude fraternelle,
je voudrais au moins préparer votre âme à
l’amertume du désenchantement. Ne la bercez
pas trop dans les promesses des Psaumes. Il
y a, ce me semble, une promesse magnifique
et voluptueuse dans les versets que vous avez
appris : « Veni, Electa mea... Viens, ô mon Élue ;
car un roi désire ta beauté. Viens I L’hiver est
passé, la tourterelle chante, les vignes fleuries
em baum ent...» Ah! il est vraiment incom­
parable, ce latin des Psaumes, pour donner
l’image d’une ivresse d’amour submergée sous
üne opulence étouffante. Certains versets sem­
blent ruisseler d’huiles aromatiques comme des

�248

LES VIERGES AUX ROCHERS

chevelures d’esclaves, ou peser et reluire com m e
des lingots d’or. Lorsque l’évêque vous posera
sur la tête la couronne de l’excellence virgi­
nale, vos lèvres auront à prononcer des pa­
roles admirables où je sens et vois je ne sais
quelle pesanteur et quelle splendeur m ysté­
rieuses : E t immensis monilibus ornavit me.
Paroles admirables, n’est-il pas vrai?
Elle me regardait maintenant avec une
telle passion que toute sa petite âme tremblait
entre ses cils comme une larm e; et j ’aurais pu
la boire en m ’inclinant à peine.
Je lui dis :
— Peut-être vous fais-je un peu de malMais, chère sœur, je vois au fond de vos yeux
un rêve si ardent que je crains pour vous ; car
la vie à laquelle vous vous préparez ne pourra
pas être conforme à votre rêve et à votre
nature. Ce qui vous attend, c’est une vie
médiocre, toujours égale, presque engourdie,
mesurée par l’immuable Règle, dans ce vieux
monastère de la reine Sanche qui déjà fut le
tombeau de plus d’une Montaga et de plus d’une
Cantelma. J’ai dans la mémoire une vision
de ces clarisses, un jour des Cendres. Lorsque

�LES VIERGES AUX ROCHERS

249

j’étais à Naples, l’église angevine de SainteGlaire m ’attirait, non seulement parce que
plusieurs de mes ancêtres y reposent, non
seulement parce qu’on y peut envier le duc de
Rhodes qui dort dans le sarcophage païen de
Protésilaos et de Laodamia, mais encore parce
qu’en fermant les yeux on y peut savourer la
poésie répandue par quelques beaux noms
de femmes mortes. Là est Marie, duchesse de
Durazzo et impératrice de Constantinople; là
est princesse Clémence ; là est Isotta d’Altarnura, et Isabelle de Soleto, et Béatrice de
Gaserte, et celte délicieuse Antonia Gaudino
qui vous ressemble, si gracieusement endor­
mie dans le marbre sous le voile dérobé par
Jean de Noie à la plus jeune des Grâces. J’ai
dans la mémoire une vision de ces clarisses, un
jour des Gendres. Derrière le grand autel, il
y a une large grille noire, toute hérissée de
pointes, qui ferme le chœur des religieuses; et,
à travers, on aperçoit les rangées des stalles
où les sœurs sont assises, tandis que l’évêque
assisté d’un capucin siège en deçà de l’obstacle,
portant à la main un bassin d’argent plein de
tendres. Un guichet est ouvert dans la grille;

�250

LES VIERGES AUX ROCHERS

et les clarisses, une à une, viennent et s’age­
nouillent. L’évèque introduit par le trou son
bras vacillant et marque de cendre les fronts,
l’un après l’autre. Les cendres prises,elles se
lèvent et retournent à leur stalle comme des
fantômes, effleurant le pavé de leurs pieds silen­
cieux chaussés de drap. Tout s’accomplit en
silence et tout est glacé comme la cendre.
Ah ! chère sœur, Iôrsque vous aurez reçu, vous
aussi, cette glace, qui réchauffera jamais votre
petite âme?
— Qui réchauffait lam e de sainte Claire
et la rendait ardente ? m’opposa la Clarisse,
de l’air de quelqu’un qui rassemble ses forces
pour ne pas être vaincu, tandis que ses joues
se coloraient.
— Un hom m e: François d’Assise. V o u s ne
pouvez pas imaginer la Damianite autrement
qu’agenouilléeaux pieds de François. Un artiste
religieux l’a représentée dans l’acte d’échanger
un baiser avec le Séraphique. Et repensez à la
longue idylle qui s’ourdit entre l’ermitage de
Saint-Damien et la.PortioneuIe; repensez aux
semaines de passion, de douleur et de pitié
passées dans le jardin du monastère, à l’ombre

�LES VIERGES ACX ROCHERS

251

des oliviers, en un été de grande soif, lorsque
Glaire buvait les larmes coulées des yeux de
Français presque aveugle ; repensez enfin à ce
colloque entre les deux mystiques amants, qui
Précéda la suprême extase d’où jaillit comme
un jet de lumière le Cantique des Créatures.
Vous avez là, près de vous, les Fioretti. Eh
bien ! relisez le chapitre qui raconte « com­
ment sainte Claire mangea avec saint François. »
Jamais festin nuptial ne fut illuminé de plus
splendides flambeaux d’am our... Voici : « Les
hommes d’Assise et de Bettona et ceux de la
région d’alentour voyaient Saintc-Marie-des
Anges, et tout le lieu, et la forêt qui bordait
alors le lieu, flamboyer fortement; et il leur
semblait que c’était un grand feu qui avait envahi
l’église et le lieu et la forêt tout ensemble.
C’est pourquoi les habitants d’Assise, en grande
hâte, coururent là-bas pour éteindre le feu,
croyant véritablement que tout fût en flammes;
mais, étant arrivés au lieu et ayant trouvé que
rien ne brûlait, ils entrèrent dans le lieu et trou­
vèrent saint François avec sainte Claire... »
Vous voyez bien, chère sœur, par quels moyens
l’institutrice de votre Règle savait se protéger

�252

LES VIERGES AUX ROCHERS

contre le froid. Convenez que la différence est
grande entre l’ermitage lumineux de SaintDamien et la clôture de votre monastère an­
gevin. Ici, nul incendie, mais une ombre grise
et uniforme, où l’humilité se fait inerte... De
quelle sorte est votre humilité, Maximilla? Je
crois que votre besoin d’esclavage est très
orgueilleux.
Elle se taisait, découragée et haletante; et,
dans sa consternation, elle était si douce et si
misérable que j ’aurais voulu la prendre sur
mes genoux.
— Le premier jour, lorsque vous appa­
rûtes sur la rampe, vous me donnâtes aussitôt
l’idée de l’hermine. Or, il semble que, dans
notre imagination, la blancheur de l’hermine
ne puisse aller sans l’orgueil de la pourpre,
tant nous sommes accoutumés à nous les
représenter toutes deux réunies dans les m an­
teaux des rois. Ne portez-vous pas peut-être
votre manteau à l’envers, de telle sorte que la
pourpre demeure invisible par-dessous? C’est
bien la manière d’une Montaga.
— Je ne sais, répondait-elle- éperdue. Il me
semble que tout ce que vous dites doit être.

�LES VIERGES AUX ROCHERS

253

Et c’était comme si elle eût confessé : « Je
serai telle que vous voudrez que je sois. »
— Si j ’étais votre époux, Maximilla, ajou­
tai-je pour caresser sa petite âme tremblante,
je vous donnerais une maison où le jour entre­
rait à travers des lames d’albâtre couleur de
miel ou à travers des vitraux historiés d’histoires
sibyllines; et je vous ferais servir par des carrié­
ristes et des silentiaires chaussées de feutre et
vêtues d’étoffes placides, qui passeraient devant
vous comme de grands papillons nocturnes; et
certaines chambres auraient des parois de
cristal regardant sur d’immenses aquariums,
voilées de rideaux que votre main pourrait
ouvrir aisément chaque fois que le désir vous
viendrait de voyager en rêve par les yeux dans
une vallée océanique pleine de vies riches et
étranges ; et, autour de la maison, je voudrais
vous créer un jardin planté d’arbres qui prodi­
gueraient des fleurs et pleureraient des arômes,
et je le peuplerais d’animaux gracieux et doux
comme les gazelles, les colombes, les cygnes et
les paons. Et là, en harmonie avec toutes les
choses,vous vivriez pour moi seul. Et moi, chaque
jour, après avoir satisfait par quelque action
15

�234

LES VIERGES AUX ROCHERS

efficace mon besoin de dominer les hommes,
je viendrais respirer l’air sublimé par votre
silencieux amour, je viendrais vivre près de
vous la vie pure et profonde de mes pensées.
Et, parfois, je vous communiquerais une fièvre
véhémente; et, parfois, je vous ferais pleurer
d ’inexplicables larmes ; et, parfois, je vous ferais
mourir et revivre, pour être à vos yeux plus
qu'un homme.

Cependant, se préparait-elle au départ, ou
s’attardait-elle dans l’espérance impatiente de
ce qui toutefois était pour elle inattendu?
Un jour que je montais par l’allée des vieux
buis où Violante m’était apparue la première
fois sous le grand arceau, elle se présenta
devant moi presque au même lieu, souriant
d’un nouveau sourire.
— Aujourd’hui, lui dis-je, vous avez l’aii
d’un ange qui apporterait le bon message. Toui
l'esprit d’avril est en vous.
Elle me tendit sa main, que je pris et gardai
quelques instants dans la mienne-

�LES VIERGES AUX ROCHERS

255

— Qu’avez-vous donc à m ’annoncer? deman­
dai-je en lisant dans ses yeux la nouvelle qui
la transfigurait.
Elle se troubla sous mon regard et se couvrit
encore une fois d’une rougeur qui, sur ce teint
pâle, me parut presque violente.
— Rien, répondit-elle.
— Et pourtant, lui dis-je, il y a dans toute
votre personne une annonciation. Si vous
voulez bien me permettre de faire à votre côté
un bout de chemin, vous me la communiquerez
sans paroles. Jamais, Maximilla, je n’ai senti
comme à cette heure l’harmonie qui est en vous.
Sûrement elle croyait que je lui parlais
d’amour, tant elle était confuse! Et toute sa
personne rayonnait d’un si vif esprit de gentil­
lesse que je repensai à ces gentilles dames
assemblées dans les imaginations de Dante
jeune : ces dames qui, de temps à autre, laissent
tomber de leurs lèvres, comme tombe « une
eau mêlée de belle neige », des paroles
mêlées de soupirs. Et, parce que je l’aimais
d’une façon inhumaine, il me revint aussi à la
mémoire quelques-unes des paroles de jadi i :
« A quelle fin aim es-tu?,.. Dis-le-nous; car ij

�236

LES VIERGES AUX ROCHERS

fin d’un tel amour doit certainement être très
nouvelle. »
Nous avions quitté l’avenue centrale pour
nous enfoncer dans le labyrinthe herbeux. Les
oiseaux, hôtes du jardin clos, chantaient; les
insectes luisants bourdonnaient autour de nous;
mais mon oreille n’était attentive qu’au léger
bruit fait par le bord de la robe courbant les
cimes des herbes grandies.
Enfin, d’une voix timide, elle confessa :
— Mon départ est différé.
Puis, comme pour se justifier :
— De cette façon, ajouta-t-elle, je pourrai
célébrer avec les miens les dernières Pâques...
Mais moi, subitement, j ’eus comme la sen­
sation qu’elle venait de me tomber entre les
bras, et que sa joue adhérait à ma poitrine, et
que, pour l’en détacher, je devrais la faire
saigner.
k m’écriai néanmoins :
— La voilà donc, cette bonne nouvelle 1
Et je ne dis rien de plus; car, au contact de cette
vie palpitante, mon trouble fut si fort qu’il me
rendit impossible toute simulation de pitié. Certes
ce qu’elle attendait de moi, c’étaient des paroles

�LES VIERGE» AÜX ROCHERS

257

d’amour et d’allégresse, et que je lui prisse les
mains, et que je lui demandasse : « Voulezvous renoncer pour toujours à vos vœux et être
mienne tout entière? » C’était cela qu’elle atten­
dait. Et, sentant son angoisse si voisine, sentant
sur mon visage souffler comme un vent de
flamme sa passion de se donner et d’être heu­
reuse, j ’étais agité d’un frémissement pareil à
celui de l’homme sous les yeux duquel est
placée tout à coup une large déchirure qui met
à nu les tissus profonds de la chair vive. Il
y avait dans ma souffrance quelque chose de
cet effroi. Jusqu’à cette heure, je m ’étais
délecté de la chère âme comme d’une cheve­
lure soyeuse où il est doux de plonger les
doigts en pensant que demain elle sera
coupée. Et voilà que cette âme adhérait à
la mienne par toutes ses douleurs.
« Je pourrais faire de toi un être de joie! »
C’était comme une promesse; c’était presque un
désir. Et cette promesse et ce désir transparais­
saient dans mes dernières paroles; et il était vrai
que, jusqu’à cette heure, en m ’inclinant vers la
chère âm e, j’avais plus d’une fois tendu
l’oreille pour découvrir un indice de cette

�258

LES VIERGES AUX ROCHERS

source occulte d’où avait jailli un jour le beau
rire imprévu. Ahl pourquoi devais-je décevoir
une si douloureuse espérance et renoncer à
ceindre ma force de cette muette adoration?
Nous étions seuls, dans une étrange solitude
où je sentais pour ainsi dire la vacuité de l’es­
pace aérien qu’auraient occupé les deux autres
sœurs si elles eussent été présentes à côté de
nous. Et l’anxiété produite dans mon esprit
par leur absence était pénible comme le halè­
tement de l’attente. — Où étaient, que fai­
saient à cette heure Violante et Anatolia?
Élaient-elles aussi dans le jardin? — Je croyais
les rencontrer au détour de chaque sentier,
et j ’imaginais l’expression de leur premier
regard en m’apercevant. Et je réfléchissais à
la singularité de la contenance qu’elles avaient
gardée toutes les deux pendant les derniers
jours, et je cherchais à en pénétrer la signifi­
cation véritable. Anatolia m’apparaissait avec
son héroïque et bénin sourire de martyre, rési­
gnée à exprimer jusqu’à la dernière goutte
toutes les vertus de son cœur pour adoucir
d'inguérissables maux ; elle m’apparaissai t avec
ces yeux purs qui avaient parfois une lueur

�LES VIERGES AUX ROCHERS

259

attirante : telles, dans les légendes, les eaux
^es lacs, qui révèlent par un reflet insolite
l’existence des trésors engloutis. Renfermée
dans son ennui et dans son dédain, Violante
m’apparaissait en une énigmatique attitude
qui pouvait sembler presque hostile et qui
m’inspirait un malaise pareil à celui que
donnent les pressentiments funestes ; car,
pour mon imagination, elle avait derrière elle
l’ombre de son rocher fatidique et le mystère
de ses chambres reculées, pleines de parfums
mortels.
J’aurais voulu demander à celle qui chemi­
nait près de moi : — Y a-t-ilquelque chose de
changé dans la voix de vos sœurs chéries, lors­
qu’elles vous parlent et lorsqu’elles parlent
entre elles? Y a-t-il parfois dans leur accent
et dans leur regard quelque chose qui vous
fait mal? Et, quand vous êtes à côté l’une
de l’autre et respirez dans le même cercle, s’a­
bat-il parfois sur vous un silence qui vous
suffoque, semblable à celui qui précède les
ouragans? Et sentez-vous alors se dessécher
soudain votre tendresse et s’élever du fond de
votre cœur une amertume semblable à un

�260

LES VIERGES AUX ROCHERS

poison? Et, dites-moi, vos sœurs pleurent-elles
à l’écart? Ou encore, vous arrive-t-il parfois
de pleurer ensemble?
Ainsi aurais-je voulu interroger la taciturne
et souffrir d’amour avec elle.
Je la regardai. Elle souffrait et elle était
heureuse. Pour rompre enfin le charme am ­
bigu, je lui dis :
— Vous portez toujours un livre, à la façon
d’une sibylle.
Elle me montra le volume.
— C’est le livre que je portais le premier
jour, dit-elle avec ce timbre indéfinissable qui
révèle dans la voix l’humidité des larmes.
— Et le brin d’herbe?
— Il s’est brûlé.
— Mettez-y donc une rose rouge.
Mais elle avait dans son émotion une grâce
si humble, et elle laissait si ingénument trans­
paraître l’intime ardeur qui la dévorait, que
je ne sus ni l’écarter de moi ni me refuser la
douceur de la sentir se dissoudre peu à peu.
— Asseyez-vous, lui dis-je. Lisons ensemble
quelques pages. Ce lieu vous plaît-il ?
C’était une petite éminence prairiale, cons-

�LES VIERGES AUX ROCHERS

261

lellée d’anémones, tranquille, à laquelle des
ifs aigus et sombres donnaient comme un
aspect de cimetière. Dans le centre, une caria­
tide, repliée de manière que sa poitrine touchait
presque ses genoux, soutenait la plaque de
m arbre d’un cadran solaire. Et là, comme
auprès d’une table, étaient deux sièges pour
un couple d’amants qui auraient voulu, en
regardant l’ombre du gnomon, éprouver la
volupté mélancolique d’un lent périr ensemble.
On distinguait encore, gravée dans le marbre
sous les lignes horaires, l’épigraphe :
ME L UME N, VOS UMBRA R E G I T .

— Asseyons-nous ici, lui dis-je. Ce lieu est
délicieux pour jouir du soleil d’avril et sentir
couler la vie.
Arrêté sur le cadran, un lézard vert nous
regardait de ses petits yeux luisants, sans peur,
comme un être familier. Lorsque nous nous
assîmes, il disparut. Alors je posai les mains
sur le marbre, qui était très chaud.
— Il brûle presque. Touchez I
Maximilla y posa aussi ses deux mains,
15.

�262

LES VIERGES AUX ROCHERS

blanches sur la blancheur, et les y laissa. La
pointe de l’ombre atteignait l’extrémité de
l’annulaire, et le chiffre indicateur des heures
demeurait caché sous la paume.
— Voyez! l’aiguille vous désigne comme
l’heure de la béatitude, lui dis-je, parce que je
goûtais profondément l’harmonie de sa grâce
dans cette attitude et parce que je l’aimais ainsi.
Elle ferma les yeux à demi ; et une fois
encore sa petite âme trembla entre ses cils
comme une larme, et j ’aurais pu la boire en
m ’inclinant à peine.
J’ajoutai, en touchant le livre :
— La sainte, dans le flot de sa prose, a pour
vous un vers divin, d’une suavité suprême,
plus suave que ceux qui germaient dans l’es­
prit de Dante avant l’exil. Stava quasi beata e
dolorosa.
Elle se sentait inondée de lumière et d’amour,
comme déjà peut-être dans ses rêves secrets ;
et mes paroles et ma présence et son illusion
et le printemps épanoui l’abreuvaient d’une
ivresse dont la mémoire devait peut-être remplir
toute son existence. Immobile dans l’attitude
où je l’avais louée, elle ne parlait pas; mais

�LES VIERGES AUX ROCIIERS

263

je compris les ineffables choses que disait le
sang éloquent dans les veines de ses belles
mains nues.
« Laissez-moi l’aimer tandis qu’elle est encore
de ce monde ! répétais-je à ses sœurs, dont je
croyais voir les yeux tristes luire à travers le
feuillage des ifs. Laissez-moi cueillir ces ané­
mones et les répandre sur sa chevelure qui
bientôt sera coupée I »
Elle semblait heureuse; et son inconscience
m’attendrissait davantage, parce que je l’ai­
mais et lui disais : «Je t’aime, mais à condition
que tu meures demain. Je te donne cette
flamme pour que tu l’emportes avec toi dans ton
sépulcre. Telle est la nécessité qui pèse sur nous. &gt;
Elle se secoua, se passa les mains sur la
face; et elle m urm ura :
— Ce soleil étourdit.
— Voulez-vous que nous nous en allions?
lui demandai-je.
— Non, répondit-elle avec un faible sourire.
Selon votre conseil, je dois me saturer de soleil.
Restons encore un peu. Tout à l’heure, vous
vouliez lire quelques pages.
Elle avait l’air exténué, comme si elle venait

�2G4

LES VIERGES AÜX ROCHERS

de reprendre ses sens après un évanouissement— Lisez donc, pria-t-elle.
Et elle poussa le livre vers moi.
Je le pris, l'ouvris, le feuilletai, en parcou­
rus des yeux quelques lignes. L’ombre fuyante
d’une hirondelle passa sur la page; et nous
entendîmes de tout près le frémissement de ses
ailes.
— Quel étonnement ce fut pour moi, repritelle, le jour où vous m’avez répété l’exhorta­
tion de sainte Catherine! J’étais encore toute
pleine de son esprit, et, comme un devin, vous
me parliez d ’elle...
Je sentais dans la voix de la Clarisse une
confiance et un abandon si complets qu’elle
n’aurait pu me signifier plus clairement :
« Me voici, je suis à toi, je t’appartiens tout
entière, comme nulle autre créature vivante,
comme nulle chose inanimée ne pourrait t’ap­
partenir. Je suis ton esclave et ta chose. »
Vraiment, il semblait qu’elle possédât une
vertu qui n’est pas selon la nature et qu’elle abolît
pour elle-même la loi qui, dans l’amour, inter­
dit aux hommes le don et la possession perpé­
tuels et parfaits. Il semblait réellement à mon

�LES VIERGES AUX ROCHERS

265

imagination que, sous la grande lumière du
soleil, elle se transfigurait en une forme cris­
talline et fluide, en une liquide essence que
j’aurais pu absorber, dont j’aurais pu m’impré­
gner comme d’un parfum.
— Je crois, lui dis-je, qu’en lisant ce livre
vous devez parfois sentir votre âme s’évaporer
comme une goutte d’eau sur un fer rouge.
N’est-il pas vrai? « Feu et abîme de charité,
dissous enfin le nuage de mon corps ! » s’écrie
la sainte. El v o us avez noté ces paroles en
marge. Il y a en vous une aspiration cons­
tante à s’évanouir.
Son blanc visage me sourit dans le soleil
sur la blancheur du marbre, presque indistinct.
— Voici encore un passage noté : « Ame
enivrée, angoissée et embrasée d’amour. » En
voici encore un autre : « Soyez un arbre
d’amour onté sur l’arbre de la Vie. » Quelle
éloquence de passion a cette vierge 1 Elle
fascine toutes les taciturnes, parce qu’elle parle
et crie pour elles. Mais ce qui rend son livre
précieux à quiconque aime la vie, c’est l’abon­
dance du sang qui y coule, y bout et y
flamboie continuellement comme sur un autel

�âC'6

LES VIERGES AUX ROCHERS

de sacrifice au jour des grandes immolations.
On dirait que cette dominicaine n’a du monde
qu’une vision vermeille. Elle voit toutes choses
à travers un voile de sang enflammé. « Ma
mémoire s’est emplie de sang, dit-elle. Je
trouverai le sang et les créatures, et je boirai
leur amour dans le sang. » Parfois, une sorte
de rouge démence l’envahit. « Noyez-vous dans
le sang, s’écrie-t-elle, baignez-vous dans le
sang, rassasiez-vous de sang, enivrez-vous de
sang, revêtez-vous de sang, contristez-vous
dans le sang, réjouissez-vous dans le sang,
grandissez et fortifiez-vous da&amp;s le sang ! »
Elle connaît tout le prix de la douce et
terrible liqueur, puisqu’elle la voit, non seu­
lement au fond du calice, mais aussi jaillissant
des veines des hommes, elle qui est prise dans
le tourbillon de la vie, elle qui porte son voile
au milieu du frémissement des haines atroces
et des passions violentes qui font la beauté de
son siècle. Voici l’admirable lettre au frère
Raimond de Gapoue. Vous a-t-il été possible de
la lire sans trem bler dans les moelles? « Il
tenait sa tête sur ma poitrine. Et alors je sen­
tais une allégresse et une odeur de son sang...»

�LES VIERGES AUX ROCHERS

267

Ce que je sens, moi, dans ces lignes, ce n’est
Pas seulement l’extase eucharistique, c’est la
volupté réelle. Il me semble que je vois pal­
piter et se dilater les délicates narines de la
jeune femme. Cette phrase que j ’admire est
bien d’elle : « S’arm er de sa propre sensua­
lité. » Elle devait avoir les sens aigus, puisque
tout ce qu’elle écrit pullule d’images vives, est
fier de coloris et de mouvement, presque dan­
tesque de vigueur et d’audace. Ah ! chère
sœur, ce n’est pas là un guide qui puisse vous
conduire en paix à la porte du cloître ! Dans
ta robe de l’IIospitalière, vous respirez avec
l’odeur du sang toutes les odeurs de la vie
superbe à travers laquelle cette vierge s’est
élancée, indomptable. Une multitude sans
nombre, vêtue de bure et de pourpre, de fer
et d’or, l’a enveloppée comme un tourbillon
« avec le feu de la colère et de la haine », qui
n’est pas moins ardent que le feu de l’amour.
Moines, religieuses, ermites, courtisanes, condottières, princes, cardinaux, reines, pontifes,
foutes les puissances de ce siècle dur et magni­
fique, elle les traite avec la même volonté in­
flexible. Elle est forte dans la contemplation et

�2 68

LES VIERGES AÜX ROCHERS

dans l’action. Elle appelle « très cher frère *
Albéric de Balbiano, et « très chers fils » les
chevaliers de la Compagnie de Saint-Georges.
A la reine Jeanne de Naples elle ose écrire :
« Hélas ! on peut pleurer sur vous comme sur
une morte. » Et à Grégoire XI : « Soyez-moi
un homme viril, et non un timoré. » Et au
roi de France elle dit : « Je veux. » C’est
pour cela, Maximilla, que je l’aime; et aussi
parce qu’elle possède un Jardin, une Maison
et une Cellule de la connaissance de soi-même ;
et encore parce qu’il est d ’elle, ce mot-ci :
« Manger et savourer des âmes » ; et enfin
parce que, devançant Léonard, elle a écrit :
« L’intellect nourrit l’amour. Plus on connaît,
plus on aim e; et, quand on aime plus, on
goûte mieux. » Haute parole, qui doit être la
règle de toute belle vie intérieure.
En parlant, je suivais dans les yeux ouverts
et fixes de Maximilla le rythme lent d’une
onde qui paraissait avoir je ne sais quelle
correspondance musicale avec le son de ma
voix ; et cette sensation m ’était si nouvelle et
si étrange que je prolongeais mon discours
par crainte de la faire cesser.

�LES VIERGES AUX ROCHERS

269

En effet, dès que je me tus, elle courba le
front, et, silencieusement, laissa couler de ses
yeux limpides deux ruisseaux de larmes.
Je ne lui demandai pas pourquoi elle pleu­
rait; mais je pris ses mains, qui étaient comme
de tendres feuilles brûlées par le midi. Et, sous
ce ciel enflammé d’avril, près de ce marbre
éblouissant où l’ombre de l’aiguille semblait
immobile depuis un temps infini, entre ces ifs
funéraires et ces anémones coronaires, j’eus
quelques instants de joie indicible. Je vis une
âme, qui n’était pas la mienne, parvenir tout
d’un coup et se maintenir quelques instants
dans cette région de la vie au delà de laquelle
— selon la parole de Dante — on ne peut plus
avancer parce qu’on voudrait revenir en arrière.
Et il me sembla qu’ensuite, pour cette âme,
le reste de l’amour et de la vie ne devait avoir
aucun prix.

Ensuite, il me sembla que la béatrice re­
prenait à mes yeux l’apparence qu’elle m’avait
offerte le premier jour, assise entre les deux

�270

LES VIERGES AUX ROCHERS

frères comme l’image de la Prière. J’avais
son levé son voile pour regarder dans la pro­
fondeur de ses yeux ; et, sous mon inves­
tigation , j’avais vu s’accomplir un rapide
prodige. J’en gardais encore une espèce
d’éblouissement intérieur ; mais le voile était
retombé, et pour toujours.
De nouveau elle me sembla « partie de ce
siècle ».
En sorte que, le jour où Odon me raconta
l’histoire attendrissante d’une alliance empêchée
par la mort, je l’écoutai comme on écoute une
légende des temps anciens; et je sentis alors
combien mon détachement était sincère et
profond.
Deux ans auparavant, elle avait été aimée
et demandée en mariage par Simonetto Belprato ; et, comme Iphyanée, elle avait perdu
son fiancé presque à la veille des noces.
Già vicina alle sue nozze, beata
Le ghirlande apprestava ; e le fu spento *.
1. * A la veille des noces, heureuse, elle apprêtait les guir­
landes ; et la inort le lui ravit. »

�LES VIERGES AUX ROCHERS

27!

Odon raviva dans ma mémoire le pâle sou­
venir de Simonetto, me fit réapparaître la douce
figure juvénile de ce studieux qui, dernier
rejeton d’une noble famille de Trigente, s’était
retiré dans la province, auprès de sa mère
veuve, pour herboriser et mourir.
Odon, le plaignant avec unt âme fraternelle
disait :
— Pauvre Simonetto ! Je le vois encore
équipé en herboriseur, avec sa boîte de ferblanc pendue à l’épaule, avec son bâton crochu
et son portefeuille de maroquin vert. Il passait
presque toutes ses journées à herboriser ou à
préparer et faire sécher les plantes recueillies,
il avait rempli d’herbiers son appartement, et, sur
les couvertures, il pouvait bien mettre pour em­
blème son blason fleuri. Tu connais les armes
des Belprato : ils portent coupé, au premier
de gueules à un lys d’argent, au deuxième de
sinople semé de roses feuillées d’or, à la fasce
d’or brochant sur le tout. Cette coïncidence ne
te paraît-elle pas singulière? Le dernier des
Belprato herboriseur ! Pour rire, je prédisais
à Maximilla : « Tu finiras entre deux feuilles
de papier gris. » Ils s’étaient fiancés au jardin

�27 2

LES VIERGES AUX ROCHERS

en herborisant, et ils semblaient faits l’un pour
l’autre. Nous aussi nous étions contents, parce
que Maximilla ne se serait pas trop éloignée
de nous et serait entrée dans une bonne mai­
son. Les Belprato, comme tu sais, sont d’an­
cienne noblesse, quoique déchus au cours des
derniers siècles. Originaires d ’Espagne, il3
vinrent au Royaume avec Alphonse d’Aragon.
Tout était prêt pour les noces. Je me rappelle
encore le jour où arriva de Napies la robe
nuptiale avec la guirlande de fleurs d’oranger,
don magnifique de notre tante Sabrano. Maxi­
milla l’essaya : elle était délicieuse. Antonello
et moi, nous voulûmes quAnatolia et Violante
l’essayassent aussi, en manière d’augure, les
pauvres adorées 1 La guirlande, je m ’en sou­
viens, s’embarrassa de façon si étrange dans
les tresses de Violante qu’il fut impossible de
l’enlever sans arracher quelques cheveux qui
restèrent parmi les fleurs. Une des servantes
m urm ura que c’était un mauvais présage. Ei
elle disait vrai ; car Simonetto devait être vic­
time de sa passion. C’était l’automne ; et il se
rendait souvent à Linturne pour recueillir des
plantes aquatiques dans la rivière morte. Ce

�LES VIERGES AUX ROCHERS

273

fût là sûrement, et non ailleurs, qu’il prit le
germe de la fièvre pernicieuse qui le terrassa
en deux jours. Au lieu de noces, nous eûmes
des funérailles. Toujours fortunés !
Nous étions dans l’appartement d’Antonello,
que les stores baissés rendaient presque obscur
parce qu’au dehors le jour s’em brum ait. Je
ne voyais pas le ciel par les fenêtres; et pour­
tant j ’avais sur moi la sensation de la tiédeur
externe, un peu énervante; et j’étais certain
que dehors commençaient à tomber quelques
gouttes de pluie, quelques-unes de ces larmes
chaudes qui sont si douces lorsqu’elles touchent
le visage ou les mains. Antonello était étendu
sur son lit, immobile, ne parlant pas. De
temps à autre, on entendait gazouiller une
hirondelle.
— Et c’est pour cela peut-être, demandai-je
à Odon, que Maximilla entre au couvent?
— Je ne sais pas, je ne crois pas, répondit-il.
Depuis lors, beaucoup de temps a passé. Mais
certainement la vie dans cette maison doit lui
être plus pénible qu’aux autres. Je me figure
toujours qu’elle doit se croire desséchée et
morte comme les plantes des herbiers que

�274

LES VIERGES AUX ROCHERS

Simonetto lui a laissés par testament. Ah!
cette robe nuptiale qui reste enfermée dans
une armoire comme une relique I Y songes-tu,
à cette blanche dépouille, qui maintenant doit
avoir pris l’odeur des plantes sèches ! Y songestu ! Crois-tu que la Mort puisse avoir au
monde un musée plus triste que celui dont
Maximilla est la gardienne? Quelquefois, je suis
injuste; quelquefois, je ne sais pas dissimuler
une espèce d ’amertume qui me monte du cœur
à la pensée que Maximilla s’en va, nous aban­
donne. Il me semble que son départ va être
suivi de la dissolution finale; il me semble
qu’un tourbillon va nous éparpiller et nous
disperser tous comme un monceau de débris.
Elle, cependant, cherche son propre salut...
Mais je suis injuste. En vérité, c’est elle peutêtre qui, de nous tous, est la plus malheureuse.
Ce que je lui disais en riant s’est réalisé. Elle
se croit devenue semblable aux fleurs et aux
feuilles de ses herbiers. Pour revivre, pour re­
trouver une illusion de vie, elle s’efforce d’entrer
en communion avec les choses vivantes. Nel’as-tu
pas vue lorsqu’elle plonge ses mains dans la
verdure et les y laisse longuement pour

�LES VIERGES AUX ROCHERS

275

sentir les chenilles courir sur sa peau ? Ne
sais-tu pas qu’elle passe des heures et des heures
dans le jardin à rechercher les bestiole* et à
s’en faire des amies? En cela, comme tu l’as
dit, elle est bien un modèle de perfection fran­
ciscaine. Mais que diras-tu si tu savais que ce
n’est là qu’un désir anxieux de sentir la vie?
Je l’ai compris, moi; et peut-être ai-je été seul
à le comprendre...
Il prononça ces dernières paroles à demivoix, comme s’il ne les eût dites que pour
lui-même; et puis il se tut, peut-être pour
contempler intérieurement la créature de son
imagination troublée. — N’était-ce qu’un rêve
de malade? Ou la Maximilla vivante corres­
pondait-elle réellement à cette gardienne aban­
donnée de-plantes mortes? — Je ne m’arrêtai
pas à ce doute, et j ’aimai mieux savourer
toute la poésie que ces étranges images répan­
daient dans l’ombre de la pièce où le sourd
crépitement de la pluie venait éveiller en
mes narines le besoin d’aspirer la senteur de
la terre mouillée. Je me levai pour entr’ouvrir
la fenêtre la plus voisine; et l’odeur de la terre
entra.

�276

LES VIERGES AUX ROCHERS

Odon reprit :
— Dans les premiers mois qui suivirent la
mort de Simonetto, elle avait grand soin des
herbiers. Elle passait de longues heures dans la
chambre où on les avait serrés, à examiner
les plantes et à lire les étiquettes. Et souvent je
lui tenais compagnie, tant elle me faisait peine.
Un jour, je m ’en souviens, je la surpris au mo­
ment qu’elle ouvrait l’armoire où, dans la même
chambre, elle conserve sa robe nuptiale. Un
autre jour, je m ’en souviens, un jour de prin­
temps, je la trouvai tout émue par ce qu’un
bulbe de narcisse avait germé... C’est étrange,
n’est-ce pas, Claude? J’ai vu ce bulbe de
narcisse repousser une fois encore au prin­
temps de l’année dernière... Et cette année-ci?
je n’ai pas demandé à Maximilla... Veux-tu
que nous allions voir?
Il se leva, comme pris d’une impatience
fébrile, et fît quelques pas vers la porte. Mais
Antonello, qui était encore étendu sur les cous­
sins, se leva aussi, du même air — toujours
vivant dans ma mémoire — dont il avait
annoncé le passage de la lvgubre chaise à
porteurs; et, posant l’index sur sa bouche

�277

LES VIERGES AUX ROCHERS

pour nous signifier de nous taire, il se pencha
vers la muraille du côté de la loggia et se mit
aux écoutes. Dans le silence, on n’entendait
que le bruissement égal et doux de la tiède
ondée printanière sur le jardin clos.
— Ne sortez pas ! chuchota-t-il.
Nous ne demandâmes pas pourquoi : sur
son visage émacié et contracté, la cause de sa
crainte était trop évidente. Et, lorsqu’un bruit
de pas et de voix arriva jusqu’à nous, Odon
s’approcha de la porte qu’il ouvrit un peu pour
entre-regarder. Je m’approchai à mon tour;
et, debout derrière ses épaules, j ’aperçus par
l’entre-bâillement Anatolia qui, dans la loggia
couverte, promenait à son bras sa mère, suivie
par l’une des deux femmes grises. La princesse
Aldoïna marchait avec peine, appuyée de tout
son poids sur sa fille, vêtue étrangement d’une
somptueuse robe à longue traîne, parée de faux
joyaux, pâle et énorme, la tête relevée et un
peu rejetée en arrière, les yeux mi-clos, avec
un indescriptible sourire errant sur ses lèvres
flétries, comme si le clapotement de la pluie
sur les dalles de la cour avait été pour elle un
murmure d’hommage au milieu duquel elle
16

�278

LES VIERGES AUX ROCHERS

eût passé en reine qui va vers son trône. Et
toute la lumière de la pitié douloureuse éclai­
rait le visage filial penché vers la démente.
Quand l’apparition se fut évanouie, nous res­
tâmes quelques secondes en suspens dans une
angoisse fraternelle. Et, tandis qu’on entendait
encore le son des tristes pas, je revoyais en moimême avec une extraordinaire évidence l’atti­
tude de pitié et de douleur où la vierge s’était
révélée à moi dans son jour vrai et suprême.
Et du fond de mon être s’élevait une émotion
presque religieuse, comme devant un mys­
tère sacré; car aucun des actes antérieurs ac­
complis en ma présence par la pure consolatrice
n’avait le prix et la signification de l’acte
qu’elle venait à son insu d’accomplir sous mon
regard caché. D’un seul coup, elle atteignait
dans mon âme une hauteur sublime, s’irra­
diant de toute la splendeur de sa beauté
morale, s’exhaussant de toute la force de son
héroïque volonté. Ainsi contemplée hors de
toute attenance avec moi-même, dans le secret
de sa vie propre à laquelle j ’étais étranger,
dans la sincérité absolue de son sentiment,
elle prenait un aspect idéal qui, pour ma

�LES VIERGES AUX ROCHERS

27 9

pensée, l’assimilait aux intrépides créatures
rendues immortelles par les poètes, aux vic­
times divines d’un sacrifice volontaire. Antiiione conduisant par la main son vieux père
aveugle ou prosternée pour recouvrir de pous­
sière le cadavre fraternel n’était ni plus tendre
ni plus forte qu’elle, n’avait ni un front plus
pur ni un cœur plus large. Dans cette sorte
d’ennui languissant, dans cette ombre éner­
vante où un malade approfondissait son mal
tandis qu’une voix inquiète évoquait l’image
d’un vain supplice au milieu d’une flore
défunte, la consolatrice apparue donnait sou­
dain à mon âme un soulèvement de vie; et, de
même qu’une lumière subite, en frappant une
muraille obscure, fait scintiller dans le trophée
l’épée immobile, ainsi elle tirait un grand éclair
de ma volonté secrète. H y avait en elle une
vertu qui aurait pu produire un fruit prodi­
gieux. Sa substance aurait pu nourrir un germe
surhumain. Elle était vraiment la « nourrice»,
mais telle qu’apparaissait la vierge Antigone
à l’aveugle OEdipe exilé et errant. Une im­
mense multitude de créatures avides aurait pu
s’abreuver à sa tendresse sans la tarir. N’était-

�280

LES VIERGES AUX ROCHERS

elle pas, comme l’héroïne antique, la seule qui
conserve en soi, dans son grand cœur, la fécon­
dante flamme déjà éteinte au foyer de sa race
moribonde ? N’était-elle pas l’âme unique de
la triste maison? Maximilla dans son jardin
aride, Violante dans son nuage de parfums,
pâlissaient devant cette sœur qui cheminait
d’un pas si ferme ci avec un si doux sourire
dans la voie de l’immolation.
Et je pensai à Celui qui devait venir.

Nous étions assis, le prince Luzio et moi,
près d’un balcon ouvert, à l’heure de l’aprèsmidi ou déjà commençait à se tempérer l’ar­
deur trop forte de ce mai mourant et où les
nuages pèlerins imprimaient çà et là de vastes
ombres bleuâtres sur la vallée brûlante. C’était
l’anniversaire du Roi Ferdinand ; et le prince,
fidèle à commémorer son deuil, évoquait dans
mon esprit toutes les tristesses et toutes les

�LES VIERGES AUX ROCHERS

281

horreurs de la longue agonie royale. Sur les
f'ariurps montant du jardin clos, les lu­
gubres fantômes se succédaient sans trêve,
féveillés par la voix sénile. Le muet voyage à
travers les hauteurs d’Ariano et dans le Val de
Bovino, parmi les rafales de neige ; les funestes
présages qui se dressaient à chaque pas ; les
premiers symptômes du mal apparus en une
froide soirée, tandis que le Roi transi trébuchait
sur les glaçons qui hérissaient la pente ; son
acharnement anxieux à poursuivre la marche
sans retard, comme si le Destin inexorable eût
été à ses trousses; l’affreuse pâleur dont il se
couvrait soudain à l’aspect de la foule, parmi
les honneurs qu’il pressentait suprêmes ; les
cris que lui arrachait la souffrance et qu’étouffait la clameur de la fête nuptiale ; le trouble
des médecins rassemblés autour de son lit, et
leur hésitation sous le regard hostile et soup­
çonneux de la Reine ; son explosion de larmes
à l’entrée de la duchesse de Galabre, fraîche
fleur de jeunesse, dans la chambre infectée
déjà par les miasmes et où il gisait vieilli et
presque hébété par la souffrance; puis le tragique
adieu qu’il adressa lui-même à sa propre statue,

�282

LES VIERGES AUX ROCHERS

pendant que les infirmiers le transportaient
dans une autre pièce; puis l’embarquement sur le
navire, cérémonie aussi triste que des obsèques,
et le mot lugubre qu’il prononça lorsque la
civière fut descendue dans l’écoutille élargie à
coups de hache ; puis l’arrivée à Caserte, la
rapide aggravation, la décomposition putride
de son corps dans le grand lit entouré de
saintes images, de reliques miraculeuses, de
crucifix, de lampes, de cierges ; enfin la pompe
du Viatique, le geste du Roi se soulevant sur
les oreillers, méconnaissable, parmi la terreur
des assistants, les dernières paroles, la chré­
tienne sérénité de la m ort; le débat entre la
Reine et les docteurs pour l’embaumement du
cadavre, l’assistance des soldats autour de la
bière pour nettoyer sans relâche les innom­
brables plaies purulentes : toutes les tristesses
et toutes les horreurs passaient dans les sou­
venirs du vieillard. Et moi, pendant ce récit,
je pensais au Duc de Calabre sanglotant dans
un coin comme une femmelette. « Ah ! quel
beau et terrible rêve auraient pu nourr ’r chez ce
jeune homme les odeurs de la mort, par ces
orageuses semaines de printemps! En quelles

�LES VIERGES AUX ROCIIEUS

283

superbes et enivrantes méditations se serait
abimée mon âme à l’ombre des grands arbres,
et comme l’impétueuse effervescence contenue
dans leurs troncs puissants m’aurait semblé
petite au regard de la mienne 1 »
Le prince Luzio racontait comment, un jour,
le Duc de Calabre était entré à l’improviste,
tout haletant et bouleversé, dans la chambre de
son père malade pour lui annoncer l’expul­
sion du Grand-Duc de Toscane, et avec quelle
violence de paroles le Roi avait jugé la pusil­
lanimité de ce parent.
— Ah ! si Ferdinand n’était pas mort ! s’ex­
clama le vieillard avec un geste de menace.
Quelques heures avant d’expirer, il disait : « On
m’a offert la couronne d’Italie... » Ne crois-tu
pas, Claude, qu’à cette heure un Bourbon la
porterait sur sa tête ?
— Peut-être, répondis-je avec grand res­
pect. Et, s’il en était ainsi, celui qui devrait
être élevé aux premiers honneurs du Royaume,
c’est le Prince de Castromitrano. Permettezmoi de vous dire combien j ’admire votre dignité
et votre foi. Vous êtes du très petit nombre de
ceux d’entre nos pairs qui aient gardé intact

�2 84

LES V IERGES AÜ X ROCHERS

et intense le sentiment de la vertu du sanji.
Plutôt que de renoncer au privilège et de
prendre une attitude malséante à votre légi­
time orgueil, plutôt que de paraître vous sur­
vivre à vous-même, vous vous êtes retiré du
monde, mais après l’avoir ébloui par une
suprême splendeur de magnificence; et vous
êtes venu dans la solitude pour attendre l’évé­
nement que le Destin réserve à votre Maison.
L’infortune vous a traité selon votre grandesse;
car il y a aussi un privilège de douleur, et ce
privilège ne vous a pas été dénié.
Le visage paternel du prince s’était fait grave
et attentif. La vénération inspirée à mon âme
par ses beaux cheveux blancs était beaucoup
plus profonde que ne pouvaient l’exprimer mes
paroles; mais il s’y ajoutait une tendresse
d’essence si pure que la présence d’une femme
pouvait seule me l’inspirer. En effet, je sentis
l’esprit d’Anatolia. Apparue sur le seuil de la
porte qui s’ouvrait au fond de la chambre,
elle avait glissé silencieusement le long de la
muraille et s’était assise dans l’ombre d’un
angle, blanche, mystérieuse et propice comme
un Génie familier.

�LES VIERGES AÜX ROCHERS

285

— Loin du monde, repris-je, enfermé dans
un nuage si épais de tristesse, vous avez pu
nourrir jusqu’à ce jour l’espoir d’une résurrec­
tion des choses qui sont mortes ; et j ’ai encore
dans les oreilles la prophétie de votre foi.
Certes ce qui est mort ressuscitera, mais trans­
formé. Si vous vouliez pour un seul moment
considérer le spectacle qu’offre aujourd’hui le
monde, vous sentiriez votre long rêve tomber
de votre âme comme une feuille aride, et il
vous paraîtrait inutile pour François de Bour­
bon de recouvrer son petit État et même
d’acquérir toute l’Italie. Qu’il y ait sur le
trône un Bourbon ou un prince de Savoie, de
toute manière le Roi est absent; car est-ce un
vrai Roi, l’homme qui, s’étant soumis à la
volonté de la multitude dans l’acceptation
d’une charge bien délimitée et très étroite,
s’humilie jusqu’à l’accomplir avec la diligence
et la médiocrité d’un scribe public qu’aiguillonne
sans trêve la crainte d’être congédié? Ce que
je dis n’est-il pas vrai? Et d’ailleurs, François
ne saurait pas régner autrement. Aussitôt après
la mort de son père, n’écrivit-il pas de sa propre
main un édit pour rétablir les effets de la Cons­

�286

LES VIERGES AUX ROCHERS

titution abolie? Et ce décret n’aurait-il pas été
promulgué sans l’intervention d ’A lex an dre
Nunziante? Rappelez-vous aussi cette lamen­
table proclamation du 8 décembre, datée des
casemates de Gaëte. Est-ce là le langage d’un
Roi, et d’un Pioi vaincu ?
Après avoir écouté en silence, les sourcils
contractés, le prince me dit, non sans une
ombre de sévérité :
— On voit bien que tu as dans les veines
le sang de Jean-Paul Cantelmo.
— J’ai dans les veines le sang de tous mes
aïeux. Ah ! mon père, — laissez-moi vous
donner ce nom, — je sais combien vous est
douloureuse la renonciation à un rêve de jus­
tice devant lequel pendant tant et tant d’années
est restée brûlante la flamme de votre foi.
Mais il faut que je vous le dise : pour nous et
pour nos pairs, il n’y a plus désormais qu’une
seule voie de salut, qui est de substituer l’énergie
des résolutions à l’inutilité des espérances. Souf­
frez que je vous parle sans ambages. Rien ne sert
d’espérer qu’à l’improviste un bouillonnement
héroïque s’élèvera dans le sang stagnant de
saint Louis. Naguère, j ’ai visité l’exilé : il est

�LES VIERGES AUX ROCHERS

287

plein d’une placide résignation, adonné à ia
bienfaisance et à la prière, ne se souvenant de
son règne si court que comme d’un rêve loin­
tain et angoissé. Votre prophétie ferait éclore
sur ses lèvres un sourire incrédule et doux,
rien de plus. Si parfois sa pensée émigre vers
le Golfe, elle se dirige, non pas vers Capodimonte, mais vers la colline des Camaldules.
Il a pris l’accoutumance d’une vie modeste et
pieuse ; il ne voit plus la couronne resplendir
dans ses nuits. Laissons-le dorm ir en paix !
Le prince fidèle avait penché sa tête sur sa
poitrine; et, dans ce front penché, je voyais les
rides s’approfondir comme des sillons pleins
de pensée.
— Ce n’est pas pour lui seul que le destir&gt;
est sombre. Le crépuscule des Rois est gris
dépouillé de toute splendeur. Portez vos regards
par delà les pays latins. A l’ombre de trônes
postiches, vous verrez de faux monarques ac­
complissant avec exactitude leurs fonctions pu­
bliques ainsi que des automates, ou s’occupant
à cultiver leurs manies puériles et leurs vices
médiocres. Le plus puissant, le maître des plus
vastes foules, rongé en ses muscles herculéens

�28 8

LES VIERGES AUX ROCHERS''

par le taret du soupçon, se consume dajis l’iso­
lement d’une sombre misanthropie, sans avoir
même le goût d’opposer aux petites formules
chimiques de ses rebelles quelque superbe
massacre à l’arme blanche pour arroser et
fumer ses terres stérilisées. Cependant, il existe
une âme vraiment royale, et peut-être avezvous pu l’observer de près : elle est de la lignée
de Marie-Sophie. Ce Wittelsbach m ’attire par
l’immensité de son orgueil et de sa tristesse.
Ses efforts pour rendre sa vie conforme à son
rêve ont une violence ,d ésespérée. Tout contact
humain le fait frémir de dégoût et de colère ;
toute joie lui semble vile, si elle n’est pas celle
qu’il a lui-même imaginée. Indemne de tout
poison d’amour, hostile à tous les intrus, il
n’est entré en communion durant desannées qu’a­
vec les splendides héros qu’un créateur de beauté
lui a donnés pour compagnons dans des régions
supraterrestres. C’est au plus profond de3
fleuves musicaux qu’il étanche sa soif anxieuse
du Divin ; puis il remonte à ses demeures soli­
taires, et là, sur le mystère des montagnes et
des lacs, son esprit crée l’inviolable royaume
où il veut régner seul. Par cet amour infini

�IBS VIERGES AUX ROCHERS

289

de la solitude, par cette faculté de pou­
voir respirer sur les cimes les plus hautes et
les plus désertes, par cette conscience d'être
unique et intangible dans sa vie, Louis de
Bavière est vraiment un Roi, mais Roi de luimême et de son rêve. Il est incapable d’impri­
mer sa volonté aux multitudes et de les courber
sous le joug de son Idée ; il est incapable de
traduire en acte sa puissance intérieure. Il
apparaît tout à la fois sublime et puéril.
Lorsque ses Bavarois se battaient contre les
Prussiens, il était bien loin du champ de
bataille ; caché dans une de ses petites îles
lacustres, il oubliait la honte sous un de ces ridi­
cules travestissements qui lui servent à favoriser
ses belles illusions. Ah ! mieux vaudrait pour
lui, plutôt que d’interposer un paravent entre sa
majesté et ses ministres, mieux vaudrait re­
joindre enfin le merveilleux empire nocturne
chanté par son Poète! C’est chose incroyable
qu’il ne soit point déjà parti de ce monde, en­
traîné par le vol de ses chimères...
Le prince avait toujours le front penché,
dans une attitude si grave que, malgré la fougue
de mon discours, je sentais peser sur mon cœur
17

�290

LES VIERGES AUX ROCHERS

la crainte de l’avoir affligé ; et une filiale im­
patience m'envahit de le consoler, de relever
sa belle tète blanche, de voir briller encore
dans ses yeux l’insolite joie. La présence
d’Anatolia me communiquait je ne sais quelle
ardeur généreuse et comme un besoin de révé­
ler tout ce qu’il y avait en moi de plus superbe
et de plus fort. Elle était immobile et muette
dans l’ombre, comme une statue ; mais son at­
tention rayonnait sur mon âme comme un fais­
ceau de lumière.
— Vous voyez, mon père, repris-je, sans pou­
voir refréner les palpitations qui me semblaient
se répercuter dans ma voix, vous voyez que
partout les anciennes royautés légitimes décli­
nent et que la Foule s’apprête à les engloutir
dans ses remous fangeux. En vérité, elles ne mé­
ritent pas d’autre sort. Et non seulement les
royautés, mais toutes les choses grandes, nobles
et belles, toutes les idéalités souveraines qui en
d’autres temps furent la gloire de l’Homme
guerrier et dominateur, toutes sont sur le point
de disparaître dans l’immense pourriture qui
ondoie et se soulève. Je ne vous rapporterai pas
jusqu’où va l’ignominie, parce que je devrais

�LES VIERGES AUX ROCHERS

291

user de mots qui offenseraient vos oreilles, et
ensuite il faudrait purifier l’air avec quelques
grains d’encens. Je m ’en suis allé de la ville parce
que j ’étais suffoqué de dégoût.Mais,maintenant,
je songe à la dissolution avec une sorte d'allé­
gresse. Lorsque tout sera profané, lorsque tous
les autels de la Pensée et de la Beauté seront
abattus, lorsque toutes les urnes des essences
idéales seront brisées, lorsque la vie commune
sera descendue à un tel niveau d’avilissement
qu’il paraîtra impossible de descendre plus bas,
lorsque le dernier flambeau fumeux se sera
éteint dans les ténèbres, alors la Foule s’ar­
rêtera, prise d’une panique bien plus terrible
que toutes celles qui secouèrent jamais son
âme misérable ; et, délivrée soudain de la fré­
nésie qui l’aveuglait, ne voyant plus devant
elle ni route ni lumière, elle se sentira perdue
dans son désert encombré de ruines. Alors des­
cendra sur elle la nécessité des Héros ; et elle
invoquera les verges de fer qui devront de nou­
veau la discipliner. Eh bien ! mon père, je crois
que. ces Héros, que ces nouveaux Rois de la
terre doivent surgir de notre race, et que dès
aujourd’hui toutes nos énergies doivent

�292

LES VIERGES AUX ROCHERS

conourir à en préparer l’avènement prochain w
lointain. Telle est ma foi.
Le prince avait relevé le front ; et il me re­
gardait avec des yeux attentifs et un peu
surpris, comme si je lui étais apparu sous un
aspect inopiné. Mais une vivacité insolite rani­
mait toute sa personne et me disait combien il
était déjà touché de mon ardeur.
— J’ai vécu quelques années à Rome, con­
tinuai-je avec une confiance plus sûre, dans cette
troisième Rome qui devait représenter « l’Amour
indompté du sang latin pour la terre latine »
et projeter de ses sommets la sublime lumière
d’un Idéal tout nouveau. J’y fus témoin des
plus ignominieuses violations et des plus ob­
scènes conjonctions qui aient jamais déshonoré
un Heu sacré. Et je compris le haut symbole
que récèle l’acte de ce conquérant asiatique qui
jeta cinq myriades de têtes humaines dans les
fondations de Samarcande, lorsqu’il voulut en
faire sa capitale. Ne vous semble-t-il pas que
ce sage tyran voulait signifier ainsi la nécessité
des amputations cruelles, au moment de fonder
un ordre de choses vraiment nouveau ? Il fallait
immoler, et puis jeter dans les fondations

�LES VIERGES AUX ROCHERS

293

de la troisième Rome ceux qu’on appelle les
libérateurs, et, suivant l’antique usage funé­
raire, placer à leurs pieds, à leurs flancs et entre
leurs mains libératrices les objets qu’ils avaient
aimés et qui leur avaient été familiers, et déra­
ciner et traîner du faîte des montagnes les plus
lourdes masses de granit pour clore éternelle­
ment leurs sépultures profondes. Mais on n’a
jamais vu sur terre vies plus tenaces et plus
pernicieuses. Voici donc, mon père, la première
chose que j ’ai apprise à Rome : le navire des
Mille n’a cinglé du port de Quarto que pour
obtenir à l’art du brocantage la protection
de l’État. Et néanmoins, parmi les criailleries
des trafiquants, j ’ai pu entendre la voix mys­
térieuse et lointaine qui, à Rome, persiste dans
toutes les pierres comme dans les coquilles
marines ; et, au spectacle sublime de l’Agro,
j ’ai pu me consoler de tous les dégoûts. Ah !
mon père, qui pourra jamais désespérer des
destinées du Monde, tant que Rome existera
sous les cieux ? Lorsque je la pense et l’adore,
je ne puis la voir autrem ent que dans l’atti­
tude où elle a été figurée sur la médaille de
Nerva : le gouvernail à la main. Lorsque je

�294

LE? VIERGES AUX ROCHERS

la pense et l’adore, je ne puis spécifier au­
trement sa vertu que par la parole de Dante *
« En toute génération de choses, la meilleure
est celle qui est la plus parfaitement Une. »
Et ce que son principe d’unité fut déjà dans
le passé, il devra l’être encore à l’avenir :
rassembleur, ordonnateur et conservateur de
tout ce qui, dans le Monde, est bon et flexible
à l’ordre. Les comparaisons dantesques des
glèbes et des flammes lui conviennent bien,
puisque les premières peuvent se concevoir
comme formant une base unique et les secondes
comme réunies en un seul et même sommet. Je
crois fermement que la plus grande masse de
domination future doit être celle qui aura en
Rome sa base et son sommet; car, moi Latin, je
me glorifie d’avoir donné pour principe à ma
foi la mystique vérité énoncée par le Poète : « Il
n’est pas douteux que la Nature ait disposé dans
le monde un lieu propre à l’universel empire ;
et ce lieu, c’est Rome. » Or, par quel mystérieux
concours de sangs, de quelle vaste expérience
de cultures, en quel propice accord de circon­
stances surgira le nouveau Roi de Rome ?
La belle fièvre qui, dans le désert latin, avait

�LES VIERGES AUX ROCHERS

295

échauffé mes méditations jusqu’à l’ivresse, se
rallumait dans mes veines ; et les grands fan­
tômes sortis naguère du sol sacré reprenaient
possession de mon âme tum ultueusem ent; et
les espérances qu’avait engendrées mon violent
orgueil dans cette solitude remplie par le sou­
venir de la plus sanglante des tragédies hu­
maines renaissaient toutes, recommençaient
toutes à s’agiter confusément et me donnaient
une angoisse que j ’avais peine à soutenir.
L’aspect du vénérable vieillard prenait pour
moi une solennité plus grave, parce qu’à cette
heure je voyais en lui le dépositaire de la vertu
qui, sur le tronc séculaire de sa race, s’était
épanouie en formes magnifiques à la lumière
de la gloire. Et c’était ce vieillard, incliné déjà
vers la tombe et rendu voyant par la douleur,
à qui j ’allais démontrer comme à un juge les
droits de mon rêve ambitieux, et demander
comme à un augure l’heureux auspice, et pro­
poser comme à mon égal l’alliance qui m ’était
nécessaire,. La muette présence de la vierge
dans l’ombre augmentait encore mon anxiété;
car elle m ’apparaissait vraiment comme des­
tinée à devenir par l’amour « Celle qui propage

�296

LES VIERGES AUX ROCHERS

et perpétue les idéalités d’une race favorisée
des Cieux ». Je n'osais pas me retourner vers
elle, tant à cette minute me semblait sacré
le mystère de sa virginité; mais en moi se
précisait l’image indistincte des occultes trésors
q ue m’avait déjà suggérée quelquefois une lueur
extraordinaire entrevue dans le fond de ses
yeux transparents ; et, même sans me retour­
ner, je sentais palpiter dans ce coin d’ombre
une sorte de richesse animée, une vivante forint
d ’un inestimable prix, je ne sais quoi d’infi­
niment auguste et secret comme les substances
divines gardées sous les voiles dans les sanc­
tuaires des temples.
— Vous êtes convaincu comme moi, repris-je,
que toute excellence du type humain est l’effet
d’une vertu initiale qui, par d’innombrables
degrés, d’élection en élection, parvient à son in­
tensité suprême et se manifeste finalement dans
la descendance, à la faveur de conjonctures pro­
pices. La valeur du Sang n’est pas seulement
vantée par notre orgueil patricien ; elle est re­
connue aussi par la science la plus sévère. Le
plus haut exemplaire de conscience ne peut appa­
raître qu’à la cime d’une race qui ait grandi

�297

LES VIERGES AUX ROCHERS

dans le cours du temps par une accumulation
continue de forces et d’œuvres, à la cime d’une
race où soient nés et se soient conservés pen­
dant une longue suite de siècles les rêves les
plus beaux, les sentiments les plus fiers, les
pensées les plus nobles, les vouloirs les plus
impérieux. Représentez-vous maintenant une
famille d’antique origine royale, fleurie au
soleil latin, sur une terre heureuse que baignent
les ruisseaux d’une poésie nouvelle. Trans­
plantée en Italie, elle y pousse avec tant d’exu­
bérance que bientôt nulle autre ne peut sou­
tenir la comparaison. « C’est un triste disciple,
selon la sentence de Vinci, que celui qui ne
dépasse pas son maître. » Et cette famille
semble avoir posé pour principe de sa grandeur
une sentence plus superbe encore : * C’est un
triste fils que celui qui ne dépasse pas son père. »
Par un effort concordant et ininterrompu,
de génération en génération, elle poursuit
sa marche ascensionnelle vers les manifesta­
tions supérieures de la vie. En des temps
d'aveugle colère où la raison ne se fie qu’aux
armes, elle semble déjà comprendre « que les
hommes.:, qui ont plus de vigueur d’intelligence
17.

�Ï98

LES YrERGES AÜX ROCHERS

que les autres sont par nature les seigneurs des
autres ». Et, dès le début, sa discipline a un
caractère intellectuel et semble dictée par
Dante; car elle consiste à traduire toujours en
actes toute la puissance possible de l’esprit et
à partir de la spéculation pour aboutir à l’ac­
tion. Aussi bien dans les plus grandes charges
que sur les champs de bataille les plus san­
glants et aux fêtes les plus magnifiques, elle est
partout la prémière : également excellente, soit
pour commander les armées, soit pour gou­
verner les États, soit pour conduire les ambas­
sades, soit pour protéger les artistes et les
savants, soit pour ériger les palais et les
églises. Elle se mêle à la vie italienne tout
entière, sous ses formes les plus diverses; elle
se plonge dans toutes les plus fraîches sources
de culture. Vivre, pour elle, c’est s’affermir
et s’accroître continuellement, c’est lutter et
vaincre continuellem ent ; vivre, pour elle, c’est
prédominer. Un instinct formidable de domi­
nation la pousse en avant sans relâche, tandis
qu’une pensée lucide et sûre dirige cet élan
durable. Et toujours — comme les prudents
archers que Machiavel donne en exemple —

�LES VIERGES ADX ROCHERS

299

elle vise beaucoup plus haut que le but. Ses
exploits sont insignes à ce point que les plus
grands poètes en perpétuent la renommée, que
les historiens les comparent à ceux des anciens
capitaines et les proposent en exemple à la
postérité. Pourtant, il semble que sa vertu ne
se soit pas encore manifestée tout entière, n’ait
pas encore atteint le comble de sa grandeur ;
il semble que demain, ou dans un siècle, ou
dans l’indéfini du temps, ses énergies accu­
mulées doivent s’épanouir en une apparition
suprêm e...
— Cave adsum ! interrompit le prince en
souriant d’un magnifique sourire. N’est-ce pas
peut-être la devise de cette famille dont tu
parles ?
— Elle pourrait porter aussi la devise des
Montaga : Sub se omnia ! répondis-je vive­
ment.
Le prince s’inclina avec un geste qui suffisait
pour démontrer que ma réponse n’avait pas
été une simple politesse et qu’elle convenait
bien à la dignité de son grand nom. Il me
réapparaissait semblable à l’image que ma
mémoire avait gardée de lui depuis le temps

�300

LES VIERGES AUX ROCIIERS

de mon enfance : admirable type d’une humanité
supérieure, manifestant en chacun de ses actes
la différence de son essence, sa conviction d’être
absolument séparé de la m ultitude, des com­
muns devoirs et des communes vertus, il me
semblait qu’il avait réussi à secouer de son
âme le poids du malheur qui l’écrasait et à
se redresser de toute sa stature virile, prenant
pour ainsi dire dans toute sa personne la
qualité merveilleuse de ses mains : de ces mains
si belles et si pures, comme rendues inalté­
rables par un baume, dispensatrices survivantes
d’une libéralité comparable seulement à la libé­
ralité ancienne « qui, pour de petits services,
aimait à récompenser grandement ».
La dernière heure du jour s’écoulait ; et,
des cieux embrasés, l’annonciation de l’Été
descendait sur le jardin seigneurial où, parmi
l’âcre senteur des buis centenaires, les statues
— pâles et pourtant vigilantes comme des
souvenirs dans une âme fidèle — évoquaient
par leurs gestes les fantômes d’une grandeur
abolie. Mais au delà de l’enceinte s’ouvrait
l’immense couronne de rochers forgée par le
feu primordial, si âpre et si superbe qu’elle

�LES VIERGES AUX ROCHERS

30}

semblait digne de porter sur chacun de ses
Pics un Prométhée enchaîné.
Ces pics, je les avais vus flamboyer dans le
ciel du premier soir comme des escarboucles,
avec un incroyable éclat, et le plus haut rester
de flamme sur l’ombre commune et frapper le
ciel de sa pointe comme le cri de la passion
sans espoir. En ce crépuscule d’autrefois j’étais
seul, et les trois princesses mystérieuses étaient
au loin dans leur jardin clos, et mon sort
était encore étranger à leur sort. Mais voici
qu’en une semblable conjoncture de choses allait
se réaliser le dessin pressenti dans cette pre­
mière agitation de mon désir ; j ’allais pro­
férer une parole solennelle et irrévocable. —
etais-je donc sorti de toute perplexité ? Entre
les trois béatrices qu’en ce soir lointain j ’avais
cru entrevoir les bras tendus pour accueillir
ma printanière offrande, avais-je enfin fait
choix de l’une pour l’alliance nécessaire ? Et
allais-je donc proférer en présence du père 1e
nom de l’élue? — Un nouveau trouble m’en­
vahit; et il me sembla que, dans l’ombre,
Anatolia n’était plus seule, mais que ses
soeurs étaient venues en silence s’asseoir

�302

LES VIERGES AUX ROCHERS

pua rès d’elle et que leurs yeux me reg ard aien t
fixement.
Lorsque je me retournai, j ’aperçus dans
l’ombre la figure immobile et blanche ; et
toute autre image se dissipa, et toute vaine
inquiétude tomba.
Elle était le symbole vivant de la sécurité ;
elle était la Vigilante et la Tutélaire. Par sa
force et sa patience, à la lueur de son propre
sourire, elle avait su convertir la douleur en
une arm ure de diamant qui la rendait invincible.
Elle était faite pour protéger, pour alimenter
et pour défendre jusqu’à la mort ce qui était
commis à sa foi. Et de nouveau — dans mon
rêve — je la vis qui veillait, avec son pur
front rayonnant de présages, sur le fils de mon
sang et de mon àme.
Alors, des racines mêmes de ma substance —
là où dort l’indestructible vertu des aïeux —'
s’éleva et se porta vers l’élue la volonté de
créer cet Un auquel devaient se transmettre
toutes les richesses idéales de ma race et mes
propres conquêtes et les perfections maternelles.
Et alors devint très profond en moi le sen­
timent de la dépendance originaire qui liait

�LES VIERGES AUX ROCHERS

303

mon être actuel à mes ancêtres les plus reculés;
et, de même que la cime de l’arbre résume en
soi toute la vie du tronc rameux jusqu’aux
extrêmes racines, de même je sentis vivre en
moi toute ma race, que la mort n’avait détruite
que dans les apparences corporelles, dans les
formes transitoires des générations. Et là
plénitude et la véhémence de cette vie semblaient
abolir les limites de mon naturel pouvoir.
Je dis au prince avec un sourire:
— Tout à l’heure, vous avez reconnu en
moi, non sans une ombre de sévérité, le des­
cendant de Jean-Paul Cantelmo. Je dois vous
confesser que, dans ma Maison, les exemples
de désobéissance et de rébellion contre le Roi
ne sont pas rares. Mais, pour les justifier, il
y a le Lion rouge ; et vous n’ignorez certes pas
les patentes que les Cantelmo obtinrent de
Charles II d’Angleterre. Étant de très vieux
sang royal, ils n ’ont jamais pu se résigner à
ne pas considérer le Roi comme un de leurs
égaux. Bien plus : on dirait qu’ils ne com­
battent aucun autre adversaire avec autant
d’ardeur que le Roi. Et, si Jean-Paul trouble
les sommeils de Ferdinand d’Aragon et humilie

�304

LES VIERGES AÜX ROCÜER8

Alphonse, Jacques 1er et Ménappe abattent
Manfredi à Bénévent, Jacques VIII guerroie
avec succès contre Ladislas aux côtés de Braccio
de Montone et de Sforza, Antoine s’oppose à
René d'A njou. Les c antelmo ont tous une
tendance originelle à isoler leur action, à se
séparer, à bien déterminer leur personnalité et
leur puissance propres. Il semble que chacun
d’eux fonde la conception de sa dignité sur la
*très ferme conviction « que d’être un, c’est la
racine d’être bon, et que ce qui est bon est tel
parce qu’il est un l. » En cela je reconnais
avec joie l’un des caractères essentiels du
dominateur à venir, du Monarque, du Despote.
Mais il y a encore une autre singularité qui
m’encourage, et c’est le grand nombre des
seigneuries rassemblées entre les mains des
c antelmo sur la terre latine. On peut dire que, à
des époques différentes et par possession suc­
cessive, ils ont exercé le gouvernement de
l’Italie entière. Jacques Ier est ambassadeur
pour la paix à Gênes, Vicaire en Lombardie,
Capitaine général dans la Marche d’Ancone
1. Dante.

�LES VIERGES AUX ROCHERS

305

Vice-roi dans les Abruzzes ; Jacques II est

vicaire et Podestat de Florence ; Bonaventure VIII
est Vice-roi de Sicile ; Rostain VII est Capitaine
général de la Sérénissime République, Sénateur
de Rome... Partout ils exercent l’em pire ; et,
dans l’expérience qu’ils font des peuples divers,
ils apprennent à « bien connaître comment les
hommes se gagnent ou se perdent1 ». Partout
aussi ils combattent et perdent la vie au mo­
ment d’accomplir quelque prodige : « le bon
Cantelmo », immortalisé par le vers du Tasse,
teint de son sang royal les m urs de Jéru­
salem ; Jacques II meurt au service des Flo­
rentins contre Castruccio Castracane; Nicolas,
premier duc de Sora, m eurt à la défense de
Constantinople avec Constantin Paléologue ;
Ascagne m eurt dans les eaux de Lépante aux
cotés de don Juan d’Autriche ; Bonaventure VIII
est réputé par Charles-Quint digne de défendre
tout l’Empire, et l’Empereur dit de lui qu’il le
choisirait pour son champion s’il devait risquer sa
couronne dans une joute ; André le Grand
donne l’exemple extraordinaire d’une vie
Machiavel.

�306

LES VIERGES AÜX ROCHERS

pe loyée toute à combattre, sans une minute de
m
répit, depuis la première jeunesse jusqu’au
dernier soupir... Oui, celui-là est vraiment le
type le plus accompli qui jusqu’à ce jour soit
issu de ma race. André est un des plus nobles
héros de la volonté et du devoir. Laissons
de côté le grand nombre de ses heureuses
fortunes. En Italie, en Germanie, en Flandre,
en France, en Espagne, on ne compte pas les
villes et les places qu’il a conquises et ajoutées
à l’Empire catholique, les sièges qu’il a entrepris
et soutenus. Il est le Poliorcète par excellence,
maître en stratagèmes aussi fécond qu’il y en
eut jamais, très ardent et très prudent tout
ensemble ; et, comme le dit un de ses historiens)
« on découvre réunis en lui tous les dons et
toutes les qualités qui, chez d’autres capitaines
plus illustres, n’ont été observés que séparé­
ment ». Mais ce qui à mes yeux l’élève audessus de tous, c’est la rigueur inouïe de la
discipline à laquelle il soumettait ses milices
et lui-même. Tels de ses traits de sévérité
m’enivrent plus que la vue des étendards
enlevés par lui à l’ennemi. Commandant
toujours des milices non payées et mal équipées,

�LES VIERGES AUX ROCHERS

307

il réussit pourtant à les avoir dans le poing ma­
niables et droites comme une seule épée. Nul
mieux que lui ne connut jamais la manière dont
on s’imprime soi-même sur la conduite des autres.
Eloquent et nerveux dans le discours, néan­
moins, en toute occasion, il préfère à la vertu
de la parole l’efficacité directe de l’exemple.
Il marche toujours en tête de ses troupes, à
pied lorsqu’il conduit des fantassins ; il dort
toujours vêtu ; il ne mange et ne boit que ce
que mangent et boivent ses soldats ; il est
toujours le premier à l’assaut et le dernier à
la retraite ; couvert de blessures, il refuse de
déposer sa cuirasse ; sur le champ de la victoire
ou dans la ville forcée, il ne touche jamais au
butin. Et, dans la guerre des Flandres, il se
rend si terrible que les mères, pour obtenir
de leurs enfants l’obéissance, les épouvantent
de son nom. Un homme peut-il déterminer sa
propre effigie avec un relief plus net et plus vi­
goureux ? Jamais coin produisit-il une médaille
frappée d’une plus fière empreinte? En son siècle,
André reçoit le surnom de nouvel Épaminondas.
Eh bien, même chez cet infatigable guerrier,
on voit ressortir le caractère intellectuel

�308

LES VIERGES AUX ROCHERS

de la race. Non seulement il est très versé dans
les langues, mathématicien insigne, maître en
architecture militaire, auteur de traités sur la
science de la guerre, mais il est encore bon
connaisseur et magnifique protecteur des arts
libéraux. Erycius Puteanus, en lui dédiant
une œuvre latine, l’appelle Armorum gloria
Litterarum tutela. Cornélius Scheut d’Anvers,
en lui offrant son livre de dessins capricieux,
le représente comme un Héros qui cultive les
élégances au milieu des camps, Héros inter
arma elegantias colens. En cela, André continue
les traditions de la famille, à l’origine de
laquelle resplendit enguirlandée Fanette Can­
telm a, Dame de Romanin, qui poétisait
« avec une fureur divine » parmi les lauriers
de Provence dans une Cour d’Amour. Et ne
semble-t-il pas que se soient aussi transmises à
lui quelques-unes des aptitudes prodigieuses
qui mettent Alexandre hors de pair parmi
les disciples du Vinci à Milan? Il imagine
des plans de fortification très nouveaux ;
il construit sur la Meuse le célèbre fort
appelé, à la gloire de son inventeur, le Fort
Cantelmo ; il fabrique des armes étranges

�LES VIERGES AUX ROCHERS

309

qui paraissent presque magiques à ses con­
temporains... N’y a-t-il pas dans ces talents
divers quelque chose de vincien qui rappelle
Alexandre ?
J’avais prononcé le nom de Celui qui, vivant
en continuelle communion avec mon âme, était
tenu par moi pour 1e Génie de ma race, destiné
à renaître un jour sur 1e trône survivant
dans une sublime apparition de vie. « 0 toi,
sois tel que tu dois être. » Sous son regard
et par son admonition, ma tâche s’était fixée
en lignes définitives. Et voilà que, à l’heure
où allait se résoudre une grande chose, il se
plaçait à mon flanc.
Je l’avais vivant devant les yeux, comme si
sa main pâle et tyrannique eût été appuyée à
l'angle de la table qui était près de moi et
que sur cette table fussent posées la statuette
de Pallas et la grenade à la feuille aiguë et à
la fleur ardente. « 0 toi, sois tel que tu dois
être. » Et une autre figure juvénile, qui parais­
sait être son frère, se tenait en face de lui
comme un reflet.
— Alexandre et Hercule 1 Voilà les deux
rouges fleurs coupées que deux artistes divins,

�310

LES V I E R G E S AUX R O C H E R S
\

Léonard et l’Arioste, recueillirent et transfor­
mèrent en indestructibles essences. Lorsque
André Cantelmo m ourut, il avait déjà manifesté
toutes les énergies qu’il portait en lui-même ; et
la mort le cueillit sur le seuil de la vieillesse,
couvert de gloire, aussitôt après ce siège de
Balaguer qui fut la plus grande de ses héroï­
ques entreprises. Mais ces deux hommes, entrés
dans la vie avec les mains combles de tous les
germes de l’espérance, avaient devant eux toutes
les plus vastes possibilités. Leurs fronts juvéniles
semblaient faits pour porter la couronne
royale, l’antique couronne qu’avaient déjà
portée leurs pères. En l’un d’eux, Vinci de­
vinait le futur fondateur d’une souveraineté
nouvelle, le Tyran triomphant qui devait im­
poser aux multitudes le joug de cette Science
et de cette Beauté à laquelle le grand maître
avait initié son disciple bien-aimé. Mais le
destin voulut différer l’accomplissement de
cette prophétie. Tous deux perdirent la vie dans
leur premier essor, parce qu’une ardeur trop
véhémente les dévorait : Hercule sur les sables
du Pô contre les Esclavons, Alexandre sur les
rives du Taro à la bataille de Fornoue. Vous

�LES VIERGES AUX KOCHERS

311

rappelez-vous les vers où l’Arioste célèbre le
noble fils de Sigismond Cantelmo?
Il più ardito garzon che di sua etade
Fosse da un polo a l’altro e da l’eslremo
Lito de gli Indi a quello ove il Sol cade *...

Trop cruelle fut sa mort ! Fait prisonnier dans
sa téméraire attaque, il eut la tête tranchée
sur le tolet d’un navire qui servit de billot,
en présence de son père. J’imagine que le
sang jaillit de l’entaille comme une flamme et
brûla le bordage de la galère. Ou plutôt, non ;
je n’imagine pas, je vois. c omme elle dut être
prodigieuse et terrible, la tempête de jeunesse
qui provoqua le coup d’éperon par lequel il
lança son cheval à bride abattue contre le
retranchement de l’ennemi ! Ah ! mon père, j’ai
connu, moi aussi, quelques-unes de ces tem­
pêtes ; et mon cheval le sait bien, et elles le
savent bien, les ruines de la campagne ro­
maine... Certes, en cet instant, Hercule se
sentait digne de serrer entre ses genoux le
coursier ailé qui naquit du sang de Méduse.
1. &lt; Le plus hardi jouvenceau de son âge qu’il y eût entre les
deux pôles et depuis l’extrême rivage des Indes jusqu’à celui
ou le soleil se couche... *

�312

LES VIERGES AUX ROCHERS

Cave, adsum! Pour le célébrer, Arioste a un
mot qui suffit à l'illuminer de gloire, parce
qu’il montre comment cet audacieux mourut
pour ne pas manquer à la règle qu’observent
tous les Cantelmo : règle qui est de se maintenir
même au prix de la pire mort dans le poste où
l’on s’est établi parce qu’on l’a estimé le plus
beau. Pendant la charge, il avait à son côté
un compagnon. Lorsqu’ils arrivèrent ensemble
sur l’ennemi,
Salvossi il Ferrufin, resto il Cantelmo *.

Il resta, un contre mille. Et le divin Arioste
place sa belle figure ensanglantée au début
d’un chant où Bradamante fait des prodiges
avec sa lance d’or... Mais la mort d’Alexandre
ressemble à celle d’un demi-dieu. A Fornoue,
dans le plus fort de la bataille, un ouragan
éclate et le Taro déborde avec une terrible
violence. Tout à coup, Alexandre disparaît,
comme un de ces antiques héros hellènes qu’un
tourbillon enlevait de terre et emportait trans­
figurés dans le Ciel. Son corps ne se retrouve
1, « Ferruffin se sauva, Cantelmo resta. »

�LES VIERGES AUX ROCHERS

313

ni sur le champ de bataille ni nulle part. Mais
il vit, il vit à jamais, d’une vie beaucoup plus
intense que la nôtre. Ce n’est pas seulement
son effigie, c’est sa vie, sa vie véritable que
Léonard a transmise jusqu’à nous. Ah ! mon
père, si vous aviez une seule fois vu ce por­
trait, vous ne pourriez plus l’oublier. Il est inou­
bliable. Rien au monde n’a pour moi un prix
égal, et nul trésor ne fut jamais gardé avec une
passion plus jalouse. Qui m’a donné la force
de supporter une si longue solitude et une si
rude contrainte? Qui a versé dans mon esprit
jusqu’au milieu des plus âpres rigueurs de la
discipline cette espèce de sobre ivresse qui fait
paraître léger tout effort? Qui, si ce n’est luimême, Alexandre? Il représente pour moi la
puissance mystérieusement significative du Style
inviolable pour tous et aussi pour moi-même
en ma propre personne, toujours. Toute ma vie
se déroule sous son regard vigilant; et, en
vérité, mon père, quand on résiste à l’épreuve
continue d’un pareil feu, on n’a pas dégénéré.
« o toi, sois tel que tu dois être ! » voilà sa quoti­
dienne admonition. Mais, tandis qu’il m ’excite
ainsi à intégrer ma personne, il me tient en outre
18

�314

LES VIERGES AUX ROCHERS

devant les yeux la vision d'une existence supé­
rieure à la mienne en dignité et en force. Et
je pense toujours à Celui qui doit venir.
Je m ’arrêtai, sentant que ma voix changeait,
craignant que ne débordât soudain le flot qui
m ’emplissait le cœur. Et l’âme du vieillard
était en si profonde communion avec la mienne
qu’à cet instant il fit le geste involontaire de
tendre vers moi ses deux mains.
— Puisqu’une volonté double est nécessaire
pour créer cet Un qui doit dépasser ses créa­
teurs, ajoutai-je presque à voix basse en m’in­
clinant vers lui, je ne saurais ambitionner une
alliance plus haute que celle qui me donnerait
le droit de vous appeler père comme je vous
appelle...
Et, vaincu par l’émotion, je restai incliné,
serrant entre mes mains ses mains qui trem­
blaient, tandis qu’il m’eflleurait le front de ses
lèvres, sans dire une parole. Mais, dans le
silence, malgré les palpitations de mon cœur
et la respiration haletante du père, j ’entendis
le pas léger d’Anatolia qui sortait de la cham­
bre. — Allait-elle pleurer à l’écart? — Son
image, que j ’avais vue immobile et blanche

�LES VIERGE S AUX ROCHERS

315

dans l’ombre, scintilla en mon ciel intérieur
comme une constellation de larmes. — Allaitelle pleurer seule ? Peut-être rencontrerait-elle
ses sœurs sur son chemin... — Subitement, ce
doute me donna un trouble intérieur. Mon
regard tomba sur le camée qui resplendissait
à la main paternelle.
Et, tandis que le parfum du soir montait
du jardin clos, il se répandait dans mon âme
Un sentiment obscur, comme d’une fascination
qui se fût condensée autour de moi avec la
lenteur de cette ombre crépusculaire.

Quel était cependant le cœur de celle qui
devait bientôt partir ? De quelle façon sa mys­
tique vie se disposait-elle autour du souvenir
que lui avait laissé l’heure suprême marquée
par l’aiguille sur le marbre lum ineux ?
ME LUMEN, VOS UMBRA REGI T.

Peut-être était-elle retournée plus d’une fois
au petit cimetière des ifs et des anémones ; et
peut-être avait-elle de nouveau posé ses mains

�346

LES v i e r g e s a u x r o c h e r s

fines sur le cadran pour en ressentir la cha­
leu r ; et peut-être avait-elle repensé à mon
exhortation : « Réchauffez vos mains au soleil;
baignez-les dans le soleil, ces pauvres mains;
car, d’ici peu, vous les tiendrez croisées sur
votre poitrine ou cachées sous le tablier de
laine brune, dans l’ombre... » Et plus d’une
fois peut-être, couvrant de sa paume le chiffre
indicateur de l’heure divine, elle avait attendu,
palpitante dans le grand silence, pour voir
l’ombre de l’aiguille atteindre l’extrémité de
l’annulaire comme en ce jour de rêve ; et
elle avait pleuré peut-être, parce que le pro­
dige d’amour ne s’était pas renouvelé,
t

SINE SOLE SI L E O.

Je réunissais l’image de la gardienne d’her­
biers dépeinte par Odon et l’image de cette
âme triste errant autour du cadran solaire qui
pour elle avait marqué vainement l’heure de
la béatitude. Et je pensais : « Si je possédai
le pouvoir de te façonner un beau destin, à la
manière de l’artiste qui modèle la cire obéis­
sante, ô Maximilla, ô toi qui, pour venir à ma

�LES VIERGES AÜX ROCHERS

3 f1

rencontre, sortis du jardin aride où un vœu
funèbre t’avait enfermée, voici comment j ’achève­
rais par la mort ta figure idéale, comment par
l’opportune mort j’achèverais ta perfection. Car
nulle autre heure ne t’attend à laquelle tu puisses
trouver quelque prix, ayant une fois atteint cette
région de la vie au delà de laquelle on ne peut
plus avancer parce qu’on voudrait revenir en ar­
rière. Je ferai que, guidée par le divin souvenir, tu
revinsses au lieu où je cueillis en rêve les ané­
mones coronaires pour les répandre sur ta tête,
et que là, près du marbre horaire, tu retrou­
vasses l’attitude harmonieuse dans laquelle je
te louai la première fois. Et l’instant où le
point d’ombre atteindrait l’extrémité de l’annu­
laire serait celui de ta mort. Alors, sous le
regard immobile de la cariatide prosternée, je
voudrais creuser moi-même la fosse pour ta
dépouille mortelle; et je voudrais t’y coucher
comme les gentilles dames couchèrent Béatrice
dans la vision de Dante, et te couvrir aussi la
tête de leur voile. Mais je ne placerais sur ta
sépulture ni la croix ni aucun autre signe
pieux; non Pour y graver une épitaphe digne
de ta gentillesse, j ’évoquerais le dernier enfant
is.

�318

LES VIERGES AUX ROCHERS

des Grâces, né en Palestine comme ton céleste
Époux : un chantre de jeunes filles frappées
par une mort précoce, Méléagre de Gadara,
enguirlandé de jacinthes, à la flûte suave :
— « o Terre, mère universelle, salut ! Sois
maintenant légère pour cette vierge : elle a
pesé si peu sur toi ! »
Ainsi me plaisait-il d’orner le sentiment
qu’elle m’inspirait et de convertir en poésie
sa tristesse.
— Le bulbe de narcisse dans l’herbier a-t-il
germé pour la troisième fois ? lui demandai-je
à l’improviste, un jour que nous étions sur
les eaux du Saurgo, dans le voisinage de la
ville morte.
Elle se troubla toute et me regarda avec des
yeux presque effrayés.
— c omment savez-vous?...
Je souris et je répétai :
— Il a donc germé?
— Non, il n’a plus germé, répondit-elle en
baissant le visage.
Nous étions seuls dans une petite nacelle
que je guidais moi-même avec l'unique aviron.
Violante, Anatolia et Odon étaient dans d ’autres

�LES VIERGES AUX ROCHERS

319

barques conduites par des bateliers. En cet
endroit, la rivière était si large et si lente
q u ’elle ressemblait presque à un étang; et un
innombrable troupeau de nymphéas la recou­
vrait. Les grandes fleurs blanches en forme de
roses flottaient entre les feuilles luisantes,
exhalant un humide parfum qui semblait avoir
la vertu de désaltérer.
C’était là que Simonetto avait fait ses herbo­
risations, pendant l’automne homicide. J’ima­
ginais la figure du jeune herboriseur penché
sur les eaux pour explorer la vase, à l’heure
où les nymphéas sont sur le point de se cacher.
Son hortus siccus devait certainement contenir
des échantillons inertes de toute cette flore
aquatique éparse autour des ruines.
Comme les yeux de Maximilla suivaient les
mouvements de ma rame qui, de temps à
autre, fendait une feuille ou brisait une tige,
je dis d’une voix plus basse :
— Vous pensez à Simonetto?
Elle tressaillit.
— Comment savez-vous? me demanda-t-elle
pour la seconde fois, troublée, se couvrant de
rougeur.

�320

LES VIERGES AUX ROCHERS

— Je sais par Odon...
— Ah ) fit-elle sans dissimuler son regret de
cette confidence dont elle paraissait blessée.
Odon vous a dit...
Elle s’enferma dans un silence dont je devi­
nais combien il devait lui être pénible. J’arrêtai
quelques instants ma ram e; et le léger esquif
resta immobile parmi cette vaste blancheur de
vivantes corolles.
— Vous l’aimiez beaucoup ? demandai-je à
la taciturne, avec une douceur qui peut-être
lui rappela nos premiers entretiens.
— Comme j ’aime Odon, comme j ’aime An­
tonello, répondit-elle avec un tremblement
dans la voix, sans relever les paupières.
Après un intervalle, je lui demandai :
— Vous entrez au cloître pour vous sacrifier
à sa mémoire ?
— Non, ce n’est pas pour cela. Maintenant,
il serait trop tard.
— Pourquoi donc?
Elle ne répondit pas. Mais je regardai ses
mains qui se contractaient comme par un
besoin de se tordre; et je compris toute l’invo­
lontaire cruauté de mon inutile question.

�LES VIERGES AUX ROCHERS

32Ï

— Est-ce vrai, que vous êtes résolue à partir
d’ici peu de jours? ajoutai-je presque tim ide­
ment.
— C’est vrai.
Ses lèvres tremblaient, pâlies.
— Odon et Anatolia vous accompagneront?
Elle fit signe que oui, de la tête, en serrant
les lèvres comme pour contenir un sanglot.
Je sentis une lourde tristesse s’appesantir
sur moi brusquement.
— Pardonnez-moi, Maximilla, si je vous ai
fait mal, lui dis-je avec une émotion profonde.
— Taisez-vous, je vous en conjure! suppliat-elle d’une voix méconnaissable. Ne me faites pas
pleurer. Que penseraient mes sœurs ? Je ne
pourrais cacher mes larmes... Et je sens que
je suffoque.
Un cri d’Odon nous rappela, venu des ruines.
Déjà Anatolia et Violante avaient pénétré dans
la ville morte. Un homme se dirigeait vers
nous avec sa barque, jugeant sans doute que
notre retard était causé par mon inexpérience
à pousser la nacelle dans le réseau des nym ­
phéas.
« Ah ! je porterai toujours en moi le regret

�322

LES VIE RGES AUX ROCHERS

de t’avoir perdue ! disais-je en silence à celle
qui devait partir. J ’aimerais mieux te voir
couchée dans la perfection de la mort que de
te savoir amoindrie par une existence non
conforme à celle que mon amour et mon art
te promettaient. Et peut-être m ’aurais-tu induit
à explorer quelque très lointaine région de mon
univers intérieur, qui sans toi restera probable­
ment abandonnée et inculte... »
La nacelle glissait sur le troupeau neigeux,
légèrem ent ; dans le sillage, les calices et les
feuilles ondoyaient, laissant apercevoir à travers
la limpidité cristalline la pâle forêt des tiges,
pâle et paresseuse comme si un limon léthéen
l’eût nourrie. Les ruines de Linturne, embras­
sées tout entières par les eaux et par les fleurs,
offraient dans la séculaire inertie de leurs pierres
l’apparence d’un entassement de grands sque­
lettes brisés. Il n’y a pas tant de vide et de
mort dans les orbites des crânes humains qu’il
y en avait dans les trous de ces pierres usées,
blanchies comme des ossements par les brumes
et les canicules. Et la pensée me vint que je
passais une vierge morte.
Ensuite, dans cet après-midi sans nuages,

�LES VIERGES ADX ROCHERS

3Ü3

tout fut gagné par ma tristesse. Nous errâmes
longuement parmi les ruines antiques, cher­
chant les vestiges de la vie disparue : vestiges
incertains, qui suscitaient de discordants fan­
tômes. — Était-ce une théorie d’adolescents
enguirlandés qui descendaient en chantant vers
le fleuve paternel pour lui offrir les prémices
des chevelures croissantes ? Ou était-ce une
blanche procession de catéchumènes, nourris
de lait et de miel comme les petits enfants,
qui descendaient pour recevoir le baptême?
— Une obscure légende de martyrs répandait
sur les débris païens une sorte de sainteté
douloureuse. « Martyris ossa jacent... », lûmesnous sur un fragment de sarcophage; et, çà
et là, dans les sculptures des pierres éparses,
nous retrouvâmes les emblèmes et les symboles
ambigus : l’aigle de Jupiter et le lion de Cy­
bèle assujettis aux Évangélistes; les vignes de
Dionysos pliées à exprimer le verbe du Sau­
veur ; le cerf de Diane signifiant l’âme altérée ;
le paon d’Héra, la gloire de l’âme ressuscitée.
De temps à autre, une couleuvre débouchait
d ’entre les cailloux et les souches, puis dis­
paraissait, rapide comme une flèche Un oiseau

�324

LES VIERGES AUX ROCHERS

invisible im itait étrangement le bruit des cré­
celles qui indiquent l’heure dans le silence du
Vendredi Saint.
— Et votre grande Madone, où est-elle ?
demanda Anatolia, se rappelant mes lointaines
paroles.
Nous cherchâmes entre les décombres un
sentier pour atteindre la basilique en ruine
qui était à la pointe de l’îlot, sur le bras du
Saurgo joignant les rochers.
— L’eau nous empêchera peut-être de passer,
dis-je en apercevant près des murs un reflet
de miroirs.
En effet, la rivière avait inondé une partie
de la ruine sacrée, et une forêt aquatique y
végétait en paix. Mais nous découvrîmes une
brèche par où nous pûmes pénétrer dans
l’abside. En entrant, chacune des trois sœurs
fit le signe de la croix, au milieu d ’un grand
frou-frou d’ailes.
Là régnait une fraîcheur humide dans une
lumière glauque et palpitante. L’abside et quel­
ques piliers de la nef centrale, restés debout,
formaient une sorte d’antre que les eaux
avaient envahi presque jusqu’à la table de

�LES VIERGES AUX ROCHERS

325

l’autel désert ; et une multitude de nymphéas,
plus larges et plus blancs que ceux sur lesquels
nous avions navigué, se pressait comme en
adoration au pied de la grande Madone de
mosaïque qui seule occupait la concavité du
ciel d’or. Elle ne portait pas l’Enfant sur ses
bras ; elle était seule et tout enveloppée dans
un manteau couleur de plomb comme dans
une ombre de deuil; et un profond mystère
de douleur était dans ses yeux larges et fixes.
Tout en haut, dans la courbe du cintre, les
hirondelles avaient composé une gracieuse cou­
ronne de nids, suivant l’ordre des paroles écrites
en cercle :
QUASI P LATANUS EXALTATA SUM J UXTA AQUAS.

Et là les trois vierges s’agenouillèrent ensemble
et prièrent.
« Si nous te laissions dans cet asile, avec
les nymphéas et les hirondelles ! pensai-je en
regardant Maximilla qui, dans sa prière, sem­
blait s’incliner de plus en plus vers la terre.
Tu y habiterais comme une naïade ermite qui
aurait oublié Artémis pour adorer la
îa
\

�326

LES V I E R G E S AUX ROCHEPS

ulordeuse divinité nouvelle. » Et j ’imaginais sa
métamorphose : — après avoir accompli ses
rites solitaires parmi le chœur des hirondelles,
elle se plongeait dans les eaux et descendait
vers les racines des fleurs...
Mais, en vérité, rien dans ce lieu ne me parais­
sait vaincre en blancheur une nuque pliée et
comme accablée sous le poids d’une chevelure
plus épaisse que les raisins de marbre qui
ornaient le front de l’autel. C’était la première
fois que je voyais Violante à genoux ; et cette
attitude était si contraire à la nature de sa
beauté que j ’en souffrais comme d ’une discor­
dance; et j ’attendais avec une étrange inquié­
tude qu’elle se levât d’entre les deux paons
symboliques qui, au milieu des grappes, dé­
ployaient leurs plumes ocellées.
Elle se leva la première, par un de ces ad­
mirables mouvements où sa beauté semblait se
surpasser elle-même, à la façon d’une lumière
continue qui semble croître lorsqu’elle jette
une subite scintillation. E xaltata juxta aquas.

�LES VIERGES AUX ROCHERS

327

Au retour, elle m ’accompagna sur la rivière,
assise à la petite proue en face de moi qui, de­
bout, poussais le bateau avec la rame. Un trouble
invincible me dominait, tandis que réapparais­
saient dans ma mémoire la main emperlée de
sang et le buisson chargé de fleurs. Depuis cette
heure lointaine, c’était la première fois que je
me retrouvais seul en tête à tète avec Violante.
— J’ai grand’soif, dit-elle.
Et elle s’inclina en arrière vers l’eau, avec
une souplesse qui, en tant qu’expression du
désir, semblait presque l’égaler à l’élément
fluide et voluptueux.
— Ne buvez pas de cette eau ! me hâtai-je de
lui dire en voyant qu’elle se dégantait.
— Pourquoi ?
— N’en buvez pas !
Alors elle plongea ses mains nues, coupa un
nymphéa et se pencha pour en respirer l'hu­
midité embaumée. Il semblait qu’autour de nous
une trépidation confuse eût envahi le troupeau
des fleurs. Comme le soleil était tombé der­
rière les rochers, un reflet rose, à peine percep­
tible, descendait du ciel crépusculaire sur la
blancheur infinie.

�328

LES VIERGES AUX ROCHERS

— Regardez les nymphéas ! m ’écriai-je en
arrêtant la rame. Ne vous semble-t-il pas
qu’en ce moment ils ont une extraordinaire
expression de vie ?
Elle plongea de nouveau ses mains jusqu’aux
poignets et les abandonna à la dérive, fleurs
de chair qui nageaient ; et, tandis que son
regard courait sur la m ultitude émue, le sou­
rire de sa bouche était si divin que mon âme
voulut lui attribuer la vertu du prodige.
Vraiment, elle était digne d’opérer tous
les miracles et de soumettre à sa beauté l’âme
même des choses. Je n’osais dire une parole,
tant à son côté le silence me semblait parlant.
Mais, penchés tous deux vers l’eau, nous étions
liés l’un à l’autre par une fascination sem­
blable à celle qui nous avait rapprochés le
premier jour, en face de la roche ardente. Sur
nos tetes, les éperviers ne criaient pas ; mais
les hirondelles gazouillaient dans leur vol et,
de temps à autre, leurs blanches poitrines
dardaient un éclair.
Elle se retourna et, avec un accent d’indé­
finissable ironie, en me pénétrant jusqu’au fond
des yeux :

�LES VIERGES AUX ROCHERS

329

— Eh bien ! dit-elle, nous n’avançons pas ?
Vous êtes à bout de forces? Ne voyez-vous pas
que les autres barques sont déjà loin ?
Elle considéra un moment la flottille, le
front un peu plissé; et elle ajouta :
— Anatolia nous appelle. Hâtez-vous !
Le Saurgo semblait s’élargir dans le crépu­
scule, se perdre en un lointain infini, retrouver
la force de son courant, promettre de nous
conduire vers des pays plus beaux. Et, dans
cette créature souveraine, inclinée toute vers ce
grand et doux fleuve rose par l’ardeur de la
soif comme par un violent désir de fluidité
conforme à son essence voluptueuse, il y avait
un tel mystère de beauté et de poésie que mon
âme s’élança vers elle avec le plus fervent acte
d’adoration.
— Regardez ! me dit alors la révélatrice, en
me m ontrant un spectacle qu’elle aurait pu
créer d’un geste. Regardez !
Autour de nous, sur l’eau que parcourait un
léger frisson, les vivantes corolles se fermaient
d’un mouvement presque labial, hésitaient
quelques secondes, se retiraient, se submer­
geaient, disparaissaient sous les feuilles, l’une

�330

LES VIERGES AUX ROCHERS

après L’autre ou par groupes, comme si, des
profondeurs, une vertu somnifère les eût atti­
rées. De larges zones demeuraient désertes ;
mais parfois, dans le milieu, une seule fleur
s’attardait, comme pour répandre sa dernière
grâce. A l’endroit où disparaissait chacune des
retardataires, une vague mélancolie flottait sur
l’eau. Et il semblait alors que, sur le grand et
doux fleuve rose, commençaient à s’exhaler
les rêves nocturnes de la multitude, submergée.

Mais ce fut sur la cime du Corace qu’eut
lieu l’apparition imprévue par laquelle se dé­
termina irrévocablement notre sort.
Nous avions fait une halte à Scultro pour
visiter l’antique abbaye où se conservent les
restes du mausolée somptueux, œuvre de maître
Gauthier d’Allemagne, qu’une Cantelma, cette
magnifique Domina Rita mariée à Jean-Antoine
Caldora et mère de Jacques le grand

�LES VIERGES AUX ROCHERS

331

condtière, érigea à la mémoire d’elle-même et de
ses trois fils. Anatolia et moi, nous étions
restés les derniers dans la chapelle humide, à
contempler la figure couchée du jeune héros
tout enveloppé jusqu’à la gorge dans une lourde
arm ure, mais dont la tête aux longs cheveux,
découverte, repose si royalement sur l’oreiller
marmoréen.
Puis, après une longue traite, nous avions
laissé les mules sur un plateau et nous étions
arrivés par un chemin âpre et étroit jusqu’à
la crête septentrionale du cratère primitif,
changé en un lac auquel Sécli donne son nom.
A nos pieds s’étendaient, d’une part la vallée
fauve du Saurgo, et de l’autre les puissants con­
treforts que la chaîne principale allonge dans
les plaines inférieures, bornées à l’horizon par
la mer. Sur nos têtes, dans l’immense cristal
azuré, quelques nuages pendaient, presque immo­
biles, massifs et éblouissants comme des mon­
ceaux de neige.
Assis sur des roches, nous regardions en
silence. Violante et Maximilla paraissaient fati­
guées ; et Odon n’avait pas réussi encore à
calmer son essoufflement. Mais Anatolia allait

�332

LES VIERGES AUX ROCHERS

cueillant dans les crevasses les petites fleurs.
Il y avait en moi une inquiétude confuse et
inégale qui, par instants, se condensait jusqu’à
m’oppresser comme une angoisse. Je sentais que
désormais l’heure de choisir arrivait pour moi,
inévitable, et que je ne pouvais plus m ’attarder
aux alternatives torturantes et délicieuses du
désir et de la perplexité ni m’étudier à fondre
en une seule harmonie les trois nobles rythmes.
Pour la dernière fois en ce jour, les trois
béatrices m’apparaissaient réunies sous la lu­
mière d’un même ciel. — Combien de temps
s’était-il passé depuis la première heure où,
gravissant la rampe ancienne dans les voix
et dans les ombres virginales comme dans les
apparences d’un prestige, parmi les signes de
l’abandon et de l’oubli, j ’avais composé la
première musique et accompli la première
transfiguration ? — Demain, l’éphémère enchan­
tement tomberait, et pour toujours.
Je sentais désormais la nécessité de répéter
de vive-voix à Anatolia les paroles que j’avais
déjà silencieusement adressées à la pure image
secrète qui avait été témoin de mon entretien
avec le père. Tout à l’heure, dans la chapelle

�333

LES VIERGES AÜX ROCHERS

déserte, en présence de cette tombe élevée par
la foi d’une femme virile, n’avions-nous pas eu
tous deux la communion d’un même sentiment
et d’une même pensée ? Tout il l’heure, je lui
avais dit sans paroles : « Tu pourrais aussi,
ô toi qui comprends, tu pourrais être une
mère de héros. Je sais que tu as recueilli mon
vouloir et que tu l’as serré dans ton cœur
fidèle où il flamboie comme un diamant. Je sais
qu’en rêve, toute une nuit, tu as mystérieuse­
ment veillé sur le sommeil d’un enfant. Tandis
que son corps dormait avec une respiration
profonde, lu portais dans tes paumes son âme
tangible comme une sphère de cristal ; et ta
poitrine se gonflait de divinations merveil­
leuses. »
Je sentais désormais la nécessité d’échanger
avec elle la promesse certaine, puisqu’elle
était sur le point de partir avec la Clarisse et
avec le frère pour un bien triste voyage. Mais
mon inquiétude se faisait aussi lourde qu’une
angoisse, comme si j ’eusse été sous le coup
d’un réel péril. Et force m ’était d’en recon­
naître la cause dans le trouble que Violante
me donnait continuellement par tous ses actes,
19.

�334

LES VIERGES AUX ROCHERS

Là-bas, au-dessous de nous, dans la vallée,
étaient les ruines de Linturne, semblables à un
entassement de pierres blanches, semblables à
un coin découvert de la grève, au milieu des
douces eaux mortes ; et c’était là qu’hier,
comme par un double prodige, elle avait en­
chanté les nymphéas et mon âme. Elle m ’en­
chantait encore, lorsque mes yeux la regardaient.
Assise sur la roche comme le premier jour sur
la plinthe, elle était pareille aux statues im­
mortelles. Encore une fois je la vis présente et
pourtant distante, comme ce jour-là; et je
repensai : « Il est juste qu’elle demeure in­
tacte. Elle ne pourrait être possédée sans
honte que par un dieu. Jamais ses entrailles
ne porteront le fardeau qui déforme; jamais
le flot du lait ne violera le pur contour de son
sein... »
Avec un élan intérieur, comme pour m ’af­
franchir d’un joug, je sautai sur pieds ; et,
m ’adressant à celle qui allait cueillant dans
les crevasses les petites fleurs :
— Puisque vous n ’êtes pas fatiguée, Anatolia,
lui dis-je, voulez-vous monter avec moi jusqu’à
la cime ?

�LES VIERGES AUX ROCHERS

335

— Je suis prête, répondit-elle de sa claire
voix cordiale.
Et, s’approchant de Maximilla, elle lui dé­
posa les petites fleurs sur les genoux.
Violante garda la même attitude, tenant son
voile entre ses doigts : — impassible comme si
elle n’eût pas entendu. Mais je sentais que ses
pupilles ne regardaient pas les choses ; et je
me troublai comme s’il fût arrivé jusqu’à moi
un rayon de la fascination émanée des profon­
deurs occultes où était fixé son regard.
— Ne tardez pas à redescendre ! fit Odon avec
l’accent de la prière. Nous vous attendons.
Et son visage décharné trahit le malaise que
lui donnaient ces hauteurs : quelque chose
comme une crainte continuelle du vertige.
La cime du Corace se dressait contre le ciel,
nue et pointue comme un casque, un peu in­
clinée vers le sud ; et le sentier pour y par­
venir courait le long de l’arête escarpée qui
séparait nettement les deux versants. Si difficile
et si périlleux était le passage que j ’offris à
Anatolia le soutien de ma main ; et elle y
appuya la sienne, tandis qu’elle vacillait sur
les aspérités du rocher, souriante. Nous étions

�336

LES VIERGES AUX ROCHERS

déjà hors de vue, libres et seuls, dominateurs
de l’espace immense. Il nous semblait que
chaque aspiration purifiât le sang de nos
veines et allégeât le poids de notre chair. Et
l’arome essentiel que le feu du soleil distillait
des rares herbes alpestres, semblable à un
breuvage puissant, accélérait le rythme de
notre vie.
Nous nous arrêtâmes, saisis d’une subite
angoisse; et nos mains, parce qu’elles s’é­
taient trop fortement étreintes, se détachèrent.
Je regardai ma compagne dans les yeux , mais
elle ne me sourit plus. Son visage devint grave,
presque triste, comme assombri d’un regret.
— Arrêtons-nous ici , m urm ura-t-elle en
baissant les paupières. Je ne puis aller plus
loin...
— Encore un peu de courage, lui dis-je,
pressé par un véhément désir d’atteindre le
but. Quelques pas encore, et nous touchons la
cime.
— Je ne puis aller plus loin, répéta-t-elle
d’une voix éteinte qui paraissiat ne plus être la
sienne.
Et elle se passa les mains sur le visage,

�LES VIERGES AUX ROCHERS

337

comme pour en écarter quelque chose qui la
gênait.
Puis, elle tenta de me sourire.
— Quelle étrange illusion ! reprit-elle. La
cime est lointaine encore. Il semble toujours
qu’on va la toucher ; mais plus on monte et
plus elle s’éloigne...
Puis, après une pause où elle parut écouter
son cœur profond :
— Et il y a des âmes qui souffrent, là-bas.
Elle tourna vers le lieu où ses sœurs atten­
daient son front obscurci par une pensée.
— Revenons en arrière, Claude, ajouta-t-elle
avec un accent que je n ’oublierai jamais, parce
que jamais voix humaine n’exprima par des
sons si brefs un si grand nombre de choses
cachées.
— Chère, chère Anatolia! m’écriai-je en lui
prenant les mains, tout rempli du sentiment
extraordinaire que me donnaient ces simples
paroles où il y avait pour moi l’indubitable
indice d’un acte intérieur presque divin. Laissezmoi vous répéter d’abord ce que vous a déjà dit
plus d’une fois mon silence... Où pourrais-je
offrir ma foi plus dignement qu’en ce lieu,

�338

LES VIERGES AUX ROCHERS

sur celte hauteur, à vous, Anatolia, qui êtes la
plus haute des créatures?
Elle se couvrit de pâleur, non pas comme
celui qui apprend une joyeuse nouvelle longue­
ment attendue et souhaitée, mais comme celui
qui reçoit dans un organe vital un coup invi­
sible; et, bien qu’en apparence elle demeurât
immobile, elle fut en esprit jetée vers moi par
je ne sais quel frisson d’épouvante, par je ne
sais quel instinctif mouvement d’horreur —
que je perçus, non pas avec les yeux, mais
avec un de ces sens inconnus qui parfois se
manifestent sur la trame des nerfs humains
en une vibration instantanée et qui disparaissent
pour toujours, laissant la conscience stupé­
faite.
Elle porta autour d’elle un regard plein
d’inquiétudes indéfinissables.
— Vous parlez comme si nous étions seuls,
dit-elle avec égarement, comme si j ’étais seule...
comme si j ’étais seule...
— Qu’avez-vous donc, Anatolia? lui deman­
dai-je, troublé par son trouble inexplicable,
par la profonde altération de ses traits, par
l’incohérence de ses paroles.

�LES VIERGES AÜX ROCHERS

339

Et l’éclair d’une pensée passa sur mon incer­
titude. — Accoutumée qu’elle était depuis si
longtemps à sa sombre prison, martyre rési­
gnée entre les vieilles murailles, n’avait-elle
pas été assaillie à l’improviste par cette mysté­
rieuse terreur, par cette sorte de panique qui
règne dans les solitudes des monts sourcilleux
et taciturnes? — Sûrement elle était en proie
à la fascination terrible ; et son esprit s’égarait.
De toutes parts, dans la lumière crue, se
déployait sous nos pieds un effrayant spectacle.
La chaîne des rochers, visible tout entière dans
sa stérilité désolée jusqu’aux extrêmes sommets,
s’allongeait comme un immense entassement de
choses gigantesques et informes, resté-là pour
la stupeur des humains en témoignage de
quelque titanomachie primordiale. Tours écrou­
lées, murailles déchirées, citadelles renversées,
coupoles effondrées, colonnades ruinées, colosses
mutilés, proues de vaisseaux, croupes de mons­
tres, ossatures de titans, cette masse formidable,
par ses reliefs et ses creux, simulait tout ce qu’il
y a d’énorme et de tragique. Si limpides étaient
les lointains que je distinguais chaque contour
comme si j ’avais eu sous les yeux, infiniment

s

�340

LES VI ER GE S AUX ROCHERS

agrandi, le rocher que Violante m’avait fait
voir par la fenêtre avec un geste créateur. Les
pics les plus reculés se dessinaient sur le ciel
avec la même âpreté précise qu’avaient près
de nous les éboulis du cratère sous la réver­
bération du soleil. Le cratère, bouche déme­
surée, ouvrait avec une véhémence vertigineuse,
le cercle béant de son circuit, pareil à un
remous, quoique inerte. Grisâtre en partie
comme la cendre, rougeâtre en partie comme
la rouille, il était çà et là entrecoupé de longues
raies blanches et scintillantes comme le sel,
que l’eau amassée au fond reflétait dans son
immobilité métallique. Et en face de nous, pendu
sur le bord de l’abîme, semblable à un trou­
peau pétrifié, il y avait Sécli, le bourg solitaire
comme un ermitage, où, de temps immémo­
rial, un petit peuple industrieux s’occupe à
fabriquer des cordes à boyau pour les instru­
ments de musique.
— Vous êtes fatiguée, dis-je à ma chère
compagne en cherchant à l’attirer vers une
roche qui, me semblait-il, pourrait, d’un côté
au moins, lui masquer la vue du vide et lui
rendre par son contact le sens de la stabilité.

�LES VIERGES AUX ROCHERS

341

Vous êtes fatiguée, Anatolia, et cette fatigue
ne vous est pas habituelle, et ce spectacle est
peut-être un peu effrayant... Appuyez-vous
ici et fermez les yeux quelques minutes. Je
reste auprès de vous. Voici mon bras. Je saurai
vous ramener sans péril. Fermez donc les yeux
quelques m inutes...
Elle essaya encore de me sourire.
— Non, non, Claude, dit-elle; ne vous mettez
pas en peine.
Puis, après une pause, d’une voix changée
et devenue comme secrète :
— Ce n’est pas cela... Si je fermais les yeux,
peut-être verrais-je encore...
Mon cœur tremblait comme une feuille sous
un souffle inconnu. Et, quoique le visage
d’Anatolia se fût recomposé dans une tristesse
grave mais calme et que toute sa personne
exprimât une volonté de domination sur le
Mal, moi, en vertu d’analogies indistinctes, je
’ repensai aux anxiétés subites d’Antonello,
à ces inquiétudes qui lui étaient d’infaillibles
avertissements, à ces prévisions qui mettaient
. une lueur dans ses yeux pâles.
— Avez-vous compris? lui demandai-je en

�342

LES VIERGES AUX ROCHERS

prenant une de ses mains, car nous étions
adossés contre la roche à côté l’un de l’autre.
Avez-vous compris que vous, vous seule,
êtes la compagne que mon cœur a nommée,
le soir où votre père me baisait au front pour
consentir ? Vous vous levâtes et sortîtes de la
chambre, légère comme un esprit; et, je ne
sais pourquoi, je m ’imaginai que tout votre
visage était baigné de larmes... Dites-moi, Ana­
tolia, dites-moi si vous avez pleuré et si mon
rêve vous fut cher !
Elle ne répondit p as ; mais, comme je
tenais sa main, il me sembla que le plus pur
sang de son cœur affluait à l’extrémité de ses
doigts, magnétiquement.
— Ce soir-là, repris-je pour l’enivrer d’espé­
rance, j ’ai vu, en revenant à Rebursa, briller
l’Étoile au faîte d’une de mes vieilles tours ;
et telle était la foi versée dans mon âme par
votre présence que je considérai ce hasard
comme un présage divin. Depuis lors, je joins
deux images dans cette splendeur... Vous savez
quelle est l’autre. J ’entends encore les pre­
mières paroles que vous m’adressâtes sur la
rampe, paroles évocatrices « d ’une immense

�LES VIERGES AUX ROCHERS

343

bonté ». Pendant tout ce jour, l’image évoquée
ne se détacha pas de votre flanc, pour m ’indi­
quer ainsi son élection. Elle-même, en un soir
prochain, vous accompagnera jusqu’à la de­
meure qui fut pleine de son sourire et qui
aujourd’hui est déserte... Regardez, là-bas!
Elle regarda les tours lointaines de Rebursa,
dans la conque profonde où les nuages sus­
pendus imprimaient de larges cercles d’ombre ;
mais son regard courut plus loin, à Trigente; et,
dans l’intervalle, les signes d’une indicible vio­
lence intérieure passèrent sur son visage. Elle
secoua la tête et dégagea sa main de la mienne.
— Le bonheur m’est défendu, dit-elle d’une
voix douloureuse mais assurée, les yeux tou­
jours fixés sur le jardin de ses douleurs, sur
la maison de son m artyre. Moi aussi, comme
Maximilla, je me suis consacrée ; et mon vœu
est inviolable comme le sien. Et il n’est pas
seulement un acte de ma volonté, Claude. Je
sens maintenant qu’il est un sacrifice néces­
saire auquel je ne pourrai pas me dérober.
Tout à l’heure, lorsque vous m’avez invitée à
monter avec vous jusqu’au sommet, vous avez
entendu l’accent de ma réponse. Vous avez vu

�34 i

LES VIERGES AUX ROCHERS

combien d’abord me paraissait légère l’ascen­
sion faite avec vous, avec le soutien de votre
main. Mais ensuite... je n’ai pu aller plus loin ;
nous n’avons pas atteint la cime. Voyez : je
suis ici clouée à une roche. Vous me faites
une offre dont vous-même ne connaissez pas le
prix, comme je le connais ; et me voilà écrasée
d’une tristesse si lourde que je crains de ne
pouvoir la supporter, moi qui n’ai jamais eu
peur de souffrir!
Je n’osais plus ni l’interrompre ni la tou­
cher. Une sorte de crainte religieuse me do­
minait. Avec une émotion plus forte que
celle qui m’avait transporté le soir solennel,
même sans me tourner de son côté, je sentais
palpiter à mon flanc je ne sais quoi d’infiniment
auguste et mystérieux, comme les substances
divines conservées sous les voiles dans les sanc­
tuaires des temples. La voix parlait presque dans
mon oreille, et pourtant elle m’arrivait d’un loin­
tain infini. Simples étaient les paroles ; mais elles
étaient proférées sur les sommités de la vie,
là où l’âme humaine ne parvient que pour se
transfigurer en idéale Beauté.
— Regardez là-bas ! Regardez la maison où

�LES VIERGES AUX ROCHERS

315

dès le premier jour nous vous avons accueilli
comme un frère, où notre père vous a accueilli
comme un fils, où vous avez retrouvé intacte
la mémoire de vos chers morts. Regardez
comme elle semble lointaine! Et pourtant,
je la sens rattachée à moi par mille liens invi­
sibles mais plus forts que toute chaîne. Il me
semble que, même d’ici, ma vie se mêle tout
entière à ce peu de vie qui souffre là-bas...
Ah ! peut-être ne pouvez-vous pas comprendre !
Mais songez, Claude, à l’atrocité du destin qui
nous menace; songez à cette pauvre mère
démente, à ce vieillard accablé et épuisé, à
cette victime qui tremble continuellement sur
le bord de la folie, et à cette autre encore qui
est sous le coup de la même condamnation,
et à l’horreur de la contagion, et à la solitude,
et à la gêne... Ah! non, vous ne pouvez pas
comprendre! Dès le premier jour, j ’ai craint
de vous attrister ; et j’ai tâché de vous épar­
gner les pires afflictions, de vous dissimuler
les pires misères; j’ai tâché de m’interposer
toujours entre vous et notre détresse... Rare­
ment, ou peut-être jamais, vous n’avez respiré
la vraie tristesse de notre maison. Nous vous

�346

LES VIERGES AÜX ROCHERS

avons conduit au grand air, parmi les fleurs
que pour vous seul nous nous sommes reprises
à aim er ; et, dans notre jardin à l’abandon,
vous avez pu faire revivre certaines choses
mortes... Mais songez à notre déchirement
secret ! Vous ne pouvez pas voir, vous ; mais moi,
je vois d’ici tout ce qui se passe là-bas derrière
les m urs, comme s’ils étaient de verre et que
je les touchasse du front. On dirait que la vie y
est suspendue ; le père et le fils sont enfermés
dans la même chambre, et ils n’osent pas sortir, et
ils n’osent pas parler, et ils épient tous les bruits,
et l’un accroît la souffrance de l’autre, et
tous deux attendent mon retour sans la moindre
force, et ils prêtent l’oreille avec l’espoir de
, reconnaître ma voix et mon pas. Et elle est
affolée, elle me cherche par tous les couloirs,
dans toutes les chambres, m ’appelle à haute
voix, s’arrête devant une porte close et se met
à écouter ou à frapper; et, de l’intérieur, mes
deux pauvres âmes entendent son halètement,
et sursautent à chaque coup, et ne savent que
se regarder dans les prunelles, avec quel déchi­
rement, ô mon Dieu!
D’un geste instinctif elle porta les mains à

�LES VIERGES AUX ROCHERS

347

ses tempes, comme pour y comprimer une ré­
percussion de douleur; tandis que tout son
corps, se détachant du rocher, s’inclinait vers
le lieu lointain du supplice. Et pendant quelques
minutes, saisi à la gorge par l’angoisse qu’elle
m ’avait communiquée, penché dans la même
attitude, je restai, moi aussi, suspendu au bord
du précipice, le regard fixé sur la demeure
lointaine où ces âmes peinaient.
— Songez, reprit-elle, d’une voix brisée main­
tenant, songez, Claude, à ce qu’il adviendrait
d ’eux si je n’étais plus là, si je les abandonnais !
Même quand je ne m ’éloigne que pour un instant,
j ’éprouve je ne sais quel regret, je ne sais quel
remords. Chaque fois que je franchis le seuil
pour sortir, un pressentiment funeste me serre
le cœur ; et il me semble qu’en rentrant je vais
trouver la maison pleine de cris et de larmes...
A présent, un tremblement insurmontable
la secouait toute, et ses yeux se dilataient
comme si une atroce vision les eut remplis
d’horreur.
— Antonello... balbutia-t-elle.
Et, pendant quelques secondes, elle ne put
prononcer d’autre parole.

�343

LES VIERGES AUX ROCHERS

Je la regardais avec une indicible angoisse ;
et mon âme pâtissait des contractions de ses
chères lèvres. Et la vision qui était dans ses
yeux passait dans les miens ; et je revoyais le
visage blême et émacié d’Antonello, et le rapide
battement de ses paupières, et son pénible sou­
rire, et ses gestes désordonnés, et les ondes de
terreur qui, investissant à l’improviste son corps
long et maigre, le secouaient comme un roseau
fragile.
— Antonello... a tenté de m ourir. Je suis seule
à le savoir... Nul autre ne le sait, pas même
Odon. Hélas !
Elle trem blait sans pouvoir se dominer, les
épaules contre la roche.
— Un soir, Dieu m’avertit, Dieu m’envoya...
Loué soit-il à jam ais !... J’entrai dans sa cham­
bre... et je le trouvai...
Elle suffoquait, éperdue, et elle se touchait la
gorge de ses doigts convulsés, comme si à cet
instant le lacet l’eût étranglée elle-même : trem­
blante, défaite, sans aucun courage devant le
souvenir, elle qui avait su réprimer ses cris à
la vue du corps insensible, faire naître dans ses
poignets une force virile, accomplir l’œuvre

�LES VIERGES AUX ROCHERS

349

sans appeler à l’aide, cacher en soi l'horrible
secret et vivre ensuite avec la tragique image
imprimée dans l’âme, de crainte en crainte,
d’angoisse en angoisse! Ainsi, en sa vérité su­
blime, elle se révélait à moi désespérément dé­
vouée à une affection qui avait sa racine dans
l’instinct le plus profond et le plus sacré de
l’être. Il semblait que la voix du sang criât dans
toutes ses veines ; les liens du sang la tenaient
par toutes les fibres. Elle était née pour porter
les douces et terribles chaînes jusqu’à la mort.
Elle était prête à se consumer comme un holo­
causte pour nourrir la flamme vacillante de
son foyer. — « De quel amour inouï aim eraitelle donc la créature de ses entrailles? »
— Vous parlez d’abandon, lui dis-je en fai­
sant un pénible effort pour m’exprimer, parce
que toute expression de moi-même me semblait
inopportune et faible devant la grandeur et la
beauté de ce sentiment révélé ; vous parlez
d’abandon, Anatolia ; et vous oubliez que moi
aussi, dès le premier jour, j ’ai cru retrouver
dans votre maison mon père, mes sœurs, mes
frères; et vous ne savez pas qu’en mon
cœur aussi réside une piété filiale et
20

�350

LES VI ER GE S AUX ROCHERS

fraten elle, non pas comparable à la vôtre qui est
surhumaine, mais digne pourtant de la servir
dans l’œuvre...
Elle hocha la tête.
— Ah ! Claude, répondit-elle avec un doulou­
reux sourire de ses lèvres arides, votre généro­
sité vous abuse. J ’ai encore l’âme hallucinée par
la flamme de vos rêves, mais troublée aussi par
je ne sais quelle violence contenue et quelle
ardeur périlleuse qui, de temps à autre, ap­
paraissaient en vous. Une volonté de lutte et de
domination vous agite; et vous voudriez par
tous les moyens contraindre la vie à vous tenir
ses promesses. Vous êtes jeune, et très fier de
votre sang, et m aître de votre force, et as­
suré dans votre foi. Qui peut assigner une li­
mite à votre conquête ?
Dans les dernières paroles, elle avait infusé
la vertu de sa voix limpide et chaude, comme
par un enthousiasme soudain ; et le frémisse­
ment que j ’en eus me fit comprendre quelle
vaillante instigatrice d’énergies aurait pu être la
vierge qui, malgré sa bonté et sa patience, pos­
sédait l’instinct primaire de sa race impérieuse.
— Imaginez-vous, Claude, un conquérant

�LES YIERGES AUX ROCHERS

351

qui traînerait derrière lui un char plein de
malades, et qui se préparerait à combattre en
contemplant leurs visages défaits, en écoutant
leurs lamentations ! Pouvez-vous imaginer cela ?
Si la vie est cruelle, celui qui est résolu à l’af­
fronter doit nécessairement prendre la qualité
de cette ennemie ; et tôt ou tard, un empêche­
ment quelconque provoquera son déplaisir et sa
colère...
Elle avait, réussi à réprimer l’excès de son
émotion ; et elle me réapparaissait dans sa fer­
meté courageuse, parlant sans trembler.
— Moi-même, moi-même ne deviendrais-je
pas peut-être un jour oublieuse? Ne me senti­
rais-je pas prise tout entière par les nouvelles
affections, par les nouveaux soucis et par
l’ivresse de vos espérances? Il est trop grand,
Claude, le devoir que vous voulez assigner à la
compagne de vos efforts. Ma mémoire garde vos
paroles... h élas! il est impossible d’alimenter
deux flammes à la fois ! La nouvelle devien­
drait bientôt si vorace que je devrais lui sacri­
fier tous les biens de mon âme. Et l’ancienne
est si faible qu’il suffit que je tourne la tête
ailleurs pour qu’elle s’éteigne.

�352

LES VIERGE S AUX ROCHERS

Elle se tut, rabaissant le front. Mais, avec un
geste subit, comme assaillie de rechef par ses
premières inquiétudes, elle promena ses regards
autour d’elle; et un mouvement de ses lèvres
arides me révéla sa soif. Puis elle se tourna
vers moi ; et, fixant ses yeux dans mes pupilles
avec une sorte de violence intérieure :
— Vraiment, me demanda-t-elle, c’est moi
que votre cœur a choisie? Vous avez scruté
votre cœur jusqu’au fond? Une illusion ne
vous voile pas la vérité?
Je fus si troublé de ce regard et de ce doute
imprévus que je me sentis pâlir comme si elle
m ’eût accusé de mensonge.
— Oh! que dites-vous, Anatolia ?
Elle se détacha de la roche, fit quelques
pas incertains, s’arrêta comme aux écoutes,
inquiète, agitée.
— Il y a des âmes qui souffrent sur ces
chemins, répéta-t-elle avec le même accent que
la première fois.
Et pendant quelques secondes elle demeura
perplexe, tandis que sa main faisait vers son
front un geste vague.
Puis, se retournant vers moi, avec une rapidité

�LES VIERGES AUX ROCHERS

333

anxieuse et, comme si elle eût été poursuivie
et qu’elle craignît de n’avoir pas le temps de
prononcer les mots :
— Demain je partirai. Il faut que j ’accom­
pagne Maximilla. Je n’ai pas le courage de la
laisser partir seule avec notre frère. Il faut que
je l’accompagne jusqu’à la porte de sa retraite.
Elle va prier pour nous... Je sais qu’elle y va,
non comme à une consolation, mais comme à
une mort; aussi est-il nécessaire que je l’assiste.
Pour elle, c’est la fin de tout. Je resterai ab­
sente quelques jours. Pendant quelques jours,
l’une de nous sera seule à Trigente... C’est
l’aînée ; elle a presque un droit... Elle est
digne... Je ne sais; votre cœur vous dira
quelque chose, la vérité peut-être... Je vous
jure, Claude, que je prierai avec toute la fer­
veur que j’ai dans l’âm e, afin d’apprendre
au retour que tout s’est conclu selon le bien
de chacun... Qui sait ! Peut-être qu’un grand
bien vous attend. Je crois, Claude, en votre
Étoile. Mais, pour moi, il y a une prohibition..
Je ne sais pas dire, je ne sais pas dire... Il y
a une ombre sur ma volonté... Tout à l’heure,
une peur étrange m’est venue, et puis... une
20.

�334

LES VIERGES AUX ROCHERS

tristesse, une tristesse que je ne connaissais
pas encore...
Elle s’arrêta, haletante, éperdue, misérable,
comme si elle recouvrait le sentiment de l’in­
finie désolation qui s’élargissait autour de nous»
dans l’implacable embrasement.
— Comme vous souffrez, vous aussi ! m ur­
mura-t-elle sans me regarder.
Et, me tendant les deux mains avec un su­
prême effort :
— Adieu, maintenant ! Il faut revenir en
arrière. Merci, Claude. Souvenez-vous toujours
de moi comme d ’une sœur dévouée. Ma ten­
dresse ne vous manquera jamais.
Elle détourna le visage parce que ses yeux
s’emplissaient de larmes ; et je lui baisai les
deux mains.
— Adieu ! répéta-t-elle en faisant le geste de
se mettre en route pour redescendre.
Mais elle chancela sur le roc.
— Je vous en conjure, Anatolia, restez
encore! suppliai-je en la soutenant. Quelques
minutes encore, ici, à l’ombre, pour que vous
puissiez reprendre un peu de force... La des­
cente est rude.

�LES VIERGES AUX ROCHERS

355

— On nous attend ! on nous attend ! bal­
butia-t-elle comme hors d’elle-mème, en me
communiquant sa frénétique angoisse. Allonsnons-en, Claude Je m ’appuierai sur vous. Si
je tardais encore, je me sentirais plus mal, je
ne pourrais plus faire un pas... Oh 1 quelle
horrible soif !
Je voyais bien que sa pauvre bouche brûlait
de soif ; et si anxieuse était la pitié qui
m ’étreignait, que je me serais ouvert une veine
pour la désaltérer. Autour de nous, nulle trace
d’eau. Seules, dans le fond du cratère éteint, les
eaux du lac pareilles à un plomb incandes­
cent. De rapides images me traversèrent le
cerveau, comme dans le délire de la fièvre :
le grand fleuve rose couvert de nymphéas,
Violante inclinée sur le bord de la barque,
son visage penché pour respirer l’humidité
de la fleur, la dureté d’un de ses regards
que rendait plus acéré la contraction des
sourcils...
Mais nous tressaillîmes sous une onde brus­
que de sons qui arrivait jusqu’à nous d’une
origine inconnue. Si grave était le silence dans
ces hauteurs désertes qu’il nous paraissait
\

�356

LES VIERGES AUX ROCHERS

inviolable; et, à cause de l’égarement de nos
sens, cette infraction inopinée nous frappa
tout d’abord comme un fait extraordinaire.
Anatolia se serra à mon bras, m ’interrogeant
de ses yeux dilatés.
— Secli, lui dis-je ; les cloches de Secli...
J’avais reconnu la nature des sons. Et nous
restâmes à écouter, aux flancs l’un de l’autre,
penchés vers le cratère sonore, dans l’ombre
que la roche projetait sur nos têtes.
Sonore comme une gigantesque timbale, le
cratère vide répercutait les ondes des métaux
vibrants et les confondait en un sombre bour­
donnement continu qui se propageait à l’infini
dans la solitude lumineuse. Sur toute cette
solitude où la matière originelle resplendis­
sait pétrifiée en ses mille expressions de furie
et de douleur, sur la vallée fauve que sillon­
nait le fleuve serpentin, sur les ramifications
montagneuses qui déclinaient jusqu’à la mer
lointaine, partout la voix de bronze modulée
par la terrible bouche ignée répandait sa mys­
térieuse parole. Elle semblait aller toujours
plus loin, toujours plus loin, dans l’espace sans
limite, dans les plaines d’outre-mont et d’outre­

�LES VIEUGES AUX ROCHERS

357

'd er, là où ma vue se perdait lassée, là où
outrem
s’élançait comme un vent chargé de pollen
une pensée à moi, informe et incoercible,
mais douée pourtant d’une obscure vertu
créatrice. Un grand sentiment confus — où
s’agitaient d’innombrables objets de douleur et
de joie, de passé et d’avenir, de mort et de
vie — travaillait ma conscience et semblait la
dilater et la creuser comme fait de l’océan la
tempête.
Etonné, je regardai le. lac inférieur, opaque
et inerte comme l’œil aveugle d’un monde sou­
terrain ; puis je regardai le cratère vertigineux
où l’ouragan du feu prim itif était resté figé,
comme parfois la contraction d’un spasme
suprême reste sur les lèvres du cadavre. Et
mon regard s’arrêta sur les humbles maisons
de Secli, sur ce fragile nid humain qui se dis­
tinguait à peine des rochers auxquels il était
suspendu. Et j’eus la vision fantastique de
ce peuple simple et taciturne, appliqué depuis
les temps les plus anciens à réduire les
entrailles des agneaux en cordes musicales
destinées à exprimer dans le langage de l’art
les plus hautes aspirations de la vie et à en

�38 8

LES VIERGES AUX ROCHERS

répandre l’ivresse par le monde dans des
myriades d’âmes inconnues.
Le bourdonnement continuait, continuait
dans l’air enflammé, toujours égal, sans pauses
Et, comme ma compagne restait immobile à mon
flanc, je n’osais ni parler ni rompre le charme.
Mais tout à coup, elle se détourna et elle éclata en
sanglots, comme si elle venait de voir la fin
d’une agonie. Le visage dans les paumes, appuyée
contre le rocher, elle sanglotait désespérément.
— Anatolia, Anatolia, qu’avez-vous ? Ré­
pondez, Anatolia ! Dites-moi une parole, une
seule parole!
Et, ne pouvant résister à mon angoisse, je
fis le geste de lui prendre les poignets pour
découvrir son visage. Mais j ’entendis près de
nous le bruit d’un pas rapide sur les pierres,
une respiration oppressée ; j ’entrevis une ombre.
— C’est vous, Violante?
Sur les rochers escarpés, elle avait l’élas­
tique élan d’une bête sauvage et, dans toute
sa personne, quelque chose d'hostile et de
maléfique. Elle avait toute la tête enveloppée
dans son épais voile bleu, de sorte que le
visage était caché comme par un masque

�LES VIEUGES AUX ROCHERS

359

jusqu’au-dessous du menton et que les yeux
luisaient à travers le tissu.
Elle s’arrêta près de la roche, hostile, la tête
renversée en arrière comme quand on va suf­
foquer ; et certainement elle se sentait suffoquer,
mais elle ne se dévoila pas. La véhémence du
halètement soulevait son sein et faisait palpiter
son voile ; un frémissement indomptable agi­
tait ses mains dont les gants étaient déchirés :
déchirés peut-être contre les pierres aiguës,
en quelque chute périlleuse.
— Nous vous avons attendus, dit-elle enfin,
d’une voix entrecoupée qui sifflait un peu ;
nous vous avons attendus longtemps. Comme
vous ne reveniez pas, je suis partie... pour
aller à votre rencontre.
A travers le voile, j ’apercevais le mouve­
ment de ses lèvres contractées ; sous l’étouf­
fant masque bleu qu’elle ne voulait pas relever,
je devinais la transfiguration de son visage.
Et, d’instant en instant, mon tum ulte inté­
rieur croissait avec une telle violence qu’il
m ’était impossible de desserrer les lèvres. Mais
je sentais que la nécessité du silence n ’était
pas tombée sur moi seul.

�360

LES VI E R GE S À J S ROCHERS

Sur nos têtes passait le bourdonnement con­
tinu du bronze, répercuté par le cratère.
Anatolia avait cessé de sangloter ; mais son
visage gardait la trace des larmes, et une rou­
geur se voyait à ses paupières, qu’elle tenait
mi-closes.
— Partons, dit-elle doucement, sans regarder
ni sa sœur ni moi.
Et, en silence, nous commençâmes à redes­
cendre, accompagnés par le bourdonnement,
dans la désolation de la lumière.
Cruelle descente, qui semblait ne devoir
jamais finir! Elles marchaient devant ou res­
taient derrière, selon les accidents du chemin ;
et, lorsqu’elles chancelaient, je soutenais tantôt
l’une et tantôt l’autre. A chaque instant mon
cœur se serrait par crainte de les voir défaillir.
Lorsque les cloches de Secli se turent, nous
eûmes un soulagement illusoire ; mais bien vite
nous nous aperçûmes que , dans le repos de
l’air, l’oppression manifeste de nos poitrines
augmentait notre souffrance; et il nous sembla
que nous entendions trop distinctement le
bourdonnement de nos veines.
Avec une opiniâtreté sauvage, Violante, sous

�LES VIERGES AUX ROCHERS

361

son masque bleu, résistait à la suffocation.
Certes, une soif horrible lui brûlait la gorge,
comme à moi, comme à sa sœur. Lorsque je
lui prenais la main pour la secourir, je voyais
par les déchirures du gant un peu de son sang
sur la peau écorchée ; et, avec un trouble pro­
fond , je repensais au buisson chargé de fleurs.

Plus tard, dans la plaine où mes hommes
attendaient avec les mules et où nous fîmes
halte, brûlés par la soif et brisés par la fatigue,
je rassemblai pour la dernière fois en une
harmonie infiniment belle et douloureuse la
beauté et la douleur des trois princesses.
Elles n’étaient pas dans le jardin clos, mais
pourtant elles avaient autour d’elles une en­
ceinte de pierre digne de leurs âmes et de leurs
destins ; car l’aspect des lieux d’alentour était
grandiose et singulier.
Les rochers disposés en amphithéâtre offraient
l’image d’un colysée construit avec un art cy­
clopéen, corrodé par des siècles et des intem
21

�302

L E S V I E R G E S AUX K O C H E R S

nteim
p éries sans nombre, mais empreint encore de
prodigieux vestiges. Des fragments d ’une écri­
ture inconnue y apparaissaient, incompréhen­
sibles énigmes de la Vie et de la Mort ; dans
les veines tortueuses de la pierre circulait
l’essence d’une pensée divine ; et, dans les incli­
naisons des masses informes, il y avait un
signe comme les gestes des statues parfaites.
C’est là que nous fîmes halte, là que je
recueillis leur dernière harmonie.
Un homme de la glèbe — ressemblant à
celui qui de son fer recourbé avait tranché les
branches de l’amandier en fleur — nous
conduisit vers une fontaine cachée au creux
d’une grotte. La source jaillissait en m urm u­
rant, limpide et glaciale ; et sur l’eau flottait
une rustique tasse d’écorce, fendue et privée de
son fond, pareille à la coque inutile d’un fruit.
J’offris à Anatolia une autre tasse que
l’homme avait apportée Mais Violante, sans
attendre, se découvrit la bouche et, se pen­
chant sur la source vive, but à longs traits
comme une bête farouche.
Quand elle se releva, je vis sa bouche et son
menton ruisselants : mais vite elle détourna la

�LES VIERGES AUX ROCHERS

363

tête et rabaissa le bord de son voile. Ainsi
voilée, elle s’assit sur la pierre la plus proche
de la source sauvage, qui avait pour elle une
trop faible chanson; et son attitude évoqua
dans mon esprit tous les enchantements de ses
fontaines. Malgré la fatigue, elle ne s’abandon­
nait pas ; au contraire, elle se montrait main­
tenant presque rigide, dressée dans un orgueil
muet et hostile. Encore une fois toutes les choses
d’alentour reconnaissaient la souveraineté de
sa présence et de secrètes analogies rattachaient
à son mystère les mystères environnants.
Encore une fois elle semblait repousser mon
esprit vers les lointains du temps, vers les
antiques images de la Beauté et de la Douleur.
Elle était présente et pourtant distante. Et, en
silence, elle paraissait me signifier, comme la
princesse Déjanire : « Je possède, enfermé dans
un vase de bronze, un antique don d'un vieux
Centaure. »
Anatolia s’était assise près de son frère
pensif ; et, d’un bras, elle lui entourait les
épaules, tandis que son front semblait se rassé­
réner peu à peu comme par la montée d’une
lumière intérieure.

�304

LES

VI ERG ES AUX

ROCHEkJ

Maximilla écoutait peut-être la voix faib le
et inextinguible de la source : assise, tenant
son genou las dans ses mains aux doigts en­
trelacés.
Sur nos têtes, le ciel ne gardait de ses nuages
que quelques traces légères, pareilles à ce peu
de cendre blanche que laissent les bûchers
consumés. Autour de nous, le soleil embrasait les
cimes des rochers, faisant ressortir sur l’azur
leurs lignes solennelles. D’en haut, une grande
tristesse et une grande douceur tombaient dans
l’enceinte solitaire, comme un breuvage magique
dans une coupe profonde.
C’est là que se reposèrent les trois sœurs, là
que je recueillis leur dernière harmonie.

ET

ICI

F I N I T LE L I VRE D E S V I E R G E S
COMMENCE L E L I V R E DE LA G R A C E

v\ ° ™ e q ^
^ G R EN O B LE

Coulommiers lm p. P auc. BRODA.RD.

����mam

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                    <text>B .U .D E GR EN O BLE D-L

�'&lt; *

,

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""1

�����LETTRES INTIMES

DE

JOSEPH MAZZINI

�OUVRAGES DE L’A UTEUR
DE L’INTRODUCTION

E x p ia t io n

(Calmann

L évy,

Paris,

1 8 8 1 )............................................

SOUS LG PSEUDONYME DE
M a rth e

de

T h ie n n e s

L e s I n c e r t it u d e s
D ans

l a v ie il l e

de

R ue

1

vol.

FORSAN

(Galmann L ivy, Paris, 1882)..;...............1 vol.
(Paul Ollendorff, Paris, 1884:..
(Paul Ollendorff, Paris, 188S)...........

1 vol.
1 vol.

(Paul Ollendorff, Paris, 188 6)....

1 vol.

L iv ia

L a D u c h e s s e G iiis l a in f .

Le J o u r n a l in t im e d e B e n ja m in C o n s t a n t et Lettres à sa fam ille et
à ses amis, précédés d’une Introduction, par D. M e l e g a r i (Paul
Ollendorff, Paris, 1 8 9 5 )................................................................................ 1 vol.

�LETTRES INTIMES
DE

JOSEPH MAZZINI
PUBLIÉES

AVEC UNE INTRODUCTION ET DES NOTES
PAR

D.

MELEGARI

P A R IS
LIBRAIRIE

ACADÉMIQUE

DIDIER

PERRIN ET Cie, L IB R A IR E S-É D IT E U R S
35, QUAI DES GRANDS-AUGUSTINS, 35

1895

Tous droits réservés

�" f ■'

•. j .......

1

Ì■

�LETTRES INTIMES
DE

JOSEPH MAZZINI
INTRODUCTION
Mais je sais, et vous saurez bientôt aussi que
l’origine de chaque droit est un devoir accompli.
M

a z z in i.

Nous traversons une heure incertaine et trou­
blée. La juste évaluation des faits et des choses
semble s’être perdue pour la plupart des cons­
ciences, et l’on voit la lâcheté des cœurs amener
les plus honnêtes à d’inconcevables incohérences
de pensée et de conduite. A ce moment si grave
de la vie intérieure des peuples, surtout de celle
des peuples latins, il est salutaire de rappeler le
souvenir des âmes fortes et fermes des hommes
d’autrefois. Ce qui distingue de la nôtre la géné­
ration née pendant la Révolution, ou durant les
premières années du siècle, c’est la faculté de
1 Quelques-unes de ces lettres ont paru en 1888 dans la Revue
Internationale de Rome. D'autres ont été publiées dans la Revue
de Paris (1895).
1

�II

INTRODUCTION

souffrir, l’acceptation volontaire de la souffrance.
Rien de grand ne se fait qu’à ce prix. Or, quelles
qu’aient pu être ses erreurs, ses fautes ou même ses
crimes politiques, personne n ’a moins reculé de­
vant la douleur que Joseph Mazzini. Son âme était
faite d’un seul morceau : âme d’apôtre et en même
temps de Romain de la première république. Le
mot « jouir », ce ressort caché de la plupart des
actions humaines, il l’avait rayé de son vocabulaire.
Il n’était pas d’ailleurs le seul à l’avoir fait. Parmi
les Italiens de sa génération, plusieurs, moins vio­
lents, moins austères, plus modérés, plus humains
que lui, vécurent cependant jusqu’à leur m ort
d’une vie de devoir et de sacrifice. Après les pri­
vations et les douleurs de l’exil, rentrés dans leur
pays, ils dédaignèrent la recherche des richesses
et du bien-être, et, acceptant avec dignité la mé­
diocrité de l’existence matérielle, se consacrèrent
uniquem ent au triom phe de leurs idées. L’esprit
de ces hommes stoïques, dont les derniers viennent
à peine de disparaître, ne peut avoir déserté l’Ita­
lie. Les tristes prophètes qui désespèrent de son
avenir, en sentant leur propre faiblesse, devraient
rougir de leurs paroles découragées ; la terre
qui, la veille encore, a produit une végétation si
vigoureuse, n ’est pas une terre épuisée dont il
faille regarder avec apathie m ourir les derniers
fruits.

�INTRODUCTION

III

I
La personnalité de Joseph Mazzini a été l’une
des plus contestées du siècle, et elle commence à
peine à se dégager des exagérations passionnées de
ses partisans et de ses adversaires. A mesure que
sa haute ligure recule dans le passé, le Mazzini
réel surgit, avec ses rayonnements et ses ombres ;
et le moment approche où son individualité sortira
définitivement de la légende pour entrer dans la
vérité de l’histoire. Les documents qui perm ettent
d’établir les contours de cette vie tragique et tour­
mentée sont im portants et nom breux; les écrits
de Mazzini publiés par la Société 1 chargée de l’édi­
tion de ses œuvres et les quelques fragments au­
tobiographiques qui y sont joints, reconstituent
sur des bases positives plusieurs des phases de sa
pensée et de son action politique et morale. Sa
correspondance complète 2, qui n’a pas encore été
1 Pubblicazione Nazionale delle opere edite e inedite di Giuseppe
Mazzini, Roma.
s Quelques collections de lettres de Mazzini ont été déjà publiées
entre autres : Corrispondenza inedita di Giuseppe Mazzini con ***
(Edoardo Sonzogno, Milano, 1872). — Lettres de Joseph M azzini
à Daniel Stern, 1864-72 (Germer-Baillière, Paris, 1872). — Duecento
lettere di Giuseppe Mazzini con proemio e note di Domenico Giuriati (Torino, 1887). — Lettere di Giuseppe Mazzini ad A ndrea
Giannetta (Amerigo Ligi, Prato, 1888), etc. etc.

�IV

INTRODUCTION

livrée au public, fournira à ses historiens futurs
des pièces précieuses; ses lettres à sa mère que
l’on tarde à faire paraître, à cause des jugem ents
un peu amers et précipités qu’il confie au cœur ma­
ternel, donneront la note d’une partie de ses états
d’âme. Mais le véritable récit de sa vie intérieure
— durant les années où sa jeunesse se révoltait
encore contre le joug dont l’écrasait l’idée domi­
nante — se trouve dans la correspondance que nous
publions aujourd’h u i1. Mazzini y révèle l’essence de
son être intim e, les désespoirs de son cœur avide
de tendresse et condamné à la solitude, les com­
bats de son découragement contre les certitudes
d’une foi plus forte que toutes les désillusions.
Cette foi est pour lui la pierre angulaire, le rocher
que rien n ’entame. « Si elle venait à me m anquer,
dit-il, je me tuerais ou je deviendrais le pire des
don Juan... »
Cette foi absolue en Dieu et dans le triomphe
final de son idée n ’abandonna jam ais Joseph Maz­
zini. Ce qu’il écrivait à trente-trois ans, il le répé­
tait la veille de sa mort. Il avait vu l’accomplisse­
m ent d’une partie de son rêve : l’Italie était une
et libre, mais la réalisation de son espérance avait
eu lieu dans des conditions qui ne répondaient ni
à ses principes, ni à ses désirs. Conspirateur d’ins' Les lettres adressées à Mme X... sont en français dans l’ori­
ginal. Les lettres à Thomas Émery sont traduites de l’italien.

�INTRODUCTION

V

tinct et d’habitudes, il conspira jusqu’à son der­
nier jour; cependant il n’entrava pas sérieusement
la solution m onarchique, car dans cette âme abso­
lue la pensée de l’unité prim ait toutes les autres.
En face de ce grand fait, la forme républicaine
devenait secondaire. Pour que l’Italie fût une et
libre, aucune concession ne lui paraissait trop
grande; la lettre qu’il écrivit à Charles-Albert,
en 1831, immédiatement après son accession au
trône de Sardaigne, en fournit la preuve :
Mettez-vous à la tête du mouvement italien, et l’Italie
placera sur votre tête une couronne plus belle que toutes
les autres couronnes.
Plus tard, en 1859, après la paix de Villafranca,
on le voit adresser à Victor-Emmanuel les lignes
éloquentes qui lui disaient d’oser :
Moi, républicain, écrivait-il en terminant, et prêt à
retourner en exil pour garder intacte jusqu’au tombeau
la foi de ma jeunesse, je m’écrierai néanmoins avec mes
frères italiens : président ou roi, que les bénédictions
de Dieu reposent sur vous et sur la nation pour laquelle
vous avez osé et vaincu.
Il donna une nouvelle preuve de renoncement à
ses idées personnelles pour le bien de tous, en
écrivant à Crispi, au moment où la Sicile semblait
pouvoir se détacher du reste de l’Italie : « Pressez

�VI

INTRODUCTION

les annexions. » Devant le danger du morcelle­
m ent ou de la fédération, ses antipathies monar­
chiques disparaissaient, et il était prêt à sacrifier
la forme républicaine et ce triomphe de la démo­
cratie qu’il définissait : « Le progrès de tous sous
la conduite des m eilleurs et des plus sages. » Mais
au fond de son âme il n ’était pas convaincu et il
gardait son rêve, ce rêve qui allait au-delà de
l ’Italie et em brassait toute l’Europe, toutes les
races, toutes les religions.
Les lettres que l’on va lire forment deux séries.
Les unes sont adressées à M. Thomas Émery,
nom sous lequel vécut longtemps en Suisse et
en France Louis-Amédée M elegari!. Los autres
1 Louis-Amédée Melegari, vice-président de la Jeune Italie,
naquit à Castelnuovo dans le duché de Modène, la même année
que Mazzini, en 1805. Il fit ses études universitaires à Parme.
Impliqué dans les conspirations de 1831, il fut détenu plusieurs
m ois dans la forteresse de Massa. Condamné à mort, il ne réussit
à s’échapper que pour entrer dans un long exil qu’il passa alter­
nativem ent en France et en Suisse. Les amitiés qu’il noua dans
ce dernier pays, et en particulier celle d'Alexandre Vinet, le
firent nommer professeur d’économ ie politique et de droit inter­
national à l’Académie de Lausanne. « Ces deux hommes s’étaient
singulièrem ent goûtés, dit M. Charles Secrétan dans un article
consacré au souvenir de son ami. Tout semblait constraste entre
leurs personnes, mais ils attiraient également par la flexible
sonorité de leur voix expressive et par le charme exquis de leur
sourire... Melegari était plutôt optimiste, Vinet voyait plus en
noir... Mais l’alliance assez rare d’une grande puissance intellec­
tuelle avec une bonté parfaite, faisait pourtant de ces deux
esprits des esprits jumeaux. » En 1848, l’amnistie accordée aux
condamnés politiques permit à Louis-Amédée Melegari de rentrer
en Italie. Appelé par Charles-Albert à la chaire de droit consti-

�INTRODUCTION

V II

sont écrites à Mme X ..., femme d’esprit, allemande
d’origine, dans la maison de laquelle Mazzini avait
été reçu en ami et en frère pendant son séjour en
Suisse. Ces lettres sont presque toutes datées de
Londres, où Mazzini venait de se réfugier, après
avoir été forcé de quitter le territoire de la Confé­
dération helvétique. Pour la compréhension de
cette correspondance, il est nécessaire de donner
quelques détails sur les événements qui la précé­
dèrent et les débuts de la vie politique de celui
qui l’écrivit.
Joseph Mazzini était né à Gênes en 1805. Ses
historiens ont raconté son enfance, les anecdotes
tutionnel de l’université de Turin, il prit une part considérable à
la vie publique et collabora activement à la compilation de la
législation subalpine, et plus tard à la préparation des lois du
nouveau royaume d’Italie. La loi organique générale de l’instruc­
tion publique qui porte le nom de loi Gasati est, en réalité, la
loi Melegari. On a de lui aussi de nombreux mémoires sur toutes
les questions internationales. Député, sénateur, ministre des
affaires étrangères, ministre d’État, etc., etc., les affaires absor­
bèrent son activité persévérante. « L’amitié regrette, dit la bio­
graphie que nous avons déjà citée, que cette puissante intelli­
gence ne se soit pas concentrée au moins pour un temps sur
quelque grande matière et ne se soit pas construit un monument
personnel; mais, s’il s’est sevré lui-même de la gloire, c’est au
profit de son pays... La faculté de travail n’allait pas de pair chez
lui avec la richesse des combinaisons et la puissance de la
mémoire : il composait lentem ent, et la diligence entra pour
une grande part dans ce talent sérieux qui ressembla quelquefois
au génie. »
L.-A. Melegari mourut à Berne, en 1881, envoyé extraordinaire
et ministre plénipotentiaire du roi d’Italie près la Confédération
suisse.

�VIII

INTRODUCTION

qui s’y rattachent et les premières tendances de
cet esprit qui devait devenir pour les cabinets de
l’Europe une cause d’effroi, un danger perm anent
et l’incarnation vivante de l’idée révolutionnaire.
Trop jeune pour prendre part au mouvement de
1821, cette prem ière manifestation piémontaise
des sentim ents qui, après la chute de Napoléon,
avaient amené la révolution de Milan, la conjura­
tion de Mantoue et toutes les tentatives des libé­
raux de 1814, exalta son imagination de quinze
ans. Il appartenait d’instinct à la cause italienne,
aux sectes des C arbonari et des Fédérés. Malgré le
décret du Congrès de Vienne qui annexait (10 sep­
tem bre 1814) la République de Gènes aux Etats du
roi de Sardaigne, aucune sympathie n’existait
entre les Liguriens et les Piémontais. Mais l’ac­
cueil fraternel que les Génois firent à Santa R osa1
et à ses compagnons, avant leur départ pour l'exil,
créa entre les libéraux des deux provinces un lien
qui ne devait plus se rompre. Mazzini, enfant
encore, partagea toutes les émotions violentes de
l’époque ; il aurait voulu partir avec les proscrits,
il s’indignait de voir ses camarades retourner à
leurs distractions habituelles... Il venait de lire
1 Le com te Santorre di Santa Rosa fut un des chefs de la révo­
lution de 1821. Condamné à mort par le gouvernement sarde, il
fut obligé de s’enfuir en France. Persécuté là aussi, il se rendit
en Grèce, combattit dans les rangs des Hellènes et fut tué, les
armes à la main, dans l’île de Sphactérie.

�INTRODUCTION

IX

de Foscolo, et cette lecture l’avait
fanatisé. Les choses allèrent si loin, raconte-t-il
lui-même, « que ma pauvre mère craignit un sui­
cide ». Mais le pressentim ent de l’œuvre à accom­
plir travaillait déjà l’âme de l’adolescent, il sur­
monta cette crise d’exaltation comme il devait
surm onter plus tard ses crises de désespoir.
Neuf ans plus tard, après la révolution de Juil­
let, lorsque le souffle de liberté qui passait sur la
France eut pénétré au-delà des Alpes, Mazzini
avait vingt-six ans et il était prêt pour l’action.
Pendant ces années d’attente, le Carbonarisme
avait été le lien étroit entre les exilés italiens et
les libéraux qui conspiraient dans le pays même.
Joseph Mazzini, m algré sa jeunesse, en fut le
bras et l’esprit, mais il comprenait cependant que
la vieille secte était un corps m ort, que l’ab­
sence de foi positive la rendait fatalement inactive,
et qu’au lieu de perdre son temps à la galvaniser
il valait mieux fonder un édifice nouveau : la Jeu n e
Italie vivait déjà dans son cerveau. Après les
mouvements de 1831, emprisonné dans la forte­
resse de Savone, sa pensée alla plus loin encore.
Il comprit qu’un vide existait en Europe, que la
bonne, la sainte autorité de Dieu m anquait par­
tout, cette autorité qui pour lui renferm ait le prin­
cipe même de la vie. Aucun peuple ne possédait
plus la puissance d’initiative ; il lui semblait que

Jacopo Ortis

�X

INTRODUCTION

l'Italie pouvait acquérir cette puissance et ap­
prendre à l’hum anité une voie nouvelle de progrès
et de fraternité. Il écrivait, en parlant de ce tra­
vail de son esprit pendant les jours de détention :
J’avais en moi le culte de Rome. Deux fois dans ses
murs la vie s’était élaborée. Pourquoi une troisième
Rome ne surgirait-elle pas d’où sortirait une plus vaste
unité qui, harmonisant la terre et le ciel, le droit et le
devoir, jetterait aux peuples et non aux individus une
parole d'association?
Et cette parole apprendrait aux hommes libres et
égaux quelle est leur vraie mission ici-bas.
La conception grandiose de la Jeu n e Europe
germ ait déjà dans l’esprit de ce jeune homme de
vingt-six ans qui n’était jam ais sorti de la pro­
vince où il était né. Aussi, lorsque Mazzini fut
forcé de choisir entre l’exil ou l’internem ent dans
une petite ville du Piémont, n ’hésita-t-il pas. Il
partit pour la France qui l’attirait comme la terre
de la liberté et il alla rejoindre les proscrits de 1821,
auxquels se joignirent bientôt la foule des jeunes
gens qui venaient de prendre part, sur tous les
points de l’Italie, aux mouvements et aux conspi­
rations dont la révolution de 1830 avait été le
signal. Mazzini créa entre ces éléments divers
l’accord d’une même foi politique.
Nous ne pouvons refaire ici l'histoire de l’é­

�INTRODUCTION

XI

poque : conspirations, menées révolutionnaires,
contre-m enées, promesses fallacieuses, accords
secrets. L’insuccès de la première expédition de
Savoie enleva à Mazzini toutes les espérances qu’il
avait fondées sur le concours que le gouverne­
m ent de Juillet donnerait à la cause italienne. Les
autorités françaises, et le préfet de Lyon en parti­
culier, avaient d’abord encouragé ouvertement les
exilés dans leurs enrôlements et leurs préparatifs
de guerre. Il s’agissait pour eux de pénétrer en
Savoie et de rejoindre les conjurés de l'intérieur,
dont plusieurs appartenaient à l’armée piémontaise. La majorité des conspirateurs était Albertiste 1 et constitutionnelle ; la minorité se disait
républicaine, prétendait arrêter le prince de Carignan et le garder comme otage. Les dissentiments
se seraient accentués si l’expédition avait eu lieu.
Mais le gouvernement sarde, averti à temps, s’é­
tait empressé de reconnaître Louis-Philippe, et,
pour prix de cette reconnaissance, avait obtenu du
roi des Français, la promesse de lui livrer tous les
déserteurs de l’armée piémontaise qui se trouvaient
en France. Le préfet de Lyon reçut soudainement
l’ordre de dissoudre les enrôlés ; plusieurs furent
arrêtés, d’autres conduits à Calais et embarqués
pour l’Angleterre. Cependant sur plusieurs points
1 Partisans de Charles-Albert, prince de Carignan et héritier
du trône de Sardaigne.

�XII

INTRODUCTION

de l’Italie, à Modène surtout, la révolution durait
encore. Mazzini voulut tenter de rejoindre les con­
jurés modenais et se rendit en Corse ; mais, au mo­
m ent où il allait s’em barquer pour Livourne, la
nouvelle de l’insuccès final de la conspiration lui
arriva.
L’heure de l’action immédiate était passée. Il
s’agissait de préparer l’action future. C’est à ce
moment que la Jeu n e Italie fut fondée. Les ram i­
fications de la nouvelle secte s’étendirent partout;
dans chaque ville de la péninsule, des comités se­
crets se constituèrent. Jacques Ruffini, le m eilleur
ami de Mazzini , forma le comité de Gênes. A Mar­
seille, les proscrits publiaient un journal portant
le titre même de leur association, qui était ensuite
répandu secrètement en Italie, afin d’y ranim er
la foi dans l’avenir et l’espérance de la liberté.
Bientôt un ordre du gouvernement français exila
Mazzini de Marseille ; sa propagande trop active
effrayait les monarchies de l’Europe. Il n’obéit pas
et demeura plus d’un an encore, caché dans la
maison d’un Français libéral, Démosthène Olliv ie r1, qui lui avait offert sa maison comme asile.
Le journal la Jeu n e Italie continuait aussi
à s’im prim er secrètement. Mais en Piémont les
persécutions commençaient, les prisons se rem * Père de M. Émile Ollivier.

�INTRODUCTION

XIII

plissaient, les condamnations à m ort se succédaient
les unes aux autres ; Jacques Ruffini, arrêté, et
sachant le sort auquel il était réservé, se suicida
en prison. Cette nouvelle exaspéra dans l’âme de
Mazzini les sentiments de haine contre les tyrans
qui oppressaient l’Italie, il lui semblait que son ami
m ourant lui léguait une mission de représailles à
remplir. En 1833, Mazzini se rendit à Genève pour
organiser définitivement la seconde expédition de
Savoie. Le plan était à peu près le même qu’en
1831. Cette fois le chef de la Jeu n e Italie s’af­
filia les Savoisiens en leur prom ettant qu’en cas
de réussite de l’expédition ils seraient libres de
disposer d’eux-mêmes à leur choix : de rester
unis à l’Italie, de devenir Français ou de s’an­
nexer à la Suisse. Ce dernier parti souriait à Maz­
zini, il sentait l’opportunité d’une nation neutre
s’étendant jusqu’au Tyrol allemand et séparant
l’Italie de la France et de l’Allemagne. Il s’enten­
dait en même temps avec les exilés allemands et
polonais qu’il incorporait dans la légion italienne.
Mais toute cette activité, cette énergie étaient des­
tinées à un misérable échec. Trahis de tous les
côtés, les membres de l’expédition furent im mé­
diatement rejetés sur le territoire suisse. Leur
chef, le général Ramorino 1 de connivence avec
1 Le général Ramorino, né à Gènes, fut élevé en France. Sorti de
Saint-Cyr, il combattit à Dresde, à Moscou, à W aterloo. A vingt-

�XIV

INTRODUCTION

leurs ennemis, avait, par ses retards volontaires
et ses fausses manœuvres, empêché la conjonction
des forces des conjurés.
L ’insuccès de la seconde expédition de Savoie
laissa dans l’âme des exilés italiens l’impression
d’un irréparable désastre lisse dispersèrent; les
uns partirent pour l’Espagne, les autres pour l’An­
gleterre. Mazzini, avec les deux frères Ruffini 2,
L.-A. Melegari et quelques autres, vécut retiré en
Suisse, à Lausanne, à Berne, à Granges. Cepen­
dant, m algré leur profond découragement, les
proscrits ne restaient pas inactifs et continuaient
à faire de la propagande révolutionnaire. C’est à
cette époque que Mazzini fonda la Jeu n e E u ro p e ,
union des trois peuples qui n ’avaient pas encore
conquis leur nationalité : l’Italie, la Pologne, l’Al­
lemagne. L’acte de constitution fut signé à Berne,
en 1834. Plus tard il fonda la Jeu n e Suisse et un
journal du même nom qui s’im prim ait à Genève
en français et en allemand. Mazzini en était le prin­
cipal collaborateur et il y publia Foi et A venir , cette
trois ans il fut décoré de la Légion d’honneur. Sous la Restau­
ration, il quitta l’armée. Durant la révolution de Pologne, les
amis de la Pologne l’envoyèrent à Varsovie où il eut une con­
duite douteuse. Enfin, en 1849, général dans l'armée sarde, il fut
convaincu de haute trahison et fusillé.
1 Tous les membres de l’expédition de Savoie avaient été con­
damnés à mort par le gouvernement sarde.
2 Giovanni et Agostino, frères de Jacques Ruffini, le meilleur
ami de Mazzini.

�INTRODUCTION

XV

synthèse de ses croyances et de ses espérances.
Mais la présence au centre de l’Europe du tu r­
bulent révolutionnaire alarm ait les puissances ;
des pressions furent exercées sur le gouvernement
helvétique. Les persécutions commencèrent, le
matériel de guerre des émigrés fut séquestré, le
journal la Jeu n e Suisse suspendu. Enfin, un décret
d’expulsion fut lancé contre Mazzini. Cependant
il ne quitta pas immédiatem ent le territoire de la
Confédération. Caché chez des amis dévoués, il
comptait y attendre que la réaction eiit diminué
d’intensité; mais la santé des deux frères Ruffini,
Agostino et Giovanni, qu’il avait promis à leur
mère de ne jamais abandonner, souffrait trop de la
vie claustrale qui leur était imposée. Par affection
pour eux et par respect de la promesse faite, Maz­
zini se décida à chercher un refuge en Angleterre
avec ses compagnons d’exil.
L’époque qui précéda et suivit son départ de la
Suisse fut pour Joseph Mazzini la plus amère de
sa vie. Les défections commençaient autour de lui :
il entendait désespérer de l’Italie, il voyait la plus
grande partie de ses compagnons reculer devant
la vie de persécutions et de sacrifices qui s’oflïait
à eux; la sympathie avec laquelle la Suisse avait
au début favorisé les émigrés s’était changée en
irritation ; toutes les ressources financières étaient
épuisées. La situation em pirait de jour en jour ;

�XVI

INTRODUCTION

les récriminations, les dissentiments augmentaient.
Mazzini traversa à ce moment une crise si vio­
lente que son âme risqua d’y succomber.
La tempête du doute, écrit-il, m’avait assailli de tous
les côtés à la fois. Je voyais devant moi, dans sa nudité
décharnée, la vieillesse de l’âme solitaire et le monde
vide de toute consolation. Ce n’était pas seulement la
ruine de toutes mes espérances pendant un temps indé­
fini, la dispersion des meilleurs d’entre nous, les persé­
cutions commencées en Suisse...... l’épuisement de nos
ressources matérielles, l’accumulation de difficultés
presque insurmontables entre notre but et nous ; c’était
la désagrégation de cet édifice moral d’amour et de foi,
dans lequel seulement je pouvais trouver la force de
combattre le scepticisme qui, partout où je jetais les
regards, se dressait devant moi ; c’était l’affaiblissement
des croyances chez ceux avec lesquels j’avais été le
plus fraternellement uni dans la voie difficile que nous
avions choisie ; c’était surtout la défiance que je voyais
croître de jour en jour chez les plus chers, au sujet de
mes intentions et des causes qui me poussaient à une
lutte apparemment inégale. L’opinion du grand nombre
était pour moi sans importance. Mais me voir soup­
çonné d’ambitions ou d’impulsions médiocres, par les
deux ou trois êtres sur lesquels j ’avais concentré ma
puissance d’affection, accablait mon âme d’un désespoir
profond. ...........................................................................
Quand je me vis seul au monde — sauf ma pauvre
mère, malheureuse aussi à cause de moi et vivant éloi­
gnée de moi — je m’arrêtai atterré devant le vide. C’est
alors que dans ce désert le doute m’assaillit. Etais-je

�INTRODUCTION

XVII

dans l’erreur et le monde avait-il raison? L’idée que je
poursuivais n’était peut-être qu’un songe ! Et ce que je
suivais n’était peut-être pas une idée, mais mon idée,
l’orgueil de ma conception, le désir de la victoire plus
que l’intérêt de la victoire..... Les jours pendant lesquels
ces doutes me torturèrent l’âme je me sentis, non seule­
ment suprêmement et inexprimablement malheureux,
mais comme un condamné conscient de sa faute et inca­
pable d’expiation..... Un jour, je me réveillai enfin avec
l’âme tranquille, l’intelligence rassérénée comme lors­
qu’on vient d’être sauvé d’un péril extrême... La nature
semblait me sourire et me consoler : la lumière comme
une bénédiction rafraîchissait la vie dans mes veines fati­
guées. Et la première pensée qui me vint fut celle-ci :
« Ta tentation a été une tentation de l’égoïsme. Tu te
méprends sur la vie... La vie est une mission. Toute
autte définition est fausse et égare ceux qui l’acceptent...
La religion de l’avenir dira au croyant : « Sauve l’âme
des autres et laisse à Dieu le soin de la tienne. . . .
En ce jour je dis un long et triste adieu à toutes les
joies, à toutes les espérances de la vie individuelle pour
moi sur la terre. De mes propres mains, je creusai la
tombe.....Depuis ce jour, je n’ai jamais pensé que le
malheur dût influer sur nos actions1.
II
Cette citation un peu longue des paroles de Maz­
zini nous a paru nécessaire pour faire comprendre
le ton des lettres qu’il adresse à Thomas Emery.
1 M a z z in i,

Scritti editi ed inediti , 1

v o l.

V.

�XVIII

INTRODUCTION

Arrivé à Londres au commencement de 1837, Mazzini traversa une crise de misère navrante. Plutôt
que de s’adresser à sa famille, il préféra lutter en
silence, courir les usuriers, engager ses vête­
m ents... Il connut dans la solitude de la grande
ville d’inexprimables intensités de souffrance.
C’est le souvenir de ces jours de dénûment, sup­
portés avec stoïcisme, qui le poussait plus tard à
écrire :
Dans les conditions présentes de l’Europe, les mères
devraient penser que personne n’est l’arbitre de sa for­
tune, ni de celle de ceux qu’on aime. Elles devraient se
convaincre qu’en élevant austèrement leurs enfants
elles pourvoient mieux à leur avenir, à leur bonheur et
à leur âme qu’en les entourant d’aises et de conforts
qui les affaiblissent, au lieu de les aguerrir dès leurs
premières années contre les privations et les diffi­
cultés. J’ai vu des jeunes Italiens, destinés par la nature
à une belle vie, tomber misérablement dans le vice et
se réfugier dans le suicide à la suite d’épreuves que
j’avais supportées en souriant. C’est leurs mères que
j’en rends responsables.....
Mais ce n ’est pas seulement de la misère et de
la solitude qu’il souffrait. Ce renoncem ent à toute
joie individuelle, auquel il était arrivé après la
crise terrible de 1836, on en retrouve la trace
presque à chaque page dans les mots qu’il pro­
nonce et surtout dans les sentiments qu’il laisse
deviner. La légende qui s’est faite autour du nom

�INTRODUCTION

XIX

de Mazzini veut que la passion de l’amour lui ait
été inconnue, malgré les amitiés féminines exaltées
qui l’entourèrent jusqu’à sa m o rt1, et que, dès sa
jeunesse, il ait vécu comme un moine attaché à
ses vœux. Les lettres que nous publions démentent
en tous cas la première de ces hypothèses. Deux
figures de femmes les traversent. L’une porte le
nom de Giuditta. C’est celui d’une Italienne,
veuve, mère de plusieurs enfants, qui, compromise
à cause de son patriotisme trop exalté, avait dû
quitter l’Italie et rejoindre à Marseille les proscrits
de 1831. Entre elle et le chef de la Jeu n e Italie,
des liens se formèrent, sur la nature tendre des­
quels il n’est pas permis de se méprendre après la
lecture de la lettre, en date du 22juillet 1838, que
Mazzini adresse de Londres à son ami :
Suis-je libre? écrit-il, Dieu sait que je ne le suis pas !
Devant la société et devant les hommes — qui ne recon­
naissent que les liens de fait — je le suis, mais devant
Dieu qui veille sur toutes les promesses je ne le suis pas.
1 Mazzini avait une grande vénération pour les fem m es : « Aimez,
respectez la femme, écrit-il. Ne cherchez pas seulem ent en elle
une consolation, mais une force, une inspiration, un redouble­
ment de vos facultés intellectuelles et morales. Effacez de votre
esprit toute idée de supériorité. Un long préjugé a créé — par
une éducation inégale et par une continuelle oppression législa­
tive — cette apparente infériorité intellectuelle dont on tire argu­
ment aujourd’hui pour maintenir cette oppression......11 n’y a pas
devant Dieu de faute plus grave que celle de diviser la famille
humaine en deux classes......Devant un Dieu unique et père des
créatures, il n’y a ni hommes, ni femmes, mais l’être humain......»

�XX

INTRODUCTION

Ne sais-tu pas que Giuditta m’aime, que je l’aime et que
je lui ai promis de l’aimer?.....
Depuis plusieurs années cependant les deux
amis vivaient éloignés l’un de l’autre. Giuditta
était rentrée en Italie pour se rapprocher de
ses enfants et servir en même temps d'interm é­
diaire entre Mazzini et les libéraux italiens. Cette
femme, belle, intelligente et énergique, avait quitté
la Suisse, en 1834, pour se rendre à Florence et se
m ettre en rapport avec les patriotes toscans. La
police du Grand-Duc, avertie de sa présence, la fai­
sait surveiller et s’empara de la correspondance
qu’elle entretenait avec son ami. Les lettres saisies
étaient ensuite soigneusement recâchetées et expé­
diées à leur adresse. La copie des passages de
cette correspondance que la police trouva utile
de conserver se trouvent à l' Archivio segreto
della Presidenza del Buon Governo di Toscana '.
En 1892, M. del Cerro en publia quelques frag­
ments dans une revue italienne. A cette époque
Mazzini n ’était pas seulement attaché à sa belle et
vaillante amie par des scrupules de conscience.
Platonique ou non, l’amour entre eux battait son
plein. Il lui écrivait des lettres2 fort tendres : ,
1 Un amove di Mazzini, Natura edfA rte, 1892.
! Les lettres sont écrites en français ; mais, mal copiées par la
police, elles sont remplies de fautes. N’ayant pas les origi­
naux sous les yeux, nous traduisons la version italienne de
M. del Cerro.

�INTRODUCTION

XXI

M a C hère,

..... Que de lettres en peu de jours ! Je te bénis non
pas une, mais mille fois, ô ange de consolation, et je
bénis aussi le hasard qui a fait que toutes tes lettres sont
arrivées presque en même temps! Mon Dieu! Comme
j ’en sentais et comme j’en sens encore le besoin ! car tu
es ma vie;... le reste n’est que douleur et tristesse. Tu
me parles avec tant d’amour! Ta lettre du 15 renferme
de telles expressions d’affection qu’elle m’a fait tres­
saillir de joie.....Ne doute jamais de moi, démon amour,
de rien — un doute à ce sujet te rendrait coupable —
coupable vis-à-vis de. moi, car en ces derniers jours j’ai
pu apprendre par moi-même la force de l’amour qui me
lie à toi. Presque mourant, dans un état d’insensibilité
complète, je t’ai vue. Je croyais mourir et je pensais à
to i..........................................................................................
J’ai couvert de baisers ta boucle de cheveux ; tu sais
que j’ai toujours porté sur mon cœur une boucle de tes
cheveux. Mais je l’avais perdue. Si tu savais dans quelles
circonstances * !..... Avec la boucle se trouvait un peu
de poison que je gardais à ma portée. Je n’ai pu les
ravoir que hier. Je considérais tes cheveux comme un
talisman qui me donnerait la victoire...
La police toscane avait également séquestré les
lettres de Giuditta. Elle répond à son ami sur le
même ton de douleur et d’amour :
... J’ai reçu ta lettre du 6 et du 8, cachetée de noir.
J’avais un extrême besoin de revoir ton écriture et pour­
1 Pendant l’expédition de Savoie, Mazzini, malade et désespéré
de la conduite de Ramorino, avait fini par perdre connaissance.

�XXII

INTRODUCTION

tant la vue de cette lettre me fit éprouver une terreur
telle que je restais pendant quelques instants tremblante
et interdite sans pouvoir l’ouvrir. L’idée que tu avais
écrit l’adresse me rassurait. Mais je tremblais toujours.
Maintenant ta lettre est ouverte devant moi, et je pleure ;
je pleure, car je sens avec intensité le besoin de te voir,
ne fût-ce que pour une minute, pour laisser tomber mes
larmes sur toi et te dire que je suis fatiguée de vivre...
Plus tard, elle écrit dans une autre lettre:
Chaque jour qui passe me prouve queje suis esclave;
mais mes pensées comme mes regards ne tendent que
vers un seul but : la liberté !
Cet amour, dont le patriotisme avait été la
hase et l’aiguillon, était destiné à vivre de larmes.
Les deux amis restèrent séparés, se revoyant de
loin en loin secrètement pendant quelques jours...
Cependant le lien ne se brisa pas entre eux et
même dans leur vieillesse une amitié fidèle con­
tinua à les unir. Ce roman de la jeunesse de Mazzini, à peu près ignoré du public, était cependant
connu de quelques personnes. Mais le chaste et
idéal sentiment qui se révèle dans les lettres
adressées à Thomas Emery était resté absolument
secret, nul n ’en avait connaissance que les inté­
ressés. Pendant son séjour en Suisse, le chef de la
Jeu n e Italie avait connu dans une maison qui lui
était hospitalièrement ouverte, une jeune fille que

�INTRODUCTION

XXIII

nous appellerons Madeleine. Enfant encore, elle
s’était prise pour le proscrit d’un enthousiasme
qui devait avec le temps se changer en amour, si
l’on peut appeler am our un sentim ent aussi pur,
fait de tendre pitié et de généreuse exaltation.
Elle avait dix-sept ou dix-huit ans à peine lorsque
Mazzini dut quitter la Suisse, après avoir renoncé,
dans l’heure de crise terrible que nous avons dé­
crite, à toute espérance de bonheur personnel. Très
délicate de santé, le chagrin de la séparation, la
pensée du pauvre exilé seul à Londres, souffrant
de la misère, sans consolation, sans appui, avaient
rendu Madeleine malade. Ses parents, ses amis
s’alarm èrent. On aurait voulu que Mazzini vînt en
Suisse, pour la rassurer, du moins, sur son sort.
Lui, lutte contre ses sentiments, il souffre, il don­
nerait sa vie pour la consoler, mais il n ’est pas
libre, il s’est juré à lui-même de renoncer à toutes
les douceurs de la vie pour se consacrer unique­
ment à Vidée ! D’autre part, il se sent lié à la femme
malheureuse qui l’aime. Tous ses combats inté­
rieurs, ses remords, ses regrets se lisent et surtout
se devinent dans les lettres d’angoisse qu’il adresse
à Thomas Emery.
Puis, le temps passa; il ne revit jamais Made­
leine ; peu à peu, sa correspondance avec la Suisse
cessa entièrement. Sa dernière lettre à Thomas
Emery porte la date du 8 juillet 1843. Entre les

�XXIV

INTRODUCTION

deux proscrits, les dissentiments politiques et re li­
gieux, dont 011 trouve déjà la trace dans la p re ­
mière lettre qu’ils échangent après l’arrivée d e
Mazzini à Londres, s’étaient accentués. La diver­
sité de leurs tempéraments rendait les dissonances
inévitables, llomme de devoir avant tout, pro­
fondément libéral, et prêt pour la liberté à to u s
les sacrifices, L.-A. Melegari était un m odéré
d’instinct ennemi des violences et répugnant
par la droiture de sa nature à la vie de conspira­
teur. L'action le trouva toujours prêt quand il
jugeait nécessaire et utile ou quand il s’y croyait
engagé, comme, par exemple, lors de l'expédition
de Savoie, dont il avait prévu à l’avance l’insuccès.
La solution Albertiste et constitutionnelle devait
paraître, le jour venu, à cet esprit tolérant, d ro it
et juste, la plus conforme aux besoins présents
et la seule apte, vu les conditions de l’Europe
à rendre possible un jour les espérances d’u n ité
et de liberté. Mazzini, lui, continuait à voir le s
choses d’une façon opposée. A mesure que les
années passèrent, la différence de leurs deux m a­
nières de voir et de sentir se détermina davantage,
1 II siégeait au centre gauche, mais il disait volontiers : « j e
ne suis ni droite, ni gauche, je suis libéral. » Son libéralisme e t
sa tolérance étaient reconnus par tous les partis, et c’est dans
maison qu’eut lieu à Turin, en 1852, le fameux connubbio entre
Rattazzi et Cavour d’où sortit la nouvelle et grande majorité par­
lementaire qui permit à ce dernier d’accomplir son oeuvre.

�INTRODUCTION

XXV

Sans rupture, sans reproches, par la force même
des courants divers, leur correspondance s’espaça et
finit par cesser. Les lettres que Mazzini adressait
à Mme X... prirent fin à la même époque. Il y en a
une encore de 1848, datée de Lugano, où le célèbre
agitateur s’était réfugié après l’armistice de Milan.
Puis, le silence s’établit, complet. Le Mazzini des
premières années d’exil n ’existait plus ; si son cœur
se souvenait encore, sa bouche était devenue
muette pour ceux qui l’avaient aimé.
III
Le reste de la vie de Mazzini appartient, comme
ses débuts, à l’histoire du Risorgimento de l’Italie.
Nous ne le suivrons pas à Milan et à Rome en
1848, ni durant les années où il continua, en exil
et ensuite en Italie, son existence de conspirateur,
mal inspiré parfois et mal compris souvent par
ceux mêmes qui paraissaient partager ses idées.
Profondément religieux, il m ourut désespéré du
matérialisme grandissant autour de lui. Que
dirait-il des principes des révolutionnaires de nos
jours, lui qui sans Dieu trouvait le monde vide de
sens ? Que penserait-il de cette poursuite achar­
née de la jouissance qui fait le fond de tant de
revendications, lui pour qui le mot sacrifice était le

�XXVI

INTRODUCTION

principe de toute grandeur1? Parm i les modernes,
presque personne au point de vue moral ne pro­
cède de Mazzini. L’Allemand Nietzsche seul s’en
rapproche par sa conception de la souffrance. « La
discipline de la souffrance, écrit-il, de la grande
souffrance, ne savez-vous pas que c’est elle qui a
créé jusqu’ici les prééminences de l’homme? »
On a accusé Mazzini d’être un individualiste outré.
Certes, il avait un sentiment intense de l’autonomie
individuelle et du libre arbitre de son âme, mais il
répugnait profondément à la théorie de l’intérêt
personnel, érigé en droit dans la lutte pour l’exis­
tence. Bien avant que Spencer n ’ait cru découvrir
l’équilibre de l’existence humaine dans la puissance
alternée de l’égoïsme et de l’altruïsme, Mazzini
avait trouvé la connexion entre l’homme individu
et l’homme collectif. Nul d’ailleurs n’a mieux
compris que lui le grand principe de l’association.
Mais il ne voulait pas le nivellem ent médiocrisant,
il sentait la nécessité d’une aristocratie intellec­
tuelle et morale, d’une élite qui devait guider les
hommes et leur servir de but. S’il avait vécu, le
mouvement des idées de la tin du siècle l’aurait
1 « L’ancienne religion de l’Inde avait défini la vie : contem ­
plation; le christianisme: expiation; le matérialisme du xvin”siècle
rétrogradant de deux mille ans, avait répété la définition païenne :
la vie est la recherche du bien-être; moi, je dis: la vie est une
m ission. »
M a z z in i .

�INTRODUCTION

XXVII

peut-être emporté, et il serait devenu socialiste. La
question, du reste, le préoccupait déjà en 1843,
car, dans son article sur Carlyle, il écrivait :
La grande question sociale jadis méprisée et accueil­
lie par la dérision commence à fasciner les esprits. Les
hommes mêmes qui se sentent incapables de trouver la
solution admettent du moins que d’autres essayent
de résoudre l’énigme que le sphinx propose à notre
époque.
Il était cependant absolument contraire à l’abo­
lition de la propriété.
Mais si au lieu, écrit-il, de corriger les vices et de
modifier lentement la constitution de la propriété, vous
vouliez l’abolir, vous supprimeriez une source de
richesses, d’émulation, d’activité, et vous ressembleriez
au sauvage qui pour cueillir le fruit abat l’arbre 2.
La déclaration est explicite ; cependant, par pitié
pour ceux qui souffrent, par amour pour le peuple,
par esprit de justice, par dédain des biens m até­
riels, il est probable que Mazzini se serait fait le
champion des plus vastes réformes en faveur des
classes malheureuses ; mais il ne se serait associé
à leurs revendications que dans la mesure permise
par le respect des droits individuels. D’ailleurs,
1 Voir aussi lettre XI.
2 Voir aussi lettre XIX.

�XXVITI

INTRODUCTION

ce qu’il rêvait avant tout de répandre sur les m asses
c’étaient les biens moraux, le développement in te l­
lectuel. 11 ne voulait la diminution de rien et aspi_
rait à l’élévation de tout.
Si on considère l’existence de Mazzini au p o in t
de vue du succès apparent, sa vie a été une v ie
manquée ; la popularité a été à d’autres noms q u e
le sien; la cause à laquelle il avait consacré sa je u ­
nesse et ses forces, ce sont les hommes d’actiou
qui l’ont rendue victorieuse ; il est m ort isolé
prisonnier presque dans cette patrie sur laquelle
il avait concentré toutes les puissances affectives
de son être. Mais, si on la considère au point d e
vue de l’harmonie et de la cohérence, il n ’y a pa s
eu de vie plus complète que la sienne. Son ârno
absolue ne comprenait ni les contradictions dis­
tinguées, ni les complexités séduisantes ; il ne pro ­
cédait en rien de ce xvni6 siècle qui, lorsqu’il
naquit, venait à peine de finir. Il ne se rattache
d’ailleurs à aucune époque précise ; il était de la
race des héros de Carlyle et des sup«*hommes
de Nietzsche, une de ces âmes qui se tiennent
constamment sur la pointe des pieds pour demeure ^
sur les hauteurs où elles veulent se m aintenir. I]
avait les intransigeances et les duretés naturelles
aux caractères entiers, et il ne m archandait pas
les vies lorsque la nécessité d’une action le saisis­
sait. On l’a souvent accusé de pousser ses adeptes

�INTRODUCTION

XXIX

à des périls auxquels il ne prenait pas part luimême. Cette habitude de demeurer dans l’ombre
ne provenait point d’un calcul de lâcheté. Il était
la tête, les autres étaient les bras. L’histoire por­
tera un jugement définitif sur l’attitude, les fautes,
les actes politiques et les utopies irréalisables du
chef de la Jeune Italie ; nous n ’avons pu qu’indi­
quer brièvement quelques-uns des traits nécessaires
à la compréhension des lettres qui vont suivre.
Le grand honneur de Mazzini restera celui
d’avoir conçu et concrété, le prem ier, l’idée de
l’unité de l’Italie. L’esprit de Machiavel n ’avait
fait que l’ébaucher ; il lui donna forme et vie, et,
l’appuyant sur l’idée de liberté, la modernisa et
la rendit applicable. Tous les libéraux italiens
de 1814 à 1831 n ’avaient au fond travaillé que
pour leur région ; ce fut Mazzini qui groupa ces
enthousiasmes et ces volontés vers un but unique
et commun. On a dit de Garibaldi qu’il était un
homme de Plutarque. Mazzini peut être comparé
à un homme de Platon. M. Frédéric Myers qui a
écrit sur le chef de la Jeune Italie une étude des
plus remarquables dit à ce propos : « C’est l’homme
qui a apporté avec lui, du ciel où il a été contem­
pler la vérité, les instincts de l’am our et de la
philosophie. Il a gravi d’anneau en anneau cette
chaîne des hautes affections le long de laquelle
Platon nous enseigne que l’âme peut s’élever de

�XXX

INTRODUCTION

l’am our de l’être hum ain à l’amour de D ieu1. »
Mazzini était doué d’une grande séduction de
manières et il exerçait sur son entourage une irré­
sistible fascination. Il avait, dit-on, conservé dans
l’âme quelque chose d’enfantin et de naïf, et ses
amis parlent de la gaieté de son hum eur et de la
douceur brillante de sa conversation......Il y a pour
les hommes des phases diverses, mais ses lettres
de Londres semblent révéler plutôt un esprit aus­
tère, sans gaieté, triste jusqu’à la m ort et dont la
force morale succombe souvent sous le poids de
pensées trop lourdes, de désappointements trop
répétés.
Un moment, on le voit espérer en Lamennais,
mais aucune âme ne pouvait répondre complète­
m ent à la sienne. Chaque pas en avant m arquait
pour lui une déception nouvelle : amis, adm ira­
teurs, partisans, tous le déçurent. Il vécut seul,
« ne se satisfaisant que du travail de son âme »
et attendant l’immortalité.
D.

M e .le g a .ri.

Rome, janvier 1895.

1 « ...... The man who has carried down with him the instincts
of love and philosophy from the heaven where he has looked
on truth ; he m ounts from step to step that chain of high affec­
tions along whick Plato teaches that a soul can rise from the
love of its human counterpart to the love of God. »

�I

A Mlle

É lis a

X ..., Lausanne1
3 mai 1835.

Ma c h è re E lis a ,

Vous avez égaré mes lettres ; moi, je n’ai pas
égaré votre ruban, Cela veut-il dire que je me sou­
viendrai, moi, encore de ma jeune sœur, quand
Elisa n ’aura plus un seul souvenir de son nou­
veau frère ?
Je ne le crois pas ; et cependant je suis à cet
âge et à ce point de ma vie où l’on n ’oublie rien,
où l’on enferme en son cœur et l’on garde avec
soin les moindres souvenirs, les moindres traces
d’émotions gracieuses et les plus petits témoi­
gnages d’affection, parce que l’on sent que la vie
s’en va, qu’elle a été aride, oh ! bien aride, que
l’on a eu plus d’affections dans le cœur qu’on n’en
* Enfant de onze ans, fille de M"“ X ..., à laquelle sont adres­
sées une grande partie des lettres que nous publions. (Voir Intro­
duction.)

�32

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

a reçu, et qu’elle commence à épouvanter la vie,
comme un désert grand et aride que vous devez
traverser. Et vous, ma jolie petite Elisa, vous êtes
à cet âge où l’on oublie facilement et avec insou­
ciance, parce que la vie se développe comme une
fleur qui s’épanouit au soleil, et que le sourire du
jour qui vient efface le sourire du jour qui va.
Vous ne pouvez pas encore comprendre ceci, vous ;
mais vous le comprendrez un jour.
Mais, moi, je ne veux pas que vous oubliiez
votre frère, — et pour cela je vous écris encore, et
pour cela je vous envoie une petite fleur qui a
nom Vergis s mein nie ht ; demandez à maman ce
que cela veut dire. Je l’ai cueillie moi-même, il y
a une minute, toute petite et cachée qu’elle était
au bord de l’eau; et, quand elle vous arrivera, elle
sera toute fanée, toute flétrie ; elle n’aura plus de
parfum, ni de belles et fraîches couleurs, — mais
il ne faut pas la m épriser pour cela ; et c’est pour
vous dire justem ent que, même au milieu de
choses gaies et jeunes vous ne devez pas oublier
celles qui sont, comme moi, tristes, pâles et flétries.
Un souvenir d’affection, voyez-vous, est une chose
précieuse en ce monde : le moment vient toujours,
où l’on éprouve le besoin de le retrouver ; ne l’ou­
bliez pas.
Vous vous souviendrez donc toujours de moi,
Elisa, et moi de vous : c’est chose entendue.
Quand vous serez belle et grande comme vos
sœurs, vous trouverez quelque jour, en cherchant,
en fouillant parmi vos souvenirs, parm i vos robes
et vos rubans, ces lignes et cette petite fleur morte ;

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

33

alors vous vous arrêterez un instant toute pensive :
vous porterez votre doigt au front en vous deman­
dant: « A qui cela? » Puis, tout à coup vous vous
souviendrez; moi, je serai peut-être alors comme
la fleur; mais, si je ne le suis pas, et que je puisse
compter qu’en vous souvenant vous ne jetterez
pas comme une vieille chose inutile la lettre et la
fleur, et que vous la remettrez encore à sa place
dans votre tiroir, j ’en aurai du plaisir ; croyez-le
et aimez bien votre nouveau frère.
J oseph .

II
A M,n0 X ..., Lausanne 1
16 décembre 1835.

M adam e,

Vous êtes trop bonne, Madame ; je ne mérite
pas les attentions si délicates que votre excellent
cœur vous inspire à l’égard d’un homme qui n ’a au
fond que quelques bonnes intentions pour justifier
votre estime et votre précieuse amitié. Quoi qu’il
en soit, l'estime des personnes qu’à mon tour j ’es­
time hautem ent me soutient dans le rude combat
1 Toutes les lettres adressées à M“” X... sont en frança s dans
l’original.
3

�34

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

qui absorbe ma vie et mes facultés, et chaque témoi­
gnage d’affection qu’on me donne retrem pe mon
âme qui en a quelquefois bien besoin; car, sou­
vent, au milieu de la tourmente politique qui nous
entraîne, il y a des instants de concentration, des
éclairs de l’âme qui se replie sur elle-même et
recule de frayeur devant le désert où coule, comme
une source sur le sable, notre vie solitaire. Peutêtre ces eaux contribueront-elles à la féconde végéta­
tion qui s’étend au loin, mais autour d’elles tout est
sec, froid et aride. Et, lorsqu’on se sent une âme
qui était née pour autre chose que pour cette lutte,
dans laquelle chutes et victoires ensanglantent éga­
lement, ces instants ont une am ertum e qu’on ne
peint pas avec des mots. C’est alors aussi que le
moindre témoignage de sympathie, qui vient des
personnes que l’on estime, est précieux, et laisse
des traces que le temps n’efface pas.
Soyez donc sûre, Madame, que je garderai tou­
jours avec reconnaissance le souvenir dont vous
avez bien voulu m ’honorer et que ce sera pour
moi, en quelque lieu que je sois, une véritable
joie que celle de pouvoir vous prouver cette recon­
naissance.
Croyez-moi, Madame, votre dévoué serviteur et
ami.
S tro zzi *.

1 Nom de guerre de Mazzini.

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

35

III
A Mlle É l i s a X ..., Lausanne
l » avril 1836.

Ma BONNE PETITE SoEU R,
Quand j ’ai reçu votre billet, vos souhaits et votre
petite bourse toute blanche et délicate et jolie
comme vous, ma douce Elisa, il faisait beau,
comme un jour de printemps, et j ’étais dehors sur
une petite hauteur à cent pas de mon erm itage,
et je regardais les Alpes, qui se dessinent loin,
bien loin, dans le ciel, — au delà c’est mon pays,
mon pauvre pays que j ’aime tant, où sont mon
père, ma mère, mes deux sœurs, puis ma sœur
morte il y a bien des années, puis le tombeau de
mon meilleur ami d’enfance mort pour la liberté,
puis des prés, des collines, de beaux lacs comme
les vôtres, des fleurs, des orangers, un beau ciel,
tout ce qu’il faut enfin pour m ourir en paix, —
et je pensais à tout cela tristement. Et il y avait à
quelques pas de moi deux dames qui, me sachant
exilé, me plaignaient. Alors, on m ’apporta votre
cadeau ; et, en voyant l’écriture de m aman sur la
boîte, je devinai tout de suite, et j’ouvris, et je lis
voir la petite bourse à ces dames, en leur disant :
'" Voyez ! voyez ! Ah ! vous croyez que je suis seul
ici sur la terre d’exil ; vous croyez que je n ’ai per-

�36

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

sonne pour penser à moi le jour de ma fête ; eh
bien! non ; je ne suis pas seul ; j ’ai une petite
sœur, bien bonne, bien douce et qui veut l’être de
plus en plus pour le bonheur de ses parents et de
ceux qui l’aiment ; une petite sœur qui se sou­
vient, qui m ’envoie de jolies choses, qui prie pour
moi, voyez? ceci est son cadeau; voyez comme
c’est beau ! »
Donc, tout ce que j ’éprouvais de plaisir d’en­
fance et de reconnaissance pour votre souvenir, je
l’ai dit à ces dames ; puis en allant à la maison j ’en
ai écrit à ma mère : je ne vous dirai rien à vous,
car vous ne le voulez pas ; mais votre maman
vous donnera un baiser pour moi, et, en le recevant,
vous penserez que je vous aime bien, et Vous
aimerai toujours, car, moi, je n ’oublie jam ais rien.
Soyez bonne, douce, aimante et bienfaisante
envers tous, comme vous l’êtes envers moi ; appre­
nez de bonne heure à sourire dans le sacrifice,
quand vous êtes forcée de sacrifier au devoir ou
au plaisir de maman et de vos sœurs quelques-uns
de vos petits plaisirs, de vos petites habitudes, de
vos inclinations instinctives ; le sacrifice, c’est la
fleur de la vertu, comme la vertu est la fleur de
la vie. Seulement, en étant bonne et douce par
devoir envers tout le monde, soyez-le toujours
avec plaisir envers votre frère qui vous aime
autant que vous l’aimez. Je vous embrasse.
Votre frère,
J o seph .

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

37

IV
A Mme X ..., Lausanne 1
Sans date.
M adam e,

Votre inquiétude m ’a fait sentir tout mon tort:
tort de négligence et non de cœur. Pourquoi
aurais-je trouvé dans vos communications quelque
chose qui pût m ’offenser? Et qu’aurait de com­
mun la conduite d’autrui à mon égard avec la
vôtre qui a toujours été plus expansive, plus fra­
ternelle que je n ’aurais été en droit de l’exiger?
Croyez-le bien, Madame, à mesure que le cercle
se restreint autour de moi, ceux qui y sont com­
pris me deviennent encore plus chers ; mon estime
et mon amitié vous sont acquises, et, quelle que
soit leur importance, elles vous resteront. N’inter­
prétez jam ais mon silence comme un indice de
refroidissement ou d’oubli. J’oublie souvent le mal
qu’on m ’a fait, jamais le bien ; or, de vous je n ’ai
eu que du bien. J’ai extrêm ement à faire , pour
mon pays et pour les autres affaires. Quelques
affaires individuelles aussi s’y ajoutent, et dans le
peu de moments qui me restent je suis affaissé,
fatigué. Je deviens sombre, soucieux. Je sens le
vide : je plonge au loin, et ne trouve que décep­
1 Mazzini était encore en Suisse quand il écrivait cette lettre.

�38

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

tions ou m alheurs. Il faudrait connaître la partie
individuelle de ma vie pour se rendre compte de
mon état intérieur ; peut-être s’étonnerait-on de la
force que je conserve encore pour lutter. Car, Dieu
merci, tant que je vivrai je lutterai contre les
choses et les hommes, contre l’inertie de la fai­
blesse. Seulement, je n’ai plus de joie, ni d’en­
thousiasme dans la lutte. Je marche froidement,
indifférent aux effets. Je suis l’ombre du devoir,
je fais ma route comme quelqu’un qui a une tâche
à rem plir, et qui ne peut disparaître avant qu’elle
ne soit faite. Je travaille donc et travaillerai. Mais,
comme c’est avec effort, il en résulte un affaisse­
ment moral dans les intervalles de travail, qui est
la cause de mon silence. Il n ’y en a pas d’autre.
M. de Tavel 1 veut me faire arrêter, si je con­
tinue à collaborer à la Jeu n e S u isse2. Il m ’a avisé
lui-même de sa déterm ination, croyant peut-être
que cela suffirait pour me faire discontinuer.
Puisque les patriotes suisses refusent de tra­
vailler pour un journal dont l’idée est sortie d’un
cerveau étranger; puisqu’en croyant leur ouvrir
un cadre pour leurs idées, je n ’ai fait que me
trom per encore une fois grossièrement, je ferai de
mon mieux pour soutenir l’entreprise à mes risques
et périls. Je ris de la conduite du Nouvelliste 3,
1 Membre du gouvernement suisse.
2 Titre d’un journal, fondé en 1835 par Mazzini.il paraissait deux
fois par semaine et était rédigé, moitié en allemand, m oitié en
français. Mais, persécutée par le gouvernem ent helvétique, la
Jeune Suisse ne put continuer à être publiée.
3 Journal suisse.

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

39

qui a si peur qu’on ne prenne la Jeu n e Suisse
pour un organe de l’association nationale; du
Nouvelliste qui, comptant parmi ses adhérents
quelques hommes ou Jeu n e Suisse ou approuvant
les idées de la Jeune Suisse et ayant pour imprimeur
un Jeu n e Suisse, ne trouve rien de mieux à dire, à
propos d’une menace du M ercure de Souable , que :
cela mérite confirmation. Quoi ! si même par je ne
sais quelle raison personnelle et mesquine vous
n’adorez pas la Jeu n e Suisse, vous ne trouvez rien
de plus à dire sur une violation de la liberté de
la presse, aussi criante que le serait la suppression
du jo u rn al ? Quoi! vous parlez de religion, de
christianisme, de fraternité, d’alliance, d’estime,
et vous refusez une simple approbation à une en­
treprise que vous avez toujours déclarée louable ?
Est-ce là du patriotisme? Est-ce là du courage ?
Et parce qu’au lieu de profiter de ce qui a déjà un
commencement d’exécution, au lieu de réunir
toutes les forces, toutes les intelligences, toutes
les ressources, on veut im planter un autre jour­
nal, est-ce une raison de craindre la concurrence,
est-ce une raison de repousser par un silence
d’improbation une entreprise conçue dans des in­
tentions qui n’ont rien à envier aux intentions des
meilleurs d’entre les Suisses?
Je vous aurais envoyé volontiers comme sou­
venir, plutôt que pour autre chose, un article que
j ’ai inséré dans le dernier numéro de la Revue
républicaine sur l’art en Italie ; mais je n ’ai pas
pour le moment d’exemplaire.
Embrassez pour moi mon Elisa que je n ’oublie

�40

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

pas, quoi qu’elle puisse croire, et croyez, Madame
à mon inaltérable amitié.
J o seph .

Y
A Mm0 X ..., Lausanne
Londres, 2 mars 1837#
M adam e,

Je ne sais de quelle manière commencer. Pour
la première fois je me trouve coupable envers vous
d’un tort réel. J ’en ai honte et remords. Voulezvous me pardonner Voulez-vous oublier cet inter­
valle de silence et le considérer comme s’il n’était
que le résultat d’un empêchement m atériel ? Si
quelque chose peut atténuer ou plutôt expliquer
mon étrange conduite, c’est le silence que j’ai
gardé depuis mon départ avec tous mes correspon­
dants. Excepté à Granges1 et une lettre à Emery,
je n ’ai rien écrit. Je m ’étais promis à moi-même
d’écrire quelque chose concernant nos affaires
en Suisse; je n’en ai rien fait. Je m ’étais presque
engagé à donner un tableau résumé de nos der­
nières persécutions à une revue anglaise, et je n’en ai
1 Petite ville du canton de Soleure où Mazzini avait vécu q u e lq u e
tem ps avec les deux Ruffini.

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

41

rien fait. Je suis depuis bien longtemps à Londres;
mille choses, mille monuments m’y intéressent.
Je n’ai rien vu. Si vous exceptez Harro 1 et Dybowski2, je n’ai vu personne. Je ne sors que le
soir pour aller dîner. Aussitôt fait, je rentre.
Voilà ma vie extérieure. Il faudrait un volume
pour vous dire l’intérieur, et j ’y renonce. J’ai
depuis quelque temps des causas de chagrin, d’en­
nui, de dégoût qu’il me faut passer sous silence,
et contre lesquelles il me faut toute ma force pour
ne pas être vaincu. Ma vie me pèse — voilà tout;
mais j ’ai un profond sentiment du devoir, je crois
fermement que nous sommes ici-bas pour remplir
une mission quelconque; que la déserter, c’est de
la lâcheté ; s’accroupir dans une misérable inertie,
de la faiblesse. Je crois donc que je surmonterai
cette période critique, et que je reprendrai toute
mon activité, celle du moins que les circonstances
et l’apathie générale perm ettent encore. J’espère
que mes amis n ’auront à se plaindre que de quelques
mois d’apathie apparente et de silence. Veuillez
donc, Madame, me dire que je suis pardonné et
me rem ettre en paix avec moi-même.
J’ai retardé si longtemps le petit nombre de
pages que je voulais adresser à la Suisse au sujet
des proscrits, que je ne saurais vraiment plus les
publier. Il faudrait au moins une occasion comme
le serait la publication des pièces de l’enquête
1 Harro Haring, écrivain de mérite, né à Héliégoland, vrai pèle­
rin de la liberté, comme l’appelait Mazzini, et qui, dès cette
époque, aspirait à l’unité de la Scandinavie.
2 Émigré polonais.

�42

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

faite par l ’ex-V orort1 ou même un écrit individuel
pour ou contre les proscrits. La défense de Schüler '2 qui devrait être publiée à l’heure qu’il est,
me fournira peut-être l’occasion que je désire. J’ai
écrit pour qu’on veuille bien me l’envoyer. Il y
avait une idée qui me souriait : c’était celle de
réunir en un volume la brochure de Schüler,
un de mes écrits sur le même sujet, un certain
nombre d’articles de moi publiés sur la Jeu n e
Suisse , représentant en quelque sorte l’esprit du
journal et de l’association ; puis, l’im prim er en
Suisse comme justification et comme point de ral­
liement en même temps pour tous ceux, — s’il en
existe, — qui voudraient continuer notre œuvre
chez vous. Mais il faudrait ou trouver un im pri­
m eur qui voudrait se charger de l’impression à ses
risques et périls, et je crois cela impossible; ou
trouver un certain nombre de souscripteurs qui
suffiraient à couvrir les frais d’imprimerie. Il fau­
drait pour cela un travail de recherches actives que
l’association devrait faire, qu’elle ne fera point,
et que nul autre ne peut faire. J ’ai donc renoncé à
cette idée. Si quelque chose vient me fournir un
prétexte je me hâterai d’écrire et d’envoyer. Si­
non, j ’écrirai un jour ou l’autre quelque chose de
moins spécial sur les proscrits.
Les nouvelles qui nous parviennent de Berne
sont honteusem ent décourageantes. La motion
1 Nom donné en Suisse au Directoire fédéral qui expédiait les
affaires en l’absence de la Diète.
2 Émigré allemand.

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

43

Stockmar 1, désertée par Stockmar lui-même,
désertée par Kasthofer 2, en dit plus qu’un livre.
La proposition contre les associations est, après
cela, naturelle. On aurait bien tort de ne pas pro­
fiter de la tiédeur des patriotes. Il faut avancer
ou reculer: c’est la loi des choses; et, puisque
nous n’avons pas le courage d’avancer, il est de
toute justice que nous reculions. Nous aurions
mauvaise grâce à nous plaindre ; que dit M. Druey3?
Que fait l’association nationale? Sont-ils bien
contents que nous soyons loin ? La liberté suisse
en profite-t-elle à leur avis ?
On m arche ici, mais très lentement ; la classe
ouvrière s’essaye dans ses droits, mais sans succès.
On a repoussé il y a quelques jours une motion
tendant à l'abolition du cens d’éligibilité ; ceci
dans la chambre des communes. Les W higs, qui
correspondent aux doctrinaires français, n’accordent
que ce qu’il leur est impossible de refuser. Or, par
suite des dissentiments qui existent parmi les
représentants du parti radical, par suite du
manque d’unité dans leurs efforts, il y a bien peu
de choses qui ne puissent être refusées. Cependant,
l’insistance, la ténacité, sont choses inhérentes
aux Anglais ; ils atteindront leur but, mais bien
tard, bien tard. Quant à la politique extérieure,
il n’y en a pas ; point de plans, point de systèmes
arrêtés. La situation des pays étrangers est com­
plètem ent indifférente au ministère actuel, toutes
1 Homme politique suisse.
Idem.
s Homme d’État vaudois, représentant le parti radical.
2

�44

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZ1NI

les fois que l’intérêt du pays n ’est pas directem ent
et immédiatement blessé. L’insouciance avec la­
quelle 0n choisit ici les agents consulaires en est
la preuve. Je crois cependant que M orier1 va
être remplacé. Mais toutes les fois que vous enten­
drez parler de guerre avec la Russie ou de toute
autre démonstration énergique, n ’en croyez rien,
et moquez-vous de ceux qui bâtissent sur cela
l’avenir des peuples.
Le départ de cette lettre ayant été retardé d’un
jour, je reçois la lettre d’Emery du 24. Elle m ’ap­
prend que vous êtes mal en santé par suite, je sup­
pose, de l' influenza, puisqu'il m ’en parle trois
lignes avant. Je crois qu’elle se manifestera en
Suisse d’une manière plus douce qu’en Angleterre,
et j ’espère qu’à l’heure qu'il est vous êtes entière­
ment rétablie. A Londres elle a presque entiè­
rem ent disparu ; elle a touché son point culm inant
peu de temps après notre arrivée. Je ne pouvais
m ’approcher de la fenêtre sans voir un convoi.
J ’étais sûr, au reste, de ne pas en mourir. C’est une
idée folle, mais je crois que je pressentirai bien
à l’avance l’époque de ma m ort.
Londres est une étrange ville, par son état
atmosphérique. Nous avons eu depuis notre arri­
vée trois ou quatre fois la nuit à midi : nuit com­
plète, pendant laquelle on allume tous les réver­
bères. Figurez-vous un immense bonnet de coton
s’abaissant tout à coup sur les yeux de la ville: c’est
un nuage de fumée mêlé à du brouillard, que
1 Ministre d’Angleterre en Suisse.

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

45

le vent repousse en bas. Je suis ici seul de mon
avis, mais je trouve quelque chose de très poétique
dans ce phénomène. J’ai regardé le ciel perpendi­
culairem ent au-dessus de ma tête. L’œil se perd
alors dans un gouffre rougeâtre, en forme de
cloche, qui me donne toujours, je ne sais pourquoi,
l'idée de la clarté phosphorescente qui devait ré­
gner dans l’enfer de Dante. On dirait la ville entière
soumise à une sorte d’enchantement. On se sou­
vient de la première scène de Macbeth, du Brocksberg , de la Magicienne d 'E n dore. Les promeneurs
ressemblent à des spectres. On se sent un peu
spectre soi-même. En général, le brouillard domine
la ville pendant une grande partie de la journée.
Vous voyez à distance les coupoles, les faîtes des
édifices, les colonnes à moitié cachées paraissant
et disparaissant. Or, cela s’harmonise très bien
avec la teinte sombre des maisons et des édifices.
Cela a de plus, à mes yeux, le grand mérite artis­
tique de faire penser, de donner carrière à l’ima­
gination. Je suis souverainement ennuyé du posi­
t i f , du fini de nos villes ; dans nos villes rien ne
vous échappe. Vous saisissez toute une maison,
toute une rue d’un coup d’œil. Vous embrassez un
édifice par les quatre angles. Le côté obscur de
notre âme qui recèle une vie si puissante et qui
a besoin de s’épancher quelque part n’a rien à
faire là-dedans. On est mathématicien. Ici c’est
tout le contraire. Et ce vague, cet indéfini, cet
ossianesque qui en résulte, me plaît pour le moins
autant que la perception froidement complète que
l’on possède ailleurs. Vous devez sourire à ceci:

�46

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

mais je vous dirai qu’en moi ces impressions
se rattachent à une source plus grave : c’est une
réaction que j ’éprouve contre le positif, l’utilitarisme, la prose, un mot qui envahit de plus en
plus notre époque, qui glace toutes les facultés
d’enthousiasme propres à féconder et qui fait de
tout individu appartenant à notre chétive génération un être non pas raisonnable, mais raisonneur.
calculateur, chiffreur en toutes choses : on est
ainsi à Londres encore plus que partout ailleurs.
L’atmosphère et la nature valent mieux que les
hommes.
Les nuits sont assez belles: le ciel est très souvent serein, mais sans mouvement ; le s é to ile s sont
fort peu scintillantes, elles ressemblent toutes à
des planètes.
Schüler vient de m ’envoyer quatre exemplaires
de sa brochure. Et c’est avec un vif chagrin que
je me suis vu forcé de les refuser. Quoique sous
bande, ils en exigeaient trois guinées (soixante et
quelques francs). C’est une dépense qui dépasse
mes finances actuelles. J’ignore le pourquoi de ce
droit élevé. On a prétendu qu’il en aurait été autrem ent si les feuilles en avaient été timbrées ; les
journaux, en effet, coûtent assez peu. Quoi qu’il en
soit, il me faudra avoir cette brochure. Si on pouvait en expédier une par feuilles détachées, sous
bandes et timbrées, peut-être ne payerait-elle que
comme les journaux. On pourrait aussi en adresser
à Paris, à l’adresse que je donne à Emery. On pro­
fiterait d’une occasion pour me l’envoyer de là, il
n ’en manque pas.

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

47

Vous connaissez, Madame, la mort du pauvre S...
J ’ai vu quelques proscrits allemands, un certain
nombre est parti pour l’Amérique, d’autres tra­
vaillent comme ils peuvent. Harro écrit ses mé­
moires. Cet ouvrage qui touche à tout ce qui s’est
passé d’im portant depuis plus de trente ans paraî­
tra en anglais. Je crois qu’il a trouvé à vendre
assez bien son manuscrit.
J’espère que vous voudrez bien me donner de
vos nouvelles; celles de M. X ..., celles de toute
votre famille, surtout celles de Mlle Madeleine.
Vous savez les nouvelles démarches contre Ugoni 1
et d’autres. Ugoni doit se trouver en ce moment
en Suisse, mais je suis sans nouvelles de lui. A part
les embarras personnels, de nouvelles persécu­
tions auraient au moins l’avantage de prouver
que c’est à la Suisse, à son indépendance qu’on en
veut, et non aux complots des réfugiés auxquels
personne, à l’heure qu’il est, ne pourrait ajouter
foi. Veuillez rem ettre le billet inclus à Emery, et
croyez-moi, m algré mon long silence, votre ami
dévoué et reconnaissant.
J o seph .
24, George Street Tottenham Court Road.

* Émigré italien.

�48

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

VI
A M.

T h o m a s É m e h y 1,

Lausanne
Londres, 23 août 1837.

C h er É m er y ,

J’ai tardé à écrire, mais que dois-je écrire ? Je
n ’ai pas de nouvelles à te donner, je ne puis en
avoir, personne ne peut en avoir: lâcheté, sottise,
corruption de toutes choses ! T’écrire des idées ?
Dans quel but ? A tes yeux mes idées sont héré­
tiques. Il vaut donc mieux se taire. Stolzm ann2
est arrivé, je l’ai vu hier. Il va bien et m’a apporté
les cadeaux d’Elisa et de MmeX... à laquelle j’é­
crirai demain. Il m ’a remis aussi de ta part
quelques numéros de la Jeu n e Suisse , et je t’en
suis reconnaissant. Ce ne sont pas ceux que j ’au­
rais désiré, mais peu importe ! ........................•
Tu trouveras ci-joint une partie de l’article dont
je t’ai parlé. Mais, 1° il ne peut être inséré dans
d’autres journaux avant d’avoir été publié ici; je
t’avertirai quand il aura paru ; 2° je m’aperçois
qu’il est trop long pour l' Helvétia3.
Je l’ai recopiée, pensant que, comme il ne con­
1 Les lettres adressées à Thomas Émery sont en italien dans
l’original.
2 Émigré allemand.
3 Journal suisse.

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

49

tenait pas de choses périlleuses en elles-mêmes, un
journal plus intelligent que les journaux d’ici pour­
rait le republier, s’il lui était offert en entier...
Mon unique but est de faire parler de l’Italie, des
travaux qui s’y accomplissent et des hommes, tels
que Guerrazzi1 par exemple. Penses-y, et écris-moi
si je dois, oui ou non, t ’envoyer le reste de l’article ;
en cas affirmatif j ’en copierai quelques pages dans
chacune de mes lettres. Si tu ne penses pas pou­
voir le placer à la Bibliothèque de Genève 2, tu
pourrais en tirer ce que tu croiras opportun pour
l' Helvétia. J’ai envoyé hier à cette rédaction
quelques lignes sur les élections anglaises, mais
l'Helvétia était meilleure autrefois.............................
J ’ai été voir Dwornicki3, bon vieux, loyal soldat,
mais nul en fait de politique. Je le verrai peut-être
quelquefois encore, mais m aintenant que Stolzmann
est ici je lui laisserai ce soin s’il veut s’en charger,
c’est-à-dire le soin de parler, car, pour le moment,
il n’y a pas autre chose à faire. Ils ne réussiront
pas à fonder la centralisation polonaise, c’est im­
possible. S’ils réussissaient d’ailleurs les effets en
seraient nuls. Il en serait d’elle comme de toutes
les centralisations à bases très larges ; ce ne serait
qu’une union nominative. Du reste, un seul mot
suffit. On répand le bruit que j ’ai abandonné la
1 Célèbre patriote toscan, d’opinions républicaines, auteur de
plusieurs ouvrages remarquables.
2 Revue qui se publiait à Genève et qui se fondit en 1858 avec
la Revue Suisse.
s Émigré polonais.

�50

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

Jeu n e Europe l. Je réponds que
Europe qui m ’a abandonné. Parm i

c’est la Jeune
les signataires
y en a-t-il un seul qui partage les idées de la Jeune
E u ro p e , telle que je l’entendais et l’entends encore ?
Tant pis pour eux s’ils ne comprenaient pas ou
faisaient des restrictions mentales. Vous êtes tous
ou matérialistes ou catholiques. Marchez donc avec
Cavaignac2 et avec Bu chez3; tous deux vous ensei­
gneront l’initiative permanente française. Les Polo­
nais catholiques de C... l’ont déjà acceptée publi­
quement et l’ont imprimée. La Jeu n e E u ro p e , —
permets-moi de le dire une fois seulement, — était
l’unique moyen de faire jaillir parmi les proscrits
une étincelle bienfaisante : la Jeu n e E urope a été
fondée en vue de choses qui se vérifieront, mais
pas pour nous. J ’ai cru trouver en elles le centre
1 Association dont Mazzini fut le principal initiateur. (Voir In­
troduction.) Elle se composait d’italiens, d’Allemands, de Polonais,
comme représentant les trois familles de peuples de l’Europe :
l’helléno-latine, la germaine, la slave. Dans la pensée de Mazzini
les autres nations devaient peu a peu se grouper autour de ce»
trois peuples initiateurs; chacune d’elles choisissant celui dont elle
se rapprochait davantage comme affinité de race. Le 15 avril 1834,
le pacte de fraternité de la Jeune Europe fut signé à Berne par
dix-sept membres de la Jeune Ita lie, de la Jeune Allem agne et
de la Jeune Pologne. Les instructions générales acceptées par les
initiateurs com m encent par ces mots : « La Jeune Europe est
l’association de tous ceux qui, croyant pour tous les hommes
à un avenir de liberté, d’égalité, de fraternité, veulent consacrer
à la fondation de cet avenir leurs pensées et leurs œuvres. »
2 Fils du conventionnel de ce nom. Républicain ardent, il fut
un des fondateurs de la Société des amis du peuple et de la Société
des droits de l'homme.
3 Publiciste et homme politique, né en 1796, mort en 1868; il
fut le fondateur de la Charbonnerie française. En 1848, il fut un
moment Président de l’Assemblée Constituante.

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

51

qui pouvait les incarner ; c’était une illusion. Vous
êtes tous les fils du passé. Et que Dieu vous le
pardonne, car chez toi, du moins, ce n’est qu’une
erreur de pensée. Aujourd’hui je suis entouré de
gens qui se disent Jeu n e E u ro p e , et qui en contre­
disent toutes les idées ; de gens qui ne voient en
elle qu’un lien nominal, une chaîne de conjura­
tions, et non un apostolat, une mission, un rôle
de précurseur... De tous côtés, de près et de loin,
je ne rencontre pour mes idées, pour ce que j ’ai
fait, pour ce que j’ai tenté de faire que la raillerie,
la dérision, l’injure...
Depuis une année, je souffre intérieurem ent
d’une façon qui me fait croire que je suis immortel,
car je devrais en m ourir! Depuis une année, j ’ai
vu tout tomber autour de moi, une chose après
l’autre : l’amour, l’amitié, la religion des souve­
nirs, la poésie, la sympathie, et cela de la façon la
plus amère, avec tout ce qui se peut inventer pour
torturer une âme qui ne vivait que de foi dans
l’avenir et d'un peu d’am our... Je suis seul, com­
plètement seul, seul avec Dieu, avec mes souve­
nirs et avec ma foi. Et parce que cette foi, personne
ne la partage, suis-je donc coupable ? J'abandonne,
je déserte la Jeu n e Europe parce que ma Jeu n e
Europe n ’est pas la vôtre. J’en souffre beaucoup
plus que je ne vous le dis, croyez-le. Tu me parles
de Rom e1, et tu dis que je pouvais sauver l’Italie
en l’y ramenant. Je voulais bien ram ener l’Italie à
1 Les idées .religieuses de L.-A. Melegari étaient extrêmement
libérales. Domenico Berti, dans son ouvrage, Il Conte di Cavour
avanli il 48, écrit : Melegari fut l'un des hommes qui aida le

�52

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

Rome, mais je voulais davantage, je voulais y ra­
m ener l’Europe et l’humanité, faire à l’Italie une
couronne de peuples auxquels la virginité aurait
été rendue. Je voulais faire de Rome l’esprit de la
terre, le verbe de Dieu parm i les races. Vous aussi
voulez y arriver, mais au moyen d’une parole
vieillie, et dont une moitié de l’Europe s’est déta­
chée par la réforme, et une autre moitié par le scep­
ticisme ; au moyen d’une foi qui a existé jadis et qui
m aintenant, grâce à vous et avec votre adhésion,
est devenue une philosophie; d’une foi que vous
voulez faire revivre à force de livres, de savantes
interprétations et d’érudition sophistique. Que Dieu
plus le comte de Cavour à préparer les esprits en Piémont à bien
accueillir la doctrine de la séparation de l’Église et de l’État... Il
ne se contenta pas de l’illustrer de la chaire, mais cédant à nos
prières il écrivit à ce sujet une étude de grande valeur dans la
Rivista Italiana de 1850. L’illustre publiciste, après avoir démon­
tré par des raisons évidentes que la séparation de l’Église et de
l ’État était le seul systèm e possible, déclare par une sorte de ju­
gem ent prophétique que l’Église ne pourra atteindre la paix et
une véritable indépendance que dans la liberté : « La coupe dont il
a fallu nous abreuver ces derniers temps a été amère pour l'Italie
et pour toute la catholicité, et tant que l’antagonism e entre
l’Italie et Rome n’aura pas cessé, elle ne sera pas éloignée de nos
lèvres. On n’arrivera à ce but que lorsque tous les États catho­
liques seront régulièrement entrés dans le systèm e de l’indépen­
dance. La base de la liberté de l’Église dans tous les États n’aura
plus besoin pour assurer son indépendance .spirituelle, du secours
matériel et vain d’un territoire propre. Libre alors, car sa liberté
deviendra l’intérêt commun et principal des nations catholiques,
elle le sera d’autant plus dans la Rome affranchie où le peuple
et les princes italiens vénéreront dans le chef suprême d e l'Eglise,
outre le père commun des fidèles, le garant moral de leur liberté.
La tiare, cessant d’être un obstacle à l’établissem ent de la nationalité italienne, deviendra un des plus chers intérêts de l’ltalie
une de ses gloires les plus élevées, sa couronne... »

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

53

vous pardonne ! Vous ne comprenez ni l’histoire,
ni la loi des temps, ni l’humanité, ni Christ
lui-même, Christ qui est m ort pour que l’hum anité
s'émancipe un jour jusqu’à m onter à Dieu avec
ses propres forces ! N’en parlons pas, — nous n ’appartenons pas à une génération destinée à agir ;
d autres viendront après nous et agiront. Il n ’y
a pour nous que l’individualisme : nous ne pouvons
arriver à être un, à fondre en une seule deux ou
trois de nos personnalités. Et ne crois pas que je
dise ces choses sans douleur...
Notre devoir à tous serait au moins de garder
vivant, ne fût-ce que le nom de la Jeu n e Italie , ne
fût-ce que sa couleur politique. Mais, depuis que,
devenu défiant, je me suis retiré de l’activité pu­
blique après l’insuccès de l’expédition de Savoie1,
nul parmi les jeunes Italiens qui sont en exil n ’a
dit : « Le chef est vieux, mais la Jeu n e Italie est im­
mortelle ! Nul n’a essayé de réunir un groupe qui
lançât une circulaire, ne fût-ce que tous les deux
mois ! Et cela, malgré ce que j ’ai dit à Paris, mal­
gré le plan que j ’ai exposé à Ghiglione2 et à d’autres,
plan qui me sacrifiait en face de l’Italie, mais qui
pouvait faire renaître la confiance. Maintenant il
est tard ; personne ne veut plus. Moi, môme si je
le voulais, je ne le pourrais pas. J’ai engagé la
bague de ma mère, ma montre, mes livres, mes
cartes géographiques; je cherche un emploi de
correcteur d’imprimerie et je ne le trouve pas ! Je
n ai jusqu’à présent qu’un seul article d’accepté et
' Voir Introduction.
" Émigré italien.

�54

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

peut-être le payera-t-on à la fin de l’année ! Que
veux-tu que je fasse ? Sauf le cigare, tu sais que je
n’ai pas de vices. Mais pour agir il est nécessaire
de vivre. Il faut donc que je m ’occupe de vivre,
me bornant à jeter au vent quelques vérités que
j ’écris, — forcé par la nécessité, — pour des gens
qui ne les comprennent pas...... Ne me traite donc
plus d’orgueilleux et ne me parle plus de comptes
à rendre à Dieu. Cela me fait rire, mais d’un rire
am er...... Je me sens en état de me présenter de­
vant Dieu aussi pur et avec autant de confiance
que tous les croyants du monde ; c’est désorm ais
ma seule certitude.
Tu m ’as promis une longue lettre sur elle {, etc.
je te prie de l’écrire, afin que je sache tout.
Je suis mal avec les exilés de 1821, ou plutôt
ce sont eux qui sont mal avec moi.
Adieu, aime-moi et dis-moi où tu penses a ller
si tu quittes la Suisse.
Adieu.
V II
A Mme X ..., Lausanne
Londres, 23 septembre 1837.

M adam e,

Vous êtes bonne et je ne suis pas heureux : vo u s
me pardonnerez donc mon silence. Il y a dan s
1

Madeleine. Voir Introduction.

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

55

cette atmosphère dé Londres quelque chose qui
tue mon activité extérieure. Je sens, j’aime, je me
souviens, je crois ; je. suis le môme homme, mais
je ne puis le dire. Ma pensée ne peut se traduire. Il
s’est opéré en moi un mouvement de refoulement,
de concentration forcée dont je ne suis pas respon­
sable. Ceci, car je ne voudrais pas calomnier
Londres, tient à bien d’autres causes ; mais il vaut
mieux ne pas en parler. Mille fois je me suis dit :
Demain j’écrirai ; puis le jour après je me disais :
Que vais-je écrire ? Oh ! croyez-le bien, vous tous
qui m’aimez et que je n’oublie pas, si je pouvais
en vous écrivant vous apporter un sourire, une
sensation de bonheur, une bonne nouvelle, j ’écri­
rais ; mais pourquoi écrire pour répéter cent fois :
tout se flétrit autour de nous, tout s’en v a ; la m ort
dans le désert, voilà où nous allons ? Alors, je
quitte plume et papier, je croise les bras, je me
dis : ceux qui ont de l’affection pour moi, ceux qui
m’ont fait du bien ou qui auraient voulu m’en
faire, savent bien que je n’oublie jam ais ; ils savent
bien que je ne vis plus que de souvenirs et de pres­
sentim ents ; que tout peut m ourir autour de moi,
mais rien en m oi; et que, soit que je me taise, soit
que je parle, ma pensée est avec eux. Aujourd’hui
je vous écris, — votre bonnet devant moi, — plein
de reconnaissance pour votre souvenir. Je vous
sais gré aussi des encouragements contenus dans
votre lettre ; mais je suis seul. L’œuvre de disso­
lution s’accomplit d’une manière effrayante. Le
parti républicain n ’existe plus comme parti. Je ne
parle pas de la France, mais parmi nous, hommes

�56

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

de l’exil, auxquels Dieu lui-même a tracé la ro u te
de l’apostolat hum anitaire, il y a désorganisation
complète. Les uns s’en vont par faiblesse ; les
autres par réaction. Soit, disent-ils, nous avons
voulu le bien ; nous avons souffert pour le bien ;
notre génération n ’en veut pas, elle nous a repous­
sés ; elle nous a flétris comme des perturbateurs ;
tant pis pour elle ; nous avons fait notre devoir ! \
présent songeons à nous, il nous faut vivre ; v iv re
le moins mal possible, jouir si cela se p e u t ; voilà
tout ; pourquoi nous sacrifierons-nous sans cesse à
des hommes qui se rient de notre sacrifice ?
dessus on s’occupe de se caser, de se préparer u n e
existence que demain peut-être le choléra ou vin
souffle d’air brisera ; on se parque dans l’indivi
dualisme et on rit de celui qui persiste. Ceci p a r­
tout et pour tous. Si je pouvais vous com pter n os
défections ! Quant à moi je reste ; la vie ne m ’ay an t
jamais paru une question de souffrance ou de jo u issance, mais bien de devoir et de mission, j e n e
puis faiblir. Qu’a de commun la génération actuelle,
qu’a de commun la réussite avec la vérité de n o tre
croyance ? Ne reçoit-elle pas précisément sa con
sécration de cet hideux état qui se déploie a u to u r
de nous? Je reste donc. J ’ai fouillé, pendant to u t
ce tem ps, bien avant dans mon cœur; j ’y ai fo u illé
dans des moments de révolte, dans des m om ents
de détresse morale que jamais je ne pourrai v o u s
décrire: toujours au fond j ’ai trouvé la foi. Je
m ourrai en elle, mais quel témoignage p u is-je
désormais lui rendre? Que puis-je faire? A q u i
parler si personne ne m ’écoute ? Si vous saviez ce

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

57

que c’est, Madame, que de se trouver où j’en suis,
à la moitié de sa vie, de regarder autour de soi et
de ne voir plus un seul de ceux qui avaient fait route
avec vous ! La désharmonie entre mon âme et tout
ce qui est en dehors m ’écrase. Ecrire? Où, com­
ment, pour qui ? Il n ’y a pas en France, en Angle­
terre un seul journal à l’heure qu’il est qui veuille
de moi, ou dont je veuille. Il n’y a que des recueils
matérialistes ou chrétiens catholiques. Je ne puis
me ranger ni avec les premiers ni avec les seconds.
Le besoin de me réunir à quelqu’un m ’avait fait
pencher vers Lamennais, l’homme que j ’estime le
plus en France : son Monde a changé de direction ;
lui s’est retiré en Champagne. J’ignore s’il réalisera
une autre entreprise; mais, je serais toujours mal
à l’aise même avec lui. Je ne suis pas chrétien; je
ne crois pas à la religion chrétienne, divinité du
Christ, dogme de la chute, etc. ; je crois à la m orale
du Christ, mais je crois qu’elle est insuffisante à
l’accomplissement des destinées sociales de l’hu­
manité. Je crois que la foi chrétienne se m eurt au
cœur des m asses ; je crois que son œuvre est faite;
je crois que tout ce qui se passe aujourd’hui pro­
clame ses funérailles. Tout ce mouvement néo­
chrétien qui se fait aujourd’hui au sein de quelques
écoles philosophiques telles que celles de Bûchez
en France, ou qui se mêle chez nous aux tentatives
littéraires de notre jeunesse, est semblable au
mouvement pour raviver le paganisme en le mê­
lant de platonisme qui se faisait en face du chris­
tianisme naissant chez les intelligences païennes.
Il mourra à la peine, et ses travaux philosophiques

�b8

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

pour raviver ce qui a été une religion ne serviront,
en dernière analyse, qu’à constater l’heure d er­
nière de ce qu’ils cherchent à transform er. Les
religions, comme tout ce qui part du cœur, ne
renaissent plus de leurs cendres.
Cependant, nous ne pouvons pas rester ainsi ;
nous ne pouvons rester avec une simple morale et
qui plus est, incomplète. L’hum anité a besoin d e
quelque chose de plus ; elle a besoin d’une solution
à ses doutes, à sa soif d’avenir ; il faut qu'on lui dise
d’où elle vient, où elle va. Il faut qu’on le dise
aussi à l’individu : car nous avons besoin de savoir
si nous n’aimons que la m ort; si ceux que nous
aimons et qui nous aim ent nous reverront ailleurs ;
si nous ne sommes que des jouets dans la main de
Dieu; si, quand il nous révèle, dans des m om ents
d ’inspiration presque inexplicables, son univers
l’avenir de l’hum anité, ou le sublime de la vertu
du dévouement, de l’amour, c’est à condition q u e
jam ais nous n’en jouirons ; si ce ne sont que d es
images qu’il nous montre et qu’il brise à jam ais
ou bien si ce sont des aperçus d’un développem ent
bien supérieur à ce que nous pouvons atteindre
ici-bas ! De là une foule de questions que toutes les
âmes s’adressent ou s’adresseront tôt ou tard, e t
dont la réponse acceptée constitue ce qu’on appelle
la partie théologique de la religion. C’est celle-là
qu’il faut à tout grand développement hum ani­
taire. Je crois donc à une grande et nouvelle m anifestation religieuse qui sortira du sein du p re­
m ier peuple qui se lèvera au nom de l’hum anité e t
dont nous sommes, dont nous devrions être, veux-

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

59

je dire, les précurseurs, les apôtres. Mais nous ne
sommes que de misérables égoïstes, inconséquents
et lâches, qui, après avoir entrevu l’idée, la renions.
Aujourd’hui, c’est Marast qui se plaint dans le
National que l’individualisme a tout envahi et mine
tous nos efforts, sans se rappeler que c’est lui avec
ses amis qui l’ont formulé et intronisé dans leurs
théories politiques, matérialistes et purement né­
gatives. Demain, ce sera un autre qui accepte mes
idées, mais qui prétend que pour le moment il faut
être chrétien et parler seulement de la chose après
le mouvement opéré : c’est-à-dire une affaire de
croyance subordonnée à un petit calcul diploma­
tique! Leresche1 a peur de mon nom même, et il
supprime, au bas de quelques lignes que je lui
envoie sur Londres, le J. pour y substituer des
astérisques. T rélat2 place aujourd’hui même, de sa
propre autorité, trois lignes d’éloge sur Béranger,
poète libéral, matérialiste dans le fond, au bout
de quelques lignes que j ’ai envoyées au National
sur la littérature. Ici un directeur de revue m ’a
refusé un long article, seulement parce que j ’y
louais Byron : cela, m ’a-t-il dit, parce que Byron
est un poète immoral. Que faire donc? écrire un
volume? Je le ferais. Mais en ce moment il y a
autre chose pour moi ; par suite de quelques cir­
constances particulières, il me faut travailler pour
vivre ; il me faut écrire pour ces revues des articles
littéraires, historiques ou autres. Je cherche à y
glisser quelques-unes de mes pensées habituelles ;
1
2

Directeur de L'Helvetia.
Publiciste français, ami et collaborateur de Buchez.

�60

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

je voudrais bien introduire ici quelques sym pathies
hum anitaires, quelques tendances spiritualistes
progressives et synthétiques; car ils n’ont que des
sectes, des réformes de détails et de l’analyse. Il
me faut faire cela; et aussitôt que j ’aurai un peu
do temps à moi, je vous promets de le consacrer
à écrire librem ent toute ma pensée. Je vous ai
beaucoup trop parlé de croyances, etc. Mais j ’ai
voulu implicitement répondre à ce que vous m e
demandiez dans votre lettre sur le spiritualism e et
sur le matérialisme. Je vous tiendrai au courant de
ce que j ’écris ici et de ce qu’on en dira. Parm i les
articles que je publierai, il y a bien quelque chose
qu’il ne serait peut-être pas inutile de donner en
français en Suisse; mais vous n ’avez pas un seu l
recueil qui puisse rem plir ce but. Les articles sont
longs et ne conviennent pas à un de vos jo u r­
naux.
Physiquement nous sommes bien. Il fait d é jà
passablement froid, et j ’ai déjà allumé une fois du
feu dans ma chambre. Il fait tantôt beau, ta n tô t
mauvais ; mais cela m ’est indifférent, la n a tu re
ici m ’est parfaitement étrangère, le ciel m uet j e
vis comme au milieu d’une fantasmagorie, sp e c tre
moi-même. Si vous saviez combien de fois je r ê ve
Suisse, Alpes, neiges et couchers du soleil ! Si v o u s
saviez combien je regrette vos lacs et votre ciel,
avec lequel je me sentais frère ! Je ne sors presque
jamais de chez moi. Je vois fort peu de monde le
moins possible. Je vois rarem ent Dybowsky et S tolzm ann qui sont occupés toute la semaine ; quelquefois Harro qui attend quelque argent pour a ller

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

61

s’enfermer dans une petite île en vue de son pays,
Héligoland, et un ou deux Anglais.
Emery est-il parti? Je lui ai écrit il y a quelque
temps, mais je n ’ai pas eu de réponse. Que fait
votre famille ? Notre protecteur M. X... ? Comment
se porte Mlle Madeleine ? Les nouvelles qu’on m’en
a donné dernièrement m ’ont fait de la peine. Vos
autres filles? Elisa? Veuillez lui dire que non seu­
lement je ne l’ai pas oubliée, mais qu’elle a été une
des premières personnes dont j'ai demandé des
nouvelles à Dybowsky lors de son arrivée ici. J ’ai
tous ses cadeaux, tous ses souvenirs. Je repasse
si souvent avec ma pensée tout ce qui m ’a inspiré
ou montré de l’affection dans cette Suisse que, —
malgré ses hommes, — j ’aime comme ma seconde
patrie, qu’il m ’est impossible de ne pas penser
souvent à elle ! J’ai été longtemps inquiet à cause
du choléra : il a été pour la troisième fois à Gênes ;
il y est encore ; mais il donne à présent fort peu
de craintes. Jean et Augustin1 étudient très vive­
ment l’anglais, ils commencent à le parler assez
couramment, — ils sont assez bien. Il s’imprime,
je crois, en ce moment, quelque chose de nous
à Bruxelles dont vous recevrez un exemplaire.
Ce sont un volume de contes d’Usiglio2 et un
petit volume qui contient une traduction du 24 février de W erner, d’Augustin, une assez longue
vie de W erner de moi, et un discours sur la fatalité dans le drame, également de moi. Tout cela
est en italien ; mais j ’ai pensé que notre langue
1 Les frères Ruffini.
2 Emigré italien.

�62

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

n ’était pas étrangère dans votre famille. Les contes
sont écrits dans un style extrêmement clair et
simple ; mon discours ne l’est pas, la m atière
m ’en empêchait ; mais la vie de W erner l’est da­
vantage, et je l’aime moi-même beaucoup plus.
J ’y ai glissé, — quoique très voilés, car le volum e
est fait pour l’Italie, — quelques-uns de m es
pressentiments les plus chers. Auriez-vous par
hasard à Lausanne un jeune Italien qui a été
avec moi en Savoie, P allia1, qu’on dit presque
m ourant de phtisie ? Pourriez-vous m ’en donner
des nouvelles? Ortali2 est, je crois, en Italie,
assez tranquille, mais, comme cela est naturel, il
n’écrit pas. Je ne saurais vous dire où se trouvent
les exemplaires dé Foi et Avenir. Ils étaient dans
les mains de M. Courvoisier qui est encore, je crois,
en Russie. Je veux maintenant céder la plum e à
mes amis ; mais c’est avec l’intention de ne pas
devoir une seconde fois demander pardon d’u n
aussi long silence. Veuillez dire bien des choses
pour moi à M. X... et à toute votre famille.
Croyez à l’amitié et à la reconnaissance de votre
dévoué
Jos. M a z z in i .
9, George Str.eet Euston Square.

P .-S. — Voudriez-vous être assez bonne pour
écrire ou faire écrire à Albera3, à Genève, de m a
1
Théologien piémontais, ami de Gioberti. Réfugié à Paris, il
trouva un emploi à la Bibliothèque nationale. 11 mourut jeu n e
en exil.
2 Émigré italien.
3
Émigré italien.

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

63

part, que j’ai reçu son billet par Stolzmann, que je
lui écrirai plus tard, que je le remercie de son sou­
venir et de ses offres, qu’Emery doit avoir arrangé
son compte pour l’histoire parlementaire et que je
voudrais le charger de deux commissions? La pre­
mière consiste à m ’envoyer aussi vite qu’il pourra
un extrait de la Gazette de Milan, que j ’avais, mais
que je n ’ai plus, contenant les condamnations
portées contre les Jeu n e Italie , avec un préam­
bule. Je pense qu’il ne lui sera pas difficile de la
trouver; il peut alors, si cela ne l’ennuie pas trop,
m ’envoyer le tout transcrit en petits caractères
dans une grande feuille, simple, à moins qu’il ne
puisse l’envoyer à Paris, d’où on devrait me
l’adresser sous bande. Il peut, s’il écrit, ajouter
lui-même ce qu’il se rappelle des persécutions
de Lombardie à celte époque. Je tiens beau­
coup, — à cause d’un travail que je compte entre­
prendre, — à réunir tout ce qu’il existe d’inédit
d’Ugo Foscolo ; je crois qu’il pourrait peut-être
par ses amis de Milan déterrer quelques lettres
non publiées ; mais ce qui me serait précieux, c’est
une adresse entièrement oubliée que six mille
jeunes Lombards, organisés en garde civique,
déposèrent en 1814, peu de jours après l’entrée
des Autrichiens à Milan, dans les mains du géné­
ral anglais Mac-Farlane pour qu’il la soumît aux
puissances. L’adresse qui demandait l’indépen­
dance et des institutions était rédigée par Foscolo.
Le fait est certain, mais l’adresse est introu­
vable. Cependant, je ne pense pas que cela serait
impossible, si par exemple Mme C... ou quelqu’un

�64

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

de ses amis voulait s’en charger, Ciani pourrrait
peut-être lui être utile. Un autre écrit me serait
également précieux ; il est contenu dans la Gazette
de Lugano du 14- avril 1815. C’est un article en
réponse à un mémoire historique de la révolution
de Milan. Pour tout ce qui regarde Foscolo, je lui
donne tout le temps dont il aura besoin; seule­
ment je le prie de vouloir bien s’en occuper. Il peut
s’il le veut, demander en mon nom et dans l’inté­
rêt du nom de Foscolo. Grossi devrait être à m êm e
de réussir, et il faudrait le préférer à tout au tre
libraire ou journaliste qui serait vraisem blable­
ment tenté de garder les documents pour en tra ­
fiquer au besoin. Croyez-moi votre am i.
J o seph .

V III
A M.

T homas E m er y ,

M ontauban1
Londres, 24 octobre 1837

A .2,
J ’ai reçu tes lettres et je réponds im m édiate
ment. Je donnerai ton billet à Stolzmann. Je s u is
peiné de l’état de ta santé. Essaye de te soign e r
Mourir en exil, et sans avoir pu porter témoignage
de sa foi, serait bien dur. Conservons-nous en vie
Cher

' Thomas Émery avait quitté Lausanne et s’était réfugié
Montauban, près d'amis italiens, émigrés comme lui.
a
2 Cher A. signifie cher Amédée.

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

65

aussi longtemps que nous le pouvons. Je me sens
très faible, mais cela vient de ce que je ne fais
jamais d’exercice. Du reste, je suis en bonne santé,
mais ma tête est agitée de tant de pensées !... Et, la
nuit, je rêve à de si étranges et terribles choses que
je ne sais comment je réussis à être aussi bien.
P érier1 sera, si tu veux, un excellent élément,
mais pas pour nous ; tous ces gens-là ne feront
jamais rien en faveur de la Jeu n e Europe. Cepen­
dant, tu peux essayer. Je ne comprends pas bien
de quoi il se plaint. J ’écris aujourd’hui en Es­
pagne 2, mais je ne sais plus que faire. Ils me
reprochent mon silence, ils me demandent des
adresses, j ’écris ; ils ne reçoivent pas ou ne ré­
pondent pas.
Si tu m ’avais fait, dans ta lettre, une seule allu­
sion à mon article, j ’aurais donné à tes conseils la
préférence sur tous les autres. Mais, comme tu ne
m ’en avais rien écrit, j ’ai pensé à Gustave3, qui est
a Bruxelles et je me suis dit qu’il pourrait en tirer
un profit quelconque en le publiant comme tra­
duction, dans la Revue Universelle de Bruxelles ,
journal sans couleur, composé d’articles pris à
d’autres journaux, et je le lui ai envoyé. Peut-être
te tombera-t-il sous les yeux. Tu le liras, mais
sans les notes ajoutées depuis. Tu me donneras
ton avis. Il doit avoir été publié ici hier ; je verrai
ce qu’on en dira. J’ai term iné un autre article
assez long sur le siège de Florence. Je ne sais si la
Probablement un frère de Casimir Périer.
“ Aux émigrés italiens réfugiés en Espagne.
3 Gustavo Modena, célèbre acteur italien, patriote et émigré.
1

�66

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

l’acceptera; je le désirerais, car j ’y
parle de la cause italienne et développe l’idée que
notre révolution ne peut être que populaire, répu­
blicaine, unitaire et religieuse. Mais je l’ai écrit
en italien, je ne puis donc te l’envoyer, car il te
serait inutile; du reste, même si on l’accepte, il ne
paraîtra qu’à la fin de janvier... L’idée de lancer
des articles dans l’Italie méridionale me paraît
bonne...............................................................................
E d im b u rgh

Tu auras appris de Bruxelles que X... est chargé
d’un travail sur la Jeu n e Italie et la Jeu n e E u ro p e,
pour la nouvelle édition du Lexicon allemand. Je
lui ai envoyé les matériaux nécessaires, et il expo­
sera, au point de vue historique bien entendu, quels
sont les principes des deux associations. Ce sera
une bonne chose, car on apprendra ainsi à les con­
naître comme doctrines et non seulement comme
foyers de conspirations. P u is, j ’ai recommandé
qu’on démontrât , en faisant ressortir certains
points de la Jeune Italie, que la prem ière associa­
tion hum anitaire, dans le vrai sens du mot, est
sortie de notre pays. À Strasbourg aussi, je crois
qu’on imprimera, traduits en allemand, certains de
nos écrits, le manifeste de la Jeu n e Italie adressé
aux Allemands, et Foi et avenir.
Il faut absolument que nous montrions ce que nous
sommes, c’est-à-dire une association religieuse dont
le problème est un problème éducatif et dont le
travail de conspiration n’est qu’une conséquence du
principe d’action sous toutes ses formes. Quant à
la Jeu n e Italie, je ne puis pour le moment rien

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

67

faire pour elle. Mais quelque chose doit être fait.
J’ai toujours vivement désiré qu’un centre quel­
conque se rétablit à l’étranger, si ce n ’était que dans
le but de répandre quelques circulaires lithogra
phiées. Mais si la Jeu n e Italie n’a pu jusqu’ici réu­
nir trois hommes de bonne volonté, ce sera d’au­
tant plus difficile m aintenant que tu n’es plus en
Suisse. D’ailleurs, parmi les nôtres, je ne connais
que Gustave qui continue à être ardent et plein de
bonne volonté. A propos du midi de la France et de
publications, une idée m ’est venue, mais elle est
probablement irréalisable. Je voudrais réunir, en
les commentant, les quatre articles sur Fourrier
insérés dans la Jeune Suisse. Si 0n les publiait
réunis, ce serait le premier numéro d’une série
d’études sûr les écoles nouvelles de ces derniers
temps, envisagées à notre point de vue. Le second
article sera sur les Saint-Simoniens ; le troisième,
sur les utilitaires, puis Bûchez, etc. Ce serait un
travail de démolition qui m ontrerait le vide et
l’imperfection de tous ces systèmes. Mais la diffi­
culté est d’obtenir la réimpression des quatre pre­
miers articles que je t’enverrai réunis. Il sera
difficile aussi d’y intercaler quelques lignes révé­
lant leur source et constatant l’existence de la
Jeu n e E u ro p e , comme école ou systèm e, peu
im porte ! L’im portant est d’en constater l’existence.
Penses-y, interroge les autres et dis-moi ce que je
dois faire.
Comme tu le vois, bien ou mal, je travaille, mais
jusqu’ici cela ne m ’a pas rapporté un schelling. Je
crois qu’on paye ici à la lin de l’année, mais en

�68

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

attendant je suis dans un état d’angoisse que je ne
puis t’exprimer. Stolzmann m ’a remis les deux
cents francs que tu lui as donnés, mais ici les
francs représentent des sous ou à peu près.
Je ne lis pas un livre nouveau, pas une revue,
pas un journal anglais, sauf un recueil, hebdoma­
daire. A Londres, personne ne prête rien, puis j ’ai
de la répugnance à demander et à voir du monde.
Je n’ai jam ais été aussi dépourvu de lectures. En
échange de quelques articles, je reçois gratis le
National et l'Helvétia. C’est tout. Mais la m isère
matérielle, les ennuis et les privations de tout genre
ne sont rien en comparaison de la misère morale.
Je sens chaque jour davantage le désert et la soli­
tude qui m’entoure. Aucune sensation ne me vient
du dehors, parce que j ’ai toujours vécu d’une vie
intérieure, et c’est en moi-même que je trouvais les
couleurs delà nature. Ici, je regarde le ciel, la lune
et la- terre comme des choses mortes, un livre
fermé... On ne peut vivre seul ! et je n ’ai personne
qui se soucie de connaître ce que je pense et ce que
je veux... Quand je rentre chez moi en revenant de
la bibliothèque, il me semble rentrer dans une
maison qui n’est pas la mienne, dans une cham bre
qui ne m ’appartient pas... Elle me paraît désolée
et vide comme un sépulcre. Vivre, pour moi est une
lutte perpétuelle, une alternative constante entre
une prostration inexprimable, qui, sans raison im ­
médiate aucune, me donne envie de pleurer ou de
commettre des actes enfantins, et une tension d’âm e
à laquelle j ’essaye de parvenir en faisant a p p e l à
toute la force de mes convictions sur le devoir, la

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

69

vie, la mission de l’homme, le renoncement à soimême. Malheur à moi si je ne croyais pas à ces
choses ! Je serais déjà devenu un don Juan, ou
pire encore, ou bien je me serais tué ! Dans cette
lulte queje soutiens, muet et immobile, j ’ai pu du
moins me convaincre que ma foi est forte, qu’elle
est enracinée dans mon âme et y mourra.
Dans ce désert où je vis il y a cependant des
moments, rares, très rares, durant lesquels je me
sens un géant et où il me semble que Dieu me
visite pour me soutenir, et que j’ai encore quelque
chose à faire pour la vérité. Ils ne durent pas,
mais ils me laissent fort pendant vingt jours. Et
tu me parles du scepticisme que révèlent mes
dernières lettres ! E l l e qui a lu ce que j ’ai écrit
et qui a compris mon âme, où voit-elle ce scep­
ticisme et comment s’en afflige-t-elle ? Je dois
donc toujours faire, sans le vouloir, le m alheur de
ceux que je voudrais rendre heureux, fût-ce au
prix de tout mon sang ! Sceptique, moi ? Je suis
mécontent, désespéré même si tu veux de ce qui
se passe dans la génération actuelle, mais cela n ’a
rien à faire avec l’humanité. Je désespère, oui,
certes, d’avoir jamais un rayon de bonheur et de
pouvoir jamais le donner, mais cela n ’a rien à voir
avec les croyances. Est-ce que je vis, est-ce que
nous vivons tous pour être heureux ? Si nous pou­
vions trouver le b onheur sur cette terre, quel sens
aurait la vie future? N’ai-je pas dit mille fois que
cette vie n’était que l’enfance d’une autre vie, que
1

Madeleine.

�70

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

l’homme a été placé par Dieu sur la terre pour
accomplir une mission, sans se soucier des consé­
quences individuelles qu’elle peut avoir pour lu i ?
N’ai-je pas dit mille fois que dans l’accomplisse­
ment de cette mission l’homme ne doit avoir au­
cune préoccupation extérieure? que la grande loi
de la vie est en Dieu, dans la conscience, dans
l’étude de la vie progressive de l’hum anité ? que
si le monde entier s’effondrait autour de lui,
l’homme devrait cependant continuer encore à
porter témoignage de sa foi ? que plus les méchants
croissent et se m ultiplient, plus le devoir de la
vérité augmente? que plus l’égoïsme surgit révol­
tant, plus l’homme doit sentir la nécessité de le
combattre et d’en détruire le germe dans l’éduca­
tion de l’avenir? que plus le scepticisme envahit
toutes les âmes, plus il doit sanctifier la sienne
par la foi et en faire un temple consacré à Dieu ?
Tout cela je l’ai dit mille fois, et m ’avez-vous
jam ais entendu renier ces croyances ! M’avez-vous
jam ais vu transiger avec la prose ou le calcul, avec
les vices dominants d’aujourd’h u i ?
Je me plains, il est vrai, parce que je suis
homme, et que les désillusions d’un certain genre
me causent une douleur trop forte pour que je ne
la sente pas ; mais pourquoi vouloir interpréter
une plainte comme une révolte ? Je puis être faible
à certaines heures ; mes paroles appartiennent au
vocabulaire hum ain et ne rendent pas bien les
sentiments intim es de l’âme. Mais Christ aussi
y a dit à un certain moment : « Mon Dieu, éloigne
de moi ce calice ! » Doutait-il pour cela ? Etait-

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

71

il moins religieux ? Souffrir ne veut pas dire
changer. Je ne me suis jamais senti aussi religieux
que depuis quelques mois.
Tout ce que je vis et sens me prouve la vérité de
mes croyances; je vois l’état de dissolution, d’indi­
vidualisme auquel conduit nécessairement l'ab­
sence d’une pensée religieuse ; je vois dans cette
absence de pensée religieuse la cause de la perte
temporaire de notre parti; j ’y trouve l’explication
de tous les phénomènes qui nous attristent. Je
sens aussi que je suis né à une époque où je ne
verrai pas l’accomplissement des choses désirées.
Nous mourrons, je le crains, durant la période de
transition. Et ayant, comme je l’ai, foi dans l’avenir,
je sens le déséquilibre accablant qui existe entre
mon âme et le monde d’aujourd’hui. Mais m ’éloignerai-je de Dieu pour cela ? Je ne l’ai jamais prié
avec autant de ferveur que m aintenant pour les
quelques êtres qui me sont chers et qui m ’aiment !
Et que ceux qui m’aim ent prient aussi pour
moi, et fortifions-nous les uns les autres. Ici-bas,
nous ne pouvons nous aider que par la foi, l’af­
fection et la prière ; dans l’au-delà nous nous
entendrons mieux. En attendant, fraternisons
avec nos âmes ; unissons-les dans une même foi
ardente en Dieu ; ayons le même sourire de
résignation en face des maux et des douleurs
de la vie ; consolons-nous les uns les autres en
pensant que nous ne sommes pas seuls à prier, à
souffrir, à aim er... Peut-être chacun de nous a-t-il
besoin pour résister de la foi d’un autre? Peut-être,
— et cette idée m’est venue souvent, — le rayon

�72

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

de vie et de force qui me réchauffe quelquefois
vient-il de la prière d’une créature à l’âme bonne
qui en ce moment pense à moi? Ne m ’enlevez pas
cette consolation par votre défiance. Ne m ’enlevez
pas la douceur de croire que mes prières et mes
pensées solitaires peuvent aussi donner un peu de
force à ceux qui souffrent...
Et toi, qui connais quelque chose de plus sur mes
convictions, explique-les-lui, sois mon garant près
d 'elle. Mes croyances ne sont peut-être pas celles
des autres, ce ne sont pas les tiennes, mais elles
jaillissent en moi d’une inspiration intérieure qui
me vient de Dieu. Au-dessus de toutes les croyances
il y a Dieu ; il y a la conscience de l’im m ortalité
de l’âme ; il y a la foi dans l’existence d'autres
mondes où nous serons plus près de Dieu ; il y a
le sentiment d’un progrès nécessaire qui doit nous
amener vers Dieu, d’une vertu qui doit résister à
toutes les épreuves, d’un sacrifice constant de
nous-mêmes, d’un amour pour l’hum anité au m i­
lieu de laquelle Dieu nous a placés, d’un culte de
prière, d’amour et de sainte poésie... En cela je
suis uni avec toi, avec tous.
Et si mon cœur éprouve des élans qui vont audelà de cette sphère, s’il me semble saisir l’an­
neau qui lie toutes les religions aux évolutions
successives et toujours plus vastes du plan de
Dieu, si au-dessus de tous les temples catholiques
protestants et autres, il me semble contempler u n
temple plus vaste et qui, s’appuyant sur tous les
temples, les embrasse to u s ; s’il me semble voir
non pas l’homme en tant qu’individu, mais l’h u ­

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

73

manité tout entière recueillie et unie se prosterner
dans ce temple, suis-je pour cela moins religieux
que vous? Un jour peut-être je pourrai exprimer
ma pensée, dire ce que je crois et ce que je pres­
sens ; indiquer les voies que j ’ai suivies, et vous
verrez avec quel am our j’ai considéré toutes ces
formes, toutes ces expressions religieuses que je
rejette comme exclusives, parce qu’au-dedans de
moi j ’ai trouvé quelque chose qui les embrasse et
les comprend toutes et les explique comme une
grande pensée éducatrice de Dieu pour l’hum anité !
En attendant, ne me jugez et ne me condamnez pas
sur une phrase. Ayez confiance dans mon cœur.
Je viens de te répéter plusieurs des choses que je
t ’ai dites déjà et que tu crois. Mais je ne pensais pas
à toi seul en écrivant.
Adieu, écris-moi et donne-moi de ses nouvelles
et de celles des autres. Si tu peux m ’aider pour
Foscolo fais-le, mais je n ’ai plus la tête pour te
parler d’autre chose. Aime-moi et crois-moi ton
Giuseppe.

�74

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

IX
A Mme X ..., Lausanne
Londres, 28 décembre 1837.

M adam e,

Dans trois jours, nous mettrons la date de 1838 :
sept ans depuis mon premier exil, un an depuis le
second Les dates commencent à être pour moi
quelque chose de très douloureux. 1838 ne nous
apportera rien de bon, mais puisse-t-il couler doux
et paisible pour ceux que j ’aime, et ce sera bien
assez. Vous êtes du nombre, Madame, vous et toute
votre famille ; je vous embrasse tous dans m es
vœux, mes souhaits, mes prières. Je vous écris
ceci, non par habitude, non comme une vaine
formule de politesse, mais ému, le cœur plein et
les yeux humides. J ’ai toujours attaché fort peu
d ’importance à ces jours solennels, dans lesquels
les vœux et les souhaits sortent de la bouche de
tout le monde, seulement parce que l’heure est
venue, comme une sorte de monnaie qu’on m ettrait
tout à coup en circulation. Aujourd’hui, je sens
que j ’y attache quelque chose de plus: je me suis
l’appelé avec attendrissement ma mère, mes sœ urs,
mon vieux père. On se réunissait en ce jour avec
un air plus grave, plus solennel que de coutume ;
1 Mazzini avait été exilé d’Italie en 1831. Après son expulsion
de la Suisse, il était arrivé en Angleterre au mois de janvier 1837

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

75

je me moquais alors de cela : aujourd’hui je me
sens disposé, sans savoir pourquoi, à trouver qu’on
avait raison. Je me dis : quelle qu’en soit la cause,
il est presque sûr que ceux qui m ’aiment pensent
à moi plus souvent ces jours-ci. Sans doute, nos
vœux, nos pensées, nos âmes se croisent ; et si la
prière a quelque chose d’efficace, ce doit être
lorsque deux âmes bonnes et aimantes prient
l’une pour l’autre à de longues distances et par
un mouvement spontané. Je me figure deux
anges qui se rencontreraient dans le monde, tous
deux occupés de la même bonne action, tous
deux allant apporter une pensée d’avenir au
pauvre prisonnier, une pensée de consolation à
sa mère. Dans ces pensées, j’ai pris la plume et
me suis dit : il faut que j ’écrive à Lausanne ; je
vous écris et je vous bénis. Je vous permets de
sourire à ce mot, j ’en sourirai moi-même plus
tard ; mais à présent il faut que je vous envoie ma
bénédiction d’amitié et de reconnaissance ; il faut
que je vous dise que jamais je n ’oublierai ceux
qui m ’aiment ; que leurs joies seront toujours les
miennes et leurs souffrances mes souffrances ; que
mon vœu le plus ardent, celui par lequel je me
rattache encore à la vie, est un vœu, sinon de
bonheur, — il n'y en a pas ici-bas, — de calme,
de paix intérieure, de croyance en Dieu et dans un
meilleur avenir. Que Dieu envoie sur vous, sur
tous ceux qui m ’aiment, sur tous ceux que j’aime,
pendant de longues années et jusqu’à leur dernier
jour, la rosée de ses meilleurs dons, la foi dans
l’amitié, dans la vertu, dans la sainte poésie, dans

�76

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

le génie et dans le m alheur. Soyez tous bons, ver­
tueux et croyants ; que jamais le doute, le scepti­
cisme et le froid désespoir n ’entrent dans votre
cœur : c’est de l’athéisme que le désespoir : cette
vie n’est que l’enfance d’une autre. Gardez avec
respect le plus que vous pouvez des rêves de votre
jeunesse ; car ces rêves : poésie, enthousiasme,
adoration des idées, am our de l’âme, croyance en
quelque chose de saint, de beau, de grand sur la
terre et au delà, sont le parfum que l’âme conserve
en sortant des mains de son créateur. Plus elle en
garde, plus vite elle se rapprochera de lui à tra­
vers les vies qui lui restent à parcourir. Voilà mes
souhaits et puissent-ils s’accomplir !
Vous allez probablement partir pour aller voir
Mme L ...1; veuillez aussi lui faire agréer mon sou­
venir. Si vous m ’écrivez avant de partir, vous aurez
la bonté de me dire si vous comptez rester long­
tem ps auprès d’elle, pour que je puisse régler m a
correspondance. J’espérais recevoir de vos nou­
velles et le code dont je vous remercie beaucoup,
par notre ami C..., mais il s’est éclipsé, Dieu sait
où. On ne sait rien de lui, et je m ’attends un beau
jour à voir son nom sur quelque bulletin circassien ou sur un firman du pacha d'Egypte ; j e
connais ses sympathies pour l’Orient. J ’avais écrit,
précisément à ma mère pour qu’elle donnât l’ordre
de m ’envoyer le code par une occasion ; je lui ai
mandé de n’en rien faire. J’aime bien m ieux le
recevoir d’une main amie que d’un libraire, et je
1

Fille de Mmi X..., mariée en France.

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

77

l’ai dit à ma mère qui vous connaît depuis long­
temps par moi, et qui vous est reconnaissante de
chaque témoignage de sympathie et d’amitié que
je reçois de vous.
Avez-vous reçu de Paris le petit volume de
contes d’Usiglio ? On devait, d’après nos instruc­
tions, vous avoir expédié le prem ier exemplaire,
veuillez m ’en dire un mot. Quant à l’autre, il
paraîtra j ’ignore quand : le libraire Haumann est
le type de lenteur. On m ’a envoyé, pour me prou­
ver qu’on l’imprime, les premières cinq ou six
pages : je les ai trouvées parsemées de fautes, ce
qui arrive toujours quand l’auteur n ’est pas là
pour corriger les épreuves. Quand ce petit volume
aura paru, je ferai im prim er à Paris; et, si la circu­
lation se fait librement en Italie, c’est à Paris que
j’im prim erai une collection de travaux littéraires
européens, se rapportant tous aux cinquante der­
nières années, traduits en italien et accompagnés
de longues études critiques et philosophiques. J ’ai
un but pour cela, dont je vous entretiendrai plus
tard ; c’est celui de prouver par les faits et en
détail, tout en cherchant à fonder une école de cri­
tique italienne, que toute cette phase de littérature
appelée romantique n ’a été sous toutes les formes
possibles que l’expression d’un môme besoin : vide
senti et aspirations vers une nouvelle manifestation
religieuse, et à plus forte raison, — mais je laisserai
déduire à d’autres cette conséquence, — sociale,
politique, artistique, littéraire. Ce cri de l’âme de
l’humanité traduit, volontairement ou fatalement,
consciemment ou inconsciemment, en toutes les

�■78

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZ1NI

langues par le génie, donnerait une base d’éduca­
tion et un point de départ à tous les efforts de
l’intelligence.
C’est, à vrai dire, poursuivre ma route par un
chemin bien détourné; mais je n ’en ai pas d’autre
en ce moment. La circulation du même principe,
politiquement ou religieusement exprimé, ne serait
pas possible en Italie. Du reste, l’homme est u n ;
l’éducation une ; donnez une tendance à l’intelli­
gence en littérature ; elle portera cette tendance
dans toutes les autres branches de développement
et d’activité. Ce sont les principes littéraires de,
Lessing et de toute l’école allemande, datant de
Klopstock, qui ont chargé les fusils de la jeunesse
allemande dans son élan contre Napoléon. Je vous
ai répondu par ce que je viens de dire à ce que
vous dites dans votre lettre sur le choix de W erner que nous avons fait. Si nous n’avions voulu
donner qu’un volume, ce n’est pas le 24 février
que j ’aurais choisi. Mais ceci n’est qu’un essai,
c’est une collection que je voudrais entreprendre,
et ce petit volume pourra bien y trouver sa place.
Le renouvellement du dogme de la fatalité, dont,
en désespoir de cause, l’âme humaine a essayé
aussi en ces derniers temps, rentre parfaitem ent
dans le tableau que je veux m ontrer. Tout ceci
dépend, au reste, de deux choses : liberté de cir­
culation en Italie et assez de fonds pour im prim er
à Paris pour mon compte ; car avec les libraires
de Bruxelles, il est impossible de m archer. Je ne
veux pas de profit pour moi dans ce que je fais
pour l’Italie, mais je ne pourrai faire le travail tout

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZ1NI

79

seul, il me faudra quelques traducteurs pour me
laisser le temps de m ’occuper de la partie critique ;
je dois les rétribuer, et je ne suis plus en état de
le faire sans espoir de rentrées. Or, savez-vous ce
que donne Haumann pour un volume entier ? Cent
cinquante francs. Je tâcherai donc de risquer à
mes frais, si possible, le prem ier volume, pour
voir si le nombre des acheteurs ou souscripteurs
peut être capable de soutenir tant bien que mal
l’entreprise. Je n ’ai pas encore reçu le L ivre dupeuple : on attend probablement une occasion, car
par la poste sous bande il me coûterait vingt ou
trente francs, et ils savent que je ne suis pas en
état de faire ces dépenses. Je suis très impatient
de le lire, car tout ce qui vient de Lamennais m ’est
sacré. Je révère en lui, sans partager toute sa
croyance, la conscience et l’amour conséquent et
sincère du peuple.
Lamennais est un grand homme ; et s’il n’a pas
marché d’un pas assuré aussi en avant, que pour ma
part je le crois nécessaire, il faut lui tenir compte
de tout ce qu’il a eu à détruire de plus que nous.
Lamennais est prêtre, et a été prêtre dévoué pendant
la moitié de sa vie au catholicisme, à la papauté.
Il doit lui en avoir coûté de détruire son idole.
Si ses forces n ’étaient peut-être pas épuisées par cet
effort, Lamennais serait amené, par la force de sa
logique et de ses pressentiments, à nier la divinité
du Christ, et à lé faire ainsi rentrer dans l’hum anité et non l’humanité en lui; c’est là le prem ier
pas vers la foi hum anitaire dans laquelle je crois.
Peut-être aussi le fera-t-il avant de m ourir. Qui

�80

LETTRES INTIMES I)E JOSEPH MAZZINI

peut savoir les lueurs que Dieu peut envoyer au
génie vertueux? Je ne sais pourquoi je m ’attends
à voir bien plus de morale chrétienne que de religion
chrétienne dans son Livre du Peuple. On va le tra­
duire en anglais, par livraisons hebdomadaires
de deux sous l’une, pour les ouvriers. Il existe ici
parmi les ouvriers un germe de vie puissante qui
grandira de plus en plus : c’est l’association dont
vous avez peut-être lu une adresse aux Amé­
ricains que j'ai envoyée il y a quelque tem ps à
l’Helvétia. M alheureusement elle manque de chefs;
ceux qui prétendent le devenir sont des révolu­
tionnaires français, hommes de réaction, de droits,
de matérialisme, etc. Il n’existe pas ici d’intelli­
gences révolutionnaires originales, ou qui tirent
leurs inspirations de l’hum anité tout entière, et
non d’une école exclusive et vieillie, française ou
américaine. Si j ’étais Anglais moi-même, ce serait
à cette association que je me dévouerais; mais un
étranger n’acquerra jamais l’influence nécessaire
pour détruire en eux les habitudes de l’école natio­
nale, individualiste et utilitaire au profit d’une
large et sainte croyance. Le temps le fera : ils
sont déjà, par l’instinct populaire, poussés hors
de l’égoïsme étroit qui caractérise la polilique
anglaise : ils cherchent des frères, ils proclam ent
que leur cause est celle de tous les peuples ; Ils
louent hautem ent et envoient des félicitations au
Canada pour sa lutte contre l’Angleterre. C’est
déjà beaucoup ; tôt ou tard ils seront forcés d’harmoniser leur symbole politique intérieur avec les
pressentiments de la nouvelle loi.

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

81

Je cherche pour ma part à inoculer nos idées de
fraternité européenne à quelques hommes qui di­
rigent une revue, la London Review. Je crois que
je réussirai à faire de leur revue un organe de nos
croyances, seulement pour ce qui regarde l’alliance
des peuples : rien de plus. On est ici sectaire ou
matérialiste. C’est la même chose partout, car par­
tout la religion est aujourd’hui à l’état de secte ;
et c’est ce qui me fait croire à une foi nouvelle.
Ne vous étonnez pas de tout ce travail qu’on fait
autour de nous, soit pour le protestantisme, soit
pour le catholicisme : il n’indique qu’une chose, le
besoin pressant d’une croyance, — il ne comblera
pas le vide, il ne le peut pas. En religion, on crée,
on révèle; on ne rebâtit jam ais. Là, comme en
am itié, les ruines sont éternelles. Jamais les
sectes païennes n’ont été si actives que lorsque le
christianism e s’im plantait dans le monde. On fit
des efforts de géant, d’audace et d’intelligence à
Alexandrie. Un beau jour, quand on croyait tou­
cher à l’instant de régner, on s’aperçut qu’on
n ’avait fait qu’une école, qu’une secte, qu’un sys­
tème philosophique. Or, le monde entier livré aux
luttes horribles de l’individualisme et dé l’inégalité,
voulait une religion, c’est-à-dire une croyance
sociale , et non individuelle comme toute philoso­
phie. Dès lors, on se précipita dans la foi chrétienne
que Dieu avait envoyée à temps comme tout ce
qu’il fait dans cette œuvre d’éducation par laquelle
il élève peu à peu l’humanité, interprète de sa
loi, jusqu’à lui. Ainsi se fera l’œuvre nouvelle.
Tous ces hommes travaillent pour nous. Ils pré­

�82

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

parent la plus grande preuve possible de l'im puis­
sance de tout ce qui est, à..................cri des en­
trailles du monde ; on peut fort bien élever une
philosophie chrétienne, une morale chrétienne,
mais non une théogonie c h rétie n n e .........................
plus avec la majorité, les conditions de la fo i ; car
elle ne domine 1..................tout entière dans tous
ses actes ; elle ne force plus les hommes à com­
battre pour le bien ; elle gît en eux comme une
chose morte dans son sépulcre.
Compte-t-on im prim er à Lausanne le cours de
M. Sainte-Beuve? Je partage votre opinion sur lui.
J ’ai beaucoup sympathisé avec lui tant que je l’ai
vu, dans sa jeunesse de poète, livré à toutes les
incertitudes, à tous les combats qui caractérisent
les âmes aimantes qui ont besoin de croire. J ’ai
cessé de sympathiser, quand je l’ai vu vouloir con­
vaincre le monde qu’il avait trouvé le port dans
les choses du passé, car je sais que cela n ’est pas.
Il n ’a rien trouvé, si ce n ’est la fin de son élan
poétique et le commencement de l’élément pro­
saïque, intérêt ou autre chose, qui se venge dans
la seconde moitié de l’existence humaine de ce
qu’on lui a ravi une partie de la première. Tous
en viennent là aujourd’hui, les meilleurs ; c’est
pourquoi vous me voyez révérer comme une chose
sainte, tandis que ce n ’en devrait être qu’une très
simple, la poésie dans l'âge m ûr, le rêve de la
jeun esse dans une tête à cheveux blancs, l’enthou­
siasme dans le m alheur. Je vous avoue, Madame,
1 Les mots qui manquent ont été brûlés par le cachet, de la
lettre.

�LETTRES INTIMES DE JO SEPH MAZZINI

83

que je doute fort que M. Gaullieur1 voulût accep­
ter mes articles tels quels; toutefois, il se peut
que j’essaye. Il me faut achever en ces jours deux
longs articles : l’un sur Sarpi (Fra Paolo), l’auteur
de l 'Histoire du concile de Trente , que Rome vou­
lut faire poignarder; l’autre sur l’état politique
actuel de l'Italie. Tous les deux sont pour la revue
dont je vous ai parlé. Mais je compte être très
actif avec la nouvelle année. J’en ai besoin pour
être en paix avec ma conscience; j ’en ai besoin
aussi pour tuer par le travail ce germe de douleur,
de chagrin, de rêverie désolante et amère qui a
pris, je ne vous le cache pas, — un grand déve­
loppement depuis que je suis en Angleterre, et
qui me conduirait tôt ou tard là où je ne veux, ni
ne dois être conduit. Vous en êtes presque à me
reprocher d’être irrité contre la Suisse ; mon Dieu !
me croiriez-vous donc capable de subir à ce point
l’influence de la persécution ? Oh ! comme vous
vous tromperiez sur mon compte ! et comme vous
seriez détrompée si vous pouviez lire tout ce qui se
passe au-dedans de moi quand je songe à la Suisse !
Jamais je n ’ai confondu le pays avec les hommes
qui l’occupent aujourd’hui et qui ne seront plus
demain. Le pays vaut mieux que les hommes ; le
pays a une mission que vos hommes ne con­
naissent pas, que nous, proscrits, nous avons devi­
née par le cœur que nous avons m eilleur qu’eux,
et qui sera remplie un jour. Je voudrais pouvoir
y contribuer avec mon sang. Et ne savez-vous pas,
1

M. Eusèbe Gaullieur de Genève.

�84

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZ1NI

Madame, qu’après l’Italie la terre où je souhaite­
rais mourir est la Suisse ?
Rien de nouveau pour le moment. Harro est à
Héligoland ! il m’a écrit; il est assez bien, m ais,
s’il ne reçoit pas de secours de son frère, il y
sera bientôt assez mal. Stolzmann vous avait écrit
quand je lui ai fait votre commission; il paraît
attendre votre réponse pour écrire de nouveau; je
le vois assez souvent, il me paraît assez bien. Je
vois aussi souvent Dybowsky , excellent jeune
homme que vous connaissez. Du reste, comme
toujours je ne vois personne, et vous ririez si
vous saviez les ruses de guerre que j’emploie
pour rendre autant que possible ma solitude ina­
bordable. Je ne sais quelle atmosphère s’appe­
santit sur mon âme au moindre contact de tout
être qui m’est indifférent. A quoi bon, — quand
ce n’est pas pour agir dans la réalisation de nos
devoirs, — à quoi bon voir ce que l’on n’aime
.pas, parler avec ce qui ne peut vous faire éprouver
ni joie, ni douleur, passer une heure avec ce qui
ne trace rien, pas la moindre syllabe, sur votre
cœur ? Il ne me reste que peu de place pour rap ­
peler son frère d’exil à Mlle Elisa, et pour vous
prier d’être mon interprète auprès de M. X... et
de toute votre famille. Veuillez, quand vous
m ’écrirez, me donner des nouvelles de votre santé
et de celle de Mlle Madeleine. Vous voyez, Madame,
que, si j ’écris rarement, je prends ma revanche en
longueur. Pardonnez-moi et croyez-moi votre am i.
1

Émigré polonais.

J oseph .

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

85

X
A M.

T homas É m ery ,

Montauban
Londres, 4 janvier 1838.

A.,
Je te réponds en retard et c’est mal, mais ne m ’en
demande pas le pourquoi ; il est douloureux et
peut-être honteux pour moi. Chaque jour qui s’é­
coule m’enlève un peu d’activité et d’énergie. Je
ne sais qu’y faire ! Je lutte, je lutte ; il y a des
demi-heures pendant lesquelles il me semble que
je suis un géant, et je sens fermenter dans mon
cerveau des projets audacieux, des pressentiments
titaniques, des conceptions infinies. Puis tout
s’évapore en fumée sous l’influence d’une dépres­
sion qu'il me serait impossible de décrire, sous
un écroulement de toute puissance et de toute
espérance qui m ’épouvante moi-même. Je trouve;
en moi un tel vide, j ’ai dans l’âme un tel sentiment
de désolation, que j ’en reste anéanti, même phy­
siquement. Et alors je me dis : « J’écrirai demain;
pourquoi écrire d’ailleurs ?» Il y a des jours où je
ressens un immense besoin de solitude qui me fait
rêver à des projets étranges, — et note que je suis
seul tout le jour, enfermé dans ma chambre ! —
Partir subitement, rompre avec tous, aller m’enfer­
C her

�86

LETTRES INTIMES DE JO SEPH MAZZINI

m er dans un couvent sur une montagne de France
ou de Suisse et demander aux moines : « Voulezvous me recevoir et me laisser tranquille dans
une de vos cellules ? Je m ’engagerai à me con­
former à toutes vos pratiques, pourvu que, de votre
côté, vous me laissiez avoir tous les livres que je
voudrai. » Puis, je suis retenu par quelque chose
qui m’empêche de m ’éloigner de ceux qui vivent
avec moi ... Je pense alors à partir, à rentrer dans
mon pays, à arriver jusqu’à la porte de ma m ai­
son, à m ’y renferm er et à y rester tant que je ne
serai pas découvert... Et, si ce n’était la crainte
d’empoisonner par une terreur continuelle les der­
niers jours de ma mère, je le ferais certainement.
— En somme, il y a en moi un mélange d’idées
nostalgiques, d’aversion pour l’Angleterre, de dé­
goût de la vie et de cent autres choses. Or, per­
sonne ne se doute de ce qui se passe en moi, rien
ne me trahit... Et, en m ’enveloppant de ce silence
qui est un devoir, je deviens fou, je m ’hébéte.
Heureusement pendant ces moments terribles,
mon âme ne blasphème pas en reniant nies
croyances, en doutant de l’avenir ou en cessant
d’aimer. Non, au contraire, je ne me sens jam ais
plus disposé au bien, à la pitié, à l’amour que
durant ces heures cruelles ; mais la certitude de ne
pouvoir rien faire m ’écrase, j ’éprouve un besoin de
sacrifice, un besoin de consoler ceux qui gémissent,
un désir de faire le bien... mais comment? Le désé­
quilibre qui existe entre la vocation de mon âme,
Les Ruffini.

�LETTRES INTIMES DE JO SEPH MAZZINI

87

ma puissance de réalisation et les choses exté­
rieures, finiront par me rendre fou si je ne par­
viens pas à sortir de cette vie inutile. Et souvent
môme, je finis par désirer la folie. Tu dois donc
être patient avec moi : recevoir mes lettres quand
elles arrivent, ne pas me maudire quand elles ne
viennent pas, et ne pas cesser pour cela de m’écrire
quand tu le croiras bon.
J ’ai écrit aux environs du premier de l’an une
longue lettre à Mme X... Si e lle 1 la lit, je ne sais
pas si cette lettre lui fera du bien ou du mal, car,
en vérité, lorsque j ’écris, je ne suis pas respon­
sable de mes paroles. Je sais que j ’ai écrit avec
mon cœur et que j ’étais ému. Le commencement
de cette année m ’a fait éprouver ce que je n ’avais
pas senti encore. Ou elle marquera ma mort, ou
la m ort de ceux que j ’aime, ou, avant qu’elle ne
finisse, quelque chose arrivera : une voie s’ouvrira
devant nous qui nous perm ettra de nous réhabi­
liter, en m ourant s’il le faut! Parle-moi toujours
d ’elle , dis-moi tout ce que tu en sais...... puisset-elle m ’oublier!...
On n ’a pas vu C... et on ne sait môme pas où
il se trouve ; par conséquent ni Ostrowski 2, ni
les autres. Je ne sais si l’exemplaire des Nouvelles
d’U siglio3 est parvenu à Mme X ..., comme j’en
avais donné l’ordre, mais je le crois. Du reste
aucun exemplaire n’est encore arrivé à Londres,
tellem ent les libraires de Bruxelles sont aimables.
Madeleine.
Emigré polonais, qui consacra sa vie à faire de l’agitation libérale.
3 Émigré italien.

1
2

�88

LETTRES INTIMES DE JO SEPH MAZZINI

Mon petit volume n’a pas paru encore. Pour celuici aussi, j’ai donné les mêmes ordres. Depuis mon
article sur la littérature italienne, on n ’a rien
publié d’autre ici. Je crois qu’à la fin du mois la
Revue radicale 1 donnera mon article sur Sarpi. Je
t’en parlerai. Je vois quelquefois les directeurs de
cette revue, et je les trouve toujours plus dis­
posés à se détacher du benthanisme pour se rap­
procher de quelques-unes de nos idées, mais ils
sont craintifs, défiants, remplis de précautions et
d’égards pour le public. Un journaliste suisse ne
pourrait en avoir davantage.
Je n’ai pas lu le Livre du peuple. Il n’est pas
encore arrivé ici, et l’exemplaire qui m’est des­
tiné attend une occasion. Il sera traduit en anglais
par un jeune homme qui en fera faire une édition
économique pour les ouvriers. Lamennais est en
pourparlers pour un journal populaire hebdoma­
daire à douze francs par an, — et c’est bien; m ais
il traite avec Arago, Cormenin, etc., ce qui est m al,
car ce sont des révolutionnaires de la vieille école
et des républicains qui, je le jurerais, ne sont pas.
croyants. Il est véritablement étrange qu’entre lui,
Didier, Robinet, Fortoul, la Sand et quelques,
autres, ils ne puissent trouver les fonds pour fon­
der un journal indépendant! As-tu lu l 'E sp agn e
de Didier? Dis-moi comment je puis t’adresser
des manuscrits, et je t’enverrai Fourrier et autre
chose.
Je crois devoir t’avertir que je me suis remis.
1

La W estm insler Review.

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

89

en rapport avec Accursi1, interm édiaire Menotti2.
J’étais convaincu qu’il avait été calomnié et je
m ’en suis toujours persuadé davantage. Nous lui
avions nui, même matériellement, et j ’en avais un
remords perpétuel, aussi lorsque Celeste m ’a prié
de renouer avec lui, je l’ai fait...
Je n ’ai pas le cachet de la Jeu n e Italie, je n ’ai
pu l’emporter avec moi, et on ne me l’a jamais
renvoyé. Il est resté à Granges avec d’autres objets
m ’appartenant, des drapeaux, etc. J ’ai écrit en
disant de les tenir à la disposition de la personne
qui écrirait comment et où il fallait les envoyer.
Tu devrais essayer et voir si, par Genève, il n ’y
aurait pas moyen de les faire parvenir jusqu’à toi.
J’ai ici une copie des statuts de la Jeune Italie,
mais si on voulait véritablem ent ranim er les
esprits et travailler surtout à la réalisation d une
association des universités, il faudrait y faire
quelques retouches. Je te recopie en attendant la
formule du serment, pensant que c’est la chose
dont tu as le besoin le plus immédiat.
« Moi, citoyen italien, je jure devant Dieu, père
de la liberté, devant les hommes nés pour en jouir,
devant moi-même et devant ma conscience, m iroir
des lois de la nature; je jure au nom des droits
individuels et sociaux qui constituent l’homme, au
nom de l’amour qui m ’unit à une m alheureuse
patrie, au nom des siècles de servitude durant les­
quels elle a été opprimée, au nom des tourm ents
Émigré italien, dont la loyauté avait été soupçonnée.
Celeste Menotti, frère du célèbre Giro Menotti, qui fut condamné
à mort et exécuté, en 1831, par les ordres du. duc de Modène.
1

2

�90

LETTRES INTIMES DE JO SEPH MAZZINI

soufferts par mes frères italiens, au nom des larmes
répandues par les mères sur leurs fils morts ou
indignes, au nom du frémissement qui agite mon
âme lorsque je me vois seul, inerte, impuissant à
l’action, au nom du sang des m artyrs de la patrie,
au nom de la mémoire des pères, au nom des
chaînes qui me lient; je jure de me consacrer tout
entier et pour toujours avec toutes mes forces mo­
rales et physiques à la patrie et à sa régénération.
Je jure de dédier pensées, paroles, actions à la con­
quête de la liberté, de l’unité et de l’indépendance
de l’Italie, et de détruire par le bras et de désho­
norer par la parole les tyrans et la tyrannie poli­
tique, civile et sacerdotale, qu’elle soit nationale
0u étrangère. Je jure de combattre de toutes façons
les inégalités entre les hommes nés pour la même
terre, de pousser par tous les moyens au dévelop­
pement de l’éducation libérale chez les Italiens et
au développement des vertus qui rendent la liberté
éternelle. Je jure de secourir par les actes et les
conseils tous ceux qui m ’appelleront frère, de
chercher toutes les voies pour arriver à ce que les
membres de la Jeune Italie obtiennent la direction
de la chose publique (de propager avec activité et
prudence la fédération dont je fais partie dès ce
moment), d’obéir aux ordres et aux instructions
qui me seront transmis par ceux qui sont les
représentants de notre union fraternelle. Je jure
que ni les séductions, ni les tourm ents ne me
feront révéler l’existence des lois et le but de la
fédération; je jure de détruire, si possible, celui
qui s’en ferait le révélateur. Je jure de soumettre

�LETTRES INTIM ES DE JO SEPH MAZZINI

91

tous mes intérêts particuliers à l’intérêt de la
patrie et j ’appelle sur ma tête la colère de Dieu,
l’abomination des hommes, l’infamie et la m ort
du traître, si je manque en tout ou en partie à
mon serment. »
Cette formule de serm ent peut rester telle
quelle toutes les fois qu’il s’agira d’une associa­
tion tendant à s’accroître rapidement dans toutes
les classes pour aboutir directement à l’action.
Mais, si l’on désespère d’atteindre ce but, si l’on
croit trouver en Italie des têtes et des cœurs, et si
l’on veut fonder une association hautem ent éducatrice et religieuse, basée uniquement sur des
convictions vraies et profondes, il faut changer la
formule du serment.
L’association devrait avoir deux degrés, qui
seraient accordés en même temps. Le serm ent de
la Jeu n e Europe serait destiné à la conduite de
l’homme ; le serm ent de la Jeu n e Italie, à la con­
duite du citoyen. La conséquence de ces deux ser­
ments serait d’harm oniser la mission nationale
avec la mission hum anitaire de la Jeu n e Europe.
Mais tu n’espères pas arriver à cela et tu ne veux
même pas le tenter. Les universités allemandes
pouvaient le faire ; les nôtres ne le peuvent pas :
elles sont ignorantes, réactionnaires et m atéria­
listes. Cependant leur aptitude à l’enthousiasme les
rend précieuses; s’en occuper est donc une œuvre
excellente, et je t’engage à le faire et à saisir l’oc­
casion qu’elles t’offrent. Mais ce ne peut être que
pour une association politique, pas pour autre
chose. Dis-moi si tu l’entends ainsi ou si tu te fais

�92

LETTRES INTIMES DE JO SEPH MAZZINI

l’illusion d’en attendre d’autres résultats. Politique­
ment parlant, ton projet d’une association spéciale
des universités est fort bon. Je te dirai même que,
lorsque je croyais avoir autour de moi des gens
prêts à s’en occuper, j’avais formé le projet de
deux associations Jeu n e Italie : l’une universitaire,
l’autre populaire et formée par les classes ou­
vrières; toutes deux devaient être dirigées et
organisées de l’étranger. La seconde me paraissait
possible à cause du grand nombre d’ouvriers ita­
liens qui se trouvent en Suisse, en Belgique, en
Angleterre et qui ensuite rentrent en Italie. L’as­
sociation universitaire sera, je le crains, vite dé­
couverte, grâce aux imprudences. Cependant il faut
la tenter. Quant à l’organisation, il y a peu de
chose à simplifier : un comité de trois personnes
pour chaque université et un organisateur pour
chaque faculté sont strictem ent nécessaires, m ais
c’est assez, je le répète, pour faire tout découvrir.
Insiste néanmoins sur la défense absolue d’écrire
quoi que ce soit. Les différents comités correspon­
dront d’université à université par des messages
aussi peu fréquents que possible. Partout où ce
sera possible, il faudra pousser les jeunes gens à
apprendre le maniem ent des armes.
Quant à moi, si l’organisation se fait, s’ils le
désirent, si tu le trouve bon, et s’il y a moyen
de l’envoyer, je puis écrire de temps en temps
une lettre d’exhortation, de principes, dans le
genre de l’adresse à la jeunesse italienne que j ’ai
publiée après l’expédition de Savoie, et qui est
placée à la fin du dernier numéro de la Jeu n e lta-

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

93

lie. Je ferai ce que tu me diras de faire. Pour l’im­
pression et pour tout ce qui demande des débours
d’argent, je suis dans une impuissance absolue. La
crise continue ; plusieurs de mes articles ont été
refusés par la revue W hig, parce que leur cou­
leur politique n ’a pas été agréée, bien qu’elle fût
purem ent italienne, et je dois en attendant payer
celui qui les traduit ! Le peu que je retirerai de
mon travail sera ainsi absorbé d’avance. Voulant
réunir en une seule dette les dettes partielles que
j ’ai vis-à-vis de plusieurs personnes, j ’ai sollicité
un em prunt de trois mille francs, remboursable
en deux ans, à gros intérêts payés semestrielle­
m ent ou, si l’on préfère, avec des obligations et des
lettres de change à tirer sur ma famille à deux
ans de date. J’ai fait pour cela des démarches en
Toscane et elles n ’ont pas réussi; j ’en ai fait en
Suisse auprès d’un certain B..., qui a accordé
souvent à d’autres des prêts de ce genre; mais il
ne m ’a pas répondu encore.
Stolzmann m ’a écrit et va bien. Dybowski éga­
lement. Ici il fait froid, hum ide, pluvieux, sombre
à trois heures régulièrem ent, quelquefois même à
midi à cause du fog ou brouillard qui descend
soudainement sur la ville.
Après un long silence, j'ai reçu enfin une lettre
d e Giuditta1 qui est toujours à Parm e; elle voit de
temps en temps ses enfants pendant une demiheure, mais quant à pouvoir rentrer, personne
1
Femme italienne, patriote ardente, am ie, de Mazzini. Elle
prit une part active aux conspirations de l’époque. Voir Intro­
duction.

�94

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

n ’en parle, et la famille agit dans un sens con­
traire. Je ne sais rien de la Suisse. J’ai eu des
nouvelles insignifiantes de S... Nicola Fabrizi 1
est à Corfou, toujours ardent et bon. Landi 2
m ’a écrit de Nîmes que les jeunes gens l’appellent
un homme du XVIIIe siècle, lui font des signes
qu’il ne comprend pas, parlent de la Jeu n e
Europe. Il me prie de m ’occuper de la chose et de
faire en sorte qu’il soit traité avec respect. Parmi
les plus pétulants, il cite M artinelli3, de Modène,
et parmi les meilleurs un certain Ratti 4. J ’ai
l’intention de te rem ettre la chose. La Cecilia 5
m ’écrit de Tours des absurdités et m ’appelle à l’ac­
tion. Ricciardi G est avec lui ; — nous sommes
dans de mauvais rapports, parce qu’à une demande
de collaboration à un journal qu’il voulait im prim er
pour l’Italie, rempli de concessions et de réti­
cences à l’ancienne mode, j ’ai répondu que, s’il
trouvait opportun de changer avec les circons­
tances. moi je restais le môme et que je le priais
de me laisser tranquille s’il n’avait rien de mieux
à me dire.
Adieu, écris-moi; salue Bertioli et crois-moi ton
G.
1 Le général Nicola Fabrizi, né dans le duché de Modène, exilé
en 1831, ardent patriote, prit part à toutes les campagnes pour
la liberté de l’Italie.
2 Émigré italien.
3 Émigré italien.
4 Idem.
6
Idem. Le fds de La Cecilia joua un rôle dans l’armée des Fédé­
rés pendant la Commune de' Paris.
8 Émigré napolitain.

�LETTRES INTIMES DE JO SEPH MAZZINI

95

XI

À

M.

T homas É m ery,

M ontauban
Londres, 7 mars 1838.

C her A .,

J ’ai reçu, peu de temps après ta lettre, la nou­
velle de la m ort de ma sœur Françoise. Elle était
plus jeune que moi, et c’était la seule qui vécût
avec mon père et ma mère ! Tu excuseras donc mon
long silence. Je fais môme beaucoup en t’écrivant
aujourd’hui, non que je sois malade physiquement,
mais à cause du désenchantement de toutes choses
et de la fatigue morale indicible que je ressens.
Si tu tiens compte de l’état où mon esprit se trou­
vait déjà depuis longtemps, de l’extraordinaire
puissance que les idées ont sur moi, du fait que,
sauf quelques paroles indispensables, je n’ai parlé
et ne parle à personne, ni de ce que je souffre, ni
de la perpétuelle et impérieuse concentration de
mon âme sur deux ou trois idées, tu pourras avoir
la vague perception de ce que j’éprouve au-dedans
de moi. La perte de ma pauvre sœur domine au­
jourd’hui tous mes autres sentiments ; je suis plus
préoccupé encore de la terrible solitude de mes
deux vieux parents, errants, seuls, dans une maison
où ils ont vu autour d’eux une famille entière...
Ma sœur était un ange de bonté. Elle sympathisait,
même plus que les autres, avec mes croyances ;
elle soutenait mon activité révolutionnaire lorsque

�■96

LETTRES INTIMES DE JO SEPH MAZZINI

ses conséquences déplaisaient à mon père ; elle me
consolait chaque semaine par quelques lignes. Puis,
elle était l’unique lien entre mon père et ma mère ;
je l’aimais pour eux, pour elle et pour moi ! Je l’ai­
mais d’un amour qui se composait de trois amours.
Elle est morte, consumée par une maladie de
poitrine ; elle n’a pas beaucoup souffert, on me le
dit du moins. J’ai demandé le récit détaillé de ses
dernières paroles, de tout ce qui la regarde et me
regarde, mais je ne l’ai pas reçu encore. J’ai écrit
aux miens tout ce que je savais et pouvais pour les
consoler, pour les faire se résigner, pour me mon­
trer résigné : religion et am our ! Leur douleur
■est calmée et se calmera. Mais le vide, qui le com­
blera? L’image de ces deux pauvres vieux tout
seuls, et de leur mort solitaire un jour, est sans
cesse devant mes yeux. Que ne ferais-je pour pou­
voir vivre près d’eux ! Si je ne craignais pas de
les faire m ourir de peur j ’irais les rejoindre; et si
je pouvais surm onter le péril d’entrer à Gênes et
d’être découvert, j ’y resterais près d’eux. Puis,
le jour où ils m ourraient, je sortirais sur la place
publique pour me faire tuer et je proclamerais ma
foi devant le peuple. Ce sont là mes rêves de toutes
les heures! Et m aintenant j ’ai assez parlé de moi.
Je suis rempli de reconnaissance pour la boucle
de cheveux1, elle me sera sacrée et j ’en garderai
religieusement le secret. J’ai reçu une lettre de
Mme X... à laquelle je n’ai pas répondu encore.
J’y répondrai dans quelques jours. Si tu lui écris
1
Une boucle de cheveux de Madeleine, enfant, que Mazzini
■avait désiré posséder.

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINl

97

auparavant excuse-moi près d’elle et raconte-lui
mes m alheurs. On me dit que Cz. va arriver et
m ’apporter quelque chose de sa part. Je répondrai
à tout en même temps. Tu continues à ne pas me
parler d 'elle. Je ne t’en parle pas non plus, car je
ne saurais que te dire. C’est un tourm ent pour
mon cœur, et je ne puis donner la plus petite
consolation ! La pensée qu’elle prie peut-être pour
moi m ’est souvent infiniment douce; il me semble
que cela me fortifie et m’améliore..,. Mais le sen­
timent qu’elle souffre à cause de moi m’accable
d’un poids très lourd... Je consentirais à perdre
même les pensées et les prières de son âme pour
qu’elle m ’oubliât et pût trouver ailleurs un amour
qui la'console. Elle est si jeune et capable encore
de bonheur!
Je ne t’envoie pas les articles Fourrier, car je
n ’ai pas d’occasion pour le moment et je ne puis
m’en occuper. Mon article sur la littérature ita­
lienne a été traduit, je crois, en entier ou en partie,
dans la Revue Britannique ; on l’attribue à P .... bruit
qui pourrait bien venir de lui, quand on connaît
l’individu à fond comme moi. Du reste, peu importe!
Je me fatigue à chercher des revues et des jour­
naux où écrire, car je ne sais comment faire. Pour
pouvoir fumer — la seule chose dont il me semble
impossible de me passer — j’ai mis en gage mon
manteau. Et aujourd’hui le vent hurle comme
un possédé. La maison est payée, et le peu que
nous mangeons est assuré pour quelque temps.
Mais c’est là tout, et pour les petites dépenses,
qui cependant sont indispensables, on ne sait com­

�98

LETTRES INTIMES DE JO SEPH MAZZINI

ment faire. Le trim estre s’est écoulé, sans qu’une
revue publie la moindre chose de moi. Je verrai
ce qui va se passer les premiers jours du mois
prochain. Tu rirais si tu voyais avec quel déluge
de louanges on me renvoye mes articles ! Malgré
tous mes efforts je ne parviens pas à écrire au
goût d’autrui. Mes idées et mes formes épouvan­
tent... Tout ce qui est vieux pour nous est nou­
veau pour eux. On ne peut parler ni de mission,
ni d’hum anité, ni de progrès continuel, ni de so­
cialisme. Dire qu’il existe une époque pour l’indi­
vidu et une autre pour l’association leur paraît une
énigme. Qu’il te suffise de savoir que, lorsqu’ils
écrivent sur le sujet des systèmes historiques exis­
tant en France, ils ne vont pas au-delà de l’éclec­
tisme, et le croyent unique, dominant et très hardi.
Je sens chaque jour davantage le besoin d’un
organe qui nous appartienne en propre, d’un jour­
nal comme l’ancien Globe, d’une revue mensuelle
ou plus espacée même, de quelque chose enfin
qui porte franchement, en tête, le titre de Jeu n e
E u ro p e , journal ou revue des trois peuples. Mais
les circonstances où je me trouve m ’empêchent de
penser même à des projets de ce genre. Je crois
cependant qu’en défendant uniquem ent des prin­
cipes, en substituant le nom de peuple à celui
de république et l’idée à la forme, en sachant
faire enfin, cette publication pourrait vivre au
moyen des abonnements, surtout sous forme de
revue et paraissant en France et à Paris. La nou­
veauté attirerait, sinon autre chose. Ce recueil
devrait être religieux, politique et littéraire, parler

�U N I V ER SI T AI R E

^ ¿ .' 1No&amp;^y

LETTRES INTIMES DE JO SEPH. MAZZINI

99

de tout et de tous les pays, mais surtout des pays
slaves, de l’Allemagne et de l’Italie, des races pros­
crites enfin. Ce champ est presque vierge encore,
soit au point de vue des matériaux historiques,
soit à celui de la mission des trois races. Une revue
n ’a pas besoin de cautionnement, et il semble im­
possible qu’on ne puisse trouver un homme riche
disposé à se charger de l’entreprise pour l’amour,
ou des idées, ou de la cause des proscrits, ou de la
simple renommée. Le docteur W irth 1 est allé ou
ira en Suisse. Je crois qu’il sympathise avec nous,
et je le saurai plus exactement. Lui, Lelewel2, moi,
nous et quelques autres étrangers poum ons por­
ter ce drapeau. Mais ils ne l’oseront pas et nous
ne trouverons pas le riche bailleur de fonds!...
En attendant, il faut que je vive. Personne n ’ac­
cepte mes idées telles qu’elles me viennent, ni ne
les rétribue. Il faut donc me soumettre, pendant
ces jours qui, je l’espère, seront les derniers, non
à prostituer mes idées — j ’aimerais mieux m ourir
que de le faire — mais à me suicider moralement,
à écrire des articles sur des matières qui m ’ei}nuient, à recueillir des anecdotes sur des hommes
célèbres et que sais-je encore ! — A propos, as-tu
des détails biographiques sur Thiers? connais-tu
des faits, qui ne soient pas généralement connus,
sur sa vie et sa carrière politique, avant et après
1830? Je suis convaincu que la T rib u n e 3 contient
1 Écrivain libéral bavarois, qui vécut quelque temps réfugié en
France et en Suisse.
2 Historien et homme politique polonais.
3 Journal suisse.

�100

LETTRES INTIMES DE JO SEPH M AZZINI.

à ce sujet des choses qui feraient très bien, comme
notes, dans un article de revue qu’ils me de­
mandent absolument ici. Mais à Londres 011 ne
trouve ni la Tribune , ni l’annuaire de L... pour
y suivre avec, des dates exactes les phases de ses
opinions m inistérielles ou parlementaires, ni autre
chose. Je n'ai même pas pu avoir le second volume
de Cabet. Si, par hasard, tu pouvais te procurer
quelque chose de nouveau, un écrit ou un article
de Thiers dans l’ancien National, qui le m ontrât,
par exemple, en contradiction flagrante avec sa con­
duite postérieure, quelque chose enfin qui révélât
l’homme qu’il est, c’est-à-dire l’homme de l’argent
et du pouvoir, je te prie de me l’envoyer. Tu
devrais m ’écrire à ce sujet une longue lettre que
tu enverrais à l ’adresse que Stolzmann t’a donnée,
en ajoutant un J. avant son nom. Mais il faudrait
que ce fût vite fait, car on me presse chaque jour
pour cet article.
Ce que tu as fait pour la ligue universitaire,
quoique un peu formaliste et dangereux, s’agissant
d’une jeunesse essentiellement indépendante, me
paraît bien cependant. Si seulement ils agissaient!
Mais tu verras qu’ils ne feront rien. Leurs opi­
nions matérialistes seront plus tenaces que tu ne
le crois, car elles sont soutenues par l’ignorance.
L’ignorance céderait, comme elle l'a fait autrefois,
mais seulement devant notre puissance manifeste.
Or, comment la manifester aujourd’hui que nous
ne pouvons im prim er une ligne, que toute unité
a disparu dans rém igration, que l’existence, non
seulement de la Jeu n e Italie, mais même de la

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

101

n'est plus reconnue? Comment la
manifester lorsqu’ici ils trem blent de se dire Jeu n e
P ologne 1; lorsque, voyant Stolzmann faire partie
d’un comité polonais anonyme de la société de
Dwernicki, les Dépôts écrivent : « Nous craignons
que la Jeu n e Pologne ne se cache là-dessous ; »
lorsque, tandis que toutes les fractions envoient
des adresses aux associations ouvrières d’ici et en
reçoivent, pas un seul des Polonais pouvant signer
ne le fait au nom de la Jeu n e Pologne ? Comment
la manifester lorsqu’il n ’y a rien, rien, rien?
— Cependant, je le répète, essaye de tous les
moyens et insiste, mais insiste sur les principes.
Sans principes, la chose n ’en vaudrait pas la peine,
et des principes contraires seraient un crime. Je
ne puis rien faire pour toi et pour eux. Mais, si je
parviens à surm onter cette crise, si je réussis à
posséder quelques livres sterling, je les employerai — mes dettes une fois payées — à im prim er
quelque chose sur la Jeu n e Italie; je me servirai
de feuilles volantes ou du moyen qui en rendra
l’introduction en Italie plus facile.
On va publier à Heidelberg une revue allemande
qui aura pour titre Braga et qui sera dirigée sous
main par W irth et autres personnages du même
genre. Je ne sais quelles sont leurs espérances
de vie et de durée. Le premier numéro paraîtra un
de ces jours à la librairie W inier. Le second nu­
méro contiendra un long article historique et phi­
Jeu n e Europe

1 Association des émigrés polonais, fondée par Mazzini, sur
le modèle de la Jeune Italie et avec les mêmes principes.

�102

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

losophique sur la Jeune E u ro p e , mais je pourrai
t'en dire davantage plus tard.
Je voudrais te voir rentrer en Suisse pour diffé­
rentes raisons : pour toi, pour nous et parce qu’à
Lausanne on désire réellement ta présence. Quant
à la chaire1, Dieu sait si je le souhaite, mais il me
semble difficile qu’on choisisse un exilé comme toi.
Accursi a été à Londres et en est reparti. Je l’ai
trouvé bon et sans rancune. La calomnie et la
perte d'un père qu’il aimait beaucoup, l’ont rendu
plus sérieux. Je ne suis plus lié avec Gioberti2. Il
se repent d’avoir écrit sur la Jeu n e Italie; il est
redevenu ultra-catholique, et en politique suit la
doctrine du juste milieu. Il croit au progrès royal
et à tous les songes que nourissait Pallia en mou­
rant. Quant à Gastone3 il ne faut pas y penser, et
s’ils y pensent ce sera à leurs risques et périls.
Je ne transigerai plus d’une seule ligne avec per­
sonne, parce que tout est inutile, sauf de vivre et
de m ourir fidèle à nos convictions. Je dis nos,
presque pour nous illusionner l’un et l’autre, car,
de fait, il n’y a pas deux de nous qui pensent de
même sur une seule chose.
Si j ’avais l’argent nécessaire à l’impression, et si
je faisais un livre pour la Jeune Italie de l’avenir,
Chaire de droit international à l’Académie de Lausanne.
L’abbé Vincenzo Gioberti, célèbre philosophe et publiciste
italien. Exilé du Piémont en 1833, à cause de ses opinons libé­
rales, il y rentra en 1848 et fut le chef du premier ministère
libéral. Il mourut à Paris en 1852.
1 Charles-Albert. Allusion à la faiblesse de son caractère qui
le faisait ressembler à Gaston d’Orléans, frère de Louis XIII.
1

3

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

103

je l’écrirais d’une façon plus acerbe, plus intolé­
rante, plus exclusive qu’auparavant; non, par esprit
de réaction, je n’en ai pas l’ombre, mais parce que
notre génération de patriotes donne la nausée.
Et tant qu’elle ne sera pas discréditée aux yeux de
tous, l’Italie ne ressuscitera pas. Ricciardi, qui vou­
drait se réconcilier avec moi, m ’a envoyé un livre
de vers ; probablement il te tombera sous les yeux.
Ricciardi doit être classé, non parmi les indignes,
mais parmi les imbéciles politiques. Si 011 lui per­
suadait que d’être des nôtres servirait sa renom­
mée, il se rallierait à nous, mais cela n’en vaudrait
pas la peine !
Que dis-tu de Lamennais, Lerminier et George
Sand ? Je suppose que tu as lu, dans la Revue des
Deux Mondes , les articles des deux derniers sur
le Livre du Peuple. Un ouvrage de Cooper sur
l’Italie vient de paraître ; je ne l’ai pas vu encore,
mais Dieu sait ce qu’il dit!
J ’ai enfin appris quelque chose de Giuditta, mais
pas directement. Sais-tu ce que devient Gallenga1
et où il se trouve ? Le parti aristocratique polo­
nais s’agite beaucoup pour susciter un mouvement
sur un point quelconque de la Pologne. Bien en­
tendu il ne réussira pas. Une société secrète s’est
organisée; elle se déclare monarchique héréditaire,
Adam Czartoryski est à sa tête. Je ne savais pas
que Bicciardi écrivait dans la Nouvelle Minerve et
je ne vois jamais ce journal. Signait-il?
1 Antonis Gallenga, réfugié italien. Plus tard, il fut longtem ps
correspondant du Times en Italie.

�104-

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

Adieu, aime-moi. Mes lettres sont vides et par­
faitement inutiles, mais ce n’est pas ma faute.
Salue Bertioli et Sanvitale '. Aie soin de toi-même
autant que possible et crois moi ton
G iu s e p p e .

X II
A Mme X ..., Lausanne
Londres, 31 mars 1838.

M adam e,

Vous savez déjà que, depuis ma dernière lettre,
j ’ai perdu une sœur que j ’aimais et qui m ’aim ait
bien. Je ne vous en parlerai donc pas; je suis sûr
que vous avez souffert vous aussi pour moi; je suis
sûr également que, lorsque vous m’écrirez, vous ne
chercherez pas à me consoler. Je ne me console
jamais de rien. Mais ce que tout homme qui croit
en Dieu et apprécie la vie à sa valeur doit faire,
je le fais. Tant qu’il y aura sur la terre quelque
être auquel mon existence peut être chère, je lut­
terai; quand tout sera m ort, si je vis encore, je
chercherai à m ourir de la manière la plus conforme
1 Le comte François Bertioli et le comte Jacques Sanvitale,
poète distingué. Parmesans tous deux, ils avaient émigré en 1831
et vivaient réfugiés à Montauban.

�LETTRES INTIMES t&gt;E JOSEPH MAZZINI

105

à mes croyances, en rendant témoignage. Aujour­
d’hui ce qui creuse mon âme, ce n ’est pas ma pauvre
sœur : c’est ma mère, c’est mon père. Ils sont là,
seuls, face à face avec leur douleur et leurs vieilles
années, sans un seul être près d’eux qui, à force de
leur sourire, leur arrache un sourire ! De quatre
enfants, deux, Rose et Françoise, sont mortes ;
l’autre est en exil. Antoinette, la sœur qui me
reste, est mariée. C’est une dure vie que la leur;
et, moi, je ne puis rien faire, rien que penser et
souffrir. Ceci est triste; plus que triste. Ma sœur
est morte après deux jours de maladie. Ses derniers
mots ont exprimé le chagrin de quitter les deux
êtres chéris qu’elle laissait dans la solitude. C’était
une âme aimante, douce, charitable; elle croyait
à la sainteté de la cause pour laquelle j ’ai voulu
combattre ; elle m ’écrivait presque chaque semaine
quelques lignes d’affection et d’encouragement. Je
leur avais fait, il y a quelques mois, la proposition
de se rendre en Suisse dans la belle saison pour me
voir, d’y passer quinze jours ensemble et de re­
trem per notre âme pour ce qui nous reste à endu­
rer. Dieu m ’a puni, je crois, d’avoir osé rêver une
illusion de bonheur même pour quelques jours.
Je suis physiquement bien, mon corps est de fer;
mes facultés seules se ressentent évidemment de
tout ce qui m ’arrive.
Je vous suis bien reconnaissant de votre lettre
du 6 février. Czapski 1 n ’a pas paru. J’ai reçu le
prospectus de la revue que vous avez bien voulu
1 É m ig ré p o lo n ais.

�106

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

adresser à Lamberti 1 pour moi. Le prem ier cabier
a-t-il paru? Veuillez me dire dans votre première
lettre si vous avez enfin reçu les deux petits
volumes d’Ange Usiglio et de moi? J ’ai insisté
pour qu’on les envoyât. Comme je vous le disais,
si la circulation de ce petit volume d’essai est tolé­
rée en Italie, ce dont je doute, je continuerai ces
publications. Je le voudrais, car, sous l’enveloppe
littéraire, ce sont encore les mêmes pressenti­
ments d’une grande rénovation religieuse et sociale
que je cherche à glisser dans les âmes jeunes de
mon pays. C’est aussi l’alliance qui doit unir les
masses au génie que je tâcherai de leur inoculer.
Aujourd’hui, il y a divorce. Aujourd’hui, il n’y a
plus de culte pour la poésie, plus de foi dans le
poète. A l’une on dit : « Amuse-nous ou agite-nous
au moment de l’ennui et quand nous n’avons rien
à faire. » A l’autre on a donné un tout petit coin
dans le monde, quelques planches au théâtre, un
rayon dans les bibliothèques, et on lui a dit :
« Souffre, pleure, chante : nous t’écouterons en
t’adm irant, mais ne t’avise pas de porter ta pas­
sion, ton exquise sensibilité, ton aspiration vers
l’infini, ta science du cœur, ton désir insatiable
de grandes choses, ta vie de désir et de souvenir
dans la sphère de notre existence réelle ; nous ne
te voulons que là-haut. » Prose et poésie, on en a
fait deux choses distinctes, deux règnes à part :
un quart d’heure à la seconde, le reste à la pre­
mière. Nous disons : « Pauvre C hatterton ! » au
1 É m igré ita lie n .

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZ1NI

107

poète que nous a dépeint Alfred de Vigny; mais
que Dieu garde les Chattertons réels qui se heur­
tent de temps à autre à nos sociétés ! C’est une
véritable guerre de barbares que nous faisons au
génie. Ici, en Angleterre, où je suis, le nom de
Byron n ’est prononcé qu’avec une sorte d’horreur;
une place lui a été refusée à W estm inster. J ’en­
tends des pseudo-littérateurs s’étonner de ce que
nous, continentaux, accordions une si grande
place dans nos cœurs au poète, disent-ils, du scep­
ticisme et du désespoir. Ils n ’oublient qu’une
chose : c’est que, lorsque Byron est venu, l’Europe
entière ne pressentait d’autre grande image qu’une
image de force et de despotisme : Napoléon ! que
tous courbaient la tête devant lui, tandis que Byron
s’en allait touchant les peuples au cœur pour voir
s’il y avait de la vie, maudissant le monde de ce
qu’il n’en trouvait pas, et puis courant m ourir pour
le prem ier peuple, dont le cœur avait recommencé
à battre, la Grèce ! Ce manque de faculté d’admira­
tion existe en Italie comme ailleurs : et c’est cette
absence, qui tue l’enthousiasme à ses sources, que
je voudrais combattre de. toutes mes forces dans
mes travaux littéraires.
Vous avez sans doute lu le Livre du peuple,
et vous aurez remarqué, comme moi, un pas de
plus vers la croyance qui met le christianisme dans
l’humanité, fille de Dieu, et allant à Dieu, dans le
christianisme. Lamennais, à l’heure qu’il est, n ’a
d ’intact que sa foi dans la morale chrétienne; il
chancelle dans sa croyance à la théogonie chré­
tienne. C’est qu’en effet la morale du Christ est

�4 08

LETTRES INTIMES DE JO SEPH MAZZINI

éternelle : l’humanité y ajoutera; elle ne lui ôtera
pas une seule ligne. Mais sa théologie ne l’est pas.
Nous approchons d’un temps dans lequel notre
conception de Dieu, de la vie, ou plutôt des vies
futures, de la loi qui régit les destinées indivi­
duelles sera plus nette, plus large, plus pure qu’elle
ne l’est dans le christianisme. Je le pense dans
mon cœur. Chaque jour affermit mes convictions
sur ce point. Il se peut que j ’adresse (publique­
ment) une lettre à Lamennais lui-même sur tout
ceci ; mais la perte de ma sœur est venue briser
cruellem ent mes projets. Il m ’est impossible
d’écrire quelque chose d’étendu en ce moment ;
sous peu je le pourrai peut-être. Vos regrets et vos
craintes en voyant tout ce travail de démolition
qui se fait autour du christianisme sont dignes de
vous; et m alheur à celui qui ne les éprouverait
pas ! Mais rappelez-vous, Madame, que c’est la
mission même, si longtemps méconnue du Christ
que nous proclamons quand nous parlons de foi
hum anitaire. Le Christ est venu m ourir pour
l’hum anité; il s’agit de voir aujourd’hui si le
martyre enfante les religions; il s’agit de voir si
le sang du Christ, ferm entant pendant dix-huit
siècles dans le cœur de l’humanité, a pu, ou non,
lui valoir son émancipation. La foi que je pressens,
ne brisera pas la croix; seulement elle en fera un
signe non pas de m artyre, mais de victoire ; elle
dira au Christ : « Descends, tu as assez souffert :
l’expiation est accomplie; l’hum anité c’est ta voie ;
elle peut m archer désormais la tète levée vers
Dieu ton père et son père ».

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINt

109

Hélas ! je dis nous et je suis seul. Je ne puis
me défaire de mes jeunes illusions et je n’ai pas
un seul croyant autour de moi qui croie ce que
je crois. J’ai vu les articles sur l’expédition de
Savoie ; je ne pense pas, quoi qu’on en ait dit,
qu’ils aient été écrits par W ast, que je connais et
que j ’ai môme tué, si je me rappelle bien le réqui­
sitoire de M. Roschi. Cela doit venir d’un autre
côté et n’a pour but qu’une mesquine vengeance
contre des Suisses.
Je crains que vous ne soyez trop mal prévenue
contre Mme Sand ou Dudevant. C’est une femme tout
à fait exceptionnelle, qui a eu très probablement
des écarts dans sa première jeunesse, qui les expie
aujourd’hui par des heures de cette tristesse qui
laisse ses traces sur le front et par une vie très
retirée qui dure depuis deux ans ; mais qui a été
calomniée par les médiocrités et qui le sera, par
la force de l’habitude, jusqu’à sa mort. Je ne sais
pas quels sont les ouvrages d’elle que vous avez
lus. Mais, si vous voulez deviner son âme et vous
réconcilier avec elle, lisez ses Lettres d'un voya­
geu r en deux volumes. C’est celui de ses ouvrages
dont on a le moins parlé, et qui est, selon moi, le
plus beau de tous ceux qu’elle a faits.
Croyez-vous, Madame, qu’Amédée 1quitte encore
une fois la France pour la Suisse ? Je le voudrais
bien. Je crois qu’il y serait mieux. Je rêve, moi, le
Léman et la vue des Alpes, comme on rêve la
patrie. Les circonstances et le froid raisonnement
1

Louis-Amédée Melegari.

�110

LETTRES INTIM ES DE JO SEPH MAZZINI

ont beau me persuader du contraire. Je sens que je
n ’ai pas dit adieu à la Suisse pour toujours. Vous
avez bien raison, Madame, d’aimer Josepli Dybowsky : c’est un des meilleurs jeunes gens que
j ’aie connus dans l’émigration. Je le vois de temps
à autre; je l’aime beaucoup, bien que je ne le lui
exprime pas; je n’exprime plus rien désormais. Je
crains pour sa santé ; et m alheureusem ent mes
pressentiments se sont presque toujours vérifiés.
J’ai vu Stolzmann ce soir même ; il m ’a chargé de
ses meilleures salutations pour vous. J ’y ajoute
celles d’Ange, de Jean et d’Augustin Ruffini. Adieu,
Madame; pardonnez le décousu de cette lettre. Je
vous écrirai dans le courant du mois, plus calme,
je l’espère au moins, et plus longuement. Veuillez
me rappeler au souvenir de M. X... Veuillez aussi
accepter les vœux que je fais sans cesse, et du fond
de mon âme, pour vous et pour votre famille.
Croyez toujours à l’affection dévouée de
J

oseph.

Je reçois en ce moment votre aimable lettre
du 23. J ’ai à peine le temps de la parcourir et
d’ajouter quelques lignes à la mienne. Je vous
remercie de toutes les choses que vous me dites ;
je vous remercie pour avoir pensé que ma plus
grande souffrance devait être aujourd’hui la soli­
tude dans laquelle se trouvent mes vieux parents.
J’espère que ma jeune sœ ur Elisa sera mieux quand
vous m ’écrirez la prochaine fois. Vous jugez Lélia
bien sévèrement. Je vous en parlerai au long dans

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZ1NI

IH

ma première lettre ; car, je vous l’avoue, j ’admire
plus que le talent d’écrivain dans Mme Sand. Je
vois très rarem ent Strossmeyer , mais que peut-il
faire à Londres? Nous ne nous écrivons jam ais
avec Leresche. Je n’ai pas vu et serais bien aise
de voir l’article du Nouvelliste qui me regarde.
Croyez-moi bien votre dévoué
J oseph .

XIII
A M.

T hom as É m ery,

Montauban

Londres (sans date de mois, probablement mai ou juin), 1838.

C her

A.,

J’ai reçu ta lettre. Peu de jours après l’avoir
envoyée, tu dois avoir reçu une des miennes. Je
t’écrirai bientôt plus longuement, aujourd’hui je
ne puis t’adresser que quelques lignes.
Le projet d’organisation qui a été envoyé fera
du bien s’il est adopté et pratiqué ; peut-être auraitil mieux valu conserver la nomenclature Jeu n e
Italie, en créant simplement une section isolée.
Mais cela n ’a pas d’importance. L’idée des adeptes
1 É m igré a lle m a n d .

�112

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZ1NI

faisant leur serm ent à l’homme et non à la société
a ses avantages et ses inconvénients. Cela sent un
peu le moyen âge et prépare la démoralisation de
l’adepte si le maître, chose qui peut arriver, trahit,
ment, ou se conduit d’une façon immorale. Ce
système risque aussi de développer chez le maître
(jeune et étudiant) l’orgueil de l’influence absolue.
Cependant, je le répèle, en ce genre de choses,
le tout est de faire; mais, — je ne voudrais pas être
prophète, — je crains que rien ne se fasse.
A quelles personnes et à quel endroit fais-tu
allusion, en disant que les attestations de ma m ort
politique partent toutes du même endroit et des
mêmes personnes ? Du reste, écoute-moi bien ; je
suis m ort en effet, mais parce que les autres sont
morts avec moi. Sauf toi, aucun des nom breux
membres et organisateurs de la Jeu n e Italie de
l’intérieur ou de l’étranger n ’en parle plus et n ’en
admet plus l’existence. Veux-tu que je parle au
nom de ce qui n’existe plus et à des gens qui
ne veulent pas entendre ? Je me rends exacte­
ment compte, crois-moi, de la mesure de mon in­
fluence. Même après dix ans de silence, si m a
voix s’élevait comme autrefois, je serais écouté et
j ’entraînerais les masses à ma suite, mais il fau­
drait avoir quelque chose de réel à proposer : un
projet d’action de l’étranger ou un mouvement sur
un point quelconque de l’Europe. Sans une de ces
conditions je serais raillé, et je perdrais le peu
d’influence qui, un jour, peut être utile à notre
pays. Quant à déclarer que ma foi est restée la
même et que ce n’est pas moi, mais la jeunesse

�LETTRES INTIM ES DE JO SEPH MAZZINI

113

italienne qui a trahi et trahit sa mission, je ne man­
querai pas de le dire à tous ceux qui m’écrivent.
A peine aurai-je un moment de répit pour écrire
en italien, et quelques sous pour l’impression, je
te promets de faire, au moyen de la presse, un
acte public de foi. Pour la circulaire, précise
davantage ; je puis adresser une exhortation, un
reproche, un conseil, mais une circulaire, dans le
vrai sens du mot, serait impossible. Réfléchis-y
bien, et tu te rendras compte que, si j ’en lançais
une, son seul résultat serait de me discréditer par
son manque d’effet. Du reste, je te récrirai à ce
sujet.
Bauer 1 exagère peut-être ; mais, quand il vient
le soir et entend ceux, qui autrefois étaient mes
inséparables, avec lesquels il a traité jadis comme
membres de la Jeu n e Italie, parler de façon à
prouver qu’ils ont complètement changé et sont
en plein divorce avec moi... comment veux-tu que
je lui dissimule l’isolement réel dans lequel je
me trouve ? Je suis, je ne le nie pas, dans l’état
de convulsions intérieures continuelles que je t’ai
décrit: fatigué, sombre, taciturne et moins prompt
d’intelligence. Mais, si je voyais une lueur, je me
secouerais.
Les projets polonais n’ont rien de sérieux : ce
sont des désirs plus qu’autre chose. La part que
j’ai promis d’y prendre se borne à établir des rap­
ports entre un Anglais et un Polonais, chose qui
ne mènera à rien. Je suis surpris que Bauer parle
1 É m igré a lle m a n d .

�H4

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

de ce genre d’affaires à
J ’écrirai à cette
dernière la semaine prochaine, mais ce ne sera
pas pour elle. Je te suis reconnaissant des senti­
ments que tu m ’exprimes et je te remercie de ton
silence — en fait de consolations — au sujet de la
perte que je viens de faire. Adieu, je t’embrasse.
Je regrette que tu aies dû renoncer au projet
de la chaire suisse ; j’espère que cela ne te fera
pas renoncer au projet du séjour. Je crois que,
moi aussi, je finirai par m ’établir en Suisse, mais
pour y. vivre dans une solitude absolue.
Lamberti a son père m ourant. Les Polonais, —
le parti Czartoryski, en particulier, qui est appuyé
par un groupe d’Anglais, Lord Stuart, etc., — sont
entourés d’agents de l’ambassade russe.
Adieu.

XIY
A M.

T hom as É m ery,

M ontauban
Londres, 2 juillet 1838.

C her

A ...,

J ’ai reçu ta lettre. Tu dois me maudire, maudire
mon silence, mon inertie, m’appeler apostat et
pis encore, s’il y a de plus grande injure, ce que
je ne crois pas ! Et tu n’as pas tort à ton point de

�LETTRES INTIM ES DE JO SEPH MAZZINI

115

vue, ni moi au mien. Aujourd’hui aussi je ne
t’écris que quelques lignes à la hâte, profitant d’une
occasion. Je suis dans un état mental exception­
nel, je ne le nie pas : dans l’impossibilité d’écrire;
dans l’impossibilité de rem anier ces articles sur
Fourrier, malgré la ferme intention que j’en ai ;
dans l’impossibilité de conspirer ni par des pro­
jets ni par des écrits. Cet état, je l’espère, prendra
fin; s’il devait durer, c’est moi qui finirais. Mais
même si je ne me trouvais pas dans cet état, si
j ’avais l’activité d’il y a deux ans, j'hésiterais, je
l’avoue, à m ’occuper de conspiration. Plus je
regarde autour de moi, plus j ’interroge ceux que
je vois, plus je recueille informations et indices,
plus j’arrive à la conviction qu’il n ’y a que deux
voies pour servir utilem ent notre pays. Ecrire la
vérité pour qu’elle produise des résultats lorsque
Dieu voudra — et je le ferai dès que je pourrai
— ou bien tenter l’action immédiate d’une façon
quelconque et sur un point quelconque. Et cela je
le tenterais, je te le jure, m algré les difficultés
insurmontables, si j ’avais des ressources ou si je
trouvais des gens disposés à en fournir.
Du reste, bien que cela ne puisse conduire à
grand’ chose, ce que tu fais et feras à l’intérieur
sera cependant utile. Comme tu le dis très bien,
il est bon de répandre, de faire répéter partout, en
vue des occasions qui peuvent naître, que la
Jeune Italie existe et n ’a pas renoncé à agir.
Les universitaires me donnent des nausées. Il
est très décourageant, après avoir tant prêché le
spiritualisme à la jeunesse, de se trouver au même

�116

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

point qu’auparavant avec des gens qui nient Dieu
et singent les Français d'il y a un demi-siècle.
Cependant, bien que tu ne veuilles pas le compren­
dre, il y a dans ce prétendu matérialisme bien plus
la négation de la formule religieuse dominante,
que la négation de toute formule religieuse. Le
scepticisme moderne est surtout 1’opposition à la
religion chrétienne. Le seul moyen de ram ener les
esprits sur une meilleure voie est de prêcher une
nouvelle formule qui leur enlève cette peur de
passé qui les tourm ente. L’incertitude où tu vois
Lamennais, l’homme le plus pur, le plus désireux
du bien que je connaisse, vient justem ent de ce
qu’il s’aperçoit que la foi dans le dogme chrétien
est éteinte chez les uns et va s’éteignant chez les
autres ; que les religions ne se refont pas ; que
faire de la poésie, de la philosophie ou de la
morale pure, à part de toute théologie, n’est pas
reconstituer une religion. Son incertitude provient
également du fait que sa foi dans la divinité du
Christ, fondement de la religion chrétienne, est
ébranlée dans son cœur. Dans mon âme, au con­
traire, cette foi augmente. Chaque jour le senti­
ment qu’une nouvelle synthèse religieuse est néces­
saire, s’empare davantage de ma conscience. C’est à
ce sentiment que tu dois attribuer plusieurs de mes
hésitations. Je suis dans une situation fausse et
j ’ai parfois des remords de ne pas en sortir ouver­
tement et sans réserve. Mais ne parlons plus de cela.
J’ai dû refuser à la poste les poésies de Sanvitale : le paquet coûtait six ou sept schellings, et
je n ’en avais que trois !

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

117

Le travail qui se fait à Gênes est un travail nul,
anonyme, qui ne nous appartient pas et qui est la
conséquence des prétendus projets de CharlesAlbert. Il est bon que tu restes indirectement en
correspondance avec eux, mais uniquement dans
le but de savoir ce qu’ils font ; il n ’y a rien
à espérer, et il faut éviter qu'on puisse nous
croire solidaires avec eux. — Nous devons, ou
ne pas être ou être exclusivement ce que nous
avons toujours été. Tu dois combattre de toutes
façons les espérances qui reposent sur le plan de
Charles-Albert, et je te recommande de le présen­
ter comme un expédient adopté pour neutraliser
l’ascendant du principe de la Jeu n e Italie, qui, en
ce moment, reprend de la vigueur. Quant à un
congrès en Suisse, il me semble, en vérité, qu’il
en sortirait plus de bien que de mal. Cela prou­
verait que nous ne sommes plus puissants. Les
congrès représentaient quelque chose quand on
pouvait dire à ceux qui les composaient : la Jeu n e
Italie veut agir et se prépare. Mais m aintenant?
Cependant, prends patience et dans un mois je pour­
rai peut-être te dire quelque chose de plus; et, si
c’est utile, nous aurons encore le temps d’essayer
de le réunir.
Je suis sans nouvelles d’Élisa1, et, d’après les
symptômes de la maladie, je crains beaucoup que
les premières que je recevrai ne soient funestes.
N’ai-je pas été en contact avec elle? Ne s’était1 U ne des filles de M°" X., celle que Mazzini appelait sapetite sœur.

�LETTRES INTIMES DE JO SEPH M AZZINI

elle pas enfantinem ent enthousiasmée de moi? Ne
se disait-elle pas ma petite sœur? Elle devait donc
fatalement subir la malédiction imméritée que je
porte avec moi. Si un m alheur arrivait je le regret­
terais moins pour elle que pour sa mère et sa
sœur. Le long silence de Mme X ..., je ne dis pas
vis-à-vis de moi, — car j ’avais promis de lui ré­
crire, — mais vis-à-vis de Stolzmann, me donne
des craintes pour elle aussi. Dans sa dernière
lettre elle ne lui disait rien d’elle-môme et des
autres; elle ne lui parlait que d’Élisa.
J’ai rêvé il y a trois nuits que Madeleine était
arrivée à Londres; un billet de sa main m ’appe­
lait à l’hôtel où elle était descendue, seule, déses­
pérée, ayant perdu sa mère et sa sœur. La pre­
mière partie du rêve ne se vérifiera pas, mais je
crains pour la seconde partie, car plusieurs de
mes rêves se réalisent. J’espère avoir bientôt des
nouvelles, par toi ou par d’autres.
Je suis de ton avis; je ne partage pas l’espé­
rance qu’on veut te donner d’une chaire à Lau­
sanne. Fais-moi le plaisir de ne pas me parler de
l’Amérique, j ’ai pour le seul nom de ce pays une
cordiale antipathie. Parm i les indications que je
vous ai laissées avant de quitter la Suisse y auraitil, par hasard, les vrais noms et adresses des
Corses signataires de l’accord? As-tu, depuis ce
temps, conservé des rapports avec eux ou avec
d’autres du même pays ? As-tu actuellement des
moyens de contact? et, en cas affirmatif, avec qui?
Quelqu’un des nôtres habite-t-il encore cette île,
m algré l’expulsion des Italiens qui y a été ordon­

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

119

née? Connais-tu quelqu’un en mesure de nous indi­
quer, le cas échéant, sur une partie quelconque de
l’île, un homme (ou plusieurs) patriote italien de
cœur, influent, disposé pour l’amour de la cause à
servir une entreprise quelle qu’elle puisse être? Il
faut, surtout, que cette personne soit prudente et
capable de garder un secret. Il vaudrait mieux
aussi qu’elle n ’eût pas été mêlée aux anciennes
organisations des Carbonari. Fais-moi le plaisir
de répondre à toutes ces questions. Ne nomme
pas le pays, mais dis-moi les noms si tu en as.
Adieu, crois-moi ton
G iu s e p p e .

Je ne vois jamais le Polonais, que je croyais
d’ailleurs suspendu. Je ne savais donc rien de
l’article de Miçkiewicz. La lettre de George Sand
sur le Livre du Peuple n ’a pas été écrite, comme
tu le pensais , d’intelligence avec Lamennais.
As-tu lu le livre de Gioberti sur le surnaturel ?
Il m ’est impossible de l'avoir, car il ne le donne
qu’à ses partisans et ne le met pas en vente; mais
j ’aurais envie de le lire. L’amnistie lombarde paraît
aujourd’hui chose certaine; elle est très désirée.
Il y a à Gênes un commencement de controverse
religieuse entre les Jésuites et soixante curés qu’ils
avaient dénoncés comme entachés de jansénisme,
et qui, de leur côté, les accusaient de fausses doc­
trines, comme par exemple l’obligation de révéler
ses complices dans la confession, etc. Une circu­
laire de l’archevêque les exhorte à la concorde et

�120

LETTRES INTIMES DE JO SEPH MAZZINI

ne tranche pas la question. Les curés menacent
de recourir à Rome ; les menaces des Jésuites sont
plus graves.
Le rom an d’un certain Canale, que je connais
d’ailleurs, a fait fermer pendant vingt jours l’im ­
prim erie qui le publiait. On n’avait pas tenu
compte des radiations des reviseurs. Le livre est
plutôt hardi, mais pas autre chose. Salue affec­
tueusem ent de ma part les Sanvitale et Bertioli.
Adieu.
XV
A

M.

T hom as É m ery,

Monlauban
Londres, 22 juillet 1838.

A.,
J ’ai reçu ta lettre et je te remercie des nouvelles
d’Elisa, bien que l’opinion des médecins ne me
rassure pas ; je crains que l’amélioration générale
ne soit l’effet de la saison. Cependant je suis un
peu moins inquiet et je vais écrire à Mmo X... Je
ne l’ai pas fait jusqu’ici, parce qu’en vérité je ne
savais sur quel ton lui écrire. Je me rappelle l’effet
que m’ont produit des lettres indifférentes, reçues
le jour où je venais d’apprendre la nouvelle de la
m ort de ma sœur !...
Et, m aintenant, écoute. Pourquoi me causer des
C her

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

121

tortures m utiles? Pourquoi me demander si je
compte écrire à Madeleine? Pourquoi me dire :
« Que penses-tu faire pour cette m alheureuse en­
fant? » Tu veux savoir « si mes intentions ne sont
pas conformes à la seule un possible d’un aussi
saint amour », et autres choses semblables? -— Mon
Dieu ! y a-t-il en moi de quoi la consoler? Puis-je
avoir des intentions? Suis-je libre? Dieu sait que
je ne le suis pas! Devant la société et devant les
hommes qui ne reconnaissent que les liens de fait,
je le suis ; mais devant le cœur, devant Dieu qui
veille sur toutes les promesses, je ne le suis pas.
Ne sais-tu pas que G iuditta1 m ’aime, que je l’aime
et que je lui ai promis de l’aimer? Ne sais-tu pas
qu’elle est seule au monde, elle aussi, malheureuse,
errant aux portes de la ville où sont ses enfants,
sans pouvoir y pénétrer, et que mon amour lui
donne, môme de loin, un peu de consolation? Ne
sais-tu pas que les passions sont fortes et puissantes
dans cette âme, et que, si un coup semblable la
frappait, venant de l’unique être au monde dont
elle se croit véritablem ent aimée, ce serait une
trahison cruelle? A-t-elle un autre ami qui lui
donne un peu de joie? Je ne cesserais d’ailleurs pas
de l’aimer pour cela. Et même si, en ce cas, un
autre devoir m’apparaissait impérieux, celui d’em­
pêcher le m alheur perpétuel d’un autre être, y
réussirais-je ? Pourrais-je faire encore le bonheur,
la joie d’une âme vierge, moi dont l’âme triste,
sombre, fatiguée par les désillusions, devenue
1

Voir Introduction.

�122

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

méfiante par les trahisons subies, meurtrie par les
chagrins, est envahie d’un tel sentiment de déses­
poir que les caresses d’un ange comme elle ne
parviendraient même pas à le conjurer.
Et puis, aurais-je le droit d’unir au mien le des­
tin d’un ange, alors que trois, six, dix mois après
je devrais peut-être m ’arracher à son amour pour
courir des dangers mortels et la condammer à une
douleur perpétuelle? Mais ce sont là, il me semble,
des hypothèses inutiles, car Giuditta m ’aime et je
l’aime... Donc, pourquoi me parler ainsi? pourquoi
me forces-tu à sentir et à penser que je suis seul ?
que probablement je serai toujours seul et que je
pourrais ne pas l’être? Crois-tu que je renonce
joyeusement, abandonné de tous comme je le suis,
à avoir près de moi un être comme elle, une créa­
ture de Dieu, jeune, pure, religieuse, enthousiaste
dans le cœur de laquelle je pourrais verser le m onde
de sentiments, de rêves, de croyances et d’am our
qui est en moi et qui m ourra en moi? — Crois-tu
que je ne traverse pas des heures longues, étern
nelles, d’une solitude de damné, d’un isolement que
me rem plit de terreur, d’une lassitude douloureuse
qui me fait désirer la m ort? Crois-tu que durant
ces heures je ne chercherais pas, si je le pouvais
même au prix de mon sang, un sein sur lequel
reposer mon front, une main amie qui se poserait
sur ma tête?...
Non, je ne puis rien pour elle !je le sens, et c’est
une de mes douleurs, et non une des moins fortes. J e
donnerais tout — excepté mes espérances — m on
sang même pour la consoler Si je pouvais savoir

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZ1NI

123

qu’elle m ’aim erait jusqu’à son dernier jour, la cor­
respondance entre nous servirait à quelque chose,
car, en ce cas, des rapports, même fraternels, avec
moi seraient pour elle un léger adoucissement. Mais
si elle parvenait à m ’oublier un jour, si je mourais
dans une année — ce qui est devenu très possible,
— si par quelque raison elle pouvait encore être
heureuse avec un autre, cette correspondance ne
serait-elle pas nuisible? N’augmenterait-elle pas
l'incendie au lieu de l’étouffer? Puis-je espérer
changer les sentiments d'aujourd’hui en union fra­
ternelle? Je suis un triste juge dans cette affaire
parce que je ne juge pas froidement. Juge toimême, ou, ce qui vaut mieux, qu’elle juge ellemême. Puis, dites-moi ce que je dois faire. Mais
pensez-y bien. Une correspondance dont la pre­
mière parole doit être : « Nous ne serons jamais
unis », est chose grave et ne peut être commencée
que s’il s’agit d’empêcher des résolutions déses­
pérées. Du reste, je le répète, et malheureusement
inutilement, si ceci, si autre chose, — je n ’y mets
qu’une seule limite, — pouvait lui faire du bien,
dites-le-moi. Je serai éternellement reconnaissant
à ceux qui m’indiqueront un moyen quelconque de
la consoler.
Quant à Giuditta elle n’est pas à Londres et n'y
viendra pas. Elle n ’a pas quitté Parme et ne le
quittera pas. Je vivrai seul à Londres ou ailleurs
jusqu’au jour où je trouverai l’occasion de me jeter
dans une entreprise quelconque qui tranchera enfin
le nœud gordien qui, chaque jour, enserre plus
douloureusement ma vie sans me l’enlever.

�124

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

J’ai encore autre chose à te dire, puis je ne t ’en
parlerai plus jam ais. Conserve tes croyances si ton
cœur et ton esprit t’y forcent, mais penses-y et
repenses-y une fois encore. Quand tu me dis : « J e
suis chrétien, » tu dis : « J ’ai une morale, » p as
autre chose. Tu n'as pas de dogmes : tu ne crois pas
à l’éternité des peines, tu ne crois pas à la chute
peut-être ne crois-tu pas réellement à l ’incarna­
tion. Si ces idées n ’étaient pas unies pour toi au p ro ­
grès, à la liberté, aux idées sociales d’aujourd’hui
tu ne mourrais pas pour elles. Tu crois peut-être
à la Trinité? — Moi aussi, j’y crois— seulem ent je
l’entends d’une façon différente que ne l’entenden t
les chrétiens. Même je la pose comme base de m a
religion intérieure. Quand tu dis: « Je suis cath o ­
lique, » je ne sais pas ce que tu veux dire. D ésor­
mais le mot « catholique » est un jeu de mots. Moi
aussi, je suis catholique, catholique au point que j e
sens la nécessité d’un dogme nouveau, d’un déve­
loppement théogénique nouveau, afin que les israélites, les mahométans, les bouddhistes et tous ceux
qui, durant dix-huit cents ans d’efforts, n’ont p u
devenir catholiques puissent enfin fraterniser. Moi
aussi, je crois à l’unité, à l’unité de Rome. Je m e
souviens d’avoir écrit il y a longtemps dans l a
préface d’une traduction de Didier : « La paro le
d’unité mondiale ne peut être qu’une parole r e ligieuse et ne peut venir que de Rome. » Mais Rom e
est-elle dans le Pape? Non, le Pape est dans Rom e
dans la ville éternelle prédestinée ; dans la v ille
du Panthéon et du Vatican ; dans la ville d’où e s t
sortie la conception de l’unité m atérielle, d e l'unité

�LETTRES INTIM ES DE JO SEPH MAZZINI

125

spirituelle et d’où sortira celle de l’unité sociale
comprenant les deux faces de l'existence.
Je veux tout ce que tu veux ; et, comme je sais
que la religion chrétienne est devenue pour plu­
sieurs une morale, pour d’autres une philosophie,
et comme je sais que le monde a besoin de religion,
je crois à l’avènement d’une religion nouvelle.
Dieu n’a pas permis et ne permettra peut-être
jamais que j ’en sois l’apôtre, mais je sais cepen­
dant que son jour viendra. Je me mets de côté en
tant qu’individu, mais comme Jeu n e Europe je te
dis : Nous éprouvons le besoin d’une nouvelle ma­
nifestation religieuse, soit une application du Chris­
tianisme, soit une religion qui succède au Chris­
tianisme ; le caractère de cette manifestation ne
peut être que l’union des croyants, un concile de
l’humanité. Là seulement l’autorité peut se trou­
ver ; elle n’est et ne doit être que dans la tradition
de tout le genre humain. Les croyants qui sentent
que cette manifestation est nécessaire au salut du
monde doivent s’unir, afin de rendre possible le
concile que Rome attend. Notre action doit se lim i­
ter à cela. Jusqu’ici il n’y a pas eu d’Eglise, car
l’Eglise est sans chef et sans unité'. Son chef est
schismatique, il s’est séparé du Christianisme et de
l’humanité. Il s’est attaché à Mammon, à la force,
à la matière ; la parole de vie ne sort plus du Vati­
can : il y a interrègne évident. Nous ne sommes
plus que des individus ; ne nous obstinons pas à
représenter comme exclusif le symbole de notre
cœur et de nos facultés individuelles. L ’esprit de
Dieu ne peut descendre que sur les foules recueil-

�126

LETTRES INTIM ES DE JO SEPH MAZZINI

lies. Elles diront ce qu’elles croient ou non; elles
accepteront ou repousseront la parole dos prophètes.
Je voudrais amener à ce point — je ne le nie pas
— tous ceux qui aujourd’hui travaillent pour l’h u ­
manité. Un groupe d’hommes d’une intelligence
puissante, dont la moralité serait reconnue, et.
qui, prenant ouvertement le rôle des précurseurs,
se feraient les fauteurs de ce concile réellem ent
œcuménique, accompliraient peut-être des pro ­
diges. Je l’ai écrit il y a quelques jours à Lam en­
nais, mais par acquit de conscience, car actuelle­
m ent il ne sent ni sa mission ni la nôtre.
Je me suis laissé entraîner, et il ne me reste
plus d’espace pour autre chose. Je ne puis écrire
que sur une demi-feuille si je veux faire m ettre
cette lettre à la poste à Paris. — Mais, du reste
je n ’ai rien d’im portant à te dire. Je ne connais
pas Poli *, et je n ’ai aucun rapport avec lui. Q uel
homme est-ce ? et qu’en sais-tu ? Son nom m ’est
suspect, je ne sais par quelle vague rém iniscence.
Je te reparlerai du pays où il se trouve. J ’ai écrit
à Lelewel, etc., pour essayer de redonner un p eu
de vie à la Jeu n e Pologne. Je le crois possible, s'ils
le veulent.
Les Carlo Alberteschi sont fous. Le v ieux q ue
t’écrit sur mon compte radote, ni moi ni leur idole
ne rem ueront une feuille. L’Autriche travaille
plus activement qu’eux à étendre son influence
L’Autriche est, ou essaye d’être, en bons term es
avec le ministère Anglais. Ici il y a un redouble1 É m igré ita lie n .

�LETTRES INTIMES DE JO SEPH MAZZINI

127

ment de haine contre la Russie qui va jusqu’à sif­
fler son ambassadeur.
Je suis content que tu ailles en Suisse et j ’es­
père que tu y resteras. S’il t ’est possible de faire
quelque chose c’est plus aisé de Suisse que de
France.
Adieu, crois-moi ton
G iu s e p p e .

XYI
A Mme X ..., L ausanne
Londres, 1er août 1838.

M adam e,

J’ai été bien longtemps sans vous écrire; mais
vous en êtes aussi un peu cause cette fois. Dans
votre dernière lettre, vous me parliez de la toux
d’Elisa de manière à me faire entrevoir du danger
pour elle. Plus tard, Stolzmann recevait de vous
des nouvelles encore plus alarmantes ; elle était,
me disait-il, très sérieusement malade et en dan­
ger; vous-même, vous n ’étiez pas bien. Je n ’ai pu
dès lors prendre sur moi de vous écrire. Je sais
par expérience l’effet que font des lettres indiffé­
rentes reçues le jour d’un grand m alheur, et ce
m alheur je pouvais le redouter. Nous attendions,
moi ou Stolzmann, une lettre de vous, soit pour

�128

LETTRES INTIMES DE JO SEPH MAZZINI

nous rassurer, soit pour nous dire : souffrez avec
moi. Aujourd’hui, je vous écris, parce que des nou­
velles reçues depuis quelques jours d’Emery m e
donnent l'assurance qu’Elisa va mieux. La toux
continue, me dit-il, mais d’autres symptômes ont
disparu, et le médecin attribue la persistance de
la toux à une excitation nerveuse qui cessera plus
tard. J’espère que rien n ’est survenu depuis lors,
mais j ’aimerais le savoir positivement, car la toux
chez une jeune personne m ’épouvante toujours. Je
compte donc, ne l’oubliez pas, sur une lettre de
vous me donnant des nouvelles d’Elisa, de vous, de
t o u t e votre famille. J’ai craint sérieusement pour m a
jeune sœur, d’autant plus, — je ne puis me délivrer
de cette pensée, — qu’elle m ’a appelé son frère et
qu’il y a autour de moi je ne sais quelle atm osphère
de m alheur qui atteint les personnes que j'a im e
Quant à moi, je n’ai pas grand’ehose à vous
apprendre. J ’ai tremblé, depuis ma dernière lettre
pour la vie de mon père qui a été dangereuse­
m ent malade et qui, Dieu merci, m ’a été con­
servé. J ’ai eu la visite de quelques amis italiens et
français que le couronnem ent1 a poussés vers
Londres. Je n ’ai pas vu moi-même le couronne­
m ent ; je ne suis pas sorti de chez moi pendant
que tout ce bruit a duré ; j ’ai préféré m ’ennuye r
tout seul. Les journaux, au reste, vous auront
raconté la partie m atérielle de la cérémonie. Or
c’est là tout : rien de moins spirituel que tout ce
qui s’est dit et fait dans ces fêtes, depuis la céré 1

Le couronnement de la reine Victoria.

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

129

monie à W estm inster, jusqu’aux poignées de
mains que, d’après l’exemple de son royal maître,
le maréchal Soult a distribuées aux badauds de
Londres. Bien que cet engouement pour Soult ait
eu principalement pour source les attaques incon­
venantes de la presse tory, il rien a pas moins été
poussé jusqu’au ridicule. On a fait de lui le grand
homme du siècle: on a voulu le porter en triomphe
à Manchester ; on l’a comparé à Napoléon ; on lui
a même donné à une revue un étrier de Napoléon,
trouvé je ne sais où, et il ne l’a pas refusé, lui sol­
dat, homme de l’empire, adorateur de la force !
Tout ceci lui vaudra probablement le ministère de
la guerre à Paris, c’est-à-dire une occasion de gas­
piller quelques fonds encore avant de m ourir. Il
y a eu par compensation renchérissem ent d’in­
jures contre l’ambassadeur russe ; on a sifflé ce
pauvre Schwartzenberg qu’on prenait pour Pozzo
di Borgo ; on a donné un grand bal pour les exilés
polonais ; et les ministres se sont laissés inscrire
sur la liste des patrons ; ce qui ne veut rien dire
et n’empêchera pas une seule des injustices et des
cruautés qu’on commet en Pologne. Savez-vous
les noms qui figuraient en tête de cette liste? Le
duc de Nemours, Soult, Sébastiani, oui, le même
homme qui a prononcé à la tribune de France,
lors de la chute de Varsovie ces paroles déjà ou­
bliées : L'ordre règne à Varsovie, a été appelé par
les prétendus amis de la cause polonaise et par les
notabilités du parti aristocratique polonais, à faire
l’aumône à sa victime, en lui donnant le baiser de
Judas. De ces choses, il en arrive une par jour. La

�130

LETTRES INTIM ES DE JOSEPH MAZZINI

cause des peuples est traînée aujourd’hui à défaut
de sang dans la boue royale, par des hommes qui
se disent bravement patriotes. Les autres se taisent ;
et, à vrai dire, ils n’ont rien de mieux à faire. Après
la prostitution qu’on a fait subir à la parole, je ne
connais plus pour m a part qu’une seule protesta­
tion convenable : l’action. Quand l’action est im ­
possible, il n ’y a qu’à se couvrir les yeux et la tête
de son manteau pour ne pas voir.
J’ai le spleen, comme disent les Anglais qui
cherchent la cause de toute mauvaise hum eur
dans le physique. J’ai le spleen, je ne le nie pas
mais il vient d’ailleurs que de la rate. J’ai eu peutêtre dans ma vie des jours plus douloureux que
ceux-ci; mais des jours aussi arides, flétris, désen­
chantés, vides, monotones et tristes, jam ais ! Les
fortes et lancinantes douleurs peuvent bien donner
des convulsions, mais que sont les convulsions si
ce n’est une lutte de la vie qui se débat contre l e
mal qui la ronge? Ce sont les forces de la réaction
or, il n’y en a pas en moi contre mon état m oral
actuel. Je me laisse aller à la dérive, comme u n
vaisseau démâté qui n’a plus rien à opposer à la
force du courant ; je me regarde descendre ; et voil^
à quoi se passent mes journées. Je ne fais rien, je
ne puis rien faire. A part quelques m isérables
articles pour les revues d’ici, je ne puis coudre
ensemble deux bouts de ligne ; j'ai bien encore m es
pensées d’autrefois, mais je n’ai plus la faculté de
leur donner un corps. J’étais né pour l’action ; et si
je pouvais faire quelque chose en écrivant, c’était
lorsqu’en regardant devant moi j ’entrevoyais l’a c­

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

131

tion. Bien que mes idées aient au plus haut degré
les caractères de la croyance, je sens que je n ’en
ai pas les vertus, puisque je me laisse aller à
l’inaction et au découragement. Condamnez-moi,
Madame, mais plaignez-moi, car les causes de
mon inaction et de l’abaissement de mes facultés
n’ont rien de commun avec l’état des choses et
avec les échecs que, par nos fautes, nous avons
essuyés ; si ce n ’était que cela, je me sentirais fort
et alerte comme par le passé.
Mais parlons d’autre chose. Parmi ceux que
j ’ai vus à l’époque du couronnement, s’est trouvé
un jeune Français, ami et élève de Lamennais, que
je n’avais jamais vu, bien qu’ayant été en corres­
pondance avec lui. Nous avons longuement parlé
de Lamennais, et tout ce qu’il m ’en a dit a aug­
menté de plus en plus mon affection pour lui. La­
mennais écrivain nous le connaissons tous ; nous
admirons sa puissance, mais cependant nous pou­
vons lui trouver des points faibles ; mais Lamen­
nais pleurant comme un enfant à une symphonie
de Beethoven, Lamennais n ’ayant bien souvent que
quinze sous pour toute fortune parce qu’il n ’a pu
s’empêcher de donner tout ce qu’on lui demande,
n’est-ce pas quelque chose de plus beau encore?
Sa santé, du reste, est très mauvaise, sa vie ne se
soutient plus que par l’excitation morale dans la­
quelle il se trouve ; et ses facultés intellectuelles
doivent, selon moi, s’affaisser bien vite, dans un
temps qui n ’est peut-être pas éloigné. C’est vous
dire que je n’espère pas de Lui un pas de plus,
ce pas auquel il serait inévitablement entraîné,

�132

LETTRES INTIM ES DE JO SEPH MAZZINI

si. comme écrivain, il lui restait encore plusieurs
années. Il mourra, ayant fait beaucoup de bien,
mais pas tout ce dont il était capable. J’ai profité
de cette occasion pour lui écrire, ce que je n ’avais
pas fait depuis longtemps. Je lui ai écrit franche­
ment ce que le temps me paraît exiger de lui et de
nous; et je lui ai dit qu’il m ourra sans avoir
accompli sa mission tout entière, qu’il n’aura fait
que des livres, qu’il n’aura parlé que comme
tout philosophe exprimant individuellement des
croyances individuelles. C’est collectivement qu’il
devrait pouvoir parler, en prêtre, membre ou chef
d’un apostolat qui sera la première pierre de
l’église de l’avenir.
Je sais qu’Emery se propose de quitter son sé­
jour actuel pour la Suisse. Je lui porte envie, car
après l’Italie, mon rêve de tous les jours c’est l a
Suisse, ses lacs, ses Alpes, ses campagnes et le
silence qui les enveloppe ! Il me faudra bien un jo u r
revenir, ne fût-ce qu’en courant, en dépit de tous le§
bureaux de police de frontière. J’ai grand besoin d e
silence, grand besoin de me trouver seul, absolument seul, avec Dieu, la nature et mon cœ ur: ses
affections, ses souvenirs et ses déceptions ! Ici on
est, même en se tenant dans sa chambre, au m i­
lieu du monde, ne fût-ce que par le bruit qu’ij
fait, et auquel il est impossible de se sous_
traire.
Que vous dirai-je de Mme Sand ? Je m ’étais pro­
mis de vous en parler longuement ; mais je su js
en ce moment à demi fâché contre elle; j'ai lu SOtn
Orco , et la voilà qui déserte, elle aussi, le cham p

�LETTRES INTIM ES DE JO SEPH 3IAZZINI

133

de Vidée pour se jeter dans le dramatique subal­
terne du fait et dans la complication des moyens.
Je ne renonce pas cependant à vous parler de ses
ouvrages ; vous me paraissez les juger trop légè­
rement. Jamais je ne placerai Lélia dans les mains
d’un jeune homme de vingt à vingt-deux ans, dé­
pourvu de croyances ; mais pour des êtres éprou­
vés et forts d’intelligence, ce n ’est pas Lélia , je
le crois, qui les désenchantera du dévouement
actif. Dans Lélia chacune des faces de la vie est
mauvaise, parce que chacune est tout entière en
un des personnages, et l’unité nulle part. De tous
les personnages, Trenmor est peut-être le plus
mauvais, et l'auteur a voulu le faire ainsi ; mais
(die a répandu autour de lui une atmosphère de
froideur qui lui ôte toute puissance. Je vous en­
gage au reste fortement à lire les Lettres d'un
voyageur ; je crois que Mmo Sand est bien plus là
que dans tous ses ouvrages. Vous savez peut-être
que Harro s’est pris de querelle avec le gouverneur
d’Héligoland, qu’il a été embarqué de force et con­
duit à Londres ; il en est déjà reparti pour Jersey,
petite île sur la côte où la vie est plus économique.
Jean, Augustin et Ange se portent bien. Stolzmann aussi, quoiqu’au fond le climat, à mon
avis, ne lui soit pas favorable. Cz. est ici depuis
quelque temps. J’avais déjà reçu de Paris, où il
s’est arrêté assez longtemps, le code, et je vous en
renouvelle mes remerciements. Comment va votre
presse ? La revue paraît-elle ? Et que vaut-elle ?
l'H elvétia est-elle encore sous la direction de Leresche, ou bien, comme quelqu’un me l’a dit, de

�134

LETTRES INTIM ES DE JO SEPH MAZZINI

M. Petitpierre ? Chasserez-vous bientôt ce turbu­
lent de Louis Bonaparte?
Faites, je vous prie, mes amitiés à M. X ..., et à
toute votre famille. Je pense bien souvent à vous
et au salon où je vous trouvais tous réunis à Berne 1.
Il y a, au moment où je finis cette lettre, un m a­
gnifique arc-en-ciel. C’est le premier que je vois
depuis mon arrivée. Puisse-t-il être pour moi un
présage que vous n’aurez rien de triste à m ’an­
noncer dans votre première lettre! Que le calme,
sinon le bonheur, luise longtemps sur votre fa­
mille. Croyez à l’amitié dévouée de
J

oseph.

X V II
A Mme X ..., Lausanne
Londres, 7 octobre 1838.

M

adam e,

Je suis resté, dites-vous, cinq mois sans vous
écrire ; bientôt je resterai un an ; puis après je ne
vous écrirai plus du tout. Non, Madame, cela ne
sera pas, cela ne peut pas être. Mon long silence
me pesait à moi-même, mais je n’osais l’inter­
i Mm» x ... habitait Lausanne, mais elle avait passé à Berne
les hivers de 1834 et de 1835.

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZ1NI

135

rom pre; j ’étais comme les malades qui ne bougent
pas de peur de sentir le mal. Bauer sait combien
de fois je lui ai demandé avec inquiétude s’il
n ’avait pas reçu des nouvelles de Lausanne. Je
craignais tout pour Élisa, et j ’éprouvais en moi
quelque chose qui m’empêchait d’écrire avant
d’en avoir reçu des nouvelles. Mais j ’ai mal agi.
Quant à l’avenir, ne craignez pas que je puisse
jamais vous oublier, vous et votre famille. Je
n’oublie jam ais; aujourd’hui moins que jamais,
car, croyez-le bien, j ’ai besoin, moi aussi, de con­
server soigneusement dans mon cœur quelque doux
souvenir d’amitié, de bonté, de vertu pour ne pas
tomber à mon tour et m ourir, je ne dirai pas de
scepticisme, car l’intelligence à elle seule suffit à
le bannir de mon être, mais d’inanition morale.
Croyez-vous qu’il ne me soit pas doux de savoir
qu’ici ou là quelques êtres bons et aimants
pensent à moi, prient pour moi ? Fiez-vous-en
donc à mon égoïsme, si vous ne croyez pas pouvoir
vous fier à autre chose, pour être assurée que
jam ais mon amitié, — pauvre et stérile amitié,
hélas ! — ne vous m anquera. Comme vous, je me
réjouis qu’E lisa soit mieux; comme vous, je redoute
l’hiver pour elle. Je n’ai pas besoin de vous dire
à vous, sa mère : « Songez bien à elle » ; mais je
peux, sans vous offenser, vous dire : « Que l’amour
maternel ne vous empêche pas de l’éloigner de
vous pour quelques mois, si, en examinant bien
son état, vous croyez que le climat de France,
ou un autre m eilleur encore, puisse écarter le
danger. » Elle est si jeune, Elisa ! Ce qui ne serait

�136

LETTRES INTIMES DE JO SEPH MAZZ1NI

nullement dangereux dans quelques années d’ici,
peut l’être aujourd’hui.
Je n ’ai pas encore reçu ce que vous avez hien
voulu envoyer à Lamberti pour moi; mais je l’au­
rai bientôt. J’attends d’avoir lu pour juger. Je con­
naissais déjà quelle est l’opinion que M. X... a cru
devoir soutenir. Emery m ’en dit un mot aussi en
souscrivant à l’avis de M. X... Sans rien préjuger,
je manquerais de franchise si je vous cachais que
ce n’est pas le mien. Je crois non seulement à la
sincérité des convictions de M. X... — cela je n ’ai
pas même besoin de le dire, — mais à la justesse
de ses idées sur le terrain de la légalité pour les
rapports entre états qui reposent sur le principe
monarchique. Mais je pense qu’il y a erreur de la
part de M. X... sur les intentions du Gouvernement
français. Or, c’est à cause de ces intentions que
la Suisse doit agir de façon à en empêcher la réa­
lisation. M. X... est bon et loyal : il croit les gou­
vernements et la diplomatie bons et loyaux. Nous
savons bien le contraire. Qu’il lise le Congrès de
Vérone par Chateaubriand; il trouvera dans les
aveux précieux du diplomate sur la guerre d’Es­
pagne et sur les causes qui l’ont amenée, la clef de
la diplomatie française actuelle. La position m orale
est la même : la dynastie avait alors besoin de se
créer une opinion de force, de lier par un pas dé­
cisif l’armée à son drapeau, etc... Elle n’hésita
pas à sacrifier à ses lins un peuple, le prem ier
venu! La dynastie actuelle éprouve exactement les
mêmes besoins, et voudrait trouver une autre cam­
pagne de 1823 à faire. Elle ne la fera probablem ent

�LETTIiES INTIM ES DE JO SEPH MAZZINI

137

pas, car elle est lâche et elle sai t qu’il y a beaucoup
à risquer. Mais c’est là son intention et c’est là sa
tendance, bien qu’elle puisse cent fois reculer.
C’est donc, pour le moins, un état de guerre latente
contre laquelle il faut se prém unir : toute conces­
sion est une faute. J ’attends, quant au reste, d’avoir
pu lire.
N’avez-vous pas souri, Madame, en voyant l’in­
sistance avec laquelle les Débats et autres ont sou­
tenu que j’étais en Suisse? J ’en ai joui, moi aussi,
en songeant qu’à force de crier que je suis là
quand je suis à Londres, on pourrait bien un jour
me croire à Londres quand je serai réellement
en Suisse. Ces petites attaques devraient bien, au
reste, prouver à M. X... le parti pris : car on sait
fort bien à Paris que je suis ici. George Street ; on
le sait puisqu’on ouvre mes lettres. Ne croyezvous pas, cependant, que j ’ai eu bien des fois,
depuis que vos affaires paraissent se compliquer, la
tentation de prendre au mot ces messieurs ? Vous
n’aurez pas de guerre, je le crois; mais l’hypothèse
à elle seule me fait tressaillir. Je n’ai jamais éprouvé
aussi bien qu’aujourd’hui ce qu’on éprouve pour
une patrie. A part la cause générale qui me ferait
un devoir de me trouver là où un drapeau monar­
chique m archerait contre un drapeau républicain,
je sens que je voudrais avoir ma part dans tous les
dangers que la Suisse pourrait courir ; car, après
mon pays, je ne connais sur la terre aucun autre
pays vers lequel mes pensées se reportent sans
cesse avec autant d ’affection, avec autant de désir
d’y être enseveli si je dois m ourir en exil.

�138

LETTRES INTIMES DE JO SEPH MAZZINI

Et pourtant, Madame, à part une famille à Lau­
sanne et une famille à Granges, qui est-ce qui
saluerait mon retour en Suisse avec joie et affec­
tion? Par combien de reproches, d’insinuations, de
persécutions n’y serais-je pas accueilli ? Cela est
am er à penser. Mais cela suffit pour m’imposer des
devoirs. Si tout était pacifique et comme à l’ordi­
naire en Suisse, certes je ne reconnaîtrais, ni à vos
Vororts, ni aux gouvernements étrangers le droit
de m ’empêcher de venir revoir, pour quelques
semaines au moins, mes Alpes et notre lac, si l’envie
m’en prenait trop fortement. Mais dans un m om ent
■comme celui-ci, jamais je ne pourrais songer à com­
pliquer de plus en plus par mon arrivée la position
•d’un pays qui veut la paix. Ce ne serait qu’une invi­
tation directe, provoquée par des circonstances pou­
vant faire croire à l’utilité de ma présence et venant
du pays lui-même, qui pourrait m ’y conduire. Il
faut le dire aussi : j ’ai entendu ces jours bien des
proscrits polonais et italiens dire que ce serait une
honte de ne pas répandre la dernière goutte de son
sang pour la Suisse, si la Suisse attaquée pouvait
en avoir besoin. Il n’y en a pas un, je le crois, qui
se rappelle la manière dont ils ont été traités en 1836.
La Revue Républicaine va revivre à Paris, m oins
le titre, cela va sans dire : elle sera populaire
comme prix (dix-huit francs par an), comme bu t
et, dit-on, comme rédaction. Elle sera dirigée
par Louis Blanc, rédacteur en chef, il y a deux
mois, du Bon Sens , jeune homme de talent
de cœur et de bons principes bien q u ’incoin^
plets. Les collaborateurs seront Dupont, Cornie-

�LETTRES INTIMES DE JO SEPH MAZZINI

139

nin, Arago, Lamennais, David d’Angers, GarnierPagès, Décamps, Félix Pyat, Delatouche, Rolteck,
Mittermaier, do Potter, etc. On m ’a écrit pour
m ’inviter à collaborer, et probablement je le ferai,
bien que rarem ent et mollement. Mes facultés
s’en vont, minées par les déceptions, les chagrins,
Londres et l’inactivité forcée qui me brise. La
revue sera une oeuvre de patriotisme, mais ce sera
à peu près la continuation de la Revue Républi­
caine, et c’est un malheur. Après une débâcle du
parti, telle qu’on l’a vue, ce n’est que par l’unité
de doctrines la plus stricte, la plus hardie que
nous pouvons moralement nous réorganiser. Or,
il y a là des spiritualistes, des matérialistes, des
hommes purem ent d’opposition, des hommes à ten­
dances synthétiques et organiques, des hommes de
spleen et des hommes de croyance. Comment fondre
tout cela? Dans l’impossibilité de le faire, on s’en
tiendra nécessairement aux généralités ; on sera spiritualiste et point religieux: démocratique et point
ou peu social, destructeur bien plus qu’organique.
Ce sera du moins une protestation, un signe de vie.
Non, je n ’ai trouvé, je n ’ai cherché personne
pour m ’épancher : je ne connais que les directeurs
de quelques revues et je leur écris plus que je ne
les vois. Je n’aime personne ici et ne veux aimer
personne1. Je vis en erm ite, mais sans aucun des
1
Mazzini finit par se créer à Londres de solides am itiés : « En
Angleterre, écrit-il, pays où la longue liberté d’éducation a pro­
duit une conscience élevée de la dignité et du respect de l’indi­
vidu, les amitiés croissent difficiles et lentes, mais plus qu’ailleurs
sincères et tenaces. Et plus qu’ailleurs on discerne chez les indi­
vidus cette unité de pensée et d’action qui fait la vraie grandeur. »

�140

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

avantages de ce genre de vie. Ceci serait long et.
douloureux à expliquer : passons. Je n ’ai plus ni
amitié, ni rien à donner : mon coeur est m ort pour
toutes les affections, pour toutes les joies indivi­
duelles : plût à Dieu qu’il le fût pour toutes les
douleurs individuelles, ou, plutôt, non, gardons
les douleurs comme sacrées. C’est par elles que
nous remontons et c’est par elles que nous appre­
nons qu’il doit y avoir un avenir. Quand je dis
que mon cœur est mort pour toute affection indi­
viduelle, vous comprenez bien, je l’espère: vous
comprenez que tout ce qui est, que ceux pour les­
quels mon cœur bat à l’heure qu’il est d’am our
d’amitié, de fraternité, de sympathie, feront battre
ce cœur jusqu’à son dernier soupir et au delà. J e
vis en eux et par eux : je n’ose pas dire pour eux
car qui sait si ma m ort ne vaudrait pas m ieux
que ma vie.
Veuillez, Madame, dire à Emery que j’ai reçu
sa lettre, que je lui écrirai sous peu, que j’ai écrit
à Granges pour qu’on lui envoie l’ouvrage dont il
me parle, et que je le prie de me tenir au courant
de ce qui regarde les amnistiés, c’est-à-dire les
demandeurs d’am nistie. La manière dont ma lettre
est écrite et ses petites dimensions doivent vous
dire assez que je compte vous écrire de nouveau
bientôt. Soyez assez bonne pour im iter m ou
exemple : vos lettres me sont chères, plus peutêtre que vous ne le croyez.
Croyez à mon amitié et à mon dévouement
J oseph

�LETTRES INTIM ES DE JO SEPH MAZZINI

141

X V III
A

M.

T hom as É m ery,

Lausanne

Londres, 24 septembre 1838.

A.,
Puisque j'ai une occasion pour Paris je t’écris,
quoique sans nécessité. J’ai reçu ta lettre du
12 août et les vers de Sanvitale. Quand tu écriras à
ce dernier, rem ercie-l’en cordialement ainsi que
Mlle Clémentine qui a bien voulu les recopier pour
moi. Il y a dans ces vers de belles choses, comme
sentiments et impressions, mais le mètre adopté ne
me paraît pas favorable à l’abandon du poète. Du
reste si tu retournes à Montauban je t’enverrai
quelques lignes pour lui. Si tu n'y retournes pas
tu seras mon interprète par écrit.
Tu défends ton expression: A un santo fiori *,
de façon à faire retom ber sur moi le poids du doute
exprimé. Si tu ne pensais pas à ce qui désormais
n’est plus dans mes mains 2, comment pouvais-tu
croire que cette condition fût nécessaire? Et vers
quel triste but me croyais-tu capable de la guider
en lui écrivant? C’est justem ent parce que je ne
pouvais soupçonner des défiances en toi que j’avais
C her

1 Proverbe italien dont la traduction littérale serait : « A un
saint, les fleurs. »
2 Probablement une lettre de Mazzini, adressée à Madeleine.

�•142

LETTRES INTIMES DE JO SEPH MAZZINI

compris de cette façon, — la seule façon dont je
pouvais expliquer la phrase! Pour le reste, je m e
réfère à ma dernière lettre.
J’espère que tu m ’écriras, que tu me parleras
de sa santé, car à la santé le temps n’apporte pas
de remède. J’espère encore qu’il en apportera à
l’amour. Ce qu’elle aime en moi c’est ma foi, mon
amour pour ma patrie et pour l’humanité, m es
écrits, la constance que je mets à l’œuvre en tre­
prise et à sa prédication... Et j’avais pensé que l’éloignement, l’inaction et un silence de presque deux
ans lui feraient croire que j’avais changé, comme les
autres, que je n ’étais pas resté fidèle à ma m ission !
C’était là une amère espérance. Mais elle passe
avant tout pour moi. Si donc pour lui redonner la
paix vous devez — non pas lui dire, comme sa m ère,
que j’ai renié le cœur — mais me dépouiller à ses
yeux de toutes les qualités dont elle me revêt,
faites-le. Dépeignez-moi tel que je suis, un hom m e
comme tous les autres. Enlevez-moi l’auréole de
poésie dont elle m ’entoure ; montrez-lui mes d é­
fauts, et non mes quelques vertus. Peut-être qu’en
me dépouillant de tout prestige le vide qui se creu­
sera dans son âme, — et qui lui causera au début
un tourm ent non moins douloureux que celui do n t
elle soutire aujourd’hui, — finira avec le ten ip s
par lui rendre possibles d'autres intérêts. Je dis 1^
des choses contre lesquelles je lutte, même p en ­
dant que je les écris, mais j ’y suis poussé pa r
l’immense désir de voir son état s’améliorer. j e
suis aussi entraîné à les dire par l’irritation q n e
j ’éprouve contre moi-même et contre la destinée

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

14Î

Toujours elle m ’a empêché de rendre personne heu­
reux sur cette terre ; et elle me condamne, non seu­
lement à être m alheureux moi-même, seul, tour­
menté, privé de consolation, mais elle a fait de
moi un instrum ent de m alheur pour ceux qui ne
le méritaient pas, pour ceux que je voudrais cou­
vrir de fleurs...
J’ai écrit à Mm0 X ..., mais nous n’avons plus ici
de nouvelles d’elle, ni d’Elisa — que je crois incu­
rablement m alade,— ni de personne!... Lorsque
je reste sans lettres, je crains toujours de nouveaux
malheurs. Dis-lui que j ’aurais écrit plus souvent
ces derniers temps, si je n ’avais été retenu par la
crainte de lui dire des choses indifférentes, tandis
qu’elle traversait peut-être des angoisses ! Rappellemoi aussi au souvenir de Mme L ..., dis-lui que je
me souviens toujours de l’affectueuse courtoisie
avec laquelle elle m ’a traité pendant mon séjour
chez elle. Quant à Elisa, si elle se rétablit, je lui
écrirai moi-même quelques lignes.
As-tu l’intention de séjourner en Suisse d une
façon stable? Ou ne s’agit-il que d'une course?
J’espère peu de chose, pour ne pas dire rien, des
Français que tu as vus à Lyon et ailleurs. Tu arri­
veras en Suisse avant la lin de l’affaire Bonaparte.
Tout se term inera, je suppose, par son départ vo­
lontaire ; on le priera tant, qu’il partira ! Pour­
tant, si l’affaire devient sérieuse, tiens-moi au
courant, je t’en prie, car, si cette circonstance pro­
voquait— ce qui me paraît presque impossible, —
la collision armée que nous avons en vain essayé
d’amener lentement, je ne voudrais pas y assister

�144

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

de Londres. J’ai écrit à ce sujet à nos amis du
canton de Berne que, si jam ais ils étaient entraînés
à une collision, m alheur à eux s’ils ne com pre­
naient pas quelle est la seule voie de salut, s’ils vou­
laient défendre l’indépendance du pays dans les
limites du pays môme ! Tu ne manqueras pas na­
turellem ent de faire connaître mes idées à tous
ceux avec lesquels tu te trouveras en contact. Dis­
leur qu’à l’occasion nous nous chargerons nousmêmes de les réaliser en leur faveur pour ce qui
dépend de nous. Mais les Suisses n’ont pas l'étoffe
nécessaire, et c’est folie d'y penser !
Ici, l'élément populaire gagne chaque jour J u
terrain. La réunion de Birmingham est chose im ­
portante ; au commencement d’octobre une ré u ­
nion semblable aura lieu à Londres, dont le b u t
est de recueillir des signatures pour la pétition en
faveur du suffrage universel. Elle sera très im por­
tante aussi, car on pourra juger alors des forces et
des intentions et prévoir combien de temps le gou­
vernement tardera encore à entrer dans la voie re s­
trictive des associations. Aujourd’hui il ne prévoit
pas cette éventualité, mais elle est inévitable et, u ne
fois adoptée, elle assurera la victoire du peuple. Ou
reste, ce sont les hommes qui m anquent toujours •
les parlementaires sont inertes ; ils font de l’opp o
sition et se bornent à cela. Ils déclarent que | e
peuple veut autre chose, et ils se tiennent éloignés
de lui. Parm i les ouvriers, quelques individus
Vincent entre autres, ont l’étoffe de tribuns, m ais
Dieu sait ce qu’ils feront ! Ils sont Anglais, c’està-dire matérialistes, utilitaires, benthamistes p a r

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

145

excellence. Toutes leurs actions n’ont qu’un prin­
cipe : le plus grand bonheur possible. Dieu, le de­
voir, le progrès, la dignité, la mission de l’homme
ne sont pas des idées anglaises. J’ai écrit dans une
revue mensuelle un article sur le suffrage univer­
sel (à propos de Sismondi) où j ’ai essayé de pré­
senter les idées qui seules peuvent faire du suf­
frage un devoir, une question religieuse. Ils l'ont
imprimé sans le comprendre à ce qu’on m’a dit.
Je ne sais pas ce que les lecteurs en auront pensé.
Adieu, aime-moi et écris-moi.
G.
XIX
A M.

T hom as É m ery,

Lausanne

Londres, 21 novembre 1838.

Cher

A.,

11 y a longtemps que je ne t’écris pas. Mais
que puis-je écrire ? Dans tout ce que je tente, je me
heurte à l’inertie qui a envahi tout le monde ; et
là où il n ’y a pas d’inertie, c’est pire encore ! J’ai
voulu voir dernièrement si un manifeste de la
Jeu n e Europe obtiendrait la signature de Lelewel
10

�146

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

et de W irth. Lelewel a répondu par le silence ;
W irth n ’admet pas pour le moment de politique
active. Il dirige un journal philosophique, litté­
raire, intitulé Braga , et cela lui suffit. J’ai écrit à
Lamennais qu’il me paraissait temps de sortir de
la philosophie pour entrer dans la religion, dans
l’église m ilitante; que notre accord sur plusieurs
points était déjà suffisamment complet (et nous
sommes en eiïet d’accord plus que tu ne le penses)
pour nous perm ettre de jeter les bases, non de
l’église future qui doit sortir selon moi d’un peuple
convocateur du concile des intelligences, m ais
d’une église de précurseurs; que si l’on pouvait
agir l’on devait agir ; qu’il fallait s’associer, se
constituer et parler collectivement en se soum et­
tant à toutes les précautions possibles. Il me répond
que Christ pouvait parler au peuple à l’air ouvert,
sur la rive des lacs, tandis qu’aujourd’hui quatre
personnes ne peuvent se réunir dans un cham p
pour parler de Dieu et de l’hum anité sans être tra ­
duites devant les tribunaux...
J’apprends, d’autre part, que la Jeu n e I t a l i e
reprend vie dans le royaume de Sardaigne et en
particulier dans une de ses provinces. J’ai dem andé
quelles en étaient les bases et j ’ai reçu un résum é
des statuts modifiés. Parm i les articles je trouve
celui-ci : « Les Pères (il s’agit des organisateurs)
jurent d’avoir pour but final l’abolition de to u te
propriété et de toute religion. » Insensés e t
indignes ! J’ai écrit à qui de droit que je me réjouis­
sais des progrès accomplis et que, si M etternic h
avait fourni le plan d’organisation, il n ’aurait p u

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

d4"

mieux faire. Naturellement, tout sera découvert;
la Jeune Italie sera discréditée aux yeux de ceux
qui ne savent pas discerner; on nous croira des
imposteurs et des scélérats et les gouvernements
remporteront ainsi une grande et belle victoire !
Je rattache cette négation insensée aux opinions
lombardes, aux Patrofili (tu vois que nous retour­
nons à YArcadia !) qui se répandent dans les Romagnes, aux Siciliens qui veulent l'indépendance,
à vous autres qui rétrogradez vers l’an mil, et,
parole d’honneur, je ris d’un rire démoniaque qui
me fait mal. Que pouvais-je donc écrire?
Nous parlerons des choses de ce monde plus
tard ; m aintenant parlons de nous. Pour chasser
l’ironie et l’apparence du scepticisme je ne connais
pas de meilleur moyen que de parler des affec­
tions et d’évoquer l'image d’un ange. Que faitelle1? Tu m ’avais promis de me parler longuement
d’elle et de son état actuel : pourquoi ne le fais-tu
pas ? Crois-tu que je ne pense pas à elle ? Crois-tu
que je ne prie pas souvent pour elle? S itu savais
que de fois je mêle à m es projets de course en Suisse,
la pensée de la voir une heure, de lui dire que je
ne puis ni être heureux, ni la rendre heureuse
dans cette vie, mais que je suis son frère et qu’elle
doit être ma sœur, mon ange gardien, intercédant
auprès de Dieu pour que je ne meure pas misan­
thrope et sceptique... Puis je pense qu’après ce
serait pire et je me dis que, même si j ’allais en
Suisse, je ne devrais pas la revoir...
1 Madeleine.

�148

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZ1NI

J ’ai appris par Stolzmann que, comme je le
craignais, Elisa a recommencé à tousser. Donnemoi aussi de ses nouvelles.
On a tort, et je l’ai écrit à sa mère, de ne pas la
mener passer l’hiver en Italie, à Nice ou ailleurs.
Si l’on savait comme une toux prolongée peut faire
m ourir promptement une jeune créature! Ma sœur
aussi est morte à cause d’un peu de toux. Et je ne
pense pas seulement à Elisa, je pense aux autres...
A mes yeux, ceux qui m eurent dans l’innocence
et la vertu sont d’un degré moins m alheureux
que les vivants ; mais nous vivons ici-bas, et la
conviction du bonheur dont ils jouissent ne par­
vient pas, comme elle le devrait, à dim inuer notre
douleur. Pour jouir de la fraternité des âmes nous
avons besoin d’être revêtus des mêmes organes,
de vivre de la même vie... Je crois que l’am our
survit ; je crois que l’âme de ma sœur, l’âme de
mon premier ami se penchent vers moi pleines
d’amour, qu’elles me donnent des forces et sou­
rient quand je pense à elles. Cependant chaque
créature qui descend dans le sépulcre crée un nou­
veau vide et répand dans mon être une nouvelle
am ertume. Puis je pense à elle. Si Elisa m ourait,
quelle serait la douleur de Madeleine et celle de sa
mère, si elles pouvaient penser un instant qu’on
aurait pu la sauver !...
Je suis depuis longtemps sans nouvelles de Giuditta. J ’espérais, uniquem ent pour elle, une am nis­
tie modenaise, mais il paraît qu’il n’en est p ln s
question. On croyait, ces jours-ci, à Gènes, à u ne
amnistie piémontaise ; on en était persuadé au

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZ1NI

149

point que les mères traçaient déjà à leurs fils
l’itinéraire à suivre. La nouvelle était donnée par
Brignole, et on annonçait cette am nistie pour le
4 du mois. Le 4 est passé; sans y croire je la
désirais, non pour moi, bien entendu. J’espérais,
au contraire, que les terreurs du gouvernement
m ’épargneraient une lutte terrible entre le désir
d’embrasser les miens et la douleur d’accepter une
faveur de la part des oppresseurs de mon pays.
Mais je la désirais pour les autres. Ceux qui ne
comprennent plus la mission de l’exilé, ceux qui ne
voient dans l’exil qu’une défaite, une preuve qu’il
existe une force supérieure à la leur, pourquoi res­
teraient-ils en exil? Je désire vivement y demeurer
seul. Mais ce sont là d’inutiles paroles. Quant aux
émigrés, je n ’ai rien à te dire que tu ne saches
déjà. Pistrucci et Ceroni ont demandé et obtenu de
rentrer; ils ne partent pas parce que l’argent leur
manque ; s’ils parviennent à en trouver ils passe­
ront par la Suisse. L’ambassade autrichienne à
Londres a fait offrir de l’argent à des Italiens, au
moyen d’un certain Marcucci, hôtelier, pour qu’ils
s’introduisent chez moi. En même temps, Metternich lance une note sur nos intentions présumées.
D’où vient cette recrudescence de soupçons et de
craintes? Je ne voudrais pas que les conséquences
en fussent funestes pour toi. Je sais que tu es
profondément triste. Je sais aussi que tu ne con­
cours pas, comme tu voulais le faire, à la chaire
à laquelle tu pensais. Pourquoi y as-tu renoncé ?
Une place de ce genre aurait aujourd’hui des avan­
tages pour toi ; plus tard peut-être elle en aurait

�150

LETTRES INTIMES DE JO SEPH MAZZINI

davantage pour nous, c’est-à-dire pour nos croyances
communes. Puisque malheureusement tout se fait
au moyen d’influences, pourquoi n’essaies-tu pas de
l’obtenir ?
On m’écrit que Scovazzi1 et toi êtes les chefs
d’une nouvelle société qui se répand en Piém ont.
Pour ce qui concerne Scovazzi, je ne me prononce
pas ; mais pour ce qui te concerne, je ne puis croire
— même si tu entrevois un avenir où mes idées
seront en opposition avec les tiennes ou, pour
mieux dire, iront au-delà des tiennes, — que tu
aides à créer le chaos en m ultipliant les sectes
et les divisions. Aussi ai-je répondu que ce n ’était
pas vrai.
Si j ’avais assez d’argent pour pouvoir réim pri­
mer pour notre compte les volumes de la Je u n e
Italie , je le ferais certainement... J’y m ettrais
une préface et une conclusion sur les affaires de
1833. Je ferais pour la Jeune Italie acte d’exis­
tence. Je dirais que ces années de silence et
d’étude douloureuse ont confirmé et non détruit
les idées de la Jeu n e Italie; que nous croyons de
notre devoir de le déclarer... et que des sectes et
des divisions s’étant introduites dans l’association,
il nous semble urgent d’affirmer nouvellem ent
quelle est sa foi politique.
J’ai reçu, comme Mm° X ..., te l'aura dit, les
numéros de la Revue Suisse et les autres choses
1 É m igré p ié m o n ta is.

�LETTKES INTIMES DE JO SEPH MAZZINI

151

que vous m’avez envoyées ; je t’en remercie. J ’en
tirerai peut-être parti si la note autrichienne amène
d’autres complications ; les complications passées
ne suffisent pas. La presse semestrielle est ici stu­
pidement et égoïstement dirigée. Il n’y a pas
moyen d’obtenir la publication d’un article sur les
affaires italiennes de 1821-31-33, qui a été accepté
depuis huit mois, parce que je dis que l’Italie ne
peut se régénérer qu’en devenant république uni­
taire... Il m ’a fallu écrire à la place un article sur
Louis Bonaparte, parce qu’il venait à Londres, et
que l’attention des badauds était éveillée. Bien
entendu, je commence par ces mots: « Les morts
reviennent, le bonapartisme est sur pied... » Mais
de toutes façons il est dur de devoir, pour vivre,
écrire de semblables inepties.
Tu auras certainement fait la connaissance de
Miçkiewicz et je me figure que cette connaissance
aura réchauffé votre catholicisme à tous deux.
Catholicisme à part, — dis-moi si tu l’as vu et ton
jugem ent sur l’homme. Quant au poète je l’admire
et je l’aime comme la nature poétique la plus puis­
sante du siècle.
Rosalès1 a demandé à ém igrer légalement. Sauf
lui et Passerini2, je crois que tous les émigrés lom­
bards de la Suisse ont demandé à rentrer. Tous
ceux de France aussi, y compris Confalonieri 3 qui
Le marquis Rosalès, émigré lombard.
Émigré italien.
3 Célèbre patriote lombard. Compromis en 1821, il fut enfermé
pendant plusieurs années dans la forteresse du Spielberg.
1

2

�152

LETTRES INTIMES DE JO SEPH MAZZINI

n ’a plus dans sa patrie personne qui l’aime ou
soit aimé de lui.
Adieu, aime-moi et écris-moi. Réponds à toutes
les choses que je te demande. Je t’embrasse.
G iu s e p p e .

XX
A Mme X ..., Lausanne
Londres, 25 décembre 1838.

M

adam e,

Je vous écris le jour de Noël, et ma lettre vous
parviendra le premier de l’an, peut-être un jo u r
plus tard, mais je suis sûr que vous ne douterez
pas de moi, ce jour-là ; je suis sûr qu’avec ou sans
lettre on pensera à moi ce jour-là dans votre
famille et que vous vous direz : Joseph pense à
nous et prie pour nous. Depuis une semaine il n ’a
cessé de pleuvoir; depuis peut-être quinze jo u rs,
pas un seul rayon de soleil n’est venu percer cette
atmosphère brumeuse, sombre, grisâtre, anglaise
en un mot. Augustin Ruftini, malade pendant sept
ou huit jours, était sous l’empire d’une telle exci­
tabilité nerveuse qu’il ne pouvait, depuis quatre
nuits, ferm er les yeux un instant. Ce m atin,
Augustin sort d’un long sommeil réparateur; jè
reçois une lettre, une longue et bonne lettre d e
ma famille, et le soleil brille de tout l’éclat q u i l u j
est permis à Londres! Est-ce un présage heureux

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZ1NI

153

pour l’année qui va commencer? Sera-t-elle un peu
moins cruellement malheureuse pour moi que ne
l’a été celle-ci? Je ne sais ; mais quelle qu’elle
doive être, elle ne contiendra pas une seule émo­
tion de plaisir dont je ne fusse prêt à me priver,
si je pouvais la verser au sein de votre famille ;
elle ne contiendra pas une seule émotion doulou­
reuse, dont je ne voulusse me charger doublement
et avec joie, si je pouvais ainsi l’éloigner de vous
et de votre famille. Je ne demande rien à Dieu,
excepté la vie des parents qui me restent. Je lui
adresse la prière la plus sincère et la plus fervente
qu’il me soit donné de formuler, pour que, s’il me
réserve quelques instants de calme ou de satisfac­
tion personnelle, il les efface de ma vie pour les
ajouter à celle de ceux qui m ’aiment et que j ’aime.
Puisse l’année qui survient vous sourire comme
le soleil d’aujourd’hui ! Puisse-t-elle vous délivrer
et me délivrer de toute inquiétude sur la santé de
vos filles et s’écouler douce et paisible comme mon
cœur le voudrait! Je sais que ma jeune sœur Elisa
est rétablie, mais que la santé de Mlle Madeleine
n ’est pas telle que le voudraient ceux qui l’aiment.
Puisse le rétablissement de sa sœur être le gage
du sien, et puissiez-vous m ’annoncer promptement
qu’elle est mieux ! J ’ai été toujours et trop cruelle­
ment déçu dans ma vie, dans tous mes désirs et
sur toutes les personnes auxquelles m on âme
souhaite le plus de bien, pour ne pas trem bler
quand j ’écris le mot espoir; pourtant c’est avec
un bien vif et ferme espoir que j ’écris. Dieu ne
vous l’a pas donnée si bonne et si belle pour

�154

LETTRES INTIMES DE JO SEPH MAZZINI

qu’elle ne charm e pas longuement votre vie du
sourire du calme et de la santé.
Soyez, je vous prie, mon interprète auprès de
M. X... et de toute votre famille. Et, quant à moi,
puissé-je vous revoir tous encore comme à cette
soirée de Berne que je n ’ai pas oubliée et que je
n’oublierai jamais.
J’ai écrit à Emery ; il ne me paraît pas éloigné
de s’occuper de son établissement en Suisse.
M. Cherbuliez n ’a été nommé, je crois, que pro­
visoirement à la chaire qui conviendrait peutêtre le mieux à Emery; je voudrais bien qu’il pû t
y aspirer efficacement. Le calme qui devrait, il
me semble, remplacer, pendant quelque temps du
moins, en Suisse, l’inquiétude qui s’était renou­
velée au sujet des exilés, devrait augm enter ses
chances. Qu’en pense M. X...? Je le voudrais non
seulement pour lui, mais un peu aussi pour vous.
Emery est bon, et vous auriez toujours en lui u n
ami sérieux et dévoué. Ne lui dites pas cela, car,
pour ce qui me regarde, j ’aurais le droit de le bou­
der. Je ne suis pour lui qu’un hérétique, un im pie,
un homme égaré, perdu ; il me dam nerait, je crois,
s’il l’osait. Mais il n ’en fera rien; je suis convaincu
qu’il péchera, — car c’est bien un péché, selon
l’Eglise de Rome, que de ne pas me damner, —
plutôt que d’étouffer ce quelque chose de n o tre
époque qu’il a en lui : la tolérance philosophique ;
Il juge mal, très mal, en attendant, Lam ennais; ü
ne voit qu’un mouvement de dépit dans cette
marche progressive ascendante qui fait toute sa
grandeur à mes yeux. Cela s’appelle être injuste.

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

155

Ceux qui ne voient encore aujourd’hui dans le grand
mouvement imprimé à l’Europe par Luther qu’une
affaire personnelle, une mauvaise querelle entre
Augustins et Dominicains pour la vente des indul­
gences, ne le sont pas davantage.
J ’ai nommé Lamennais, et comme vous savez
que je lui écris quelquefois, je vous dirai que j ’ai
reçu dernièrement une lettre de lui qui, tout en
ne s’accordant pas complètement avec ma manière
de juger l’étendue de ses devoirs et de nos devoirs
dans le moment actuel, me prouve que, quant à
son activité morale, nous n’avons à craindre ni
langueur ni inertie. Je crois que sa première pro­
duction signalera un pas de son intelligence plus
important encore, selon moi, que ceux qu’il a faits
jusqu’ici.
Miçkiewicz n’est probablem ent pas revenu à
Lausanne. Connaissez-vous, Madame, un recueil
allemand qui a B rag a pour titre et qui a parmi
ses collaborateurs le docteur W irth? C’est le
libraire W inier, assez connu, qui l’imprime. J’en
ai vu un numéro contenant entre autres deux
articles de W irth. Hélas! voilà encore, je le crains
bien, une de mes gloires qui s’en va ! Rejeté dans
la sphère de la pensée, il ne ressemble en rien au
tribun éloquent de Hambach : là, il. était une indi­
vidualité marquante ; il n ’en est pas une à mes
yeux sur ce terrain de la philosophie hum aine et
hum anitaire que des géants ont foulé depuis Kant
ju sq u ’à Hegel et Daumer. Le monde de la pensée
pure est immense : sans lui, rien ne se fera de du­
rable et de vraim ent grand dans le monde de l’ac­

�156

LETTRES INTIMES DE JO SEPH MAZZINI

tion. Mais l’Allemagne a tant creusé ce m onde-là
qu’elle y est perdue comme en un abîme. A ujour­
d’hui, il lui faut en sortir, si elle veut être grande :
il lui faut se traduire. Elle devrait penser, et tous
ses enfants le devraient, que depuis cinquante an s
elle n’a rien apporté au milieu de cas peuples qui
luttent et soutirent ; rien, si ce n ’est la tête de
Sand, m artyr intéressant, mais dont le dévouem ent
attaquait l’idole à la cheville! Je sympathise plus
que je ne saurais l’exprim er avec l’Allemagne ; j ’ai
foi en elle, mais je ne puis voir sans une sorte d’ir­
ritation cet esprit exclusif, monocorde et fanfaron
que nous avons tous attaqué en France, se m on­
trer aujourd’hui dans les écrivains patriotes alle­
mands. Quand on a assisté, les bras croisés, aux
efforts de l’Italie, aux luttes de la Pologne et au
martyre de toute une jeunesse en Europe q u i
continue en détail depuis cinquante ans, sans
protester autrem ent que par l’émeute de Francfort
il ne faut pas venir nous dire que l’A llem agne
porte les destinées du monde en son sein, q u ’à,
elle seule il est donné de sauver l’Europe et que ce
sera en renversant une troisième fois Rome qUe
cela se fera !... Il n’y aurait pas beaucoup de gloire
à s’ébranler pour renverser un fantôme ; et q u an t
à avoir renversé deux fois Rome pour sauver le
monde, il nous est permis, à nous autres Italiens
de rem arquer que c’est plutôt le Nord qui est ven u
chercher chez nous son étincelle de vie, puisqu’il
a vécu pendant seize siècles de la parole d’u n ité
sortie de Rome. N’allez pas croire, Madame, qUe
-je deviens réactionnaire et nationaliste à mon to u r *

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

157

non, mais je sens que l’Italie a plus souffert que
l’Allemagne pendant ce tiers de siècle, et je n ’aime
pas qu’on l’oublie, quand ce n ’est pas pour faire
mieux.
Adieu, Madame, ne dites pas que vous seriez
heureuse de pouvoir me faire un plaisir. Ne m ’ai­
mez-vous pas? Ne suis-je pas, en quelque sorte,
un protégé de votre famille? Ne prie-t-on pas pour
moi en son sein? N’ai-je pas du plaisir à vous
écrire? Veuillez accepter les souhaits d’amitié et
de reconnaissance de Jean et d’Augustin. Je sais
que Stolzmann vous écrit : il. dîne aujourd’hui
avec moi en famille. Croyez toujours à l’affection
profonde et à l’estime de votre dévoué
J o seph .

XXI
A Mme X ..., Lausanne
Londres, 20 février 1839.

M adam e,

J’espérais vous envoyer par un de mes compa­
triotes qui se trouve compris dans l’am nistie autri­
chienne une lettre en réponse à celle que vous
avez bien voulu m ’écrire en janvier. Je n ’aime
pas en général ceux qui acceptent une amnistie,

�138

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

bien qu elle no nécessite aucun acte de soumission.
C’en est un déjà que d’accepter un pardon de celui
qui en aurait besoin lui-même. Si l’ém igration
italienne eût pu comprendre et sentir son devoir,
elle aurait protesté, en masse, contre l'acte et son
acceptation, et cela aurait été un beau m ouvem ent
et une leçon utile à nos compatriotes de l’intérieur.
Mais, dans l’état actuel de l’émigration, il n ’y avait
pas à se bercer d’un tel espoir. Tout le m onde
était avide de rentrer; et quelques protestations
individuelles auraient fait, selon moi, plus de m al
que de bien. C’est pourquoi, interrogé par quel­
ques-uns de mes compatriotes, j ’ai toujours répondu
que je n ’avais rien à dire, et que chacun devait se
décider d’après sa conscience. Le jeune hom m e
que j ’espérais vous présenter et que je vous p ré­
senterai probablement plus tard, est un de ceux
auxquels il eût suffi de m ’entendre dire non po u r
repousser l’amnistie. Il est bon patriote, com m e
nous l’entendons, accessible à toute la poésie de
notre mission, et il possède une âme vierge et
élevée. J ’avoue que je ne me suis pas senti le cou­
rage de lui dire : ne va pas revoir ta mère ; tu ne
dois plus donner ni recevoir de joies en ce m onde.
Je le lui aurais dit si j ’avais pu croire que son
sacrifice pût être utile au progrès de notre
croyance. Mais cela n’est pas, et je me suis tu.
Quelque chose l’empêche aujourd hui de partir, et
je vous écris par la poste. Plus tard, il ren trera
en passant par la Suisse et je me perm ettrai de
vous le présenter. Je lui ai souvent parlé de vous
et de votre famille.

�LETTRES INTIMES' DE JOSEPH MAZZINI

lt&gt;9

Je sais que vous avez subi une opération et que
vous l’avez subie comme je l’aurais deviné, sans
le savoir, avec courage. Vous êtes mieux à présent,
et je ne vous dirai pas que j’en aide la joie, car,
avec vous, Madame, j ’espère n’en être plus à devoir
vous exprimer l’intérêt que je prends à vous et à
tout ce. qui vous concerne. Mais je prie Dieu, —
bien qu’Emery prétende que je ne peux pas prier
parce que je ne prends nulle part mes formules
de prière, — je prie Dieu pour qu’il vous conserve
longtemps et sans souffrance à votre famille et à
l’amitié. Puissions-nous former longtemps une
petite famille de croyants en l’amitié, la vertu et
l’avenir du monde ! Nous sommes en si petit
nombre !
L’hiver est froid. Je crains pour tous ceux que
j ’aime. Je ne sais pourquoi je n ’ai jamais désiré
aussi vivement le printem ps que cette année. J ’es­
père que j ’aurai bientôt de vos nouvelles et des
nouvelles d’Elisa et de M"° Madeleine. Puissentelles être telles que mon cœur les souhaite! Je
tremble aussi pour mes vieux parents. Ma mère
m ’écrit assez régulièrem ent; mon père se tait de­
puis quelque temps, mais on m’a assuré qu’il était
bien. Si vous saviez ce que c’est que d’entendre,
— comme il m’arrive souvent, la nuit, quand le
vent souffle et gémit, — des voix aimées m’appe­
ler, claires et distinctes, par mon nom de baptême !
Je m ’imagine toujours, quand je les entends, ces
voix bien connues, que quelqu’un de ceux que
j ’aime se m eurt en ce moment.
Je n’aime pas trop votre Nouvelliste : je suis

�160

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

tombé dernièrem ent sur quelques considérations
sur les pauvres et la charité qui m’ont paru singu­
lièrement étroites. Je n ’ai pas non plus grande
foi dans l’insertion de ce que je pourrais écrire. Je
vous enverrai cependant quelque chose dans m a
première lettre.
Je n’attends rien des Belges : peut-être une
émeute, mais rien de plus. Il leur faut trop faire
pour faire quelque chose; car ne pouvant à eux
seuls se charger de soutenir une lutte régulière
contre quatre puissances, il leur faudrait se poser
en foyer révolutionnaire ; lever un étendard d e
peuples et appeler les peuples à le soutenir : c’està-dire, en un mot, ce que vous auriez pu et dû
faire lors de nos affaires avec les puissances m onar­
chiques. Or, le parti libéral catholique qui est le
seul puissant, le seul actif en Belgique, n ’ira pas
jusque-là. Il n ’est pas, quoi qu’il dise, né révolu­
tionnaire. Le sentiment de la nationalité n ’est pas
fortement enraciné dans les masses en BelgiqUe
et peut-être ne peut-il pas l’être ; car je doute fo rt
de l’existence dans l’avenir d’une nation belge. H s
manquent d’hommes, d’ailleurs. M. Gendebien s’a ­
muse à correspondre, comme moyen de salut, avec
les radicaux parlementaires anglais. Les au tres
ont dû renoncer à toute initiative grâce à l’attitu de
belliqueuse que leur gouvernement, assez b o n
tacticien, a jugé devoir prendre et soutenir jusqu’a u
bout. Le gouvernement a plus que probablem ent
cédé dans la journée d’hier, et quant au parti cath o _
lique, on ne prend pas Szkrynecki pour g én éral
quand on veut provoquer une guerre insurrection­

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

161

nelle européenne. Il ne sortira donc de la crise belge
rien de sérieux. Probablement, comme en Suisse,
le seul et vrai résultat sera l’expulsion des pros­
crits qui se trouvent à Bruxelles. Les quelques
hommes qui se sont portés là sans pouvoir et proba­
blement sans vouloir rien faire, provoqueront par
leurs discours cette mesure. Rauschenplatz, entre
autres, s’y trouve, et je me souviens que ses projets
d’expédition dans la Forêt-Noire lancés au hasard
sans le pouvoir ni la volonté de les réaliser, n ’ont
pas peu contribué à détruire la propagande lente
et inattaquable, mais sûre dans ses effets, que nous
faisions en Suisse, et à nous refouler vers cette île
sans soleil et sans musique.
Ici, pourtant, on marche. On marche par la force
des choses, et par la loi du monde. Ils m archent
sans s’en douter à une révolution terrible, comme
toutes les révolutions d’égalité ; sanglante et hideuse
peut-être dans ses détails, comme toutes celles qui
se font par des masses arriérées comme elles le
sont ici. L’organisation des classes ouvrières fait
des pas gigantesques ; le nord de l’Angleterre sur­
tout est enrôlé presque en masse. Les uns se
flattent de vaincre par la loi, l’expression légale de
la volonté populaire et les voies parlementaires
constitutionnelles. Les autres, race conquérante et
enchaînant la nation par le sol, ne croient pas au
sérieux d’une crise ; ils ne s’en occupent pas et
s’amusent sur un volcan ; ils se trom pent tous. Il y
aura ici, tôt ou tard, dans trois ou quatre ans peutêtre, quelque chose qui fera tressaillir l’Europe :
car les intelligences qui seules pourraient rendre

�162

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

la crise moins terrible en se chargeant de guider
les niasses s’abstiennent. Elles font des rom ans,
des histoires et des livres d’érudition avec le plus
grand sang-froid du monde.
J’ignore si je pourrai cette année encore réaliser
mon désir de faire une course rapide en Suisse; je
crains bien le contraire. Mais, si par bonheur je
le puis, croyez-vous que vous auriez besoin de
venir me voir ? Croyez-vous que je ne viendrais
pas passer deux jours sur les bords de votre lac ?
N’en voulez pas à ce pauvre M. de Ludre1 ; révo­
lutionnaire selon la vieille tradition, il doit se trou­
ver dépaysé — et par là soupçonneux — avec
nous qui appartenons à la jeune. Quant au reste,
le moment viendra pour la France, ni lui ni moi n ’y
pourrons grand’chose. Mon travail, si je vis, se fera
probablement ailleurs; le sien probablement nulle
part. Dieu saura bien trouver ses hommes parm i
la jeunesse aujourd’hui inconnue et silencieuse.
Veuillez, Madame, saluer Emery pour m oi; j e
lui écrirai dans trois ou quatre jours tout au plus.
Ce que j ’en disais dans ma dernière lettre n’était,
vous l’avez deviné, qu’une pure plaisanterie de m a
part. Je sais que nous sommes amis, et que son
cœur restera bon, vrai et aimant en dépit de
quelques opinions essentiellement intolérantes et
selon moi, fausses. Embrassez Elisa pour son frère
et parlez quelquefois de moi en famille. Je serai
en esprit au milieu de vous par la pensée et l’affec­
tion. Croyez toujours à votre ami
J o seph .
1 Le comte de Ludre, réfugié français qui vivait à Lausanne.

�LETTRES INTIM ES DE JO SEPH MAZZINI

163

XXII
A

M.

T homas É m e r y ,

Lausanne

Londres,

C her

22 février 1839.

A.,

Les nouvelles que tu me donnes de Madeleine
sont moins inquiétantes que les précédentes, mais
toujours inquiétantes cependant. Sa mère m ’en
parle dans sa dernière lettre comme d’une per­
sonne indisposée, sans paraître craindre la possi­
bilité de conséquences graves. Mais les mères s’il­
lusionnent toujours, et je ne me fie guère à ses
renseignements.. Je lui ai écrit dernièrement en lui
insinuant qu’il serait bon de faire passer à sa fille
l’hiver dans le Midi, à Nice, par exemple, ou
ailleurs. Malheureusement, comme elle ne la sup­
pose pas gravement malade, elle ne donnera pas
d’importance à mes conseils. Je crois qu 'elle gué­
rira, mais ce sont peut-être mes désirs qui m ’illu­
sionnent. Dieu sait si je le prie du fond du cœur
pour qu’il abrège les années qui me restent à
vivre et m ’épargne cette douleur! J’espérais pou­
voir faire cette année un petit séjour près de vous,
mais, plus le temps passe, plus les obstacles se
dressent devant moi : les difficultés financières
m ’arrêtent, puis la pensée de ma mère à laquelle

�164

LETTRES INTIMES DE JO SEPH MAZZINI

je ne voudrais pas causer de nouvelles angoisses,
sans parler d’autres raisons encore.
J’avais essayé d’émouvoir l’âme de la sœur qui
me reste et de lui persuader de venir en Suisse —
ne fût-ce que pour quinze jours — pour me voir et
me consoler, car j’ai vraim ent besoin d’un peu
d’expansion et d’une paix illusoire de deux
semaines dont le souvenir me soutiendrait pen­
dant une année entière. Mais elle n ’est pas libreson mari est bon, mais tim ide; il a des habitudes
de soumission domestique qui l’empêchent de
quitter la maison paternelle tant que son vieux
père sera en vie. En somme, je n’ai plus d’espé­
rance. Et la certitude, où je vis désormais, de ne
plus revoir sur cette terre, ni ma pauvre mère, ni
ma sœur, fait autour de moi un désert moral qui
m ’écrase l’âme d’une façon chaque jour plu s
pénible, et tarit en elle, non l’amour et la foi, m ais
la vie et la force. Je sens succéder aux flots de bile
qui m’envahissaient dernièrement, une tranquillité
morne, un vide continuel, une p a ix violente et
désespérée , comme dit Dante. Mes facultés se con­
sument et je sens que l’action seule pourrait les
réveiller, mais l’action dans le sens le plus précis
du vocable. Je regarde autour de moi, je rêve à
dix projets, et tous échouent devant le m anque
absolu de ressources .........................................
Ne condamne pas Gustave1 ; il y a chez l6s
hommes des contradictions fatales, mais qui cepen­
1

Gustave Modena.

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

165

dant laissent le fond de l’âme intact. Gustave est
bon et restera bon, bien qu’il ne donne pas à l’ac­
ceptation de l’amnistie l’importance que toi et moi
lui donnons. Il a tort à ton avis et au mien, mais
sa faute peut-être comparée au défaut de délica­
tesse en amour. Il y a en amour telle chose, telle
pensée, telle façon d’agir qui me sembleraient une
profanation et qui ne produisent pas du tout cet
effet à d’autres qui aiment cependant, mais avec
moins de pureté. Gustave, du reste, a l'intention de
rentrer en Italie, pour ne pas repousser la prière de
son père, et d’émigrer de nouveau immédiatement
après. Je dis cela comme un fait, non parce que
cela change la nature de l’acte. Scipion1 appartient
à cette même catégorie : c’est par simple défaut
de compréhension qu'il se repatrie. Je connais à
fond son âme et je puis l’affirmer. Ce sont peut-être
les seuls dont il me soit possible de parler ainsi.
J’accepte la comparaison de la maison qui brûle,
mais crois-tu sauver le genre humain en lui sau­
vant quelques meubles? Le genre humain a besoin
de maison et non pas de meubles. Si tu savais
comme je subirais volontiers le martyre pour
cette proposition : la mission du christianisme
est accomplie ; la religion du Fils est épuisée,
la religion de l’Esprit va surgir ! Si tu savais avec
quelle clarté lumineuse je vois la vérité de ces pa­
roles ressortir de toutes les manifestations du
siècle ! Je la vois en vous et dans vos efforts pour
vous cramponner à une ruine de religion changée
&gt; Émigré italien.

�166

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZ1NI

par vous-même en philosophie ! Me crois-tu pos­
sédé de l’esprit de négation ? penses-tu qu’il me
soit doux de m ourir à une époque de transition
sans pouvoir en mourant fixer mes regards sur
les symboles de la religion qui ne triom phera
que lorsque nous serons tous à plusieurs pieds
sous terre ? Pense ce que tu veux, mais crois, au
moins, que, si j ’ai foi dans l'avenir, c’est qu’il
me semblerait sans celte foi m ourir sceptique et
athée. Crois que si je n ’adore pas Christ comme
tu l’adores, toi, c’est qu’en l’adorant de cette façon
je ne pourrais adorer Dieu. Crois que ce n’est pas
l’intelligence, mais le cœur, l’instinct des choses
invisibles, le sentiment du divin qui s’unissent en
moi pour me m aintenir dans cette croyance. E t
crois ceci encore : je ne parle pas de to i— les rares
exceptions ne comptent pas — mais parm i tous
ceux qui se disent aujourd’hui chrétiens : Polonais,
Français et autres, pas un ne l’est en réalité ; pas
un ne croit ; c’est une solution philosophique,
adoptée par ceux qui sentent le danger du doute
et qui n ’ont pas la force de se lancer en avant.
Mais elle ne transforme pas religieusem ent leurs
vies; elle ne dicte, n ’illumine, ne féconde pas u n e
seule de leurs actions. Dans quelques années tu
verras les choses plus clairement, mais en atten­
dant je gémis intérieurem ent de cette tentative
faite pour ressusciter les choses mortes. Sans dé­
truire en rien la nécessité de l’avènement qui se
prépare, elle l’éloigne cependant et prive la foi fu­
ture de plusieurs de ceux qui auraient pu en ê tre
les apôtres.

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

167

Quant à Rome et à l’Italie, en disant que la pa­
role d’unité ne peut venir à l’hum anité que de la
Rome du peuple, n’ai-je pas dit tout ce que tu
m’écris sur la mission de Rome et de l’Italie?
D’ailleurs tu ignores encore mes théories, ou plutôt
mes pressentiments. Si tu savais quelle grande
part de christianisme entrera transformée dans la
foi nouvelle ! Mais laissons cela ; ce ne sont pas
quelques lignes d’une lettre qui pourront nous
convaincre l’un et l’autre ; tu sais que je prie Dieu
pour toi, comme tu le pries pour moi. Nous sommes
du reste d’accord sur ce point : qu’une grande
manifestation du sentiment religieux accompa­
gnera l’éveil de l’hum anité nouvelle. Sera-t-elle
chrétienne ou non, l’avenir nous le dira. Gomme
individu je pourrai très bien porter publiquement
un jour témoignage de . ma foi. Mais comme
homme politique actif, comme Jeu n e Italie et
comme Jeu n e Europe je me bornerai à répéter
ce que j ’ai dit plus haut. Et, si les circonstances
nous perm ettaient de publier des actes collectifs,
je ne parlerais pas autrem ent : et je ne voudrais
pas que les autres y ajoutent ou y enlèvent rien.
Je ne sais pas si les circonstances nous perm et­
tront de reprendre pied, mais je crois qu’un mou­
vement en ce sens ne tardera pas à se manifester
dans l’opinion publique. Si je pouvais trouver
quelques hommes appartenant à d’autres pays, in­
fluents, intelligents, animés d’un esprit de sacrifice
et dont la moralité serait reconnue, je tenterais
peut-être d’entrer en lice au nom de la Jeu n e E urope
avant que d’autres, dont les intentions sont moins

�4 68

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZ1NI

pures, n'aient occupé la place. Mais où trouver ces
quelques hommes ? .....................................................
Si je pouvais parler ici un peu longuement de
nos affaires, je parviendrais peut-être à trouver les
ressources matérielles nécessaires pour l’exécution
de nos idées. Il me paraît utile de disposer l’An­
gleterre — que je crois en voie d’accomplir une
révolution d’ici deux ou trois ans — en faveur
de l’avenir de l’Italie, tel que nous l’entendons et
tel qu’il doit être. J’écrirai volontiers un livre sur
l’Italie, en anglais bien entendu; mais les idées
servies seules en empêcheraient la vente, tandis
qu’entourées de faits et de chiffres elles seraient
acceptées. Peux-tu m ’aider pour cela? .
Je reviens à elle. Je ne sais pas exactement on
quels termes vous êtes et si vous parlez de m oi
ensemble. Mais si tu lui en parles — et tu peux
lui parler en mon nom — dis-lui de ma part que
je la conjure d’être courageuse et de se soigner.
Dis-lui que je vivrai seul toute ma vie et que je
vis déjà seul au milieu des hommes, et si pénible­
m ent que je tomberais dans le scepticisme et le
blasphème, sans la pensée des êtres chers et purs
qui, bien qu’absents, sont toujours présents à mon
cœur, qui prient pour moi et dont le souvenir
me rend fort. Dis-lui que, si elle cessait de vivre,
son image qui aujourd’hui se dresse devant m oi
triste, mais sainte et purificatrice, me hanterait
comme un remords — remords immérité, m ais
néanmoins remords. — Dis-lui que, si jam ais l’oc~

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

169

casion cherchée et désirée de' me lancer pour
l’amour de notre patrie et de notre foi dans une
entreprise audacieuse se présentait à moi, l’idée
que ses vœux et ses prières me suivent, me ren­
drait plus fort et me préserverait peut-être du dan­
ger. Dis-lui qu’au milieu des périls je penserais à
elle, comme à la sœur que je possède encore. Dis­
lui toutes les choses que je ne puis exprimer, mais
que je sens et que peut-être tu devines......
Parle-moi d' elle et de s a s œ u r . J’écris aussi à sa
mère par la même occasion. Adieu, je t’embrasse;
crois à l’amitié de ton
G IU S E P P E .

X X III
A Mme X ..., Lausanne
Londres, 4 avril 1839.

Ma

chère

D am e,

Vous êtes dans la douleur1. Vous avez été frap­
pée d’une de ces pertes qui ne se réparent pas
ici-bas. Je sais tout. J’imagine tout. La vôtre est
une de ces souffrances qu’on ne console pas par
des mots. Et moi qui le sais, je n ’ose presque pas
i m ». x ... venait de perdre une de ses filles, qui était la sœur
aînée et préférée de Madeleine.

�-170

LETTRES INTIM ES DE JO SEPH MAZZINI

vous écrire. Je voudrais être près de vous pour
pleurer avec vous et pour parler d’elle avec vous ;
il n ’y a que cela qui fasse du bien ! Moi aussi,
aujourd’hui encore, si quelque bouche amie m e
faisait entendre de temps à autre le nom de m a
sœur j ’en pleurerais, mais cela ferait du bien à
mon âme que le silence et la solitude m enacent
.d’aridité. Moi, je n ’ai vu qu’une seule fois celle
que vous pleurez, mais c’est assez pour me rap ­
peler ses traits : je sais qu’elle était bonne, qu’elle
vous aimait, qu’elle aimait ses sœurs et que vous
l’aimiez tous. L’affection que je vous ai vouée
que j ’ai vouée à toute votre famille l’em brassait
aussi, et c’e st assez pour que j’eusse le droit, si j e
pouvais être au milieu de vous, de vous dire :
« Epanchez-vous, parlez-moi d’elle, comme avec u n
frère. » Je sais que vous le feriez. Je sais qu’en le
faisant vous éprouveriez peut-être un instant do
soulagement. Et je maudis ma position: je ne sers
à rien dans ce monde et je ne peux pas m êm e
quand une douleur vient fondre sur des êtres q u i
me sont chers, voler auprès d’eux et leur dire en
leur serrant la main : je viens en prendre m a p a rt
avec vous. Ici, de loin, sur ce froid papier, q Ue
puis-je vous dire à vous tous qui souffrez? Que j e
partage votre douleur ? Vous le savez. Que je do n ­
nerais la moitié des années qui me restent à vivre
(car il m’en faut à moi aussi tant que vit ma pauvre
mère) pour la rendre à vos caresses ? Que vous
importe ! et que peuvent mes désirs ?
Ce n ’est pas moi, non plus, qui viendrai vous
dire : « Ne pleurez pas; elle est heureuse au jo u r-

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

171

d ’hui. « Sans doute elle l’est; elle est du moins, je
crois cela du fond de mon âme, plus rapprochée
du bonheur; elle a traversé une phase de la vie
de l’âme ; elle l’a traversée pure et sainte et, en la
quittant, elle est entrée dans une autre phase, dans
nne autre sphère qui est, par rapport à la fin vers
laquelle nous tendons tous, plus élevée d’un degré.
Plus près de Dieu, elle jouit à l’heure qu'il est d’une
plus grande part dans la protection qu’il étend sur
tout être. Sans doute, vous sentez, vous croyez
■cela comme moi, mais la douleur qui nous inonde
quand nous perdons un être chéri est un composé
de tant de douleurs ; ce n ’est pas seulement pour
ces êtres que nous pleurons, c’est sur nous, c’est
sur les liens qui nous réunissaient ici-bas, main­
tenant brisés ; c’est sur ceux qui restent, qui l’ai­
maient et qui auront désormais un vide dans leur
■existence qu’il ne leur est pas donné de combler.
Nous n ’entendrons plus la voix qui nous est chère,
nous cherchons en vain le sourire qui nous était
familier, les gestes, les mouvements, les caresses
de l’intimité ; nous avions un être qui nous aimait,
qui nous comprenait, auprès duquel nous pouvions
à toute heure chercher des conseils et des conso­
lations, et nous ne l’avons plus. Nous pleurons
aussi parce que nous ne pouvons plus exprimer
notre amour à cet être que de cette manière. Pleu­
rez donc, ce n ’est pas moi qui vous dirai : « Tarissez
vos larmes. » Elle aussi pleurerait sur vous tous,
si elle vivait, et que vous lui eussiez été ravis.
Je connais pourtant, je puis le dire, car j’ai eu,
moi aussi, des peines telles que les vôtres à dé­

�172

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

plorer, je connais un m alheur plus grand encore,
plus irréparable, plus sombre, plus desséchant :
c’est la perte, non d’un corps, mais d’une âme.
C’est le détachement d’un être qui vous a aim é et
qui no vous aime plus, que vous aimez encore et
auquel vous n’osez pas le dire, parce qu'il ne vous
comprendrait plus. C’est d’entendre passer à tra ­
vers des lèvres qui, un jour, ne proféraient que des
paroles d’amitié, la parole froide de l’indifférence
la parole du scepticisme, là où on n’attendait que
celle de l'enthousiasme et de la foi. C'est de voir
un être vivant devant vous, et m ort pour vous •
sa vie physique continuant, sa vie morale brisée
soudain et sans votre faute. Je sais cela aussi, et
c’est horrible. Les pleurs qu’on verse alors quand
011 aime sont âcres .et brûlent. La douleur qu’on
éprouve est amère et aride. Elle m et plus de rides
sur l’âme que les années les plus longues n ’en
m ettent sur le visage. C’est là la seule chose q n e
je vous dirai: pleurez-la, mais ne la pleurez pas
comme vous pleureriez sur cela.
Que votre douleur soit profonde, mais qu’elle
ne soit pas desséchante et amère comme celle de
ceux qui n’espèrent plus ; qu’elle ne touche pas au
désespoir, car ce serait une sorte de crime envers
elle. Ce serait un manque de foi, et ce n’est p as
sur le tombeau d’un être chéri que nous pouvons
nous en rendre coupable. Je ne connais rien J e
plus solennel, de plus saint que la prière sur la
tombe d’un être qu’on aime ; notre douleur doit
être également sainte ; elle doit purifier, no n
détruire. Car je crois fermement que tout être qu j

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

173

m eurt en nous aim ant, nous impose plus que de
la douleur, il nous impose des devoirs.
Je crois à l’im mortalité ; si cette croyance ne
brillait pas à mon intelligence de toute la clarté
qui accompagne l’évidence, si elle n’était pas
écrite dans mon cœur et dans la conscience de
l’humanité, seule preuve de certitude que nous
possédions ici-bas, il me suffirait pour y croire de
sentir ce que nous appelons amour et d’avoir vu
mourir des êtres que j'aim ais. L’amour est une
ironie ou bien c’est une promesse. Je crois que
tout amour qui nous accompagne à la tombe,
nous accompagne au delà. Je crois qu’avec nous il
s’épure, qu’avec nous il marche vers le calme et la
« permanence » du bonheur que nous ne pouvons
pas atteindre ici-bas, mais dont nous trouvons
l’idéal au fond de notre âme. Je crois que tous
ceux qui vivent et m eurent en s’aimant seront
réunis un jour. Je crois que, forcés de poursuivre
le développement progressif de notre principe in­
dividuel vers Dieu à travers une série d’existences
de plus en plus sereines, de moins en moins sou­
mises aux luîtes et aux crises d’ici-bas, il est en
notre pouvoir de parcourir plus rapidement ces
existences et de rejoindre plus vite les âmes pures
qui nous ont précédés en nous élevant de toutes
nos forces par la vertu, par l’amour et par le dé­
vouement. Et c’est pourquoi, si nous aimons, nous
devons sans doute gémir et souffrir, mais nous
devons lutter de toutes les puissances que Dieu a
mises en nous contre la douleur qui épuise, contre
l’amertume qui dessèche. Il nous faut souffrir

�174

LETTRES INTIM ES DE JO SEPH MAZZINI

avec résignation, car nous savons que ceux qui
m eurent ont fait un pas de plus dans la carrière
qui les pousse au bonheur. Il nous faut puiser
dans cette sainte croyance de la vigueur p o u r
nous rendre encore plus dignes de ceux que no u s
rencontrerons un jour. Il faut apprendre à aim er
dans l’absence et ne pas se précipiter vers la
tombe en se livrant sans retenue à la douleur qui
m ine; car nous ne restons pas seuls sur la terre :
il y a encore des devoirs à rem plir, des personnes
que nous aimons et qui nous aim ent ; des p e r­
sonnes qui, elles aussi, ont besoin d’encourage­
ment, d’affection, de conseils et que notre ab an ­
don perdrait peut-être. Or ce n ’est pas par n o u s
et pour nous que nous pouvons atteindre n o tre
perfectionnement devant Dieu ; c’est par ce q u e
nous aurons fait pour autrui que notre progrès
s’opérera, et s’il est noble et beau de m ourir po u r
la souffrance, il est plus beau et plus saint d e
souffrir en vivant pour l’am our d’autrui.
La chaîne qui vous unissait à elle n’est pas b ri­
sée, croyez-moi ; elle est tout entière dans l’am o u r
Elle est morte en vous aimant, vous m ourre z
en l’aim ant ; ne craignez rien, ô vous qui p le u ­
rez, ne dites pas : elle nous est ravie, nous ne la
reverrons plus. Ce n ’est qu’une séparation te m ­
poraire ; vous retrouverez et la lille et la sœ u re t vous la retrouverez d ’autant plus vite que Vous
souffrirez son éloignement avec calme, avec rési_
gnation, avec foi. Aujourd’hui même, et pendant
le séjour que vous ferez sur la terre, elle n ’est p as
séparée de vous, elle ne peut l’être, car il ne p e u t

�LETTRES INTIMES DE JO SEPH MAZZINI

y avoir d’interruption dans sa carrière qui s’est
entrelacée avec la vôtre. Elle vous voit, elle vous
aime, elle prie pour vous, elle sourira à votre
calme résigné, comme l’âme de sa mère ou de son
ami sourient à l’ami ou au fils qui jette au loin
l’idée du suicide et accepte une vie de souffrance.
Oui, je le crois,t lout contact n ’est pas brisé entre
les vivants et les morts qui s’aiment, leurs âmesveillent sur nous ; peut-être est-ce là ce que les
religions ont pressenti, ce que le christianisme a
entrevu quand il a parlé d’un ange gardien veil­
lant à notre chevet; c’est là un mystère qui se
révélera de plus en plus, et des hommes viendront
qui nous diront — et ils diront vrai : — « Votre ange
gardien est l’âme de l’être qui vous a aimé le plus
et que vous pleurez. Oui, pouvoir veiller sur vous
et vous inspirer, c’est là la première récompense
que Dieu a accordée à son amour. Tâchez donc
qu’il puisse en être autant de vous, quand il vous
rapprochera de lui d’un degré. »
Croyez-vous que, dans des moments que je ne
saurais décrire, moments de découragement et de
désespoir qui vous feraient peur, l’âme de mon
ami Jacopo, celle de ma sœur, celle de tous ceux
qui m ’ont aimé et qui sont m orts, n ’aient pas prié
pour moi, pour me sauver du scepticisme et pour
que je leur arrive un jour aussi pur qu’ils m ’avaient
laissé? Tout ce que nous appelons inspiration, force,
mouvement instinctif de bonté, de bienfaisance, de
vertu, élan de dévouement n ’est peut-être que le
contact soudain de l’âme que nous aimons. Souf­
frez donc, mais avec foi et résignation et luttez

�176

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

contre les conséquences de votre douleur ; car tout
effort que vous ferez sera béni par elle, et vous
sentirez sa présence et son amour dans je ne sais
quelle chaleur vivifiante de votre âme. Souvenezvous aussi de tous ceux qui restent et auxquels
vous vous devez. Souvenez-vous de vos amis, et de
moi aussi qui compte parmi eux et qui en ai si peu
sur la terre. Mon cœur est venu vers vous : j ’au­
rais voulu pouvoir le suivre à l’instant, mais je
suis enchaîné, je ferai tout ce qui est en moi pour
briser ma chaîne et pour venir vous voir pour
quelques jours entre l’été et l’automne. J’espère y
réussir, et c’est là un de mes vœux les plus chers”.
Pouvez-vous lire cette lettre? Par je ne sais quelle
tension nerveuse ma main se raidit quand j ’écris
et je ne puis pas, à moins d’une extrême lenteur
écrire grand comme je le devrais. Je ne sais ce que
je vous ai écrit, mais je vous ai écrit souffrant de
votre souffrance et invoquant du calme pour vous
tous. Un mot quand vous le pourrez, je vous en
prie. Aimez
J oseph .

�LETTRES INTIMES DE JO SEPH MAZZINI

177

XXIV
A M.

T homas É m e r y ,

Lausanne
Londres,

8

avril

1839.

A.,
J’ai reçu ta lettre. Je ne te dirai pas l’impres­
sion que m ’a fait la triste nouvelle l. Que te dire?
Cette accumulation de coups et de malheurs tom­
bant sur les têtes les plus innocentes me frappe
comme une injustice. Je ne deviens pas sceptique
ou rebelle, cela m’est impossible, mais une amer­
tume se répand dans mon âme et m ’enlève la
paix et la résignation tranquille de mes croyances.
Je me sens fatigué, ennuyé de la vie plus que je
ne puis te le dire. Ne pas avoir six mois de paix,
attendre à chaque lettre une douleur nouvelle, con­
naître d’avance l’impossibilité de compter jamais
sur une joie, — et note que je n’exige rien pour
moi, que je ne parle que de la joie des autres —
est terrible ! Parm i tous les êtres auxquels je sou­
haite le bonheur, qui n ’a jam ais été mon partage
en cette vie, il n’en est pas un seul dont l’avenir
ne m ’apparaisse comme des plus tristes, il n’y en
a pas un seul auquel je puisse donner une journée
de joie.
Tout est sombre et désert dans la vie privée ;
C h er

» La mort de la fille de M“* X... (Voir la lettre précédente.)

�1T8

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZ1NI

dans la vie publique je ne vois que ténèbres, soli­
tude et impuissance. Ma mère et ma foi m ’en­
lèvent la liberté du suicide ; sans elles, je cesserais
de vivre.
Maintenant, j ’attends tes lettres. Dieu sait ce
qu’elles apporteront ! J ’ai écrit à Mme X... ou plu­
tôt à Madeleine, car en vérité je pensais plus à elle
qu’aux autres en écrivant. Ce que j ai dit, je ne
le sais pas moi-même. Comment consoler, quand
on ne peut même pas dire ce qu’on voudrait? J ’ai
ajouté, suivant tes conseils, que, si c’était possible,
je ferais une course en Suisse cette année. Et c’est
bien mon intention. Mais je ne possède pas l’argent
nécessaire pour aller à dix mille d’ici. Sais-tu qu e
depuis mou arrivée à Londres, je n’ai jam ais p u
épargner les cinq livres qui me seraient néces­
saires pour dégager 1111 anneau en brillants de n la
mère, mis en gage pour faire face aux besoins des
premiers mois? Sais-tu que pendant tout l'h iv er
je n ’ai pu ravoir mon manteau? Lorsque l’arg en t
arrive il est absorbé par l’arriéré. Il serait long et
inutile de te raconter comment nous en som m es
arrivés là. Le fait est que nous ne pouvons litté ra­
lem ent vivre ici : mais les au tres1 ne s’en aperçoi­
vent pas et n ’admettent pas la possibilité de v iv re
ailleurs. Je l’admets, moi, qui suis prêt à n ’im po rte
quel genre de vie, mais j ’ai juré de 11e pas nie
séparer d’eux, et je ne puis trahir mon serm ent
Mais laissons ce sujet. Parlons sérieusem ent e t
la main sur le cœur. Crois-tu que je ferais sag e * Les Ruffini.

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

179

ment de venir et que ma présence ferait du bien à
Madeleine? Admets que je la voie, trois ou quatre
fois — en présence d’autres personnes — de quelle
façon dois-je me comporter vis-à-vis d’elle? Mais,
si je la voyais seule, comme je ne puis lui di^e
qu’une chose : « Soyez ma sœur », quel sera le
résultat de cette entrevue? Le calme ou un orage
plus violent? Hélas ! plus j’y pense, plus j ’entends
une voix qui me dit : « Tu ne dois pas la revoir. »
Je n’espère que peu de chose du temps ; son âme
me paraît de la race de celles qui n ’en subissent
pas les effets. Mais pourtant si le temps pouvait
affaiblir mon souvenir et si, en la revoyant, je
détruisais cette possibilité...... Conseille-moi dès
maintenant, quoique ma venue soit incertaine......
Ne vois-tu pas qu’il vaudrait mieux que je m eure?
Dieu sait tout le mal que je suis destiné à voir et
peut-être à faire sans le vouloir.
Je suis dégoûté des exilés. R..., qui est pourtant
un des meilleurs, écrit en taxant de vanité et de
que sais-je encore, ceux qui refusent de rentrer en
Italie. Sais-tu ce que Belgiojoso1 a fait en rentrant?
Il a chanté à Milan à la cour, et l’on espère qu’il
chantera à Vienne ! Et je pourrais te raconter dix de
ces histoires. Les écrivains de la Rivista Europea,
manzoniens, catholiques, progressistes et autres,
entonnent les louanges du m aître et espèrent qu’il
imposera à l’Italie une loi sur la propriété litté­
raire! Eugenio Albori, avec des Bolonais acharnés
1 Le prince Belgiojoso, émigré lombard, mari de la célèbre
princesse Belgiojoso.

�180

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZIN1

que je connais personnellement, im prim ent les
éloges du grand duc de Toscane ! Des hommes, que
je ne saurais te nommer, m ’écrivent d’Espagne en
exprimant l’espoir que le gouvernement de la reine
enverra l’inquisition en Italie! Et en Toscane on
écrit et on imprime que je suis devenu fou, parce
que dans un article de revue j ’ai osé dire que
Romagnosi n’était pas le philosophe qui convien­
drait à l’Italie future ! Que veux-tu faire avec de
pareilles gens? Et je te jure, — Dieu sait avec
q u e lle douleur je le dis — qu’en écrivant en faveur
de l’Italie je me sens rougir comme si je m entais.
Est-ce donc ainsi que nous sommes ? N’y a-t-il a u ­
cun espoir d’amener notre jeunesse à sentir la h o n te
de son état? Devrons-nous sans cesse rougir 0n
voyant les Polonais, des hommes comme tous l es
autres en toutes choses, mais ardents toujours p o u r
leur pays et prêts à m ourir pour lui? Je sen s
qu’aujourd’hui j ’ai trop de spleen, je reprendrai
demain ou j ’enverrai la lettre telle quelle. J e
d’ailleurs à te dire rien qui vaille. Adieu.
Ne crois pas cependant que je désespère. N on
en vérité : l’avenir est à nous. Les ennem is
notre foi courent à leur ruine plus prom ptem ent
qu’on ne pouvait s'y attendre. En France, en A n gleterre et ailleurs le principe populaire fait des
pas en avant. La cause de l’hum anité triom phe ra
plus vite que les autres ne le croient, que nous_
mêmes nous ne le croyons, mais celle de n o tre
pays ne progresse pas. Nous seuls restons in e rte s
Pour l’Italie des doutes m ’ont assailli, puis
pensé à une initiative qui aurait, si nous le v o u

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZ1NI

181

lions, la gloire sans les périls de l'initiative. Mais
je crains une liberté sans sagesse, je crains une
sujétion morale, un signe de vasselage, mis sur le
drapeau italien par le prem ier peuple qui se sou­
lèvera.
Cette résurrection de la Jeu n e Italie, réglemen­
tée, réduite aux parties essentielles et complétée
en même temps, hante mon cerveau, mais inutile­
ment. Je ne puis accepter les souscriptions que
Malte offre et je ne sais où m ’adresser ailleurs.
J’ai pensé un moment à écrire à Ciani1, puis j’ai
craint qu’il n’interprétât ma pensée comme une
velléité d’amour-propre et je ne l’ai pas fait.
Cependant, je crois que ce serait bien. J’écris ici
une série de lettres sur l’Italie pour une revue
mensuelle afin de réfuter les idées qui courent
sur l’avenir de notre pays et déclarer que, ou nous
ne serons pas, ou nous serons une république
populaire ou unitaire. Il m ’a été difficile de les
faire accepter, et aujourd’hui qu’on m ’a promis de
les publier, je ne m ’y fie pas. Ils inséreront la
première, ils s’arrêteront peut-être à la seconde.
La première traite de choses générales ; la seconde
parle des événements de 1821 ; la troisième de
ceux de 1831 ; la quatrième est sur la Jeu n e Italie
et 1833. Je te dirai si elles paraissent.
En Italie, malgré ce que je t’ai dit — et ce que
je t’ai dit est vrai — il y a des velléités de travail,
surtout dans l’Italie centrale, mais c’est un travail
1 Riche émigré lombard, qui habitait le canton du Tessin, et
aidait de toutes façons la propagande mazzinienne.

�182

LETTRES INTIM ES DE JO SEPH MAZZINI

qui a été suscité par la crise française, et il ces­
sera si, comme on le dit aujourd’hui, les choses
s’arrangent en France. C’est un mélange de Jeune
Italie et de Carbonarisme. Ils m ’ont fait inter­
peler indirectement pour savoir si j ’acceptais la
fusion; mais, comme je ne sais ce qu’ils veulent, je
ne réponds pas. Si j ’en apprends davantage je te
le dirai. Adieu pour aujourd’hui, parle-moi encore
d 'elle. Aime-moi.
GIUSEPPE.

XXV
A M. T h o m a s

E mery,

Lausanne
Londres, 25 avril 1839.

Cher A .,

Malgré mes prières, je n’ai plus reçu un seul
mot de toi ni de M“0 X... De la part de cette d e r­
nière cela ne me surprend pas. On ne peut exiger
des lettres d’une mère qui vient de perdre Sa
fdle ! Mais, toi, tu devais m ’écrire. Ton silence m e
fait craindre des choses pires, de nouveaux m a l­
heurs... et pour elle! Peut-être aurais-je dem ain
des lettres ; — puissent-elles ne pas m 'apporter
d’autres douleurs ! — Mais, en attendant, je donne
ces quelques lignes à un ami qui part directem ent
pour la Suisse, afin qu’il les mette à la poste
Ecris-moi, je t’en prie.

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

183

Je t’écrirai plus longuement quand j’aurai reçu
une lettre de toi et si elle est bonne — du moins
autant qu’elle peut l’être !
Gustave est ici, avant de rentrer en Italie. Scipion, aussi, partira peut-être le mois prochain ; tu
le verras. Rien de nouveau. Adieu.

XXVI
A Mme X ..., Lausanne
Londres,

20 mai 1839.

M adam e,

Luttez avec courage, avec cette force surhumaine
que donne à ceux qui sont bons le sentiment du
devoir; luttez pour elle ', car, croyez-moi, elle le
veut. Pleurez, souffrez; Dieu m ’est témoin que je
voudrais à quelque prix que ce fût pouvoir vous
épargner des douleurs, et pourtant je n’oserais pas
vous ravir celle-là, car elle est sacrée ; mais pour
tout ce que vous avez encore de cher au monde,
que ce ne soit pas cette douleur desséchante qui
épuise et tue. Il faut aimer celle qui est m aintenant
votre ange encore plus que la pleurer ; et aimer
c’est faire avec effort ce qu’elle vous demanderait de
faire si elle pouvait vous parler ; c’est puiser dans
la pensée que ceci n ’est qu’une absence, la résigna­
1 Allusion à la fille que Mm(&gt; X... venait de perdre.

�184

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

tion dont elle serait elle-même capable ; c’est
l’imiter, et vivre pour ceux qui restent et qu’elle a
aimés sur la terre, pour les soigner et les consoler
aussi longtemps que possible, comme elle le ferait,
— c’est vous-même qui le dites dans votre lettre,
— si vous, et non elle, nous aviez été enlevée! Je
sens toute l’am ertum e de votre perte ; je n ’ai pas
même essayé de vous consoler, car je sais trop
bien que cela est impossible; niais c’est d’elle que
je vous parle et non de moi ; et je sens aussi que cet
amour même qui vous fait souffrir doit et peut seul
vous donner, à vous tous, la force de supporter
la souffrance. Si le tombeau de ceux qui nous sont
chers ne porte pas, écrit pour nous sur la pierre,
le devoir de persister dans la route qui nous a
valu leur amour, de nous épurer, de nous am é­
liorer de plus en plus de manière qu’ils puissent
un jour nous rencontrer dans l’amour et nons
dire joyeux et sereins : « Vous avez fait cela pour
nous, » la douleur ne serait plus qu’une sorte
d’instinct. Elle doit être et elle est bien autrem ent
sainte pour vous. Luttez donc pour elle, songez
tous que l’affection dont elle vous rendait heureux
est un legs qui vous reste, qu’elle vous a laissé en
partant. Vous devez vous aimer, non seulement de
toute votre affection, mais encore de toute celle
qu’elle vous portait. Vous devez, vous, sa mère
lutter, résister et vivre pour ses sœurs. Vous devez
vous, ses sœurs, vivre pour sa mère, pour son père
pour son frère. Comptez-vous pour rien la possibil
lité, — je puis bien dire la certitude, car cela en
est une pour moi, mais la possibilité suffirait à elle

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZIN1

185

seule, — la possibilité qu’un sacrifice d’un instant
de votre souffrance à la souffrance des autres
qu’elle aimait, un soin donné à la santé sur laquelle
elle veillait, un rayon de foi résigné, fondé sur la
conviction que vous la reverrez un jour, puisse lui
donner encore à elle une joie? Que cette pensée
ne vous quitte jam ais, car, croyez-moi, il y a en
elle bien plus de vérité qu’on ne lui en trouve
généralement dans le monde d’aujourd’hui. Et je
me croirais infâme à mes propres yeux si, dans
des moments aussi solennels, je vous disais autre
chose que ce que des années entières de méditation
ont fait parvenir en moi à l’état de croyance.
Votre lettre est triste, Madame, plus triste
encore qu’elle ne devrait l’être, car elle ne parle
pas seulement du présent, mais de l’avenir, en
des termes qui font trembler. Ce n ’est pas seule­
ment pour la fille que Dieu vous a enlevée que
vous souffrez, c’est aussi pour celles qui vivent. Je
sais que la santé de Mlle Madeleine est chancelante
et que cette secousse, si elle n ’y résiste par un
grand effort de volonté, par un grand développe­
ment de force morale, peut lui devenir fatale.
Mais cet effort elle doit le faire, elle le fera, j ’en
suis sûr. Mon Dieu, mon Dieu, si je pouvais écar­
ter en le prenant sur moi tout danger de sa tête !
Si je pouvais du moins lui inspirer un peu de cette
force, dont vous avez, dont nous avons tous
besoin. Priez-la, Madame, de veiller sur elle, diteslui ce que je voudrais pouvoir lui dire moi-même :
dites-lui que sa vie est sacrée, qu’elle vous est
plus que jam ais nécessaire, qu’elle l’est à tous

�186

LETTRES INTIM ES DE JOSEPH MAZZINI

ceux qu’elle aime ; dites-lui que le désespoir est
de l’athéisme, qu’il n’est pas permis aux âmes
croyantes de négliger, de m iner par le manque
de soins, de flétrir par l’excès de la douleur la vie
que Dieu nous a donnée en dépôt, ce qui appar­
tient à lui et aux êtres aimés,, et qu’il y a plus
encore d’amour à chérir la vie dans la souffrance
qu’à la mépriser. Et dites-lui que, moi aussi, j ’ai
souffert, que, moi aussi, je souffre et que depuis
longtemps la vie m ’est à charge, mais que je me
suis dit que, tant qu’il y aurait quelqu’un dans ce
monde à qui ma m ort serait un coup funeste, à
qui ma vie est chère et ma prière bonne, je devais
vivre. Qu’elle se dise cela, et puisse ma prière lui
parvenir avec celle que sa sœur fait peut-être en
ce moment même pour elle. Je vous écris bien
triste moi-même, mais résigné. Je pense aussi à
mes deux sœurs mortes et à celui qui fut pour
moi plus qu’un frère, mort aussi. Dieu sait que
j ’aurais besoin de les rejoindre, mais est-ce en nos
mains ? Et essayer de quitter plus tôt la vie se­
rait-ce bien le moyen de les rejoindre plus vite?
Nos devoirs sont ici-bas, et ce n ’est qu’en les rem ­
plissant tous avec fermeté que nous pouvons espé­
rer de nous rapprocher d’eux. Courage, calme et
patience. Vivons, sinon pour nous, au moins pour
les autres.
Je voudrais bien pouvoir vous dire quelque
chose de positif sur moi et sur la course dont je
vous ai parlé; je ne le peux pas; car cela ne
dépend pas uniquem ent do ma volonté. Il y a des
obstacles qui sont indépendants de m oi; je tra-

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

187

vaillorai à les surm onter, je désire vivement y
réussir, c’est là tout ce que pour le moment je
puis vous dire.
Je n ’ai pas grande envie de vous parler des der­
niers événements de Paris, et je n’aurais pas au
reste grand’chose à vous en dir e . Dans mon opi­
nion, ce n ’est pas de la France que viendra le salut
des peuples. Il y a eu toutefois là beaucoup de
bravoure et de dévouement dans la poignée
d’hommes qui agissent; puis une immense apathie
dans la masse, et une inertie coupable de la part
des intelligences du parti. Les hommes de pensée
sont bien gravement responsables ; car ils prêchent
chaque jour implicitement l’insurrection ; ils la
désertent quand elle éclate ; ils la désavouent quand
elle succombe. C’est un rôle d’inconséquence et de
lâcheté. Je n ’exige certes pas que les hommes qui
prêchent la nécessité d’un changement, se préci­
pitent dans la prem ière émeute qui se fait dans les
rues, mais lorsque quatre cents hommes tiennent
pendant plus de quarante-huit heures en échec un
gouvernement établi, il y a là plus qu’une émeute ;
il y a une révolution en germe, et quelques noms
connus venant en garantir l’intelligence, le but et
la moralité, pourraient peut-être en assurer le suc­
cès. Ce divorce entre les hommes de pensée et
ceux d’action est fatal et prouve que nous ne
sommes pas de vrais croyants. Nous adorons pour­
tant tous les jours Dieu, dont chaque pensée est
action.
Ma mère, ma sœur et mon père sont bien. J’es­
pérais vous adresser un jeune homme que j’aime

�188

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZ1NI

beaucoup et qui se préparait à rentrer dans son
pays en profitant de l’amnistie. Il vous aurait
apporté de mes nouvelles, mais son départ est poup
quelque temps encore différé. Vous savez probable­
m ent déjà que Rosalès est,lui aussi, rentré en Italie.
Permettez que je vous prie à mon tour de ne pas me
laisser sans nouvelles de vous, de M110 Madeleine
et de sa sœur Elisa. Croyez à l’amitié dévouée et
constante de
J o seph .

Stolz 1 se porte bien ; il partage votre douleur,
il attend votre lettre. Un frère, le seul qui restât
aux Ruffini, vient de m ourir à Gênes. Ils n ’en
savent rien encore, et je suis forcé de le leur taire,
tant que nous ne recevrons pas une lettre de le u r
mère. Ils craindraient trop pour elle, et elle est
aussi l’objet de mes craintes actuelles. Voilà,
encore une famille qu’une sorte de fatalité pour­
suit. J’ai vu m ourir quatre des frères. Ici le frère
de Joseph Dybowsky a disparu, et tout fait p ré­
sager qu’il s’est suicidé ; sa position était triste.
Joseph a beaucoup souffert, mais il est bien. I]
connaît votre malheur et en ressent un ’ profond
chagrin. Ecrivez-moi, vous ou Emery, je vous en
prie. J’ai besoin de savoir des nouvelles de vous
tous, et si tant est que savoir si quelqu’un ici p ar­
tage tout de vous puisse vous apporter un peu de
soulagement, ne m’oubliez pas.
1 Stolzmann.

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

189

XXVII
A M.

T homas E m e r y ,

Lausanne
Londres, 24 mai 1839.

C her

A.,

J’ai reçu ta lettre du 7 courant que j ’attendais
depuis longtemps, et un jour après celle de la
pauvre Mme X..., à laquelle j ’ai déjà répondu. J’ai
moins parlé, je le confesse, à la mère qu’à la fille,
car c’est à celle-ci que je pensais toujours en écri­
vant. Si j’avais osé, et si je n ’étais pas retenu par
la crainte constante d’empirer les choses, je lui
aurais volontiers écrit directement. J’aurais voulu
lui exprim er d’une façon plus claire ce que j ’ai dit
à sa mère d’une façon voilée. J ’aurais voulu lui dire
qu’elle ne peut, qu’elle ne doit pas m ourir ; qu’elle
ne peut pas, qu’elle ne doit pas transform er son
image, — qui aujourd’hui m ’apparaît triste, mais
sainte et consolante comme celle d’un ange dont les
prières me suivent, — en une vision de remords et
de terreur, qui me pousserait à me haïr et détruirait
le peu de force, de vertu, d’intelligence que je dois
encore consacrer à mon pays. Je faillirais ainsi à la
mission léguée par nos m artyrs et à celle que je tiens

�190

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZ1NI

en particulier de mon pauvre Jacques '. Est-ce m a
faute si je suis condamné à vivre seul et malheu­
reux ? Ah ! si elle savait sous quel poids succombe
mon âme ! si elle connaissait l’amertume inexpri­
mable qui me saisit quand je mesure le désert de
ma vie, lorsque je sens que je m ourrai sans avoir
connu un seul jour heureux et sans, — et c’est là
la pensée qui me tourmente le plus, — sans avoir
donné un seul jour de bonheur, elle aurait pitié
de moi aussi et elle sentirait que j ’ai presque droit
à un effort de sa part.
Pourquoi caresserait-elle l’idée de la mort? Pour­
quoi l’accélérerait-elle en s’abandonnant sans lutte
à la douleur qui la ronge? Pour moi aussi la vie
est pesante, très pesante; moi aussi, j ’éprouverais
le besoin de m ’arracher à cette fatalité que je ne
puis vaincre, et je l’aurais fait, si je n’avais pas une
mère et une foi. Y a-t-il entre elle et moi inégalité
de destinée? Suis-je peut-être moins solitaire
qu'elle? Suis-je moins fait pour aim er? Qui est le
plus puni de nous deux? Si nous nous étions ren­
contrés sur la terre, vingt ans auparavant, auraisje été moins heureux qu’elle? Aujourd’hui c’est
ainsi : je ne m ’appartiens pas, j ’appartiens à Dieu,
à mon pays, au martyre de la solitude. Je vivrai
seul, mais pour cela mon cœur ne se tait pas ; mais,
pour cela mon âme n ’a pas moins besoin de vie.
En mourant elle mè porterait un dernier coup
elle m ’anéantirait.
Dieu m ’est témoin que je donne tout ce que j e'
1 Jacques Ruffini.

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

• 191

peux ; mon âme est sœur de la sienne, et je l’ai
bien senti durant ces jours de crise douloureuse
pour elle. Tout ce que je peux, je le donne, pour­
quoi ne me donnerait-elle pas tout ce que notre des­
tinée nous perm et? Pourquoi ne serait-elle pas une
sœur pour moi et ne trouverait-elle pas quelque
douceur dans ce lien? J ’ai eu trois sœurs et je n ’en
ai plus qu’une seule ; et cette dernière m ’aime,
mais son éducation, la famille où elle est entrée,
l’éloignement où nous vivons, et la trempe de son
caractère ne lui perm ettent ni de deviner, ni d’ai­
mer ce qui se passe dans mon âme à moi. Elle
ne comprend pas la foi qui m ’anime, elle ne pé­
nètre point les mystères de ma vie morale ; elle
souffre avec moi parce que je souffre, mais non
pour la cause de mes souffrances. Elle pourrait
être la sœur qui me comprend, la sœur de l’exil
et du malheur. Qu’elle soit comme une âme à la­
quelle Dieu défend de me rendre heureux ici-bas,
mais qui sait que nous devons nous rejoindre dans
un au-delà où elle pourra me rendre heureux et
qui, en attendant, veille sur moi, pour que je ne
cesse pas d’être digne de l’autre vie. Les affections
de la terre ne représentent qu’un instant ; ce qui
naît ici-bas est un principe, une aspiration ; la
fin, si elle ne se trouve pas en ce monde, se trouve
ailleurs. Nous croyons tous deux que cette vie
n ’est qu’un voyage, un jour du grand voyage de
l’âme ; accomplissons-le avec résignation et trou­
vons l’un et l’autre une consolation dans la pen­
sée que chaque jour qui passe rapproche peut-être
les deux lignes de notre destinée dont la ren­

�192

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

contre, — sans qu’il y ait île notre faute, pour des
raisons indépendantes de nous, — ne peut avoir
lieu en ce monde.
Pourquoi désire-t-elle se séparer de moi et de
ma vie plus encore qu’elle ne l’est aujourd’hui?
Pourquoi veut-elle quitter le monde, tandis que
j ’y suis encore? Pourquoi ne pas continuer à nie
protéger par ses prières ? Elle prierait aussi au ciel
pour moi, mais je ne le saurais pas !... Dans mon
isolement, je pourrais peut-être l’oublier, renier
ma mission et m ’éloigner de ce que justem ent elle
aime en moi. Notre union ne peut être qu’une
union mystique, spirituelle ; nous sommes, il est
vrai, exilés l’un pour l’autre, mais c’est déjà beau­
coup ! — et son âme délicate doit deviner ce
qu’est pour l’exilé le sentim ent qu’il y a en ce
monde un être qui pense à lui, qui le suit de ses
vœux, qui comprend ses devoirs et prie pour qu’il
réussisse à les accomplir. Et puis la vie est courte •
même sans en hâter la marche elle fuit rapide­
ment ! Prie-la donc de vivre, d’avoir soin d’ellemême, de désirer vivre pour sa mère, pour ses
sœurs, pour toute sa famille, pour moi aussi q uj
suis son frère. Prie-la..., et ne tarde pas à m ’en
donner des nouvelles.
Un autre m alheur est arrivé. Les Ruffi n i
viennent de perdre le seul frère qui leur restait
encore. Cette mort est plus triste pour sa mère
que pour lui ! — Cette pauvre mère que tu as
connue est condamnée jusqu’à la lin à une vie de
martyre. De tous ses enfants il ne lui reste
deux fils exilés et une fille mariée ! — Dans sa

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

193

jeunesse son mari l’a rendue très malheureuse ;
puis les morts ont commencé et se sont suivies avec
une rapidité effrayante. Et elle est vieille, et bien
que sa foi religieuse lui donne la force de la rési­
gnation, je tremble pour elle et pour ses fils exilés
qui désormais n ’aiment plus qu’elle au monde.
Que Dieu lui accorde la force de résister quelques
années encore, et qu’il nous permette de lui don­
ner avant sa mort la seule consolation qu’elle soit
encore capable de ressentir : — celle de voir se
réaliser l’idée pour laquelle son Jacques est m ort !
— celle desavoir que son nom est sacré aux Ita­
liens comme celui d’un patriote dont le m artyre a
accéléré la rédemption de l’Italie. Tous les jeunes
Italiens qui ont une mère devraient penser tou­
jours à celles qui ont vu m ourir leurs fils pour la
patrie, et qui peuvent m ourir avec l’amertume de
les voir oubliés et avec le doute horrible qu’ils
soient morts pour une illusion.
Je ne puis rien encore te dire de moi, ni certi­
fier si je viendrai ou non cet automne. Comme
je l’ai écrit à Mms X ..., je le désire et je ferai tout
ce qui est possible; pourtant je ne puis rien pro­
mettre sûrem ent. J’ai mille difficultés malaisées à
^surmonter; tu les connais en partie, mais pas
toutes! Je voudrais venir et je crains de venir. La
victoire entre le désir et la crainte dépendra de
circonstances que je ne puis prévoir aujourd’hui.
Le voyage de Scipion est retardé pour le moment.
Gustave est ici, il a donné une soirée de déclama­
tion, dans le but de recueillir un peu d’argent
pour payer ses dettes et rentrer en Italie, mais il

�194

LETTRES INTIMES DE JO SEPH MAZZINI

n ’a pas réussi. Il compte rester à Londres quelques
mois encore pour tenter la fortune. Emile Mayer1
est ici également, bon toujours en toutes choses,
mais sans cet esprit d’action qui provient de la
foi et du sentiment du devoir. Il apporte de
tristes nouvelles de la Toscane. Je crois cependant
que nous devons essayer de réactiver le travail en
faveur de la Jeu n e Italie, en faveur d’elle seule.
Quand j ’aurai une occasion, je t’enverrai quelques
modifications introduites aux statuts. Il faudrait
aussi renouveler l’organisation des dépôts. L’étran­
ger est nécessaire pour l’intérieur, bien qu’inutile
en lui-même. Avec l’habitude que nous avons de
regarder au dehors, il est malheureux que les
jeunes Italiens qui voyagent en France ou ailleurs
trouvent toute vitalité à peu près éteinte dans
notre association. Le colloque dont tu me parles
serait très désirable; saisir l’occasion quelle qu’elle
soit et prêcher inébranlablement en faveur de la
Jeu n e Italie. Je voudrais t’écrire plus longuement,
mais je ne le puis. La personne qui doit porter
cette lettre à Paris va partir.
Ecris-moi et aime ton
G iuseppe .

1 Patriote livournais, d’origine allemande, frère d’Enrico Mayer
qui joua un rôle important dans l’histoire du R isorgim ento
italien.

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

195

X X V III
A M.

T hom as É m e r y ,

Lausanne
Londres,

21 juillet 1839

A mi ,

Je réponds tardivement à ta lettre du 22 juin.
J espérais t’envoyer une lettre par une occasion,
friais la personne qui devait se rendre en Suisse a
changé d’itinéraire et m ’a désappointé. Je pourrai
Peut-être te l’envoyer prochainement. En atten­
dant je t’écris sur autre chose. J ’ai reçu hier une
lettre de Mmo X..., bonne, d’un côté, par l’affection
qu elle me témoigne, mais triste de 1 autre, car,
dans une demi-ligne, sur sa fille, elle nie dit que
celle-ci continue à tousser et à maigrir. Je regrette
lu elle n’ait pas suivi le conseil du médecin et ne
Se soit pas rendue à Wisbourg. Comment peutelle supposer que, si je venais en Suisse, je n irais
Pas la chercher où elle serait? Croit-elle donc que
Je ne pense pas à elle? Et que je ne 1 aime pas
comme une sœur puisqu’il m ’est défendu de 1 aimer autrement? Dieu m’est témoin que, si je désire
Ardemment trouver moyen de faire cette course,
c est uniquement pour elle! Je sais cependant,
c°mme je te l’ai dit à plusieurs reprises, q.ue de
nous revoir ne nous fera aucun bien, qu au con­

�196

LETTRES INTIMES DE JO SEPH MAZZINI

traire nous souffrirons davantage ! Cependant, je
viendrai, mais uniquement pour elle. Pour le mo­
ment c’est impossible. Ma situation est telle que,
sans parler de quitter l’Angleterre, je ne pourrais
même sortir de la ville ! J’avais compté sur
quelques articles insérés dans différents journaux
mais ces espérances se sont évanouies. Je n’ai pas
deux schellings dans ma poche et je vis en attendant
en faisant des dettes. Je commence à me dem ander
si je parviendrai jamais à me rem ettre sur pied.
Nous dépensons par mois, en vivant très m al,
beaucoup plus que nous ne recevons de la maison.
Il y a pour nous impossibilité absolue de vivre à
Londres, mais les autres ne s’en aperçoivent pas
et comment leur ouvrir les yeux? Je ne puis donc
te dire que ceci : à peine aurai-je l’argent stricte­
m ent nécessaire pour ce voyage, je me m ettrai en
route et je ferai tout ce qui dépend de moi pour
accélérer ce moment. Je travaille, mais la revue
mensuelle qui reçoit mes articles ne les paye pas.
Elle allait m ourir; nous nous sommes offerts pour
essayer de la faire revivre, à la condition d’être
payés si nous réussissons. Je ferai d’autres travaux
pour d’autres recueils, mais mes idées que je ne
puis et ne veux changer m’en rendent l’accès diffj_
cile. De toutes façons, avant 1840, je recevrai de chez
moi une somme qui, jointe à celle que je toucherai
ici, me perm ettra, je crois, de bouger. Avant ce m o­
m ent-la je n ’ai guère d’espérances. Et à cette époque
elle sera en France chez sa sœur ! Mais la possibilité
de mon arrivée ne doit pas la détourner de ses pro­
jets ; j ’en éprouverais un véritable remords.

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

197

A peine aurai-je la somme nécessaire, je la met­
trai de côté pour le moment où il sera opportun de
s’en servir. Remercie-la des paroles dont elle t’a
chargé pour moi. Dis-lui que je la bénirai si elle
promet de prendre soin d’elle-même ; dis-lui, si
elle veut l’entendre, qu’elle m ’est infiniment plus
chère qu’elle ne le croit, et que je rêve d’elle et
pense à elle chaque jour, et que j ’ai besoin qu’elle
vive... Dis-lui tout ce que tu peux imaginer pour
moi, tu ne diras jamais plus que je ne voudrais
lui dire. Je répondrai à sa mère dans quelques
jours.
J’attends avec impatience une autre lettre de toi ;
d’abord à cause d'elle ; ensuite pour savoir si le
résultat de tes dernières entrevues avec les Italiens
dont tu me parlais a été, oui ou non, conforme à
nos croyances et si le travail qu’ils entreprendront
sera fait au nom de la Jeu n e Italie. Je le désire
vivement, car je crois le moment venu de faire de
nouvelles tentatives, et pour m a part j ’ai commencé.
J’essaie d’abord avec la Toscane et les Etats ponti­
ficaux, où il y a déjà (je parle de ces derniers, car
en Toscane on dort) des éléments organisés. Ils sont
malheureusement entachés des anciennes erreurs :
concessions, transactions et silences sur les points
vitaux. Il faut essayer de dissiper ces erreurs avant
qu’elles ne s’enracinent en s’étendant. Je ne saurai
que plus tard, dans quelques mois seulement, le
résultat de mes tentatives ; mais, en attendant, elles
servront à réveiller, partout où c’est possible, l’es­
prit de la Jeu n e Italie et à faire pressentir un rappro­
chement. Je me lance dans cette entreprise avec un

�198

LETTRES INTIMES DE JO SEPH MAZZINI

cœur mort, car je suis abandonné de tous ceux qui
autrefois m ’étaient dévoués. Je prévois pour moi
de grands chagrins; d’abord, parce que nous ne
réussirons pas, je le crains, et ensuite parce que
faire de nouvelles tentatives quand on ne sait
pas comment vivre et qu’on a son temps pris par
la nécessité d’écrire des articles pour l’Angleterre,
ressemble à du délire. Mais que Dieu nous aide et
mettons-nous en paix avec notre conscience.
J ’aurais besoin de l’adresse d’un des jeunes Piémontais que tu dois avoir vu, que Scovazzi connaît
depuis longtemps, et dont le nom de guerre est
O lgiati1. N’oublie pas de me la donner si tu peux.
Une des choses les plus importantes — et vous
l’avez peut-être concrétée — est l’organisation d’un,
système pour l’envoi de correspondances et d’im­
primés. Du reste, je te supplie d’inculquer la pru­
dence à Scovazzi ; dis-lui de laisser tranquilles les
patriotes qui sont en Italie, de ne pas m ultiplier
les lettres inutiles, etc. Ces rares amis nous seront
précieux, et il serait criminel de les perdre.
Ton ami, le jeune Procida est ici, celui qui avait
pris une charge trop lourde pour ses épaules. H
arrive d’Amérique et cherche à s’occupera Londres.
Son intelligence s’est développée littérairem ent
parlant, mais il s’est diminué politiquement. Il ne
parle ni d’association, ni de rien; il discutera pos­
sibilité que la délivrance nous vienne d’un prince
italien et autres utopies propres aux hommes posi­
tifs : spectacle douloureux! Mais peut-être devien­
1 Giuseppe Cornero, aujourd’hui sénateur du royaume d’Italie.
II occupa plusieurs préfectures importantes.

�LETTRES INTIM ES DE JOSEPH MAZZINI

199

dra-t-il sage ? Il m’a demandé de tes nouvelles et
m ’a prié de te saluer.
Emile Mayer répond ce que j ’aurais pu te dire
d’avance. Il n ’y a pas, ou du moins on ne connaît
pas en Italie d’autre établissement du genre que tu
désires, sauf celui du marquis Ridolfi à Meleto! Il
n ’accueille du reste qu’un certain nombre de per­
sonnes. J ’ignore si ce nombre est complet. Emile
sera en Toscane le mois prochain et il se met à ta
disposition pour te donner tous les renseignements
que tu voudras ou que ce monsieur voudra donner,
car il lui écrit directement à Florence.
On a traduit, je ne sais pourquoi, dans la Revue
Britannique ma première lettre sur l’Italie, en y
ajoutant une note que je n ’ai pas vue, mais qu’on
me dit très stupide. On traduira également l’autre,
je pense. La troisième paraîtra le prem ier août.
J’ai écrit aussi un article sur George Sand et un
autre sur Byron et Gœthe. La plupart des gens
déclarent qu’ils ne les comprennent pas, d’autres
leur sont hostiles; cependant quelques jeunes gens
semblent désireux d’accueillir des idées qui leur
paraissent neuves. Je sais que tu es lié avec SainteBeuve et Miçkiewicz. Que Dieu me garde des
excommunications !
Ecris-moi et crois-moi ton
G.
Sans craindre de me tromper, je suppose que,
malgré leurs bonnes intentions, les gens de Turin
n ’ont encore envoyé et n’enverront de longtemps
personne dans les autres Etats. Au contraire, il

�200

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZIN1

faudra insister pour qu’ils ne renoncent pas défi­
nitivement à cette idée. Si je parvenais à rem ettre
sous notre autorité Bologne et les autres villes pon­
tificales, un envoyé du Piémont pourrait produire
un effet miraculeux. Il serait utile alors qu’il fût
muni de nos instructions.

XXIX
A Mme X ..., Lausanne
Londres, 2 septembre 1839.
Ma

c h è r e D am e,

J’ai été bien longtemps sans vous écrire, j’en ai
du remords ; mais, croyez-le bien, si j’avais quelqu6
chose de bon à vous écrire, je ne tarderais pas tan t
à le faire. Bien souvent je prends la plume et je la
quitte découragé; cela m ’arrive avec tous ceux que
j’aime. Je voudrais tant leur donner de la joie et
des consolations et je le puis si peu. J’ai, au reste
depuis quelque temps beaucoup de travail sur les
bras: travail à peu près inutile, mais que je ne
puis repousser. J’écris ici pour le Monthly Chro
n i c l e , qui, par suite de pertes très graves, m e­
nacé de devoir cesser de paraître, s’est adressé a
quelques personnes, à moi entre autres, pour une
dernière tentative. Nous avons accepté, parce que

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

201

le directeur est un brave homme et m érite qu'on
fasse quelque chose pour lui. Puis, quant à moi,
si par nos efforts la revue pouvait regagner le ter­
rain qu’elle a perdu, elle m ’offrirait le moyen de
dire ce que je pense ou à peu près, sur mon pays
ignoré ou méconnu et sur autre chose. J ’écris donc,
sans aucun profit pour le moment, des articles que
peu de monde lit, qui ne sont du goût de per­
sonne aujourd’hui. mais qui peut-être prédisposent
quelques âmes jeunes et bien intentionnées à
recevoir dans quelque temps d’ici l’enseignement
que d’autres viendront Îeur donner. J’ai parlé de
Lamennais, qu’on ignore ; de George Sand, qu’on
exècre ; de Byron, que j’aime et qu’on traite ici
avec une véritable ingratitude; de Gœthe, que je
n’aime pas, mais que je ne crois pas devoir juger
défavorablement et avec réaction, parce que je me
trouve avoir en 1839 des croyances plus saines et
plus avancées que les siennes. Il m’était venu
l’idée de vous transcrire les quelques pages que
j ’ai tracées sur ces deux hommes; et je le ferais
si je pouvais croire que cela vous ferait plaisir.
Mais le français en est pitoyable, car il me faut
écrire de façon à ce que la traduction anglaise
soit facile à faire. J ’ai aussi écrit quatre lettres
sur 1’Italie : ce sont celles que la Revue B ritannique a commencé à retraduire pour son compte.
Je ne l’ai pas vue ; mais, quel que soit le mauvais
effet inhérent à une « retraduction », je serais
charmé qu’elles puissent tomber sous vos yeux,
car tout ce que j’y ai dit est mal dit, mais vrai, et
la quatrième lettre surtout vous intéresserait. J’y

�202

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

parle de nos m artyrs de 1833 et de la Jeu n e Italie.
Je pense qu’il ne vous serait pas difficile de trou­
ver la Revue Britannique à Lausanne.
Quant aux pages sur Miçkiewicz, elles ne mé­
ritent pas qu’on en parle ; ce n ’est rien du tout.
J ’ai dit pourtant en une ligne Ce que vous en pen­
sez tet ce que j ’en pense. J’admire cet homme, je
ne connais pas en ce moment de poète en Europe
qui s’élève aussi haut que lui, mais sa route est
faussée. H pouvait être le poète précurseur, et il
n’est que le poète des grandes ruines. L’avenir ne
relèvera pas plus de lui que de l’école catho­
lique. Ces gens-là — je parle des philosophes et
non du poète — ne s’aperçoivent pas que tous
leurs travaux d’analyse sur le christianism e
achèvent de le tuer. Je dis le tuer comme foi dans
sa partie dogmatique, car comme morale il nous
est conquis et restera; seulement quelque chose
s’y superposera.
J ’ai travaillé et je travaille aussi pour quelques
revues trim estrielles ; j’y ai donné des apprécia­
tions sur Victor Hugo et sur Lamennais, e t quelques
articles sur des sujets italiens.
Tout cela est ennuyeux et ne mène à rien. J ’en
serais honteux, si la nécessité ne m’y forçait pas.
Je sens le temps s’enfuir; je sais que ma vie ne
sera pas longue, et il me paraît aujourd’hui qu’elle
a été très mal employée. Mon bonheur n’est pas
en cause; je n ’étais pas né pour en avoir, mais j e
n’ai fait le bonheur de personne, et je n ’ai presque
rien fait pour mon pays. Si vous saviez avec quel]e
am ertum e je considère quelquefois toute mon exis­

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

203

tence passée ! Si vous saviez avec quelle douleur
profonde j ’ai pleuré il y a quelque temps en rêve,
— je devrais dire en réalité, car je me suis éveillé
tout en larmes — sur ma mort qui devait avoir
lieu le jour suivant, uniquem ent parce que je trou­
vais ma vie inutile ! Il y a eu, je m’en aperçois
aujourd’hui, une immense disproportion entre mes
conceptions et mes moyens de réalisation. Je n ’ai
pu ni fraterniser avec le monde, ni le transform er;
ni jouir du beau existant, ni créer, en lui donnant
un corps, celui dont le type se trouve dans mon
âme ; ni faire servir à quelque chose mon sacri­
fice. A quoi a servi, dites-le-moi, mon existence ?
Ai-je fait un seul être heureux dans le monde?
Ai-je donné un seul jour de bonheur à une créature
vivante ? Ai-je réalisé le moindre, le dernier des
rêves que j ’ai formés pour ma pairie ? Je n’ai rien
fait ! Cette pensée me poursuit, car enfin je suis
homme, et il faut à l'homme ou la conscience du
bonheur d’autrui par son œuvre, ou de l'utilité du
dévouement. Je n’ai ni l'une ni l’autre: et ce sen­
timent mine aujourd’hui les forces qui me restent,
et me menace d’un affaissement coupable et im­
moral. Je vous le dis comme je le dirais à ma mère,
si ma pauvre mère pouvait en ceci me comprendre.
Priez pour moi, et faites prier pour moi, pour que
cette tentation s’éloigne, pour qu’avant de m ourir
je sois bon à quelque chose.
Vous voyez que je donne carrière à ma plume,
et que je me confesse à vous comme à quelqu’un
en qui on a une confiance sans bornes. Cette pen­
sée m ’est venue et je l’ai écrite. Peut-être ai-je

�204

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZ1NI

m al fait ; mais que cela vous prouve au moins qu’une
lettre à vous tient lieu en quelque chose d’une
causerie intime. Il n’est que trop vrai, depuis sur­
tout mon départ de la Suisse je lutte contre un
découragement que toutes mes relations sociales
et individuelles contribuent à augmenter. Car, je
le sens, le m alheur de tout ce qui m ’intéresse, de
tout ce qui s’intéresse à moi entre en ceci pour
les deux tiers. Je n’ai jamais aspiré au bonheur,
depuis bien longtemps j ’ai regardé ma vie en face
dans toute sa nudité et son isolement; je l’a i accep­
tée telle qu’elle est, telle qu’elle doit être; m ais
si tous ceux que j ’aime pouvaient trouver, sinon le
bonheur, du moins le calme, je sens que je la
trouverais assez belle encore.
Ceci me ramène à vous, Madame, dont je ne sais
plus rien depuis le l or août, date de la dernière
lettre d’Emery. Qui sait comment vont les choses
chez vous ! Veuillez me dire quelques mots ou
prier Emery de le faire pour vous, sur votre santé
et sur celle de Mlle Madeleine, Tout long silence
me fait trem bler. Sur moi-même que puis-je vo u s
dire ? Déçu dans mon espoir de vous rendre visite
ce mois-ci, comme je l’avais cru un instant, j e
ferai tout ce qu’humainement 011 peut faire p o u r
réaliser ma course dans l’hiver. Je crois absolu­
ment que je le pourrai ; mais ce n ’est qu’aux p re­
miers jours de janvier qu'il me sera possible de
vous en donner l’assurance positive et de vous
indiquer l’époque précise.
Nos lettres arriveront peut-être trop tard ; m ais
je dois vous dire que nous avons écrit, A ugustin

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MA 7.ZI NI

205

et moi, pour qu’un ami qui était sur le point de
venir d’Italie en Suisse se présentât en notre nom
chez vous. Je ne connais pas personnellement ce
jeune homme ; mais Augustin a été intimement lié
avec lui, et moi je sais qu’il est son ami, qu’il est
bon, dévoué, et qu’il sympathise avec moi. Il m ’a
paru qu’à tous ces titres j ’étais autorisé à satis­
faire aux désirs qu’il avait de connaître les per­
sonnes que nous aimons le mieux et qui nous
aiment le mieux en Suisse. Je lui ai donc envoyé
votre adresse ; et si elle lui parvient à temps, vous
voudrez bien l’accueillir, et lui faire aussi connaître
Émery. Il est né en Piémont et s’appelle Rosazza;
il n’est pas exilé et rentrera dans son pays après
avoir vu la Suisse.
Je vous ai parlé de découragement ; n ’allez pas
croire qu’il inllue sur mes actions ou sur mes
croyances ; mais il influe sur la force de mes
actions: j ’agis, je m’occupe même très activement
par suite de quelques circonstances et de beau­
coup de réflexions qui m’ont paru m’en imposer
le devoir, de rappeler à la vie active et à la force la
Jeune Italie. Depuis un mois à peu près j’ai résolu
de me vouer corps et âme une seconde fois à nos
travaux, qui avaient presque cessé aujourd’hui.
Mais c’est plutôt par un froid sentiment du devoir
que par l’enthousiasme qui présida à mes premières
tentatives. J ’avais alors foi dans la jeune génération
italienne et en moi; aujourd’hui je n’ai foi qu’en
Dieu et dans la justice de notre cause. De plus, si
vous exceptez Emery et quelques autres ici, à
l’étranger je suis seul. Cette inaction, au reste, dans

�206

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

laquelle la. Jeu n e Italie était à peu près tombée éta it
une faute grave : car, lors môme que tout espoir
de réussite serait pour le moment actuel interdit,
l’agitation aurait au moins empêché l’am nistie
autrichienne et maintenu chez nous ce systèm e
de terreur qui peut seul enfanter la réaction.
Emery ne m ’a pas dit grand’chose sur Miçkiewicz,
ni sur la connaissance qu’il a faite de M. SainteBeuve ; vous savez bien que je suis prophète.
Veuillez lui dire que je lui écrirai dans deux ou
trois jours.
Ma vie ici se passe comme toujours. Je sors le
moins possible de chez moi. Nous n’avons eu qUe
trois jours d’été; il pleut, il fait froid, il fait du vent
La seule émotion que j ’aie éprouvée depuis m a
dernière lettre a été une émotion de souvenir. J ’a j
rêvé un instant la Suisse, vous tous, les lacs, m es
Alpes, les vergiss-mein-nicht, tout ce que j’aim e
en écoutant la symphonie de Guillaume Tell ¿g
Rossini, morceau qui n’a rien de commun avec sa
manière habituelle et auquel je ne connais rien d e
comparable si ce n ’est le début du Wilhelm T ell
de Schiller.
Adieu, Madame, écrivez-moi ; soyez forte
résignée et croyez à. l’amitié profonde de
J o seph .

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

201

XXX
A M.

T h o m a s É m e r y , Lausanne
Londres, 14 septembre 1839.

C her

A.,

J’ai reçu ta lettre du 6. Pardonne-moi mon long
silence. J ’ai été tellem ent pris par le cou, si acca­
blé de besogne que j ’ai différé d’écrire jusqu’à pré­
sent. Plusieurs jours avant de recevoir ta lettre
j'avais écrit à Mme X... Je vous récrirai à tous deux
prochainement. Je savais qu 'elle devait partir
d’après une lettre que Stolzmann a reçue, mais, ni
dans cette lettre, ni dans la tienne je ne trouve de
nouvelles positives de la santé de Madeleine. Tu
y fais cependant quelques allusions très tristes.
Prévoyant la possibilité de son départ j’ai dit à
Mmo X ..., que s i — comme je l’espérais — je pou­
vais réaliser mon projet, je l’en aviserais quinze ou
vingt jours à l’avance. Mais c’est un mois d’avance
que je vous en avertirai, de façon à ce que, sans
anticiper hâtivem ent son retour, — ce qui pour­
rait diminuer le bien que lui aura fait le change­
ment d’air, — elle soit informée à temps du mom ent de m on arrivée. Quant au projet en lui-même,
je te dis et te le répète que le seul obstacle est le
manque absolu d’argent, je dis absolu. En faisant
allusion, comme tu le fais avec une certaine amer­

�208

LETTRES INTIMES DE JO SEPH MAZZINI

tum e, aux espérances évanouies, tu ajoutes sim ple­
ment une douleur à une autre douleur.
Tout en sachant que les résultats de cette
course seront plus mauvais que bons, je l’aurais
déjà faite dix fois plutôt qu’une, je te prie de le
croire. Je ne connaîtrai mon sort que les prem iers
jours de janvier et je ne pourrai rien décider et
rien écrire avant ce moment-là. Il ne faut donc pas
qu’elle se mette en voyage pendant ce mois si ii„
goureux ; elle doit rester là-bas, tant que de L au­
sanne on ne l’aura pas informée de mes intentions
et elle doit être persuadée que je ferai tout ce qui
dépend de moi pour rem plir ma promesse.
Je ne puis t’écrire aujourd’hui comme je le vou­
drais ; je suis forcé de profiter de l’occasion pour
Paris. Mais dans peu de jours je te récrirai ainsi
qu’à Mmo X... Merci de l’adresse. Je t’envoie u n
exemplaire des instructions qui circulent m ainte­
nant parmi les nôtres, afin qu’il y ait conform ité
partout. Je regretterai ton départ de la Suisse
car dans la partie française je ne sais à qui me fier
— sauf à toi — sans exception aucune. Cependant
si cela doit faciliter ta vie, fais-le. En France égale­
m ent tu pourras être utile. Je regretterai ton départ
pour elle aussi. Ta présence et l’affection que tu
lui témoignes et que tu as pour toute la fam ille
sont un appui pour elle. Adieu, je t’embrasse à Ia
hâte. Crois-moi toujours ton
G io seppe .

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

209

XXXI
A M"ie X ..., Lausanne
Londres, 31 octobre 1839.
M adam e,

Encore un m alheur1pour vous qui mériteriez de
n ’en éprouver jamais ! C’est Emery qui me l’ap­
prend et qui me dit la mortelle inquiétude et la
douleur dans laquelle cet accident vous a jetés
tous. Je n'avais pas besoin de l’apprendre pour le
savoir, car, à part môme la gravité de l’accident
et les conséquences qu’il pouvait avoir, je sais que
toute douleur est double, triple pour vous ; elle se
complique de tout le passé, car il y a des blessures
qui ne se cicatrisent jam ais, et dont le mal se res­
sent vivement toutes les fois qu’un nouveau coup
vient les irriter. Je sais tout cela et ce que vous
devez avoir souffert, et tout ce que vous devez
souffrir encore. Dieu m erci, celle-ci au moins
n ’est pas une souffrance dénuée de consolation. La
convalescence de votre fils sera longue peut-être,
mais au moins est-elle assurée, — vous éprouverez
donc aussi, je l’espère, la joie de vous le voir
rendu ; — je dis rendu, car il pouvait périr ou se
voir condamné à vivre d’une vie pénible pendant
1 Un accident de voiture où faillit périr le fils unique deM ”’X...
14

�210

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

toutes les années à venir. Je sais que je ne pour­
rais rien à ce que vous éprouvez ; je ne pourrais
aujourd’hui que lui prêter quelques soins avec
vous ; mais j ’ai éprouvé ce que j ’éprouve à chaque
m alheur qui tombe sur ceux que j aime, l’am er­
tum e de la pauvreté ; car, si j ’avais eu à ma dispo­
sition la centième partie des moyens que tant de
jeunes éventés dépensent pour de folles courses
sans but, j ’aurais pris la poste et je serais accouru
auprès de vous. Mais ma position a changé depuis
quelque temps ; peut-être ne sera-ce pas pour tou­
jours, mais je n’ai pas aujourd’hui une im pulsion
du cœur que je puisse suivre, pas un désir que je
puisse accomplir. Acceptez ce désir ; je n’ai rien de
plus à vous offrir. Faites accepter aussi, je vous en
prie, l’expression sincère de mon chagrin pour ce
qu’il a souffert et de ma joie pour ce qu’il a été
sauvé à M. X... Mon Dieu, que ne doit-il pas avoir
éprouvé sur ce chemin de Vevey ! J ’aurais trem blé
plus encore, je l'avoue, car certes vous avez eu
la même pensée, si MUo Madeleine avait été auprès
de vous. Dans son état actuel de faiblesse physique
une telle secousse aurait pu lui faire un mal irré ­
parable. Aujourd’hui, car je n ’imagine pas qlle
vous vouliez ou puissiez le lui tenir caché, elle a p ­
prendra en même temps l’accident et l’éloignenient
du danger. Que cette pensée aussi vous console •
car la douleur qui lui est épargnée vous est épar
gnée. Je vous remercie de votre lettre du 5, et des
reproches que vous m'y faites avec tant d’affection
pour mon long silence, reproches que je mérite
et que je vous promets de ne plus m ériter désor­

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

211

mais. L ’état de spleen — pardonnez-moi d’em­
prunter un seul mot à l’Angleterre — dans lequel
je me trouve assez souvent, ne doit pas m ’empêcher
d’écrire à ceux que j’aime ; il doit me pousser vers
eux, car c’est bien uniquement dans leur parole
que je peux trouver de la force et de la foi pour
m’y soustraire. Si je viendrai ! Oui, je viendrai ;
j’en ai l’intention bien arrêtée et j ’espère ne pas
trouver d’obstacles sérieux à sa réalisation. Quand
je parle d’obstacles, vous comprenez bien, je pense,
que je ne fais pas entrer en ligne de compte les
difficultés éventuelles que je pourrai rencontrer
sur ma route. C’est autre chose que j'entends. Je
ne viendrai pas avant la fin de mars, mais je vien­
drai. Ce sera une courte visite, je le sais et vous le
dis d’avance; car mon temps sera compté, et il me
faudra m ’y résigner; mais ces quelques jours nous
donneront, je l’espère, la force pour en attendre
d’autres.
Je ne sais rien, ou du moins je n ’ai rien lu con­
cernant la sœur Em m erich. Toutes ces prétendues
manifestations d’une foi qui ne produit plus aucune
action dans les masses, qui ne fait plus rien pour
les millions d’opprimés de l’espèce humaine, me
font mal ; et c’est avec une véritable douleur que
je vois tant d’intelligences qui pourraient se vouer
à des œuvres de vie, se perdre en des choses d’où
rien ne peut plus tirer que la mort et l’infécondité
de la mort. Mon Dieu! que de miracles, que de
thaumaturges, ne comptait pas le paganisme expi­
rant ! Quant au duc de Normandie dont le livre
m ’est tombé sous la main, il n ’y a rien à dire. Si

�212

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

vous connaissez sa vie, vous savez que c’est
l’œuvre d’un fou. Emery me parle d’Albera comme
d’un de ses adeptes ; ce qui me prouve la vérité
du vers de Boileau :
Un sot trouve toujours un plus sot qui l’admire.
J ’ai lu l’ouvrage de Quinet dont vous me parlez.
J ’ai beaucoup sympathisé avec cet écrivain, homme
d’un talent incontestable, et de vues extrêm ement
larges et fécondes; mais ses derniers écrits, l’ar­
ticle sur Strauss surtout, m ’ont paru indiquer une
tendance rétrograde. Je compte vous reparler de
tout cela sous peu; je ne le peux à présent, car il
me faut envoyer ma lettre. Veuillez m ’écrire,
Madame, et donnez-moi des nouvelles de votre
fils, de M118 Madeleine et de votre projet de course.
Croyez toujours, je vous en prie, à l’affection
inaltérable et au dévouement de votre ami
J o seph .

X X X II
A Mm8 X ..., Lausanne
Londres, 22 décembre 1839.
M adam e,

Vous voyez que je ne vous fais pas attendre
une réponse à votre lettre du 14. Elle m ’a tiré

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

213

d ’une grande inquiétude au sujet de votre fils. Je
craignais que la chose eût mal tourné, et je n’osais
pas écrire. Il est guéri, Dieu soit loué ! Jouissezen et ne vous tourmentez pas pour l’avenir : les
deux accidents de l’année qui va finir constituent
une probabilité de plus pour celle qui va suivre.
Puisse-t-elle couler douce et paisible pour vous et
pour toute votre famille. Puisse la santé de
Mlle Madeleine se rafferm ir! Puissé-je voir s’exaucer la dixième partie des vœux que je fais pour
vous. Peut-être, l’année 1840 se passera-t-elle
dans la stagnation de celle qui l’a devancée. Et,
cependant, quelque chose dans le cœur me dit le
contraire ; quelque chose me dit que nous serons
appelés à témoigner de nos croyances à la face
des peuples. Mais, si nous devons trouver encore
en nous des forces pour rentrer dans l’arène, il
nous faut du calme dans l’âme pour ceux que nous
aimons : il nous faut des anges qui prient pour
nous ; il ne faut pas que des terreurs individuelles
viennent nous ravir ce peu d’énergie qui nous
reste encore. Puissiez-vous donc être bien calmes
et paisibles, vous tous que nous aimons et qui
nous aimez ! Vous serez, je l’espère, contents de
nous.
Votre solitude vous pèse ; je le conçois. Vous
allez bientôt partir pour la France et rejoindre
vos filles ; c’est bien ; mais ne hâtez pas trop
votre retour en Suisse. S’il est vrai que la santé
de Mlle Madeleine s’améliore à Roanne, tâchez, au
nom de Dieu, qu’elle y reste le plus longtemps
possible. Ceci est im portant; songez-y bien. Vous

�214

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

pouvez rester plus longtemps auprès d’elle en
France ; ce sera tant mieux si vous le faites. Mais
dussiez-vous en être empêchée, vous êtes mère
assez dévouée pour supporter l’absence, quand
un si grand espoir s’y rattache. Dois-je le dire ?
Le départ de Mlle Madeleine et de Mlle Elisa m ’a
paru prém aturé ; et le retour dans le mois pro­
chain ou même en février, me le paraîtrait encore
plus. Réfléchissez-y bien en famille, et pardonnez
à mon affection sincère la hardiesse avec laquelle
je viens, sans en être requis, apporter mon vote.
Recevez-moi sans réagir comme un fils, comme
un frère et laissez-moi vous rappeler que c’était
pour lui éviter la rigueur de l’hiver que vous
avez décidé le départ de M1'0 Madeleine pour la
France. Or, l’hiver n ’est pas seulement décembre
et janvier; c’est février; c’est, à Lausanne sur­
tout, vous savez cela mieux que moi, mars qui est
rigoureux. Songez-y. S’il est vrai que son séjour
actuel profite à sa santé, bénissez son éloigne­
ment, et ne faites pas les choses à demi. Si elle
pouvait vous revenir dans un état à ne plus vous
donner le moindre sujet d’inquiétude ! Calculez
un peu. Cette lettre vous parviendra en janvier,
février est un mois si court! Vous partiriez vers
la fin ; vous resteriez un mois en France, et vous
reviendriez avec elle a la fin de mars à Lausanne.
Alors le froid s’en va pour ne plus revenir ; le
souffle du printemps ride seul votre lac. E t un
beau jour, en avril, un bateau le sillonnerait,
vous amenant pour quelques jours un ami ; un
ami triste, pâle et sévère, mais dont la physiono­

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

21b

mie se dériderait bien par le plus beau sourire
qu’il lui soit donné de former, — 'ce qui n’est pas
dire grand’chose, j ’en conviens de bon gré, — s’il
pouvait, en entrant, voir la santé sur tous les
visages. A présent j ’ai dit ; ne vous fâchez pas,
ne m ’appelez pas un intrus et songez que toute
cette hardiesse me vient de cœur.
J'ai parlé de la visite amicale en avril ; n ’allez
pas croire que ceci est le commencement d’une
série de renvois. Non, en vérité ! mais un retard
d’environ une quinzaine de jours sur mon pi’emier projet est inévitable par suite d’affaires, et
j ’ai voulu vou§ dire ceci aujourd’hui déjà, pour ne
pas en parler plus tard.
Je trouverai la Suisse bien changée, dites-vous.
Hélas ! je vois bien d’ici ce qui en est : cela malgré
le Tessin et L uini1. Politiquement parlant il n'y
avait, quand je suis parti, qu’une seule question
importante pour vous. C’était la question natio­
nale ; le changement du pacte, la constituante ;
et c’est avec chagrin que j’ai vu cette question
s’effacer peu à peu. Le reste a peu d’importance
pour la Suisse : il n ’en a aucune pour l’Europe
tant que vous n ’existez pas comme nation, qu’êtesvous, que pouvez-vous faire dans la grande cause
de l’humanité ! Je tâcherai donc, pendant le peu
de jours que je pourrai vous donner, de regarder
le moins possible la Suisse politique ; je n'en
attends rien. C’est la Suisse physique que je veux
revoir; c’est l’air de vos lacs et de vos m ontagnes
1 Patriote tessinois.

�216

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

que je viens chercher ; c’est un peu de force que
je viens lui demander — et plus qu'à lui à l’am i­
tié — pour supporter pendant quelque tem ps
encore l’atmosphère enfumée de Londres.
Quant à la question religieuse laissez-la s’agi­
ter : laissez s’agiter le catholicisme et le protes­
tantisme. Voulez-vous que deux grandes, — les
plus grandes jusqu’ici, — manifestations de l’in­
telligence humaine dans la sphère religieuse s’en
aillent sans secousse ? Elles ne s’en iront pas
moins ; elles n ’ont plus rien à nous donner, si ce
n ’est, aujourd’hui que leur mission est rem plie,
de l’absolutisme ou de l’individualisme. Or, nous
avons assez de l’un et de l’autre. Mais ne soyez
pas impie pour cela; le voltairianisme, lui aussi, a
passé; nous marchons vers la foi. Je voudrais bien
voir que l’humanité ne sût pas trouver son chem in
sans l’empereur ou le pape.
J’ai parcouru le Christ, devant le siècle il y a
quelque temps, ce n ’est rien, comme vous l’aurez
vu à l’heure qu’il est. Je n ’ai pas encore vu l’ar­
ticle de Mme Sand sur Miçkiewicz, je n ’ai pas m êm e
lu la brochure de Lamennais ; je la lirai sous
peu; mais je n ’aime pas à le voir prêter l’appui de
sa voix et de son nom à ce qu’on appelle réform e
électorale en France. Je crois le projet faux, audessous de nos croyances et dangereux pour l’ave­
nir de la France.
Stolzmann vous adresse bien des souhaits pour
la nouvelle année ; il attend votre lettre avec im ­
patience. Veuillez dire à Emery que je lui écrirai
dans peu de jours. Rappelez-moi au souvenir de

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

217

M. X ..., et croyez toujours à ma sincère et vive
affection.
Votre d é v o u é
J oseph.
XXXIII
A M.

T hom as É m er y ,

Lausanne

Londres, 30 décembre 1839.

A.,
D’après ce que j ’ai écrit il y a quelques jours à
Mme X..., tu auras compris que j ’avais reçu ta
dernière lettre. Je n ’ai pas encore écrit à Turin,
j ’écrirai jeudi ; peut-être ai-je eu tort, mais je
n ’aurais pu dire que des choses inutiles. J’ai pro­
mis d’agir et je persiste dans m a résolution, mais
dès les premiers jours je me suis heurté à tous les
obstacles imaginables ; parm i les difficultés qui
ont surgi, une, entre autres, m ’a été très douloureuse et tu sentiras comme moi à ce sujeT. Il
s’agit d’une scission avec une partie des nôtres.
Nicola Fabrizi est à la tête de ce groupe. Re­
poussés, disent-ils, des points de l’intérieur avec
lesquels ils avaient relié N aples, c’est-à-dire la
Sicile et un ou deux points dos Etats Pontificaux,
ils o n t, par un sentim ent de répugnance mal
défini envers la Jeu n e Italie, fondé une société
sous le nom de Légion Italique qui ne professe
aucun corps de doctrine, qui garde le silence sur les
C her

�218

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

conditions les plus vitales de notre Risorgimento
et qui consiste en une organisation compliquée,
m inutieuse, dans le goût des vieux apofasimeni
m ilitaires ; ce sont les éternelles utopies irréali­
sables : tous les membres de la Société doivent être
soldats et guerroyer sur les montagnes, etc. etc.
Selon eux l’insurrection ne doit pas être soutenue
par les bandes, mais faites par elles. Il est inutile
de penser aux villes, de provoquer des soulève­
m ents...... il suffit de grim per un beau jour sur les
montagnes et d’agir. Ce que l’Italie, — en raison
des répugnances dont nous n ’avons eu que trop
de preuves, — n ’a pu faire lorsqu’elle était excitée
par l’enthousiasme d’une insurrection générale,
ils le demandent à l'Italie refroidie, inerte d’au­
jourd’hui ! — Ils ne réussiront pas, mais en atten­
dant ils nous démembrent, ils nous rendent tou­
jours plus im puissants; sans s’en apèrcevoir, ils
répandent en Italie, par la m ultiplicité des socié­
tés , des germes de fédéralisme ; ils rom pent
l’unité... J’ai écrit cela et autre chose à Nicola ; il
répond aux accusations d’apostasie en se mon­
trant très fermement attaché aux principes de la
Jeu n e Italie et en jurant de les faire triom pher
en toute occasion ; mais il soutient que la Jeu n e
Italie doit représenter un corps de doctrine et le
répandre, et non s’occuper de conspiration, d’ac­
tion ou choses semblables.’ Tout ce qui regarde
l’action doit être laissé à la Légion Italique. C’est,
en un mot, le système des castes indiennes appli­
qué à notre œuvre. J’ai eu une entrevue avec son
frère Paul ; j ’ai écrit et récrit à Nicola, mais en

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

219

vain jusqu’ici. J ’attends m aintenant une réponse
à mon dernier ultim atum , mais j ’en prévois la
teneur, et elle ne sera pas telle que nous la vou­
drions. Cette scission est pernicieuse au dedans
et au dehors. Nicola a été dernièrement en Corse
et à Marseille, il y a prêché ses idées sur l’im ­
possibilité où est la Jeu n e Italie de rentrer dans
l’action. Plusieurs des nôtres m ’ont déjà écrit en
m ’insinuant qu’il faudrait essayer un rapproche­
ment. J ’ai voulu t’écrire à ce sujet afin de te mettre
en mesure de régler ta conduite si quelqu’un te
parlait de la chose, et afin de savoir aussi ce que
tu en penses. Je continue à m ’en occuper et te
tiendrai au courant.
Je trouve que ces années de repos, au lieu d’as­
soupir les dissentiments, les ont en général exas­
pérés. A Marseille, à Paris et ailleurs la haine des
vieux diplomates, etc., contre la Jeu n e Italie touche
aux extrêmes. A Marseille, il y a presque eu des
voies de fait entre Frédéric Cam pi1, qu’on suppo­
sait chargé d’une mission de la Jeu n e Italie, et
Zaccheroni, Petrucci et autres.
Si tu savais quel incendie a été allumé par une
troisième lettre sur les choses italiennes ! On a
écrit tant de lettres à ce sujet à la Revue Britan­
nique que le directeur, ne sachant où donner de
la tête, a promis de publier une réclamation de
M am iani2 et de ne pas insérer une quatrième
1 Patriote italien.
• a Le comte Terenzio Mam ia n i della Rovere , philosophe et
homme politique italien. 11 prit part aux mouvements de 1831 et,
forcé de s’expatrier, se réfugia à Paris où il forma un comité de

�220

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

lettre. Je ne me souciais pas des trois prem ières;
mais, puisqu’ils ont voulu les publier, je tiens à ce
qu’on publie aussi la quatrième, car j ’y parle de la
Jeu n e Italie , et elle peut servir à ranim er le mouve­
ment. J ’ai donc insisté auprès du directeur — en
lui envoyant mes quelques lignes de réponse à
Mamiani qui m ’a écrit aussi — pour qu’il insère la
quatrième lettre, mais il ne m ’a pas répondu encore
et je ne sais que faire. À propos, à quoi fais-tu allu­
sion quand tu parles de phrases qui me font paraître
trop jeune ? Je vieillis d’années, mais d’années
seulement, et j'aurais des remords pour ce qu’il y
a de vieux dans la forme de mes lettres, si je ne
les avais pas écrites pour des Anglais.
Il est nécessaire aussi de soigner Immigration,
non pour elle-même, mais pour l’écho im portant
qu’elle a. M alheureusement en Italie on regarde
à l’étranger, et il faut qu’on nous trouve forts ; il
faut que les nombreux Italiens qui voyagent trou­
vent la Jeu n e Italie partout. Il est indispensable
également que nos adversaires concluent — d’après
l’agitation qui se manifeste dans l'ém igration— que
nous méditons quelque chose. Ce sont de petites
âmes, et leurs exagérations nous feront du bien.
Il faut au moyen de la presse étrangère, favorable
ou hostile, ram ener l’attention sur la Jeu n e Italie
comme sur la seule association active capable de
préparer l’avenir de l’Italie. Il faut faire croire que
nous sommes forts, afin de le devenir.
propagande. Rentré en Italie, il fut ministre de Pie IX en 1848.
Sa philosophie est un compromis entre la raison et le sentim ent
la science et la religion.
/

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

221

Ne dédaigne donc pas, je te prie, les affiliations
individuelles. Tu possèdes les instructions géné­
rales ; fais en sorte que, s'il y a en Suisse quelques
personnes, même en petit nombre, qui soient ou
veulent être des nôtres, elles régularisent leur
position, en se soum ettant aux conditions de l’asso­
ciation. Elles doivent avoir la foi et le courage de
la foi, être Jeu n e Italie , et le déclarer à tous les
Italiens qu’elles rencontrent. Procure-toi les noms.
Il est nécessaire de savoir exactement quels sont
les nôtres et combien ils sont. Si tu as besoin de
fonds pour les villes françaises où résident des Ita­
liens, fais-en usage. Si pour la presse périodique
française et suisse il te faut des idées, trouves-en.
Faites la guerre, une guerre acharnée à nos hommes
de 1821 et de 1831 — je parle des hommes qui par­
tagent ces principes. Il n'y a aucune espérance de
les voir se joindre à nous ou servira quelque chose.
Puis, lorsque nous aurons formé un groupe des
nôtres, nous descendrons vers le peuple; c’est une
chose que nous n’avons pas fait encore et que nous
ferons. Nous traduirons nos instructions en for­
mules plus simples et nous commencerons ce tra­
vail d’initiation parmi les nombreux ouvriers ita­
liens qui se trouvent en France, en Belgique, en
Angleterre, etc. Nous élèverons jusqu’à nous les
hommes dont nous avons le plus besoin et pour
lesquels nous travaillons. Nous commencerons
bientôt à Londres ...........................................................
(Le premier feuillet de la lettre finit ici, le
second manque).

�222

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

XXXIV
A Mme X..., Lausanne
Londres, 25 avril 1840.
M adam e,

Et moi aussi j’ai été bien négligent, mais j ’ai
été pendant ces derniers temps harassé de fatigue
et d’inquiétudes. Ayant décidé de raviver d’abord
notre Jeu n e Italie et de préparer le terrain pour
essayer aussi quelque chose pour l’unification du
parti démocratique, si tant est qu’on puisse, avec
les éléments actuels, y parvenir, j ’ai eu et j ’ai en­
core une foule de petits travaux sur les bras, insi­
gnifiants en eux-mêmes, mais pouvant par leur
ensemble mener à quelque chose. Ensuite, m es
amis ont perdu leur frère, et nous avons tous été
jusqu’à ce jour extrêmem ent inquiets pour 1&amp;
mère, que nous aimons tous comme une sainte.
Enfin, je respire et vous écris. J ’ai reçu votre
lettre, tout étonné de ne pas en avoir reçu de la
France. Je me suis creusé la tête pour deviner la
cause de votre silence, sans y réussir ; vous m e
raconterez cela un jour. J ’espère recevoir bientôt
soit de vous, soit d’Emery, d'autres nouvelles plus,
rassurantes sur votre Amédée l. J’accepte avec une;
bien sincère et bien vive joie celles que vous m e
1 Petit-fils de Mme X...

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

223

donnez de MIIe Madeleine ; puisse l’amélioration
que le séjour de France paraît avoir produit dans
sa santé se m aintenir et s’affermir de plus en plus!
Je comptais bien réaliser ma pensée et m ’assurer
par mes yeux de votre état à tous à peu près à
l’époque de votre lettre ; mais il m ’a fallu et il me
faut encore retarder l’accomplissement de ce vœu.
Ne croyez pourtant pas à une déception ; non, je
suis absolument décidé comme toujours et je vous
verrai cette année. Mais, d’un côté, l’établissement
de notre association ici, ensuite la m ort du père
de mes amis a fait naître un projet, qu’il est de
mon devoir de réaliser si possible. Ce serait un
voyage de la pauvre m ère1 en France et une entre­
vue avec ses enfants. Je les connais et je la connais,
et je sais qu'un mois à passer avec eux serait pour
elle une de ces consolations qu’on ne peint pas par
des mots ; et, quant à eux, il y aurait du bonheur, un
devoir à accomplir, et peut-être une amélioration
morale à recevoir. Or, i\e fût-ce que pour un jour,
à la veille de leur séparation, il me faudrait aussi la
voir ; il ne peut même en être autrement. Cependant,
il me serait tout à fait impossible, par suite du
manque de moyens pécuniaires, et très probable­
ment aussi par suite des difficultés qui renaîtront
pour moi, dès que nos affaires auront repris de l’acti­
vité, de faire deux fois une course dans cette année.
Il me faut donc attendre pour tâcher de pousser à
la réalisation de l’entrevue entre mes amis et leur
mère, et profiter de leur course pour accomplir la
1 La mère des Ruffini.

�224

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

mienne. Or, ce projet à eux s’accomplira, je n’en
doute pas ; il s’accomplira cette année ; il s’ac­
complirait imm édiatement s’il ne fallait pas réunir
quelques moyens pour tout cela ; car nous sommes
aujourd’hui assez pauvres, Madame. Soyez donc
patiente ; je viendrai. Quant à la longueur de m a
visite, hélas! ce ne sera pas ce que je voudrais;
mais il est inutile d’en parler aujourd’hui.
Emery doit être furieux contre moi à cause de
mon silence ; calmez-le ; je vais lui écrire. Outre
les causes que je vous ai indiquées, il y a encore
pour me justifier l’incertitude dans laquelle j’étais,
avant la mort du père de mes amis, sur le m om ent
où je pourrais accomplir mon projet. Je tenais à le
lui indiquer dans ma première lettre.
Frignani, l’auteur du livre dont vous me parlez,
est un assez brave homme, sans pourtant qu’il y
ait quelque chose de bien rem arquable dans son
caractère. Son rôle dans les prisons a été bien joué
et exige de la force ; mais c’est pour se sauver qu’il
l’a déployée. Je n ’entends pas, Dieu m ’en garde,
lui en faire un crime, mais elle perd de son m érite.
Vous me parlez d’écrire: ce n’est qu’à m on
corps défendant que je le ferai ; mais sans joie et
sans enthousiasme. Ce sont des livres en action
qu’il nous faut; et, quant à moi, il n’y a plus que
cela qui puisse ranim er le cadavre. Je me sur­
prends à me regarder avec grand’ pitié toutes les
fois qu’il m ’arrive de prendre la plume. Je m eurs
de spleen et d’inanition morale. Je ne suis plus rien
de ce que j ’étais ; une chance d’agir pourrait seule
me refaire et me rendre capable de quelque chose.

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

22b

Je viens de fonder ici une association d'ouvriers
italiens, affiliée et soumise à la Jeu n e Italie , qui
s’occupera exclusivement d’exercer une sorte
d’apostolat dans nos classes ouvrières. Nous im­
primerons bientôt un petit journal populaire à leur
usage. Il y a parmi eux manque absolu d’idées,
mais d’excellentes intentions et un vif désir d’ac­
quérir ce qui leur manque. C’est un élément que
nous avions trop négligé jusqu’ici et qui nous pro­
met de la force.
Je suis accablé de travail, et il me faut aussi
travailler à présent pour la presse anglaise ; il le
faut, car c’est de cela que dépend en partie mon
voyage. C’est la pensée la plus soulageante que je
connaisse ; croyez-le bien. Je vous quitte donc pour
aujourd’hui, mais je vous écrirai de nouveau sous
peu. Soyez tous bénis par votre affectionné
J oseph.
26, Clarendon Square.

XXXV
A M.

T hom as É m er y ,

Lausanne
Londres, 28 avril 1840.

A.,
Mon long silence devait te faire croire que
j ’étais en voyage, et ma lettre que tu vas recevoir
C her

15

�226

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

te fera un triste effet, aussi triste que celui que
j’éprouve en l’écrivant. Pourtant cela ne dépend
pas de moi, et tu ne pourrais pas me dire plus de
choses que je ne m ’en dis à moi-même, ni chan­
ger la destinée, ni faire que l’impossible devienne
possible. Pour voyager il faut de l’argent et je n ’en
ai pas ! J ’avais compté sur certains travaux que je
n’ai pu placer jusqu’ici. Puis, d’autres choses sont
survenues encore, et je l’ai écrit il y a deux jours à
M,,10X... Le père des Ruffini est mort. Leur m ère,
qui nous a donné de très grandes craintes, vit
encore, mais elle a vu m ourir l’un après l’autre
tous ses fils — sauf les deux qui sont avec moi —
et m aintenant elle vient de perdre son mari ! Elle
est seule,... avant de mourir elle voudrait les em­
brasser, les bénir pour les années d’exil qu’il leur
reste encore à subir. C’est une bénédiction que
je demande pour elle et pour eux. La parole de
leur vieille mère leur redonnerait peut-être une
vie et des croyances religieuses actives qu’aujour­
d’hui ils ne possèdent plus. Il faut donc que cette
entrevue ait lieu. Or, si elle quitte l'Italie, elle
voudrait me voir aussi, ne fût-ce que pour un jour.
Jamais je ne pourrai trouver l’argent de deux
voyages, et même si cette difficulté n ’existait pas.
il ne me serait pas possible de faire, sans danger,
deux voyages en un an. Les polices se réveillent
à notre égard. Et, en ce moment, je ne puis m ’ex­
poser, puisque tout le travail doit être refait; une
fois qu’il sera term iné, peu m ’im portera d’exposer
ma vie ! Je dois donc arranger les choses de façon
à pouvoir rem plir, en même temps, mes deux

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

227

devoirs. Je gagnerai peut-être, en restant quelques
jours de plus parmi vous, ce que je perds par
le retard. L’unique obstacle à l’accomplissement
du projet de mes amis consiste dans le m anque
de moyens financiers, mais cette difficulté sera
immanquablement surmontée cette année. C’est
la seule chose dont je sois sûr; et, quant au
moment, sois mon interprète près d 'elle. Dis­
lui tout; son âme délicate lui fera comprendre
ma position et l’empêchera de mal interpréter ce
retard, ce qui ajouterait une douleur nouvelle à
mes autres douleurs.
Parlons m aintenant de nos affaires. Avant toutr
que veulent-ils que je fasse de ce masque qui ne
peut servir qu’au moment de l’action pour dire
cinq ou six paroles, et qui est inutile pendant la
période des lentes et longues préparations ! Ce que
je demandais et ce que je leur demande c’est une
adresse, un endroit et une personne à laquelle mes
correspondances puissent être remises. J'ai un
moyen sûr de faire consigner en mains propres; je
ne me servirai jamais d’ailleurs de moyens incer­
tains. Je ne puis prendre part à leur travail, durant
les premiers temps du moins, que par quelques
longues lettres. Autrement je reste passif, me bor­
nant à répondre s’ils me demandent des choses,
auxquelles il est possible de répondre en six mots.
Les exemplaires de l’instruction lithographiée et
de l’acte d’union de nos ouvriers doivent être arri­
vés à Paris. Dans peu de jours on t’enverra aussi
une courte circulaire autographiée, signée de mon
no m , annonçant l’activité des travaux et invi­

�228

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZ1NI

tant, etc. etc. Cet élément ouvrier prend pied et
promet. Voyant que le travail dans cette classe
n’était pas fait par nos amis de Paris, dont la pro­
pagande se borne à la jeunesse cultivée, nous avons
envoyé à Paris un délégué de la section centrale
de l’Union, ouvrier lui aussi, et chargé d’organiser
une autre section. Nous avons fait de môme pour la
Belgique ; m aintenant on verra les résultats pour
la Suisse : c’est votre affaire, et j ’ai plus de confiance
en toi que dans ceux de Paris. Il faut qu’après
avoir reçu l’acte d’union tu essayes d’établir sur la
même base une affiliation ouvrière. Il y en a dans
le canton où tu es et à Genève aussi. C’est impor­
tant pour l’universalité de la chose, elle ne peut
être utile que si elle est universelle. C’est im portant
aussi à cause des contributions qui doivent être
payées comme le porte l’acte d’Union. On a décidé
ici la publication d’un journal d’apostolat popu­
laire qui paraîtra tous les quinze jours. Nous avons
déjà des fonds pour deux ou trois mois ; mais, si
on commence, il faut continuer, et pour continuer,
la souscription des ouvriers de Londres ne suffira
pas. Il est donc nécessaire que sur tous les points
les ouvriers contribuent à l’œuvre. Ils recevront le
journal en échange; nous essayerons aussi d’en
vendre des exemplaires à deux ou trois sous le nu ­
méro. Les fonds pour l’apostolat populaire doivent
venir du peuple, car les contributions de la classe
cultivée ont une autre destination. Les ouvriers
donnent en général, ici, six sous par semaine, mais
cela ne peut servir de base pour les autres pays;
même moins suffira. Tu L’occuperas, je n’en doute

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZlftl

229

pas, chaudement de cette affaire qui est pour nous
d’une grande importance. Pour le Tessin j ’ai écrit
et je récrirai. J’y ai envoyé aussi l’acte d’Union.
Un travail Jeu n e Europe se prépare aussi avec
l'ém igration Polonaise, mais je te reparlerai de
cela plus tard. Il importe aujourd’hui que nous
soyons véritablem ent forts, qu’il y ait des nôtres
partout et que la Jeu n e Italie devienne réellement
une association nationale.
Je loge maintenant, 26, Clarendon Square.
Ecris-moi et crois-moi ton
G iu se ppe .

Parle-moi de sa santé. Sa mère m ’écrit qu’elle
s’est améliorée. Est-ce vrai?

XXXVI
A M.

T h o m as É m e r y ,

L ausanne

L ondres, 21 juillet 1840.

C her

A.,

Voulez-vous m ’écrire oui ou non ? Me punis­
sez-vous de ce que mon manque absolu d’argent,
la complication créée par la m ort du père des

�23 0

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

Ruffini et la nécessité où je suis de ne pas me
jeter dans des aventures, juste au moment où les
circulaires du gouvernement central au gouverne­
m ent de Soleure, déclarant que je suis à Granges
et ordonnant de me surveiller, me forcent à dif­
férer mon départ? Ou bien est-il survenu quelque
chose dont vous ne voulez pas me parler ? Depuis
des siècles je n ’ai pas reçu un mot de toi ni de
MmeX... ! Je ne sais rien de sa santé à elle, ni de
la tienne. Maintenant que j ’ai repris de l’activité,
toi qui auparavant me poussais en avant et me
reprochais mon inertie, tu as cessé d’écrire. Je t’en
prie, envoie-moi deux mots sur toi, sur elle , puis
sur ce que tu voudras. Je t ’écrirai alors plus lon­
guem ent que je ne le fais aujourd’hui.
Je change de maison. Ecris-moi à l’adresse sui­
vante : S. Hamilton E sq., 4, York buildings K in g’s
R oad, Chelsea, London. Donne aussi cette adresse
à Mmo X... Je ne vis plus avec Usiglio.
Tu as dû recevoir quelques-unes de nos Instruc­
tions lithographiées, l’acte d’Union, une circulaire,
un manifeste pour la réimpression de la partie
théorique de la Jeu n e Italie.
Ici et ailleurs les choses se réorganisent lente­
m ent. Nous avons à Paris des ennemis acharnés :
Borgia ', Mamiani et vingt autres. Les nôtres
sont plutôt timides et incertains et se réunissent
tant bien que mal à l’intérieur. Dans quelque
temps nous verrons plus clair. Enrico Mayer a été
arrêté à Rome, tu l’auras déjà appris. Dis-moi
1 Émigré italien.

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

231

comment je dois faire pour vous envoyer un
exemplaire de YApostolato Popolare. Avez-vous un
libraire auquel il vaille mieux l’adresser? Tout ce
qui concerne la correspondance, soit pour l’Italie,
soit pour l’étranger, est très mal organisé ; il fau­
drait y penser.
Gallo est en Toscane, mais il ne fait rien, je
crois. Ce jeune homme n ’est plus que l’ombre de
lui-même.
Un Anglais qui voulait voyager en Suisse m ’a­
vait promis de se charger de lettres, etc., et j’au­
rais écrit à toi, à Mn18 X ..., à tous. Mais il a différé
son départ.
J’ai écrit, il y a deux jours, à Giacomo Ciani, dont
je ne sais rien. Ce silence général m’est pénible, et
il est grave, s’il indique, comme je le crois, l’inac­
tivité. Nicola Fabrizi et les membres de la Légion
Italique , se voyant repoussés par la Jeune Italie sur
plusieurs points de l’Italie, ont lancé une circu­
laire dans laquelle ils se défendent, en se déclarant
disciples et adhérents de la Jeu n e Italie, remplis
de foi dans son œuvre, mais investis d’une mis­
sion spéciale, et que sais-je encore ! — D’après
les lettres que Nicola écrit aux autres, et qui me
sont envoyées, je me rends compte, en effet,
à quel point ils se sentent seuls et faibles, et
je vois qu’ils se repentent déjà de la scission.
Je suppose qu’ils finiront par se refondre avec
nous.
Adieu, écris-moi, je t ’en prie. J ’écrirai dans trois
jours à Mm8 X... Stolzmann aussi se plaint de son
long silence ; il y a déjà des mois qu’elle avait

�232

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

promis de le rompre. Dieu veuille que tous ces
retards ne dissimulent aucun mal réel. Adieu, croismoi toujours ton
G iu se p pe .

XXXVII
A M.

T hom as É m er y ,

Lausanne

Londres, 2 octobre 1840.

A.,
J ’ai ta lettre du 16. Comment pouvais-je t’en­
voyer des lettres ou autre chose par Pescantini
puisqu’il m’avait dit qu’il allait en Russie? Je
l’ai vu dix m inutes en compagnie de Pepoli2, m ais
ni ce que je savais de lui, ni son aspect, ni sa
conversation ne m ’ont donné l’envie de lui parler
de nos affaires. Tu peux d’ailleurs le faire, le cas
échéant, puisqu’il habite près de toi. Mais fais at­
tention ; nous avons besoin d’hommes qui aient
le courage de se déclarer membres de la Je u n e
Italie et qui ne transigent pas facilement avec
leurs opinions. Dans le pays la nécessité dépenser
à l’action nous forcera à être moins exclusifs ; m ais
à l’étranger, notre but étant de former un apostoC her

1 Italien, habitant la Suisse.
2 Carlo Pepoli, littérateur italien, avait pris part, en 1831, au
mouvement des Romagnes.

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

233

lai, l’unité de dénomination et de principes est
indispensable — et cette unité on ne peut l’attendre
d’hommes de sa trempe. — Tu ne recueilleras que
des protestations, des sympathies, des adhésions
vagues et indéterminées.
Je ne comprends pas bien ce que tu dis sur l’es­
prit pratique qui, selon toi, fait défaut à l’instruc­
tion générale. Si par pratique tu entends organi­
sation, je te dirai qu'une différence étant nécessaire
entre le pays et l’étranger, et m ême peut-être
entre les différentes parties de l’Italie, il fallait
demeurer dans les généralités indispensables.
Quant à la sincérité du respect religieux, il me
semble qu’elle ressort de tout l’ensemble, et elle
en ressort positivement. Permets-moi d’ajouter
qu’elle doit ressortir sincèrement, car, quelles que
soient mes croyances, elles sont certainement
aussi sincères que les tiennes ou celles de n ’importe
qui! Si par croyances religieuses tu veux parler
uniquement des croyances catholiques chrétiennes,
tu ne peux exiger une déclaration semblable ni de
moi, ni de l’association. Je ne suis ni chrétien, ni
catholique, comme on l’entend aujourd’hui. La
plupart des membres de l’association ne le sont
pas. Si la niasse du peuple italien l’était, comme
tu le prétends, puisque nous n ’affirmons rien, ni
pour, ni contre, elle serait libre de manifester ses
opinions. Qu’ils viennent, qu’ils travaillent et ne
bavardent pas au nom du Christ-Dieu et je m ’in­
clinerai devant eux comme devant des croyants
dignes d’estime et de respect. Je resterai ce que je
suis, mais en tant qu’individu. Je n ’ai pas le droit

�234

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

d’entraver l’association au nom d’une formule
exclusive, qu’elle soit religieuse ou non. Lorsque
la Jeune Italie arrivera à l’action, elle constatera
ses propres croyances. Quant à moi, si tu crois
que je possède une influence morale quelconque,
fais en sorte qu’elle serve au but commun. Sois
certain d’une chose: si je ne suis pas dans le vrai
en fait de croyances, je ne ferai que peu de m al et
il ne sera pas durable.
Je voudrais que lu t’occupes sérieusement et
activement de la section de l’Union dans le Valais ;
et activement aussi de ton projet à l’égard du can­
ton de Vaud : puisque l’on ne peut rien faire de
plus explicite, il me paraît très bon. Si tu as l’oc­
casion d’écrire à Giacomo ou aux autres qui sont
dans le Tessin, tu devrais les poussera s’organiser
là aussi ; ils ont tous les éléments nécessaires s’ils
veulent seulement s’en servir. Je voudrais que tu
cherches à Genève quelqu’un qui soit réellem ent
à nous ; il est nécessaire de guetter et de saisir
toutes les occasions de travail, près des voyageurs
surtout. Si tu réussis à trouver la personne adap­
tée, je désire avoir son adresse. Il serait utile d’en
avoir une sur tous les points où tu réussiras à
organiser quelque chose. Donne-moi l’adresse de
ta maison. Tout cela m’est nécessaire pour vous
adresser ceux des nôtres qui voyagent et qui de­
mandent à être recommandés. À Genève, d’ailleurs,
il y a des ouvriers italiens, et par conséquent du
travail à faire. Ce travail, bien entendu, doit être
réglé suivant les pays, c a r les réunions périodiques
ne conviennent pas partout... Partout où quelque

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

235

chose sera constitué, il faudra insister sur la né­
cessité de payer une contribution, si ce n’était que
celle, à la portée de tous, qui est indiquée dans
l’instruction générale. C’est nécessaire, d’abord
pour la chose en elle-même, et ensuite parce que
nos ouvriers de Londres et de Paris, très exacts
dans le payement de leur contribution, voyagent
beaucoup, et s’ils voyaient qu’ailleurs les pactes
auxquels ils croyent ne sont pas exécutés, ils per­
draient leur bonne volonté.
Je voudrais aussi que tu t’occupes activement
de trouver en Italie des moyens de diffusion pour
nos imprimés. Ce doit être notre levier. Pour ce
qui concerne l’étranger, je te prie de revoir la liste
de tes connaissances afin de les affilier de nouveau
ou de faire faire des démarches près d’elles ; peu
importe le nombre ! Pense surtout aux gens que tu
peux suggérer et aux indications que lu peux
donner sur Lyon.
Je ne te parle pas de l’Italie ; tu feras certai­
nem ent tout ce que tu pourras soit avec Parme,
soit avec le Piémont et tous les autres Etats. Pour
éviter les embarras, tiens-moi au courant de ce
que tu fais, et afin d’éviter les périls et les querelles
il sera bon que tu n ’en informes personne d’autre.
Je suis jusqu’ici dans l’ignorance complète de ce
que tu as réussi à faire pour les universités ou
parm i les Piémontais et si tu as trouvé le moyen
d’entrer, à l’occasion, en contact, ne fût-ce que par
un nom et une adresse. Cette ignorance où je me
trouve est nuisible à l’unité. Je t ’exhorte en géné­
ral à fixer, à concréter, à être pratique enfin ; puis,

�236

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

si besoin est à avoir confiance. Si je la demande
cette confiance, c’est pour le bien de tous. Cette
seconde tentative ne fera que rendre ma vie indi­
viduelle plus amère et la consumer davantage,
mais il faut la faire et je la fais. Elle doit être
bien faite, c’est pourquoi je vous exhorte tous à
avoir confiance. Entre nous les conditions doivent
être claires : moi ou un autre. Mais il faut que les
forces se centralisent dans une main, sinon, nous
avorterons et pour toujours ! Ecris-moi avec l’am i­
don ou en chiffres, et donne-moi des noms pour
l’Italie.
En principe je crois si peu à la guerre que je ne
t ’en parle même pas. Je fais davantage, je ne la
désire pas, et tu sais pourquoi. Mais il ne faut pas
oublier que les gouvernements commettent eux
aussi des erreurs ; que dans cette affaire ils en ont
commis déjà; que parm i les cinq gouvernem ents,
il y en a un, la Russie, qui désire la guerre et fait
ce qu’il peut pour la rendre inévitable ; et que le
sixième, le Gouvernement égyptien est pour deux
tiers m aître de la situation. La guerre n ’aura pas
lieu, mais cependant elle pourrait éclater d’un
moment à l’autre. Ceci, du reste, n’a pas d’im por­
tance pour nous. Qu’elle ait lieu ou non, nous
devons travailler de toutes façons.
Je te suis reconnaissant des nouvelles que tu
me donnes de la famille X... C’est pour moi une
véritable consolation d’apprendre qu 'elle va mieux.
Si elle pouvait m ’oublier ! Et Dieu sait pourtant le
besoin que j’ai d’avoir des âmes qui m ’aim ent et
prient pour moi ! Cependant, si elle pouvait m ’ou­

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

237

blier... Ce qu’elle fait pour la femme de Miçkievicz est digne d’elle.
Je ne te dirai rien de moi ; mes intentions
restent les mêm es; mais plus que jam ais je suis
accablé par la misère. Comme santé, je ne vais ni
bien ni mal. Je t’écris dans une grande hâte.
Aime-moi et crois à l’affection de ton
G iu s e p p e .

Si tu ne savais pas à qui t’adresser à Genève,
dis-le-moi et je m ’occuperai de la chose.

XXXVIII
A Mmo X..., Lausanne
Londres, 29 décembre 1840.

M adam e,

J’aurais répondu tout de suite à votre lettre du
12, mais j ’étais, quand je la reçus, dans une mor­
telle inquiétude pour la femme 1 que je révère le
plus en ce monde. Nous avions reçu deux jours
avant la nouvelle qu’elle était dangereusement
malade d’une inflammation du cœur ; puis, nous
1 La mère des Ruffini.

�238

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

n’avions plus rien su: je tremblais pour moi et
pour mes amis : elle est aujourd’hui le seul être
qu’ils aiment de toutes leurs forces. Je ne sais pas
ce qu’il adviendrait d’eux si elle m ourait ainsi
sans les avoir revus, sans les avoir fortifiés ellemême dans ce dernier sacrifice. Aujourd’hui, des
lettres nous apportent la nouvelle qu’elle est m ieux:
gravement malade encore, en danger même, mais
enfin avec plus de chances de salut. Aujourd’hui
donc je vous écris; et que cela vous prouve com­
bien votre lettre m ’a été chère. Oui, votre silence
a été long: je l’aurais brisé moi-même avant la
fin de l’année. Mais j ’aime mieux que ce soit vous
qui ayez eu la bonne pensée de m ’écrire ; je l’au­
rais fait timidement ; aujourd’hui je suis sûr de
votre amitié : je vous écris avec jouissance. Avant
tout je ne comprends rien au but de M. Pescantini
en vous faisant des contes sur moi ; mais voici ce
qui en est.
Je n’ai jamais vu M. Pescantini, si ce n’est une
demi-heure ici à Londres ; il vint me voir avec
une ancienne connaissance. Je n’étais pas seul
moi-même, la conversation fut donc insignifiante
au dernier degré. Nous parlâmes de la politique du
jour: je lui dis ce que j ’ai dit à tout le monde, et
sur quoi je n ’ai eu que trop de fois raison. C’està-dire que, tandis que tout le monde croyait à une
guerre pour la question égyptienne, je n ’y croyais
pas, moi ; que nul ministre en France sous LouisPhilippe ne pouvait la vouloir ; que l’époque à
laquelle on prétendait renvoyer les déclarations
de guerre trouverait la question résolue de fait ;

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

239

que les puissances coalisées avaient bien autre
chose à faire que d’aller attaquer la France ; qu’elles
avaient toutes grand intérêt à se tenir tranquilles
et qu’elles le feraient. Quoi qu’on dise des velléi­
tés du sultan, j’ai eu raison ; il n ’y aura pas de
guerre pour la question égyptienne ; je pense
comme cela. Je ne dis pas que la tête ne puisse
tourner un peu aux puissances, et qu’elles ne
puissent commettre une erreur capitale : je dis que
nous n’avons pas raisonnablement le droit d’y
compter. Ils pourront, les gouvernements, se déci­
der à essayer d’une guerre le jour où ils croiront
la France à la veille d’une révolution républicaine :
pas avant. Or, je ne crois pas encore la France à la
veille d’une telle révolution et je suppose que les
gouvernements voient de même. L’élément démo­
cratique a gagné beaucoup de terrain en France ;
la question de la réforme électorale, qui n’est pas
ma question, a mis en germe des puissants mé­
contentements au sein de la garde nationale ; la
classe ou, pour mieux dire, la nation ouvrière,
s’améliore de plus en plus ; mais les penseurs, sans
lesquels on ne réorganise pas le monde, ne sont
pas encore suffisamment d’accord et ne fraternisent
pas assez surtout avec les hommes d’action.
Venant à ce qui me concerne individuellement,
que puis-je vous dire, quand je ne sais pas bien
au juste ce qu’on vous a dit ? Votre lettre est pleine
de mystère pour moi, on dirait que j’ai subi ou que
je suis près de subir de grands changements dans
ma manière d’être. Vais-je me m arier ? Vais-je deve­
nir un homme de plaisir e td ’égoïsme plus ou moins
/

�240

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

prononcé? Veuillez vous justifier. Et, en attendant,
voici ce que j ’ai à vous dire. Je n ’ai jamais mis les
pieds à Bristol, ni ailleurs; je n’ai jamais quitté
Londres. Je ne suis pas du tout bien portant; je ne
dis pas que je sois malade ; mais je suis maigre, pâle
e t tel que vous m ’avez vu. Je ne suis pas du tout gai ;
je suis, au contraire, m ortellem ent triste ; mais je
n’estime pas assez les hommes en général pour leur
en parler, ou même pour le leur faire entrevoir. Je
suis très ferme et résigné au mal individuel, très
décidé à lutter contre le mal général et point du
tout résigné à le supporter sans faire autant que
possible acte de protestation ; mais il y a des gens
qui veulent que je sois autrem ent pour s’autoriser
d’un exemple de plus. Rien n’est changé, rien ne
changera dans ma vie, dans mon âme, dans ma desti­
née individuelle. Je suis exactement ce que j ’étais
à la date de ma dernière lettre. Je vis hors de ville ;
je ne vais nulle part, excepté chez un homme de
lettres et sa femme, qui logent près de nous, qui
m ’aiment comme un frère et qui voudraient me
faire du bien, plus qu’il n’est en leur pouvoir de
m ’en faire. Je reçois quelques rares visites, que j e
ne rends pas : je passe mes journées dans m a
chambre : je ne vais en ville que pour affaires ou
pour entrer chez un libraire. Telle est ma vie
extérieure ; et ma vie intérieure lui répond en ce
qu’elle est et sera toujours la même : nul élém ent
nouveau ne peut désormais s’y introduire : ceux
qui la constituent demeureront inaltérables ju s­
qu’à la fin.
Je ne sais si j ’ai satisfait vos doutes; quant à

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

241

vos confidences je les attends; elles ne seront que
pour moi; comptez-y. Peut-être, comme vous parais­
sez le penser, en prévois-je la nature; peut-être
seront-elles plus douloureuses que je n ’imagine.
Mais de toute manière parlez ; parlez comme à votre
meilleur ami : il se peut que mes réponses soient
tristes ; mais certes elles ne seront jamais celles
d'un homme froid ou d’un tiède ami.
Le succès d’Emery ne m’étonne pas; je m’en
réjouis pour lui. Quant aux effets du succès sur lui
c’est une épreuve qui reste à faire ; car, si j ’en juge
par les changements que nous avons à chaque ins­
tant sous les yeux, ce doit être une tentation bien
puissante. Je ne peux pas encore admettre qu’il
puisse s’éloigner de votre maison ; il y a trouvé
trop d’amitié quand il était inconnu. Veuillez m ’en
parler toujours en m ’écrivant. Il se tait aussi depuis
longtemps avec moi *, et c’est mal, car nous tra­
vaillons ; il doit travailler de son côté et devrait
me tenir au courant. Je compte lui écrire sous peu.
J’ai imprimé ici pour nos classes ouvrières le
premier numéro d’une publication intitulée Apostolalo popolare, écrite en italien. J ’aurais voulu
toutefois vous en adresser aussitôt un exemplaire,
mais il vous coûterait trop par la poste, puisque
n ’étant pas timbré on le taxerait comme une lettre.
Le Gouvernement français, très conséquent, ne
veut pas le laisser introduire en France et m ’en a
brûlé cent exemplaires il y a quelques jours en les
prenant à un voyageur suisse qui les avait dans sa
1 V oir Introduction.
1G

�242

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

malle. J’en ai envoyé un paquet par une autre voie
à Emery, mais Dieu sait quand il lui parviendra!
Vous aurez vu dans les journaux français que
nous avons envoyé un cachet à Lamennais. Ce ca­
chet est en lave ; il porte à sa base trois petites
étoiles indiquant l’idée trinitaire, base jusqu’ici de
toutes les religions successives que l’hum anité a
enfantées ; au-dessus une étoile plus grande ren­
fermée dans un demi-cercle, indiquant la croyance
orientale, hindoue, etc., dans laquelle l’individu
était écrasé par l’idée Dieu ; plus haut une autre
indiquant le mosaïsme ; plus haut encore une autre
pour le paganisme ; puis une autre avec une croix
au milieu pour indiquer le christianisme ; enfin audessus d’elles toutes une étoile plus grande encore
indiquant la foi de l’avenir ; tout autour Dieu et
l'humanité. Je lis en ce moment son Esquisse d u n e
philosophie , je vous en parlerai plus tard. Lamen­
nais m ’a en ces derniers temps écrit bien souvent ;
il est le meilleur homme que je connaisse en
France ; il y a rupture en ce moment entre lui et
un homme presque bon comme lui, plus penseur
encore que lui, mais avec moins d’amour que lui
peut-être, Pierre Leroux. Ce dernier est selon moi
la plus forte tête de la France actuelle ; mais, si
j’en crois Lamennais, il vient de tomber, dans son
ouvrage sur l’humanité, dans des erreurs telles
qu’elles rendent inutile, ou pour mieux dire funeste
l’école assez nombreuse qu’il dirige. Je suspends
tout jugem ent, car je n ’ai pas lu son ouvrage, mais
les tendances que je lui connais pourraient bien
l’avoir égaré. Cette rupture est triste, car la dém o-

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

243

cratie française se trouve déjà sur le terrain de la
pensée fractionné en quatre écoles : celle de Leroux,
celle de Lamennais, celle de Bûchez et celle des
matérialistes. C’est bien pire encore sur le terrain
de l’action entre les bakounistes et les commu­
nistes, les américains et dix autres. Au milieu de
tout ce chaos nous marchons cependant. Laissez
dire à votre juste milieu ce qu’il veut, mais soyez
bien sûre que des fous tels que Lamennais et autres
sont bien plus près qu’ils ne le pensent de conqué­
rir le monde au dogme du peuple. Albera est à
Paris, peut-être à Londres ou sur la route de
Londres : il ne m ’a pas écrit depuis quelques an­
nées. Je suis on ne peut plus mécontent de votre
Allemagne; mais nous parlerons de tout cela une
autre fois.
Je vous sais gré des nouvelles que vous me donnez
' de votre famille ; cela m ’est une véritable joie d’ap­
prendre que la santé de Mlle Madeleine s’améliore ;
qu’elle veuille, ne fût-ce que pour ne pas faire
souffrir ceux qui l’aiment, avoir tous les égards
possibles pour sa santé. Je voudrais vous entendre
dire : « Elle ne tousse plus. » Rappelez-moi au
souvenir de M110 Elisa. Priez toujours pour moi,
vous qui êtes bonne : vous porterez bonheur peutêtre, non pas à moi, qui ne doit pas en avoir icibas, mais aux efforts que nous faisons pour mon
pauvre pays. Rappelez-moi au souvenir de M. X...
Ecrivez-moi. Stolzmann vous salue, mais il n’a pas
grande foi dans vos lettres à venir. Croyez à toute
l’amitié de votre dévoué
J o seph .

�244

. LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

Un incident a différé le départ de ma lettre ju s­
qu’aujourd’hui 9 janvier 1841, et j ’en profite pour
vous dire que Mmo Ruffini est hors de danger. Adieu
encore une fois.
Joseph.

XXXIX
A M.

T hom as É m er y ,

L ausanne.
Londres, 9 janvier 1841.

Cher

A.,

Il y a un siècle que je suis sans nouvelles de toi !
Quand la Jeune Italie était à peu près morte, tu
écrivais chaleureusement et fréquemment. Depuis
qu’elle a recommencé à revivre, tu as commencé à
te taire. J’ai appris indirectement quelles sont tes
nouvelles occupations et les triomphes que tu rem ­
portes, et je m ’en réjouis en ami. J ’espère cepen­
dant que tu ne suivras pas l’exemple de plusieurs
autres ; qu’en te jetant plus qu’auparavant dans la
sphère de la pensée tu n ’abandonneras pas celle de
l’action et que tu te souviendras toujours de ta glo­
rieuse patrie et du pacte fraternel qui te lie. Ecrismoi donc.
Le travail avance. Je trouve de grands obstacles

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

245

à l’étranger ; des obstacles non moins grands et
plus graves encore à l’intérieur. Je persévère
cependant et je persévérerai jusqu’au jour où j ’ar­
riverai — je ne dis pas à réussir — mais à orga­
niser les choses de façon à rendre l’action possible
si on veut l’entreprendre. Nous avons imprimé un
numéro de l' Apostolato popolare que nous avons
suspendu, non par manque de ressources, mais
parce que, le Gouvernement français en ayant inter­
dit l’introduction, on en a brûlé cent exemplaires
à la frontière, ce qui m’enlève le point très impor­
tant de Marseille. Il est donc nécessaire de régu­
lariser auparavant le mode d’envoi. J’espère avoir
fait quelque chose et nous continuerons. Tu rece­
vras bientôt, en attendant, un paquet du premier
numéro. Garde les exemplaires que tu voudras
m ontrer à Lausanne et à Genève, gardes-en un
surtout pour elle ; puis, essaye de faire pénétrer
les autres en Piémont. Ne t’occupe pas du Tessin,
j’y ai envoyé le nombre d’exemplaires nécessaires.
Les choses dont tu devrais t'occuper si tu per­
sistes à vouloir servir l’association sont les sui­
vantes :
I o La Jeu n e Italie ayant besoin d’unilier son tra­
vail dans tous les pays ou se trouvent des Italiens
exilés ou non exilés, un comité central de la Jeune
Italie serait indispensable en Suisse. Naturelle­
ment c’est à toi qu’incombe la mission de le cons­
tituer et de le diriger ; seul, si tu ne trouves per­
sonne pour t ’aider, avec deux autres si tu les
trouves. Tu dois être le centre des travaux de la
Jeu n e Italie pour la Suisse, française et aile-

�246

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

mande, non pour le Tessin que nous considérons
comme italien et qui a par conséquent une autre
organisation ;
2° Pour un travail de ce genre il est nécessaire
que tu essayes de faire élire les nôtres, comme
organisateurs dans les villes les plus importantes ;
3° Il faut insister, môme auprès du petit nombre
sur la régularité de la souscription mensuelle ;
4° Là où il ne sera pas possible d’avoir un Ita­
lien, cherche un correspondant suisse, afin que la
chaîne ne soit pas rompue, soit pour la diffusion
du manifeste, soit pour autre chose. A Genève, en
particulier, un agent est indispensable. Peux-tu
trouver quelqu’un? Qu’est devenu Jourdan? Que
sont devenus tous les autres? Y en a-t-il qui per­
sistent?
Réponds-moi, je te prie, après avoir bien réflé­
chi, et d’une façon exacte pour ce qui concerne la
constitution du comité central pour la Suisse. Dis­
moi situ peux et si tu veux t’y intéresser; si tu t’en
occuperas seul ou avec d’autres. A peine aurais-je
reçu ta réponse, je t’adresserai et t’enverrai une
circulaire qui annoncera sous de vrais noms ou
sous des noms de guerre, à ton gré, la constitu­
tion pour la Suisse du comité central de la Jeu n e
Italie. Les choses une fois régularisées, tu auras le
droit de lancer des circulaires dans toute la Suisse
pour ce qui regarde la Jeu n e Italie.
Ne sais-tu rien d’Albera? Il est ici depuis
quelque temps, mais invisible pour nous.
Adieu, je suis toujours ton
GIUSEPPE.
Donne-moi ton adresse.

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

247

XL
A Mrae X..., Lausanne
Londres, 26 mai 1842.
M

adam e,

Pourquoi avez-vous été si longtemps sans
m ’écrire? Et pourquoi faut-il que ma première
lettre soit dictée par le sentiment d’un nouveau
m alheur pour vous? Votre mère est m orte1 ! Et je
ne veux pas que la voix d’un ami vous manque.
Je ne viens pas vous consoler d’un événement que
vous prévoyiez sans doute, qui n’est pas irrégu­
lier dans le cours des choses, car votre mère était
très âgée, mais qui n’en est pas moins une perte
irréparable pour vous, car l’amour n’a pas d’âge,
elle était près de vous et elle n ’y est plus. Je
viens vous dire simplement : souvenez-vous que
vous avez ici un ami qui souffre de votre souf­
france, qui aurait voulu être près de vous au mo­
ment fatal et qui vous garde, bien qu’en silence,
son amitié. Elle n’est presque rien, mon amitié :
vous avez près de vous des encouragements à la
résignation bien autrem ent puissants que ceux
que je peux vous donner. Vous avez vos enfants
i

x... venait de perdre sa mère qui vivait avec elle.

�248

LETTRES INTIMES DE JOSEPH M'AZZINI

qui vous aiment, qui l’aim aient et qu’elle aim ait.
Et pourtant il peut vous être doux de savoir que
j’ai d’ici communié avec votre douleur, et que je
voudrais pouvoir vous faire du bien.
Moi aussi je la connaissais ; je me rappelle encore
sa figure ce soir que je vous vis vous et votre fa­
mille à Berne. Je n’ai rien oublié, ni le sopha sur
lequel j ’étais avec vous, ayant comme vis-à-vis la
table autour de laquelle étaient vos charm antes
filles, ni la chaise où votre mère était de l’autre côté
demandant qui j ’étais et me croyant M.Bramani. De
longues années se sont écoulées depuis lors ; autour
de moi un vide terrible s’est fait; vous aussi vous
avez subi de grandes pertes; mais, du moins, vous
étiez près de celles que vous avez perdues, vous
avez pu les entourer de votre amour jusqu’au der­
nier jour. Moi je ne pourrai pas môme, après avoir
empoisonné de chagrins les vies qui me sont les
plus chères, adoucir leurs derniers instants. J ’étais
à Londres quand je perdis une sœur. Je serai à
Londres quand je perdrai mes parents. Et entre ces
deux m alheurs j ’ai vu m ourir non plus des corps,
mais des âmes. Gela a toute l’amertume de la m ort
du corps, sans le solennel et le religieux qui accom­
pagne ce qui n ’est, pour moi, et j ’espère pour vous,
qu’une transformation, qu’un départ pour un but
éloigné qui nous réunira tôt ou tard tant que nous
aurons vécu en aimant. Ayez du courage, aimez
en souffrant comme vous aimiez avec jouissance ;
remplissez avec plus encore de zèle qu’avant les
devoirs qui vous restent. Chaque m ort doit nous
rendre meilleurs. Laissez à Dieu le soin du reste.

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

249

Ce n ’est pas comme une ironie qu’il a mis en nous
une puissance d’amour qui survit au tombeau.
Ecrivez-moi. Donnez-moi des nouvelles de vos
filles et de tous ceux que vous aimez. Moi, je suis
à peu près isolé. Auguste Ruffini est à Edimbourg,
établi. Jean est parti, lui aussi. Il vit en France.
Ils ont fait tous les deux un voyage en France,
l’année passée ; ils ont vu leur mère ; ils ont vécu
un ou deux mois avec elle. Je ne l’ai pas vue, car
le lieu où elle se trouvait m ’a été caché. Voilà
tout. Je vis d’une vie entre le squelette et le m ar­
tyre, sans émotions, sans joies, sans terreurs, sans
désirs ; accomplissant des devoirs sans en retirer
aucune satisfaction ; travaillant autant que je le
peux sur les hommes, n’ayant pour eux ni estime,
ni sympathie, ayant perdu l’espérance sans en
avoir la foi ébranlée. J’ai galvanisé notre Jeu n e
Italie ; j ’ignore où cela m ènera; je sais que je me
suis remis en activité pour toujours. Mes forces
morales sont à demi usées, mes forces physiques
aussi, mais, quoi qu’il en soit, je m ourrai sur la
brèche. Au milieu de travaux d’un genre moins
pacifique, j ’ai établi ici une école gratuite pour
les Italiens pauvres 1 joueurs d'orgue, vendeurs
de plâtre, et que sais-je? Elle compte déjà deux
1 « Les conséquence? logiques de ma foi, écrit Mazzini, m’a­
menèrent à travailler non seulement pour le peuple, mais avec
le peuple. Jusqu'ici je n’avais rien pu faire, Londres m ’en offrit
l ’occasion. La traite des blancs s’y fait sur une large échelle.
On donne, le matin, une tasse de thé et un morceau de pain à
ces pauvres petits Italiens abandonnés, mais le repas du soir
dépend de ce qu’ils ont recueilli pendant la journée. .»

�250

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

cents élèves ! Vous vous en ferez lire les détails
dans le quatrième numéro de mon Apostoluto, que
vous devez avoir reçu à l’heure qu’il est. Je vous
donnerai moi-même de plus amples détails sur ce
que je fais, si vous y prenez le moindre intérêt.
Maintenant voulez-vous faire une bonne action
avec moi? Je vous y convie précisément aujour­
d'hui que vous êtes dans la douleur, parce que la
douleur, agissant sur une âme telle que la vôtre,
la rend plus prête aux bonnes choses. Voulezvous ouvrir une souscription à un sou par tête
pour une seule fois parmi vos connaissances?
Voulez-vous choisir, soit dans votre canton, soit
au dehors, parmi vos amis, parm i vos amies sur­
tout, celles qui vous paraîtront le plus propres à
cela et les constituer centres de souscriptions?
Voulez-vous les prier d’en faire de même avec
leurs am ies? Voulez-vous étendre autant que pos­
sible le cercle des contributions? Je ne puis —.
là est la difficulté — vous en dire l’objet à présent.
Entre vous et moi, c’est sur l’estime que cela doit
reposer : entre les personnes qui s’en chargeraient
et leurs contribuables, c’est encore sur l’estime.
Toute l’année dans laquelle nous sommes est
accordée pour prélever un sou sur chaque indi­
vidu, et un sou n ’exige pas de déclaration explicite.
Tenez le langage que vous voudrez ; en parlant d’un
objet de bienfaisance, vous serez dans le vrai. En
parlant, aux personnes qui pensent comme vous,
de bienfaisance envers les proscrits d’une ou de
plusieurs nations, vous serez encore plus dans le
vrai. Agissez comme Dieu vous inspire. Il s’agit

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

251

de prélever, dans le cours d’une année sur le plus
grand nombre d’individus possible un sou de con­
tribution. Dites-moi si vous croyez vous prêter à
mon dessein en vous rem ettant à moi pour con­
naître le motif exact, jusqu’au versement de la fin
de l’année. De toute manière, écrivez-moi, rappe­
lez-moi au souvenir de vos filles et de M. X ....
Parlez-moi de la santé de M1Ie Madeleine, et croyez
à l’amitié sincère et constante de votre dévoué
J oseph.
4, York Buildings, K ing’s Road Chelsea. — London.

XLI
A M.

T hom as É m er y ,

Lausanne
Londres, 5 juillet 1842.

A.,
Je ne t’écris que quelques lignes avec des lunettes
à cause d’une inflammation d’yeux qui me tour­
mente depuis vingt jours. J’ai reçu ta lettre. J’ai
immédiatem ent écrit à Mme X..., et elle ne m ’a pas
répondu, ce qui m’afflige. Je te prie de me don­
ner de ses nouvelles et de celles de sa famille.
Je ne t’ai point éliminé de la Jeu n e Italie. Le
silence a été aussi obstiné de ta part que de la
mienne. Tes idées si ardemment catholiques, con­
C her

�252

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINl

traires à la foi de la Jeu n e Italie, contraires au temps
où nous vivons, contraires aux tendances de notre
pays sont naturellem ent un obstacle aune confiance
parfaite entre nous. Les prêtres de la chapelle
sarde font, depuis des mois, une guerre acharnée
et infâme à l’école que nous avons ouverte pour
les pauvres Italiens qui accourent à Londres
comme tu l’auras appris par le numéro quatre de
l'Apostolato. Et Pellico1, qui a écrit et présenté
un épithalame pour le mariage du fils de CharlesAlbert avec la fille d’un archiduc autrichien2! Je
crois cependant à ta participation au comité ita­
lien de la Jeu n e Italie, association politique, et je
désire correspondre plus fréquemment avec toi.
Je te recommanderai prochainement un Piémontais qui s’entendra avec toi sur les moyens de
répandre l' Apostolato en Piémont.
Sur quels principes se règle aujourd’hui la Jeu n e
Suisse du Valais ! Je désire connaître le nom des
individus qui la dirigent et savoir comment je
pourrais entrer en rapports avec eux.
Adieu, crois-moi toujours ton ami
GIUSEPPE.

1 Silvio Pellico, prisonnier de l’Autriche sous les plombs de
Venise et au Spielberg, auteur de Mie prigioni.
2 Le duc de Savoie, plus tard Victor-Emmannuel II, venait
d’épouser 1 archiduchesse Marie - Adélaïde, fille de l’archiduc
Rainier d’Autriche.

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

2S3

XLII
A M.

T homas É m er y ,

Lausanne
Londres, 8 juillet 1843.

C h er

A.,

Depuis un siècle je suis sans nouvelles de toi,
et tu es sans nouvelles de moi ! Cependant j ’ai
écrit une ou deux lettres, il n ’y a pas longtemps,
à Mmo X..., et une fois, lors d’une occasion solen­
nelle et douloureuse ; puis, je lui ai adressé à plu­
sieurs reprises l'Apostolato, mais jamais elle ne
m'en a accusé réception. Cela me chagrine, et je
ne crois pas avoir mérité de sa part un silence
aussi obstiné. C’est à toi que j ’écris maintenant,
et si je ne l’ai pas fait plus tôt il y a trois raisons
pour cela: je n ’ai rien d’important à dire; je tra­
verse des difficultés financières telles que le port
d’une lettre m ’embarrasse, et, finalement je sens
que tu es séparé de moi, non quant au but poli­
tique, mais sur d’autres questions1 qui ne devraient
pas empêcher l’action commune, puisque je les
laisse au jugem ent de l’avenir, mais qui t’ont
poussé sur d’autres voies. Tes dernières lettres, si
fraternelles qu’elles fussent, m’avertissaient que
je ne pouvais espérer de ta part aucune action dé­
1 Les questions religieuses. (Voir Introduction.)

�254

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZ1NI

cisive en faveur de la Jeu n e Italie, dont, moi, je ne
puis me séparer. Je me souviens aussi que je te
demandais plusieurs choses, entre autres le nom
des hommes qui dirigeaient la Jeu n e Suisse dans
le Valais et le moyen d’entrer en rapports avec
eux, et tu as évité de me répondre ad hoc.
Je t’écris aujourd’hui, d’abord parce que je n ’ou­
blie pas l’amitié qui nous a liés l’un à l’autre et
que je ne voudrais pas que tu l’oublies. Ensuite
je tiens à te dire que nos idées et notre organisa­
tion ont regagné un degré de puissance qui
devrait engager tout le monde à réfléchir et à
se demander s’il ne serait pas mieux de resserrer
les liens de l’association qui peut être utile au
pays et de laisser au pays le soin de décider plus
tard, à la lumière des progrès accomplis, la vérité
ou l’erreur des croyances religieuses qui nous
séparent. Je sais qu’il suffit que je te dise cela
pour que tu y réfléchisses.
Que fais-tu à Lausanne? Comment vis-tu? Es-tu
professeur ordinaire ou extraordinaire ? As-tu con­
servé tes anciens amis, ou en as-tu de nouveaux ?
Quels sont tes rapports avec la famille X...? En tous
cas donne-m’en des nouvelles, je t’en serai recon­
naissant.
Personnellement parlant, je vis si mal que per­
sonne ne pourrait s’imaginer à quel degré. Mais
je n’ai pas envie de parler de mes affaires, tant
que je vivrai je combattrai pour le devoir. Si la
misère ou d’autres malheurs me tuent, je mour­
rai sans remords de conscience, et ce n’est pas peu
de chose.

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

255

Je n’ai plus de rapports avec la Suisse, sauf avec
le Tessin et je ne sais plus ce qui s’y passe. Dism ’en quelque chose. Dis-moi .aussi jusqu’à quel
numéro tu as reçu l'Apostolato et si tu désires que
je t’envoie les numéros parus depuis et les autres
à mesure qu’ils paraîtront.
Aime-moi et crois-moi ton
G IU S E P P E .

York Buildings, King’s Road, Chelsea.

X L111
A M'ne X ..., Lausanne
Lugano, 6 octobre 1848.
M

adam e,

Votre voix m’est arrivée ici comme un écho du
passé, comme un souvenir des années où j ’ai vécu
en Suisse lors de mon premier exil. Ce souvenir
n’a jamais été perdu; il m ’a suivi en Angleterre,
il m ’a accompagné en Italie, et le grand rêve de ma
vie, lorsque j ’ai espéré le plus, a été de visiter une
seconde fois en Suisse tous les lieux qui me sont
chers par la souffrance ou l’espoir, aussitôt que
l’indépendance et la liberté auraient été assurées à
l'Italie. Mais je me croyais oublié à Lausanne et je
vous suis reconnaissant de m ’avoir prouvé que cela

�256

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZINI

n ’est pas. Aujourd’hui je suis enchaîné ici, à la fron­
tière, par des devoirs que je ne pourrais ni ne vou­
drais trahir, bien que j ’ignore si leur accomplisse­
ment pourra me réussir ou ce qui en sortira.
J ’ai souvent pensé à vous et à votre famille. Je
n’ai rien oublié ; je n’oublie rien. J’ai toujours vécu
dans le passé et dans l’avenir ; aujourd’hui le
passé seul me reste : l’avenir individuel est fermé
pour moi. Je regarde ma vie comme achevée; ou
plutôt, individuellement parlant, je n ’ai pas eu de
vie. Il me reste encore des devoirs à rem plir :
voilà tout. L’espérance n’a rien à y voir. Je suis
toujours le même homme : vieilli par l’âge et par
les déceptions, jeune parla croyance et par l’amour.
Tout a changé autour de moi ; je ne crois pas que
parmi tous ceux qui ont partagé mes travaux ou
mes aspirations, il en existe un seul qui n’ait pas
modifié sa manière d’être ou de sentir. L’un est
député;- l’autre a passé dans les rangs ennem is;
d’autres ne songent qu’à eux-mêmes; d’autres
encore sont heureux par des affections partagées.
Moi, je suis exilé comme alors; croyant comme
alors; seul et triste comme alors. L’exil m’a pour­
suivi dans mon pays même. J ’ai rencontré bien
des sympathies ; mais ce ne sont pas celles dont
j ’ai besoin ; aujourd’hui il y a de mes compatriotes
qui m ’aim ent, ils ne peuvent me donner de la
joie; d’autres qui m’injurient et me calomnient
sans pouvoir m ’irriter. Ma vie coule et bouillonne
comme une source dans le désert. Je ne pouvais
vivre que par les affections et par les croyances ;
il y a eu du m alheur dans toutes mes affections,

�LETTRES INTIMES DE JOSEPH MAZZ1NI «

257

de l’isolement dans toutes mes croyances. C’est une
bien triste vie que la mienne. Tout ceci est pour
vous dire que votre lettre m ’a fait du bien, car j’y
ai trouvé une amitié que — pardonnez-moi —
je croyais éteinte comme le reste. Quant à ce que
je vous ai dit sur moi-même, n’en ayez pas trop
souci. Je suis fait à cela, et bien d’autres, valant
mieux que moi, souffrent autant que moi. J ’ai vu
en Italie ma mère et ma sœur m ’aimant comme
toujours. Je n ’ai pu voir mon père, et Dieu sait
si je pourrai jamais le revoir!
Quant à l’Italie, je vous en parlerai sous peu.
Rien n’est fini, vous pouvez compter sur cela.
Quant à ce qui aura lieu, nous n ’en savons rien.
Nous expions tous aujourd’hui, innocents et cou­
pables, une grande faute, je dirais presque un
grand crime : celui d’avoir ' voulu édifier l’avenir
du pays et sa régénération sur une immoralité,
sur un mensonge ; sur 1111 pape auquel on ne
croyait pas, sur un roi qu’on n ’estimait pas, sur
des princes qu’on songeait à renvoyer plus tard.
J’ai lutté et j ’ai prévu: mes compatriotes le savent;
mais je n ’ai pas été écouté. Est-ce trop tard main­
tenant? C’est une expérience à faire ; et je la
ferai.
Je n’ai rien oublié de M1Ic Élisa que j ’appelais
ma petite amie et que je n’ose plus appeler de ce
nom. Je 11’ai rien oublié de votre famille. Songez
à moi quelquefois, et croyez-moi ora e sempre
Votre affectionné
J oseph M azzini.
17

�258

LETTRES INTIMES DE JOSEPH MA8ZINI

Stolzmann est à Londres; Lamberti, arrêté
d’abord à Florence, est relégué, je crois, à Montepulciano. Rosalès est, je pense, dans les Etats du
pape.
Maintenant, il faut que je vous demande un
plaisir : un membre d’une de nos légions se ren­
dant en France traversera sur quelques points le
canton de Vaud. J’ignore si le gouvernement ou un
comité accorde quelques secours aux réfugiés qui
quittent le territoire suisse. Mais je me suis
permis de donnera cet officier le nom de M. X...,
pour avoir des renseignements sur les personnes
auxquelles il pourrait s’adresser. J’espère que
M. X... voudra faire pour ces pauvres gens ce qui
lui sera possible.
Je vous envoie un court appel pour Venise. On
vient d’ouvrir la souscription à Paris; on le fera
à Londres ; pourquoi ne l’ouvrirait-on pas en
Suisse ?

FIN

�TABLE DES MATIERES

Pages.

Introduction..........................................................................................
i
I. — A Mlu filisa X..., Lausanne....................................
31
II. — A M“" X..., Lausanne...............................................
33
III. — A MUo Elisa X..., Luusanne....................................
35
IV. — A M“° X ..., Lausanne...............................................
37
V. — A Mm° X ..., Lausanne..............................................
40
VI. — A M. Thomas Emery, Lausanne..........................
48
VII. — A Mm° X..., Lausanne...............................................
34
VIII. — A M. Thomas Emery, Montauban......................
64
IX. — A Mm" X..., Lausanne...............................................
74
X. — A M. Thomas Emery, Montauban.......................
85
XI. — A M . Thomas im ery , Montauban.......................
95
XII. — A M " X..., Lausanne............................................... 104
XIII. — A M. Thomas fimery, Montauban.......................
I ll
XIV. — A M. Thomas Emery, Montauban....................... 114
XV. — A M . Thomas Emery, Montauban....................... 120
XVI. — A M“° X ..., Lausanne......................................................127
XVII. — A M'“° X..., Lausanne............................................... 134
XVIII. — A M . Thomas Emery, Lausanne.......................... 141
XIX. — A M. Thomas fonery, Lausanne.........................
145
XX. — A M”° X..., Lausanne............................................... 152
XXI. — A M““ X..., Lausanne........................................ ....
157
XXII. — A M. Thomas fimery, Lausanne.......................... 163
XXIII. — A Mm° X ..., Lausanne............................................... 169
XXIV. — A M. Thomas £m ery, Lausanne.......................... 177
XXV. — A M. Thomas Emery, Lausanne.......................... 182
XXVI. — A M”° X ..., Lausanne............................................... 183
XXVII. — A M. Thomas Emery, Lausanne.......................... 189
XXVIII. — A M. Thomas Emery, Lausanne.......................... 195

�260

TABLE DES MATIÈRES

Pages.

XXIX. — A M"" X..., Lausanne.....................................................200
XXX. — A M. Thomas Émery, Lausanne............................... 207
XXXI. — A M”“ X..., Lausanne.................................................... 209
XXXII. — A M'"“ X..., Lausanne............. ................................... 212
XXXIII. — A M. Thomas Émery, Lausanne...............................211
XXXIV. — A M“" X..., Lausanne............................... ...................222
XXXV. — A M. Thomas Émery, Lausanne......................... .....225
XXXVI. — A M. Thomas Émery, Lausanne...............................229
XXXVII. — AM . Thomas Émery, Lausanne......................... .....232
XXXVIU. — A Mmo X ..., Lausanne.............................................. .....237
XXXIX. — A M. Thomas Émery, Lausanne......................... .....244
XL. — A M“' X ..., Lausanne................. ..................................247
XLI. — A M. Thomas Émery, Lausanne......................... .....251
XLII. — A M. Thomas Émery, Lausanne .............................253
XLI 11. — A M"' X..., Lausanne....................................................255

T ours, imp. Deslis F rères , rue Gambetta, 6.

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                <text>Melegari, Dora (1849-1924). Editeur scientifique</text>
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                <text>Mazzini, Giuseppe (1805-1872)</text>
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            <name>Source</name>
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                <text>Université Grenoble Alpes. Bibliothèques et Appui à la Science Ouverte. BU Droit et Lettres. 22446</text>
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                <text>Mazzini, Giuseppe (1805-1872) -- Correspondance</text>
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                <text>Lettres intimes de Joseph Mazzini</text>
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                <text>monographie imprimée</text>
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